DALLA CRISI DEI DIRITTI AL BISOGNO DI NUOVI DIRITTI.
INTRODUZIONE A UNA RICOSTRUZIONE POSSIBILE (*)

1. Oltre gli interessi

Fino agli anni Settanta, la divisione del lavoro evocava processi di riorganizzazione tecnica e produttiva, attraverso la parcellizzazione funzionale delle mansioni e l’automazione crescente. Il lavoro era, sì, parcellizzato, ma rimaneva pur sempre riconducibile alla forma prevalente della subordinazione. Frazioni e frammenti di lavoro subordinato si specializzavano in mansioni sempre più semplificate e ripetitive, tra di loro interdipendenti.

Dagli ultimi decenni del Novecento, il lavoro subordinato è stato trasfigurato. La risultante di rilievo, per l’ordine del discorso che ci accingiamo a fare, è che, a questa soglia storica, è saltato l’universalismo del lavoro subordinato. Caduta definitivamente la centralità del lavoro subordinato, campeggia ora la pluralità delle subordinazioni. Ciò ha contribuito a connotare la globalizzazione con etichette peculiari. Se è vero che, dal corpo della subordinazione, le subordinazioni sono schizzate via, esplodendo come tanti elettroni impazziti, è altrettanto certo che il fenomeno ha messo in azione forme, sequenze temporali e contenuti estremamente mutevoli. Cercheremo di approssimare gli scenari in cui queste trasformazioni sono avvenute. Ciò che, in prima determinazione, emerge dal movimento della complessità globale del lavoro è la difficoltà crescente a rappresentarlo, sotto tutte le latitudini e le longitudini e con riferimento a tutte le sue forme. Il lavoro è sempre meno rappresentato, perché è sempre più difficile rappresentarlo. Le difficoltà sono innumerevoli, ma anche riconducibili a una matrice comune: il lavoro è diventato un multiversum che colloca asimmetricamente i soggetti lavorativi.

I soggetti del lavoro sono vittime della asimmetria allocativa esistente tra mercato del lavoro e produzione. Ora, è la posizione nel mercato del lavoro, non più quella nel processo produttivo, che decide la titolarità dei diritti e la loro durabilità. E nel mercato del lavoro non sono più deboli soltanto i lavoratori occasionali e marginali (i cd. “contingent workers”), ma anche i lavoratori dei centri nervosi della produzione (i cd. “core workers”).

La crisi dei diritti si trascina dietro la crisi della rappresentanza che, a sua volta, rende i diritti sempre meno garantiti. La rappresentanza del lavoro è stata sempre rappresentanza dei diritti: quando il mercato del lavoro taglia e vulnera i diritti, la rappresentanza non può che collassare. Questo è il caso, in particolar modo, delle aree periferiche dello sviluppo e/o di quelle sottoposte a regimi autoritari. È necessario muoversi alla ricerca non solo e non tanto dei diritti in crisi, ma dei diritti rimasti tagliati fuori dal circuito classico della rappresentanza. I diritti, cioè, che soffrono nel mercato del lavoro e che, perciò, sono labili nel circuito della produzione.

Nel processo produttivo e nel mercato del lavoro, la maglia dei diritti si va sempre più sfilacciando. Questo significa che il lavoro all’interno della produzione è sempre meno garantito; ma anche che vi entrano dentro le figure senza tutela intercettate e organizzate dal mercato del lavoro. Se i diritti sono espulsi dal processo produttivo, non li si può far entrare dal mercato del lavoro, la cui deregolamentazione catalizza la debolezza di tutte le figure lavorative. Quale relazione, dunque, instaurare tra produzione e mercato del lavoro, con specifico riguardo al discorso dei diritti?

Non sembra esservi alternativa, al di fuori del tentativo di riconnettere rappresentanza del lavoro con rappresentazione del lavoro. Ricordiamolo: la rappresentazione gioca le sue carte nella relazione con attori terzi (Stato e imprese); la rappresentanza descrive la parabola della difesa attiva e rigorosa degli interessi dei lavoratori. Progressivamente nel tempo, rappresentazione e rappresentanza sono andate divaricandosi. Sicché il sindacato, già nelle aree forti dello sviluppo, si è trovato a essere un attore debole nella concertazione con Stato e imprese, quanto più i meccanismi di rappresentanza dei lavoratori diventavano fragili. I due processi interagivano in negativo tra di loro, alimentando effetti perversi su larga scala. Quando, poi, si è tentato di porre la rappresentazione come base di recupero della friabilità crescente della rappresentanza, i risultati sono stati ancora più sfavorevoli, poiché sono cresciuti l’esposizione e l’isolamento con le controparti, tanto del sindacato che dei lavoratori.

Occorre ricongiungere in un quadro unitario le sfere della rappresentazione con quelle della rappresentanza. Non si tratta più di due dimensioni distinte nello spazio e nel tempo, ma ora un processo unitario recupera le funzioni di entrambe, amalgamandole. Partire dal mercato del lavoro significa rappresentare ciò che finora era irrappresentato, nonostante fosse presente, occasionalmente o stabilmente, nel processo produttivo. Partire dalla rappresentazione significa portare nel negoziato con gli attori esterni i diritti non di questo o quel soggetto forte, ma la pluralità dei diritti diffusi. La pluralizzazione delle subordinazioni agisce, così, come piattaforma storica della pluralizzazione dei diritti. Ed è la pluralizzazione dei diritti l’ambito di espressione entro cui operano rappresentazione e rappresentanza. La caduta dell’universalismo del lavoro subordinato svela, così, il suo lato virtuoso: diventa il passaggio intermedio per la pluralizzazione dei diritti del lavoro e dei lavoratori.

