NAPOLI INFELICE
TRA RIFIUTI E POTERE(*)

1. Un sistema autoreferenziale a raggiera: l’emergenza permanente

Diamo avvio all’analisi, cercando di disegnare il quadro generale che 14 anni di emergenza rifiuti mettono bene in evidenza:

  1. l’intervento dell’attore politico-istituzionale, a livello nazionale e locale, si rivela inadeguato, inefficiente e omissivo;
  2. le decisioni dei vari Commissari straordinari sono funzionalizzate al mantenimento degli equilibri politici ed economici di governo e sottogoverno, al punto che nessun controllo effettivo viene predisposto sull’operato delle imprese operanti;
  3. l’azione delle imprese chiamate ad intervenire nella soluzione operativa del problema contraddice i suoi presupposti e, per di più, diventa un vettore della diffusione di meccanismi di truffa e frode;
  4. i poteri criminali fanno della emergenza rifiuti una formidabile opportunità di occupazione del territorio e conquista di “leve di comando” strategiche.

L’insieme di questi elementi trova risonanza non nell’analisi critica di questo o quell’attore e/o osservatore politico; ma emerge in tutta la sua chiarezza dalle inchieste portate avanti, in anni recenti, dall’autorità giudiziaria. Per la precisione, il 27 giugno 2007 il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Napoli deposita una ordinanza contro esponenti del Commissariato straordinario e responsabili delle imprese per lo smaltimento dei rifiuti. L’ufficio del riesame, nel mese di luglio, conferma le accuse e dà il via libera all’istruttoria. In particolare, la FIBE-Impregilo (vincitrice dell’appalto) è accusata di “truffa e frode in pubbliche forniture”; il Commissariato straordinario (in particolare, nella persona di Antonio Bassolino), di “inerzia” nei confronti dell’impresa.

Reperiamo l’azione concentrica di attori e poteri che pongono in essere, ognuno a vario titolo, strategie di uso privatistico dei beni comuni. Prima ancora di relazioni di compromissione soggettiva, intorno alla emergenza rifiuti, si dà un’intesa oggettiva tra istituzioni, imprese e organizzazioni criminali operanti sul campo. I termini dell’intesa sono dati dalla coltivazione esasperata del proprio interesse particolaristico, a scapito del benessere collettivo e dei diritti della cittadinanza. La ragnatela di tali particolarismi costituisce la base di formazione e fertilizzazione della emergenza rifiuti, intorno cui prosperano cointeressenze gruppuscolari.

Il “punto di partenza” è l’anno 1991, allorché, grazie alla connivenza tra politica, imprenditoria e criminalità, furono autorizzate in Campania importazioni di rifiuti industriali extraregionali, gestite da aziende di appalto (“in odore di camorra”) che avevano accesso alle discariche pubbliche o erano titolari delle discariche private. È da qui che prende cominciamento la storia della Campania come pattumiera dei rifiuti industriali del sistema produttivo italiano (e non solo).

Ma i rifiuti industriali e quelli tossici, prima di essere trasportati e smaltiti, debbono essere prodotti. E, dunque, mettono capo ad un circuito integrato che prevede la partecipazione di diversi decisori di processo:

  1. attore industriale = produzione dei rifiuti;
  2. attore politico-istituzionale = creazione degli apparati burocratici, organizzativi e amministrativi;
  3. attore criminale = predisposizione e cura dello smistamento, del trasporto e dello smaltimento.

Con l’apertura delle stagioni dei Commissari straordinari di governo il meccanismo intanto attivato trova modo di perfezionarsi. Il battesimo di questa nuova fase avviene nel febbraio 1994, quando il governo nomina il prefetto di Napoli Commissario straordinario dell’emergenza nel settore rifiuti. I motivi ispiratori della nomina del Commissario straordinario vanno formalmente ricercati nella necessità di superare l’obsoleto sistema di smaltimento dei rifiuti, incardinato sulla rete di discariche gestite dai privati. In questa prospettiva, nel 1997, viene elaborato un piano regionale - corretto l’anno successivo -  che stabiliva la costruzione di impianti di compostaggio, produzione di Cdr (combustibile derivato dai rifiuti) e incenerimento, i quali ben dieci anni dopo solo in minima parte sono entrati in attività.

Dopo qualche anno di discussione e progettazione, nel 1998 viene lanciato il primo bando di gara dal Commissario straordinario dell’epoca (Antonio Rastrelli, presidente di una giunta di centrodestra). Il bando è chiuso nel 2000 dal subentrante commissario straordinario (Antonio Bassolino, presidente di una giunta di centrosinistra). Esso prevede la realizzazione di due termovalizzatori e sette impianti di produzione di combustibile da rifiuti (Cdr). Ad aggiudicarsi la gara è la FIBE: associazione temporanea di imprese tra Fisia, Impregilo (gruppo Fiat), Babcok ed Evo Oberrhausen. Ebbene, la commissione giudicatrice valuta il progetto FIBE con il punteggio di 4,2 punti, assegnandone ben 8,6 ad una ditta concorrente, tagliata fuori dalla aggiudicazione. La FIBE si impegna a realizzare il termovalizzatore entro il 31 dicembre del 2000, alla cui data non sono state ancora concesse nemmeno le autorizzazioni per la costruzione del cantiere. Clausole aggiuntive consentono alla FIBE di far slittare sistematicamente i tempi di realizzazione e consegna dei lavori, senza la previsione di alcuna penale. Ancora: il contratto prevede che la scelta del sito per la realizzazione del termovalorizzatore sia fatta dall’azienda aggiudicatrice. Infine: in virtù dei poteri di deroga concessi al Commissario straordinario, non viene affatto richiesta la valutazione di impatto ambientale. Si realizza, così, un coerente sistema integrato di inefficienze, omissioni e complicità, su cui si sono pronunciate severamente ben tre Commissioni parlamentari di inchiesta (1999, 2006, 2007), senza che i poteri centrali e locali avvertissero l’esigenza di attivare mutamenti di indirizzo e di strategia.

La scelta del sito del primo termovalizzatore ricade su Acerra, incontrando le forti resistenze delle popolazioni locali che si mobilitano contro la sua installazione. E a ragione. Il territorio scelto per la realizzazione del termovalorizzatore è già interessato da produzioni industriali inquinanti (Montefibre). E, difatti, con decreto del mese di luglio 2006, il territorio di Acerra viene dichiarato ad elevato tasso di inquinamento da diossina. Inoltre, l’area prescelta per la realizzazione del termovalorizzatore (che per le sue carenze tecnologiche è, piuttosto, da definirsi un inceneritore) è ubicata a poche centinaia di metri dal sito dove deve essere realizzato il Polo pediatrico mediterraneo, a seguito di un accordo di programma intervenuto tra Regione Campania, Ministero della Sanità, Provincia e Comune di Napoli. Il secondo inceneritore, non ancora in costruzione, dovrà essere realizzato a circa 20 km. di distanza da Acerra: Santa Maria La Fossa, in un’area territoriale entro cui viene prodotto il 70% della mozzarella di bufala campana.

