LA VORAGINE DELL'INSICUREZZA
di Antonio Chiocchi

1. Come la mancata protezione globale dal pericolo genera la produzione del rischio globale

La strage alla ThyssenKrupp è da tempo alle nostre spalle e, nel frattempo, altre e numerose se ne sono aggiunte. Ma i deficit di sistema dei dispositivi di sicurezza sul lavoro hanno operato e operano tuttora al massimo della loro funzionalità.

Più quei deficit tentano di occultarsi allo sguardo degli osservatori, più una catena di eventi luttuosi mette in scena una realtà tragica. Ed è proprio la serie interminabile dei morti e degli infortunati sul lavoro che pone in drammatica mostra il lato oscuro del mondo del lavoro, sul quale le istituzioni politiche, gli attori sociali e la medesima società civile non dedicano soverchie attenzioni.

Dobbiamo, con forza, mantenere al centro della discussione un dato inamovibile: ogni giorno, sui luoghi di lavoro si combatte una guerra che produce più morti delle guerre convenzionali. Possiamo dire: la guerra sul lavoro entra ben dentro la pace e la trasforma in un piccolo inferno quotidiano.

Il lessico politico e comunicativo della quotidianità si dimostra insufficiente e inefficiente nell’analizzare e rappresentare questa terribile realtà. Insufficienza e inefficienza che, anche inavvertitamente, finiscono con lo sconfinare nella deformazione o nell’occultamento delle causali profonde che sono alla radice della riproduzione allargata e traumatica dell’evento infortunistico.

La guerra strisciante e quotidiana sul lavoro costituisce una delle spie più eclatanti della progressiva restrizione dei diritti sociali, civili e umani che si è andata accompagnando alla globalizzazione neoliberista e che la crisi finanziaria ed economica dell’estate-autunno del 2008 ha fatto esplodere, esibendone impietosamente il profilo discriminante e spoliatorio. Ancora di più. La società del rischio globale si è rivelata la società delle asimmetrie globali per eccellenza, in virtù delle quali i rischi si redistribuiscono in maniera inversamente proporzionale ai benefici  [1] . Più il rischio è ripartito su fasce sociali in estensione sull’intero pianeta, più i benefici vengono canalizzati verso le nuove élites del potere.

Come dire: più rischio e più sono povero; più sono povero e meno sono libero. La catena degli arrischiati e dei poveri si espande a livello planetario; l’area dei non arrischiati e dei ricchi si contrae paurosamente. La linea massimale del rischio corrisponde alla linea minimale della ricchezza; all’opposto, la linea minimale del rischio corrisponde alla linea massimale della ricchezza.

Il potere si esercita come controllo ed esenzione dal rischio: si afferma come processo di immunizzazione crescente delle fasce sociali forti nei confronti del rischio latente, emergente ed emerso. Nel vortice del rischio ora sono sempre più gettati vecchi e nuovi poveri, emarginati ed esclusi, nelle aree arretrate come in quelle avanzate del mondo. Dobbiamo acquisire la consapevolezza che, ormai, il lavoro è gettato nelle fauci di un processo assai simile alla guerra, nel quale i diritti del lavoro sono sospesi  [2].

La generazione del rischio è alla base sia dell’utile che del danno. La gestione del rischio è istantaneamente anche gestione dell’utile. La guerra strisciante sui luoghi di lavoro è una delle espressioni puntuali di questa tendenza. La società mondiale del rischio nasce esattamente dai pericoli planetari generati dalla società globale. Il fenomeno e la dinamica dell’evento infortunistico, in Italia e nel mondo, vanno esaminati entro questa nuova sfera di manifestazione.

Seguendo questo ordine discorsivo, impattiamo in tre interrogativi cruciali.

Poniamo il primo: se il rischio globale è connaturato alle società globali, come queste possono tematizzarlo?

Passiamo al secondo, intimamente intrecciato al primo: se la società mondiale è necessariamente quella del rischio, come il rischio mondiale in essa radicato può essere positivamente messo in agenda e gestito?

Concludiamo col terzo: nella società mondiale del rischio, come va affrontato e risolto il rischio da lavoro e sul lavoro?

Gli interrogativi che abbiamo prima formulato concorrono a delineare i contorni di un nuovo sistema di assetto del rischio. La società mondiale del rischio non si caratterizza per la rassicurazione e la protezione che riesce a fornire rispetto al pericolo; bensì si specializza nella produzione di nuovi pericoli, essenziali per la generazione del potere e la formazione dell’utile dei decisori, in tutti gli ambiti di manifestazione della vita sociale, comunicativa e interelazionale. La produzione di nuovi pericoli, a sua volta, è la base di formazione di una sequenza catastrofica di rischi di nuovo tipo.

Con l’affermarsi della globalizzazione neoliberista, il rischio si è configurato come un automatismo virale fuori controllo. La globalizzazione neoliberista ha implementato il rischio, secondo cerchi concentrici che sono andati ampliandosi a dismisura. Ciò è avvenuto, per la ragione precisa che i dispositivi di produzione del pericolo sono andati tracimando dalle soglie di sicurezza riconosciute e normate come legittime dagli Stati-nazione e dalle istituzioni sovranazionali.

Ė saltato il consenso sociale creato e diffuso intorno a quelle norme legittime e, quel che è peggio, non è stato costruito alcun consenso intorno a nuove regole e nuovi standard di legittimità. Al contrario, tutti i processi di costruzione della legittimità sono stati corrosi e deregolati. Sono entrati in azione meccanismi perversi di legittimazione del potere: il mercato globale e le nuove élites transnazionali si sono autolegittimati, a misura in cui estendevano rischi dei quali non rispondevano e dai quali, pure, traevano potenza e utili.

Ė vero: il rischio globale assume forme catastrofiche, le cui condizioni si vanno caratterizzando per un grado di complessità, interazione e casualità crescente [3]. Dobbiamo aggiungere: le forme catastrofiche assunte dal rischio discendono anche, se non soprattutto, dal grado di irresponsabilità degli attori centrali che lo producono. Ecco perché il rischio globale genera mega rischi locali che attaccano, in particolare, le fasce sociali più povere, rendendole ancora più vulnerabili.

La guerra strisciante che si combatte quotidianamente sui luoghi di lavoro si consuma intorno ai rischi: si è vincitori o vinti sul piano del rischio. I rischi da lavoro finiscono, inevitabilmente, col trasformarsi in rischi per la vita, redistribuiti a danno dei più deboli: i lavoratori. La guerra sul lavoro è ragione diretta della trasformazione del rischio in una catena di processi letali che attentano alla vita delle persone che lavorano, senza adeguate protezione e prevenzione.

Ai lavoratori viene attribuito il ruolo di attori passivi, sulle cui spalle viene caricato per intero il peso tragico del rischio. Non meraviglia che essi siano obbligati a muoversi, in permanenza, nella zona limite della catastrofe. Lavorare uccide, perché il rischio danza pericolosamente sull’orlo di un precipizio.

Il fatto è che il rischio da lavoro ha un carattere sistemico: non dipende esclusivamente da variabili di tipo economico e tecnologico, ma investe alla radice l’organizzazione sociale, culturale e scientifica della riproduzione e redistribuzione della ricchezza umana. Inoltre, le conseguenze dell’azione sociale e delle decisioni politiche che si sviluppano sul suo terreno, come su tutti gli altri, non sono predicibili: è possibile analizzarle compiutamente soltanto a cose fatte e dopo un consolidato lasso di tempo.

Lo stato di ignoranza e di incertezza che accompagna ogni azione e ogni decisione dovrebbe ispirare comportamenti etici responsabili, soprattutto in sfere entro cui è immediatamente in gioco la vita umana. Si dovrebbero, quindi, potenziare i percorsi preventivi di discussione e valutazione del rischio da lavoro, per poter compiere un effettivo passo in là, oltre gli stanchi rituali e le sfibrate retoriche che, da anni, si consumano intorno ai morti sul lavoro.

Ora, il pericolo e, dunque, il rischio aumentano proprio in ragione dell’inefficacia delle decisioni e delle azioni intraprese per evitarli. In tali condizioni, la gestione del rischio moltiplica i pericoli e, dunque, accresce i rischi. Ecco, così, descritto il circolo chiuso delle politiche proposte e attuate in tema di sicurezza e salute sul lavoro. Un circolo chiuso che è, ormai, un precipizio entro cui rischiamo di precipitare definitivamente.

2. Etica dell’azione responsabile

Più i pericoli si moltiplicano e i rischi crescono, più è alimentato dai media uno stato di paura generalizzato. Più si intensifica lo stato di paura, più viene invocato l’intervento razionale e centralizzato proprio dei decisori che hanno fallito. Il passaggio dal pericolo al rischio e dal rischio alla paura consente ai decisori di mantenere sotto controllo gli effetti disarticolanti della società mondiale del rischio, convertendoli a loro favore. I provvedimenti adottati e annunciati a fronte della crisi finanziaria del 2008, associati a una capillare e sapiente campagna di mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale, ne sono l’ultima e più macroscopica riprova [4].

L’incertezza e l’instabilità sul e del posto di lavoro vanno innegabilmente associate al rischio da lavoro, nel senso che nelle campagne di comunicazione sociale finiscono col prevalere, in linea crescente, sulle esigenze e i diritti di sicurezza sul lavoro. La paura per la perdita del posto di lavoro, nella situazione di crisi globale intervenuta nel 2008, è diffusa a livello interstiziale nelle coscienze dei cittadini e dei lavoratori. Il ruolo esercitato dai media è fondamentale, nel dirottare l’attenzione dai diritti verso l’appagamento di aspettative sempre più minimaliste. In un clima di paura generalizzato, i diritti vengono rappresentati come inesigibili: si deve ora reclamare esattamente quello che le controparti ritengono opportuno e utile concedere.

Ne discende che il concetto stesso di diritti viene materialmente riscritto. Per essere ancora più precisi: non si avrebbero ora diritti dal basso; si dovrebbe sperare soltanto in concessioni dall’alto. In tempi di “vacche magre”, i diritti sarebbero un lusso non consentito. Le politiche comunicative del nuovo esecutivo Berlusconi non si stancano di ripeterlo.

Risulta qui chiaro come, nella crisi della società mondiale del rischio, la diffusione della paura sia funzionale alla elusione ed elisione in tronco dei diritti e alla riproduzione della intangibilità e inamovibilità delle fonti e dei soggetti del potere. Ragione ulteriore che non dovrebbe spingere a sottilizzare sulle regole in materia di sicurezza sul lavoro; basterebbe controllare e gestire il “comportamento umano”, con il semplice ausilio di “buone tecniche”. Le mosse e gli annunci del nuovo esecutivo Berlusconi, anche in questo caso, sono stati esemplari.

Se è vero che il capitalismo e, ancora di più, la globalizzazione sono un automatismo e un corpo senza anima, indifferenti rispetto alle conseguenze che rovesciano sull’umanità e la società, altrettanto non può e non deve dirsi, in generale, delle politiche che si muovono entro il loro ambito. L’anima alle politiche è data dal senso di responsabilità, giustizia ed equità che, in tema di rischio da lavoro, significa proteggere e tutelare primariamente la vita umana: cioè, i lavoratori. Pericolo, rischio e paura combinati insieme costituiscono l’attentato estremo alla vita umana: un collante patogeno più perverso non è dato immaginare. Motivo fondante e ulteriore, per disinnescarne le cause e rimuoverne gli effetti.

Prive di senso etico, le politiche sono irresponsabili: si chiamano fuori e non rispondono del loro operato. Ecco perché hanno bisogno del collante patogeno che miscela pericolo, rischio e paura. In questo modo, esse non fanno altro che dire ai lavoratori: «Del e dal rischio noi prendiamo soltanto i benefici; a voi – e soltanto a voi - distribuiamo soltanto il danno». Ciò aiuta a comprendere come non sia stato possibile in passato e sia diventato ancora più arduo nel presente sradicare o, quanto meno, correggere i processi che sono alla base della perpetuazione di una dinamica infortunistica massiva.

Assumere la responsabilità conseguenze delle azioni e delle decisioni, soprattutto in materia di sicurezza sul lavoro, significa dibattere intorno alle premesse e alle costanti che ispirano le politiche, mettendole apertamente in discussione e riflettendo sul loro senso e sui loro risultati.

Significa ritornare a discutere dei fini e non più fermarsi alla individuazione dei puri e semplici mezzi.

Significa centrare i dispositivi del sistema della sicurezza sulla tutela e valorizzazione della vita umana.

Significa opporre la creazione ed esaltazione della vita alla sua mortificazione e alla sua costrizione, così drammaticamente espresse nel quotidiano bollettino di guerra dei morti e degli infortunati sul lavoro.

Diventa più complicato attribuire responsabilità precise, se le morti sul lavoro vengono classificate come il risultato di un processo che si sottrae, per definizione, a interventi umani di trasformazione strutturale. Non solo complicato, ma privo del senso dell’efficacia.

Anche grazie ad artifici linguistici, è diventato possibile rubricare e archiviare gli omicidi sul lavoro come tragica fatalità. Le parole che non fanno luce sulla realtà sono parole che ingannano: alla lunga, si prestano a coprire problemi e misfatti, anziché risolverli e svelarli. Muovere verso l’ecologia del linguaggio è manifestazione dell’onestà intellettuale e dell’indignazione morale che muovono alla ricerca del senso della vita.

