1. Le premesse - 2. Le linee genealogiche - 3. Le architetture politiche - 4. La linea del tramonto
Dopo il libro del 2005 Miccia corta (1), Sergio Segio torna a rivisitare l'esperienza storica e politica di "Prima linea" (Pl). Ma questa volta lo fa in maniera sistematica, non limitandosi ad un singolo episodio, intorno cui far scorrere narrazione e ricostruzione. Certamente, le due opere vanno lette in stretta congiunzione (2). Se la prima consente di leggere il "globale" della storia della lotta armata e di Pl dal "locale" di una singola azione, la seconda ricostruisce il contesto complesso, le connessioni politiche e i profili identificativi sia del "globale" che del "locale".
Scendendo più nel dettaglio, questo secondo libro pare muovere dalla duplice necessità di identificare con maggiore puntualità:
Per quanto concerne la prima necessità, l'azione dell'attore armato è correttamente inserita nel contesto sociale, storico, politico e culturale degli anni '60 e '70. Anni - ricorda il libro - di profondo autoritarismo culturale e politico, caratterizzati da ricorrenti tentativi di golpe e da politiche repressive che non hanno esitato a far ciclico ricorso a strategie stragiste. Il libro fa salvo quel principio chiave, secondo cui l'azione di ogni attore, tanto più se organizzato, va ricondotta alla rete di relazioni entro cui si sviluppa l'azione degli attori con cui è in interazione passiva e/o attiva, tanto più se istituzionali. Strategie e pratiche degli attori finiscono con l'influenzarsi, incrociarsi ed interferire nel gioco complesso dell'interazione sociale. Ciò fa sempre dire che ogni attore è responsabile sia socialmente che singolarmente. Le sue responsabilità specifiche come non sono spiegabili al di fuori dell'interazione sociale data, così non sono per intero interscambiabili con quelle della società. La responsabilità inserisce sempre un campo elettivo, entro cui ogni attore è chiamato a rispondere di sé tanto come attore sociale quanto - e ancora di più - come attore autonomo, in quanto dotato di identità e scale valoriali, motivazionali e finalistiche ben peculiari. Il libro, fin dall'avvio, si richiama esplicitamente alla globalità di queste correlazioni e specificazioni.
Per quanto riguarda, invece, la seconda esigenza, da essa si sviluppa una massa di disposizioni razionali ed affettive che può, senz'altro, essere individuata come il motivo ispiratore principale del libro: testimoniare un'esperienza della lotta armata altra rispetto a quella delle "Brigate rosse" (Br). Il libro, in proposito, è inequivocabile: parla esplicitamente dell'altra lotta armata. Il tema, come è sin troppo evidente, è delicato: ne va dell'identità e della memoria collettiva e personale di quella esperienza. Non casualmente, i due libri di Segio sono quasi gli unici usciti su Pl, essendo stata la lotta armata, con un'operazione di semplificazione politica e distorsione storica, editorialmente e storiograficamente ricondotta all'esperienza delle Br. Rilevabili alla base del libro non sono, quindi, soltanto ragioni personali, ma anche più complesse e congrue motivazioni politiche, culturali e storiche. L'esigenza di fondo avvertita è quella di restituire nome e identità ad un'esperienza ed a militanti "archiviati" impropriamente e non colti nemmeno nei loro errori effettivi, schiacciati come sono stati in una penombra indistinta e amorfa. Da questo punto di vista, il programma di ricerca di Segio intende opporsi alla destoricizzazione della esperienza di Pl e dei suoi militanti, con l'intento dichiarato di ristoricizzarla in chiave critica.
Di questo programma cercheremo di isolare gli elementi che, a parer nostro, costituiscono la struttura portante del libro. Il cui merito principale, ai nostri occhi, è quello di riaprire e mantenere criticamente aperta la discussione sugli anni '70, riannodando i fili del passato con quelli del presente. Senza smettere di cercare un futuro diverso e migliore. Senza revisionismi ed abiure e senza indulgenza verso le responsabilità della militanza politica personale e collettiva.
