Partiamo dal "paradosso di Hagel". In una intervista rilasciata a K. Kelly, J. Hagel afferma:
Se confronto quanto denaro viene investito nella tecnologia come tale, e quanto poco impegno c'è nel capire le dinamiche sociali - come si evolve il comportamento umano in questi ambienti - c'è un enorme e sconcertante squilibrio. Eppure così tanto dipende proprio dal fattore umano (1).
La sproporzione tra investimenti in capitale tecnologico ed investimenti in risorse umane va accentuandosi in maniera sempre più preoccupante. Anche per questo, le stesse comunità di cybernavigatori tardano a prendere coscienza delle dinamiche socio-culturali che più profondamente segnano lo spazio della comunicazione globale.
È in atto non una mera critica dei modelli culturali e materiali della "società dell'informazione", ma un significativo percorso di oltrepassamento di essi. Il passaggio dall'informazione alla rete non è soltanto esercizio critico; ma anche tendenza in opera (2). Tendenza che è contrassegnata (ed, in parte, intenzionata) dalla crisi della "società dell'informazione", entro cui l'informazione è, sì, sovrabbondante, ma seriale (2bis). In virtù di una ferrea legge di filtro ed esclusione, meccanismi selettivi presiedono alla cattura delle notizie da trasformare in informazione, scartando le non-notizie che rimangono non-informazione.
Cosicché, l'informazione offerta dal media system è compatta ed univoca. Tutti i medium della comunicazione finiscono inevitabilmente con l'assomigliarsi nella selezione ed offerta delle notizie, nelle forme, nei contenuti e nelle non-notizie. Internet non riesce a sottrarsi a questa legge bronzea; al contrario, per suo tramite, è corrosa da virus interni che tentano di trasformarla nella riproduzione infinita della serialità. È impressionante, già oggi, osservare come:
Come sfuggire a questa legge?
La risposta fornita da K. Kelly, in un'intervista del 1997, suona così:
Un buon modo per trovare vere notizie è individuare un oggetto in rapido movimento che vola basso, invisibile ai radar dei grandi mezzi di informazione (3).
Il diverso e il creativo assurgono, quindi, a risorse fondamentali intorno cui formare e processare l'informazione non seriale. La rete può, dunque, essere quel medium che meglio degli altri ci immette oltre l'informazione: nella rete e dalla rete, si può e si deve rendere difficoltosa la produzione seriale. Gettare la rete, sì, ma oltre l'informazione (seriale).
Stando a Kevin Kelly, la rivoluzione che starebbe squassando in profondità la nostra epoca è l'economia della connessione, secondo la quale le tecnologie della comunicazione dipendono, più che dalla potenza di calcolo, dalla comunicazione tra computer (4). Da qui Kelly deriva un corollario cruciale: visto che la comunicazione è la base della cultura, dagli sviluppi dell'economia della connessione dipende lo sviluppo della società (5).
Precondizione del tutto sarebbero politiche (non solo economiche) incentrate sull'innovazione, anziché sull'ottimizzazione (6). Secondo la prospettiva delineata da Kelly, la produzione di ricchezza sociale passa oggi non tanto per la razionalizzazione ottimale dell'esistente, ma si incardina sulla creazione del nuovo. In altri termini, la ricchezza non proviene dalla perfezione del noto, bensì promana imperfettamente dall'afferramento dell'ignoto: occorre, quindi disfarsi del noto che si è, intanto, perfezionato (7).
Deriva da qui una situazione di bilico, così sintetizzabile: mentre il noto perfezionato (e, quindi, non più innovabile) risiede nell'informazione, l'ignoto imperfetto che resta da afferrare, sta (ovviamente) nelle reti, la dimora elettiva dell'economia della connessione. Di questa economia Kelly detta 12 "nuove leggi" che, tuttavia, qui non prenderemo in considerazione (8).
Quello che qui ci preme rilevare è che, in Kelly, l'economia della connessione (ovvero: la comunicazione computer/computer) induce una metamorfosi di prima grandezza: la crescente combinazione tra cervello umano e macchina elettronica, in virtù di cui le linee di confine tra l'artificiale e l'umano tendono a dissolversi (9).
Da queste basi analitiche Kelly mutua le, ormai, celebri teorizzazioni intorno alla "mente globale" e al "superorganismo" (10). Ora, ciò che, per Kelly, è fuori controllo è, appunto, l'interazione o, meglio ancora, l'intersezione tra mente e computer: l'intelligenza umana non è in grado di padroneggiare le infinite combinazioni e creazioni che nascono dall'associazione mente/computer.