La ricerca dei fini e l’assunzione delle proprie e altrui ineludibili responsabilità costituiscono l’orizzonte che attribuisce senso alla vita, nei luoghi di lavoro come in quelli delle relazioni sociali, nello spazio interiore come nella sfera pubblica. Non v’è antidoto migliore ai virus disseminati dalla paura, dall’incertezza e dalla precarietà che fanno sempre più forte il forte e sempre più debole il debole. Fino a che la debolezza si converte in povertà estrema e la forza in estrema irresponsabilità verso la vita e la morte.

3. Ben-essere, ben-vivere e ben-lavorare

La protezione dal pericolo comporta, come sua conseguenza primaria immediata, la riduzione del rischio. Le condizioni di lavoro possono essere messe in sicurezza, nella dimensione in cui il pericolo è tenuto sotto controllo. Se è il pericolo a produrre il rischio, la riduzione del rischio deve necessariamente partire dalla neutralizzazione del pericolo.

In quanto elemento oggettivo, il pericolo è rilevabile e descrivibile. Rilevare e descrivere il pericolo significa correggere interventi e comportamenti lacunosi, se non errati, e alimentare, invece, interventi e comportamenti virtuosi.

Questa logica stringente è espressa al massimo livello di chiarezza dalle dinamiche che regolano il rischio di incidente rilevante.

Come ben si sa, il rischio di incidente rilevante di un’azienda è caratterizzato dalla bassa probabilità e dalla elevatissima gravità dei danni potenziali, con ripercussioni all’esterno del perimetro fisico dello stabilimento. Una azienda è assoggettata alla normativa che regola l’incidente rilevante, se detiene o usa sostanze pericolose, al di sopra degli standard quantitativi previsti.

La legislazione in materia si è stratificata per passaggi successivi che hanno fatto riferimento alle Direttive Comunitarie. A partire dalla Direttiva Europea 82/501/CEE, esse sono state definite “Direttive Seveso”, in relazione al noto e drammatico incidente avvenuto nel mese di luglio del 1976 nel comune lombardo. Ė, quindi, intervenuta la Direttiva Europea 96/82/CE, modificata e integrata successivamente dalla Direttiva Europea 2003/105/CE, la quale ha connesso esplicitamente l’incidente rilevante alla presenza, in azienda, di sostanze pericolose, per scopi di stoccaggio, utilizzo e produzione.

Le “Direttive Seveso” sono state recepite nell’ordinamento italiano dal D. Lgs. n. 334/1999 e dal D. Lgs. n. 238/2005.

Il D. Lgs. n. 334/1999 obbliga le imprese che rientrano nella casistica prevista a:

A sua volta, il D. Lgs. n. 238/2005, prevede lo specifico obbligo alla redazione di un Piano di Emergenza Esterno (PEE).

Una lettera circolare del 15 gennaio 2008 della Direzione centrale per la prevenzione e la sicurezza tecnica del ministero del Lavoro ha precisato che la predisposizione del PEE costituisce un elemento cardine, per il controllo dei rischi di incidente rilevante e, dunque, era ed è da attuarsi in maniera completa e rigorosa.

La raccomandazione contenuta nella lettera circolare è proposta specificamente in pendenza della procedura di infrazione 2007/2030 contestata all’Italia dalla Commissione Europea.

Come questi scarni dettagli mostrano, non è possibile, in alcun caso, ridurre il pericolo a una nebulosa; esso è un dato di certezza. Possiamo individuarne, a priori, le zone di influenza e le condizioni di manifestazione. La scure del rischio si abbatte sulla testa dei lavoratori e dei cittadini esattamente nei punti in cui il pericolo, pur oggettivo, non viene tenuto nella debita considerazione.

I segni di pericolo servono proprio a evitare l’accesso all’area del rischio. Delimitano assai di più di una segnaletica; sono interni, piuttosto, a una un’ecologia e a una semiotica del ben-essere. Essi, cioè, sono posti a presidio del ben-vivere e del ben-lavorare, nella tutela estrema del valore supremo della vita umana.

La prevenzione deve agganciare questa dimensione profonda: essa inizia a giocare la sua partita proprio nell’attenuazione e contrazione delle aree di pericolo. Questo livello di base possiamo definirlo prevenzione oggettiva: qui abbiamo a che fare con le strutture tecniche e le condizioni materiali che regolano il rapporto operativo tra organizzazione del lavoro e lavoratori.

Ma esiste un’altra importante faccia della prevenzione: quella soggettiva. La prevenzione soggettiva interviene sul lavoro umano associato nel processo di produzione, agendo sulle determinazioni di tipo culturale, psicologico, motivazionale, relazionale ed etico del sistema di sicurezza.

Non si tratta soltanto di tenere sotto controllo il pericolo, attraverso una corretta e dinamica gestione dell’organizzazione tecnica del lavoro. Ė, soprattutto, questione di educare, formare e informare datori di lavoro, lavoratori, parti sociali, cittadini e istituzioni a sviluppare i necessari livelli di attenzione e consapevolezza sulle componenti culturali, psicologiche, motivazionali e relazionali del ben-essere e del mal-essere sui luoghi di lavoro.

Se il pericolo ha come sua caratteristica fondante la certezza, il rischio si qualifica come evento probabile, a fronte della sussistenza delle condizioni di pericolo. Chiaramente, i fattori probabilistici del rischio sono tanto più ridotti, quanto meno si fa accesso all’area del pericolo.

Se il rapporto tra pericolo e rischio viene invertito, ponendo al primo posto la probabilità del rischio e non già la certezza del pericolo, si alimenta una spirale di decisioni e azioni scorrette che, prima o poi, produrranno danni e lutti. Il pericolo, da certo, viene trasformato in ipotetico, con una operazione culturale e psicologica di deleteria semplificazione. Conseguentemente, il rischio viene classificato come improbabile. Proprio qui scatta l’automatismo esiziale: al pericolo ipotetico non può che corrispondere il rischio improbabile.

Atteggiamenti di questo tipo creano un clima di generale sottovalutazione del pericolo che, a sua volta, asseconda la riproduzione allargata del rischio. La sottovalutazione del pericolo moltiplica le probabilità del rischio, proprio dove e quando entrambi, con fatale leggerezza, sono ritenuti privi di plausibilità.

Sino a che il rischio non si traduce in danno, la sottovalutazione del pericolo induce un convincimento rovinoso così sintetizzabile: «Lavorare sotto pericolo non solo è possibile, ma normale; tanto il rischio è improbabile». Quando, poi, il danno subentra, è troppo tardi, per porre rimedio alle carenze oggettive e soggettive presenti nell’ambiente di lavoro. Ecco perché la valutazione dei rischi deve procedere assolutamente da una un’analisi gestionale del pericolo, nel senso dell’organizzazione funzionale della prevenzione e protezione [5]. Altrimenti il sistema di governo della sicurezza e salute sul lavoro, con i relativi modelli e procedimenti di gestione, non si esercita nel concreto delle situazioni reali e delle loro evoluzioni, con il conseguente cedimento delle capacità di previsione, prevenzione, valutazione e controllo.

4. I modelli principali della valutazione dei rischi: il TU italiano

Non casualmente, la norma UNI EN 292 parte I/1991 definisce come sorgente di pericolo qualunque fonte di possibili lesioni o danni alla salute. Le fonti del pericolo possono essere oggettivamente rilevate e, dunque, debbono essere oggettivamente e soggettivamente controllate. Sempre non casualmente, la circolare del ministero del Lavoro n. 102/1995 definisce il rischio come la probabilità che sia raggiunto il limite potenziale di danno, alle condizioni di esposizione a un determinato fattore. Il rischio, quindi, è un evento probabile lesivo della salute del lavoratore che si caratterizza proprio per la particolare intensità delle conseguenze dannose.

Inserendosi nel solco di questa codificazione, il D. Lgs. n. 81/2008 – il cd. Testo Unico (TU) sulla salute e sicurezza del lavoro – mira proprio alla gestione dei rischi e degli infortuni sul lavoro, riducendone le probabilità di accadimento e gli effetti di impatto [6].

Il TU definisce il pericolo come:

Il rischio è definito come:

La valutazione dei rischi è definita come:

In tema di valutazione dei rischi molte – e di rilievo – sono le novità previste dal TU, a partire dai rischi particolari, in cima ai quali viene posto lo stress lavoro-correlato, secondo i contenuti sanciti dell’accordo europeo dell’otto ottobre 2004 [7]. Ma su questo argomento ci soffermeremo specificamente. Vediamo gli altri obblighi a cui il documento di valutazione dei rischi deve ottemperare. Oltre ad avere una data certa, esso deve contenere:

Inoltre, la rielaborazione del documento di valutazione dei rischi è d’obbligo, se intervengono mutamenti nel processo produttivo e/o dell’organizzazione del lavoro significativi ai fini della sicurezza e salute dei lavoratori (art. 29). Essa va, altresì, ridefinita in rapporto al grado di evoluzione della tecnica, della prevenzione e della protezione (art. 29). Con tutta evidenza, la rielaborazione del documento di valutazione dei rischi comporta il puntuale aggiornamento delle misure di prevenzione (art. 29).

Dopo aver posto in chiaro i lineamenti essenziali dell’area di intervento privilegiata dal modello di valutazione contenuto nel TU, corre obbligo individuare la zona grigia a cui il modello omette di riferirsi.

La strutturazione del rischio dipende dal mutevole strutturarsi del processo produttivo e dalla ricomposizione delle imprese nei mercati globali. Negli ultimi decenni, una sempre crescente fetta di funzioni, processi e fattori produttivi è stata esternalizzata dalla grande impresa verso la media e piccola impresa e verso aziende artigianali. Con la conseguenza che il rischio è stato redistribuito verso micro imprese e micro aziende, finendo col gravare, in particolare, sui lavoratori ivi occupati. Il processo, in Italia, ha avuto un’intensità ancora maggiore, visto che l’economia del nostro paese è costitutivamente incardinata sulle piccole e medie imprese.

Il modello di valutazione dei rischi del TU non tiene in adeguato conto questa realtà: prescrive norme generaliste che finiscono col risultare inefficaci in una rilevante serie di casi. Vi sono, certamente, degli standard di prevenzione, protezione e sicurezza a cui tutte le imprese debbono uniformarsi, indipendentemente dalla tipologia e dalla grandezza. Ė altrettanto vero, però, che accanto a norme di carattere generale necessitano norme aventi una valenza settoriale. Ciò proprio a fronte dei processi di mobilità della produzione, dei lavori e dei lavoratori che abbiamo sotto gli occhi e che sono destinati ad aumentare in futuro.

Il modello di valutazione del TU, su questo punto specifico, si rivela carente, prestando anche il fianco alle critiche del mondo imprenditoriale. Certo, tali critiche sono strumentali e finalizzate alla deregolamentazione spinta del sistema sicurezza. Ora, la questione chiave non è “più regole” o “meno regole”; bensì rendere complesso e articolato il sistema sicurezza, affiancando alle regole generali giuste le regole settoriali necessarie. Così, venendo a capo del dilemma paralizzante che vede, a un polo, un eccesso di burocratizzazione e, all’altro, un eccesso di deregolazione.

Da più parti, con specifico riferimento alle PMI, si è venuti proponendo un approccio integrato alla questione [8]. Il dato di partenza è che nelle PMI la legislazione sulla sicurezza del lavoro è poco applicata [9]. Qui le responsabilità dei piccoli e medi imprenditori si combinano, in maniera perversa, con le lacune del modello di valutazione generalista che abbiamo sommariamente descritto. Occorre considerare sia la particolarità della posizione e delle risorse delle PMI, sia tenere a battesimo modelli condivisi e partecipati tra le parti interessate, facendo rientrare la gestione della sicurezza nella gestione generale dell’azienda, in un’ottica di responsabilità sociale [10]. Ė necessario, altresì, tener conto che le PMI hanno difficoltà di accesso al credito e alla professionalità; circostanza che le penalizza ulteriormente nel quadro macro economico globale [11].

Il principio cardine, di matrice comunitaria, applicato dall’approccio gestionale integrato è il seguente: fare sicurezza significa fare prevenzione [12]. Dal che consegue che la prevenzione e la sicurezza finiscono con l’acquisire un profilo sistemico. Il principio che abbiamo prima menzionato assume una portata ancora più pregnante, se lo ritraduciamo in questi termini: fare sicurezza/fare prevenzione significa fare sistema. Il sistema a cui si fa qui riferimento è l’insieme integrato che connette risorse umane, contenuti di sicurezza e salute, procedure e dispositivi tecnici e organizzativi [13]. Il documento di valutazione dei rischi è, così, spogliato dei suoi attributi meramente formali e burocratici, per diventare una intersezione pulsante che connette, in maniera sistemica, risorse umane, organizzative e tecniche in funzione della sicurezza e della prevenzione.

Ė fuor di dubbio che una rigorosa ed efficace logica di prevenzione non può che avere una matrice sistemica [14]. E tuttavia, un tale approccio, pur positivo, non scioglie tutti i nodi presenti sul tappeto, poiché non individua con sufficiente precisione alcune delle maggiori aree di criticità che caratterizzano i sistemi di sicurezza delle PMI.

Oltre alle questioni di tipo produttivo e gestionale esistono anche quelle di tipo culturale che, per molti versi, sono ancora più condizionanti. Come ben si sa, le PMI circoscrivono la sicurezza sul lavoro all’ambito del processo produttivo, in virtù dell’assunto empirico ampiamente diffuso al loro interno che fa dipendere la cultura della prevenzione dalla esperienza personale dei datori di lavoro [15]. Le attività di formazione e prevenzione, in senso forte e largo, risultano pericolosamente sottovalutate. La gestione del sistema sicurezza è unilateralmente incardinata su nozioni e conoscenze di carattere tecnico ed empirico [16], non soggette a verifiche puntuali e non aperte alla complessità dei processi di mutamento culturale, conoscitivo, organizzativo e tecnologico che sono tipici delle società globali.

