TRA DUE IMPERATIVI:
PREVENZIONE GLOBALE E SICUREZZA GLOBALE
di Antonio Chiocchi

1. Il quadro delle politiche della sicurezza

Allo scopo di tracciare le linee di tendenza in via svolgimento, circoscriviamo i momenti politici rilevanti del 2006 e dell’inizio del 2007. Con ciò, evidentemente, non intendiamo procedere a una analisi di dettaglio delle politiche di intervento in materia di sicurezza e salute sul lavoro. Avvertiamo, semplicemente, l’esigenza di focalizzare alcuni dei passaggi caratterizzanti delle tendenze politiche in atto in materia di sicurezza:

La legge n. 248/2006, entrata in vigore il 12 agosto 2006, assume qui rilievo in forza dell’art. 36-bis, il quale prevede una serie di misure atte a contrastare il lavoro sommerso e a promuovere la sicurezza sul lavoro.

Vediamone le più salienti:

Non meno importante (anzi) si rivela il D.Lgs. n. 257/2006, entrato in vigore il 26/09/2006, con il quale è stata recepita nell’ordinamento italiano la direttiva europea sulla protezione dai rischi derivanti dalla esposizione all'amianto.

Il decreto abroga il capo III del D.Lgs. n. 277/1991 e introduce il Titolo VI-bis sulla “Protezione dei lavoratori contro i rischi connessi all'esposizione ad amianto” nel D.Lgs. n. 626/1994 che, come da più parti si va facendo osservare, sta assumendo sempre di più la caratteristica di un testo unico, dopo l'inserimento del:

Tra le novità di rilievo del nuovo D.Lgs., emergono le disposizioni relative:

Il dato preoccupante è che nei prossimi anni è previsto un consistente aumento nella produzione di rifiuti pericolosi: lo smaltimento e il deposito dei rifiuti di amianto rappresenteranno, a questo riguardo, un grosso problema. Meritevole di attenzione, entro tale quadro, è il progetto comunitario Filtering of Asbetos fibres in Leachate from hazardaous waste Landfills (FALL) che si propone di realizzare un nuovo sistema di filtraggio delle fibre di   asbesto, capace di trattenerne gli elementi tossici.

Passiamo ora al D.Lgs. n. 195/2006, entrato in vigore il 15 dicembre 2006, con il quale viene recepita la direttiva europea sull’esposizione al rumore. La ratifica della direttiva porta avanti il processo di progressiva integrazione della legislazione italiana all’interno della normativa comunitaria.

Come noto, il rumore è un fattore di rischio che rappresenta la prima causa di malattia professionale in Italia e la seconda in Europa [1].

Passiamo in rassegna le novità principali del decreto, esaminando le differenze più significative tra vecchia e nuova normativa.

I nuovi standard e le nuove disposizioni hanno e avranno nell’area delle piccole e medie imprese i loro punti di maggiore criticità, essendo in essa più spinoso e tormentato il rapporto tra organizzazione del lavoro, sicurezza e  salute. Il IX Rapporto dell’Ente Bilaterale Lavoro e Ambiente (EBLA) ha confermato questo dato [2]. L’argomento del Rapporto era: “Il lavoro flessibile e la sicurezza”, e si è incentrato sulla percezione del rischio tra i lavoratori e gli imprenditori, dal quale si evince come, in generale, il rumore sia associato più alle macchine che alle condizioni di lavoro. Il Rapporto dimostra, inoltre, come anche o soprattutto nelle PMI la flessibilità sia strettamente correlata alla sicurezza.

Il lavoro atipico costituisce il 15% delle tipologie contrattuali a cui le PMI fanno ricorso. Ancora più rilevanti sono le proporzioni degli stage (22%) e del lavoro a progetto (33%). La formazione sulla sicurezza è fornita nel 72% dei casi; mancante nel 28%.

Il 49% degli intervistati ritiene buono il livello di attenzione dei lavoratori in materia di sicurezza; mentre il 57% considera buona la qualità ambientale delle condizioni d lavoro.

Assai ampio, inoltre, risulta l’orizzonte di intervento della finanziaria (legge 27 dicembre 2006, n. 244) che prevede:

Va detto che il 2006 si è concluso con la reiterazione di un vecchio vizio, tipico del modo di governare italiano: il sistema della deroga permanente. Il decreto legge del 28 dicembre 2006 n. 200, con cui il governo ha differito nel tempo l’applicazione di alcune importanti misure di sicurezza degli impianti, ne è una emblematica testimonianza. Eloquente già il titolo del decreto: “Proroga di termini previsti da disposizioni legislative”.

Ora, le proroghe più significative interessano:

In tutti questi settori, per decisione governativa, ancora per diversi mesi lavoratori e cittadini sono meno sicuri.

