LA VITA AL CENTRO
di Antonio Chiocchi


1. Il dissolvimento della sicurezza sul lavoro e dell’etica della salute

Sul piano strettamente formale, il punto partenza è delineato con chiarezza: porre la tutela e la valorizzazione della vita umana al centro dei sistemi di prevenzione, sorveglianza e gestione della salute e sicurezza sul lavoro. Nella realtà, questo principio, apparentemente semplicissimo, trova molte difficoltà a realizzarsi, poiché richiede la riconsiderazione complessiva del legame che sussiste tra salute e lavoro, tra lavoro e società e tra lavoro e persona. La vita dei lavoratori e dei cittadini è costantemente messa in gioco e a rischio in tutti i tempi e gli spazi del vivere associato e individuale, per il fatto elementare che in tutti questi ambiti si estendono dispositivi silenti che la corrodono e aggrediscono. Quanto più la sicurezza sul lavoro è a rischio, tanto più la salute è inadeguatamente tutelata. Non vi può essere un diritto alla sicurezza che prescinda dal diritto alla salute.

Come è noto, nel corso degli anni, il concetto di salute è andato profondamente mutando, fino a dover dipendere da una pluralità di fattori: il suo profilo è, ormai, multidimensionale. Già dalle prime e importanti definizioni elaborate dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 1949, la salute ha assunto un significato esteso, ammettendo uno status di completo benessere fisico, psichico e sociale; la dichiarazione del 1978 di Alma Ata sull’assistenza sanitaria primaria si è spinta ancora più in là, definendo la salute un diritto umano fondamentale [1].

Abbiamo finalmente acquisito la consapevolezza che numerose e complesse sono le componenti che determinano e “regolano” lo stato di salute; altrettanto numerose e complesse sono quelle che ne plasmano o destrutturano le manifestazioni viventi. L’equità della salute va estesa a tutti i cittadini, tutti i lavoratori e tutti i popoli del mondo [2]. E, del resto, un diritto umano è di uno, se è di tutti. Se non è di tutti, non è nemmeno di uno: in quel caso non si tratta di diritto, ma di privilegio che discende dall’esercizio di un potere. Anche per questo, oggi i diritti non possono che essere globali [3].

Lo stato di disparità tra cittadini, paesi e popoli in materia di salute configura, pertanto, una mancanza di equità e una negazione dell’accesso a un diritto umano fondamentale. I bollettini di guerra sui morti e sugli infortuni nei luoghi lavoro raccontano la storia di una discriminazione e di una disuguaglianza. La negazione del diritto alla salute, nel nostro caso, si converte tragicamente in attentato alla vita umana stessa, negata e mutilata alla radice. Quanto più bassa è la soglia dell’etica pubblica della salute, tanto più intensa è la linea di fuoco della guerra strisciante che si consuma sui luoghi di lavoro e negli spazi di vita sociale e relazionale.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, approfondendo ulteriormente i suoi filoni di ricerca, nella Carta di Ottawa del 1986, ha definito la salute non come un obiettivo di vita, ma come una risorsa di vita quotidiana [4]. Dire che la salute è una risorsa equivale a dire che la vita deve essere una risorsa per il ben-vivere e il ben-essere: a questo incrocio, il diritto umano alla salute coniuga il diritto umano alla vita e viceversa. Equità nella salute significa consentire a tutti il ben-vivere e il ben-essere. E ciò è possibile solo rimuovendo tutte le stratificazioni sociali che redistribuiscono i pericoli e i rischi su masse crescenti di cittadini e lavoratori. Se non si parte dal radicamento del ben-vivere e del ben-essere, è arduo pensare il ben-lavorare. Fuori da questa ipotesi, il lavoro continuerà a far male, uccidendo, ferendo e mutilando.

Occorre fare in modo che i cittadini e i lavoratori acquisiscano un sempre più alto livello di consapevolezza e di controllo dei determinanti della (loro) salute. A questo tornante, il concetto di empowerment fa il suo trasloco nel territorio della promozione della salute [5].

In linea generale, i determinanti sociali della salute ruotano intorno a cinque assi in intersezione tra di loro:

Lo stato di salute è la sintesi in movimento di questi cinque determinanti generali. Come si vede, alcuni di essi hanno un profilo marcatamente individuale; altri un carattere più spiccatamente sociale e ambientale. Quello che è interessante osservare è che mano a mano che ci spostiamo dagli universi sociali sempre di più penetriamo quelli affettivi e vitali. Ciò indica che è necessario percorrere anche il passaggio opposto, movendo dai determinanti individuali verso quelli sociali. La carenza di sintesi tra i vari determinanti designa uno stato di salute squilibrato; l’assenza di collegamenti e comunicazioni efficaci tra un determinante e l’altro porta in superficie la crisi dello stato di salute.

I luoghi di lavoro, in genere, organizzano un movimento di negazione della cooperazione tra i determinanti della salute. Per essere ancora più precisi, i determinanti della produzione e dell’organizzazione del lavoro entrano in rotta di collisione con i determinanti della salute: la sicurezza viene, quindi, alla luce come una variabile ad alto rischio. Salute e sicurezza sul lavoro diventano un edificio minato dalle fondamenta. Dove la salute non è in funzione della sicurezza, là la sicurezza non può essere in funzione della salute. Senza salute niente sicurezza; senza sicurezza niente salute.

2. Una nuova agenda globale per l’equità della salute e per l’equità sui luoghi di lavoro

Diversamente da quanto può apparire a tutta prima, i determinanti sociali e culturali giocano un ruolo di prima grandezza nei processi di promozione e protezione della salute e, dunque, di prevenzione in tema di sicurezza sul lavoro. Ricerche internazionali e comunitarie hanno, ormai, dimostrato che livelli culturali più bassi ammettono una peggiore promozione della salute; come la provenienza da classi sociali basse espone a più alti livelli di mortalità [7].

Studi comparati sugli anni Ottanta e Novanta ed estesi fino al 2005 hanno rilevato che i tassi di mortalità sono più alti, quanto più basso è il livello di istruzione, soprattutto tra le donne; lo stesso dicasi per le professioni: le categorie del lavoro manuale hanno un tasso di mortalità più elevato delle categorie del lavoro intellettuale [8]. A ciò dobbiamo aggiungere che l’accesso a cure efficaci è differenziato esattamente in ragione della collocazione sociale; inoltre, le differenze di accesso alle cure sono drammaticamente pronunciate, se paragoniamo le aree ricche con le aree povere del mondo [9]. Possiamo, dunque, lecitamente parlare di dimensioni sociali della mortalità [10] che hanno un inevitabile effetto di ricaduta sulla qualità e sul senso della vita e del lavoro.