5. I modelli principali della valutazione dei rischi: l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro

Se riflettiamo sul fatto che è la relazione intercorrente tra pericolo e danno a determinare il livello di rischio, assumiamo ancora maggiore consapevolezza della centralità della valutazione dei rischi. Dunque, ancora di più, apprezziamo le campagne dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro che, il 28 maggio 2008, ha lanciato la campagna europea “Ambienti di lavoro sani e sicuri”, articolati in due settimane: la prima dal 20 al 24 ottobre 2008; la seconda, a ottobre del 2009.

Scopo della campagna è ridurre l’incidenza degli infortuni e delle morti sul lavoro, attraverso una più puntuale valutazione dei rischi. La campagna intende promuovere specificamente un nuovo modello gestionale alla valutazione dei rischi che tenga conto del carattere complesso del processo lavorativo e di tutte le determinazioni che vi concorrono.

Secondo il convincimento dell’Agenzia europea, la valutazione dei rischi costituisce il presupposto ineludibile di un corretto ed efficiente approccio ai temi della sicurezza e salute sul lavoro. Senza una corretta e penetrante valutazione dei rischi, non è possibile porre mano a corrette misure preventive, conclude l’Agenzia.

L’Agenzia constata che, in ambito europeo, sul tema della valutazione dei rischi è assente una adeguata consapevolezza, soprattutto da parte delle PMI.

I punti critici su cui la campagna concentra la sua attenzione sono i seguenti:

L’Agenzia europea, con tutta evidenza, sposa il modello comunitario della gestione integrata, attraverso la partecipazione attiva di tutti gli attori del sistema sicurezza. Essa propone un approccio alla valutazione dei rischi articolato in cinque fasi:
  1.  individuare i pericoli e i rischi;
  2.  valutare e attribuire un ordine di priorità ai rischi;
  3.  decidere l’azione preventiva;
  4.  intervenire con azioni concrete;
  5.  controllare e riesaminare [17].

Ben si comprende, allora, come l’approccio non basi la valutazione dei rischi su procedure e adempimenti formali; bensì sul coinvolgimento degli attori in gioco, a partire dai lavoratori e i loro rappresentanti: è con essi che va effettuata la ricognizione sugli ambienti di lavoro. L’atto sorgivo della valutazione sta qui. L’osservazione attenta sul luogo di lavoro e la ricognizione in loco sulle attività lavorative sono le premosse della valutazione dei rischi.

Ciò rende più agevole ricondurre ogni pericolo al corrispettivo danno e ogni pericolo/danno ai singoli lavoratori. L’azione preventiva può essere decisa in un contesto complessivo che va stabilendo, del pari, la gerarchia di priorità dei rischi.

Ricondurre i pericoli all’area omogenea di lavoratori che a essi sono esposti, consente di intervenire con azioni concrete e facilita, alla fine del processo, il controllo e il riesame delle azioni decise e realizzate. La sequenza delle azioni è così sintetizzabile:

La campagna europea sulla valutazione dei rischi ha visto l’Agenzia predisporre anche una lista di controllo dedicata specificamente al lavoro di ufficio [18]. Si tratta di un questionario contenente domande multiple, articolato in due sezioni:

1) Esistono pericoli sui luoghi di lavoro?

In questa sezione le domande vertono su:

2) Esempi di misure preventive che possono essere adottate per prevenire i rischi

In questa sezione le azioni preventive vengono suddivise per ogni pericolo individuato.

Pur più rigoroso ed elastico del modello di valutazione dei rischi presente nel TU, l’approccio dell’Agenzia europea non è esente da insufficienze. La più stridente delle quali è, certamente, quella che conduce a una sottovalutazione dei rischi nelle PMI, nonostante l’Agenzia abbia ben chiaro che sono proprio le PMI le più latitanti in tema di valutazione e che proprio nelle PMI si realizzino le più alte percentuale di infortuni e malattie professionali.

Nella seconda delle cinque fasi di graduale elaborazione della valutazione dei rischi, l’Agenzia sostiene: «Un processo di valutazione semplice, basato sul buonsenso e che non richieda competenze specialistiche o tecniche complicate, potrebbe essere sufficiente per i pericoli o le attività presenti in molti luoghi di lavoro. Tra questi si annoverano le attività che comportano pericoli di lieve entità o i luoghi di lavoro in cui i rischi sono ben noti o facilmente rilevabili e in cui è prontamente disponibile uno strumento di controllo. Probabilmente è questo il caso della maggior parte delle aziende (soprattutto delle piccole e medie imprese, PMI). Ai rischi deve quindi essere attribuito un ordine di priorità, che deve essere rispettato al momento di avviare le azioni di gestione» [19].

Come abbiamo cercato di mostrare nel paragrafo precedente, urge lasciarsi alle spalle proprio la cultura del buon senso e dell’empirismo tecnico che caratterizza, in tema di salute e sicurezza sul lavoro, il sistema delle PMI, soprattutto in Italia. I limiti di carattere sistemico e gestionale dell’approccio al rischio da lavoro sono da considerarsi anche e soprattutto limiti di derivazione culturale. E, dunque, occorre promuovere una diversa e più avanzata cultura anche della valutazione dei rischi, soprattutto nel sistema delle PMI, dove gli infortuni e le malattie professionali hanno la rilevanza maggiore.

6. Come valutare e affrontare il rischio dello stress lavoro-correlato

Una delle novità più significative del TU è stato il recepimento dell’Accordo Quadro Europeo del 2004 sullo stress lavoro-correlato, stipulato a Bruxelles dalle associazioni imprenditoriali e dalle organizzazioni sindacali e da attuarsi entro il triennio successivo. In Italia, l’Accordo è stato ratificato solo nel giugno del 2008, con circa sette mesi di ritardo rispetto alla scadenza ultima.

Per parte sua, il TU aveva già provveduto a inserire lo stress da lavoro-correlato nei rischi su cui avrebbe dovuto esercitarsi la corrispettiva valutazione (art. 28). Senonché, con due provvedimenti ad hoc, uno della primavera del 2008 e l’altro di fine 2008, il governo Berlusconi in carica ha, prima, prorogato l’obbligo dell’aggiornamento dell’intero documento di valutazione dei rischi al 31 dicembre 2008; successivamente, ha prorogato al 16 maggio 2009 la valutazione dello stress da lavoro-correlato.

In materia di salute e sicurezza, le politiche del governo Berlusconi sono state particolarmente aggressive [20]. Ancora più dirompenti si sono profilati gli interventi annunciati dall’esecutivo, miranti a destrutturare l’impianto del TU, in funzione del trionfo di una logica di patto bilaterale tra governo e imprenditori, con esclusione dalle decisioni attive delle organizzazioni sindacali; soprattutto, quelle che dissentono. Lo vedremo specificamente nel prossimo paragrafo. Di nuovo, le esigenze delle imprese fanno premio sui diritti dei lavoratori, a partire dal diritto alla vita. Ma, come ricorda il TU, riprendendo la definizione elaborata dall’Organizzazione mondiale della sanità, la salute è da intendersi come uno stato «di completo benessere fisico, mentale e sociale, non consistente solo in un’assenza di malattia o di infermità» (art. 2, comma 1, lettera o).

Ma cominciano a vedere le linee di intervento proclamate dal ministro Maurizio Sacconi. A commento della strage sul lavoro avvenuta il 17 novembre 2008 a Sasso Marconi (Bo), dove sono morti due lavoratori e rimasti feriti altri tre, l’ufficio stampa del ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali ha fatto circolare una dichiarazione del ministro Maurizio Sacconi.

In essa, il ministro, dopo aver espresso il suo cordoglio ai familiari delle vittime, annuncia le future linee di intervento che il governo intende applicare. Innanzitutto, afferma il ministro: «Il governo renderà più effettive le condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro attraverso la maggiore collaborazione delle proprie funzioni ispettive con quelle delle Aziende sanitarie di cui oggi è riconosciuta primaria competenza in materia, come nel caso dell’azienda ove si è verificata l’esplosione».

In particolare, continua la dichiarazione: «Vogliamo integrare in un unico sistema le funzioni esperte dell’INAIL e dell’ISPESL in modo da offrire un ancora più solido e omogeneo riferimento per tutte le attività di ricerca sulla sicurezza, di prevenzione, assicurazione e riabilitazione. Così come è doveroso investire in modo crescente nella formazione e nell’informazione dei lavoratori anche sulla base di più diffusi rapporti di collaborazione tra imprenditori e lavoratori. In questo senso è stato varato un piano straordinario di investimenti per garantire una dimensione critica alla formazione e all’informazione dei lavoratori».

A tutt’oggi (giugno 2009), non si ha notizia del piano straordinario di investimenti a favore della formazione e informazione dei lavoratori; mancano, altresì, le indicazioni operative dell’integrazione in un sistema unitario di tutte le attività di ricerca, prevenzione, assicurazione e riabilitazione. Sull’integrazione delle funzioni ispettive del ministero con quelle delle ASL, invece, grava l’ombra del disegno del “superamento” delle funzioni ispettive attribuite dalla legge alle ASL, enunciato in Parlamento dal ministro medesimo.

Ma ritorniamo al decreto controriformatore del governo Berlusconi di fine 2008, considerandone con maggiore attenzione la logica che lo anima. Dobbiamo prontamente osservare che la scadenza ultima delle proroghe al 16 maggio 2009 non è casuale. Infatti, il 15 maggio 2009 scade il termine per i decreti correttivi al TU. Le proroghe annunciano il probabile intervento strutturale sulla materia da parte del governo, con un’aperta rimessa in discussione proprio di quelle norme che maggiormente tutelano la salute e la sicurezza dei lavoratori, nonché la dignità della persona [21]. Ciò rende più agevole comprendere gli inadempimenti del governo Berlusconi, a partire dalla mancata costituzione della Commissione consultiva permanente (art. 6 del TU) e del Comitato per l’indirizzo e le valutazione delle politiche attive e per il coordinamento nazionale delle attività di vigilanza (art. 5 del TU). Inadempimenti e proroghe costituiscono gli assi su cui si regge l’unilateralità delle politiche del governo in materia di salute e sicurezza sul lavoro [22].

Ma ritorniamo al nostro tema di discussione.

L’Accordo Interconfederale sullo stress lavoro-correlato ha recepito anche alcuni contenuti specifici del TU che, per parte sua, aveva già provveduto ad estendere la valutazione a questo specifico rischio, nella parte in cui si richiamava espressamente all’Accordo Quadro Europeo (art. 28). Si tratta di una novità importante, perché viene indirizzata una adeguata attenzione verso le patologie dei rischi psicosociali, di cui lo stress, in tutte le sue manifestazioni, è una delle più preoccupanti forme di espressione [23]. Ciò è vero, soprattutto a fronte dell’evidenza che si vanno sempre più affermando moduli di organizzazione del lavoro e di produzione defatiganti e corrosivi proprio sul piano del logorio nervoso ed emotivo e dell’equilibrio psichico. Lo stress lavoro-correlato attraversa tutti i comparti, i settori e le aree dell’organizzazione del lavoro e della produzione. Più che essere un rischio emergente si profila, ormai, come il rischio da lavoro a socializzazione negativa più estesa, già nel breve periodo.

Secondo la Commissione Europea – Direzione Generale Occupazione e Affari Sociali, già nelle formulazioni elaborate nella “Guida” del 1999, i fattori che producono stress sull’attività lavorativa sono essenzialmente quattro:

1) Organizzazione dei processi di lavoro:

2) Condizioni dell’ambiente di lavoro:

3) Modalità di comunicazione:

4) Fattori soggettivi:

Ricerche più recenti dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, attraverso l’Osservatorio europeo dei rischi, hanno confermato questa impostazione, allargandone lo spettro e le basi motivazionali. Secondo l’Osservatorio europeo dei rischi, a fronte dei nuovi processi produttivi e delle nuove tipologie di organizzazione del lavoro, lo stress collegato alle attività lavorative è cresciuto quantitativamente e si è intensificato qualitativamente. Al presente, lo stress è soprattutto correlato alla precarietà delle nuove forme di contratto di lavoro, all’intensificazione dell’attività lavorativa, alla pressione emotiva crescente, a episodi isolati o reiterati di molestia, aggressione e mobbing, alla destrutturazione completa della relazione tra lavoro e vita privata [25].

Vediamo di riflettere con un minimo di attenzione in più sul contesto delineato dalle ricerche dell’Agenzia e dell’Osservatorio:

1) Il lavoro precario mette a repentaglio la salute dei lavoratori, producendo stress
La caratteristica fondante del lavoro precario è una occupazione a basso reddito, di scarsa qualità, con ridotte opportunità di formazione, con bassi livelli di informazione, con inesistenti opportunità di avanzamento di carriera. Queste forme contrattuali, per lo più, si risolvono in lavori pericolosi e ripetitivi, con forti discriminazioni in fatto di diritti di formazione e informazione in materia di prevenzione e sicurezza sul lavoro. La precarietà della collocazione occupazionale si associa negativamente alla pericolosità della mansione svolta, generando un clima di insicurezza frustrante che alimenta, in maniera esponenziale, lo stress collegato all’attività lavorativa.