La scadente qualità tecnologica delle realizzazioni della FIBE è riprovata dalle analisi tecniche condotte sui rifiuti dei suoi sette impianti di produzione: nel ciclo di uscita, i rifiuti “triturati e impacchettati” presentano le identiche caratteristiche di quelli immessi nel ciclo di entrata. Per la precisione, le ecoballe contengono una frazione di umido troppo elevata, per poter essere bruciata nel termovalorizzatore costruito dalla FIBE. Come fatto puntualmente osservare dalla Commissione di inchiesta parlamentare del 2006: “Il cosiddetto Cdr è da definirsi semplicemente come rifiuto solido urbano tal quale; per quanto riguarda la Fos [frazione organica stabilizzata], a causa delle carenze nel processo produttivo oltre che per le sue intrinseche caratteristiche, non può qualificarsi come tale; negli impianti si attua, di fatto, più che una selezione una suddivisione dei rifiuti solidi urbani, che vengono mandati alla discarica con codici e descrizioni diverse; in questi impianti non si ottiene alcun vantaggio né in termini di quantità né di qualità rispetto allo smaltimento degli Rsu [rifiuti solidi urbani] direttamente in discarica … In sintesi, gli impianti di trattamento non hanno prodotto i materiali per i quali erano stati autorizzati ed i materiali ottenuti, qualunque siano le loro caratteristiche, sono stati destinati a discarica anche se con denominazione differenti”. A identiche risultanze perviene la Commissione parlamentare di inchiesta del 2007. Del resto, già il Commissario straordinario Catenacci (succeduto a Bassolino), nel corso di una audizione alla Commissione Ambiente del Senato del 27 giugno 2004, ammetteva che “gli impianti di Cdr funzionavano abbastanza male e da essi non uscivano prodotti con le qualità previste dal contratto e dagli altri capitolati”.

Come ha avuto modo di concludere Gabriella Gribaudi: “Quand’anche i famosi termovalorizzatori venissero terminati, tutte quelle ecoballe che occupano il suolo campano non potrebbero essere smaltite, perché non adatte alla combustione”. Ed è ancora il Commissario straordinario Catenacci ad anticipare tali conclusioni, nella sua audizione del 2004: “La Campania è sommersa di ecoballe. Nel momento in cui i termovalorizzatori entreranno in funzione, ci saranno 8 milioni e mezzo di tonnellate di ecoballe giacenti nei vari siti della Campania”. In un’intervista al “Corriere del Mezzogiorno” del 24 novembre 2007, precisa il prefetto di Napoli (Alessandro Pansa), Commissario straordinario del tempo: “Non sappiamo cosa farne, non le possiamo utilizzare nell’inceneritore perché non hanno le caratteristiche del combustibile da rifiuti, ho bisogno di trovare dei siti dove stoccarle scontrandomi con tutte le popolazioni, ci stiamo scervellando per capire come le dobbiamo trattare, però continuiamo a produrre ecoballe”. Quella che esce dagli inceneritori, come ha definitivamente accertato la magistratura, a seguito di perizie tecniche ad hoc, è “spazzatura triturata”, il cui volume è maggiore dei rifiuti in entrata, per effetto dell’azione esercitata dagli additivi. Da qui l’esigenza di reperire sempre nuove cave, per smaltire l’esuberanza di rifiuti così prodotta.

Il Ministero degli Interni, in una relazione al Parlamento del 2002, non aveva tardato a leggere le distorsioni sistemiche dei meccanismi attivati: “negli ultimi tempi sono stati privilegiati, in modo particolare, gli interessi legati alle estorsioni, al condizionamento delle gare di appalto per lavori pubblici, allo smaltimento illegale di rifiuti, alla macellazione clandestina ... Si aggiunga che lo stabile coinvolgimento della criminalità organizzata nella gestione del ciclo dei rifiuti ha evidenziato, soprattutto nel napoletano e nel casertano, sospette convergenze di interessi con segmenti delle Amministrazioni locali e con grandi aziende. Gli interventi illeciti si sono concretizzati non soltanto nella individuazione dei siti da destinare a discariche clandestine, in cui sono stati interrati tra l’altro residui tossici o comunque pericolosi, ma anche e soprattutto nell’intromissione, con metodologie imprenditoriali, nelle gare di appalto relative alla gestione dei flussi di rifiuti dal nord al sud del Paese”.

Nel suo “Rapporto Ecomafia 2003”, per parte sua, Legambiente lancia l’allarme diossina: per porre argine all’emergenza, infatti, si diffonde la consuetudine di bruciare all’aria aperta anche i rifiuti speciali pericolosi, particolarmente nelle lande desolate delle campagne tra Napoli e Caserta. L’inquinamento dei terreni e dell’ambiente è strettamente congiunto al controllo del sistema di “bonifica del territorio” che, finito nelle mani delle organizzazioni criminali, si trasforma in un fattore aggiunto di avvelenamento dell’ambiento e della vita civile. Nel “Rapporto Ecomafia 2007”, inoltre, Legambiente fa rilevare che nel “triangolo dei veleni” (Qualiano, Giuliano, Villaricca) si smaltisce, nella totale impunità, qualsiasi genere di rifiuto: il giro di affari collegato allo smaltimento illegale dei rifiuti sfiora i 26 miliardi di euro.

La Direzione Investigativa Antimafia lancia continui allarmi. Nella relazione del primo semestre del 2003 osserva: “La situazione della criminalità organizzata in provincia di Napoli, nel semestre in esame, vede l’affermarsi di complessi equilibri criminali dinanzi agli interessi accesi dalle prospettive di appalti di opere pubbliche, di interventi di risanamento, di speculazione su suoli ed immobili, soprattutto nella degradata area orientale del Capoluogo. Nell’area di Bagnoli, infatti, oggetto della nota deindustrializzazione, sono stati stanziati i primi fondi per la bonifica dei suoli ex Italsider si è messo in moto il mercato immobiliare grazie alla variante urbanistica entrata in vigore. È verosimile ritenere che tale contesto offra un fertile terreno per gli interessi delle organizzazioni camorristiche, che potrebbero tentare l’accaparramento degli appalti e delle ingenti risorse economiche che l’intera operazione mobiliterà”.

La grave situazione descritta peggiora nell’estate del 2006, periodo a partire dal quale i rifiuti non vengono più raccolti e monta la protesta contro la costruzione di discariche e inceneritori che ledono fortemente l’equilibrio ambientale e la salute dei cittadini. Con decreto del 6 ottobre 2006, il Consiglio dei Ministri nomina Commissario straordinario Guido Bertolaso e, contestualmente, annuncia la necessità di “misure straordinarie volte al superamento dell’emergenza legata al problema dello smaltimento dei rifiuti in Campania, un problema in crescita a causa dell’oggettiva difficoltà di individuare discariche dove poter conferire rifiuti solidi urbani e della mancanza di valide alternative per lo smaltimento dei rifiuti fuori dalla regione. Al fine di consentire un incisivo coordinamento degli interventi al Capo del Dipartimento della protezione civile della presidenza del Consiglio sono assegnate le funzioni di Commissario delegato per tale emergenza, con facoltà di avvalersi di tre sub-commissari (uno dei quali avrà il compito specifico di individuare soluzioni volte a incrementare la raccolta differenziata)”.

Occorre precisare che le oggettive difficoltà di reperire siti alternativi, richiamate dal decreto appena citato, non corrispondono alla realtà dei fatti: a più riprese, alla struttura di lavoro del Commissario Bertolaso, vengono indicati siti alternativi che rispettavano tutti i vincoli ambientali, paesaggistici e geologici. Basti qui ricordare le consulenze gratuite fornite alla struttura di lavoro Bertolaso dal prof. Giovan Battista de Medici (ordinario di geologia applicata dell’Università di Napoli) e dal prof. Franco Ortolani (direttore del Dipartimento di pianificazione e scienza del territorio dell’Università di Napoli) e dai loro staff tecnici. In particolare, va menzionata la conferenza stampa sui siti alternativi tenuta il 12 maggio 2007, organizzata dall’”Assise della città di Napoli e del Mezzogiorno di Napoli”, presso la sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Nel corso della conferenza, il prof. de Medici indica le mappe dei siti alternativi consegnata ai ministeri competenti e al Commissario straordinario di governo nel mese di febbraio 2007. A quelle indicazioni non è mai stata fornita risposta alcuna.