Ma l’’impegno, certamente, più gravoso e rilevante il nuovo governo Prodi l’ha assunto su un asse strategico primario: l’elaborazione e la messa a punto del “Testo Unico” sulla sicurezza, stabilendo, sul punto, una linea di discontinuità netta col precedente governo Berlusconi. Le linee guida del TU sono state illustrate il 23 gennaio 2007 dal ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, Cesare Damiano, in occasione della presentazione della Seconda Conferenza Nazionale Salute e Sicurezza, che si è tenuta a Napoli il 25-26 gennaio e che recava il significativo titolo: “La sicurezza è vita”.

Ricostruiamo il senso delle linee guida, individuandone i punti chiave:

Si tratta, indubbiamente, di un progetto di ampio respiro e condivisibile: soltanto il tempo potrà dare una risposta compiuta sulla sua coerente attuazione.

Dopo la panoramica sulla situazione italiana, non può mancare un cenno a quella comunitaria. Segnaliamo quello che, al riguardo, appare l’avvenimento politico più importante del 2006 e del primo scorcio del 2007: è stato approvato il 13 dicembre 2006 e pubblicato il 30 il Regolamento europeo n. 1907/2006, che entrerà in vigore dal 01/06/2007. Esso concerne la registrazione, la valutazione, la autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche (Registration, Evaluation and Authorisation of Chemichals - REACH).

Il regolamento modifica ed elimina direttive e regolamenti comunitari precedenti e istituisce, a Helsinki, l’Agenzia Europea delle sostanze chimiche. Essendo un regolamento, a differenza delle direttive, il REACH entrerà in vigore senza ulteriori necessità di recepimento negli ordinamenti nazionali.

Il REACH sostituisce, in un unico documento, più di 40 testi preesistenti, al fine di assicurare una più elevata qualità alla protezione e prevenzione nel comparto chimico. Esso prevede anche la messa a punto di metodi alternativi, per la valutazione del rischio.

Illustriamone, in breve, le maggiori novità positive.

Uno dei criteri base che ispira il regolamento è il principio di precauzione, in virtù del quale, tra l’altro, viene eliminata la distinzione tra sostanze chimiche nuove (circa 3.000, commercializzate dopo il 1981) e sostanze chimiche già esistenti (circa 100mila, commercializzate prima del 1981).

Un altro importante criterio posto a sostegno del Regolamento è il cosiddetto “principio OSOR”, per il quale a ogni sostanza deve corrispondere una registrazione. Il principio, altresì, inverte l’onere della prova, ponendo in capo ai produttori e agli importatori la dimostrazione che la commercializzazione dei loro prodotti chimici può avvenire senza arrecare alcun danno alla salute umana e all’ambiente.

Significativo anche che le procedure di autorizzazione siano richieste per le sostanze cancerogene, mutagene e tossiche per la riproduzione, nonché per quelle persistenti, bioaccumulabili e tossiche (TBT), oppure molto persistenti e molto bioaccumulabili (vPvB). Egualmente necessarie sono le autorizzazioni per le sostanze che perturbano il sistema endocrino.

Il REACH, purtroppo, non è fatto soltanto delle luci che abbiamo messo in evidenza, ma anche di ombre e falle non secondarie.

In primo luogo, REACH consente ancora l’impiego di sostanze che possono causare gravi danni alla salute: in particolare, cancri, malformazioni congenite, patologie del sistema riproduttivo e danni al sistema endocrino. 

In secondo luogo, come lamentato dalle associazioni e istituti di ricerca più affermati, nei casi dubbi permette l’esposizione al di sotto della soglia di sicurezza; quando la comunità scientifica sostiene, praticamente da sempre, che per le sostanze pericolose non esistono livelli di esposizione senza conseguenza. In particolare, ciò vale per le miscele di sostanze, i cui effetti sulle funzioni ormonali e sullo sviluppo dei bambini, sin dai primi stadi della vita, risultano ancora sconosciuti.

In terzo luogo, elude l’applicazione del principio di sostituzione, a misura in cui mantiene in circolazione sostanze pericolose, di cui non si conoscono a fondo le conseguenze pericolose.

Infine, introduce norme di autoregolamentazione a elevato grado strumentale: non è consentito, per esempio, che le informazioni di terzi in merito alla disponibilità di sostanze alternative più sicure vengano prese in considerazione dai produttori e dagli importatori.

Il contesto italiano e quello europeo si presentano in chiaroscuro; più quello italiano che quello europeo, a dire il vero.

Ciò che particolarmente emerge è la sottovalutazione, tipica delle istituzioni italiane, delle problematiche della sicurezza e della prevenzione. È, questo, un dato che accomuna le culture moderate e conservatrici a quelle “riformatrici” e “progressiste”; ovviamente, su percorsi di analisi e orizzonti di esperienza tutto affatto diversi.