Ciò che ora urge mettere in luce è che le disuguaglianze in materia di promozione della salute sono accentuate dalle disuguaglianze che si sprigionano dai sistemi di sicurezza sul lavoro. Con questo, vogliamo solo ricordare che il lavoro, a sua volta, funge come determinante di disuguaglianza. Non tutti i lavoratori sono esposti alle stesse tipologie di rischio: alcuni sono sottoposti a rischi più alti e altri a rischi meno intensi. Inoltre, l’esposizione materiale al rischio è in funzione diretta della qualità dei sistemi di prevenzione, protezione e gestione della sicurezza che sono apprestati all’interno di ogni azienda e luogo di lavoro. L’implementazione di sistemi di prevenzione, protezione e gestione sicuri dipende dalla volontà e dalla sensibilità dei datori di lavoro e dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali; ma anche dalla qualità del livello di organizzazione e comunicazione delle relazioni sindacali e istituzionali. Sono variabili, queste, di estrema complessità e sicuramente non omogenee a livello territoriale e tantomeno a livello di comparto o settore produttivo.

La combinazione di tutti questi elementi ci spiega come e perché i tassi di esposizione al rischio, all’infortunio sul lavoro e alle malattie professionali siano più elevati tra le figure lavorative meno sindacalizzate e meno garantite: immigrati, giovani e lavoratori precari in testa a tutti. Da qui dobbiamo dedurre alcuni enunciati sistemici di rilievo:

Per completare quest’ordine di discorso, non ci rimane che cogliere un’ulteriore e ultima evidenza:

Dobbiamo, quindi, tenere conto dei livelli di mortalità, per livelli di disoccupazione di area che risultano essere più elevati tra gli uomini e nelle aree interessate da sofferenze occupazionali congiunturali e/o strutturali [11]. Se teniamo conto che la globalizzazione neoliberista ha comportato il trionfo di un modo di produzione a decrescente contenuto e qualità di lavoro, dobbiamo dedurre che l’epoca della “piena occupazione” è definitivamente alle nostre spalle, fermo permanendo questo modello di sviluppo. La bassa occupazione e l’occupabilità incerta e oscillante fungono, ormai, da architravi del modello di produzione e accumulazione insediato e stabilizzato dalla globalizzazione neoliberista.

Perché tutto ciò è avvenuto e perché è potuto avvenire?

Le cause sono molteplici; ma tutte riconducono a due fattori principali:

Il primo fattore richiama la riconiugazione delle politiche di welfare; il secondo richiede una profonda revisione dei modelli di produzione e organizzazione del lavoro, a partire da una rielaborazione dei fini e delle responsabilità [12].

La promozione della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro si pone come promozione di equità [13]. L’equità sui luoghi di lavoro ha davanti a sé due obiettivi specifici: contrastare i determinanti delle disuguaglianze sociali; scalfire tutti quei processi che fanno assumere al lavoro il ruolo di determinante di disuguaglianze. La prevenzione e la protezione sul lavoro sono perseguibili, se i sistemi di gestione della sicurezza sono in grado di dare spazio e voce al libero gioco dell’equità. I risultati di efficacia dipendono dal complesso di queste interazioni.

In Gran Bretagna, a tutto il 2009, sono state approntate le linee guida di efficacia più convincenti che hanno disaggregato tre grandi aree tematiche:

Per il conseguimento di questi obiettivi, è necessaria la creazione partecipata di processi sinergici, dentro cui tutti gli attori del sistema sicurezza definiscano e svolgano i loro compiti, interfacciandosi e cooperando tra di loro. Da questa cooperazione può risultare la ridefinizione dei compiti di ognuno e di tutti, proprio promuovendo in maniera sempre più incisiva l’equità sui luoghi di lavoro [15].

Etica della salute ed equità sui luoghi di lavoro sono strettamente avvinte, come è agevolmente intuibile. Il significato pieno dell’etica della salute sta nel contrastare la morte di milioni di persone nel mondo, a causa di profonde disuguaglianze:

Constatare, prevedere, osservare, tollerare, documentare, anno dopo anno, la morte (per milioni, o migliaia, o centinaia, o ... ) di minoranze e maggioranze, non è un dato epidemiologico: è un genocidio, con le conseguenze di responsabilità che questo comporta. Qualsiasi adattamento-addolcimento-distinguo è una manipolazione programmata, che coinvolge le responsabilità della comunità scientifica, e di tutti coloro che prendono decisioni “come se” si trattasse di qualcosa d’altro [16].

Etica nei luoghi di lavoro significa porre fine alla guerra strisciante che in essi si “celebra” e attivare controtendenze efficaci. Ė perfettamente chiaro che quanto più si consuma un genocidio sul terreno della salute, tanto più si intensifica la guerra sui luoghi di lavoro.

Siamo posti tra i due lati complementari di un devastante problema. Per risolverlo, dobbiamo saltar fuori dal genocidio e dalla guerra in atto sui luoghi di lavoro, con un movimento unico e articolato di proposte, strategie, iniziative e fatti concreti. È necessario proporre una nuova agenda globale per l’equità della salute [17] e, insieme, un’agenda globale per l’equità nei luoghi di lavoro.

3. Rischi, etica e ben-essere

Ė agevole comprendere che il ben-essere e il ben-vivere siano i fulcri intorno cui si giocano tutti i processi del ben-lavorare. Queste tre dimensioni, prese insieme, costituiscono la stella polare di riferimento dell’etica sui luoghi di lavoro.

Dobbiamo preliminarmente osservare che l’ambiente di lavoro deve costituire un luogo di ben-essere. Ciò richiede che le sue architetture gestionali debbano primariamente reggersi sul ben-essere organizzativo e, a loro volta, reggerlo. Ora, le anime del benessere organizzativo sono, nell’ordine, qualità del lavoro, prevenzione e sicurezza [18]. Si tratta di dimensioni tra cui sussiste un legame di interdipendenza evidente che fa del ben-essere organizzativo la piattaforma su cui poggia il ben-essere del lavoro.

Migliorare la qualità del lavoro e attribuirvi il senso della compartecipazione rende autonomi e responsabili i lavoratori, disincentivando i fenomeni corrosivi della fatica, dello stress, dell’aggressività e dell’esposizione al rischio. I flussi relazionali vengono riformati e riformulati dal basso, attraverso la partecipazione critica dei lavoratori. Aumenta la consapevolezza critica dei lavoratori, poiché cresce la loro partecipazione; e aumenta la loro partecipazione, poiché risultano trasformate le relazioni sociali del contesto lavorativo. La connessione continua tra tutti questi elementi fa sì che l’approccio al ben-essere sui luoghi di lavoro non possa essere che globale [19].