La pluralizzazione dei diritti, oltre l’universalismo giuridico: ecco la prospettiva che si affaccia. Il teatro di azione della globalizzazione acutizza oltremodo la crisi dei vecchi modelli della rappresentanza e della rappresentazione, in quanto essi sono funzionalmente incardinati sugli interessi. Hanno, quindi, una matrice economica che tende a proiettarsi sulle dimensioni sociali con politiche selettive, incentrate sui soggetti forti. I modelli (di rappresentanza e rappresentazione) basati sugli interessi non pagano più nella globalizzazione, perché la democrazia corporatista che li sottendeva e giustificava è, ormai, un ricordo del passato.

Nelle società globali, imperniate sulla produzione e circolazione dei flussi informazionali e comunicativi, sulla conoscenza e sulle identità multiple e differenziate, l'interesse diventa una categoria angusta, nonché una chiave categoriale arcaica, perché:

  1. nel ciclo produttivo sono implicate le sfere di vita dei lavoratori, non soltanto funzionalità e prerogative di tipo economico;
  2. non può essere elemento di rappresentazione della vastità dell'orizzonte della vita sociale e individuale e delle aspettative di senso dei soggetti;
  3. è sussunto sotto le ferree regole dell'economia e del 'politico'.

Occorre bypassare il filtro degli interessi, allora. Rappresentare deve cominciare a significare, fin da subito, porsi e andare oltre l'economico e il 'politico' e tutti i loro sottosistemi: cioè, incamminarsi oltre gli interessi. Solo così si può sperare di intercettare le forme di lavoro finora irrappresentate, affinché prendano voce e acquisiscano visibilità.

La composizione sociale entro cui si inscrive oggi il lavoro è quella della molteplicità e della differenza delle forme e delle figure lavorative. Rappresentare la molteplicità e la differenza non è dato, pretendendo di inchiodarle ai moduli universalistici degli interessi. I diritti che vanno ora esercitati sono diritti delle differenze, esattamente perché sono le differenze ora i soggetti della rappresentanza. O meglio: sono proprio le differenze che restano oggi da rappresentare, crollate come sono le figure sintesi e totalizzanti che hanno solcato e caratterizzato i cicli lavorativi tayloristi e fordisti e i modelli di società ad essi collegati; ed essendosi rivelati inadeguati gli stessi approcci postfordisti.

Vanno, quindi, riscritte non solo le tavole dei diritti del lavoro; ma anche e soprattutto quelle dei diritti di cittadinanza nelle società globali. Una cosa senza l'altra sarebbe priva di senso e orrendamente mutilata. Il carattere planetario dei processi di globalizzazione impone di disegnare, dai Nord ai Sud del mondo, nuove mappe dei diritti, inglobando passo dopo passo le nuove mappe dei conflitti. Dare spazio ai diritti vuole dire dare voce ai conflitti, affinché attraverso una dialogica costruttiva si creino nuovi campi di tensione e decisione globali, all’insegna della giustizia e del riconoscimento dell’identità altrui. Forse, qui si tratta anche di riprendere tra le mani i vecchi e nobili princìpi del cosmopolitismo, rielaborandoli in conformità delle nuove condizioni storiche e sociali.

È fuori di luogo che qui l'urgenza è quella di affermare modelli di cosmopolitismo delle differenze, a fronte dei quali perdono vigore le classiche distinzioni cittadino/straniero con tutti i loro corollari di nemicità e belligeranza. La coniugazione del cosmopolitismo all'insegna del primato delle differenze: ecco il compito nuovo con cui cimentarsi, intorno cui ridisegnare i diritti delle forme del lavoro oggi. Forme irrappresentate che qui riescono ad essere intercettate e valorizzate anche nel reticolo istituzionale, poiché assunte come forme e voci di libertà.

Non ha gran senso continuare a parlare della novità epocale dell'era digitale, senza pensare ed esperire forme inedite di rappresentazione e di cittadinanza. La pluralizzazione dei diritti del lavoro assegna alle organizzazioni che operano nel sociale (in primis, al sindacato) un nuovo mandato di rappresentanza, al di là della tradizionale divisione tra economia e politica. Si tratta di coniugare i (nuovi) diritti del lavoro con i (nuovi) diritti di cittadinanza, incidendo tanto nella sfera sociale che in quella politica.

2. Linguaggi e arene dei nuovi soggetti del lavoro

Riveste una fondamentale importanza la questione relativa ai linguaggi. È indispensabile recepire, da un lato, i linguaggi delle nuove forme del lavoro e, dall’altro, dare spazio ai linguaggi dei molteplici e differenti soggetti del lavoro disseminati per il mondo. Soprattutto a fronte di questa indifferibile esigenza, il metalinguaggio degli interessi si rivela inadeguato. Esso, difatti, cancellava e cancella progressivamente le differenze. La sua ragion d’essere principale era ed è, appunto, quella di inghiottire nel mare magnum dell’indistinto il fluire vitale del differente, in tutte le sue forme di manifestazione. La sua furia omologante estirpa e dissecca, alla radice, l’espansione della realtà secondo i propri percorsi di diversità.