2) L’intensificazione dei ritmi di lavoro è un potente fattore di stress
I tempi e gli spazi della prestazione lavorativa si restringono e i flussi delle decisioni e delle istruzioni aziendali si fanno sempre più vorticosi, richiedendo ai lavoratori una crescente rapidità di esecuzione. La maggiore velocità di lavoro si abbina a un carico crescente del mansionario: più compiti debbono essere eseguiti in più ristrette scale temporali. La pressione esercitata sui lavoratori è enorme. Il combinarsi di questi fattori fa sì che l’attività lavorativa venga svolta in condizioni di stress progressivamente crescente. Nello contempo, cresce il volume delle responsabilità che sono gestite da un numero decrescente di lavoratori: vale a dire, si contrae sempre di più la sfera dell’azione autonoma dei lavoratori a vantaggio dell’incremento delle attività puramente esecutive. Si aggiunge, così, un ulteriore e deleterio fattore di stress.

3) Violenza e bullismo nei luoghi di lavoro come effetto e causa di stress
L’intensificazione dei fenomeni di stress sui luoghi di lavoro è testimoniata anche dal dilagare dei fenomeni di aggressione, violenza e bullismo tra i lavoratori, da un lato, e tra lavoratori e utenti, dall’altro. Il settore della sanità e dei servizi sono quelli più colpiti. Le patologie più frequenti sono: calo dell’autostima, disturbi d’ansia e, perfino, il suicidio. Qui il circolo si chiude perfettamente, perché gli effetti dello stress si convertono in causa di sovralimentazione dello stress.

4) Scarso equilibrio tra lavoro e vita privata e generalizzazione dello stress
L’elevato carico di lavoro e turni di lavoro disfunzionali non si prestano a conciliare i tempi di lavoro con i tempi di vita. Le relazioni affettive e sociali sono minate alla base. Così, lo stress da lavoro alimenta lo stress del tempo libero e, insieme, rendono ancora più stressanti e frustranti sia il tempo di lavoro che il tempo di vita. Ciò rende ancora più critici e friabili gli spazi di comunicazione familiare e, in genere, privata. Soprattutto, le donne sono penalizzate e discriminate, poiché più degli uomini cumulano lo stress da lavoro con lo stress esistenziale, per la decisiva circostanza che esse lavorano anche in famiglia. Lo stress dal tempo di lavoro si generalizza nel tempo di vita; dal tempo di vita si generalizza, con maggiore intensità, nel tempo di lavoro. Anche qui siamo di fronte a un circolo chiuso che si autoalimenta in forma di moto perpetuo.

Come è stato fatto opportunamente rilevare, lo stress lavoro-correlato ha una natura multidimensionale, sia per quel che riguarda le causa e gli effetti, sia per quel che riguarda i sintomi [26]. Nel suo raggio d’azione rientrano il burn out, il mobbing, lo straining che ne costituiscono le principali forme di espressione [27]. Alla base di tali fenomenologie incidono processi di aggressione all’identità personale e alla comunicazione nello svolgimento della prestazione lavorativa. La carenza di motivazioni, lo scarso senso di appartenenza, l’insufficiente supporto fornito dall’organizzazione di riferimento, il verticismo aziendale e l’autoritarismo della catena decisionale, a tutti i livelli della scala gerarchica, rendono disagevole l’ambiente di lavoro, introducendo fattori progressivi di desocializzazione e desolidarizzazione.

Tali dinamiche non hanno un’entità organizzativa precisa; non costituiscono, però, una sorta di male oscuro. Al contrario, esse sono rese ben evidenti e visibili dallo sfaldamento dei processi di aggregazione, dal disagio sociale che si percepisce in misura crescente nei luoghi di lavoro, dal potenziamento dei fattori di rischio a cui la prestazione lavorativa è esposta, dall’incremento delle malattie professionali. La presenza massiva dello stress lavoro-correlato è portata in superficie da una inequivocabile manifestazione di:

Nonostante la sua ampiezza statistica e la sua profondità, lo stress sui luoghi di lavoro viene ancora enormemente sottovalutato. Secondo l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro: «Lo stress legato all’attività lavorativa è una delle principali sfide dell’Europa nella sfera della salute e sicurezza sul lavoro (SSL) e il numero di persone che lamentano situazioni di disagio provocate dallo stress o aggravate dal lavoro è destinato ad aumentare nel tempo … Lo stress è il secondo problema sanitario legato all’attività lavorativa segnalato più di frequente in Europa, un problema che colpisce il 22% dei lavoratori dell’UE nel 2005. Dagli studi condotti emerge che una percentuale compresa tra il 50% e il 60% di tutte le giornate lavorative perse è riconducibile allo stress» [29]. Analisi ancora più complete e allarmanti sono contenute nel Rapporto del 2007 dell’Osservatorio europeo dei rischi, dove viene messo ultimativamente in chiaro che lo stress crescente nei luoghi di lavoro è riconducibile alle nuove forme precarie del contratto di lavoro, alla irregolarità e flessibilità degli orari di lavoro, alla insicurezza del posto di lavoro e all’intensificazione dell’impiego della forza lavoro [30].

Il TU, con l’estensione della valutazione dei rischi allo stress lavoro-correlato, ha iniziato a porre un primo rimedio ai ritardi normativi, culturali, politici presenti in Italia sul tema. A fronte di questa novità, sistema politico e sistema delle imprese hanno fatto muro, amplificando i loro approcci anacronistici in fatto di rischi psicosociali. Da qui le resistenze del mondo imprenditoriale a questa innovazione del TU, come alle altre più significative; da qui la doppia proroga dell’esecutivo Berlusconi dell’obbligo della valutazione del rischio stress lavoro-correlato.

Sul tema specifico dello stress da lavoro, le resistenze imprenditoriali sono di tipo culturale e ricettivo. Nel senso che le imprese stentano ad assumerlo come problema [31]. Conseguentemente: « La tendenza è di relegarlo molto spesso, sopratutto nella piccola impresa, ad atteggiamenti individuali, a problemi caratteriali, legati esclusivamente al profilo psicologico del lavoratore. Dimenticando, in questo caso, il contesto relazionale-ambientale, il contesto tecnologico che sono due elementi pesanti … Insomma il problema è ormai percepito come titolo, ma c’è la difficoltà a farne un problema. C’è la tendenza a pensare che sia un problema di insoddisfazione che inizia e finisce con il lavoratore» [32].

Chiaramente, la semplificazione che ne discende deresponsabilizza gli elementi strutturali e soggettivi imputati dell’organizzazione e del funzionamento del processo lavorativo, responsabilizzando negativamente i comportamenti soggettivi dei lavoratori. Sul carattere sistemico dell’organizzazione del lavoro e sul ruolo in essa giocato dalle componenti tecnologiche, ambientali e relazionali viene apposto uno schermo occultante. In questo modo, lo stress da lavoro come problema di sistema, richiedente valutazioni e risoluzioni mirate, viene cancellato. Viceversa, il punto di partenza obbligato per un’assunzione corretta del problema sta proprio nella predisposizione di una valutazione dei rischi che sia funzionale al perseguimento sistemico del benessere organizzativo negli ambienti di lavoro.

7. La controriforma del governo Berlusconi

Il 27 marzo 2009, il Consiglio dei ministri ha approvato uno “Schema di decreto correttivo” del TU varato dal precedente governo Prodi che, sostanzialmente, lo riscrive in senso peggiorativo [33]. Recependo gran parte delle richieste delle associazioni imprenditoriali, il governo appronta un vero e proprio “contro Testo Unico”. Analizziamone l’impianto e le strutture portanti.

Prima, però, di passare alla critica, si deve riconoscere al governo un positivo lavoro di correzione formale e di sistemazione testuale più congrua [34].

Quattro sono le questioni salienti su cui si deve necessariamente appuntare l’attenzione:·

La cultura di fondo che traspare dal decreto correttivo, nel suo privilegiare la riduzione delle sanzioni, è quanto mai eloquente. Essa esprime posizioni anacronistiche ed elusive, negatrici di un postulato, ormai, pacifico nella comunità scientifica e tra gli attori più sensibili del sistema sicurezza. La chiave di volta del sistema di sicurezza sul lavoro non è la riduzione delle sanzioni, bensì la riduzione dei rischi. Alla riduzione dei rischi deve accompagnarsi la riduzione delle violazioni alla sicurezza [35].

Dalla filosofia minimalista e imprenditorialistica del governo discendono effetti esiziali:

Tutte le falle di sistema sono, così, rivitalizzate e messe in opera al massimo della loro combinazione perversa.

Caratteristico, in tale cornice, è lo smaccato tentativo di depotenziare il concetto di data certa non solo a riguardo del documento di valutazione dei rischi, ma anche della delega di funzioni [36]. Diventa chiaro come, su questo delicato versante, siano incoraggiate l’elusione delle norme e la manomissione della documentazione. A partire dalla possibilità evidente di predisporre documenti di valutazione dei rischi e deleghe a infortunio avvenuto [37]. Come sostiene l’avvocato Dubini, ciò avviene «nonostante la gran parte delle aziende disponga di posta certificata per la propria attività aziendale, ovvero della possibilità pratica di attestare a data certa nel modo più semplice possibile» [38].

V’è, inoltre, da registrarsi la sovversione dell’ordine costituzionale, laddove il decreto correttivo vincola l’attività degli organi di polizia giudiziaria ai pareri della Commissione per l’interpello: la sovversione sta nella circostanza evidente di sottoporre «l’azione penale alle decisioni amministrative di un organismo del potere esecutivo. Un vero e proprio scandalo giuridico» [39].

Ma non è tutto. Con l’art. 15 bis, il decreto correttivo tenta, in maniera smaccata, di trasferire dai vertici aziendali alle gerarchie inferiori tutte le responsabilità penali, con una patente violazione dell’art. 1 delle legge di delega n. 123/2007 che vieta espressamente modifiche al codice penale, per il fatto molto semplice che non rientrano nella materia oggetto di delega [40].

E infine, è contemplata l’aperta violazione dell’art. 5 dello Statuto dei lavoratori (legge n. 300/1970), laddove sono consentite le visite preassuntive del medico del datore di lavoro [41].

Gli attacchi più insidiosi, comunque, si esercitano contro l’efficacia e la puntualità dei processi di valutazione, controllo e gestione dei rischi. Il fine perseguito dal “contro Testo Unico” non è la tutela dell’integrità fisica e psichica dei lavoratori; bensì la limitazione degli obblighi datoriali in tema di prevenzione e sicurezza sul lavoro [42]. Il collegamento del DUVRI (il documento unico di valutazione dei rischi interferenziali) alla durata, anziché alla pericolosità e ai rischi dei lavori è un’altra mossa che va in direzione della modifica del tessuto normativo previgente [43] e che, al pari di molte altre, ha lo scopo precipuo di ridisegnare pro datori di lavoro l’impianto complessivo del TU esistente [44].

Non senza ragioni, Paola Agnello Modica afferma: «Con l’approvazione del decreto modificativo del cosiddetto Testo Unico su salute e sicurezza il governo svela i contenuti della sua controriforma, dopo mesi di non applicazione, di modifiche e di boicottaggi» [45]. E continua: « Infatti con lo schema di decreto approvato in prima lettura dal Cdm, il governo tenta di svuotare il Testo Unico sulla salute e sicurezza. Il testo interviene pesantemente su tutti i capitoli fondamentali a partire dal Titolo primo, che pure era stato lungamente discusso dal precedente governo con tutte le parti sociali, mentre l’attuale esecutivo, benché ripetutamente sollecitato, non ha mai consentito al sindacato e alle Regioni di discutere il testo che oggi ha varato» [46]. E conclude: « Si riducono drasticamente le responsabilità del datore di lavoro e dei dirigenti, fino ad addossarle al lavoratore. Si interviene su ben due articoli dello Statuto dei Lavoratori, superando il divieto di visita preassuntiva da parte del medico competente (di fiducia del datore di lavoro) e limitando fortemente le RSU e il sindacato nella contrattazione delle condizioni di lavoro che hanno ripercussioni sulla salute e sicurezza» [47].

Prima di diventare effettivo, il decreto correttivo del Consiglio dei ministri deve percorrere una sequenza di adempimenti procedurali:

Nel corso di questi passaggi, potrà essere sottoposto a ulteriori modifiche.

8. Gli infortuni nel mondo

Secondo statistiche dell’ILO aggiornate al 2006, nel mondo ogni giorno muoiono circa 6.000 lavoratori per infortunio sul lavoro e per malattie professionali; quasi 346 mila sono i decessi all’anno per infortuni sul lavoro; più di 160 milioni sono i casi di malattie aventi origine lavorativa; 264 milioni sono i casi di infortuni sul lavoro non mortali [48].

Il carico delle morti, delle malattie professionali e degli infortuni sul lavoro è iniquamente distribuito: nei paesi europei è il doppio di quelli più industrializzati; nel Medio Oriente, in Asia e Africa il tasso è quattro volte superiore [49]. Se consideriamo i diversi settori e le diverse mansioni professionali, il differenziale di rischio tra aree povere e avanzate può variare da dieci a 100 volte [50].

Ancora più accentuate le differenze in tema di copertura assicurativa contro gli infortuni e i rischi sul lavoro: i lavoratori dei paesi del Nord del mondo godono di una assicurazione diffusa; nei Sud del mondo la copertura non arriva al 10% dei lavoratori [51]. Ma anche nei paesi industrializzati, soprattutto di fronte alla diffusione del lavoro sommerso e irregolare, una quantità crescente di lavoratori non ha alcuna protezione contro gli infortuni e le malattie professionali [52].

