7. INFERNO CARCERE

 

1) Nella propria ordinanza di custodia cautelare, il gip Mariano Branda di Sassari, sulla base delle dichiarazioni dei detenuti e delle considerazioni del medico legale, perviene alle seguenti conclusioni: "... deve ritenersi che tra le ore 14-15 e le ore 17 del 3 aprile 2000 all'interno del carcere di Sassari si sia svolto un vero e proprio pestaggio, organizzato e voluto intenzionalmente, di molti detenuti sui corpi dei quali sono rimasti ben visibili i segni e le conseguenze" (1).

Dalla stessa ordinanza si apprendono particolari raggelanti: "Ciascun detenuto è stato prelevato dalla cella o dal luogo nel quale si trovava in quel momento e portato con la forza e all'improvviso fino al corridoio dove è ubicato l'ufficio matricola per un percorso che prevedeva l'attraversamento della cosiddetta rotonda (luogo di confluenza dei vari corridori ospitanti i diversi bracci o sezioni del carcere) e lungo il quale i malcapitati venivano letteralmente trascinati (alcuni per i capelli) e percossi dagli appartenenti alla polizia penitenziaria esterna (erano vestiti in tuta mimetica e indossavano gli stivaletti anfibi) con spinte, calci, pugni e schiaffi oltreché ingiuriati con espressioni tipo bastardi, voi siete i boss, ecc. riferite pressoché da tutti i detenuti" (2).

Ancora: "Una volta all'interno delle sale colloqui, i detenuti erano costretti a spogliarsi, rimanendo completamente nudi, e subito dopo venivano ammanettati con le mani dietro la schiena in modo di impedire ogni possibile offesa e, soprattutto in modo da impedire ogni difesa, esponendosi così ai colpi che i poliziotti continuavano a sferrare, senza poterli parare o schivare. Tutti i detenuti, nudi e ammanettati, erano costretti a rimanere con il volto girato verso la parete proprio per non vedere in faccia i loro aggressori e appena uno tentava di girarsi veniva immediatamente picchiato con maggiore violenza e accanimento".

Concludiamo con un'ultima citazione: "Alcuni detenuti mentre erano completamente nudi venivano inondati con secchiate di acqua e lasciati bagnati per tutto il tempo (due ore) e, anzi, per provocare maggiore danno, venivano aperte le ampie finestre ed esposti all'aria ... In almeno due casi nelle sale dei colloqui sono state effettuate operazioni di soffocamento con l'acqua in danno di altrettanti detenuti ... In particolare alle vittime veniva consentito di pulirsi il sangue che colava abbondante dal naso e dalla bocca con dell'acqua posta in un secchio e poiché i detenuti erano ammanettati con le mani dietro la schiena dovevano immergere il viso nell'acqua: non appena ciò accadeva, uno tra i prevenuti gli teneva la mano (o forse il piede) sulla nuca e spingeva con forza dentro l'acqua tutta la testa, lasciandola in quella condizione fino a quasi soffocare il malcapitato. Alcuni detenuti hanno poi riferito di compagni che per la paura hanno defecato sporcandosi di escrementi e rimanendo sporchi fino alla destinazione del nuovo carcere" (3).

Ebbene, di fronte a questi terribili eventi, non si è levato alcun coro di voci indignate; al contrario, la maggioranza delle forze politiche e dei mezzi di comunicazione si sono affrettati ad esprimere solidarietà alla polizia penitenziaria, le cui organizzazioni sindacali più rappresentative, in accese manifestazioni di protesta, hanno difeso l'uso di strategie extragiudiziarie ed extraterritoriali per il controllo dei detenuti.

In ossequio ai principi costituzionali della responsabilità penale personale e della presunzione di innocenza, non ci addentreremo nelle complesse problematiche della colpa e colpevolezza di coloro che sono stati raggiunti dall'ordinanza di custodia cautelare del gip Branda. Del resto, l'accertamento della colpa, con tutti i suoi ineludibili passaggi e garanzie giurisdizionali, ha necessariamente altre forme e sedi di espressione.

Dai fatti di Sassari, dalle successive manifestazioni sindacali della polizia penitenziaria e dal comportamento sul punto mantenuto dalle forze politiche e dai media vogliamo, piuttosto, estrarre alcuni umori culturali profondi che marchiano col sigillo dell'inciviltà la società politica e la società civile. Quel marchio in forza del quale si è, appropriatamente, potuto parlare di carcere di Caino (4).