Dall'associazione mente/computer prende forma la mente globale e soltanto essa, ora, appare in grado di capire ciò su cui la mente umana riflette. Sicché il destino degli esseri umani sarebbe interamente nelle mani di sistemi intelligenti artificiali, in grado di autoreplicarsi all'infinito: nella razionalità autorganizzata e autorinnovantesi delle macchine intelligenti artificiali sta l'architettura del presente e del futuro. Siamo di fronte alla sublimazione del potere della tecnica: se per Heidegger soltanto un Dio poteva salvarci (11), in Kelly la salvezza riposa unicamente nell'autoreplicazione biologica del superorganismo costituito dal sistema di macchine intelligenti artificiali. Trascorriamo, come si vede, da una escatologia metafisica ad una escatologia tecnocratica (12).
Nondimeno, al di là delle conclusioni cui è pervenuto, Kelly ha contribuito ad investigare con spregiudicatezza e avvedutezza il nesso naturale/artificiale.
Ed è, per l'appunto, a questo riguardo che rimane da osservare che potenza della tecnica e potenza della natura non si incastrano eroticamente, semplicemente dribblando o surclassando l'umano, come sembra ritenere Kelly. Tantomeno, come evocato in alcune tendenze più estreme, l'incastro potente di tecnica e natura si dà proprio attraverso la liberazione dall'umano corporeo (13).
Il punto è che la tecnica non è assegnata destinalmente agli esseri umani come loro seconda natura; una natura, si tratta di aggiungere, presuntivamente ritenuta più potente di quella "prima" e umana. E, dunque, per quanto sfumate, tra naturale e artificiale (nel senso di "prodotto umano") permangono sottili linee di confine. Evidenza, quest'ultima, confermata proprio dal progressivo processo di biologizzazione dell'artificiale e artificializzazione dell'umano a cui stiamo assistendo.
2. Il rapporto tra corpo, tecnica e comunicazione
Che il rapporto mente umana/macchina elettronica sia più complesso e complicato di quanto comunemente ritenuto, ormai, appare sufficientemente chiaro nel dibattito della comunità scientifica. Le critiche più acuminate sono così riassumibili:
Se queste critiche sono fondate - così come noi riteniamo - ci muoviamo, perlomeno, all'interno di una doppia prospettiva:
Il più delle volte, nel dibattito scientifico-filosofico, reperiamo scisse, se non in aperta confliggenza, le due prospettive appena indicate. Dobbiamo, invece, rilevare che esse operano sempre in sincronia, se non in sinergia.
È vero: il corpo introflette la tecnica. Ma è altrettanto operante il movimento complementare: la tecnica estroflette il corpo. È proprio al "doppio mulinello" tra introflessione (della tecnica) ed estroflessione (del corpo) che sono legate le più profonde mutazioni antropologiche e metamorfosi culturali che stanno segnando il nostro tempo.
Antropoformizzazione della tecnica e tecnicizzazione dell'umano procedono di pari passo, descrivendo un salto di complessità nella riproduzione della specie. In questo senso, la metafora e i paradigmi dell'homo technologicus si rivelano riduttivi, in quanto finiscono col mettere limitatamente l'accento sulla "tecnologizzazione" dell'umano, confinando in un cono d'ombra la "biologizzazione" delle tecnologie.
Il sapere e le conoscenze diventano, sì, oggetti su cui è possibile intervenire, ma continuano a rimanere astrazioni; anzi, divengono astrazioni sempre più complesse e, se così può dirsi, "più astratte". Ciò è immediatamente desumibile dai crescenti processi di cognitivizzazione che caratterizzano la "ricerca applicata".
Si ingenera un curioso paradosso: nell'epoca in cui la "ricerca applicata" va immergendosi in ambiti sempre più "astraenti", la "ricerca pura" si va progressivamente materializzando. Come in una sorta di "gioco dei rovesci", nel mentre la ricerca pura si incarna, la ricerca applicata si disincarna. Il dilemma del rapporto tra le due rimane e si complica ulteriormente: in alcuni non inessenziali punti, si ingenera una semantica rovesciata.
Forse anche per effetto di questa semantica rovesciata, prendono luogo quelle visioni riduzionistiche che ora incarnano la tecnica nel corpo e ora disincarnano il corpo nella tecnica. Con ciò esse, ognuna a suo modo, confermano il dualismo mente/corpo, tecnologia/natura, tecnica/cultura che oggi, invece, non ha alcun diritto di "cittadinanza epistemologica", se mai l'ha avuto in passato.
È auspicabile affrontare la stessa "questione Internet", metabolizzando criticamente il dibattito che, per sommi capi, stiamo cercando di ricostruire. Proprio interiorizzando alcuni degli elementi di analisi passati in rassegna, circola da tempo una immagine di Internet che la assimila come sistema biologico; e qui "sistema biologico", con tutta evidenza, sta per sistema vivente o, ancora più precisamente, per ecosistema (15).
Ora, la metafora di sistema vivente e/o di ecosistema ci aiuta molto ad approssimare la "realtà effettuale" di Internet. Grazie ad essa, siamo in grado di recepire immediatamente che ogni nodo/snodo della rete è fatto di esseri umani in connessione.