Alla valutazione dei rischi, se non vuole essere e restare una esercitazione astratta o burocratica, non rimane che calibrarsi in vista del perseguimento del ben-essere organizzativo. La riduzione dei rischi e la protezione dalle fonti del pericolo debbono, preliminarmente, passare per la rimodellazione dell’ambiente di lavoro. Ciò è possibile, invertendo le gerarchie di un modello culturale da sempre prevalente: non sono le condizioni di lavoro a dover esercitare una signoria assoluta sui lavoratori in carne e ossa; piuttosto, sono i lavoratori a dover essere anteposti alle ragioni tecniche e alla razionalità economica dei processi produttivi. Le persone, insomma, vengono prima delle macchine, delle merci e degli aggregati monetari.

Valutazione dei rischi in funzione del benessere organizzativo deve, dunque, cominciare a significare valutare a favore della vita delle persone che lavorano e a favore del lavoro. Migliorare la qualità del lavoro e delle relazioni interumane che gli danno senso, vuole dire elevare i contenuti e le qualità sociali dei prodotti e dei servizi creati e offerti. In sintesi, significa ricondurre la produttività del lavoro alla produttività di senso della vita umana. Solo lavorando alla concretizzazione di queste prospettive, i prodotti e le merci possono smettere di succhiare la vita ai lavoratori, mortificandone l’umanità e la dignità.

La valutazione dei rischi può sperare di proiettarsi verso il ben-essere organizzativo, a patto che faccia i conti con le disuguaglianze esistenti nei fenomeni di esposizione alle fonti del pericolo e ai fattori di rischio. Riportare equità nei luoghi di lavoro non può che significare partire e ripartire dalla tutela delle categorie più vulnerabili, perché più esposte. Ė chiaro che una migliore qualità del lavoro retroagisce sulla qualità della vita, elevandone gli standard; come una migliore qualità della vita determina un innalzamento della qualità del lavoro.

Le problematiche del disagio lavorativo costituiscono un’area critica di interesse strategico, per debellare le patologie e i fattori di rischio psicosociali [20]. I luoghi di lavoro, tra le altre cose, costituiscono uno degli ambiti privilegiati per lo studio e il depotenziamento dei disturbi di natura psicologica, con la conseguente promozione di una migliore salute mentale. Contrastare i fenomeni di inabilità al lavoro causati da patologie psicosociali è già oggi - e ancor più in lo sarà nel futuro immediato - uno degli impegni più gravosi, di cui le istituzioni internazionali e nazionali debbono farsi carico. E qui, come ben si vede, siamo ben dentro il cuore delle problematiche del ben-essere organizzativo.

Delle patologie psicosociali associate al lavoro la depressione è, certamente, la più diffusa: l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che, entro il 2020, essa sarà la principale causa di inabilitazione al lavoro [21]. La valutazione dei rischi, pertanto, deve sempre più orientarsi nella identificazione e nella correzione di questa patologia. Altrimenti, avrebbe poco senso argomentare di ben-essere organizzativo. La valutazione dei rischi deve scandagliare le strutture e i fattori di esposizione a questa patologia; ma deve anche spingersi più in là, nella individuazione dei sintomi di depressione sui luoghi di lavoro.

Le indagini empiriche e le ricerche scientifiche hanno individuato uno spettro sintomatologico della depressione sul lavoro così conformato:

Il processo produttivo e l’organizzazione del lavoro sono incardinati su requisiti tecnici, per lo più, finalizzati a rendimenti economici e finanziari. Producono, da un lato, disturbi psicologici e malessere organizzativo e, dall’altro, le figure personificate che incarnano quei disturbi. Con la depressione vengono, così, creati i lavoratori depressi, i quali non fanno che spalmare la patologia nei rapporti di lavoro e nelle relazioni sociali.

Occorre rompere tutti i circoli viziosi dei sistemi di sicurezza e diradare le zone grigie della dinamica infortunistica, come visto nel capitolo precedente. Ciò è possibile, a condizione di generare senso di partecipazione critica, autonomia e condivisione delle scelte intorno alle problematiche della prevenzione e della sicurezza. Non v’è che una strada: facilitare i processi di riconoscimento reciproco e autoriconoscimento sui luoghi di lavoro, conferendo ai lavoratori la facoltà di controllare e padroneggiare le condizioni di lavoro. Il documento di valutazione dei rischi è uno degli strumenti principali che può essere messo al servizio di una filosofia e di una cultura di questo tipo. Con la sua elaborazione deve iniziare il cammino dell’equità sui luoghi di lavoro.

4. Uscire dal circolo della violenza morale

I temi dell’etica della salute e dell’equità sui luoghi dei lavoro ci introducono a un altro di non minore importanza: quello della personalità morale dei lavoratori. Come è noto, la personalità morale è configurata dal nostro ordinamento come un diritto inviolabile dell’uomo (art. 2 Cost.).

I fenomeni di vessazione morale nei luoghi di lavoro sono stati, in generale, ricondotti al mobbing. Tra il 2006 e il 2007, vi sono stati interessanti sforzi, per sottoporre il mobbing ad analisi più larghe e, insieme, stringenti, riconducendolo al paradigma dell’Evidence Based Medicine (EBM), tentando, così, di ricomporre analisi clinica, valutazione del rischio, realtà sociale concreta e verifica dei risultati [23]. Però, in linea prevalente, il mobbing è stato indagato con riferimento a fattispecie giuslavoristiche quali la discriminazione, la dequalificazione, il demansionamento e simili. Un tale approccio non ha consentito di cogliere i nuclei più profondi e tipici delle strategie e pratiche di mobbing che, prima di tutto, configurano la lesione di un diritto inviolabile della persona [24].

Se inquadrato in questi termini, il tema del mobbing ci conduce ad alzare il sipario sui fenomeni di aggressione morale che si consumano nei luoghi di lavoro. Del resto, ogni atteggiamento persecutorio reca con sé gradi, più o meno, elevati di violenza morale. Da questo lato, il mobbing e tutte le pratiche vessatorie, persecutorie e discriminatorie costituiscono punti di aggregazione e disseminazione della violazione dei diritti umani sui luoghi di lavoro. L’illecito più grave delineato dal mobbing e da pratiche consimili sta proprio qui.