Il decreto governativo del 6 ottobre 2006 è importante, anche per il fatto di essere rivelatore ben oltre le sue intenzioni:

a)     ammette che “l'utilizzo dei siti di cui al presente articolo è disposto... in deroga alle specifiche disposizioni vigenti in materia ambientale, paesaggistico territoriale, di pianificazione della difesa del suolo, nonché igienico-sanitario” (art. 1, comma 4);

b)     non è conforme ai princìpi del Testo Unificato della legge regionale recante "Norme in materia di gestione, trasformazione, riutilizzo dei rifiuti e bonifica dei siti inquinati" del 22 febbraio 2007, le cui “disposizioni generali” statuiscono che: "La presente legge considera la razionale, programmata, integrata e partecipata gestione dei rifiuti quale condizione ineludibile di tutela della salute e di salvaguardia dell’ambiente e del territorio assicurando il rispetto dei principi di equità tra territori e generazioni".

Ciò costituisce l’elemento disvelatore della natura reale del progetto di risanamento e bonifica costruito con il sistema delle discariche e degli inceneritori, elaborato ed applicato nello spregio della salute dei cittadini e degli ecosistemi ecologici dei territori locali.

Una delle note più negative che accompagnano l’insediamento di questo sistema autoreferenziale a raggiera è dato dal fatto che esso si regge, sin dall’inizio, su un regime di deroghe permanenti, di cui abbiamo offerto soltanto alcuni passaggi salienti. Il governo Prodi continua e innova questa tradizione e, dopo il decreto dell’ottobre del 2006, emana:

  1. l’11 maggio 2007 un successivo decreto legge ad hoc, col quale si impegna alla risoluzione dell’emergenza rifiuti in Campania entro la fine dell’anno, individuando quattro siti per la costruzione di altrettante discariche a Savignano Irpino (Avellino), Terzigno (Napoli, nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio), Sant’Arcangelo Trimonte (Benevento), Serre (Salerno, in prossimità dell’oasi WWF di Persano); superfluo precisare che per l’individuazione dei siti non sono state fatte valutazioni di impatto ambientale.
  2. il 20 febbraio 2008, l’ordinanza n. 3657, per il finanziamento della costruzione degli inceneritori in Campania.

Una doppia serie di puntualizzazioni si impone, a questo punto.

La prima: con riferimento al decreto legge del maggio 2007, va osservato che il regime dei Parchi Nazionali è regolamentato dalla legge quadro n. 394/1991, istitutiva delle aree protette. Ebbene, la legge faceva e fa espresso divieto alla costruzione di discariche all’interno delle aree protette (art. 11); in subordine, rendeva e rende esecutivo il divieto a qualunque procedura di deroga al suo dettato (art. 6). L’area protetta, ancora, è una delle 8 riserve italiane della biosfera riconosciute dal programma “Man and Bhiosphere” (MAB) dell’UNESCO e per la quale lo Stato e la Regione percepiscono finanziamenti internazionali. Va, infine, fatto notare che la discarica di Terzigno, nel 2003, era stata sottoposta a sequestro dalla Procura della repubblica di Nola, per evidenti deficienze e irregolarità.

La seconda: con riferimento all’ordinanza del 20 febbraio 2008, va detto che essa ha il dichiarato obiettivo di sbloccare i finanziamenti dei Cip6. Vengono, così, espressamente violate le clausole comunitarie che fanno obbligo al ricorso alle fonti rinnovabili per lo smaltimento dei rifiuti. I Cip6 sono i contributi versati dai cittadini italiani ed espressamente destinati allo sviluppo delle energie rinnovabili. Dal 1999 (decreto legislativo n. 79/1999 e decreto ministeriale 11 novembre 1999), sono prelevati dalle bollette dell’Enel, di cui costituiscono una parte aliquota che oscilla dall’8 al 10%. L’80% di tali contributi, in realtà, ha finanziato le “fonti assimilate”, realizzando un inganno a danno dei contribuenti, ai quali sono state sottratte ingenti risorse, mutandone la destinazione d’uso d’origine.

Contro l’uso improprio di finanziamenti agli inceneritori, attraverso i Cip6, l’UE ha emanato ben quattro procedure di infrazione: 2004/43/46, 2005/40/51, 2005/50/61 e 2005/23/29. Con la procedura di infrazione del 2004, la Commissione Europea individua, altresì, ben 28 violazioni delle leggi ambientali, indicando l’esistenza al Sud di ben 5.000 discariche illegali. La finanziaria del 2008 tiene nominalmente conto delle procedure di infrazione comunitarie, stabilendo che i Cip6 non siano più destinati agli inceneritori; l’ordinanza Prodi disattende questo impegno e, nel contempo, continua a derogare alla normativa comunitaria. In particolare, riapre il bando di gara per la costruzione degli inceneritori che era scaduto il 31 dicembre 2007, perché le partecipanti A2A (municipalizzata di Brescia e Milano) e Veolia (ex Vivendi, potente multinazionale dell’acqua e dello smaltimento rifiuti) mandano deserta la gara, proprio a causa della mancanza di contributi pubblici. Il dirottamento dei Cip6 è finalizzato proprio alla costruzione degli inceneritori di Acerra (avviata nel 2000), Santa Maria La Fossa e Salerno e suscita l’interesse della A2A e della Veolia che, prontamente, rientrano in gara, attraverso la riapertura di una trattativa privata con il nuovo Commissario straordinario (Gianni De Gennaro), nominato per quattro mesi con ordinanza del Consiglio dei Ministri del 12 gennaio 2008. Va, infine, rilevato che, ben prima delle procedure di infrazione del 2004 e del 2005, la normativa UE 2001/77/CE è fortemente disincentivante nei confronti dell’uso degli inceneritori, incoraggiando i paesi membri a tassare i progetti di costruzione di impianti per l'incenerimento dei rifiuti. Il 2 febbraio 2008 l’UE annuncia il varo di un’ulteriore procedura di infrazione contro l’Italia, concedendole un mese di tempo per l’applicazione in Campania delle normative comunitarie sui rifiuti. Il 6 maggio 2008, l’UE, pur riconoscendo alcuni progressi, deferisce l’Italia innanzi alla Corte di Giustizia delle Comunità Europee (CGCE), per la cattiva gestione dei rifiuti in Campania.

Il piano che Gianni De Gennaro, ultimo Commissario straordinario di governo in ordine di tempo, annuncia a gennaio 2008 non si distingue, per la filosofia che lo anima, da quelli sostenuti dai suoi predecessori. Il Commissario, difatti, si propone di:

  1. individuare sei invasi per depositare i rifiuti;
  2. riaprire le discariche dismesse di Difesa Grande ad Ariano Irpino (Av), Villaricca in provincia di Napoli e Montesarchio in provincia di Benevento;
  3. attivare tre siti di stoccaggio “provvisorio” a Marigliano (Napoli), Ferrandelle (Ce) e Pianura (Na);
  4. utilizzare due vasche per la raccolta del percolato.

Ancora una volta, il conferimento di poteri straordinari è subordinato al raggiungimento di obiettivi di normalizzazione che non si discostano affatto da quelli  perseguiti in passato. L’intera problematica viene data per risolta in linea esclusiva ed esaustiva dalle decisioni del Commissario straordinario che non contemplano alcun momento di verifica pubblica e discussione democratica. Chiaro che un approccio di questo tipo converte la questione della emergenza rifiuti in una questione di “ordine pubblico”, trasformando i cittadini di Napoli e della Campania (che protestano vivamente e giustamente) in soggetti colpevoli, mentre, invece, costituiscono la parte lesa.

Il sistema vizioso che, per sommi capi, abbiamo illustrato trova una felice condensazione nella relazione della Commissione parlamentare di inchiesta del 2007: “Un ciclo centrato sulle discariche, oltre che contrario alla normativa europea, è in realtà un non-ciclo. Esso rappresenta la perpetuazione del sistema tradizionale di smaltimento dei rifiuti in Campania, con una novità non di poco conto: la possibilità di utilizzare i poteri extra ordinem propri dell’istituto del commissariamento. Il che ha significato una progressiva estromissione dai circuiti gestionali degli ordinari meccanismi di controllo”.