Esiste un differenziale di genere, di generazione e di collocazione sociale e territoriale. Donne, bambini, migranti e i più poveri sono i meno protetti di fronte ai rischi sul lavoro [53]. In particolare, nel 90% delle piccole e medio imprese le protezioni dal pericolo e dall’esposizione al rischio sono estremamente labili [54].

La concorrenza globale, la crescente frammentazione del mercato del lavoro, rapidi e radicali cambiamenti intervenuti nell’organizzazione del lavoro e nel modo del produrre rendono la tutela del lavoro sempre più difficile; soprattutto, nei paesi in via di sviluppo. Le persone che lavorano nelle zone rurali o informali delle aree urbane non rientrano in alcuna classificazione: sono ignorate dalle statistiche ufficiali e difficili da individuare e raggiungere.

Registrando questa realtà sconfortante, l’ILO ha abbozzato delle linee progettuali di intervento ad hoc che concentrano il massimo di attenzione sui rischi e sulle aree povere del mondo, che presentano le minacce più grandi per la vita e la sicurezza dei lavoratori; per contro, i settori produttivi in cui deve essere riversata l’attenzione più grande sono l’agricoltura, l’estrazione mineraria, le costruzioni [55]. Una pari attenzione, ribadisce l’ILO, va tenuta verso i lavoratori dell’economia informale nelle aree industrializzate del mondo [56].

L’ILO depreca che la prevenzione degli infortuni e la minimizzazione costante dell’esposizione al rischio siano, per lo più, ritenute come un onere finanziario per le imprese. Per l’ILO, questo è un atteggiamento etico poco sostenibile e, per di più, non adeguatamente fondato nemmeno sul piano del calcolo economico. I costi patiti dalla società, dalle istituzioni e dalle imprese per la catena inarrestabile degli infortuni sono, difatti, già oggi economicamente insopportabili [57]. A tacere della circostanza evidente che il potenziamento efficace della prevenzione, abbassando il numero degli infortuni, farebbe flettere significativamente i costi sociali ed economici correlati.

La via suggerita dall’ILO è chiara: estendere la protezione dei lavoratori. La stragrande maggioranza dei lavoratori, le cui condizioni sono più bisognose di miglioramento, è esclusa dal beneficio delle disposizioni legislative e delle altre misure di protezione disponibili [58].

9. Gli infortuni in Italia

Come già l’anno precedente, anche nel 2008 l’INAIL, ha presentato con qualche mese di ritardo il suo rapporto annuale sull’andamento degli infortuni. I dati definitivi relativi al 2007 sono stati addirittura forniti l’uno dicembre 2008, dal direttore generale dell’INAIL, Alberto Cicinelli, nel corso di un intervento a una tavola rotonda organizzata a Roma dall’INCA-CGIL.

Vediamoli in sintesi.

In Italia, nel 2007, si sono verificati 1.207 infortuni mortali sul lavoro, contro i 1.341 del 2006, con una flessione del 10%. Il calo degli infortuni mortali è stato consistente in agricoltura: 105 casi, con un decremento percentuale del -15,3%; più contenuto nell’industria e nei servizi: 1.088 casi, corrispondenti a un calo del –9,7%. Tra i dipendenti dello Stato, il 2007 ha fatto registrare un leggero incremento: 14 infortuni mortali sul lavoro, con un aumento assoluto di due morti, pari a +16,7%. In aumento, invece, gli infortuni mortali in itinere che sono passati da 274 casi del 2006 a 274 nel 2007, con un incremento del 9,5%.

Cicinelli ha fatto un bilancio positivo anche dei primi nove mesi del 2008, nel corso dei quali - ha osservato - sono stati denunciati 661.560 infortuni complessivi, contro i 689.223 dello stesso periodo del 2007, con una flessione del 4%. Al termine del nono mese, nel 2008 gli infortuni mortali sono stati 880, contro i 928 del 2007, con un calo del 5,2%. Sulla base di questi dati, l'INAIL ha ipotizzato per il 2008 una proiezione annua degli infortuni mortali intorno ai 1.150 casi, con una flessione ulteriore del dato del 2007.

L’Istituto ha commentato con enfasi questi dati, calandoli in un trend positivo di lungo periodo, interrottosi soltanto nell’anno 2007. Ora, anche a voler rimanere ancorati in senso stretto alle cifre, risultano chiare due cose. La prima: quando il livello (ufficiale) dei morti sul lavoro e degli infortuni rimane così sensibilmente elevato, pur flettendo, è segno che le falle di sistema del sistema di protezione, prevenzione e sicurezza sul lavoro rimangono operanti a pieno regime. La seconda: l’analisi puramente calcolistica dell’evento infortunistico, in tutte le sue variegate dimensioni, è condannata e si condanna a impattare gli effetti ultimi del fenomeno, senza mai riuscire, né tentare di risalire alle cause prime.

Presupposta pure la loro attendibilità empirica e scientifica, i dati INAIL vanno reinterpretati, se non ricodificati, con chiavi di lettura che siano capaci di approcciare in maniera sistemica la problematica. Diciamo questo, soprattutto in ragione di un’esigenza primaria: quando è in ballo la vita umana e il malessere o il benessere delle persone, da soli i numeri non dicono tutto; semmai, si piegano a strumentalizzazioni che mistificano tutto. Occorre, dunque, farli parlare: ascoltare il racconto che li genera e che, tuttavia, essi tentano di oscurare. Nei prossimi paragrafi, ci accingiamo a operare un primo e parziale tentativo in questa direzione, isolando alcune fenomenologie infortunistiche di grande significato a cui, tuttavia, non viene dedicata la necessaria attenzione.

10. La dinamica degli infortuni in itinere

Soltanto nel 2000, per effetto di un apposito decreto, l’INAIL ha inserito l’infortunio in itinere in quelli indennizzati. Da allora, il fenomeno è in costante ascesa. Basti pensare che siamo passati dai 58.551 infortuni del 2002 ai 92.497 del 2006 e ai 94.503 del 2007; nel 2006, abbiamo registrato 274 infortuni in itinere mortali; nel 2007, gli infortuni mortali in itinere sono stati 296 [59].

Se disaggreghiamo il dato, ripartendolo per aree territoriali, ci accorgiamo che la maggiore incidenza degli infortuni in itinere si ha nel Nord-Est, dove passano dai 23.868 del 2002 a 23.452 del 2006. Se è in questa area che si concentra il picco degli infortuni in itinere, è anche vero che qui si è registrata una flessione del –1,7% [60].

Nel Nord-Ovest, passiamo da 18.816 infortuni in itinere nel 2002 a 25.490 nel 2006, con incremento percentuale del 35,5% [61].

Nel Centro, passiamo da 11.347 infortuni in itinere nel 2002 a 15.489 del 2006, con un incremento percentuale del 36,5% [62].

Nel Sud, passiamo da 3.020 infortuni in itinere nel 2002 a 5.699 del 2006, con un incremento dell’88,7% [63].

I dati, già presi in sé, sono preoccupanti. Lo sono ancora di più, se cerchiamo di tirar fuori dalla sequenza dei numeri la realtà sociale che li partorisce. Gli infortuni in itinere sono un indicatore importante dei fenomeni di mobilità che accompagnano il lavoro. Il loro valore alto e in costante crescita dimostra che non c’è sufficiente integrazione tra i processi di mobilità e quelli del lavoro sociale. O meglio: mentre ai lavoratori viene richiesta una crescente flessibilità e mobilità, i sistemi di integrazione e cooperazione tra lavoro e vita privata sono estremamente rigidi e affastellati l’uno accanto all’altro. Sicché i lavoratori mettono a repentaglio la vita tanto nel sistema lavorativo che in quello della mobilità.

Mobilità e lavoro si scontrano, trasferendo l’una all’altro le proprie diseconomie e disfunzioni. Entrambi i sistemi inoltrano domande, senza mai rispondere ognuno alle domande che gli vengono indirizzate, imponendo le loro regole, senza verificarle. Anziché far muovere i processi, essi preferiscono far muovere le persone. Ė chiaro che quanto più le persone si muovono in condizioni di stress, tanto più il rischio si converte in danno. La catena degli infortuni in itinere non è che la continuazione degli infortuni in occasione di lavoro: trovano alimento in comuni meccanismi di organizzazione sociale.

11. Gli infortuni e i lavoratori immigrati

Come in tutti i paesi avanzati, anche nel nostro paese il numero dei residenti di provenienza non comunitaria va crescendo con il passare degli anni. Come va crescendo il numero di lavoratori immigrati, soprattutto nei mille rivoli del lavoro sommerso.

Attraverso la disamina del flusso della Denuncia Nominativa Assicurati (DNA), l’INAIL ha rilevato che, nel 2007, i lavoratori immigrati assicurati assommano a circa tre milioni, con un incremento del 30% rispetto al 2006 [64].

La maggior parte dei lavoratori proviene dalla Romania che conta 600 mila assicurati; segue l’Albania, con 240 mila e, poi, il Marocco con 210 mila [65]. La presenza dei lavoratori immigrati si concentra: per gli uomini, nell’industria pesante e nelle costruzioni; per le donne: nei servizi di colf e badanti.

Nel 2006, il numero di infortuni accaduti a lavoratori immigrati era stato pari a 129.203, di cui 167 mortali; secondo dati INAIL rilevati al 30 aprile 2008, nel 2007, sono stati denunciati 140.579 infortuni, di cui 174 mortali [66].

La dinamica degli infortuni ha interessato i paesi di provenienza nel modo che segue:

Tra il 2006 e il 2007, i rumeni hanno fatto registrare il più consistente aumento di occupati assicurati all’INAIL [68]. Essi, tra l’altro, godono di un relativamente alto livello di scolarizzazione: 78% diplomati e laureati [69]. Ciononostante, sono occupati nei lavori più pesanti, rischiosi, ripetitivi e con turni di lavoro prolungati. L’inserimento dei lavoratori rumeni avviene, in linea prevalente: per i maschi, in edilizia; per le femmine, nell’assistenza familiare [70]. Come abbiamo prima visto, nel 2007, i rumeni detengono il primato degli infortuni mortali, con 41 casi. In prevalenza, i decessi sono avvenuti in edilizia, dove quasi un decesso su quattro di lavoratori immigrati interessa un rumeno [71].

Negli ultimi anni, in Italia, in costante crescita è anche la comunità cinese. All’uno gennaio 2008, i residenti cinesi assommano a poco più di 156 mila, costituendo la quarta comunità straniera, dopo Romania, Albania e Marocco [72]. In quanto a lavoratori assicurati all’INAIL, i cinesi arrivano a circa 100 mila, costituendo il 3,5% dei lavoratori stranieri in Italia [73]. Ora, il trend infortunistico dell’ultimo quinquennio è in crescita: dagli 864 infortuni denunciati ne 2003, si è passati ai 1.132 del 2007, con un incremento di oltre il 30% [74]. Il settore di attività economica più colpito è quello delle industrie manifatturiere, in particolar modo la metallurgia; seguono alberghi e ristorazione [75]. All’incirca i tre quarti delle denunce di infortuni interessano lavoratori maschi, in parte rilevante (90%) di età compresa tra i 18 e i 49 anni; gli infortuni sono quasi concentrati al Nord nel 90% dei casi [76].

Alcune rapide considerazioni si impongono.

Innanzitutto, pur rimanendo ancorati al dato statistico ufficiale dell’INAIL, va osservato che mentre gli infortuni che colpiscono i lavoratori italiani sono in decremento, quelli che coinvolgono i lavoratori immigrati sono, invece, in aumento. Questo significa che i lavoratori immigrati sono inseriti nei settori più pericolosi e nelle mansioni più faticose ed esposte al rischio. L’immigrazione viene, pertanto, impiegata come un fattore di redistribuzione del rischio sulle categorie meno garantite e più deboli.

Esistono dei sottocicli produttivi caratterizzati da pericolo e rischi crescenti ed essi sono riservati alla forza lavoro immigrata. Più questi sottocicli espellono forza lavoro autoctona, più dentro vi sono immessi lavoratori immigrati. La forza lavoro immigrata è chiamata a rimpiazzare, nel pericolo e nel rischio, la forza lavoro autoctona, anche in ragione della sua minore capacità contrattuale e della sua maggiore sottoposizione ai diktat dei datori di lavoro.

E fin qui stiamo parlando della faccia in luce del fenomeno. Se con lo sguardo penetriamo il suo lato in ombra, il quadro assume connotazioni ancora più gravi.

Esiste uno studio sistematico dell’ILO, specifico sulla discriminazione dei lavoratori stranieri nel mercato del lavoro in Italia che, pur se risalente a qualche anno fa, fornisce una panoramica esaustiva e inquietante [77]; anche perché, da allora, le cose sono evidentemente peggiorate e di molto.

Come è ben risaputo, una consistente e crescente quota di lavoratori immigrati è inserita nel circolo del lavoro sommerso, senza alcuna protezione e alcun diritto [78] . Questo vale soprattutto per i cicli dei lavori stagionali in agricoltura e le aeree del lavoro irregolare nell’edilizia.

La mappa di questo lavoro senza diritti, che presenta i tratti di una nuova forma di schiavitù, si va estendendo a macchia d’olio in tutto il paese, dal Nord al Sud. Essa tratteggia un calvario che fa fratelli, nello sfruttamento e nella morte, lavoratori di tutte le nazionalità, offesi tutti da un sistema politico, sociale e culturale che sopprime i diritti. La monetizzazione del lavoro per unità di prodotto si è spinta e ci spinge fino all’estremo limite della monetizzazione degli omicidi sul lavoro per unità di profitto.

