VAJONT, METAFORA ITALIANA (*)
Considerazioni sparse
di Antonio Chiocchi  

1) Pare necessaria, in primo luogo, una contestualizzazione storico-politica. Siamo nel pieno della crisi del centrismo democristiano che aveva affidato allo sviluppo industriale il compito di integrare e neutralizzare il conflitto sociale e all’atlantismo la funzione di emarginare, tenendola sotto controllo, l’opposizione di sinistra (in particolare, il Pci). Innovazione industriale e innovazione atlantica vanno a braccetto e diventano il coagulante di un efficace ed efficiente sistema di alleanze. All’interno, lo sviluppo si esprime attraverso una repressione strisciante; all’esterno, l’atlantismo si qualifica come conservatorismo politico e anticomunismo viscerale[1]. Nei confronti della “repressione silenziosa”[2] operata dal centrismo democristiano e dal “miracolo economico” le sinistre (in specie, il Pci) appaiono largamente spiazzate, abbarbicate su posizioni politiche arcaiche e, per lo più, caratterizzate ideologicamente. Si misura, soprattutto, a questo livello l’inadeguatezza del “fronte di sinistra”. Solo l’invasione dell’Ungheria del 1956 scuoterà le acque stagnanti del “frontismo”, con la virata nenniana in direzione riformista e autonomista[3]. Non appare sorprendente se, qualche anno dopo, il tema del neocapitalismo sarà affrontato da un socialista eretico come R. Panieri, dalle colonne di una rivista militante come “Quaderni Rossi” (a lungo criminalizzata sia dal Pci che dal Psi) e non già dalla sinistra morandiana del Psi e tantomeno dall’intellettualità di area Pci.

Ora, sul piano strettamente economico, gli anni ’50 si qualificano essenzialmente per il regolare e massivo intervento dello Stato in economia, in funzione della promozione dello sviluppo e riallocazione delle risorse. Il centrismo degasperiano, il neocentrismo fanfaniano e moroteo e la programmazione economica (abortita) del centrosinistra trovano nello Stato pianificatore ed imprenditore uno dei loro punti di forza (e, come si vedrà qualche decennio dopo, di debolezza). Il flusso degli investimenti di capitale pubblico in funzione di sviluppo funge anche come allocatore e intercettore di consenso politico. Alla politica sono  attribuite ferree funzionalità economiche, così come all’economia sono sovrimposte rigorose funzionalità politiche: economia e politica si trovano avvinte in un cerchio di ferro, costituendo un inedito sistema di costruzione del consenso e un ancora più inedito sottosistema di clientelismo politico.

 

2) La costruzione della diga del Vajont si inserisce nell’alveo delle politiche degli investimenti pubblici inaugurate dal centrismo negli anni ’50, di cui si vuole, in un certo senso, celebrare l’apoteosi faraonica. Con la costruzione e gestione della diga, lobbies economico-politche locali, ben ramificate nelle strutture centrali e periferiche del “potere democristiano”, intendono convertire il loro monopolio del territorio in dominanza politica. La Dc veneta fa qui la sue prime “prove del fuoco”, per promuoversi come componente condizionante e vincolante degli equilibri di potere interni al partito e al governo. Da questo punto di vista, la diga del Vajont è uno dei primi passaggi che vedono l’accumulo di forza da parte del rampantismo democristiano veneto, a cui si deve la proliferazione del doroteismo, quella componente Dc maggiormente vocata e specializzata nella gestione disincantata e cinica del potere.

Il torto maggiore del Pci e delle sinistre sta nell’inquadrare il “disastro del Vajont” nei puri termini dell’etica pubblica, classificandola come un semplice caso di corruzione politica e incapacità tecnica. In questo modo, i moduli culturali sottostanti ed il modello politico sovrastante alla “sciagura” restano celati e non adeguatamente confutati. Così, la “genealogia politica” del fatto e del caso, non essendo criticamente ricostruita, non è adeguatamente aggredita. In un limite di questo tipo, 40 anni dopo, incorreranno gli eredi del Pci, a fronte dell’esplosione di “Tangentopoli”.

La costruzione della diga del Vajont, come più in generale il clientelismo politico, non rappresenta soltanto un canale di acquisizione di “rendita economica”, ma è la componente di un complesso sistema di utilizzo del potere politico per la crescita del potere economico e viceversa: intorno al binomio politica/economia viene costruito un espansivo sistema di acquisizione del consenso[4]. Proprio negli anni ‘50 questi modelli trovano le prime, ampie e avvolgenti sperimentazioni.