Facendo una analisi comparata tra costi e risultati, la situazione appare parimenti drammatica. Secondo la Corte dei conti, con riferimento al periodo 1997-2002, la struttura del Commissariato straordinario è costata ben 282 milioni di euro per consulenze pagate a peso d’oro, consorzi fantasma, assunzioni inutili, appalti e raggiri contabili di ogni tipo, a fronte della totale “incongruenza dei risultati ottenuti”.

Vediamola più da vicino questa “incongruenza”:

  1. l’intera Campania è diventata una discarica a cielo aperto;
  2. in provincia di Napoli la situazione è catastrofica: montagne di rifiuti sono in decomposizione ovunque, da Agnano a Secondigliano e passando per la circumvallazione esterna;
  3. altrettanto dicasi per l’area casertana limitrofa a quella napoletana: cumuli di sacchetti, quantità enormi di frutta e avanzi di pesce o macelleria che fermentano al sole, liquami nauseabondi che appestano l’aria, insetti e topi in ogni dove.

Ma possiamo parlare semplicemente di incongruenze, al cospetto della messa a punto e del perfezionamento di un apparato che resiste ed evolve nel tempo? In realtà, la situazione di emergenza creata intorno alla gestione dei rifiuti era ed è funzionale ad interessi e poteri ben individuati e individuabili. Il perseguimento di quegli interessi ed il consolidamento di quei poteri, dunque, richiedeva e richiede il mantenimento della situazione di emergenza. Emergenza permanente è qui qualche cosa di più di un ossimoro: è un dispositivo letale che scandisce il tempo ed occupa lo spazio. Cerchiamo di tracciarne, in breve, i meccanismi politici portanti.

La creazione di una situazione di emergenza permanente ha una sua logica interna, anche sul piano strettamente ordinamentale. I poteri di deroga conferiti ai vari Commissari straordinari sono stati il vettore principale non tanto della sospensione della norma, quanto della sua ritraduzione speciale, secondo interessi particolaristici. La norma non è stata sospesa; bensì decostituzionalizzata. Cioè: specializzata nella legittimazione di poteri particolaristici. Con i poteri di deroga si è finito con legittimare non solo le organizzazioni criminali (cosa, del resto, non nuova nella storia dello Stato unitario), ma soprattutto apparati di potere che proliferavano e proliferano all’interno della macchina politico-istituzionale e produttiva.

La decostituzionalizzazione della norma non costruisce uno “Stato duale” o una costituzione materiale in antitesi a quella formale. Sposta, invece, l’ordigno statuale e le pratiche di governo verso l’universo plumbeo della fagocitazione delle pratiche di legittimazione. Decostituzionalizzazione senza costituzione: ecco il campo entro cui hanno agito il decisore politico e l’attore di governo nella gestione dell’emergenza rifiuti. Col che la legge speciale è stata costituzionalizza e i poteri di deroga si sono proposti come poteri sovrani.

Qui il sovrano può finalmente permettersi di fare a meno della costituzione, senza soffrirne sul piano della legittimazione attiva e passiva. Finalmente, la costituzione può rimanere senza sovrano, senza che la decisione ne patisca; anzi. La cesura tra “potere costituente” e “potere costituito”, che ha sempre arrovellato la mente dei teorici della sovranità e del diritto, viene qui finalmente colmata: il potere costituito si pensa e costruisce come costituente proprio attraverso la decostituzionalizzazione della norma. In questo modo, il circolo della autoreferenzialità del ‘politico’ tracima dai confini che aveva finora esperito:

  1. il potere costituito si ritiene attore legittimato alla deroga alla norma;
  2. nella deroga alla norma si costruisce come potere costituente;
  3. cosicché, per definizione, si autorappresenta sempre come potere legale e potere legittimo.

Più esattamente ancora: la legittimità è qui una proiezione meccanica della legalità. Vale a dire: il potere più si legalizza in maniera derogante, più si rappresenta come potere legittimo. È, cioè, potere legittimo, a misura in cui si pensa ed agisce come potere governante. Ma più governa e più spezza, alle radici, i fili della legittimazione democratica. La sua autolegittimazione è qui pari solo alla sua deresponsabilità: nel senso che non risponde delle sue scelte, a cui attribuisce una valenza oggettivata e oggettivante. Le opzioni del potere governante acquisiscono il significato di un inderogabile atto dovuto; sui cittadini e le altre istituzioni ricadono, invece, come comandi imperativi. Qui il potere di deroga viene fondato proprio sulla presunta inderogabilità dall’obbligo di governo, di cui ora il sovrano si sente circonfuso.

Non a caso, il ciclo dello smaltimento dei rifiuti, come riconosciuto dalla stessa Commissione parlamentare di inchiesta, è un non ciclo. Allo stesso modo con cui il regime di emergenza permanente è una non emergenza, ma risultato e conseguenza di strategie e processi decisi da attori che si sono autolegittimati come sovrani incontrastati del territorio e della sfera pubblica. Questi meccanismi non potevano che partorire la contrazione degli spazi della discussione democratica e la criminalizzazione dell’opposizione popolare alle discariche. Come si è puntualmente verificato. Autoreferenzialità e simulazione del ‘politico’ stringono qui la democrazia in un abbraccio mortale, in uno scenario inedito che coniuga barocco con postmodernità.

2. Geografie della disuguaglianza ed etica della salute

L’emergenza rifiuti che abbiamo raccontato è la risultante non solo di commistioni di interessi tra istituzioni, politica, imprenditoria e organizzazioni criminali; è anche l’erede legittimo di incompetenze tecnico-professionali che hanno potuto proliferare perché, a loro volta, prodotto di una cultura dell’impossessamento dei beni pubblici. Nella fattispecie, il bene comune primario disprezzato è la vita dei singoli, della collettività, dell’ambiente circostante e di tutte le sue forme di vita.

L’emergenza rifiuti si è, ben presto, prolungata in emergenza ambientale, attentando alla salute dei cittadini, inquinando le falde acquifere e avvelenando terra e aria. Si tratta, come si vede, della lesione di diritti fondamentali, come tali riconosciuti e protetti dalla costituzione repubblicana. Discariche, rifiuti tossici, inceneritori e termovalorizzatori non a norma, cave dismesse e riusate insediano ed espandono gli anelli concentrici di una geografia della catastrofe.

Le popolazioni interessate da questa geografia sono esposte a complesse miscele di agenti inquinanti: qui il territorio e i cittadini sono stati sottoposti ad una pressione ambientale inaudita. La complessità di tali agenti e degli eventi a loro collegati mal si presta alla determinazione di inferenze causali dicotomiche: postulare nessi di causazione dicotomici (del tipo assenza/presenza) è oltremodo difficile.

Gli studi di epidemiologia ambientale, però, sono in grado di stabilire, con sufficiente approssimazione, un “gradiente continuo di interpretazione”, attraverso cui è agevole pervenire alla mappatura delle aree di rischio emergenti e delle loro costanti di esposizione. La valutazione all’esposizione ad inquinanti ambientali è, del resto, uno dei principali elementi critici dell’epidemiologia ambientale e del risk assesment.

Il punto è qui quello della progressiva individuazione delle causali di inquinamento di origine antropica. Nel nostro caso, si tratta di identificare e valutare quelle sorgenti di inquinamento ambientale di tipo puntiforme, all’interno delle quali rientrano gli inceneritori e le discariche dei rifiuti. Procedendo in questa direzione, ricaviamo una geografia della contaminazione ambientale perfettamente sovrapponibile alla geografia delle discariche e degli inceneritori. Grazie al connubio contaminazione/discariche, la localizzazione del rischio si sovrappone alla localizzazione delle discariche.