Nel circuito del lavoro immigrato legale le cose non vanno meglio. Anche qui, in quanto a negazione dei diritti, non si scherza. Tratteggiamo, in via esplicativa, soltanto alcune delle tendenze macroscopiche operanti sul campo:

Tendenze, queste, confermate a livello europeo [80].

Lo sfaldamento dei diritti crea una commistione tra segregazione occupazionale verticale e segregazione occupazionale orizzontale. Ma qui le due forme di segregazione non sono il frutto della diversa produttività del lavoro o della diversa preferenza dell’offerta di lavoro che penalizzano figure particolari di lavoratori (le donne, per esempio). La soppressione dei diritti crea uno spazio/tempo di segregazione: ecco perché il lavoro immigrato tende ad assumere un carattere segregato e segregante.

A fronte della disseminazione dei circuiti della soppressione dei diritti e dello spazio/tempo segregato, è chiaro, che il rischio da lavoro è maggiore per i lavoratori immigrati. Non stupisce, quindi, che infortuni e morti sul lavoro finiscano con l’essere in flessione tra i lavoratori italiani e in ascesa tra i lavoratori immigrati. Come i dati INAIL, al di là di tutto, documentano fedelmente. Chi ha meno diritti, al solito, rischia di più e paga con la propria vita.

12. Incidenti domestici e ambienti di vita

A tutt’oggi, l’impatto del fenomeno infortunistico negli ambienti di vita è poco indagato e ancor meno discusso, nonostante costituisca un tema di notevole rilevanza sociale; non foss’altro perché coinvolge i soggetti più deboli: bambini, anziani e diversamente abili. Degli ambienti di vita, la casa costituisce, certamente, il contesto principale; dobbiamo, inoltre, considerare che, con lo sviluppo delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, quello domestico è diventato, ormai, anche un ambiente di lavoro. Le connessioni da casa a server remoti per fini lavorativi, in questi ultimi anni, sono andate moltiplicandosi: telelavoro, reti intranet, e-learning, formazione a distanza, network telematici di varia tipologia ecc.

Le istituzioni internazionali, comunitarie e nazionali, negli ultimi due decenni, hanno cominciato a dedicare una maggiore attenzione al fenomeno degli infortuni domestici, in relazione alla crescita progressiva e abnorme della loro incidenza. Rendere le mura domestiche e il tempo libero più sicuri è diventato un obiettivo delle politiche di prevenzione sanitaria a livello internazionale, comunitario e nazionale.

In Italia, il dipartimento prevenzione del ministero della Sanità ha assunto il coordinamento del vecchio sistema comunitario EHLASS (European Home and Leisure Accident Suirveillance System), attraverso la rete telematica EUPHIN (European Union Public Health Information System), entrata a pieno regime nel 2004. La rete EUPHIN è fondata sull’interscambio e la valutazione congiunta dei dati tra i vari sistemi nazionali. A sua volta, l’Istituto Superiore della Sanità (ISS) ha assunto il ruolo di coordinamento, per l’Italia, del programma di sorveglianza europea IDB (Injury DataBase), contribuendo alla base integrata di dati europei sugli incidenti domestici e nel tempo libero.

Ancora più nello specifico, in Italia, presso l’ISS, è stato attivato un Sistema Informativo Nazionale sugli Infortuni in ambienti di Civile Abitazione (SINIACA) che ha il compito istituzionale di monitorare in permanenza gli aspetti di mortalità e morbosità del fenomeno, in ottemperanza alla legge n. 493/1999 (“Norme per la tutela della salute nelle abitazioni e istituzione dell’assicurazione contro gli infortuni domestici”). Il sistema incrocia i dati dei pronto soccorso, delle schede di dimissioni dagli ospedali e delle schede di mortalità e li rielabora, integrandoli con le denunce INAIL dell’assicurazione casalinghe.

Il SINIACA si avvale di un sistema di rilevazione dei dati condiviso da 25 servizi di pronto soccorso distribuiti sull’intero territorio nazionale; il sistema IDB, invece, si basa sulla rete degli ospedali di sette ASL. Per completare la panoramica sul fenomeno degli infortuni domestici, ai sistemi di rilevazione SINIACA e IDB dobbiamo aggiungere le indagini multiscopo ISTAT sulle famiglie italiane.

Ancora. Nel 2002, presso l’ISPESL è stato attivato il portale dell’Osservatorio epidemiologico nazionale sulle condizioni di salute e sicurezza negli ambienti di vita, avente finalità di studio, ricerca e promozione. L’obiettivo principale perseguito dall’Osservatorio è quello di promuovere un’adeguata cultura e pratica della prevenzione presso le fasce sociali più esposte a rischio di infortunio e malattie correlate negli ambienti di vita e domestici. Nel portale dell’Osservatorio è presente una banca dati, suddivisa in parametri, ai quali corrispondono i dati settoriali di interesse.

L’integrazione su base comunitaria di banche dati sugli incidenti domestici e nel tempo libero è, certamente, un primo passo significativo e importante. Tuttavia, rimangono da segnalare alcune deficienze che complicano la rielaborazione comune delle basi di dati. A partire dalla mancanza di una comune definizione legislative e normativa degli infortuni domestici.

L’ISTAT, nelle sue indagini multiscopo, classifica come domestico un infortunio, alla condizione che presenti le seguenti caratteristiche:

Per l’OCSE, invece, è considerabile infortunio domestico soltanto un incidente provocato dall’uso di prodotti di consumo. Se si pensa, poi, che ogni singolo paese adotta un particolare tipo di classificazione, abbiamo ben chiara la mole dei problemi. Le diverse nozioni di incidente domestico, evidentemente, incidono sulla formazione progressiva delle basi di dati, le quali si trovano ad accorpare elementi disomogenei che, inevitabilmente, non tengono nel dovuto conto la progressione qualitativa e quantitativa del fenomeno.

Nel 2007, è stata portata a compimento la seconda edizione del rapporto IDB, rendiconto dei principali incidenti mortali e non avvenuti nella comunità europea, accaduti in ambito domestico e nel tempo libero. Nonostante le sue incompletezze, possiamo considerare il rapporto come l’indagine più aggiornata e sistematica finora a nostra disposizione sull’argomento.

Ebbene, secondo il rapporto, ogni anno 60 milioni di cittadini europei ricevono cure mediche a causa di incidenti domestici e nel tempo libero, i quali costituiscono la quarta causa principale di morte nella comunità europea [81]. Non casualmente, le categorie più colpite sono gli anziani e i bambini; vale a dire, coloro che trascorrono la maggiore quantità di tempo in casa. I luoghi meno sicuri, all’interno delle abitazioni, sono risultati i bagni, le cucine e le scale.

La situazione europea è assai diversificata, anche in ragione delle disparità di classificazione normativa a cui si è fatto cenno. Comunque, si registrano ogni anno 250mila decessi a causa di incidenti che riguardano soprattutto anziani con età superiore 65 anni, i quali muoiono prematuramente a causa di una caduta in casa o per le complicazioni che conseguono a un incidente; in Italia, i decessi provocati da incidenti sono 26.500 all’anno [82].

Il paese che presenta il tasso di incidenza maggiore degli incidenti domestici sul totale degli infortuni è la Lituania, con il 12,6%; quello con il più basso è l’Olanda, con il 3,8%; l’Italia presenta il tasso del 4,7% e si attesta nella fascia dei paesi con i migliori risultati [83]. Ogni anno, 100mila vite potrebbero essere salvate, se ogni paese dell’UE a 27 riducesse la mortalità degli incidenti domestici ai livelli dell’Olanda [84].

In Europa, ben sette milioni di cittadini debbono fare ogni anno ricorso a cure mediche ospedaliere, a causa di incidenti domestici; la degenza media di queste visite è di otto giorni, per un costo ospedaliero totale di 15 miliardi di euro [85]. In linea complessiva, nella comunità europea, le persone che hanno subito un infortunio hanno trascorso 50 milioni di giorni in ospedale; nel 75% dei casi il trauma è stato causato da un incidente avvenuto in ambito domestico o nel tempo libero [86]. Ci si può fare un’idea precisa del fenomeno, anche comparando gli incidenti domestici con quelli automobilistici: per ogni persona ricoverata per incidente automobilistico, sei lo sono per un incidente avvenuto nelle pareti domestiche o nel tempo libero [87].

La situazione italiana è sufficientemente illustrata dalle ultime rilevazioni del SINIACA, relative al biennio 2005-2006. Ebbene, in Italia, gli incidenti domestici causano il ricovero al pronto soccorso di 1.728.000 persone; di questi, 130.000 vengono ricoverati e 7.000 non sopravvivono [88]. Nelle rilevazioni SINIACA, gli incidenti con maggiore ricorrenza osservati al pronto soccorso sono: cadute (40%), ferite da taglio o punta (15%), urti o schiacciamenti (12%). L’incidenza primaria delle cadute viene confermata, anche con riferimento al numero dei ricoveri: oltre il 70% dei ricoverati per incidente è caduto; il 75% di questi appartiene alla fascia di età compresa tra i 65 anni e oltre e per la maggior parte dei casi (56%) si tratta di donne. Inoltre, le cadute in casa degli ultra settantacinquenni determinano il 65% di tutte le morti per incidente domestico.

Le cadute sono la prima causa di ricovero ospedaliero anche per i bambini da uno a quattro anni, seguite da avvelenamento e intossicazione [89]. In età prescolare, soffocamento e annegamento costituiscono la prima causa di mortalità domestica che rappresentano, inoltre, il 50% dei decessi domestici complessivi [90].

Il quadro drammatico della situazione risulta confermato dall’indagine multiscopo sulle famiglie condotta dall’ISTAT [91]. Vi sono differenze tra le rilevazioni SINIACA e quelle condotte sul punto dall’ISTAT, a partire dalla considerazione elementare che quelle dell’istituto di statistica si basano su interviste su campioni di massa significativi. Va tenuto, poi, conto che l’anno di riferimento dell’ISTAT è il 2005, mentre quello del SINIACA è il 2006. Nondimeno, la dinamica e la consistenza del fenomeno degli incidenti domestici emergono in maniera altrettanto inquietante nell’indagine multiscopo dell’ISTAT.

I dati ISTAT e SINIACA ci dicono che le abitazioni e le attività del tempo libero sono diventate un luogo estremamente insicuro, tant’è che anziani, donne e bambini sono le principali vittime degli incidenti domestici: più tempo si sta in casa, più si corre il rischio di incappare in un incidente più o meno grave, se non mortale. Allo stesso modo, più tempo si trascorre sui luoghi di lavoro, più si corre il rischio di infortunarsi o di morire. I luoghi di vita e i luoghi di lavoro diventano sempre più pericolosi e, quindi, sempre più rischiosi. La vita si trova accerchiata dappertutto dal pericolo e dappertutto è esposta a rischi che ne compromettono le radici, persino nel tempo libero che, per definizione, dovrebbe essere liberato dal rischio.

I tempi e i luoghi dell’abitare e del vivere, in un qualche modo, sono stati infettati: invasi dal pericolo. Non c’è tregua: il rischio è annidato ovunque. Esso invade perfino il tempo e lo spazio sottratti alle necessità quotidiane del lavorare. I luoghi degli affetti, dell’intrattenimento e della socialità si rivelano altrettanto, se non più pericolosi dei luoghi di lavoro. Gli scarni dati che siamo venuti esemplificando ci raccontano questa realtà terribile che non pare vicina a trovare punti di revisione e trasformazione.

13. Gli infortuni nella scuola

L’allarme sicurezza scolastica è scattato, dopo la morte di Vito Scafidi nel novembre 2008, per il crollo del soffitto del liceo scientifico Darwin di Rivoli (To). Nel crollo sono rimaste ferite altre 17 persone. Immediatamente, la Protezione Civile ha dato notizia che 22.000 scuole non rispettano i requisiti di sicurezza. Il dato è semplicemente scioccante; ancora più scioccante è il fatto che prima non sia mai stato reso sufficientemente pubblico.

In linea prevalente, gli edifici non rispettano la legislazione antisismica, in regioni e province dove i terremoti sono, invece, ricorrenti; come nel tragico caso della scuola elementare Jovine di San Giuliano di Puglia (Cb), il cui crollo, il 31 ottobre 2002, provocò la morte di 27 bambini e della loro insegnante.

Secondo il sottosegretario alla Protezione Civile, Guido Bertolaso, rimettere a norma gli edifici comporterebbe una spesa di quattro miliardi di lire; lo stesso sottosegretario ritiene che sia urgente intervenire, nel breve periodo, almeno in 15.000 edifici [92]. Nel 2007, secondo dati INAIL, gli infortuni denunciati nelle scuole pubbliche e private hanno riguardato 12.912 insegnanti e 90.478 alunni [93].

Rilevante, sull’argomento, è stato il 6° rapporto nazionale “Campagna Imparare Sicuri 2008”, condotto da Cittadinanzattiva. Il campione di scuole monitorato interessa 12 regioni e coinvolge 22 province e 55 città, per un complessivo di 132 scuole, la gran parte delle quali concentrata nella primaria.

Occorre tenere conto che il “popolo della scuola” ammonta a oltre dieci milioni di cittadini, tra studenti, personale docente e non docente, la maggioranza dei quali in età giovanissima [94]. Qui abbiamo a che fare con un diritto dell’infanzia e della gioventù e contestualmente con un obbligo dello Stato nel garantire e tutelare la loro vita. Un diritto alla vita che è inestricabilmente diritto al futuro e alla vita del futuro, essendo i fanciulli e i giovani il nostro futuro. Negare la vita ai fanciulli e ai giovani, mettendo irresponsabilmente a repentaglio la loro incolumità, equivale a negare la vita al futuro dell’umanità.