Seguendo le tracce del mobbing, facciamo ingresso negli spazi e nei tempi della violenza morale sui luoghi di lavoro. Il mobbing costituisce uno dei concentrati e, insieme, uno dei precipitati estremi della crisi dell’etica della salute e della carenza dell’etica nei luoghi di lavoro: ci mostra, quasi allo stato puro, il carattere ferino e contrappositivo che avvelena i sistemi di relazione lì sviluppati, rendendoli amorali e cinici. Le pratiche discriminatorie e vessatorie premiano comportamenti aggressivi e prevaricatori, imponendo una sorta di etica amorale, basata sull’eliminazione dei più deboli e dei portatori di istanze conflittuali all’interno del microcosmo lavorativo.

La violazione della personalità morale dei lavoratori non contempla tutele di tipo restitutorio. In questo senso, il danno da mobbing non è risarcibile; come non lo è, quello da infortunio e da malattia professionale. Un diritto umano inviolabile, una volta leso, non è reintegrabile: si può - e si deve – intervenire sui contesti oggettivi e sui processi soggettivi che ne costituiscono la base di formazione ed espressione, eliminandone le cause e gli effetti. Siamo posti di fronte a un passaggio obbligato: dall’equità sui luoghi di lavoro dobbiamo trascorrere all’etica sui luoghi di lavoro. L’ingresso dell’etica ha un ruolo decisivo, soprattutto a fronte di un suo punto di sviluppo obbligato: la decontaminazione del circuito della violenza morale.

Il mobbing rappresenta un campo di osservazione speciale e di intervento privilegiato per la messa a punto e la verifica di strategie di decontaminazione della violenza morale, poiché le forme di disagio psichico che a esso si accompagnano costituiscono, ormai, una casistica estremamente avanzata e consolidata[ 25]. Il mobbing costituisce la nuova frontiera della violenza morale sui luoghi di lavoro: farvi i conti è una dura necessità e, insieme, una ineludibile responsabilità.

Con l’introduzione di modalità di lavoro imperniate sulla flessibilità, la sofferenza psichica sui luoghi di lavoro non è più determinata dal carattere alienante e seriale della produzione, bensì dal progressivo venir meno delle tutele individuali e collettive. La crisi delle tutele e dei diritti come ha comportato un’esposizione crescente ai rischi, così ha ampliato e innovato i fenomeni del disagio psichico.

Si sono condensate aree di violenza morale esplicita e sedimentate aree di violenza morale nascosta. La violenza morale esplicita è, in un certo senso, direttamente misurata dalla dinamica infortunistica; quella nascosta si stratifica in profondità nei rischi psicosociali emergenti, di cui lo stress e il mobbing non sono che la manifestazione affiorante in superficie. Decontaminare il circuito della violenza morale esplicita è relativamente più agevole, a paragone della decontaminazione del circuito della violenza morale che tenta di occultarsi nelle patologie psichiche di nuova e più complessa generazione.

Ora, per quanto occulti e occultati, i fenomeni di violenza morale non sfuggono a occhi attenti e sensibili. Le pratiche di mobbing, su questi punto, hanno un indubbio vantaggio: la violenza morale si palesa con immediatezza, non foss’altro per il fatto che i mobizzatori circondano in maniera offensiva il mobizzato. Lo squilibrio delle forze in campo è reso palese, ancora prima che si chiarisca il disegno sotteso alle strategie di mobbing. Un gruppo si contrappone a un singolo: lo accerchia e lo attacca, per eliminarlo. La crudezza evidente della scena rende, malgrado tutto, palese il teatro della violenza morale.

Le forme di violenza morale sui luoghi di lavoro discendono, a monte, da opzioni e atteggiamenti poco etici, se per etica continuiamo a intendere la ricerca della vita buona e giusta, nella prospettiva della libertà e della felicità individuale e collettiva. Un sentimento di ostilità profondamente interiorizzato nelle coscienze e nelle relazioni sociali è il terreno di coltivazione privilegiato della violenza morale [26].

Il fatto maggiormente connotato in negativo è che la violenza morale origina un sistema di rapporti sociali di ostilità che si prolungano nel tempo e si allargano nello spazio, travasandosi in tutti gli altri sistemi di comunicazione umana e sociale. Il degrado delle condizioni di lavoro si accompagna al degrado delle condizioni di vita in generale: le due forme di degrado si alimentano e sostengono vicendevolmente. Le vittime del mobbing e di tutti gli atteggiamenti persecutori consimili non sono unicamente i mobizzati, ma l’intera società, perché è essa a essere impregnata di violenza morale. Che la violenza morale, poi, abbia disseminato sottosistemi sociali comunicanti è dimostrato da recenti ricerche che hanno messo in correlazione il fenomeno del bullismo a scuola con quello del mobbing sui luoghi di lavoro, nel senso che il bullo di oggi potrà vestire domani i panni del mobber [27].

Il circuito della violenza morale sui luoghi di lavoro va impattato già a livello di documento di valutazione dei rischi, a cui il TU ha conferito una pregnanza e un significato più incisivi, come abbiamo avuto modo di osservare nel capitolo precedente. I primi elementi che, in proposito, la valutazione dei rischi deve prendere in considerazione sono i modelli delle strutture organizzative che presiedono ai processi decisionali. Un modello leaderistico e verticistico di organizzazione del lavoro alimenta il circuito della violenza morale, perché tende a ridurre progressivamente le persone che lavorano a meri oggetti e strumenti utili alle finalità produttive. L’ostilità dall’alto verso il basso nasce qui proprio dalla dissonanza tra modello gerarchico e comportamenti che si verificano in basso. Un tale modello si regge su se stesso, manca di autoriflessività e si limita a chiedere ai soggetti che lavorano la burocratica esecuzione dei comandi impartiti.

Chiaramente, il fatto innegabile di non poter minimamente incidere sulle modalità relative alla programmazione dei turni e degli orari di lavoro, alla gestione dei flussi di informazione e comunicazione, alla distribuzione dei compiti in conformità delle attitudini, capacità e preferenze, alla distribuzione equilibrata delle risorse umane e degli strumenti tecnici crea profondi processi di stress e disagio psicologico, evidenziati da estesi fenomeni di marginalizzazione e ghettizzazione lavorativa. L’aggressione morale nasce in questo humus ed è da questo humus allevata. Se il documento di valutazione dei rischi non si pone come obiettivo la decontaminazione del circuito della violenza morale sui luoghi di lavoro, difficilmente le cause e gli effetti dei disagi psichici in ambito lavorativo e sociale possono essere ridotti.