Come avvio di analisi assumiamo una delle poche indignate proteste che si sono levate dopo i fatti di Sassari: "Né la malattia mentale, né l'abisso dell'irrazionalità possono spiegare i pestaggi e i maltrattamenti a cui sono stati sottoposti i detenuti di Sassari ... In fondo è sempre stato rassicurante pensare al 'mostro'. Questa categorizzazione serviva ad esorcizzare il male, corrispondeva alla nostra esigenza di circoscrivere Caino dentro il recinto dell'irrazionale e dell'incontrollabile, che è sempre e comunque faccenda altrui. Non è così. Caino ha i guanti puliti, si lucida le scarpe tutte le mattine, si aggiusta per bene la divisa e prende servizio secondo orari rigorosamente rispettati ... Forse sente il vociare inconsulto che, fuori dal carcere, invoca la mano pesante, che richiede persino l'innalzarsi di forche. E, forte di un presunto sostegno popolare, Caino colpisce, sapendo di essere lui quello che finalmente gliela fa pagare ai delinquenti ... Ma ora Caino è nudo. Guardiamolo solo per un attimo. E visto che ci sentiremo rispecchiati nel suo volto rispettabile, vergogniamoci" (5).

 

2) Prima di addentrarci in questo tipo di riflessione, però, è opportuno rinviare ad alcune situazioni tipiche che consentono di comprendere meglio attraverso quali profili e assetti la società politica e la società civile vanno metabolizzando culturalmente e storicamente il carcere. Per farlo, partiremo dagli ultimi tre Rapporti di Amnesty International sulla violazione dei diritti umani nel mondo.

Prenderemo in considerazione i Rapporti di Amnesty del 1997, 1998 e 1999, con esclusivo riferimento al nostro paese e alle violazioni dei diritti umani dei detenuti (6).

Nel Rapporto 1997 di Amnesty, leggiamo:

Vi sono stati sviluppi in alcuni procedimenti penali riguardo a presunti maltrattamenti da parte di agenti di sicurezza, avvenuti negli anni precedenti.

Il Procuratore della Repubblica di Voghera ha chiesto al giudice competente di archiviare la denuncia di Ben Moghrem Abdelwahab, in cui egli afferma che nel settembre del 1995 alcuni carabinieri lo hanno maltrattato, insultato razzialmente e costretto a firmare una dichiarazione minacciandolo con la pistola (vedi Rapporto 1996). Ben Moghrem Abdelwahab ha contestato la richiesta del Procuratore e ha chiesto al giudice di ordinare ulteriori indagini fra cui gli interrogatori degli amici e dei medici dell’ospedale che lo hanno visto subito dopo il suo rilascio. In ogni caso, in settembre il giudice ha accolto la richiesta del procuratore e ha archiviato la denuncia. Alla fine dell’anno non era stata ancora conclusa l’indagine giudiziaria nella denuncia di maltrattamenti fatta nel giugno del 1995 da Salvatore Rossello contro alcuni carabinieri a Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia (vedi Rapporto 1996). Nel corso delle indagini i carabinieri lo hanno accusato di averli insultati durante l'arresto. Tuttavia, in agosto le autorità giudiziarie hanno stabilito che non vi erano le basi per portare avanti tale accusa e hanno archiviato la denuncia dei carabinieri. Sono ancora aperti vari procedimenti penali relativi a casi di presunti maltrattamenti e torture commessi da agenti di custodia, dal 1992 in poi e soggetti a numerosi ritardi. Si teme che le indagini riguardo al maltrattamento di Marcello Alessi, avvenuto nel dicembre del 1992, non siano state condotte né prontamente né imparzialmente. Le udienze di un agente di custodia del carcere di San Michele accusato di lesioni personali sono cominciate soltanto in ottobre - circa quattro anni dopo la denuncia. Anche Marcello Alessi ha ricevuto l’ordine di comparire alle stesse udienze come imputato di oltraggio a pubblico ufficiale, avvenuto sempre durante i fatti del dicembre 1992. Sempre relativamente a quei fatti, egli era già stato processato nel maggio 1994, e condannato a sei mesi di carcere per oltraggio e violenza pubblico ufficiale. Il processo del 1994, nel quale non sembra siano stati chiamati testimoni a favore di Marcello Alessi o siano state prese in considerazione tutte le prove disponibili, era stato il risultato della denuncia fatta dall’agente di custodia 24 ore dopo che Marcello Alessi lo aveva a sua volta denunciato. Le udienze dell’appello di Marcello Alessi contro la sentenza del 1994 sono state posposte dal novembre 1996 al gennaio 1997.