Il presente del lavoro è in sofferenza, perché la società rimane chiusa ai suoi futuribili. O più esattamente: le società globali tentano di asservire i futuribili sociali alle ragioni economico-finanziarie del profitto e alle funzioni politiche del potere. Vengono, quindi, a mancare le libertà e i linguaggi perspicui che le descriva e metta in parola.

La situazione da cui partiamo è, così, descrivibile: il lavoro non parla, ma è fatto parlare dai linguaggi assertivi della globalizzazione ultraliberista. I soggetti del lavoro sono ammutoliti, attraverso l’evirazione dei loro diritti; in loro vece, parlano i codici automatici del linguaggio produttivo e del ciclo finanziario, attraverso servomeccanismi linguistici ben piantati agli snodi vitali in cui si generano e trasmettono informazione, comunicazione e decisioni.

Eppure, i sentieri lungo i quali le nuove forme e i nuovi soggetti del lavoro sono concretamente incamminati hanno aperto prospettive di estremo interesse, solo a voler essere fedeli alla loro integrità e originalità. Se ci liberiamo dai pregiudizi linguistici e dal condizionamento di questo o quel metalinguaggio, ben ci avvediamo che le nuove forme del lavoro e i nuovi soggetti del lavoro dislocano almeno tre nuove e fondamentali arene di significato:

1) arena cognitiva e produttiva:

  1. agire comunicazione, facendo produzione;
  2. agire produzione, facendo comunicazione.

2) arena socio-culturale:

  1. fare società, facendo cultura;
  2. fare cultura, facendo società.

3) arena cooperativa e socializzante:

  1. agire come produttori di sapere evoluto, fungendo quali intermediari di socializzazione;
  2. agire come intermediari di socializzazione evoluta, fungendo quali intermediari di sapere cooperativo.

Queste tre arene di significato consentono di attraversare le fratture spaziali e temporali, sociali e culturali delle differenze, senza eliminarle o rimuoverle. E ancora: permettono la messa in dialogo delle conoscenze e identità altere nella prossimità della cooperazione sociale. E infine: sono alla base della germinazione di nuove identità collettive e della rielaborazione di quelle individuali. Nei tempi storici della globalizzazione ultraliberista, caratterizzati da una ferina selezione delle specie socioumane superiori e dalla eliminazione per deprivazione dei diritti, fame, povertà e guerra di quelle inferiori, non il politesimo dei valori, ma la trasversalità culturale è la salvezza.

Cerchiamo di spiegarci meglio.

Nell’attualità storica, il lavoro sociale non è semplicemente caratterizzabile come lavoro cognitivo e comunicativo; ma più propriamente come creazione e comunicazione allargata di senso e di    identità multiple e mobili. La singolarità e centralità delle antiche forme e figure produttive si dissolve: le forme e le figure produttive sono ora une e molteplici. In ogni forma del produrre e riprodurre sociale si insediano le forme del comunicare. In ogni forma del comunicare alloggiano le figure e le forme del senso. I soggetti della produzione sono contemporaneamente soggetti della comunicazione, del senso e dell'identità: unicità e molteplicità nello stesso tempo.

L'unicità è data dall'impiego attivo dei nuovi saperi e delle nuove conoscenze implicate dalle tecnologie telematiche; la molteplicità sta nell'evidenza che queste nuove forme e figure produttive si scompongono e ricompongono in una pluralità di soggetti. Niente più della creazione e comunicazione di senso e identità reca il contrassegno della pluralità. Al punto che ogni singola unità/figura è sede di una molteplicità di funzioni cognitive, conoscitive e tecniche. Non solo non è più possibile pensare a una unità/figura in maniera autonoma e/o dissociata dalle altre; ma perfino ogni singola unità/figura è segmentata e connotata da una gamma di variabili culturali, tecniche e conoscitive.

Costruire e comunicare senso e identità divengono il centro di imputazione in cui si formano, crescono e agiscono i soggetti plurali della cooperazione sociale. Pluralità, molteplicità e multidimensionalità divengono i nuovi contrassegni dell'epoca. Appare evidente che l'era digitale rechi racchiuse in sé possibilità di libertà che si tratta di coltivare e sottrarre al dominio del mercato globale e dei codici della globalizzazione ultraliberista. La formazione di soggettività libere e creative, dialoganti e cooperative, si pone qui come un formidabile campo potenziale convertibile in esperienza concreta.

L'ultrafocalizzazione del messaggio sulla produzione di senso può essere giocata nella messa a punto di prodotti e contenuti a misura della libertà creativa del singolo e del collettivo. Occorre piegare il mezzo digitale globale a questo uso, perché di per sé esso è risucchiato dal mercato, dalle cui lame è evirato. Una finalizzazione del mezzo e una messa in opera di questo tipo prevedono e aprono una nuova geografia del conflitto e del rapporto con i movimenti e tra questi e le istituzioni, oltre tutte le teoriche e le pratiche sin qui elaborate e conosciute, pur ereditandone il carico emancipante.