2. Le linee genealogiche
Il primo punto nodale del programma di ricostruzione di Segio ruota intorno all'omicidio del commissario Calabresi, avvenuto nel 1972. E qui egli fa proprie le tesi di Aldo Cazzullo, secondo il quale l'evento costituisce il "primo anello della catena" che mima, in un contesto storico diverso, la lotta partigiana del 1943-45 (3). Le tesi di Cazzullo, però, trovano in Segio una recezione particolare: l'uccisione di Calabresi è individuata come "punto di non ritorno", a partire dal quale fare i conti, in maniera decisiva, con la strategia della lotta armata (pp. 22 ss.). Viene, così, individuata e scritta una genealogia diversa da quella delle Br. Mentre queste declinano il paradigma della lotta armata come controffensiva combattente organizzata nei confronti della "controrivoluzione armata" (P.zza Fontana e dintorni), lo statu nascenti di Pl viene qui memorizzato come azione di classe offensiva.
L'omicidio politico del commissario Calabresi è ritenuto l'embrione esemplare di tale genealogia politica in formazione. Già qui si dispiega una contraddizione dilacerante che vede, ad un polo, la concettualizzazione di un'offensiva di classe autonoma e, all'altro, la delineazione di quello che già Cazzullo definisce come "simulacro di guerra civile". L'ambiente è quello della militanza interna a "Lotta continua" (Lc): in particolare, investe con intensità i militanti che più mantengono una coerenza tra enunciati rivoluzionari e comportamenti pratici. In breve, si tratta dell'ambiente in cui militano Segio e gran parte di coloro che si ritroveranno, poi, nella costituzione prima di "Senza tregua" e dopo di Pl. La mancata verifica della correttezza degli enunciati e dell'esemplarità dell'offensiva di classe sarà alla base del passaggio alla lotta armata. Un equivoco che Segio stesso definisce nei termini dello scambio del tramonto di un'epoca (quella delle lotte operaie) come aurora rivoluzionaria (pp. 30 ss.). Di questa genealogia, infine, Segio individua anche uno dei luoghi fondativi: Sesto San Giovanni, la "Stalingrado d'Italia". Qui e in diversi altri luoghi matura l'incontro tra ex militanti di Lc ed ex militanti di "Potere operaio" (Po), in vista della costituzione di una "organizzazione combattente" altra rispetto alle Br (pp. 57, 83, 85-87, 89).
Intorno a tale tema, nel testo di Segio, v'è un ulteriore passaggio che merita una particolare attenzione: quello che riconnette la genealogia del prima alla genealogia del dopo. Se l'azione di classe offensiva costituisce uno degli elementi portanti della genealogia di Pl, il rapporto tra silenzio ed errore modella in profondità il comportamento post-lotta armata della quasi generalità dei suoi militanti. Tale processo viene alla luce attraverso un apparente paradosso. Riconosciuti sconfitta ed errore, Pl non si sottrae, in quanto organizzazione, alle sue responsabilità storiche e politiche e, prendendo pubblicamente parola, dichiara conclusa la propria esperienza; i suoi singoli militanti, invece, preferiscono tacere (pp. 75 e ss.).
Al contrario, le Br non riescono a tematizzare il nesso che si dà tra sconfitta della lotta armata ed errore ad essa immanente, con la conseguenza che, in quanto organizzazione, non si assumeranno mai (né in pubblico e né in privato) le loro proprie responsabilità storiche e politiche. Meglio: assumeranno la sconfitta; ma non riconosceranno l'errore (pp. 76 e passim). Come osserva Segio, ciò consentirà alle Br di trasferire all'esterno l'errore, permettendo ai singoli brigatisti sconfitti di inventare una memorialistica rituale, impegnata a ricostruire la lotta armata come una sorta di evento inevitabile, privo di responsabilità interne. Qui, osserva Segio, gli sconfitti - le Br - parlano, proprio in ragione diretta della mancata individuazione del loro errore. Al contrario, il riconoscimento dell'errore agisce - in Pl - come una sorta di divieto permanente alla parola. Nella ricostruzione di questa complessa dialettica, in Segio, agiscono anche ragioni personali che attengono alla storia della sua propria famiglia: il padre ha, infatti, conosciuto l'inferno dei campi di concentramento di Tito, quale "stalinista cominformista" (pp. 65-75). Ebbene, le vittime dell'universo concentrazionario titoista (4), sono accomunate proprio dall'interdetto alla parola: il silenzio è la condanna che, vita natural durante, hanno pronunciato contro se stessi.