In marzo, circa 65 agenti di custodia e l’ex direttore del carcere di Secondigliano sono comparsi a giudizio per presunto maltrattamento sistematico dei detenuti (vedi Rapporto 1994-1996). Il risultato del processo non era ancora noto alla fine dell’anno. L’apertura delle udienze del processo di altri sei agenti di custodia di Secondigliano, imputati anche di altre accuse connesse ai presunti maltrattamenti, sembra sia stata rinviata a causa dell’enorme mole di cause ancora pendenti presso il Tribunale di Napoli. Non ci sono ancora notizie riguardo all’esito delle indagini giudiziarie sui presunti maltrattamenti ai detenuti del carcere di Pianosa nel 1992 (vedi Rapporto 1993-1996).

Nel Rapporto 1998 di Amnesty, leggiamo:

Nel Rapporto 1999 di Amnesty, leggiamo:

Il quadro che emerge dal Rapporto sulle carceri italiane dell'Osservatorio di Antigone, una organizzazione non governativa che opera, da anni, per la tutela dei diritti umani dei detenuti, è ancora più preoccupante. Per un anno, l'Osservatorio di Antigone ha accumulato materiali e informazioni direttamente alla fonte, anche per il tramite di 100 visite negli istituti penitenziari italiani. I casi più allarmanti di maltrattamento emersi dal Rapporto sono stati anticipati da "Italia Oggi"; qui li riproduciamo integralmente.

 

3) Dai dati raccolti dai Rapporti a cui ci siamo richiamati emerge, purtroppo, che l'uso della forza contro i detenuti non è circoscrivibile a casi sporadici; bensì costituisce una tendenza profonda che impregna di sé e, in gran parte, plasma i modelli di esercizio dei poteri sui reclusi. I fatti di Sassari, per di più, ci pongono al cospetto di una tendenza, se possibile, ancora più inquietante: i poteri che si esercitano sui detenuti non sono disposti a riconoscere loro il diritto di dichiararsi vittime, vantando nei loro confronti una signoria assoluta sconfinante apertamente nell'impunità assoluta.

Ci imbattiamo qui in una delle leve arcane dei poteri e uno degli strati ancestrali intorno cui essi assestano e articolano la produzione delle loro forme simboliche. Nella situazione concreta dell'istituzione totale carcere, in maniera ricorrente, i poteri si ritengono legittimati all'uso della forza, in virtù della circostanza di avere a che fare con dei criminali, ai quali non viene riconosciuto alcun attributo umano. Nell'immaginario del potere il criminale è deprivato dei contrassegni dell'umanità: è sottospecie umana.

La società politica e le istituzioni pubbliche hanno trasferito questi archetipi virali ben dentro l'immaginario collettivo. La società civile, anzi, si fa promotrice di forme di ostracismo sociale ancora più estreme che vanno dalla richiesta della reintroduzione della pena di morte al secco rifiuto opposto all'abrogazione dell'incivile pena dell'ergastolo.

Da questo lato, è perfettamente normale che il carcere sia ritenuto una enorme discarica umana e niente altro. Rimontano da queste profondità le proteste rabbiose della polizia penitenziaria e la solidarietà ad essi espressa dal sistema politico-mediatico: tutti, sul punto, si sentono rinfrancati e "coperti" dagli umori fobici e forcaioli che solcano le pulsioni profonde della società civile.

L'esigenza avvertita da sparute minoranze di chiedere giustizia per i detenuti sottoposti a sevizie e maltrattamenti è ritenuta illegittima; anzi, non viene letteralmente tollerata. Con il che è come se si dicesse: non può essere pretesa alcuna giustizia per chi si è macchiato di crimini.

Ma questo stesso corollario è a senso unico e contraddittorio.

È principio universalmente riconosciuto, infatti, che il corpo e l'integrità della persona debbano essere ritenuti inviolabili. Ove questo principio imperativo viene vulnerato, là si concreta la commissione di un crimine. La violazione dei corpi e dell'integrità dei detenuti configura, per l'appunto, un crimine. Chi lo compie si macchia di un delitto estremo: l'esercizio di violenza contro corpi e persone già privi di libertà.

In virtù degli assunti dianzi illustrati, ne conseguirebbe che per gli autori di tale delitto estremo non potrebbe essere invocata alcuna giustizia, in quanto soggetti criminali. Così non è, perché il più delle volte la giustizia si mette dalla loro parte, con procedimenti lunghi e sovente unilateralmente assolutori.