Del limite culturale delle forze moderate e conservatrici si è ripetutamente detto; si deve ora fare cenno a quello delle forze “riformatrici” e “progressiste”. Il principale deficit culturale di queste forze sta in una concezione universale del diritto alla salute, nato, in particolare, nel clima della mobilitazione sociale degli anni Settanta che, pure, ha consentito notevoli progressi, anche su questo terreno [3]. Non che il diritto universale alla salute non abbia ancora valore cogente. Qui è in discussione, piuttosto:

Globalizzazione e nuovi diritti ridefiniscono in senso pluralistico le problematiche della prevenzione e della promozione della salute e della sicurezza [4].

Il diritto alla salute e alla sicurezza rientra nella categoria dei diritti più complessi che è dato immaginare, in quanto il suo campo di estensione insiste su tutti i temi della vita    umana, dell’ambiente e del lavoro sociale. Il suo valore universale è solo una faccia della cultura della prevenzione e delle tutele; l’altra è data dalla pluralizzazione del campo dei diritti secondo tutti gli ambiti e i canali di espressione della salute e della sicurezza.

La cultura della prevenzione è un che di complesso che rinvia a tutele, garanzie, norme, pratiche e interventi ad alto grado di complessità e differenziazione. Va tenuto in conto che ogni singolo lavoratore e ogni singolo cittadino sono titolari di una diversità di diritti in tema di salute e sicurezza: esiste il valore universale della sicurezza e della salute ed esistono, in contemporanea, i diritti plurali della sicurezza e della salute. Le politiche, le culture e le strategie della prevenzione debbono ripartire da qui.

2. Habitat e architettura dei rischi

Diciamo subito che alla nozione di ambiente di lavoro preferiamo quella di habitat lavorativo. La nozione di ambiente, in generale, rinvia a determinazioni che possono essere più o meno omogenee o disomogenee e che convivono all’interno di uno spazio circoscritto; quella di habitat, invece, si riferisce specificamente ai modi con cui gli spazi vengono abitati. L’habitat è, secondo l’ordine di discorso che stiamo cercando di sviluppare, il risultato di relazioni viventi tra dimensioni che si attraversano e codeterminano.

Nell’organizzazione del lavoro taylorista e fordista, la nozione di ambiente di lavoro riusciva ancora a dare congruamente ragione dei processi, dei fenomeni e dei legami tra sistema lavorativo, sistema della produzione, sistema sociale e ambiente circostante. Con l’affermarsi del postfordismo, ciò non pare più possibile, non sussistendo più nette linee di demarcazione tra i sottosistemi sociali e gli ecosistemi ambientali. Le interazioni non sono più tra un interno e un esterno, ma tra tutti gli interni e gli esterni contemporaneamente.  Come la vita umana e l’ambiente sono profondamente implicati nei nuovi processi lavorativi e produttivi, così lavoro e produzione sono direttamente coinvolti e avvolti nelle metamorfosi della vita umana e dell’ambiente.

A differenza di quanto avvenuto nel taylorismo e nel fordismo, ora le relazioni lavorative  non appiattiscono più il lavoro umano sulla macchina e/o sui meccanismi produttivi, alienandone l’identità. Piuttosto, lo fanno saltare e scivolare tra forme precarie, mobili e, insieme, sempre più assorbenti. Il lavoro umano è ora assorbito, più che asservito dalla macchina riproduttiva.

I processi lavorativi non sono più concentrati nell’unità di spazio e di tempo. Assistiamo ora al decentramento e alla frantumazione dei cicli (“downsizing”) e delle funzioni (“outsourcing”) della produzione. Il sistema di imprese si va riarticolando in una ragnatela di microunità produttive, rendendo più flessibile il lavoro e più incerte, più rischiose e meno controllabili le condizioni di lavoro.

Ma non è ancora tutto. L’assorbimento di lavoro umano da parte della macchina riproduttiva destruttura profondamente i mondi vitali, a partire dalla rilevazione elementare che ora “al lavoro” è la vita umana nella sua complessità. Fuori dal lavoro, conseguentemente, la vita perde valore. La precarietà del lavoro diventa, con effetto immediato, precarietà della vita e delle relazioni umane [5]. Il lavoro, quando c’è, tende a essere sempre più precario; l’assenza di lavoro, per contro, comprime oltremodo gli orizzonti di esperienza e le   aspettative temporali.

Quanto tutto ciò abbia trasformato l’habitat lavorativo sui delicati temi della sicurezza e della salute è quello che ci proponiamo di indagare, al fine di individuare le tendenze che, più delle altre, sembrano destinate a caratterizzare il futuro prossimo. Siamo convinti che è l’insieme delle nuove condizioni del lavoro e della produzione a dover diventare il tema della prevenzione e della sicurezza sul lavoro.