Siamo ad un tornante cruciale dell'analisi. Esiste un nesso di consequenzialità tra la genealogia del "prima": la genealogia dell'offensiva, e quella del "dopo": la genealogia del silenzio. L'offensiva che fallisce e che imputa il proprio fallimento all'errore, ci suggerisce il percorso analitico di Segio, è destinata al silenzio. Alla fine, l'equivoco iniziale muta la propria prospettiva: adesso, è l'aurora possibile e totalmente altra che non viene colta e, anzi, declinata come tramonto definitivo. Il silenzio nasce e tesse la sua rete negli spazi aperti da un equivoco originario che muta senso e prospettiva, una volta pervenuto alla sua stazione ultima. Al termine della corsa, il silenzio è inchiodato al silenzio, non riuscendo più la vita a trascorrere verso una rigenerazione passante anche per la ripresa della parola pubblica. Prima: la sconfitta, attraversata dalla consapevolezza dell'errore, genera la coscienza infelice votata al silenzio; dopo: l'inconsapevolezza della saldatura tra discorso pubblico e vita privata produce un effetto di separazione e straneazione rispetto alle proprie storie personali e collettive.
Se è vero, contrariamente a quanto ritenuto da uno dei protagonisti di Alla cieca, che a nessuno è dato di essere il migliore narratore possibile della propria personale vita, altrettanto certo è che sussistono un diritto ed una responsabilità alla parola, di fronte a cui non si può abdicare. Non a caso, il libro ricama intorno a questa trama alcune delle sue pagine più felici; altrettanto non casualmente, da più parti, al libro è stato rimproverato di aver osato rompere la condanna al silenzio pesantemente calata sugli ex protagonisti della lotta armata. Da decenni, in Italia, si esercita una teologia politica che grida allo scandalo, ogni volta che viene perforata l'armatura delle rimozioni e delle convenzioni con cui gli anni '70 sono stati canonizzati come anni maledetti.
Lo scandalo si fa disprezzo, se la "rimozione delle rimozioni" ha come autore un ex militante della lotta armata che, in quanto tale, avrebbe perso, con la responsabilità, il diritto stesso alla parola. Le pulsioni che plasmano questa forma di disprezzo estremo vengono alla luce come potere allo stato puro che non avverte nemmeno il bisogno di giustificarsi. La condizione di sconfitti, per un potere così modellato, è coessenziale alla situazione del perenne silenzio. Qui è la clonazione ad essere riconosciuta come unica forma di vita: tutt'al più, se proprio si intende prendere la parola, viene concessa la "libertà" di essere dei replicanti del potere. Non, certo, a caso le genealogie del silenzio incrociano - prima, durante e dopo la lotta armata - le genealogie e le pratiche del potere, o subendole inerzialmente o coincidendovi letalmente.
3. Le architetture politiche
Già nel suo primo volantino di rivendicazione, Pl ci tiene a rimarcare la sua differenza qualitativa nei confronti delle Br, autorapresentandosi non come avanguardia "esterna" e "centralizzata", ma come componente interna al movimento (pp. 87 e passim). Sin dall'inizio, dunque, Pl si muove al di fuori di quel percorso organizzato che definisce la propria traiettoria come costruzione dell'area di partito nelle forme date dalla lotta armata. Le Br, di questa area, sono certamente il centro gravitazionale. Anzi, si autorappresentano, nei fatti, come l'embrione del "partito combattente". Per essere ancora più precisi, si propongono come avanguardia strategica delle avanguardie tattiche di movimento. Col che il loro titanismo simbolico raggiunge il vertice: esse si strutturano, immaginano e comunicano non solo come l'identità rivoluzionaria più avanzata, ma anche e soprattutto come l'unica strategicamente e positivamente in articolazione. L'impianto teorico e le pratiche di Pl, invece, hanno sempre esaltato la condizione di internità al movimento, di cui si vuole essere la prima linea (appunto). Non altro e non di più; e nemmeno di meno.
Per Segio, la dominanza del modello e della pratica di partito segna, nell'ambiente rivoluzionario, il canto del cigno delle culture del Novecento, di cui soltanto i movimenti del '77 hanno concretamente saputo prefigurare l'oltrepassamento (pp. 64, 99-111). Possiamo, certamente, dire che il carattere di feticcio della merce feticizza le stesse teorie e pratiche rivoluzionarie, non tanto e non solo i paradigmi e la strategia della lotta armata. Come già diceva la rivista "A/traverso" nel giugno del '77 - e ricorda Segio (p. 110) -, il paradigma ottocentesco e novecentesco della rivoluzione politica, legato ad un'ipotesi di rovesciamento violento e superamento dialettico della "formazione sociale" capitalistica e della "forma-Stato" borghese, è da ritenersi morto e sepolto. I nuovi movimenti del '77 sono oltre quell'ipotesi. Ecco perché sono invisi tanto allo Stato quanto al Pci; tanto alle organizzazioni e semiorganizzazioni di movimento quanto alle Br. I movimenti del '77 preannunciano l'orizzonte di una società affrancata dal dispotismo della merce e dalla costrizione allo scambio lavoro/salario (5). Certo, intorno a questa "utopia concreta" rimane molto da discutere; come da discutere restano i capisaldi di una visione che converte linearmente saperi e conoscenza in agente automatico della liberazione e della libertà. Tuttavia, la rottura con le tradizioni rivoluzionarie del passato e del presente non può essere più netta e irreversibile.