Il nesso tra catastrofe ambientale e catastrofe umana nasce da qui. La presenza di fattori tossici e cancerogeni, derivati dall’incenerimento e dallo smaltimento illeciti dei rifiuti, penetra le principali fonti di vita: aria, acqua e suolo. L’emissione di sostanze altamente tossiche, come la diossina e gli idrocarburi aromatici policiclici, si dispiega e consolida in un ciclo di inquinamento che va gradualmente allargando l’intensità e il perimetro della sua azione.

I riflessi sulla salute dei cittadini residenti non si fanno aspettare: l’aumento della mortalità per cancro e gli aborti spontanei per anomalie congenite sono le punte estreme di questo attentato alla salute pubblica. L’inalazione o contatto termico con la diossina, i sali di ammonio e alluminio, gli idrocarburi aromatici policiclici possono produrre un danno irreparabile alla salute. Si tratta di cancerogeni in grado di determinare mutazioni del DNA, provocando la trasformazione neoplastica delle cellule.

Inoltre, ma non secondariamente, alla contaminazione provocata dagli inceneritori e dalle discariche va associata la pullulazione di specie biologiche estremamente pericolose per la salute umana: batteri e parassiti. A sua volta, la presenza di batteri e  parassiti è causa della proliferazione di “ospiti intermedi” e vettori quali ratti, gabbiani e insetti, i quali sono portatori potenziali di patologie virali.

Nel cosiddetto “triangolo della morte” (Nola/Marigliano/Acerra), sin dal 2002, è stata rilevata una preoccupante crescita della mortalità per cancro (al colon, al fegato e al retto), per leucemia e linfoma. Uno studio pilota commissionato dal Dipartimento della Protezione Civile alla Organizzazione Mondiale della Sanità, presentato nel 2007 e incentrato sull’impatto dei rifiuti urbani sulla salute umana in Campania, ha concentrato la sua attenzione:

  1. sulla mortalità per tumori nelle province di Napoli e Caserta, nel periodo 1994-2001;
  2. sulle malformazioni congenite nelle province di Napoli e Caserta nel periodo 1996-2002.

Ebbene, lo studio ha identificato un’area all’interno della quale i tassi di mortalità generale e i tassi specifici per diverse patologie tumorali sono particolarmente elevati rispetto alla stessa media regionale. Questa zona comprende:

  1. alcuni comuni della parte Sud-orientale della provincia di Caserta: Aversa, Capodrise, Casagiove, Casal di Principe, Caserta, Castel Volturno, Marcianise, San Cipriano d’Aversa, Santa Maria Capua Vetere, San Nicola la Strada e Villa Literno;
  2. altri comuni ad essi limitrofi della parte settentrionale della provincia di Napoli: Afragola, Arzano, Caivano, Casoria, Frattamaggiore, Giugliano in Campania, Marano di Napoli, Marigliano, Melito di Napoli, Mugnano di Napoli, Pomigliano d’Arco, Sant’Antimo e Volla.

Disaggregando i dati per genere, la mortalità per tutte le cause è risultata in eccesso significativo per gli uomini nel 19% dei comuni della provincia di Caserta e nel 43% dei comuni della provincia di Napoli; per le donne, nel 23% dei comuni della provincia di Caserta e nel 47% dei comuni della provincia di Napoli.

Per quanto concerne le malformazioni congenite, sono state identificate le seguenti aree:

  1. l’area Sud della provincia di Caserta (parte dell’Agro Aversano e del litorale Domitio Flegreo), dove si è riscontrata una incidenza in eccesso per le anomalie urogenitali;
  2. l’area di Napoli e il suo Nord-est, dove si sono rilevati incrementi di malformazioni totali, cardiovascolari e, in misura minore, urogenitali;
  3. gran parte dell’ASL Napoli 5, dove si segnalano preoccupanti livelli di malformazioni totali e cardiovascolari, con una meno allarmante incidenza di malformazioni degli arti. 

Lo studio pone in evidenza che le zone a maggior rischio di mortalità e malformazioni coincidono con quelle in cui sono presenti discariche e depositi di rifiuti abbandonati. Che l’alto tasso di mortalità e malformazioni sia causalmente riconducibile alla sola azione inquinante prodotta dalle discariche e dagli inceneritori non è scientificamente asseribile. E tuttavia, rimane la necessità di stimare con estrema cura l’impatto ambientale delle discariche e degli inceneritori.

Al centro dell’analisi e dell’intervento va messa la relazione tra esposizione e malattia. Ciò significa che anche laddove non è possibile dedurre inferenze causali dicotomiche, è necessario, attraverso un gradiente di interpretazione via via più elastico e puntuale, proporre letture del rischio ed attivare strategie di riduzione progressiva della contaminazione, a tutela della salute dei cittadini. La lettura del rischio va localizzata, come vanno localizzate le strategie di riduzione, poiché le contaminazioni sono localizzate.

Ma sussistono altri ordini di necessità, non meno cogenti e stanno tutti dentro il nesso etica/equità.

Se tratteggiamo la mappa dell’esposizione alla contaminazione, immediatamente rinveniamo che essa disegna anche la mappa della povertà e della disuguaglianza sociale. Una popolazione più è in basso nella scala sociale ed economica e più si trova esposta ad agenti inquinanti: più patisce la pressione della discriminazione sociale e più è sottoposta alla pressione ambientale. Nelle sacche della povertà e dell’esclusione prosperano (anche) i fattori della contaminazione ambientale. Su queste basi germinano il cinismo e l’indifferenza del decisore politico verso la vita e la dignità di fasce di popolazione e strati sociali costretti, loro malgrado, a vivere nel e dell’inquinamento ambientale. Ridotti a sottoclassi senza valore, vedono la loro stessa vita perdere senso e valore.

L’azione politica e le decisioni dell’attore politico avrebbero qui l’obbligo di ispirarsi ai princìpi di responsabilità ed equità. Al contrario, il regime delle deroghe instaurato e consolidato dall’attore di governo, come abbiamo visto, si è recintato e protetto col principio di irresponsabilità.

I processi di esclusione e discriminazione sociale “integrano” gruppi sociali e di popolazione in aree periferiche ad alto tasso di pressione ambientale. Ciò rende indifferibile coniugare l’equità sociale con la giustizia ambientale, per il ripristino degli ecosistemi naturali violati e contaminati. L’istanza di equità, collegandosi alla giustizia ambientale, riconduce direttamente al diritto alla salute.

Ora, il diritto ad essere sani, come ci ricorda Amartya Sen, è non solo eguaglianza di opportunità di fronte alle cure e alle risorse sanitarie; è anche e soprattutto elevamento del grado di salute effettivamente raggiunto. Cioè: tutti debbono avere le medesime opportunità di cura, ma cure differenti, a partire dalla situazione differente in cui vivono, in modo che a tutti sia garantito di vivere una buona salute. Dove le condizioni epidemiologiche sono peggiori, l’intervento per il diritto alla salute deve essere più intenso e approfondito. Lì, cioè, vanno investite più risorse sanitarie ed apprestata più cura. È intorno a questi argomenti che Sen elabora il concetto di equità della salute.

L’inquinamento eccessivo e/o concentrato in zone specifiche di povertà costituisce una ingiustizia sociale. Si fa patire un’ingiustizia ancora maggiore, non decontaminando le aree inquinate. In quest’ottica, l’epidemiologia ambientale è uno strumento di equità ed eticità, rispetto alle generazioni viventi e, ancora di più, quelle future. Emerge qui l’esigenza di prendere le distanze dai modelli di decisione e azione politica che abbiamo sottoposto a critica nel paragrafo precedente. Si tratta di superare la “sindrome del pistolero” che, così, marcatamente li caratterizza e il cui deficit democratico maggiore sta nel costruire l’azione soltanto attraverso il proprio linguaggio e la propria argomentazione. Decisioni univoche e scarsamente discusse si traducono in azioni inefficaci, inefficienti, se non controfattuali: non fanno altro che accumulare lentamente la massa dei problemi, fino alla loro esplosione rovinosa. Aprire l’orizzonte della discussione riconduce i linguaggi della politica ai linguaggi dell’eguaglianza, la democrazia alla argomentazione deliberativa, la giustizia ambientale all’etica della salute.