 

3) Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, il sistema politico italiano di potere è in fibrillazione: le modalità di governo centriste e neocentriste rivelano tutta la loro usura; per contro, la cooptazione dei socialisti nell’esecutivo (caldeggiata da Moro e Fanfani) impatta dure resistenze interne (gerarchia ecclesiastica e destre del partito) ed esterne (Usa). La costruzione della diga del Vajont si colloca proprio entro questo arco temporale: costruita nel 1960, tracima nel 1963. Può, quindi, essere assunta come una metafora dell’epoca: ne restituisce una fotografia puntuale e, insieme, ne anticipa il crollo.

Il sistema politico italiano non si è ancora scontrato con l’ondata d’urto del ’68 e dell’autunno caldo: è ripiegato su se stesso e ritiene di dover far unicamente i conti con le sue proprie disfunzioni interne. In una relazione di crescente divaricazione dalla società che, invece, sottopone a progressiva colonizzazione, è convinto di poter risolvere i propri squilibri con mere operazioni di ingegneria politica. L’ipotesi del centrosinistra nasce in questo contesto. L’azione di governo continua ad affidarsi al vecchio e ben sperimentato sistema di costruzione del consenso, attraverso il clientelismo politico. La cooptazione dei socialisti nell’esecutivo conferma e consolida questo modello di (sotto)governo, con la conseguenza che l’autorità politica e l’egemonia di potere della Dc risultano confermate ad un livello di intensità ed estensione crescenti.

Quindici anni dopo, il neocentrismo moroteo tenterà lo stesso giochetto con il Pc: è l’epoca del “compromesso storico” e della “solidarietà nazionale”. E, come il Psi negli anni ’60, anche il Pci cade nella trappola democristiana; salvo pentirsene amaramente un anno e mezzo dopo, senza tuttavia mai esercitare o produrre nemmeno uno straccio di autocritica effettiva ed oltrepassante.

 

4) Il “disastro del Vajont” non è l’anticipazione politica e simbolica del sistema bloccato degli anni ‘70-80 e nemmeno della “Tangentopoli” degli anni ’90. Tuttavia, contiene in sé alcuni segnali premonitori. I più importanti dei quali sembrano i seguenti:
a) la reciprocità funzionale tra sistema politico e sistema economico;
b) la dominanza decisionale dell’attore di governo, in tutte le articolazioni e propaggini del tessuto politico-istituzionale;
c) la modellazione ancillare dei poteri operata dall’egemonia democristiana.

Su questi tre assi si regge la “centralità della Dc” ed essi sono messi in bella mostra, in tutta la loro portata catastrofica, dal “disastro del Vajont”. Possiamo, anzi, dire: la diga del Vajont si regge su essi e con essi trabocca.

Le sinistre, all’epoca, peccano di miopia politica: non indirizzano la critica verso i “centri” di motivazione e produzione della “sciagura”, riducendola ad effetto di una politica sbagliata; mentre, invece, essa è anche causa di politiche di espropriazione delle volontà collettive, mezzo di asservimento dell’arena politica e strumento di saccheggio delle risorse ambientali-territoriali.

Le variabili politiche in opera nel “disastro del Vajont” portano allo scoperto un sistema politico-istituzionale che:
a) non ammette interferenze nei suoi meccanismi di funzionamento;
b) non permette di essere messo a giudizio.

Negli anni ’70 e in pieno “scandalo Lockheed”, in una tumultuosa seduta del Parlamento italiano, si incaricherà di ribadire questo enunciato politico lo stesso Moro: dalla sua voce, il paese viene  a sapere che la Dc non intende “farsi processare” e/o salire sul “banco degli imputati”.

I meccanismi di clientelismo politico che la diga del Vajont contribuisce ad edificare plasmano una costante politica perversa: salvare all’infinito il sistema che li ha prodotti ed eretti. Stanno scritte in questo strato profondo le ragioni dell’insabbiamento di tutti i processi in cui è stato chiamato a rispondere lo Stato ed è in questione l’operato di organismi politico-istituzionali. Il “disastro del Vajont” inaugura questa deleteria tendenza che avrà nelle stragi impunite degli anni ’60, ‘70 e ‘80 le sue punte di diamante. Un sistema che, per un riflesso pavloviano, non ammette censura e insabbia sistematicamente la ricerca della verità, non può che decolpevolizzarsi e deresponsabilizzarsi sistematicamente. Il “caso Vajont”, anche per questo, non poteva essere riaperto; e nemmeno poteva tornare in circolo tutta la documentazione scottante sottratta alla discussione pubblica.