Alla base dei fenomeni di violenza morale vi sono asimmetrie di potere. Creare partecipazione e uguaglianza di diritti e opportunità, attenendosi a rigorosi criteri etici e di responsabilità è la strada maestra, per decontaminare il circuito della violenza morale. La valutazione dei rischi da lavoro è uno strumento che va obiettivato in questa direzione: l’equità della salute e la diffusione crescente dell’etica nei luoghi di lavoro costituiscono l’argine migliore contro l’esercizio della violenza morale, di cui il mobbing costituisce la punta dell’iceberg.

V’è un aspetto, ricorrentemente evidenziato da tutte le ricerche empiriche e cliniche sul fenomeno, che rende particolarmente inquietante ed esecrabile il mobbing (come il bullismo scolastico): nella tipologia dei soggetti mobbizzati rientrano, in particolare, le figure dei creativi, degli onesti, dei portatori di disabilità e dei “superflui” [28]. Ciò evidenzia processi diffusi di assimilazione negativa che escludono il diverso, attraverso codici e comportamenti morali violenti.

L’appiattimento sui valori del conformismo e della sopraffazione genera la dissipazione di potenziali umani e sociali preziosi. La catena gerarchica del comando si alimenta selezionando il proprio simile a tutte le scale inferiori. Cioè, forma e sceglie i sottoposti che obbediscono per fini utilitaristici e per condivisione di valori amorali. Il conformismo prevaricatore si chiude su di sé: più si chiude, più genera violenza morale, dai luoghi di lavoro agli ambienti di vita.

La dissipazione delle energie e delle risorse umane e sociali è in proporzione diretta al diffondersi e all’intensificarsi della violenza morale, quanto più questa è sapientemente occultata. Un effetto non desiderato di questa catena di processi perversi è, tuttavia, sotto l’occhio di tutti: le crescenti incapacità e inadeguatezze del personale direttivo, a tutti i livelli di espressione della vita pubblica, istituzionale, amministrativa e imprenditoriale. Il circuito della violenza morale rende più profondi e rigidi i dispositivi sociali degli egoismi e delle incompetenze, con una rischiosa involuzione del grado della civiltà e della convivenza civile. Per usare il plastico lessico di Hans-Georg Gadamer, possiamo tranquillamente concludere che la violenza morale compromette l’esserci dell’umanità nel mondo.

Per il grande filosofo tedesco, come è noto, la salute non è un sentirsi, ma un essere insieme agli altri uomini, con loro occupati attivamente e gioiosamente [29]. Vogliamo qui cogliere un elemento sanamente provocatorio dell’approccio di Gadamer: partire non dalla malattia, che occupa sempre più la scena pubblica e privata; ma dalla salute, che è sempre più relegata sullo sfondo.

La salute tende a celarsi proprio per la sua natura costitutiva [30]. Nelle società dei rischi globali, tale fenomeno conosce delle distorsioni profonde, poiché essa è aggredita da processi letali che la destabilizzano. Essa ora si nasconde, nel senso che viene progressivamente negata a intere popolazioni e categorie sociali. Il suo nascondimento segna il suo progressivo scadere come diritto dell’umanità. Nell’epoca contemporanea, la salute è sempre più a rischio. Ciò la trasforma progressivamente in eccezione; mentre la malattia sempre più tende a farsi regola. Allo stesso modo con cui, nei luoghi di lavoro e negli ambienti di vita, la violenza morale tende sempre più a essere la regola e la responsabilità etica l’eccezione.

Decontaminare il circuito della violenza morale, nei luoghi di lavoro come negli ambienti di vita, vuole esattamente dire invertire l’ordine delle priorità tra regola ed eccezione imposte dalle società dei rischi globali. Se è il malato che dobbiamo vedere, dobbiamo far ripartire il nostro sguardo dalla salute che si nasconde e che ci è stata nascosta e negata, per porre un argine all’invasione nella nostra vita operata dalla violenza morale.

5. Valutazione dei rischi e salute riproduttiva

Dopo le ricognizioni fin qui condotte, possiamo affermare con piena cognizione di causa che quando parliamo di ben-essere, intendiamo riferirci sia all’esserci della vita buona e giusta che allo stare bene insieme nei luoghi di lavoro e negli ambienti di vita. Il ben-essere organizzativo, di cui abbiamo ampiamente discusso, è una componente interna a questa dimensione di vita sociale ricca, fuori della quale non ha modo di esistere e di sperimentarsi.

Ci rimane da approssimare un’ulteriore e non meno rilevante tematica.

Fino a qualche decennio fa, le problematiche della sicurezza sul lavoro erano, del tutto, separate dalle tematiche della riproduzione della vita, come se fossero delle rette perfettamente parallele tra di loro. Il lavoro non era ritenuto una minaccia per la vita, ma semplicemente un processo che contemplava, a carico dei lavoratori e della società, incidenti e infortuni di vario genere e varia entità.

Oggi il lavoro, come abbiamo a più riprese sottolineato, ha assunto contro la vita un impatto minaccioso già nella sua immediatezza. L’esserci della vita buona e lo stare bene insieme trovano proprio nei dispositivi, nelle regole e negli apparati burocratici e organizzativi del processo lavorativo uno dei fattori di più insidiosa aggressione. Lo comprendiamo con particolare chiarezza se, procedendo da questa postazione di osservazione, esaminiamo i rischi da lavoro che hanno le ricadute più pesanti sui meccanismi biologici della riproduzione della vita.

Intendiamo riferirci ai rischi riproduttivi, con i loro effetti in termini di infertilità maschile o femminile, di aborti, di malformazioni congenite, di danni alla salute nel corso dello sviluppo dei bambini. Quella dei rischi riproduttivi costituisce un’area semi ignorata dalle indagini sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Più che una zona grigia, è una sorta di firmamento nero. Eppure, le conseguenze sul ben-essere dell’umanità sono devastanti. Qui, addirittura prima che essa si formi, la vita è colpita come possibilità, inibendola oppure deturpandone il corso. Osserva Marc Sapir: «Il nostro sistema produttivo saccheggia e sfrutta la natura e non si ferma, nella sua ansia predatoria, neppure di fronte alla riproduzione umana» [31].

Partiamo da una considerazione di base: secondo stime effettuate nel 2009, la popolazione mondiale aumenta ogni anno di 77 milioni di persone; nei paesi industrializzati, invece, la fecondità è in calo da decenni, in ragione di un cambio di cultura e di mentalità, ma anche di un decremento della fertilità umana [32]. La sterilità è codificata come assenza di gravidanza dopo un anno di rapporti sessuali senza l’uso di contraccettivi: ebbene, negli USA il 10-15% delle coppie si trova in questa condizione; mentre in Francia almeno il 14% delle coppie ha consultato un medico per problemi di sterilità [33].