Uno degli elementi più preoccupanti che emerge dal rapporto di Cittadinanzattiva è il pericolo crollo dei solai di quegli edifici scolastici costruiti tra gli anni Quaranta e Settanta, poiché composti in cemento armato e laterizio. Il 30% delle scuole presenta uno stato di manutenzione inadeguato e nel 14% di esse sono state rilevate lesioni strutturali: nel 77% dei casi è stato necessario richiedere l’intervento manutentivo dell’ente proprietario; nel 15% dei casi, è stato, invece, necessario un intervento strutturale [95].

Le condizioni delle aule lasciano particolarmente a desiderare e il fattore incide non solo come fonte di rischi fisici, ma anche come elemento di demotivazione ed estraniazione. Riportiamo gli elementi più significativi emersi dall’indagine di Cittadinanzattiva:

Ma la nota, certamente, più dolente rimane l’agibilità statica degli edifici scolastici: soltanto nel 34% dei casi essa è certificata [97]. Il dato è allarmante, perché nel campione di scuole monitorate ben il 52% di esse si trova in zone a rischio sismico. Lo stesso dicasi per gli altri documenti di certificazione previsti: la certificazione igienico-sanitaria è presente solo nel 39% dei casi; la certificazione prevenzione incendi, nel 37% [98].

Di fronte a questi dati amari, occorre ricordare subito che la scuola è, insieme, luogo di preparazione ed educazione alla vita, ma anche luogo di lavoro. La vita degli alunni è sacra al pari della vita chi nella scuola lavora. Nella scuola è sigillato gran parte del nostro futuro: noi siamo obbligati a offrire, soprattutto, ai giovani un presente sicuro: ne siamo responsabili. In particolare, responsabili ne sono le istituzioni, ai loro vari livelli di articolazione.

Abbiamo, invece, visto come la scuola versi nell’incuria più totale: il rischio di infortunio e di insicurezza è esageratamente alto. Lo Stato, le amministrazioni pubbliche e gli enti locali non si prendono cura dei loro figli più teneri e indifesi: giocano disinteressatamente col loro presente, compromettendo il loro futuro. Non si prendono cura della loro vita, di cui dovrebbero essere i primi custodi e responsabili.

Eppure, Stato, amministrazioni pubbliche ed enti locali dovrebbero essere vincolati dalle leggi che, invece, per primi violano. Gli enti proprietari degli edifici scolastici hanno l’obbligo di effettuare interventi straordinari e manutentivi; di adeguare gli impianti elettrici; di certificare l’idoneità, l’agibilità e la conformità. Ricordiamo, ancora, che agli alunni e all’utenza, in generale, deve essere garantito un ambiente confortevole, igienico e sicuro; che, secondo le norme di prevenzione incendi per l’edilizia scolastica, l’indice massimo di affollamento ipotizzabile è 26 persone per aula (Decreto Ministero Interno del 26 agosto 1992, articolo unico).

Che dire?

La palese violazione della norma a opera di chi la emana e la deve far rispettare è un fenomeno grave e, insieme, avvilente. Lo è ancora di più, quando in ballo è la vita, l’incolumità e la sicurezza di milioni di fanciulli, adolescenti e giovani. Ciò costituisce un segnale inquietante di quanto le istituzioni siano lontane dalla vita dei cittadini e quanto poco abbiano in conto la loro vita.

14. La dinamica delle malattie professionali

Dal 1994 l’elenco delle malattie professionali non veniva aggiornato; vi ha provveduto il decreto ministeriale del nove aprile 2008, avente efficacia dal 22 luglio 2008. Si tratta di un decreto che consta di due semplici articoli e di 23 tabelle allegate. La struttura delle nuove tabelle ricalca quella delle preesistenti, con l’aggiunta di specificazioni più dettagliate. Si tratta di un passo in avanti significativo, in quanto viene abbandonata la classificazione generica, a favore di una indicazione nominativa precisa e inequivoca [99]. Alle nuove tabelle, soprattutto quelle che riguardano gli agenti chimici, viene apposta l’indicazione nosologica delle malattie correlate agli agenti. Ciò consente il riconoscimento delle patologie riconducibili allo stesso agente e, pertanto, riconoscibili con lo stesso criterio legale di presunzione [100].

Il decreto ministeriale del nove aprile 2008, firmato dal ministro del Lavoro di concerto col ministro della Sanità, colma un ritardo di quasi 15 anni e va nella direzione della tutela dei lavoratori maggiormente esposti a lavorazioni a rischio.

Le tabelle che riguardano l’industria passano da 58 a 92 categorie, attraverso l’inserimento di nuove voci e la suddivisione di quelle esistenti.

In particolare, le nuove voci sono:

Quello delle malattie professionali è stato, finora, un tema trascurato che non ha ancora trovato lo spazio di discussione pubblica che le compete, nonostante incida intensamente sulla salute dei lavoratori e la qualità della vita dei cittadini [101]. La messa a punto di un più puntuale elenco di malattie professionali realizza, pertanto, un importante diritto dei lavoratori, sia in tema di prevenzione che nella prospettiva dell’indennizzo. Come è noto, per il riconoscimento e l’indennizzo delle malattie professionali vige il criterio della cosiddetta “presunzione legale dell’origine professionale”. Più le tabelle si evolvono e tutelano la salute dei lavoratori, più ai lavoratori colpiti da malattie professionali, nel loro contenzioso con l’INAIL, non viene richiesta la prova del nesso causale. Quest’ultimo è già espressamente riconosciuto dalle patologie tabellate, in corrispondenza di ogni agente di rischio. Dobbiamo, tuttavia, osservare che l’Italia permane uno dei paesi europei con le peggiori performances, in materia di malattie professionali. Essa, difatti, presenta il maggiore divario tra numero di denunce e numero di riconoscimenti: nel 2007, sono state denunciate 28.497 malattie professionali e soltanto 6.631 sono state riconosciute [102].

Il progresso segnato dalle nuove tabelle è, soprattutto, di ordine filosofico e culturale. In passato, le cosiddette malattie di origine professionale erano ridotte a una tipologia assai ristretta e immutabile, con in testa l’ipoacusia, la silicosi e l’asbestosi. Ora anche malattie cosiddette comuni possono essere ricondotte a lavorazioni professionalmente rischiose [103]. Resta da dire, però, che quest’ultimo è un terreno tutto da esplorare e che presenta una serie di nodi tutti ancora da sciogliere. Il primo dei quali è dato dalla previsione, accanto alla malattie tabellate, di tre liste di malattie, per le quali sussiste l’obbligo di denuncia da parte del medico che le riscontra. Ora, le tre liste corrispondono a tre livelli di riferimento alle origini lavorative: elevata probabilità, limitata probabilità e possibile [104].

Attraverso questo meccanismo, si è inteso stabilire un primo punto di osservazione e di orientamento, per un futuro riconoscimento della patologia denunciata, al fine del suo inserimento nelle tabelle indennizzabili in base al principio della presunzione legale. Come è stato efficacemente fatto notare, si sono create delle “liste di attesa” [105]. Ė chiaro che l’inserimento di una patologia nella “lista di attesa” a elevata probabilità deve coerentemente tradursi nell’aggiornamento annuale delle malattie tabellate [106].

Così non appare e non è. E, pertanto, il dispositivo messo in piedi non evidenzia un elevato livello di funzionalità ed efficacia. Non sono previsti automatismi e nemmeno scadenze che fissino un quadro temporale ragionevole e certo per l’aggiornamento delle tabelle. Si contravviene qui un chiaro principio di equità della salute e di etica pubblica. Eppure, il ritmo e la qualità delle trasformazioni dei processi lavorativi, dell’emersione di nuovi rischi e dell’individuazione di nuove fonti di pericolo richiedono l’aggiornamento delle tabelle, anche da un punto di vista tecnico e conoscitivo. Un criterio di equità e ragionevolezza dovrebbe far scattare l’aggiornamento ogni anno, come minimo.

Purtroppo, sul punto, registriamo anche la vaghezza delle politiche comunitarie che si sono limitate a una raccomandazione (2003/670/CE del 19/09/2003), con cui si auspica che gli stati membri introducano nel loro ordinamento disposizioni legislative a garanzia del diritto all’indennizzo anche per le patologie non tabellate.

La navigazione nella zona grigia delle malattie professionali ci immette in zone ancora più in ombra. Dobbiamo considerare che all’elenco delle malattie professionali denunciate mancano i lavoratori non iscritti all’INAIL: il personale aereo e marittimo, per esempio. Queste categorie di lavoratori hanno forme previdenziali alternative che sfuggono a ogni rilevazione statistica. Senza tener conto del sommerso, diffuso soprattutto nell’edilizia e nelle regioni centrali e meridionali. A tutto ciò dobbiamo ancora aggiungere che molte malattie professionali sono sottodiagnosticate, in particolare quelle tumorali; circostanza quest’ultima che, come ha osservato Giuseppe Abbritti (ordinario di Medicina del Lavoro all’Università di Perugia), denuncia l’esistenza di problematiche irrisolte di cultura medica generale e di formazione specifica dei medici [107].

Il discorso non finisce qui, purtroppo. Dobbiamo ancora prendere in considerazione il sistema delle franchigie. Il riconoscimento non si traduce automaticamente in indennizzo: se la malattia ha provocato lesioni all’integrità psicofisica inferiori al 16%, l’INAIL non eroga alcun tipo di risarcimento. Se il danno varia dal 6% al 16%, l’INAIL corrisponde un indennizzo in capitale; la rendita è prevista soltanto per menomazioni che superano il 16%. Ora, nel 2007, delle 28.497 malattie denunciate e delle 6.631 riconosciute, l’INAIL ne ha indennizzate soltanto 4.112, vale a dire il 14,4% [108].

I criteri di riconoscimento delle malattie professionali adottati dai medici dell’INAIL sono obsoleti [109]. Essi sono funzionali alla politica dell’ente di ridurre il più possibile il volume degli indennizzi: criteri anacronistici sul piano medico-legale sono associati a criteri contabili nella gestione delle malattie professionali. Gli uni rafforzano e legittimano gli altri. In particolare, i criteri di valutazione dei medici dell’INAIL non riconoscono il carattere multifattoriale del processo lavorativo e dell’esposizione al rischio, poiché sono ancora legati a un concetto statico e rigido di malattia professionale [110].

A una valutazione più attenta, anche dal punto di vista della gestione economica, la politica dell’INAIL si rivela miope, poiché il contenzioso che si va progressivamente formando la vede soccombente una volta su due [111]. Ancora più al fondo, precisa Luisa Benedettini, del Coordinamento salute e sicurezza della CGIL: «Il comportamento dell’INAIL è piuttosto superficiale. Nella maggior parte dei casi i medici dell’ente si basano esclusivamente sul documento di valutazione del rischio delle aziende, la cui attendibilità però nessuno si preoccupa di controllare» [112]. Ecco, così, che il legame silenzioso e nascosto tra valutazione dei rischi e malattie professionali viene alla luce con tutta la sua dirompenza. Ancora una volta, a rimetterci sono i lavoratori che al danno vedono aggiungersi la beffa.

La storia delle malattie professionali è una storia di infinita ingiustizia [113]. Il nocciolo duro di questa ingiustizia è il disinteresse sostanziale palesato dalle istituzioni pubbliche e dal mondo delle imprese alla tutela della vita dei lavoratori, rispetto cui fanno primato criteri di economicità di spesa e di impiego sempre più intensivo della forza lavoro. Non si tratta soltanto di arroccamento in difesa di interessi particolaristici. Ė questione anche, se non soprattutto, di impostazioni culturali ed etiche. Sino a che la tutela della vita sarà messa in secondo piano dalla ricerca del profitto a tutti i costi, la falce degli infortuni e delle malattie professionali mieterà vittime a catena.

Su questo terreno, anche i lavoratori e il sindacato hanno il compito di riadeguare i loro comportamenti, in funzione della messa a punto di strategie e azioni, all’altezza dei nuovi e difficili tempi che si parano davanti a noi. Tempi in cui non solo il lavoro è ridotto a merce, ma si ha più rispetto per le merci che per la vita umana.


(rielaborato a gennaio 2015)
Note

[1] Ulrich Beck, Conditio Humana. Il rischio nell’età globale, Roma-Bari, Laterza, 2008; Id., Living in Word Risk Society, Torino, Giappichelli, 2008.

[2] Nel corso del convegno La tutela del lavoro nell’era della globalizzazione, tenuto a Torino il 14 maggio 2008 e organizzato dall’Istituto Sindacale per la Cooperazione e lo Sviluppo (ISCOS) e dalla CISL, nel commentare l’amara e interminabile lista dei morti sul lavoro, Evelyn Toth dell’ILO di Torino ha osservato: «Il lavoro uccide più delle guerre e la povertà rimane la grande sfida. Parliamo spesso di progresso economico e delle imprese multinazionali, ma l'evidenza mostra che il progresso economico non porta automaticamente a nuovi posti di lavoro e a lavoro dignitoso. Di questo non si può parlare se c'è disoccupazione, mancanza di sicurezza sul luogo di lavoro e di libertà sindacali, se le donne sono pagate meno degli uomini, se sono sempre più le persone con contratti precari o lavoratori “low cost”. Il sistema delle norme internazionali di lavoro è una garanzia dei diritti umani basilari in ogni parte del mondo».