 

5) Negli anni ’50 e agli inizi dei ’60, il sistema politico italiano non era ancora bloccato: il “bipartitismo imperfetto” non ne vanificava, del tutto, le possibili trasformazioni in termini di riassetto politico. Si blocca, invece, quando deve fronteggiare i cicli della protesta sociale degli anni ’60 e ’70: fa quadrato, in maniera compatta, in funzione anti-mutamento. L’attore di governo e quello di opposizione si riscoprono uniti nella pregiudiziale anticonflittualista. Culture di governo autocentrante (il centrosinistra e quello che ne rimane) e culture di opposizione statocentriche (il Pci, essenzialmente) trovano il loro punto di incastro nel soffocamento dei cicli di lotta sociale, le cui domande ed aspettative vengono eluse, aggirate o neutralizzate con politiche di repressione attiva. La “strategia della tensione” nasce e prolifera in questo clima politico.

Diversamente da quanto assunto dalle politologie meglio accreditate, il blocco del sistema politico italiano non è la conseguenza della esclusione del Pci dall’area di governo e, dunque, l’effetto macroscopico dell’impossibilità dell’alternanza. Al fondo, il sistema politico si blocca, perché è incapace di assumere la domanda sociale come variabile del mutamento istituzionale: cioè, si blocca, poiché privo di una adeguata cultura del conflitto. Se conflitto equivale sempre e solo a “caos” e “sedizione”, chiaro che deve essere estirpato con ogni mezzo.

Questo è un delicato punto di passaggio che esige una particolare attenzione.

Fino a che il conflitto è regolabile dalla repressione silenziosa (anni ’50), il sistema di potere autocentrato sulla Dc riesce ad imporre, con relativa facilità, la sua egemonia. Allorché la regolazione del conflitto avviene attraverso strategie di repressione aperta (anni ’60 e ’70), il sistema politico autocentrato, con la crisi della Dc, disvela l’autoreferenza esponenziale degli attori politici (di governo e di opposizione). L’autoreferenzialità degli attori politici diventa il brodo di cultura e coltura della corruzione politica. Il sistema di governo, cioè, per riprodursi, più che fare leva sulla classica costruzione clientelare del consenso, è progressivamente esposto al ricorso alle leve della corruzione politica. Vanno qui costituendosi quelle matrici che incubano la corruzione politica come fenomeno di massa, così come raccontatoci da “Tangentopoli”.

Il “caso Vajont” non è inquadrabile come un fenomeno di corruzione politica di massa. Piuttosto, ci muoviamo ancora nel campo della corruzione politica selettiva che ha per protagonista un sistema politico, sì, autocentrato, ma non ancora completamente autoreferenziale, dentro le cui maglie continuano ad ordirsi processi di costruzione e validazione del consenso, seppure in una direttrice regressiva, paternalistica e conservatrice. Il clientelismo politico, insomma, fa ancora primato sulla corruzione politica; diversamente, con “Tangentopoli” la corruzione politica fa primato addirittura sull’organizzazione della politica.

Proprio tenendo fermo l’orizzonte di queste differenze, il Vajont si mostra come una metafora italiana; anche nel senso che annuncia, inascoltato come Cassandra, il futuro di ombre e pericoli che si cela dietro l’angolo. Ombre e pericoli che le sinistre, ieri come oggi, non sanno interpretare e scongiurare.


(20 luglio 2004)

Note

(*) Queste riflessioni sparse e improvvisate nascono da una sollecitazione di Claudio Leoni, giovane studente dell’Università di Pavia, attualmente impegnato in una Tesi di laurea sul Vajont. A lui vanno i miei ringraziamenti e a lui queste note sono dedicate, nella consapevolezza che la sua Tesi saprà affrontare l’argomento in modo ben altrimenti convincente e rigoroso.

[1] Non bisogna dimenticare che siamo in piena “guerra fredda”, aperta ufficialmente da Truman, con il discorso del 12 marzo 1947, in base al quale gli Usa si impegnavano a sostenere la “resistenza” dei “popoli liberi” contro “minoranze armate” e “pressioni esterne”.

[2] Cfr. M. Salvati, L'origine della crisi in corso, “Quaderni piacentini”, n. 46, 1972.

[3] È opportuno ricordare che questo è uno dei luoghi culturali originari della formazione del potere di Craxi, non casualmente tra i “delfini” favoriti di Nenni.

[4] Sia consentito, sul punto, rinviare ad A. Chiocchi, Modelli di esclusione. Politicità dell'economia ed economicità della politica in Italia (1945-1980), Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazioni, 1998.


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