Se superiamo il pregiudizio antropocentrico, dobbiamo osservare che l’habitat lavorativo è, ormai, un insieme di ecosistemi modellato da forme e culture diverse, nonché popolato da identità differenti. Non pare lecito postulare barriere incolmabili, posto pure che si siano mai date, tra:

Il profilo della sicurezza e della salute sul lavoro, a valle, è complicato da quei processi produttivi e cognitivi che, a monte, ricalibrano e miscelano sforzo fisico, sforzo mentale e sforzo cognitivo. Il rischio diventa una dimensione multifattoriale, le cui determinazioni interne non sono più scindibili tra di loro, ma pesano insieme su tutte le forme e i tipi di lavoro. Specie diverse di lavoro e differenti tipi di lavoratori sono raggruppati in un habitat unitario, ma estremamente complesso e articolato nella sua natura e nelle sue logiche di funzionamento.

Per far meglio emergere le problematiche fin qui sintetizzate, procediamo a una significativa descrizione di due dei processi che stanno modificando il campo entro cui si va strutturando ed esprimendo il rischio. Analizzeremo due forme di espressione del rischio, particolarmente operanti negli habitat lavorativi di ultima generazione: il rischio negli ambienti indoor e i rischi psicosociali.

Il rischio negli ambienti indoor
Il livello di complementarità e reciprocità esistente tra l’habitat lavorativo e i sottosistemi socioumani è particolarmente evidente nei cosiddetti ambienti indoor, spazi confinati di vita e lavoro non industriali: abitazioni, uffici, ospedali, biblioteche, locali destinati ad attività ricreative e sociali, mezzi di trasporto, supermarket di tutti i tipi ecc. Ora, i fattori di rischio degli ambienti indoor interessano, immediatamente, i lavoratori e gli utenti. In particolare, riguardano i soggetti più suscettibili, come i bambini e gli anziani, pazienti con malattie cardiache e broncopolmonari. Il problema ha proporzioni gigantesche, considerando che, nei nuovi modelli di produzione, la quota più rilevante delle attività di lavoro è svolta in ambienti indoor.
Nel corso degli ultimi decenni, il lavoro di ufficio ha subito rilevantissime trasformazioni, sia per quanto attiene l’architettura strutturale e l’organizzazione del lavoro, sia per quel che concerne l‘habitat, le competenze tecniche e l’allocazione topografica. L’ufficio postfordista ha, spesso, una architettura avveniristica, ma insedia una struttura che fodera l’habitat lavorativo con composti leggeri che impiegano materiali termoassorbenti e fonoisolanti. La struttura esterna è perfettamente omogenea con il sistema delle relazioni interne: disagio, malessere e nuove malattie professionali sono particolarmente in aumento fra coloro che svolgono lavoro di ufficio e/o in ambienti indoor.
Sono insorte delle vere e proprie affezioni tipiche: le cosiddette malattie correlate con gli edifici (“Building related illnesses – BRI”). Ciò è in stretta connessione con il fatto che gli ambienti indoor sono sempre di più una sorgente pericolosissima d inquinanti: impianti di condizionamento, umidificatori, materiali di costruzione, arredamento, fotocopiatrici, stampanti, computer, prodotti per pulizia, disinfestanti ecc. Il complesso di questi fenomeni, evidentemente, deteriora la qualità dell’aria interna. Alla fine, si può tranquillamente concludere che l’esposizione indoor è di gran lunga maggiore di quella outdoor [6].
L’inquinamento biologico degli ambienti indoor è causa di malattie infettive, di patologie (dovute a esposizioni a micotossine) e di allergopatie.  Sono le malattie allergiche a destare la maggiore preoccupazione, tanto da essere definite l’epidemia del terzo millennio, in considerazione del fatto che i loro trend di sviluppo sono destinati a crescere. L’asma bronchiale, la rinocongiuntivite allergica e la dermatite atopica sono particolarmente diffuse, in Italia, tra gli studenti delle medie inferiori [7].
Notevolmente elevata anche la presenza degli allergeni indoor, per effetto degli acari della polvere e di microrganismi come funghi e batteri. A loro volta, gli allergeni indoor si combinano con quelli outdoor, quali polline e spore fungine. Prende luogo una esiziale concentrazione tra allergeni indoor e allergeni outdoor.