3. Uno sguardo sulla mobilitazione contro le discariche

La mobilitazione collettiva contro le discariche è un composto di elementi storici, politici, culturali ed etici assai complessi. In parte, costituisce l’irruzione nelle pieghe della contemporaneità di motivi antichi presenti nella ribellione meridionale contro i poteri costituiti; per il resto, stratifica elementi culturali e politici inediti, strettamente avvinti alla mobilitazione che in questo ultimo decennio sta attraversando il pianeta. Fuori da quest’ultima non è interpretabile e analizzabile, poiché senza di essa non sarebbe mai stata quello che è. Nel contempo, però, non si sovrappone perfettamente ad essa: non coincide esattamente con i suoi tempi e nemmeno con i suoi spazi.

Ora, soprattutto in tema di mobilitazione collettiva, non possiamo dare per presupposta l’unità dello spazio globale. Anzi, siamo obbligati a rintracciare le scansioni multiluogo e multitempo di questo spazio: pur contenendo, assorbendo e dando vita alla mobilitazione in ogni angolo sperduto e remoto del pianeta, esso non ha una natura totalizzatrice, ma disseminatrice. Questo è un elemento di forza e potenza e, insieme, di friabilità e corrosione. La forza e la potenza risiedono nel fatto evidente che nessun fenomeno di azione e mobilitazione collettiva è collocabile fuori dello spazio globale; la friabilità e la corrosione dipendono dalla circostanza altrettanto evidente che le differenze e le distonie tendono a creare campi di frizione e divisione. Tutti questi elementi, ricombinati insieme, chiariscono meglio un punto di partenza irrinunciabile: la ricomposizione globale della mobilitazione collettiva non è una meta da perseguire, ma un progetto astratto da cui allontanarsi.

Ciò detto, è necessario configurare, almeno in prima approssimazione, il tratto distintivo della mobilitazione collettiva contro le discariche, mantenendo ben fermo il suo ancoraggio alla mobilitazione che coinvolge l’intero pianeta. Per far questo, occorre partire dalla delimitazione delle logiche e delle dinamiche che definiscono e conformano il suo spazio e il suo tempo.

Partiamo dalle coordinate spaziali e dalle sequenze temporali: la mobilitazione contro le discariche, entro un orizzonte geografico ben delimitato e secondo un incedere temporale ritmico, solleva il problema cruciale della relazione tra il potere, la vita dei singoli e della collettività e la salvaguardia degli ecosistemi naturali. Se, per una parte, si oppone alla intromissione dello Stato, della politica e del mercato nella regolazione della vita privata e collettiva, per l’altra, richiama una modalità altra di impiego delle risorse, di uso del territorio e di relazione con l’ambiente. Si fa portatrice diretta, attraverso pratiche di lotta, di nuove generazioni di diritti che riguardano il vivente in tutte le sue forme di esistenza. Non solo difende il diritto alla salute; ma organizza l’appropriazione del diritto alla vita; non solo combatte la contaminazione della natura e dell’ambiente urbano, ma organizza l’appropriazione del diritto alla giustizia ambientale; non solo si oppone a un potere autoreferenziale, ma si riappropria il diritto alla parola. Tanto per dare risalto ad alcuni dei suoi fuochi più pregnanti.

Il problema nasce nel momento in cui si passa alla disamina degli strumenti attraverso cui la mobilitazione contro le discariche elabora i propri discorsi e costruisce le proprie forme organizzative. È a questo livello, difatti, che il racconto della mobilitazione corre il rischio di divaricarsi dalla storia profonda che pure vive. Dove il rischio si avvera, è segno che la mobilitazione non sa ancora dirsi e darsi; il che pone l’obbligo di ascoltarla con un trasporto ancora più profondo.

Da un punto di vista squisitamente tecnico-organizzativo, la mobilitazione contro le discariche è in grado di azionare strumenti culturali e comunicativi avanzati: è assai diffuso, se non generalizzato, il ricorso a siti web, blog e forum di discussione. Per quel che concerne, invece, il discorso organizzativo, i modelli privilegiati sono i “Comitati di agitazione”, i “Comitati civici” e forme similari di organizzazione autonoma dal basso. Il repertorio delle forme di lotta, per parte sua, è vario: blocchi stradali, blocchi ferroviari, presidi, sit in e simili. Il bersaglio della mobilitazione, infine, non è univoco: l’attore politico-istituzionale, ai suoi vari livelli di espressione e responsabilità; bensì multifaccia: tutti i decisori e gli attori presenti a monte e a valle della questione rifiuti. Nel mirino delle lotte v’è tutto intero il sistema dell’emergenza permanente, inclusi i suoi dispositivi comunicativi e culturali di giustificazione e legittimazione.

Impattiamo qui in un primo limite della mobilitazione contro le discariche: le reti formali costruite non hanno saputo proiettarsi in reti comunicative informali dense, capaci di squarciare tutti gli universi della comunicazione sociale, per sottrarli e sottrarsi alla tirannia del mass media system. Origina anche da qui l’isolamento comunicativo della mobilitazione, in virtù del quale essa ha occupato la scena solo nella forma negativa del ribellismo campanilistico, quando, invece, proprio e solo essa si poneva e pone a garanzia dei beni comuni. Dietro la cortina fumogena della mistificazione ideologica e comunicativa i poteri e le istituzioni dell’emergenza permanente hanno nascosto la loro vera natura:

  1. essi – non la mobilitazione collettiva – erano e sono a protezione di interessi particolaristici;
  2. essi – non la mobilitazione collettiva – erano e sono  depositari di una catastrofica cultura del progresso;
  3. essi – non la mobilitazione collettiva – erano e sono  collocati in orizzonte storico, politico e culturale anacronistico.

Proprio qui la mobilitazione contro le discariche ha pagato un pesante pedaggio alle tradizioni moderne dell’opposizione popolare meridionale: la mancata delineazione di un contraltare risolutivo dei vuoti, delle lacerazioni e delle palesi distorsioni dei sistemi di rappresentanza ufficiale. Per essere ancora più precisi: come già in passato, qui proprio i caratteri più avanzati delle lotte non riescono ad organizzarsi e rappresentarsi compiutamente. Rintracciamo qui gli effetti di un’onda di lunga durata che parte dal 1647 napoletano, il quale non riesce a proiettarsi come rivoluzione politica compiuta. Un’onda che si spinge fino alle occupazioni delle terre del secondo dopoguerra, le quali non riescono a sottrarsi alla smobilitazione della “riforma agraria” e ai tentacoli della macchina di potere del clientelismo politico. Un’onda che si incunea nelle lotte degli ultimi decenni del secolo, le quali non riescono a raccontare i loro mondi con linguaggi innovativi. Un’onda, infine, che si prolunga fino all’oggi, rendendo problematica la cooperazione alla costruzione di “un altro mondo possibile”. Rimontano da qui: ieri, le opportunità di strumentalizzazione conservatrice delle lotte popolari; oggi: le possibilità di mistificare e avvolgere nel silenzio comunicativo la mobilitazione contro le discariche.

Esaminando la mobilitazione contro le discariche da un’angolazione strettamente politica, ci accorgiamo agevolmente che essa mette il dito nella piaga della democrazia rappresentativa, all’interno del quale circuito i rappresentanti espropriano i rappresentati del potere decisionale. L’emergenza permanente e il regime delle deroghe intendono occultare questo dato: alla crisi della democrazia rappresentativa rispondono, conferendo decisioni sovraordinatorie all’attore di governo, contribuendo, con ciò, a situarlo al di là della costituzione formale e configurandolo come soggetto speciale della norma e dell’eccezione. L’attore di governo si specializza come sovrano emergente e, dunque, fa dell’emergenza permanente la sua fonte di legittimazione. Dove l’emergenza è in crisi, là deve reinventarla, per reinventare e riprodurre il suo potere.