Pl partecipa in maniera ambivalente alla crisi delle forme politiche che il Novecento eredita e, insieme, sviluppa e innova. L'assunzione del movimento, anziché del partito, quale variabile strategica del processo rivoluzionario, mentre l'allontana da ogni ipotesi leninista e post-leninista, non la spinge, però, oltre l'orizzonte del Novecento. Essa, infatti, ragiona ancora nei termini di "totalità" e "macro identità". Per Pl, non esistono ancora i movimenti del '77; bensì il movimento del '77 (6). Le identità plurime dei nuovi soggetti sociali tendono ad essere ricomposte in un progetto e un piano d'azione onninglobanti. All'interno dell'universo normativo di Pl le differenze sociali sono, così, destinate a collassare, producendo non lievi e non infrequenti oscillazioni e contraddizioni, in particolar modo tra "combattimento diffuso" e "azione armata di organizzazione". Come riconosce lo stesso Segio, anche Pl non sfugge alla tentazione di ingabbiare quei movimenti negli schemi della "rivoluzione come presa del potere" (pp. 110-111). Una nuova rivoluzione esigeva nuovi linguaggi; e lo ricorda anche Segio (p. 111). Ma la produzione di nuovi linguaggi è quanto di più lontano possa immaginarsi dall'orizzonte culturale, espressivo e comunicativo di tutte le organizzazioni combattenti, non solo e non tanto di Pl.
Il modello proposto da Pl ha due fuochi: il movimento e l'organizzazione armata, quale "prima linea" di esso. Il "fuoco strategico" è rappresentato dal movimento. L'organizzazione armata è il "fuoco tattico": essa ha la funzione di assecondare l'autonomia del movimento e valorizzare i suoi bisogni, anziché surrogarli o, peggio surdeterminarli, come nelle Br. Da qui un "doppio livello" tipico di Pl: ad un polo, le "Squadre", le "Ronde" ecc.; all'altro, l'agire organizzato interno al movimento.
La teoria e la pratica della bipolarità sembrano a Pl fornire la ricomposizione efficiente tra il polo del "combattimento diffuso" ("Squadre", "Ronde" ecc.) e il polo del "combattimento centralizzato" (l'organizzazione armata). Nel contempo, la saldatura delle due determinanti, per Pl, significa muoversi entro una prospettiva di reversibilità della lotta armata, concepita in funzione di organizzazione offensiva del movimento (p. 112). Per Pl, laddove il movimento si riorganizza stabilmente sul fronte dell'offensiva, là viene meno la necessità tattica della lotta armata E qui si staglia, con ancora maggiore nettezza, la differenza a confronto del modello brigatista, per il quale la lotta armata è una variabile strategica e irreversibile.
Su questo cruciale argomento, rimane ancora un nesso da chiarire. Se, come abbiamo appena visto, la bipolarità è legata alla reversibilità, questa, a sua volta, rimanda ad un idea e ad una prassi della giustizia attraverso una legalità alternativa e armata che colpisce le figure che più si sono macchiate di colpe nei confronti del proletariato. Qui qanto più la legalità alternativa delle "Squadre" e delle "Ronde" si diffonde con efficacia, tanto più il movimento è sospinto in avanti sul piano dell'organizzazione rivoluzionaria. Come ricorda Segio, qui la "giustizia proletaria" supplisce alle troppe inadempienze della "giustizia borghese" (p. 118). Non solo: la giustizia proletaria prefigura, attraverso forme di decretazione armata, il rovesciamento della dialettica del dominio, assegnando ai dominati un ruolo di protagonista, fino a prevedere l'esercizio della coazione sui dominanti. Ma, per quanto capovolta, sempre di giustizia di classe si tratta. Al vortice dell'accecante dialettica dominati/dominanti Pl, come già le Br, non riesce a sottrarsi.