Si tratta cominciare dal punto dove la creatività dei soggetti appare più fertile e promettente. Non un“agire di avanguardia”, insomma; bensì la diffusione e la socializzazione progressiva dei contenuti e delle forme già date e più evolute di cooperazione sociale e culturale. Ma dire che questa possibilità/esperienza è a portata di mano non significa ritenere che essa sia facilmente realizzabile; anzi. Si vuole, con questo, semplicemente alludere alla portata e alla complessità della “posta in gioco”. Su questo tavolo, tutto resta da giocare (appunto).

3. Tempo di lavoro e tempo di vita tra reale e virtuale

Ritorniamo, dunque, al nostro tema cruciale: quali prospettive aprire per i diritti, per contrastare quelle della globalizzazione ultraliberista?

La società flessibile degli anni Settanta aveva espulso, in misura crescente, il lavoro vivo dai processi produttivi, trasformandolo in una variabile non più centrale, ma accessoria dei cicli di creazione e riproduzione della ricchezza sociale. Negli anni Ottanta e Novanta, la società delle reti globali ha fatto della “conoscenza della conoscenza” e della “comunicazione della comunicazione” gli stampi per la creazione di un nuovo genere e nuove generazioni di lavoro. In questo passaggio, sono state completamente ridisegnate, in senso restrittivo, le tavole dei diritti fondamentali del lavoro. Senza timore di errare, possiamo affermare che tale fenomeno abbia costituito la faccia nascosta dell’insediamento della società globale e della conseguente riscrittura, in senso regressivo, delle tavole della libertà. Non solo un problema di diritti del lavoro, dunque; ma una più generale questione di libertà.

Il quadro storico e sociale è quello dello scacco tanto della “democrazia economica” che della “democrazia industriale”. E, pertanto, direttamente in causa sono chiamati:

  1. la signoria assoluta dell’imprenditore sui processi lavorativi e produttivi;
  2. il potere disciplinare e discrezionale del datore sulle subordinazioni a tutela declinante.

Assistiamo qui alla transizione da una concezione meramente proprietaria a un’altra, invece, multifattoriale. Ora sono tutti insieme i fattori della produzione, non più soltanto il lavoro vivo, a rientrare nelle cerchie di comando e di legittimazione di datore di lavoro, imprenditore e manager. Chiaro che problematiche metagiuridiche di questo tipo abbiano avuto un impatto immediato sulla forma di Stato, modificandone progressivamente i modelli di legificazione.

La multifattorialità del comando sul lavoro dipende, in gran parte, dalla informatizzazione crescente dei processi produttivi e della società. I cicli informazionali interiorizzati dalla produzione sociale, divorando forme e figure della rappresentanza tradizionale, scuotono profondamente le fondamenta intorno cui sono andate assettandosi le democrazie moderne e contemporanee, revocandone in dubbio alcuni dei paradigmi portanti. Nell’universo politico, salta in aria il decision making; nell’universo dell’organizzazione produttiva, frana il problem solving. Le richieste sul campo sono estremamente più complesse e differenziate delle risposte unilineari fornite dalla decisione politica e dalle strategie endorganizzative.

Si vanno delineando nuove strategie di intervento e nuovi modelli di decisione che devono ora dare conto del tendenziale annullarsi delle distinzioni classiche tra tempo di lavoro e tempo di vita. Ciò è causa di un processo contraddittorio, in pieno svolgimento sotto i nostri occhi. Da una parte, viene aperto il fianco a più pervasive fenomenologie di controllo che vanno oltre la Lebenswelt del lavoratore, per estendersi a tutti gli ordini e le dimensioni della vita sociale. Dall’altra, vanno sedimentandosi in maniera diffusiva le premesse per una rottura definitiva degli antichi paradigmi lavoristi e produttivisti. Il controllo sul lavoro è, insieme, controllo sociale; il controllo della società si articola attorno alla regolazione produttivistica del tempo di lavoro e del tempo di vita.

Ciò avviene, perché ora, dentro e fuori i processi produttivi, i flussi delle conoscenze, delle informazioni e delle comunicazioni sono complementari tra di loro. L’omogeneità e l’interesse di gruppo non trovano più espressione all’interno dei campi di formazione dell’identità. Flussi obliqui e asimmetrici danno luogo a identità, non più di gruppo, ma trasversali e multiple. Il dato, però, di rilevanza che intendiamo adesso cogliere è che questi processi danno corso a nuove generazioni di lavoro: i lavori virtuali. Vale a dire, lavori remotizzati a mezzo di connessione in rete, di cui il telelavoro è stato soltanto una prima e blanda forma di espressione.

La razionalità incorporea dei lavori virtuali ha squarciato fragorosamente l’unità aristotelica, taylorista e fordista di spazio e tempo. Il tempo del produrre va al di là dello spazio del produrre. Meglio: in ogni spazio si disseminano i tempi del produrre e in ogni tempo si dislocano gli spazi del produrre. Il produrre, il fare, l’agire e il vivere subiscono qui una profonda rielaborazione semantica. Con la conseguenza che il tempo si spazializza infinitesimamente e lo spazio si temporalizza all’infinito. Le dicotomie tra spazio e tempo, ereditate da antiche e moderne tradizioni filosofiche, cedono in tutta la loro friabilità.

La rappresentanza degli interessi metteva (e ancora mette) capo ai codici della democrazia differita. Nel tempo differito della rappresentanza, gli interessi trovavano (a ancora trovano) la proiezione del loro spazio di discussione e di soddisfacimento. Le nuove soggettività del lavoro e dei lavori reclamano, invece, discussione e soddisfacimento delle loro aspettative in tempo reale e in uno spazio che non sia mera proiezione. Ciò le rende di difficile rappresentazione e di ancora più complicata rappresentanza.