I rischi psicosociali
L’ILO, nel 1986, ha definito i rischi psicosociali come il prodotto tipico dell’interazione tra contenuto del lavoro, gestione e organizzazione del lavoro, condizioni ambientali, a un polo, e competenze ed esigenze dei lavoratori, all’altro. Essi sono come una sorta di incastro perfetto tra carico fisico e carico mentale implicati dai nuovi modi del produrre. E, pertanto, generano disturbi sia fisici che psichici. L’unità psicofisica dell’habitat lavorativo è qui il contraltare dell’unità psicofisica della persona: se esplode la prima, per converso, salta la seconda; e viceversa.
La sindrome di burn-out e il mobbing sono la punta dell’iceberg: mostrano solo la superficie affiorante dei rischi psicosociali associati e associabili al lavoro. I fenomeni in questione insinuano nel lavoro elevati tassi di inquinamento antropico, corrodendo i modelli mentali dei lavoratori [8] e destabilizzando i processi attraverso cui essi percepiscono la realtà.
Il generale e inarrestabile estendersi dello stress da lavoro è la misura del dilagare dei rischi psicosociali. Lo stress viene attivato sempre più nella sua componente negativa e passiva e sempre meno nella sua componente positiva e adattiva [9]. I lavoratori che finiscono afferrati dai tentacoli dello stress soccombono, più che reagire, alle sfavorevoli condizioni esterne che premono sullo spazio/tempo del lavoro e sui loro vissuti. 
La componente dei rischi psicosociali - in particolare, stress, burn-out e mobbing - che qui ci preme mettere in rilievo è la loro trasversalità: nel senso che essi interessano sia la sicurezza che la salute dei lavoratori. Vanno, quindi, assunti come un indicatore importante del grado di ricaduta della sicurezza in termini di salute e della salute in termini di sicurezza.
La proliferazione dei rischi psicosociali è riconducibile a una organizzazione del lavoro imperniata sul prodotto, a logiche produttive finalizzate sul breve termine, a una gestione autoritaria dei conflitti di lavoro e alla precarietà del posto di lavoro. Come si vede, si tratta di alcune delle determinazioni fondanti del modo di produzione postfordista.
Il quadro clinico dei rischi psicosociali è sintomatico:

Lo stress è il motivo conduttore dei rischi psicosociali e, nel contempo, uno degli sfondi più inquietanti della produzione postfordista. Esso appare come un fenomeno assai complesso, riguardante non soltanto la sfera psicologica della persona, ma elementi relativi al livello psichico, emozionale, motorio, posturale e fisiologico del lavoratore. Politiche e strategie della prevenzione e della contrattazione debbono tenere in gran conto questa nuova realtà.

3. Contrattazione, rischio, danno  e responsabilità

I meccanismi di valutazione del rischio, della produzione del danno e della conseguente attribuzione della responsabilità diventano sempre più problematici. Certamente, un vissuto lavorativo patogeno determina un vissuto esistenziale altrettanto patogeno. Mai come nell’epoca attuale, le patologie esistenziali incrociano e intensificano quelle lavorative; e viceversa. Lavoro e vita (sociale e individuale) non descrivono la loro parabola lungo traiettorie disgiunte; anzi, il più delle volte, si trovano a essere l’uno il fattore di rideterminazione (non sempre positiva) dell’altra. Il danno derivante dal rischio non attiene soltanto la vita lavorativa, ma investe l’esistenza intera del lavoratore; così come è l’esistenza intera del lavoratore a essere ora implicata nei processi produttivi.

L’allargarsi del territorio del rischio ha comportato, necessariamente, la dilatazione del campo del danno che, a sua volta, ha amplificato quello della responsabilità. I processi storici, così, determinatisi hanno aperto tendenze nuove, diramatesi dalla sfera del contratto a quella del diritto, ponendo in crisi vecchie e recenti partizioni normative e classificazioni sociologiche.

Ancora una volta, è il mobbing il fenomeno che meglio e più profondamente disvela la situazione venutasi a determinare. Nel mobbing, infatti, il vissuto tende a scomparire, a non esistere più: il lavoratore mobbizzato non è visto e nemmeno posto come soggetto vivo e relazionale; nemmeno a lui riesce di essere e porsi in questa dimensione vitale [11]. Non a caso, è intorno al mobbing che si è andata formando una giurisprudenza che ha spostato l’attenzione dal danno biologico, morale e patrimoniale al danno esistenziale (Cass., n. 7713/2000, n. 8827 e 8828/2003; Corte Cost. n. 233/2003). In questo caso, il “diritto vivente” ha anticipato la dottrina [12].

Tradizionalmente, il diritto del lavoro ha dedicato scarsa attenzione ai danni alla persona del lavoratore, puntando più sulla difesa dei diritti della persona [13]. Il lavoratore come persona non è stato mai sufficientemente tematizzato. Si è, così, ingenerato un paradossale spazio vuoto, entro cui si è intercalata la codificazione giurisprudenziale del danno esistenziale; lodevole in sé e nelle intenzioni, ma apportatrice di non poche incongruenze, a cominciare da un pericoloso fenomeno di deriva risarcitoria [14]. Il paradosso in questione è dato dalla progressiva separazione del diritto del lavoro dal sistema della responsabilità civile, entro cui è nato il concetto di “rischio professionale” [15].

La questione è che la tutela risarcitoria appare debole, in sé, ad assicurare una effettiva protezione del lavoratore dal rischio professionale. Non foss’altro per l’evidente circostanza che la vede intervenire sempre a cose fatte [16]; quando si tratta, invece, di agire soprattutto a livello di prevenzione del rischio. I diritti della persona del lavoratore, più che risarciti, vanno integrati e reintegrati, anticipando e correggendo gli inadempimenti del datore di lavoro.