L’opposizione popolare alle discariche smaschera questo processo di occultazione e sradicamento delle fonti della legittimazione democratica. Ma alla crisi della democrazia rappresentativa non sa opporre altri modelli di democrazia, poiché non riesce ad emanciparsi completamente dagli effetti di lunga durata delle culture che, dalla modernità in avanti, hanno caratterizzato l’opposizione meridionale contro i poteri costituiti. Pur sollevando i temi brucianti del diritto alla vita, della responsabilità rispetto al pianeta e al futuro, le lotte contro le discariche subiscono la crisi della democrazia rappresentativa, anziché uscirne. Il loro orizzonte di senso si spezza tra “municipio” e “piazza”. Non riescono a trasformare la “piazza” in “nuovo municipio”: luogo aperto della deliberazione e della decisione politica. Non possono, dunque, trasformare il “municipio” in agorà comunicativa, oltre ogni confine territoriale e temporale e, dunque, pulsazione vitale dei movimenti che in tutto il pianeta si oppongono al cinismo e all’amoralismo dei poteri globali. La contemporaneità della mobilitazione contro le discariche, prima ancora che essere accerchiata dal sistema dell’emergenza permanente, è depotenziata dalle persistenze del passato che la imbavagliano dall’interno.

Una delle conseguenze più deleterie di questo deficit di base è la mancata costruzione di una sfera pubblica globale, incentrata sui temi caldi pur individuati dalla mobilitazione contro le discariche. La società civile che legittimamente prende parola e si oppone alle discariche non emerge come società civile globale che agisce localmente: non riesce ad organizzare e comunicare il diritto alla vita, alla salute e al futuro come diritti globali che riguardano non solo tutti gli esseri umani, ma anche tutte le forme di vita. Nel suo patrimonio genetico questo patrimonio è ben presente; ma non emerge dai suoi racconti. Cosicché la spirale dei poteri dell’emergenza permanente e la catastrofe delle forme urbane la inghiottono, togliendole la parola. I processi di gentryfication fanno il resto, seppellendo nelle periferie sottoclassi marginali di nuovo conio, ampliando le nuove geografie urbane della disuguaglianza e facendo crescere il numero dei diseredati che abitano lo spazio contaminato. Il pendolarismo urbano è, per lo più, diventato pendolarismo contaminante: gli spostamenti delle sottoclassi marginali avvengono, in gran parte, da uno spazio contaminato all’altro. La circostanza offre un motivo ai poteri, per avversare e recludere in circuiti chiusi gli abitatori degli spazi contaminati.

La morfologia dello spazio urbano subisce una mutazione di rilievo, per effetto della dislocazione di sottosistemi territoriali contaminati che si distribuiscono, secondo una logica puntiforme, in tutte le aree di esclusione e marginalità sociale. Il cuore urbano ha ora periferie al suo interno, oltre che ai suoi bordi. Da qui la necessità inderogabile della sua crescente protezione e immunizzazione dai luoghi, dagli agenti e dai portatori fisici della contaminazione. Anche da questa inderogabilità nasce il regime delle deroghe comandato dal sovrano dell’emergenza.

Proprio perché la distribuzione della spazio contaminato segue questa dinamica di processo, riesce difficile alla mobilitazione spezzarne l’ordine del discorso. Quali abitatori dello spazio contaminato, i molteplici soggetti che si oppongono alle discariche devono fare i conti con la necessità di declinare nuovi linguaggi espressivi e nuove forme di mobilitazione comunicativa. Lo spazio contaminato è, per definizione, lo spazio del silenzio ineffabile e della parola equivoca. Decontaminare lo spazio vuole, perciò, dire decontaminare linguaggi, racconti, sguardi e politiche.

Le strutture della città contengono e, insieme, respingono le strutture dello spazio contaminato. Perciò, gli abitanti delle città sono accanto e contro gli abitanti dello spazio contaminato, nonostante tutti siano segnati e scossi proprio dallo spazio contaminato. È difficile sentirsi abitanti della città, essendo abitanti dello spazio contaminato. È difficile sentirsi abitanti dello spazio contaminato, essendo abitanti della città. Da questa primaria difficoltà di relazione nasce l’ostacolo principale alla costituzione di una agorà comunicativa globale.

Il punto è che ognuno e tutti siamo abitanti dello spazio urbano e, contemporaneamente, dello spazio contaminato. La scissione dello spazio corrisponde a una scissione delle soggettività e dei comportamenti collettivi, tra contaminazione e decontaminazione. La scissione è, dunque, anche una frattura comunicativa: su di essa ha costituito le sue fortune il regime dell’emergenza permanente e, perciò, l’ha riprodotta su una scala progressivamente più ampia.

I luoghi contaminati non assumono alcuna fluidità; ma irrigidiscono lo spazio e il tempo. Sono luoghi e tempi di cattività in espansione, entro cui sono solidificate e aggiogate le sottoclassi della globalizzazione. Tutti i veleni dell’ambiente e del legame sociale imploso sono concentrati lì. Se l’emergenza rifiuti produce liquame tossico che filtra i suoi veleni nelle falde acquifere e contagia i corpi e l’aria, il regime politico dell’emergenza permanente intossica tutti i rapporti socio-umani e fa della relazione di potere il virus per eccellenza. Le nuove classi alte si proteggono e immunizzano contro le nuove sottoclassi: i destini delle prime si scindono coattivamente dai destini delle seconde. Il regime dell’emergenza permanente si mostra qui per quello che è veramente: esercizio di desolidarietà virale. La mobilitazione contro le discariche non si assesta a questo livello di profondità e, dunque, non è in grado di produrre gli anticorpi contro i virus della relazione di potere.

Qui è un’autoreferenzialità di tipo sistemico che produce virus; allo stesso modo con cui i virus disseminano e confermano circuiti autoreferenziali. V’è un effetto corruttivo non secondario collegato al sistema autoreferenziale dell’emergenza permanente: a misura in cui funziona e sparge i propri veleni, tende ad ingabbiare dentro circuiti autoreferenziali anche le sue vittime e i suoi oppositori potenziali. E difatti, l’opposizione alle discariche rimane, in gran parte, prigioniera dentro il proprio circuito autoreferenziale. Ecco perché le sue azioni ed i suoi linguaggi non riescono a creare l’agorà comunicativa globale.

Il potere di fusione della modernità, di cui ci ha ampiamente parlato Zygmunt Bauman, passa qui attraverso l’avvelenamento delle forme di vita, a partire dalla vita umana. Non assistiamo qui alla trasformazione dei corpi solidi in elementi liquidi; piuttosto, all’esposizione dei corpi solidi alla morte per contaminazione. A questo incrocio, il sovrano dell’emergenza permanente dispensa il suo potere come facoltà di condannare alla reclusione entro uno spazio contaminato. Cioè, condanna a vivere l’anticipazione della morte. Come dire che gli spazi della vita, in un movimento coattivo unico, vengono deprivati di tempo. I luoghi della contaminazione sono spazio senza tempo e, insieme, tempo senza spazio. L’inquinamento dello spazio/tempo sociale e personale costituisce il lento accumulo di un dolore debilitante destinato a soccombere, se chi subisce questa offesa estrema tarda a trovare l’antidoto giusto.

4. La lezione del presente

Mettiamoci, ora, a scuola della mobilitazione contro le discariche, per apprenderne la lezione. Ciò richiede un mutamento di atteggiamento nei confronti del presente, in particolare da parte del pensiero. Come già indicava Kant (“Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo”, 1784), è necessario condurre il pensiero fuori dalla “condizione di minorità”, mettendolo in cammino verso la libertà. Lo sguardo del pensiero deve farsi sguardo del presente. Il pensiero, cioè, deve essere articolazione vibrante e vitale del presente: non formarsi a cose fatte, ma provenire dalle cose stesse; non  limitarsi al giudizio del passato, ma diventare critica del presente. In fondo, in senso kantiano, emancipazione dalla minorità vuole dire soprattutto questo.