Dallo spazio biologico e fisico transitiamo allo spazio virtuale che è, per definizione, ubiquo, istantaneo. Il controllo che finora si esercitava sui corpi e sulle passioni qui tenta di prolungarsi fino alle menti e alle disposizioni emotive. Dalla centralità dei luoghi siamo sbalzati alla onnipervasività dei flussi. Lo spazio dei flussi va continuamente sovrapponendosi allo spazio dei luoghi; nondimeno, quest’ultimo permane. L’intreccio tra spazio dei flussi (virtualità) e spazio dei luoghi (realtà) costituisce la scansione dell’essere sociale e della condizione umana in questo angolo di tempo. Possiamo, quindi, dire: l’opposizione tra virtuale e reale è mal posta; al contrario, v’è sempre un precipitato di virtualità nel reale e uno di realtà nel virtuale. Oggi si è e agisce nel mondo reale, con immagini e strumenti virtuali; si è e agisce nel mondo virtuale, con immagini e strumenti reali.

Finiremmo prigionieri di un’illusione ottica, se considerassimo l’ubiquità e l’istantaneità del tempo virtuale un compatto tempo planetario, estensione illimitata dell’istante, inarticolata massività. Se è potuta esistere un’economia mondo, giammai potrà esistere un tempo mondo. All’opposto, ora più che mai, si danno i mondi dei tempi e i tempi del mondo. I princìpi di istantaneità, ubiquità e interconnettività costituiscono, appunto, la virtualità attraverso cui differenze spaziali e temporali, prima incolmabili, vengono ora attraversate, senza che il loro tasso di differenzialità possa essere abrogato.

Anche qui è possibile, con chiarezza, cogliere potenziali positivi. La circolazione in tempo reale dell’informazione e della comunicazione, attraversando l’immensità degli spazi globali, rende prossimo il remoto e mette in dialogo le differenze. I luoghi di lavoro virtuale diventano luoghi di vita che, dal virtuale, retroagiscono sulla realtà, per una sua profonda modificazione, sotto il segno dei diritti e della libertà. Il virtuale, inoltre, diventa la piattaforma di campagne di denuncia, di conoscenza e di solidarietà, con ancoraggi profondi nella realtà. La mobilitazione dei soggetti del lavoro, per la fertilizzazione della società civile mondiale, trova nelle reti virtuali una delle sue più potenti risorse. Esiste un rovescio positivo nella ricomposizione tendenziale del tempo di lavoro e del tempo di vita. Ed è precisamente quello che allarga i diritti e le libertà dal tempo di lavoro al tempo di vita e, reciprocamente, dal tempo di vita al tempo di lavoro.

4. Geopolitica del lavoro e dei diritti

Sin qui abbiamo tracciato l’architettura d’insieme dei punti alti degli universi del lavoro in transizione. Non meno essenziale è fornire la trama di tutte le altre interazioni e connessioni che ordiscono il disegno complessivo.

Peccheremmo di in un grave errore di valutazione, qualora concludessimo che le forme più evolute del lavoro abbiano una collocazione esclusiva nei Nord del mondo. Una delle caratteristiche che meglio definisce le transizioni e trasformazioni del lavoro è proprio quella della segmentazione vettoriale delle basi di sviluppo, secondo una strategia localizzativa a macchia di leopardo. Tanto nei Nord che nei Sud del mondo, forme evolute di lavoro convivono con forme meno sviluppate, codeterminandosi. L’atlante del lavoro nel mondo ha una geografia multiforme, in ogni singolo nodo territoriale, regionale, subnazionale e nazionale.

La rete delle subordinazioni ordisce le reti dei lavori. Le tipologie del lavoro convivono nello spazio unitario globale ed è tale convivenza che ne conforma l’habitat. Il lavoro precario avvolge il lavoro cognitivo di alta specializzazione, erodendone costantemente i diritti e tentando di assimilarlo alla deregolazione generale. Il lavoro cognitivo e il lavoro precario, a loro volta, sono circondati dal lavoro forzato e minorile e dalle discriminazioni di genere a cui sono sottoposte le donne. È come trovarsi in un sistema di scatole cinesi, il cui campo d’azione si fa sempre più stretto e soffocante. L’economia del lavoro forzato e del lavoro minorile è, forse, quella in cui più intense (e più nascoste) sono le connessioni tra aree avanzate e aree arretrate.

Economie informali di lavoro forzato, lavoro minorile e lavoro generalmente deregolamentato e discriminato solcano l’intero pianeta e lo serrano in un’avvolgente presa. Le economie informali del lavoro, a loro volta, sono saldamente collegate a quelle formali, entro cui il diritto e i diritti, per quanto con difficoltà crescenti, trovano ancora uno spazio vitale. Le economie informali e formali del lavoro interagiscono attraverso network logistici, informazionali e comunicativi.