Ora, è ben vero che le logiche risarcitorie non sono assimilabili alle dinamiche di monetizzazione del rischio, con cui si è, sovente, devalorizzato l’intero discorso della prevenzione, della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro. Emblematico il caso della “indennità sostitutiva” per il mancato godimento delle ferie, in auge fino a pochi anni fa. Tutte le dinamiche di indennizzo del rischio non eliminano, evidentemente, il danno e sollevano i datori di lavoro – e gli stessi lavoratori – dalle responsabilità che ricadono sul loro capo. E tuttavia, la razionalità risarcitoria che regola il danno esistenziale non è esente da gravi limiti. A partire da una fondamentale rilevazione: il valore del lavoratore come persona, così come non è monetizzabile e indennizzabile, non è giuridicizzabile. E ciò quanto più si tende a concepire la persona lavoratore in termini esistenziali allargati.

È indubbio che urge superare tanto l’approccio innovativo sfociato nel danno esistenziale che quello tradizionale incentrato sulla bipolarità tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale. Ciò pare possibile, attivando un percorso di andata dal danno verso i diritti e di ritorno dai diritti verso il danno [17]. In breve, occorre ristabilire e riconiugare il primato del diritto alla sicurezza e alla salute sui luoghi di lavoro all’interno della problematica dei diritti della persona.

L’infortunio sul lavoro e le malattie professionali costituiscono la prova (non solo indiziaria) di un inadempimento soggettivo. Le tutele dal rischio, a fronte del proliferare degli infortuni e delle malattie, si rivelano deboli, se non insussistenti. Infortuni e malattie, oltre che essere particolari “unità di misura” del danno, delineano uno specifico campo negativo di responsabilità. E qui viene esattamente meno tanto il diritto primario alla sicurezza e alla salute quanto l’obbligo contrattuale e civilistico all’esatto adempimento.

È urgente superare la divaricazione creatasi tra diritto del lavoro e diritto civile, andando oltre il sistema degli obblighi di sicurezza, edificato per sedimentazioni progressive intorno a tre assi centrali: l’art. 2087 c.c., l’art. 9 dello Statuto dei lavoratori e il D. Lgs n. 626/1994 [18]. Coniugare la sicurezza e la salute come diritto, prima ancora che come obbligo, significa sottolineare il primato della prevenzione sul risarcimento. Intorno ai diritti è possibile costruire e sedimentare una cultura della prevenzione; intorno agli obblighi proliferano le elusioni.

Il contratto è uno dei momenti fondativi della dialettica cui si sta facendo cenno. “Contrattare” le condizioni di lavoro significa porre al centro del sistema sicurezza diritti non surrogabili e, in questo senso, non negoziabili. Più precisamente, la negoziazione riguarda non i presupposti, ma gli obiettivi: eliminare i fattori di rischio dai luoghi di lavoro. Perché è vero: “prevenire si può e si deve” [19].

Una nuova qualità della contrattazione è assolutamente necessaria. La crescente flessibilizzazione e precarizzazione dei rapporti di lavoro comporta una caduta di tensione delle protezioni e delle tutele in tema di sicurezza e salute, facendole diventare più incerte e meno incisive. Porre il contratto al centro delle dinamiche che si distribuiscono tra rischio, danno e responsabilità appare una sorta di “atto dovuto”.

Un approccio del genere consente di scongiurare:

Entrambe le derive hanno un carattere marcatamente extracontrattuale: spostano il problema della sicurezza e della salute sul lavoro fuori dall’ambito del contratto e lì predispongono soluzioni spurie, in termini di validazione giuridica e tecnica dell’organizzazione. E ciò accade, fondamentalmente, perché la sicurezza e la salute sono concepite e patite come un obbligo.

È vero che nell’area della responsabilità contrattuale rientra l’obbligazione di sicurezza prevista dall’ordinamento; è altrettanto vero, però, che agli attori contrattuali non è dato intervenire sul diritto di sicurezza e salute, conformato in termini assoluti e indisponibili [20]. Con tutta evidenza, la sicurezza e la salute sui luoghi di lavoro hanno un profilo bifronte: sono da intendere come obbligazione contrattuale e, nel contempo, come diritto indisponibile [21]. Nella fattispecie, risulta chiaro che come l’obbligo non elimina il diritto, così il diritto non elide l’obbligo. Mantenere in vita questa complessa dialettica è difficile. Su questo banco di prova, soprattutto nella fase attuale, deve cimentarsi la contrattazione. Il primato del diritto di sicurezza non annulla l’obbligo di sicurezza, ma lo recupera in un contesto più vasto, disponendolo verso orizzonti più avanzati. A questi orizzonti deve aprirsi la contrattazione.

4. Contrattazione, prevenzione, salute e sicurezza

Non è difficile, sulla base delle considerazioni che precedono, individuare le aree critiche della contrattazione, in materia di sicurezza e salute sul lavoro.