L’ambiente di lavoro rappresenta una fonte primaria di esposizione ai fattori di sterilità.

1) I fattori di sterilità maschile si suddividono in tre gruppi:

2) Le principali cause di sterilità femminile, oltre che da agenti chimici, fisici e biologici, derivano da:

Ecco di seguito una lista delle sostanze chimiche che hanno i più preoccupanti effetti sulla riproduzione umana:

Ora, gli “incidenti” nella sfera della riproduzione umana sono ancora più drammatici degli infortuni e delle morti in contesto lavorativo: qui la vita non viene adeguatamente tutelata; lì, quando non è crudelmente negata, viene brutalmente deformata.

Ė, ormai, accertato il nesso di causalità:

La minaccia che diparte dal complesso di queste patologie suggerisce una strategia elementare: far rientrare nel documento di valutazione dei rischi anche i rischi riproduttivi. Nella realtà, però, questa mossa elementare, dettata già dal semplice buonsenso, incontra una marea di difficoltà di ordine culturale, economico e politico. Le culture, le logiche economiche e politiche prevalenti sono restie a ricondurre nell’alveo della valutazione dei rischi il fenomeno della riproduzione umana, ritenendolo un “fatto” estraneo e poco significativo.

Eppure, all’orizzonte non si profila strategia più efficace. Se i rischi sono globali, globali sono i diritti e globali debbono essere le strategie per ridurre i rischi. Qui la globalità dei diritti impatta a muso duro con la globalità dei profitti: i secondi minimizzano i primi. Con il risultato di innescare una catena di processi di decadimento della vita umana e sfaldamento della vita sociale.

La produzione delle merci mette a rischio la riproduzione umana, minacciandone i cicli di fecondazione, gestazione e sviluppo. Ė la riproduzione della specie a essere qui aggredita nei suoi gangli più intimi e delicati. La vita, già dai suoi elementi biologici fondamentali, viene presa d’assalto e depredata. Intorno all’attacco alla vita biologica viene costruita l’offensiva contro la vita umana come relazione e come socialità, a misura in cui tutti i luoghi e i tempi di lavoro, di vita e di relazione sono esponenzialmente lasciati alla mercè di rischi globali distruttivi.

6. Contro la negazione del futuro

Uno dei punti maggiormente negativi che riguarda i rischi riproduttivi è dato dall’assenza di dati tossicologici ed epidemiologici relativi alle sostanze pericolose per la riproduzione. Nonostante le ripetute denunce dei rischi connessi al loro uso, tali sostanze vengono regolarmente usate nelle applicazioni mediche e industriali. Il deficit appena segnalato non è arginato affatto da apparati normativi e legislativi, i cui livelli di protezione dai rischi riproduttivi sono abbastanza labili [37].

Il 27 maggio 2008, i parlamentari europei Dorette Corbey (PSE), Asa Westlund (PSE), Dan Jorgensen (PSE), Frédérique Dies (ALDE) e Margrete Auken (Verts/Ale) hanno presentato una interrogazione scritta alla Commissione Europea, chiedendo ragguagli sugli impatti che le esposizioni ad agenti chimici inquinanti possono avere sullo sviluppo embrionale, fetale e della prima infanzia. In particolare, l’interrogazione si riferisce alle conclusioni della conferenza scientifica internazionale “Human Health Effects of Developmental Exposure to Chemicals in Our Enviroment”, tenuta nel 2007 alle isole Faroe.

I parlamentari hanno indicato, con chiarezza, che l’esposizione ad agenti chimici tossici durante i periodi dello sviluppo embrionale, fetale e della prima infanzia possono provocare malattie e disabilità nei neonati, nei bambini e nell’intero ciclo della vita umana. E, pertanto, hanno chiesto se la Commissione Europea intendesse dare il proprio sostegno alla dichiarazione di Faroe e, in caso negativo, di specificarne i motivi.

Inoltre, i parlamentari, in caso di concessione del sostegno alla dichiarazione di Faroe, hanno richiesto alla Commissione di presentare proposte tali da includere i test sui danni allo sviluppo nei requisiti di valutazione dei rischi. L’interrogazione, con le relative richieste, è rimasta letteralmente inascoltata.

Eppure, già nei confronti delle sostanze tossiche “classiche” i livelli di protezione sono assolutamente insufficienti; il livello di insufficienza cresce smisuratamente, se si tiene conto dei nuovi campi problematici aperti dalle sostanze di ultima generazione. Tra queste, una minaccia particolare è rappresentata dalle nanoparticelle e dalle esposizioni multiple.

Per quel che concerne le nanoparticelle, numerosi programmi di ricerca che riguardano il loro utilizzo nelle componenti elettroniche, nei cosmetici, nel settore tessile, nei farmaci e nell’iconografia medica hanno fatto emergere alcuni nodi critici, relativi al fatto che non si conoscono appieno le loro conseguenze sulla salute e, segnatamente, sulla riproduzione umana. Non è affatto pacifico che la penetrazione nel corpo umano di queste particelle microscopiche non comporti seri problemi per la salute riproduttiva. Nel 2009 sono state in discussione ipotesi, secondo le quali le nanoparticelle potessero attraversare la membrana delle cellule e circolare nel sangue: è, dunque, lecito supporre che possano penetrare nel cervello e attraversare la barriera placentare [38].

La questione dell’esposizione multipla apre interrogativi non meno preoccupanti. Nel caso in cui i lavoratori siano esposti a più sostanze o miscele che agiscono nello stesso modo, gli effetti possono sommarsi, dando luogo a una combinazione sinergica [39]. Il problema insorge, allorché i lavoratori sono esposti a sostanze che agiscono in maniera diversa e, dunque, la sommatoria non assume valore di riferimento, ma le valutazioni e le misurazioni debbono essere estremamente differenziate e complesse. Ciò appare vero, soprattutto in considerazione del fatto che per i rischi riproduttivi di ultima generazione non sono disponibili standard e limiti di esposizione affidabili e coerenti.

Errori di etichettatura e di classificazione sono all’ordine del giorno: i produttori non dichiarano i nuovi prodotti che introducono sul mercato come prodotti pericolosi; soltanto dopo, a danno avvenuto, viene scoperto il loro grado di pericolosità.