Ella ha, poi, aggiunto: «Nella lista delle economie più competitive a livello mondiale gli USA hanno ratificato solo due regole minimali. Poi ci sono sette paesi europei, di cui sei sono nell'Unione Europea, dove c'è il modello sociale europeo». E ha concluso, gettando lo sguardo sull’Europa centrale e orientale: «Negli anni Novanta durante la trasformazione economica dell'Europa centrale e orientale, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale hanno promosso delle riforme più vicine al modello americano che non a quello europeo, con conseguenze molto gravi, per la tutela dei lavoratori. In molti paesi dell'Europa orientale, infatti, c'è quasi un'assenza totale di una contrattazione a livello nazionale di categoria».

[3] Beck, opp. citt.

[4] Per l’analisi delle cause e degli effetti di questi fenomeni, si rinvia al Rapporto sui diritti globali nelle edizioni che vanno dal 2008 al 2014, tutte pubblicate da Ediesse (Roma), con il coordinamento e la cura di Sergio Segio.

[5] Gianluigi Testa,Modelli efficaci di organizzazione e gestione per la sicurezza sul lavoro. L'applicazione del nuovo Testo Unico sulla sicurezza, Milano, Franco Angeli, 2008.

[6] AA.VV. Sicurezza e salute sui luoghi di lavoro. D. Lgs. 9 aprile 2008 n. 81. Informazioni ai lavoratori, Milano,Il Sole 24 Ore-Pirola, 2008; Stefano Barlini, Risk management: D. Lgs 81/2008 e D. Lgs. n. 231/01, “Punto Sicuro”, 31 ottobre, 2008; Emanuele Bruno, Nuovo T.U. della sicurezza sul lavoro. Guida alla lettura del testo normativo, Pozzuoli (Na), Sistemi Editoriali,2008; Mario Canton, Guida pratica al T.U. Salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Analisi e indicazioni operative per gli Enti Locali, Torriana (Rn), EDK Editore, 2008; Massimo Caroli, Carlo Caroli e Anita Caroli, La nuova valutazione dei rischi negli ambienti di lavoro secondo il D. Lgs. 81/2008, Roma, DEI, 2008; INAIL, Esplorare il “Testo Unico”; in www.inail.it, 2008; Nadia Sapia, Vademecum sicurezza sul lavoro. D. Lgs. 81/08. Raffronto con la precedente disciplina e sintesi delle principali novità del T.U. in materia di salute e sicurezza , Milano, EdiProf-Edizioni Professionali, 2008; Michele Tiraboschi, Il Testo Unico della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Commentario, Milano, Giuffrè, 2008.

[7] AA.VV., Sicurezza e salute sui luoghi di lavoro. D. Lgs. 9 aprile 2008 n. 81 ..., cit.; Luciano Barbato e Cinzia Frascheri, Salute e sicurezza sul lavoro. Guida al D. Lgs. 81/08, Roma, Edizioni Lavoro,2008; Bruno, op. cit.; Caroli, Caroli e Caroli, op. cit.; INAIL, Rapporto annuale 2007, in www.inail.it , 2008; Luigi Pelliccia, Il nuovo testo unico di sicurezza sul lavoro, Sant’Arcangelo di Romagna (Rn), Maggioli Editore, 2008; Sergio Rovetta, Manuale per l'applicazione del D. Lgs. 81/2008, Roma, EPC Libri, 2008; Sapia, op. cit.; Tiraboschi, op. cit.

[8] Fabrizio Benedetti, La valutazione dei rischi nelle PMI: un nuovo sistema integrato di gestione, Relazione al seminario “La valutazione dei rischi nelle PMI: metodologie e strumenti”, in www.puntosicuro.it, Modena 8 ottobre 2008; Luigi Monica, La valutazione dei rischi nelle PMI: un nuovo sistema integrato di gestione, Relazione al seminario “La valutazione dei rischi nelle PMI: metodologie e strumenti”, in www.puntosicuro.it, Modena 8 ottobre 2008.

[9] Benedetti, op. cit.

[10] Ibidem.

[11] Ibidem.

[12] Monica, op. cit.

[13] Ibidem .

[14] Ibidem .

[15] Federico Piemonti, La sicurezza a portata di mano. Cultura, tecnica e organizzazione della prevenzione nelle imprese artigiane, Relazione al seminario “La valutazione dei rischi nelle PMI: metodologie e strumenti”; in www.puntosicuro.it, Modena 8 ottobre 2008.

[16] Piemonti, op. cit.

[17] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, La valutazione dei rischi: la chiave per garantire ambienti di lavoro sani e sicuri, “Factsheets”, n. 81/2008; Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, La valutazione dei rischi: ruoli e responsabilità, “Factsheets”, n. 80/2008.

[18] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, Identificazione dei pericoli e selezione di misure preventive – Per settori e lavori specifici, “Checklist Office Work”, in http://it.osha.europa.eu, 2008.

[19] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, La valutazione dei rischi: la chiave per garantire ambienti di lavoro sani e sicuri, cit.

[20] Paola Agnello Modica, Stravolgono le leggi, “Rassegna Sindacale”, n. 44, novembre-dicembre 2008.

[21] Paola Agnello Modica, Ombre su salute e lavoro, “Rassegna Sindacale”, n. 2, gennaio 2009.

[22] Ludovico Ferrone, Se il governo è unilaterale, “Rassegna sindacale”, n. 45, dicembre 2008.

[23] Antonia Ballottin, Metodologie di valutazione dei rischi stress lavoro correlato, Seminari di medicina del lavoro 2008, in www.safetynet.it, Verona 15 ottobre 2008; Nicola De Carlo, , Quadro di riferimento in tema di benessere organizzativo e prevenzione del disagio nell’ambiente di lavoro, Relazione al seminario “Benessere organizzativo e prevenzione del disagio nell’ambiente di lavoro”, in www.psiop-padova.it, Padova 18 giugno2008; Nicola De Carlo, Alessandra Falco e Dora Capozza, (a cura di), Testo di valutazione dello stress lavoro-correlato nella prospettiva del benessere organizzativo (Q-Bo), Franco Angeli, Milano, 2008; Mario Romeo, Introduzione e cenni normativi: D. Lgs 81/2008. Le figure professionali, Seminario CGIL-CISL-UIL, in www.eber.org, Salsomaggiore 28 e 29 maggio 2009.

[24] Commissione Europea, Guida sullo stress legato all’attività lavorativa. Sale della vita o veleno mortale? , in http://ec.europa.eu/employment_social/health_safety, 1999.

[25] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, 2008 b, 2008 c

[26] De Carlo, Falco e Capozza, op. cit.

[27] Giuseppe De Falco, Agostino Messineo e Silvia Vescuso,Stressa da lavoro e mobbing. Valutazione del rischio, diagnosi, prevenzione e tutela legale, Roma, EPC Libri,2008; Bruno Tronati, Mobbing e straining. Cosa sono, come riconoscerli, come reagire, come tutelarsi, Roma, Ediesse, 2008.

[28] De Carlo, Falco e Capozza, op. cit.

[29] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (2007), Le previsioni degli esperti sui rischi psicosociali emergenti relativi alla sicurezza e alla salute sul lavoro, “Factsheets”, n. 74/2007.

[30] Osservatorio europeo dei rischi, Expert forecast on emerging psycosocial risks related to occupational safety and health, in http://riskobservatory.osha.europa.eu, 2007.

[31] Giorgio Miscetti, La valutazione del rischio stress nella piccola impresa (intervista a cura di Tiziano Menduto), “Punto sicuro”, 22 ottobre 2008.

[32] Ibidem .

[33] Consiglio dei Ministri, Schema di decreto legislativo recante: disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 recante: attuazione dell’articolo 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro , in www.626.cisl.it, 27 marzo 2009; Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, Relazione di accompagnamento allo schema di decreto correttivo del Testo Unico, in www.puntosicuro.it, 2009.

[34] Rolando Dubini, Riflessioni sul decreto correttivo in tema di sicurezza del lavoro, “Punto Sicuro”, in www.puntosicuro.it , 31 marzo 2009.

[35] Ibidem .

[36] Dubini, op. cit.; Gerardo Porreca, Il primo decreto correttivo del D. Lgs. n. 81/2008, “Punto Sicuro”, in www.puntosicuro.it, 31 marzo 2009; Rocco Vitale, Decreto 81: le riflessioni sul decreto correttivo, “Punto Sicuro”, in www.puntosicuro.it , 31 marzo 2009.

[37] Dubini, op. cit.

[38] Ibidem .

[39] Ibidem .

[40] Ibidem .

[41] Ibidem .

[42] Dubini, op. cit.; Porreca, op. cit.

[43] Dubini, op. cit.; Porreca, op. cit.; Vitale, op. cit.

[44] Dubini, op. cit.

[45] Agnello Modica, Ombre su salute e lavoro, cit.

[46] Ibidem .

[47] Ibidem .

[48] ILO, ILO Word Day for Safety and Health at Work. Presentation , in www.ilo.org, 2008; INAIL, Rapporto annuale 2007, cit.

[49] Cfr. i testi dell’ILO richiamati nella nota precedente.

[50] Ibidem .

[51] Ibidem .

[52] Ibidem .

[53] ILO, ILO Word Day for Safety and Health at Work ... , cit., Id., My life, my work, my safe work, in www.ilo.org, 2008.

[54] Ibidem .

[55] Ibidem .

[56] Ibidem .

[57] ILO, My life, my work, my safe work , cit.

[58] Ibidem .

[59] INAIL, Rapporto annuale 2007 , in www.inail.it, 2008,

[60] Gianfranco Ortolani, Sulle vie che portano a casa, “DATI INAIL”, n. 6, giugno 2008.

[61] Ibidem .

[62] Ibidem .

[63] Ibidem .

[64] Adelina Brusco, Lavoratori stranieri: una risorsa, ma tanti infortuni, “DATI INAIL”, n. 10 ottobre 2008.

[65] Ibidem .

[66] Ibidem .

[67] Ibidem .

[68] Alessandro Salvati, Rumeni: primi tra residenti, occupati e infortunati, “DATI INAIL”, n. 10 ottobre 2008.

[69] Ibidem.

[70] Ibidem.

[71] Ibidem.

[72] Francesca Marracino, Lavoro e infortuni dei cinesi in Italia, “DATI INAIL”, n. 10 ottobre 2008,

[73] Ibidem .

[74] Ibidem .

[75] Ibidem .

[76] Ibidem .

[77] ILO, La discriminazione dei lavoratori immigrati nel mercato del lavoro in Italia, in www.ilo.org/public/italian/region/eurpro/rome, 2004.

[78] Medici senza frontiere, Una stagione all’inferno. Rapporto sulle condizioni degli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud d’Italia , in www.medicisenzafrontiere.it, 2007; Paolo Berizzi, Morte a 3 euro. Nuovi schiavi dell’Italia del lavoro, Milano Baldini Castoldi Dalai Editore, 2008; Renato Curcio (a cura di),I dannati del lavoro. Vita e lavoro dei migranti tra ossessione del diritto e razzismo culturale, Roma, Sensibili alle foglie,2008; Alessandro Leogrande, Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Milano, Mondadori,2008; Marco Rovelli, Lavorare uccide, Milano, Rizzoli, 2008; Ornella Bellucci, Una vita da stagionale, “Rassegna sindacale”, n. 2 gennaio 2009.

[79] FILLEA-CGIL e IRES-CGIL, I lavoratori stranieri nel settore edile, 3° Rapporto IRES-FILLEA, in www.ires.it, 2008.

[80] Osservatorio europeo sui rischi, Literature Study on Migrant Workers ; in http://riskobservatory.osha.europa.eu, 2007.

[81] IDB – Injuries DataBase, Jnjuries in the European Union – Statistic Summary 2003-2005, in www.eurosafe.eu.com, 2008.

[82] Ibidem .

[83] Ibidem .

[84] Ibidem .

[85] Ibidem .

[86] Ibidem .

[87] Ibidem .

[88] SINIACA, Dati epidemiologici 2005-2006, in www.iss.it, 2008.

[89] Ibidem .

[90] Ibidem .

[91] ISTAT, La vita quotidiana nel 2005. Indagine multiscopo sulle famiglie, in www.istat.it, 2007.

[92] INAIL, A rischio oltre la metà delle scuole: 90 mila studenti infortunati nel 2007 , “News”, in www.inail.it, 24 novembre 2008.

[93] Ibidem .

[94] Cittadinanzattiva, Imparare sicuri 2008. 6° Rapporto Nazionale , in www.cittadinanzattiva.it, 2008.

[95] Ibidem .

[96] Ibidem .

[97] Ibidem .

[98] Ibidem .

[99] Fabio Capocelatro, Centodieci voci in più cui dare ascolto, “2087 - Formazione e informazione per la sicurezza sul lavoro”, n. 8, novembre 2008.

[100] Capocelatro, op. cit.; INCA-CGIL, Aggiornate le tabelle delle malattie professionali , “Newsletter medico-legale”, in www.inca.it, n. 9/2008.

[101] Carlo Smuraglia, Le malattie da lavoro. Prevenzione e tutela, Roma, Ediesse, 2008.

[102] INAIL, Rapporto annuale 2007 , cit.

[103] Capocelatro, op. cit.

[104] Ibidem .

[105] Ibidem .

[106] Ibidem .

[107] Ibidem .

[108] INAIL, Rapporto annuale 2007 , cit.

[109] Ibidem .

[110] Ibidem .

[111] Ibidem .

[112] Ibidem .

[113] Diego Alhaique, La tutela sociale delle malattie da lavoro. Una storia di infinita ingiustizia, “2087 - Formazione e informazione per la sicurezza sul lavoro”, n. 8, novembre 2008.