Sull’argomento, il movimento sindacale ha accumulato un patrimonio di conoscenze e competenze di tutto rispetto. Basti qui ricordare l’esperienza del “Centro Ricerche e Documentazione Rischi e Danni da Lavoro della Federazione CGIL-CISL-UIL”, diretto dal 1974 al 1982 dal compianto Gastone Marri.

Urge rinnovare e socializzare questo patrimonio, adeguandolo alle nuove condizioni storiche, sociali e produttive. Altrimenti detto, è indifferibile il rilancio della contrattazione su salute, sicurezza e ambiente [22]. È necessario stabilire, allo scopo, una base di partenza, un metodo, una strategia e degli obiettivi praticabili. Il dibattito apertosi all’interno del movimento sindacale pare muoversi in questa direzione [23].

Base di partenza e metodo di lavoro non possono prescindere dalla consapevolezza di un punto chiave: il rilancio della contrattazione in tanto è, in quanto si va svolgendo secondo un approccio globale. Oggi, sicurezza e salute sul lavoro involgono e coinvolgono problematiche globali, a partire dalla relazione complessa che si istituisce tra habitat lavorativo e ambiente. Di ciò la contrattazione non può esimersi di tener conto.

Stabilire, con chiarezza, alcuni punti di metodo può non essere ozioso, ma condurre verso acquisizioni di merito assai importanti. Costruiamo in progressione il discorso nei sui cardini essenziali.

Da un punto di vista scientifico, il nucleo vitale della questione sta nel rapporto che l’habitat lavorativo istituisce con l’ergonomia e, quindi, con le politiche di prevenzione e protezione. La comunità scientifica e il movimento sindacale, da sempre, annettono all’ergonomia la funzione specifica di adattare l’ambiente di lavoro all’uomo, privilegiando le ragioni vitali del secondo rispetto alle esigenze tecniche del primo. Una corretta pratica dei principi ergonomici ha come suo naturale risultato efficaci politiche di prevenzione sui luoghi di lavoro.

Nel mondo imprenditoriale, a tutt’oggi, è diffusa una concezione tecnica dell’ergonomia, vista semplicemente come scienza della correzione degli effetti ultimi e, dunque, di mera modificazione degli strumenti utili. Impregiudicato, in tale posizione, rimane quel rapporto tra habitat lavorativo e lavoratori che costituisce la piattaforma di riproduzione della catena degli infortuni e delle malattie professionali. Gli stessi paradigmi datoriali della RSI sono depotenziati dal deficit culturale appena segnalato.

Dal punto di vista della salvaguardia dei diritti dei lavoratori, invece, il nucleo della questione ruota intorno a due assi:

Le due cose, insieme, vanno in direzione di una politica di ricomposizione tra la politica industriale e la qualità del lavoro e dell’ambiente [24].

Soffermiamoci soltanto un attimo sui modelli di flessibilità attuati dalle politiche industriali neoliberiste. Essi, proprio nella quotidianità del processo lavorativo, hanno determinato:

Esiste un rapporto di causalità diretta tra la flessibilità dei cicli lavorativi, il mercato del lavoro e le condizioni di sicurezza e salute sul lavoro [26]. Nei moduli flessibili, l’esposizione ai fattori di rischio, già da un punto di vista meramente probabilistico e quantitativo, si è notevolmente accresciuta. Ma non è tutto. La combinazione in un quadro coerente dei processi appena descritti diventa la base di formazione di altri è ben più subdoli fattori di rischio; come, a più riprese, abbiamo avuto modo di sottolineare.

La contrattazione ha, dunque, un campo di azione obbligato: intervenire sulle variabili di flessibilità e precarietà del processo produttivo e lavorativo che agiscono come fonte di generazione dei rischi nuovi e moltiplicazione di quelli antichi. Si va consolidando intorno a questi tornanti di analisi una intuizione fondamentale all’interno del movimento sindacale: la contrattazione ha l’esigenza di intervenire a monte della produzione dei fattori di rischio [27]. Deve avere come obiettivo la pianificazione del miglioramento dell’habitat lavorativo e, dunque, delle condizioni di sicurezza e salute sul lavoro. Il che significa: prevenzione programmata e verificata della sicurezza.

Il tema è da affrontare con particolare urgenza all’interno di quel segmento produttivo generato dalla scomposizione dei cicli lavorativi delle grandi imprese, contraddistinto da unità di piccola e media dimensione. Al suo interno, una maggiore esposizione al rischio convive con tutele e protezioni assai inefficaci, se non insussistenti. La contrattazione trova qui uno dei suoi più difficili banchi di prova.

L'indagine sul campo, promossa da CGIL, CISL e UIL dell’Emilia Romagna e condotta dall’IPL, conferma, in toto, il quadro preoccupante appena tracciato, seppure in un contesto meramente regionale [28]. L’innovazione tecnologica si pone, fa rilevare la ricerca, come variabile non del miglioramento, ma della progressiva destrutturazione degenerativa dell’habitat lavorativo. Al contrario, essa dovrebbe fungere come fattore di sviluppo della salute e della sicurezza, per rendere abitabili e vivibili i luoghi di lavoro.