Uno dei casi storici più drammatici riguarda il talidomide. Come si sa, fino a tutti gli anni Sessanta, si riteneva che la barriera della placenta fosse imperforabile. Il talidomide fu sintetizzato nel 1954 e commercializzato come sonnifero, sotto varie denominazioni. Già nel 1959, si segnalò la nascita di bambini affetti da gravi malformazioni: senza braccia e senza gambe. Casi del genere si moltiplicarono in tutto il mondo. Alla fine del 1961, si scoprì che il responsabile di queste malformazioni era il talidomide. Nel novembre del 1961, i farmaci a base di talidomide furono ritirati dal mercato in Germania e nel Regno Unito; mentre, invece, in Brasile, Canada e Belgio furono venduti fino all’esaurimento delle scorte [40].

Successivamente alla tragedia del talidomide, la legislazione e i controlli non hanno fatto sostanziali passi in avanti. I produttori continuano a mettere sul mercato sostanze non testate adeguatamente né sul piano scientifico, né su quello empirico. I tempi rapidi della circolazione dei prodotti (e, dunque, della loro vendita per l’incameramento di enormi profitti) continuano a fare premio sulle esigenze di cautela e di tutela dai rischi riproduttivi.

Il legislatore comunitario si limita, ricorrentemente, a doglianze sullo stato di scarsa applicazione della normativa vigente [41]; ma omette di approntare strumenti normativi, di sorveglianza e di verifica cogenti. Gli Stati nazionali sono ancora più omissivi: in ambito europeo, si riducono ad aderire alle norme e raccomandazioni comunitarie, svuotandole, sovente, di alcuni dei contenuti più pregnanti.

Il quadro è desolante e, insieme, drammatico, se lo esaminiamo più da vicino. La maggioranza delle sostanze tossiche per la riproduzione umana non è ancora riconosciuta come tale, con particolare riferimento a quelle commercializzate prima del 1981, le quali si attestano sulla bella cifra di oltre 100 mila unità [42]. Anche le circa 4.500 sostanze commercializzate dopo il 1981 non sono state sottoposte a stringenti test scientifici, in fatto di rischi riproduttivi. Secondo l’Istituto nazionale francese della ricerca e della sicurezza, per il 95% delle nuove sostanze introdotte sul mercato francese non si dispone di alcun dato in relazione ai rischi riproduttivi [43].

Le istituzioni pubbliche, salvo che in sporadiche eccezioni, non procedono a valutazioni e test indipendenti, lasciando libero campo ai produttori. Contro l’etica pubblica della salute nei luoghi di lavoro e negli ambienti di vita vengono sferrati in contemporanea due colpi: dalle istituzioni e dai produttori. Il quadro è ulteriormente aggravato dai comportamenti dei datori di lavoro, i quali contraggono ulteriormente i già labili controlli disposti, a monte, dalle istituzioni e dai produttori. La catena delle aggressioni alla riproduzione umana è, così, ricostruita nei suoi anelli principali.

Molti dei ritardi del riadeguamento della legislazione comunitaria in materia di rischi riproduttivi hanno un’origine imprenditoriale. Sui rischi per la procreazione, infatti, le resistenze del mondo delle imprese sconfinano nell’aperta ostilità.

La Commissione Europea ha timidamente avanzato la proposta di estendere alle sostanze tossiche per la riproduzione il campo di applicazione della direttiva sui cancerogeni (90/394/CEE). Immediatamente Business Europa, l’associazione degli imprenditori europei, ha manifestato una forte opposizione, alimentando una pressante campagna sociale che ha trovato il sostegno dei media, godendo di alcuni appoggi perfino in seno alla Commissione.

L’adozione della 3a lista europea dei valori limite indicativi conosce un notevole ritardo, perché osteggiata dalle associazioni imprenditoriali, in disaccordo su molti valori limite proposti. Eppure, l’aggiornamento della vecchia e anacronistica direttiva (2000/39/CEE) è da tempo all’ordine del giorno. Tra i nuovi valori limite indicati, due in particolare riguardano la riproduzione umana: il mercurio e il disolfuro di carbonio. La cultura imprenditoriale non annette rilevanza alcuna ai rischi per la riproduzione umana, anche in considerazione del fatto che nessuno di esso è correlato a una malattia professionale riconosciuta e indennizzata.

Già i rischi da lavoro tradizionali mettono in crisi le culture imprenditoriali che si qualificano per avere uno stampo proprietario. Basti pensare che, dopo l’adozione del REACH, la richiesta più pressante avanzata dagli imprenditori europei è stata quella di ottenere una moratoria legislativa, attraverso una deregolamentazione parziale delle disposizioni riguardanti la prevenzione e protezione dai rischi chimici sui luoghi di lavoro.

Sul terreno dei rischi riproduttivi si apre una corsa a ostacoli che non ha ancora un inizio e un termine precisi. La concomitanza delle resistenze, dei ritardi e delle ostilità che abbiamo passato in veloce rassegna testimonia lo stato di arretratezza e le difficoltà del cammino che rimane ancora da aprire.

Il deficit primario, comunque, è di tipo culturale e scientifico. La nozione di rischi riproduttivi richiede livelli di approfondimento e codificazione assai più complicati, a paragone di quelli, peraltro già complessi, messi in campo per i rischi da lavoro. Ma, proprio per questo, si richiedono sforzi più tangibili e conseguenti. Dobbiamo, inoltre, tenere conto che gli effetti dei rischi riproduttivi si distendono su un arco problematico molto più vasto e prolungano nel tempo i loro effetti. I rischi riproduttivi coinvolgono le generazioni future, al pari e più ancora delle generazioni presenti.

Ed è proprio quella verso il futuro che diviene una corsa a ostacoli: siamo noi a creare oggi gli ostacoli per il domani dei nostri discendenti. Con la riproduzione umana, mettiamo a rischio il tempo e lo spazio del futuro, attraverso l’impoverimento della specie e delle sue risorse e facoltà umane cognitive, culturali e sociali. Più il rispetto per la vita viene meno, più la vita è arrischiata. Lo splendore immaginifico delle merci produce la terra desolata della vita povera di tempo e di spazio; ma soprattutto povera futuro.

Il panorama che abbiamo tratteggiato diventa ancora più inquietante, se osserviamo che il primato delle merci sulla vita umana coniuga la sovranità assoluta della produzione tecnica sulla riproduzione umana. Nel senso che è la razionalità tecnica a primeggiare in ogni angolo della vita sociale: ridurre le persone al lavoro a meri strumenti di esecuzione significa sottoporli alle necessità strumentali dell’implementazione dei profitti, sul cui altare è sacrificata, assieme alla dignità dei lavoratori, la vita umana intera, dalle dimensioni del presente a quelle del futuro.