Se ci avviamo lungo queste piste di ricerca, ci rendiamo ben conto che il pensiero non può limitarsi a raccogliere le tracce della freccia del tempo; è esso stesso traccia del tempo. E, dunque, nel tempo deve impegnarsi. Tale responsabilità è coniugata sempre nel tempo presente, quanto più anela al futuro. Il tempo non solo esiste ora; esiste anche sempre. Questo non significa che esiste sempre e solo l’eterno presente; ma che è sempre nel presente che le cose iniziano a mutare, anche quando quel presente è passato. La concentrazione di passato che si condensa nel presente sta proprio nelle metamorfosi di cui il passato è stato origine. Il presente in mutamento è, così, cifra tanto del passato che del futuro.

Ciò che non respira il mutamento del presente verso la libertà finisce con l’inaridirsi; ciò che si oppone al mutamento del presente verso la libertà cristalizza il tempo e le forme sotto il comando delle relazioni di potere. Ma, così, la relazione di potere cristallizza anche se stessa e inclina verso pure forme di dominio: le regole dell’arbitrio finiscono con l’essere la norma imperativa che comanda il tempo. Diventando e diventato dominio, il potere cessa di essere relazione, corroso dalla volontà di potenza che lo inquina dall’interno.

Come ci ha esemplarmente mostrato Foucault, è proprio l’impatto contro i “punti di resistenza” che consente al potere di perpetuarsi nel solco dell’innovazione dei suoi ordigni e delle sue strategie. Nel contempo, i “punti di resistenza” indicano, in potenza, la condizione di permanente precarietà e instabilità del potere. Da qui la necessità del potere di regolare la resistenza, nutrendosi di essa. La resistenza sfida il potere, esattamente come il potere sfida la resistenza. La sfida è vinta da chi sa farsi “obbedire” dall’altro, decostruendone le domande e smobilitandone le strategie. Dalla resistenza nasce la lotta; nella lotta, la relazione di potere si riplasma e rimodella. Dove la resistenza non riesce a sconfiggere quest’azione di rimodulazione del potere, là è perduta e là la relazione di potere si perfeziona.

Le radici ribelli della resistenza, anche nella sconfitta, continuano a covare sotto la cenere. Per ritornare a infiammarsi, però, debbono dare forma a un nuovi corpi ribelli: cioè, prendere commiato dai corpi sconfitti, per poterne continuare il cammino. Come diceva l’ultimo Foucault, la resistenza ha una qualificazione creativa. Tuttavia, la sua morfogenetica, come quella della relazione di potere, non è data una volta per tutte. Anzi, più i cicli della resistenza riescono ad eccedere il loro senso ed a trapassare verso forme di ribellione creativa, più va in crisi la relazione di potere e più viene riaperta la scena della storia.

C’è un luogo dell’analisi di Foucault che è sorprendentemente vicino al tema che stiamo qui discutendo. Per lui, la “plebe” non è una categoria riconducibile allo stigma che promana dal “giudizio colto”. Al contrario, indica un che di enigmatico, istintivo e continuamente insorgente che si sottrae alla relazione di potere. Se rimaniamo ancorati alla lettura tradizionalista e anche illuministica della “plebe”, ci precludiamo, in partenza, la comprensione dei fenomeni che eccedono le categorie di analisi preconfezionate con cui siamo soliti leggere la realtà. Ci può, quindi, capitare (come già ai riformatori del ‘600 e agli illuministi del ‘700) di non arrivare al cuore e all’anima dell’opposizione popolare al potere. Col risultato di regalare questa opposizione alle manovre e alle strategie di rimodulazione della relazione di potere. Qui, come aveva intuito Foucault, la “plebe” segna il limite e l’inverso della relazione di potere: il contraccolpo che corrisponde ad ogni avanzata del potere, per svincolarsene.

Se coniughiamo Foucault con Canetti, possiamo ben dire che la resistenza è l’estremo limite all’espansione del potere, il luogo nel quale la sua sopravvivenza è messa in gioco e in questione. E dunque, la resistenza crea un controcampo e un controcanto: il potere fa più fatica a far sopravvivere i suoi apparati di controllo laddove la resistenza ha creato, con maggiore energia, forme di vita che si sottraggono alla sua tirannia. Nelle lotte contro le discariche abbiamo cercato di individuare proprio questo controcampo e questo controcanto; nel contempo, ne abbiamo identificato i rilevanti limiti interni. Ciò spiega perché quelle lotte non siano state completamente zittite. Parimenti, spiega perché non sono state in grado di mettere in crisi la relazione di potere che l’emergenza permanente aveva intanto rimodellato.

Ma, ora, la dialettica circolare di opposizione che si instaura e sviluppa tra la relazione di potere e la resistenza non è rappresentabile nelle movenze speculari che si trasmettono tra azione e controazione, mossa e contromossa. Reperiamo in atto, piuttosto, un sistema vitale complesso che non è riconducibile alla dialettica lineare stimolo/risposta. Ciò per il buon motivo che già in ogni azione è contenuto l’assorbimento di una controazione e già in ogni mossa giace la metabolizzazione di una contromossa; e viceversa. Non ci troviamo, insomma, di fronte ad un “corpo a corpo” eterno; ma ad una “guerra di movimento”, in cui l’uno si nutre delle strategie e della sconfitta del corpo dell’altro. Il corpo del potere qui non è riproducibile in eterno nelle forme date; come non lo è quello della resistenza. La dialettica circolare tra potere e resistenza è spezzata, laddove il presente cambia il volto della storia e la storia muta il presente. Qui è l’irruzione del discontinuo che fa saltare il metabolismo costruito dal legame di coappartenenza tra relazione di potere e resistenza. L'irruzione porta con sé un tempo altro che costituisce il salto della resistenza oltre i propri confini e, dunque, oltre i confini del potere. Sganciandosi definitivamente dal proprio involucro e proseguendo il proprio cammino, la resistenza si stacca da sé, nel senso che si supera. Superandosi, manda in cortocircuito la relazione di potere: struttura se stessa, destrutturando il potere. La crisi del potere vive qui come illuminazione del presente: il presente che si illumina è il tempo che oscura il potere. Del presente illuminato la resistenza non è che una scintilla aurorale.

Come aveva ben colto Benjamin (e ci appena fatto scoprire Giacomo Marramao), il tempo è attesa dell’azione che rivoluziona l’attimo. Il mutamento che comincia e continua dal presente è l’attesa che il tempo istante apre al mondo. Calandosi nei varchi predisposti dalle mutazioni dell’istante, i soggetti ribelli della resistenza e della speranza afferrano la loro libertà nella libertà del mondo. Il tempo istante si separa dal passato, proprio nell’atto di accoglierlo; nel contempo, avvolge il futuro, cominciando a costruirlo. Nel tempo istantaneo irrompe, così, il tempo altro. La continuità del metabolismo potere/resistenza è scardinata dalla discontinuità del tempo della libertà. Qui, diversamente da quanto asserito da Baudrillard, non si tratta di “dimenticare Foucault”; più propriamente, è questione di andare oltre. Ma si può andare oltre, proprio attraversando Foucault.

(aprile-maggio 2008)

Nota 

(*) Si riportano quattro degli otto paragrafi che compongono una Relazione presentata il 20 maggio 2008 nel corso del Seminario "Topografie dello spazio sociale", coordinato e diretto dal prof. Antonello Petrillo presso l'Università degli Studi "Suor Orsola Benincasa" di Napoli.

Riferimenti bibliografici essenziali

A) Le considerazioni argomentate nel testo, in larga parte, concludono un lavoro di ricerca iniziato nella seconda metà degli anni '80; di questo lavoro si richiamano qui i passaggi principali:

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