Le dinamiche interne ed esterne a Pl sono di questo tipo, quando sopraggiunge, il 16 marzo 1978, il "rapimento Moro", vero spartiacque nella storia della lotta armata e della società italiana degli anni '70. Nei confronti di quel rapimento Pl esprime, sin da subito, la sua contrarietà; eppure di esso subirà il fascino sinistro (pp. 125-130). Con il rapimento e l'uccisione di Moro, si consuma la tragedia della lotta armata in Italia, non solo delle Br.
Ma un "punto di svolta" esiste anche nella storia di Pl: l'omicidio del giudice Alessandrini, avvenuto il 29 gennaio 1979 (pp. 130-144). Per Pl, Alessandrini incarna la figura del giudice schierato acriticamente dalla parte delle istituzioni e dello Stato, in una linea di aperta repressione delle lotte operaie e proletarie. Questa colpa, agli occhi di Pl, reca con sé l'aggravante della militanza del giudice milanese nella sinistra riformista che, dal sostegno ai diritti della classe operaia, passa alla difesa ad oltranza dell'interesse dello Stato borghese. All'interno delle componenti di sinistra della magistratura, l'ideologia e le prassi dello stato di emergenza trovano una larga adesione. Non casualmente - e il libro lo ricorda a più riprese - esponenti di rilievo di "Magistratura democratica" teorizzano i princìpi e praticano le strategie della sospensione di rilevanti diritti e garanzie costituzionali, in nome della lotta all'"emergenza terroristica": stato di emergenza e legislazione speciale hanno in essi i loro protagonisti più attivi.
Ora, Pl colpisce Alessandrini proprio in quanto "articolazione attiva ed efficiente della sinistra dentro lo Stato" (p. 136). La legalità armata qui si misura direttamente contro la legalità statuale. La bipolarità, in un certo senso, si spezza: il confronto dell'organizzazione con lo Stato tende a porsi come baricentro dell'azione armata, facendo slittare in secondo piano il "combattimento diffuso" che, già nel 1980, conosce un decremento significativo. Col che la stessa previsione strategica della reversibilità della scelta armata è destinata a venire progressivamente meno. L'impianto complesso elaborato da Pl qui si ossifica: diventa una sorta di statica della guerra che, pur non ripetendo le mosse e le pianificazioni tipiche delle Br, cristallizza l'organizzazione armata come architrave del potere rivoluzionario, in funzione surrogatoria dell'iniziativa di movimento.
Il salto alla guerra, consumato da Pl, solleva dal "cono d'ombra" un campo di tensione assai intricato che qui proviamo a schematizzare e che Segio stesso indica con chiarezza:
Il "punto di svolta", in una maniera soltanto apparentemente singolare, attiva il "percorso di decomposizione" di Pl. Sempre nel 1979, come osserva Segio, si inserisce l'innesco della parabola discendente di Pl: la morte di Barbara Azzaroni e Matteo Caggegi, in uno scontro a fuoco con la polizia (pp. 165 e ss.). È il 28 febbraio del 1979. Riflettiamo un attimo sulle date:
Certamente, come non manca di notare Segio, i fenomeni storici e politici sono di una complessità tale che non possono ridursi a singoli eventi. E tuttavia, sono eventi unici e irripetibili a marcare simbolicamente il decorso storico e la vita stessa delle istituzioni e delle organizzazioni, qualunque sia il loro profilo. Eventi simbolicamente connotanti sono, comunque, assumibili come ponti di passaggio di una fitta rete di relazioni in movimento, secondo flussi non univocamente determinati e determinabili. Costituiscono, quindi, l'indizio di quanto sta avvenendo e/o è avvenuto. Possiamo, in ogni caso, assumere il 29 gennaio ed il 28 febbraio del 1979 come indizi della parabola catastrofica che, di lì a poco, condurrà Pl verso l'esaurimento della propria esperienza. Parabola che è bene condensata da queste parole di Segio: "Tutti volevano combattere, più nessuno curava l'intervento politico sul territorio, l'allargamento del consenso nelle situazioni concrete, il lavoro d'inchiesta. Spesso gli obiettivi erano scentrati o scarsamente qualificanti" (p. 170). Segni e segnali inequivocabili, questi, di un crepuscolo che si va rapidamente avviando verso il suo stadio terminale.