Ma possiamo spingere lo sguardo ancora più lontano o, se si vuole, più in profondità. Ora sappiamo che la rete in tanto sopravanza l'informazione (seriale) in senso stretto, in quanto è indissolubile intersezione di umano e macchinico.
Possiamo dire, ancora meglio: la connessione vera (la "connessione delle connessioni") nasce a monte: tra mente umana e computer; prima ancora che tra gli individui connessi in rete.
Se questo è vero, allora, l'economia della connessione non si caratterizza principalmente come comunicazione tra computer (come crede ancora l'approccio tecnocratico alla Kelly); bensì come metacomunicazione biotecnologica. E, dunque, dobbiamo più propriamente parlare di ecologie della comunicazione; non riduttivamente di "economia della connessione".
Giustappunto quale anello della metacomunicazione biotecnologica ed elemento agente ed intelligente dell'ecologia della comunicazione la rete (e, quindi, Internet) può situarsi oltre l'informazione (seriale), spingendo in avanti i processi di elaborazione della creatività umana e di produzione della ricchezza sociale.
Note
(1) Citato da G. Livraghi, Un'opinione americana: l'importanza delle comunità, "Il Mercante nella Rete", n. 8, 1997.
(2) Il primo organico spunto di analisi in questa direzione si deve a K. Kelly (ormai, "mitico" direttore dell'ancora più mitica "Wired"), New Rules for the New Economy, "Wired", september 1997. Su quest'articolo di Kelly e la relativa tematica, interessanti considerazioni sono svolte da G. Livraghi nel nr. 9, settembre 1997 de Il Mercante in Rete; dello stesso autore, sul tema, rileva l'articolo E se non fosse Internet? Le tecnologie passano, l'umanità resta.Di K. Kelly, sull'argomento, il lavoro più completo rimane Out of Control La nuova biologia delle macchine, dei sistemi sociali e dell'economia globale, Milano, Urra, 1996.
(2bis) Cfr. i testi richiamati alla nota precedente.
(3) Citato da G. Livraghi nell'Editoriale:Sotto il livello del radar del nr. 9 de "Il Mercante in Rete", cit.
(4) Cfr. K. Kelly, New Rules for the New Economy, cit.
(5) Ibidem.
(6) Ibidem.
(7) Ibidem.
(8) Per una loro efficace ricostruzione, si rinvia a G. Livraghi, La nuova economia: Il "mondo connesso", "Il Mercante in Rete", n. 9/1997.
(9) Kelly ha analizzato meticolosamente questo legame in Out of Control, cit.; sul punto, rileva particolarmente il cap. I: "Il reame del nato e il reame del prodotto". Nella letteratura fantascientifica, tuttavia, la connessione tra mente umana e computer ha origini più remote e risale al celebre romanzo di W. Gibson, Neuromante, Milano, Nord, 1991.
(10) Cfr. l'opera richiamata alla nota precedente.
(11) Cfr. M. Heidegger, Ormai solo un dio ci può salvare. Intervista con lo "Spiegel" (a cura di A. Marini), Parma, Guanda, 1988. Come è noto, Heidegger concesse l'intervista il 23 settembre 1966, chiedendo che fosse pubblicata soltanto dopo la sua morte; l'intervista fu pubblicata il 13 maggio 1976.
(12) Si tratta di una tendenza generale, entro cui va collocata la posizione di Kelly che, non a torto, è stata definita riduzionista da C. Formenti, Tecnognostici e tecnosciamani, "aut aut", n. 289-290, 1999, p. 188. Dello stesso A. ancor più rilevante Incantati dalla rete. Immaginari, utopie e conflitti nell'epoca di Internet, Milano, Cortina, 2000.
(13)Intorno a questa ipotesi estrema vanno operando, oltre oceano, le comunità degli "extropiani" e dei "transumaniani". Per una articolata critica, cfr. i due testi di Formenti citati alla nota precedente, ai quali si richiama anche per la bibliografia di riferimento. Sul tema delle cyberculture, ineludibile è il contributo critico di M. Dery, Velocità di fuga. Cyberculture di fine millennio, Milano, Feltrinelli, 1997.
(14) Si rinvia, per un orientamento generale, ai seguenti lavori: M. Dery, Velocità di fuga, cit.; G. O. Longo, Il nuovo Golem. Come il computer cambia la nostra cultura, Bari, Laterza, 1998; C. Formenti. Incantati dalla rete, cit.
(15) Cfr., per tutti, G. Livraghi, Editoriale: La rete è un sistema biologico, "Il Mercante in Rete", n. 40, ottobre 1999. Cfr. anche Bonnie A. Nardi-Vicki L. O'Day Information Ecologies - Using Technology with Heart, edito nel 1999 dal MIT Press (Massachusetts Institute of Technology), su cui riferisce lo stesso Livraghi, Ecologie dell'informazione, "Il Mercante in Rete", n. 46, giugno 2000. Sull'insieme di queste tematiche, Livraghi ha più organicamente insistito in La coltivazione dell'Internet, Milano, Il Sole-24 ore, 2000.