Reperiamo due distinti, ma intrecciati livelli di interazione: l’interazione in prossimità e l’interazione a distanza. Lo sviluppo delle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) ha approfondito e reso sempre più complessi tutti e due i tipi di interazione. La prossimità territoriale non funge più come un sistema chiuso e neanche come unico e obbligato teatro delle produzioni, delle transazioni e degli scambi. L’identità del territorio locale dipende, in prima istanza, dalla sua collocazione infrasistemica nello spazio globale, al cui interno la circolazione degli esseri umani rivaleggia con la circolazione delle merci, a partire dalla merce informazione-comunicazione.

La mobilità della manodopera risulta intensificata. La forza lavoro migra, di continuo, da un sistema locale all’altro, da un’economia del lavoro all’altra, colmando sovente polarità geografiche. I migrant workers diventano una categoria costitutiva del lavoro nelle condizioni della globalizzazione ultraliberista. La Cina, con esodi di massa dalle zone rurali alle zone costiere, è solo un pallido distillato di questo nuovo fenomeno. Centinaia di milioni di esseri umani sono in mobilità permanente: i loro movimenti rideterminano l’ambiente dei luoghi di partenza e di quelli di arrivo. L’economia formale e informale del lavoro confonde e fonda mondi diversi, miscela spazi una volta polarmente distanti, se non divisi. Anche la geopolitica del lavoro si pluralizza.

La pluralizzazione della geopolitica del lavoro comporta problemi ulteriori per i modelli della rappresentazione e della rappresentanza. Non sono più soltanto i soggetti del lavoro non rappresentati nel mercato del lavoro a premere sul territorio della produzione; sono i milioni di esclusi dal sistema dei diritti a trapassare tutti gli interstizi delle economie formali e informali del lavoro. Si costituisce qui una geopolitica dei diritti di tipo nuovo: dal lavoro, attraverso il lavoro e oltre il lavoro.

Il lavoro, di per sé, non garantisce i diritti di cittadinanza; a loro volta, i diritti di cittadinanza non sono più tutelati da alcuna agenzia statuale. Il welfare, anzi, è definitivamente morto e sepolto. Eppure, il percorso che conduce dalla nuova geopolitica del lavoro alla nuova geopolitica dei diritti apre nuove e promettenti prospettive.

Che i diritti, ormai, si siano pluralizzati, così come pluralizzati sono i lavori, indica che diritti del lavoro, diritti umani, diritti sociali e diritti di genere non possono essere più separati: giocano tutti insieme allo stesso tavolo la medesima partita. Dalla geopolitica del lavoro transitiamo alla geopolitica dei diritti, in cui tutti non sono più solo lavoratori, ma insieme cittadini, esseri umani, uomini e donne. Si richiede, dunque, non una ricomposizione sociale; piuttosto, la compresenza della pluralità dei soggetti, dei diritti e degli orizzonti di vita.

Il campo di tensione dei diritti è, ormai, globale. Dire diritti globali equivale ad assumere consapevolezza che ogni singola specie di diritti incrocia e attraversa tutte le altre, perché tutte si depositano nel corpo di ogni soggetto. Non ci possono essere diritti dei lavoratori, se non accanto e dentro i diritti di cittadinanza, i diritti umani, i diritti di genere e tutti gli altri diritti diffusi. Non esiste più un campo di esclusività, nell’esercizio dei diritti, a partire dal recupero della storica separazione tra uomini e donne, contrastando tutte le discriminazioni a cui, ancora oggi, le donne sono sottoposte

Le diverse specie di diritti non si elidono più l’un l’altra, ma tutte si implicano reciprocamente. Fuori da questa implicazione non c’è possibilità di esercizio dei diritti. Solo la globalità dei diritti può ora dare forza ai soggetti dei diritti. L’era dei diritti globali apre concretamente questo nuovo orizzonte.

5. Diritti globali e istituzioni globali

Soggetti globali di diritti globali: è, questo, il contraltare alla globalizzazione reso possibile proprio dalla globalizzazione [1]. L’evidenza rende ancora più impellente un discorso e una pratica di radicale messa in questione delle istituzioni internazionali.

La globalizzazione ultraliberista ha generato una business community, articolata per élites transnazionali che affermano il loro dominio sul mondo e, nel contempo, ne costituiscono uno a parte, per gusti, stile di vita, etica ed estetica. Più la business community esercita il comando sul mondo reale e più ne è distante; più ne è distante e più non ne avverte il dolore e non ne interpreta i problemi, i disagi e le ingiustizie. Anzi, li approfondisce, come l’evoluzione della crisi globale esplosa nel 2008 ci sta ben mostrando

Le istituzioni internazionali, a partire dalle agenzie dell’ONU, sono collocate sotto il tiro incrociato della business community, subendone l’ideologia e le pressioni lobbistiche, facendo sì che i più avanzati programmi delle Nazioni Unite si risolvano in sterili petizioni di principio. I fallimentari programmi di aiuto ai paesi in via di sviluppo ne sono la più eloquente testimonianza.

Per la formazione dell’élite mondiale, l’alveo privilegiato è quello delle “business schools” e delle scuole post laurea di economia che hanno il loro centro di gravità negli USA. È in queste scuole che si sono formate quelle generazioni di uomini di affari e di operatori del diritto che hanno elaborato e gestito i programmi di mutazione regressiva delle leggi del diritto del lavoro, su scala internazionale.