4. La linea del tramonto
Premesse, genealogie e architetture politiche disegnano, nel libro, una prospettiva che costituisce uno dei suoi elementi di maggiore ricchezza: l'inserimento della parabola della lotta armata all'interno della linea del tramonto del Novecento. Si tratta, come risulta immediatamente chiaro, di una lettura sufficientemente critica e palesemente eretica sia degli anni '70 che (soprattutto) della lotta armata.
Come ribadisce Segio, il tramonto della lotta armata è profondamente inscritto nel tramonto del Novecento, delle sue categorie politiche e delle sue utopie rivoluzionarie. Evidentemente, è altrettanto vero che la lotta armata non ha partecipato soltanto passivamente di questo tramonto; nel contempo, è stato uno degli attori che più hanno determinato l'inaridirsi e la deflagrazione delle utopie rivoluzionarie. Del Novecento l'utopia armata è stata erede e, nel contempo, uno dei principali carnefici.
Delle ambiguità del Novecento la lotta armata è una delle più esemplari coniugazioni. Si coglie qui, per differenza negativa, l'incapacità degli attori rivoluzionari del tempo di elaborare modelli e sperimentare prassi oltre i limiti ereditati e proposti dal Novecento. Ancora: si coglie qui, per comparazione storica positiva, il grado di inadeguatezza delle istituzioni e degli attori politici del tempo, incapaci di cogliere l'uscita dal Novecento che la società civile, le culture materiali e i nuovi soggetti sociali vanno già sedimentando.
E proprio qui - in linea implicita, ma non effimera - il libro eleva un'interrogazione provocatoria, ma non fuori luogo: quanti e quali sono gli attori politici e le culture politiche che oggi si sono collocati stabilmente oltre le linee di demarcazione del tramonto del Novecento?
La risposta non può che essere amara: pochi, se non pochissimi. Ciò spiega, ancora di più, la cultura del silenzio e della contraffazione con cui si è soliti continuare ad approcciare gli anni '70, non solo e non tanto la lotta armata. Ancora di più: ciò spiega, in abbondanza, la perdurante fortuna incontrata, nell'immaginario collettivo e nei paradigmi politici, dalle culture della forza e del dominio, progenitrici dirette delle subculture della vendetta e dell'ostracismo.
Ciò che che i critici più severi assolutamente non perdonano al libro è la "pretesa" di inserire il "tassello" della lotta armata nel "mosaico" della storia del Novecento, per sollecitarne finalmente il superamento. Non è tanto il diritto alla parola che qui viene confutato; più esattamente ancora, è il diritto alla parola altra che si intende negare recisamente. Che uno sconfitto osi elevare una parola critica non è tollerato dal potere ed è ritenuto inaccettabile dai suoi mandarini.
Ma non tutte le sconfitte e non tutti gli sconfitti sono destinati alla responsabilità della parola critica. La sconfitta in sé non può proporre un esito tendente al superamento. Solo la sconfitta che riesce a fare esperienza dell'errore, riconoscendone l'immanenza, sa aprire il tempo ed aprirsi al futuro. Ed è proprio questa una delle indicazioni più preziose che ci viene dal libro. Oltre la sconfitta e l'errore sta l'apertura del tempo.
(dicembre 2006)
Note
(*) S. Segio, Una vita in Prima linea, Milano, Rizzoli,
2006.
(1) Si veda la recensione
proposta nel numero precedente di "Società e conflitto".
(2) Non a caso, news e commenti sui due libri
si possono reperire in un unico sito, quello di Miccia corta.
(3) Cfr. A. Cazzullo, Il caso Sofri, Milano, Mondadori, 2004.
(4) Sulla terribile "Goli Otok"
("Isola Calva"), il gulag dove Tito ha fatto rinchiudere i dissidenti
politici, si veda anche C. Magris, Alla cieca, Milano, Garzanti,
2005.
(5) Sul punto, come segnalato dallo stesso
Segio, rimane fondamentale il libro di N. Balestrini-P. Moroni, L'orda d'oro
1968-1977, Milano, Feltrinelli, 1977. Sulla natura futurante dei movimenti
del '77, cfr. anche AA.VV., Settantasette - La rivoluzione che viene,
Roma, DeriveApprodi, 1997.
(6) Di movimenti del '77, invece, Segio
parla nelle analisi critiche e autocritiche condotte su PL e sulla lotta armata:
cfr. in particolare p. 102.