La conclusione amara è, allora, segnata da questo doppio regime:

a) per i criminali dietro le sbarre non può essere inoltrata richiesta di giustizia;

b) per coloro i quali ne offendono la dignità e la persona viene sollecitata l'impunità.

Il carcere è un inferno proprio per l'insopprimibile cumularsi e intrecciarsi di questi due regimi. Dentro l'inferno carcere la pura e semplice sopravvivenza diviene una posta in gioco altissima, dall'esito altamente improbabile.

Se, come ci ha indicato Canetti in pagine ineguagliabili, il discorso stesso della sopravvivenza impatta inesorabilmente con quello del potere (8), la sopravvivenza in carcere ha costitutivamente a che fare con il potere estremo dalla posizione dell'estrema impotenza.

L'uso ricorrente della violenza contro i detenuti ha lo scopo di instillare e generalizzare in loro il terrore, cercando con ciò di atterrarli e piegarli alla volontà di potenza sfrenata che il potere dispiega in carcere (e in tutte le istituzioni totali). Si tratta di uno scambio simbolico che ha per posta in gioco la morte. Il potere qui non si accontenta della reclusione dei corpi, vuole la sottomissione illimitata delle menti: cioè, la morte simbolica, prima ancora che fisica. In questo modo, il carcere diviene misura risarcitoria totale che i poteri offrono alla società civile, trasformata nella società delle vittime. Risiede qui un'ulteriore ragione del perché i poteri non possono riconoscere ai detenuti sottoposti a sevizie e maltrattamenti lo statuto della vittima: le vittime sono sempre fuori, mai dentro il carcere.

Nella produzione delle forme simboliche dei poteri, il carcere diviene il pegno che lo Stato paga alla società civile per i torti e i lutti da essa patiti per colpa dei criminali. Il carcere costituisce il risarcimento simbolico totale che lo Stato retribuisce alla società delle vittime, per alleviarne il dolore simbolico e rimuoverne le follie e paure arcane. Guai a metterne in discussione la legittimità e i poteri che da esso e in esso promanano.

Su questa linea sottile, ma profondamente incuneata nei cromosomi del comportamento sociale e nei meccanismi dei poteri istituzionali, si stabilisce un doppio movimento di rimandi giustificativi: dallo Stato verso la società e dalla società verso lo Stato. Lo Stato si legittima agli occhi della società, riproducendo l'inferno del carcere; la società civile si legittima di fronte allo Stato, richiedendo che le condizioni del carcere diventino sempre più dure.

Stato e società civile qui producono e inoltrano esclusivamente messaggi di morte, dai quali finiscono con l'essere ossessionati. Recuperano all'esterno i loro terrori interiori, indirizzandoli e scaricandoli contro i "nemici della società": i detenuti vengono prima di tutti gli altri. Ciò anche perché essi si trovano già segregati e pronti per questo funerario uso simbolico: in questo senso, sono anche l'obiettivo più comodo da centrare.

Lo Stato e la società civile si specchiano con soddisfazione nell'inferno del carcere: dallo specchio traggono l'impagabile e galvanizzante compiacimento che ad esser morti non sono loro; bensì gli altri: i nemici, i detenuti, le varie sottospecie umane. Recuperano, così, la loro morte e la rielaborano, invasati da un crescente senso di onnipotenza e onniscienza. L'inferno del carcere è la conquista del loro paradiso: la propria vita simbolica contro la morte simbolica dell'altro. Ma in carcere morte simbolica e morte fisica procedono tremendamente e strettamente avvinte.

(maggio 2000)

Note

(1) Cit. da G. Ruotolo, Racconto d'inferno, "il manifesto", 5 maggio 2000.

(2) Ibidem.

(3) Ibidem.

(4) Cfr. Mina, Il carcere di Caino, "La Stampa", 6 maggio 2000. Oltre che da "il manifesto", una netta critica dei "fatti di Sassari" è venuta anche da "Italia Oggi" che l'11 maggio 2000 ha anticipato i risultati dell'Osservatorio Antigone, pubblicando a commento un bell'articolo di P. Gonnella-Ginevra Sotirovic, Oltre Sassari, in 29 carceri abusi e sevizie.

(5) Mina, op cit.

(6) I Rapporti sono reperibili al seguente indirizzo web: http://www.amnesty.it/pubblicazioni/rapporto1999/index_paesi.html

(7) Cfr. "Italia Oggi", 11 maggio 2000, cit., p. 52.

(8) Cfr. E. Canetti, Massa e potere, Milano, Adelphi, 1986; Potere e sopravvivenza, Milano, 1987.

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Quaderno n. 14/2001