La principale teoria diffusa dagli apparati ideologici della business community è che il potere nasce dal mercato; la teoria sfocia nel seguente corollario: il potere del mercato è il potere della libertà. Non è, questo, il luogo per un’analisi di merito di tali assunti. Qui ci limitiamo a individuare il loro pudore ideologico e la loro spudoratezza etica, laddove tacciono che sono i potenti che tendono a conferire potere ai mercati, dai quali ricavano il loro potere assoluto.

Le nuove élites transnazionali intendono porsi e funzionare come centro di regolazione dei poteri del mercato e delle istituzioni internazionali. Esse nascono dal mercato, ma poi sono loro ad attribuire un potere smisurato al mercato. Il potere del mercato non è che l’altra faccia del mercato del potere. Il mercato è elevato a centro di potere, a misura in cui alimenta il potere esclusivo delle élites transnazionali.

Che le complesse dinamiche di questi processi si trasferiscano all’ambito delle istituzioni internazionali è inevitabile, essendo esse regolate da un patto di autorità fondativo che le impegna all’accordo sul governo civile del mondo. Tale patto fondativo costituisce, del pari, il perimetro planetario dell’azione della business community. L’autorità delle istituzioni internazionali conferisce autorità alle nuove élites; ma, mentre le prime si indeboliscono, le seconde si rafforzano. Nella sfera politica delle istituzioni internazionali, ciò conferisce un potere egemonico alla potenza egemonica: gli USA; nel teatro della società mondiale, ciò conferisce una potenza egemonica alle élites transnazionali e, al loro interno, ai gruppi più forti. Conseguentemente, le istituzioni internazionali più potenti e con poteri di decisione più condizionanti sono il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, all’interno di cui vige il predominio USA; quelle meno condizionanti e vincolanti sono l’UNICEF e l’ILO, entro cui l’egemonia USA è assai più relativa.

La prospettiva entro cui intervengono le élites transnazionali è quella che vede l’autorità istituzionale internazionale costituirsi in un sistema mondo, nel quale, però, le occasioni di intervento sono fornite dal mercato, a partire dalla flessibilità dei mercati del lavoro e dal governo dell’impresa. Strategie di questo tipo intendono sia incrementare la redditività aziendale, sia modificare l’equilibrio dei poteri contrattuali, a tutto danno dei sindacati e dei lavoratori. Anche nel senso che si persegue qui l’obiettivo capzioso di destabilizzare il rapporto di fiducia tra lavoratori e sindacato, minando le basi del mandato di rappresentanza.

Su questa rotta, le imprese non possono che progressivamente sovraesporsi alla speculazione finanziaria, con l’evaporazione progressiva dei criteri di responsabilità dell’agire economico. I due vettori del processo possono essere così sintetizzati: autoreferenzialità dell’impresa eterodiretta dall’autoreferenzialità del mercato. Con in mezzo, tra le due, l’intermediazione attiva e decisiva della leva monetaria e finanziaria.

Subentra la fattispecie nuova dello sciopero della moneta, quanto più un’impresa non adotta le condotte dettate dai poteri finanziari, regolati dalla pura e semplice performance di breve periodo. Dove viene meno la performance, là viene meno il capitale di sostegno; dove le prospettive a breve sono più favorevoli, là lievitano i titoli azionari. Rendere le prospettive a breve favorevoli significa qui risparmiare sui costi del lavoro e sui diritti. Non casualmente, i titoli azionari si impennano ogni volta che un’impresa annuncia e/o pone in atto consistenti riduzioni del personale.

La destabilizzazione dei sistemi dei diritti fa tutt’uno con l’indebolimento delle istituzioni internazionali, già corrose per ragioni e limiti interni. Ricostruire i sistemi dei diritti globali, partendo dal lavoro e spostandosi oltre il lavoro, è un lato del problema della ricostruzione di istituzioni internazionali autorevoli, autonome ed eque. Ecco perché la mobilitazione per riformare la democrazia internazionale è indisgiungibile dalla mobilitazione per i diritti del lavoro, dei cittadini e delle persone, come molti attori sociali hanno perfettamente recepito. Si potrebbe concludere: diritti globali per istituzioni globali democratiche; istituzioni globali democratiche per diritti globali.

 6. Riforma delle istituzioni internazionali, Responsabilità Sociale delle Imprese (RSI) e dintorni

L’intreccio perverso tra globalizzazione ultra liberista e crisi delle istituzioni democratiche internazionali apre un campo di discussione e di iniziativa specifico che, pur partendo da esso, esula il campo di espressione dei diritti del lavoro nel mondo.

A voler essere generosi, lo stato di crisi dell’ONU è particolarmente visibile, perlomeno, a far data dal vertice svoltosi a New York nei giorni 14-16 settembre 2005: l’Assemblea ha approvato un documento suddiviso in 5 capitoli che, pur occupandosene e riproponendoli, non crea alcun vincolo per l’attuazione concreta degli obiettivi di sviluppo dell’assemblea del Millennio del 2000, diventati in fretta delle pure strategie retoriche. Il vertice ha ratificato, in maniera formale, l’impotenza e l’incapacità dell’ONU di incidere in maniera egualitaria e democratica sulle sorti del pianeta, rimanendo sotto la sovranità limitata imposta dalla business community e dai governi più potenti (in primis, gli USA), indisponibili a ridurre le loro prerogative di potere.