Per dirlo ancora meglio, il passaggio dal presente al futuro è offuscato dalla presenza di ombre terribili che compromettono le qualità e le potenzialità della vita umana e corrodono il percorso della libertà nei suoi gangli vitali. Siamo, forse, la prima generazione nella storia che consegna ai suoi discendenti un futuro più povero a confronto di quello ricevuto in dono dai predecessori.

Eppure, non tutto è perduto e segnato una volta per tutte. Le forze e i soggetti che tengono all’etica della salute e all’equità sui luoghi di lavoro possono trovare preziosi alleati in tutti i campi del pensare e agire sociale. Alleati schierati per lo sviluppo della ricchezza della vita umana e per il rispetto di tutte le forme di vita non umana.

Occorre aprire dialoghi culturali trasversali, capaci di aggregare e concentrare, dal locale al globale, le energie positive del cambiamento e della trasformazione, se si vuole che la vita del mondo e i mondi della vita si emancipino dalla povertà del presente, raccogliendone, tuttavia, i tesori nascosti e negati.

Dobbiamo cercare di fare in modo che, con la chiusura del nostro tempo di vita, ci facciamo donatori di vita ricca a coloro che raccoglieranno le nostre orme in cammino. Se vogliamo veramente che il futuro non sia una corsa a ostacoli, ma un impegno difficile, tortuoso e responsabile nel solco della libertà.


(rielaborato a gennaio 2015)
Note

[1] Libuse Nemcovà, Modifica degli stili di vita in una comunità lavorativa: efficacia degli interventi di prevenzione, Tesi di Laurea, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Firenze, Anno Accademico 2007-2008, in www.epicentro.iss.it, 2008; Osservatorio italiano sulla salute globale, Salute globale e aiuti allo sviluppo. Diritti, ideologie, inganni, 3° Rapporto, Pisa, Edizioni ETS, 2008; Palma Sgreccia, La dinamica esistenziale dell’uomo. Lezioni di filosofia della salute, Milano, Vita e Pensiero, 2008.

[2] WHO – World Health Organization, Closing the gap in a generation: health equity trough action on the social determinants of health, in http://www.who.int, 2008.

[3] Sul tema, si rinvia a tutte le edizioni annuali del Rapporto sui diritti globali, pubblicato da Ediesse (Roma), dal 2003 al 2014, con il coordinamento e la cura di Sergio Segio.

[4] Nemcovà, op. cit.

[5] Nemcovà, op. cit.; Osservatorio italiano sulla salute globale, op. cit.

[6] Carlo Mamo, Le disuguaglianze di fronte alla promozione e protezione della salute di chi lavora, Relazione presentata al convegno “La prevenzione efficace dei rischi e dei danni da lavoro”, tenutosi a Firenze il 23 e 24 ottobre 2008, in www.ccm-network.it, 2008; WHO, op. cit.

[7] ISS - Istituto Superiore di Sanità, Fragilità sociale e tutela della salute: dalle disuguaglianze alla corresponsabilità, Atti del convegno omonimo, in www.iss.it, 2007; Mamo, op. cit.

[8] Mamo, op. cit.

[9] Osservatorio italiano sulla salute globale, op. cit.

[10] Mamo, op. cit.; Osservatorio italiano sulla salute globale, op. cit.; WHO, op. cit.

[11] Mamo, op. cit.

[12] Il tema è stato affrontato nel capitolo precedente..

[13] ISS, op. cit.; Mamo, op. cit.

[14] Mamo, op. cit.

[15] ISS, op. cit.

[16] Ibidem .

[17] WHO, op. cit.

[18] Nicola De Carlo, Quadro di riferimento in tema di benessere organizzativo e prevenzione del disagio nell’ambiente di lavoro, Relazione al seminario “Benessere organizzativo e prevenzione del disagio nell’ambiente di lavoro”, tenuto a Padova il 18 giugno 2008, in www.psiop-padova.it, 2008.

[19] Marco Renso, Stato di attuazione del progetto di promozione del benessere organizzativo negli ambienti di lavoro e sviluppo di azioni di contrasto dei rischi psicosociali 2005-2007 , Relazione al convegno “Promozione del benessere organizzativo e sviluppo di azioni di contrasto dei rischi psicosociali” tenuto a Verona l’11 giugno 2008, in http://www.safetynet.it, 2008.

[20] Luisa Pelizza, Intervento psicologico nei confronti dei soggetti in condizioni di disagio lavorativo, Relazione al convegno “Promozione del benessere organizzativo e sviluppo di azioni di contrasto dei rischi psicosociali” tenuto a Verona l’11 giugno 2008, in http://www.safetynet.it, 2008.

[21] Renso, op. cit.

[22] Luigi Perbelllini, Analisi dei casi di disagio lavorativo e mobbing, Relazione al convegno “Promozione del benessere organizzativo e sviluppo di azioni di contrasto dei rischi psicosociali” tenuto a Verona l’11 giugno 2008, in http://www.safetynet.it, 2008.

[23] AA.VV., Evidence based medicine e mobbing, “Giornale di Medicina del Lavoro e di Ergonomia”, n. 2/2007.

[24] Andrea Bollani, La rilevanza giuridica del mobbing nell’ordinamento italiano, “Giornale di Medicina del Lavoro e di Ergonomia”, n. 1/2008.

[25] Giuliana Ziliotto, Mobbing, coping e narcisismo: alcune riflessioni alla luce di una esperienza clinica, “Giornale di Medicina del Lavoro e di Ergonomia”, n. 1/2008.

[26] AA. VV., Evidence based medicine e mobbing, cit.

[27] Maria Antonietta Pizzichini e Stefano Giuliodoro, Il bullismo tra i giovani precursore del mobbing adulto? Il percorso in parallelo di due patologie della società contemporanea, “Difesa Sociale”, n. 1/2007.

[28] Ibidem.

[29] Hans-Georg Gadamer, Dove si nasconde la salute, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2005.

[30] Ibidem.

[31] Marc Sapir, Prefazione a Mongeot Marie-Anne e Vogel Laurent, Attività riproduttive e riproduzione umana. Quando il lavoro diventa una minaccia per le generazioni future, “2087”, Quaderni n. 6/7, settembre-ottobre 2008.

[32] Marie-Anne Mongeot e Laurent Vogel, Attività riproduttive e riproduzione umana. Quando il lavoro diventa una minaccia per le generazioni future, “2087”, Quaderni n. 6/7, settembre-ottobre 2008.

[33] Ibidem.

[34] Ibidem.

[35] Ibidem.

[36] Ibidem.

[37] Ibidem.

[38] Ibidem.

[39] Ibidem.

[40] Ibidem.

[41] Ibidem.

[42] Ibidem.

[43] Ibidem.