La crisi è approfondita ulteriormente dallo scarto assoluto che esiste tra l’ONU e la WTO, le cui politiche sono ultrafocalizzate sulle dinamiche ed esigenze del mercato, a tutto detrimento della tutela dei diritti e della creazione di occupazione di qualità, a favore di sistemi di vita equi e sostenibili. La WTO rappresenta un caso paradigmatico di esplicitazione del cd. “consenso di Washington”, per la sua organicità agli interessi e alle politiche commerciali, monetarie e industriali dell’amministrazione americana. Nelle sue periodiche conferenza interministeriali, si guarda bene dal modificare gli scenari dominanti. Le politiche di sostegno allo sviluppo e di riduzione della povertà incoraggiate e, in un certo senso, imposte dalla WTO continuano a produrre deindustrializzazione di massa, crollo dell’occupazione e lavoro senza diritti. Ma la WTO si spinge ancora più in avanti: responsabilizza le organizzazioni sindacali internazionali e locali del fallimento delle sue politiche ultraliberiste e monetariste, per il fatto che oppongono resistenza alla deregolazione assoluta dei mercati del lavoro e dei diritti dei lavoratori. Il che la dice lunga sulla considerazione che i diritti hanno in ambito WTO.

D’altro canto, altrettanto evidente è il deficit di responsabilità sociale ed etica delle imprese, alla base di violazioni sistematiche dei diritti dei lavoratori e di pratiche contabili fraudolente. Anche qui registriamo l’amaro fallimento dei programmi ONU: addirittura, è l’ONU medesima a non aver rispettato il Global Compact nella gestione dei fondi pensione. La grande maggioranza delle imprese continua a violare gli standard della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’ONU e le Convenzioni sui diritti minimi dei lavoratori dell’ILO, ancor prima e ben dopo la nascita dei codici della RSI.

In questo campo, negli ultimi anni, abbiamo assistito al fenomeno della proliferazione autonoma di codici etici di gruppi transnazionali grandi e piccoli che hanno inteso, in questo modo, “certificare” il grado della loro responsabilità sociale, senza sottoporsi al controllo di validazione di nessuna organizzazione terza.

Il limite profondo degli approcci imprenditoriali prevalenti sul tema della RSI è che essa viene intesa come volano di competitività, prima ancora che come vettore di sostenibilità ed equità sociale. In altri termini, essa è usata come fonte di ampliamento del repertorio di accreditamento delle imprese verso i propri clienti, i propri dipendenti e il territorio, al fine palese di ottimizzare i rendimenti economici. Il credo di fondo rimane quello delle virtù miracolistiche del mercato che, certificato responsabilmente, diventerebbe spontaneamente più libero e civile, garantendo in automatico la convergenza tra interessi privati e benessere pubblico.

Il mito anacronistico della “mano invisibile” ed equilibratrice del mercato viene qui sublimato, negando l’evidenza storica che il mercato è il punto di fluidificazione di interessi diversi tra istituzioni, economia e società. La ricaduta economica viene commisurata sulla competitività e non sugli effetti virtuosi della sostenibilità ed eticità dell’agire economico che, soli, possono introdurre variazioni significative, di medio e lungo periodo, sul modello di sviluppo, rendendolo il civile territorio elettivo dei diritti. Del resto, è agevole individuare una contraddizione in termini tra l’assunzione volontaria e unilaterale di codici aziendali etici e il rifiuto di sottoporre gli stessi alla validazione di istituzioni e agenti esterni. In crisi è il concetto medesimo di responsabilità che significa rispondere delle proprie azioni. Evidentemente, si è chiamati a dare risposte ad altri soggetti, non potendo rispondere a se stessi del proprio operato.

È inevitabile che quello della RSI sia diventato un terreno di confronto e scontro molto intenso tra gli approcci istituzionalisti e quelli volontaristici che vede le imprese, anche quelle più impegnate sul fronte della responsabilità sociale, avversare ogni tipo di intervento di validazione normativa dei codici di responsabilità. Qui vengono al pettine, in maniera evidente, tutti i nodi irrisolti del rapporto tra istituzioni e mercato, dalla dimensione locale a quella internazionale.

È la ratio della globalizzazione ultraliberista: “prima le merci, poi le persone e mai i diritti”, che occorre ribaltare. Il campo dei diritti trova punti di innervazione immediata con quello della produzione di merci e della costruzione e rappresentazione sociale delle istituzioni. Si tratta di scegliere una nuova scala di valori che faccia asse sui diritti e li istituzionalizzi in un senso assai particolare: cioè, li renda patrimonio vivo intangibile e in movimento perenne. Produrre istituzioni globali a mezzo di diritti globali e diritti globali a mezzo di istituzioni globali è la prospettiva concreta e affascinante che si para innanzi a noi. Una prospettiva ardua, per il carico delle difficoltà che la contrassegnano; eppure, una delle poche alternative praticabili alla globalizzazione ultraliberista. I diritti globali come sfera della vita pubblica: ecco la sfida da lanciare alla globalizzazione ultraliberista e, insieme, uno dei tavoli su cui è possibile sconfiggerla.

(8 giugno 2013)
Note

(*) Rielaborazione di un testo comparso nel n. 35-36/2006 di "Società e conflitto".

[1] Per il concetto e le prassi dei diritti globali, si rinvia al Rapporto sui diritti globali, nelle edizioni annuali che si sono succedute dal 2003 al 2013. Il Rapporto è curato e coordinato da Sergio Segio ed edito da Ediesse, Roma.


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