Scendendo nei dettagli concreti, si richiede un intervento strutturale sulle condizioni del lavoro, ruotante intorno:

La contrattazione ha un profilo, perlomeno, tridimensionale: prevenzione, sicurezza e salute sono i tre elementi essenziali e sempre compresenti dell’azione sindacale. Ed è una contrattazione di questo tipo che può avere l’ambizione di non spezzare, ma rafforzare il legame che si istituisce tra sicurezza e salute come obbligo e sicurezza e salute come diritto.

Ancora di più. La contrattazione che si va incardinando sui diritti, attiva più agevolmente e agilmente relazioni e interlocuzioni. È sui diritti indisponibili della persona che si fondano il dialogo, la comunicazione e il coinvolgimento partecipato. Intorno ai diritti, la tela del confronto con le associazioni datoriali e le istituzioni può trovare incroci stringenti. Appare, difatti, chiaro che l’obbligo alla sicurezza è costruito e ricostruito entro architetture più cogenti, se sono i diritti dei lavoratori (alla sicurezza e alla salute) a garantirlo come elemento di civiltà e di attuazione di fini etici di rango superiore. L’obbligazione alla sicurezza, mediata dai diritti, così, può farsi condivisione e prevenzione partecipata. Nasce da qui il circolo virtuoso della motivazione alla salute e alla sicurezza nei luoghi di lavoro. Che è, fondamentalmente, motivazione alla prevenzione.

5. La dimensione globale e partecipata della prevenzione

Abbiamo, più volte, fatto cenno alla intersezione tra habitat lavorativo, ambiente e ambienti di vita. È necessario tener conto della globalità e complessità delle relazioni  implicate da questa intersezione, a partire dalla molteplicità e diversità degli attori dell’esistente sistema di sicurezza, salute e prevenzione.

La ricerca che, sul punto, appare dotata di maggiore sistematicità è stata condotta, alcuni anni fa, dal CENSIS [30]. Di essa dobbiamo tenere, evidentemente, conto; nel contempo, però, la situazione attuale impone dei passaggi in avanti, in termini di analisi e proposte di tendenza.

Come abbiamo sottolineato nei paragrafi precedenti, il nodo di fondo è stato – anche autocriticamente - individuato dal movimento sindacale, secondo il quale non può darsi una sicurezza globale senza una prevenzione globale; e reciprocamente. La globalità dei fattori di rischio, per il loro carattere diffusivo e multidimensionale, è la nuova base di partenza di tutte le politiche di prevenzione. Ciò ridetermina, nell’immediato, la dimensione della prevenzione che è, insieme, globale e partecipata. Globale, perché interviene su tutte le scale, gli assi e i sottosistemi della sicurezza e salute del lavoro; partecipata, perché non può esimersi dal coinvolgere attivamente e propositivamente tutti gli attori del sistema della sicurezza e salute sul lavoro.

Occorre rifinalizzare le sinergie di campo tra attori e sistema della sicurezza. Si tratta di costruire delle relazioni e delle pratiche di cooperazione che abbiano l’obiettivo preliminare di rideterminare alcuni approcci di partenza:

Stando così le cose, la messa a punto di una adeguata cultura della prevenzione e di pratiche di prevenzione sempre più avanzate è indisgiungibile da un’altra questione chiave: l’informazione e la formazione. La carenza di prevenzione è, quasi sempre, la spia di un deficit di formazione e informazione che investe tutti gli attori del sistema e la stessa società civile. Informare, formare e prevenire costituiscono il circolo virtuoso della qualità della sicurezza e della salute sul lavoro.

Evidentemente, il varo di strategie di questo genere deve muovere da un presupposto che non considera più l’impresa (grande e piccola) e il lavoro subordinato i centri gravitazionali delle strategie di intervento riguardanti la prevenzione e la sicurezza sul lavoro. Occorre, anche qui, uno spostamento dell’asse culturale che integri e coinvolga attivamente, nei processi sistemici attivati, tutte le tipologie e le forme di lavoro, a prescindere dalla loro caratterizzazione. 

Il passaggio in corso verso la definizione del nuovo TU eredita il carico di queste problematiche irrisolte:

Come si vede, gli attori del sistema della prevenzione e sicurezza sul lavoro hanno di fronte a sé delle responsabilità sociali e culturali da ridefinire.

La questione cardine è che è mutata, per così dire, l’antropologia del lavoro. L’identità del lavoro non è più statica, ma dinamica. Nel senso che non è più la staticità del luogo di lavoro, ma la dinamicità dei modi del produrre a determinare e rideterminare i profili delle forme e delle figure del lavoro.

La dinamica dei modi del produrre ha un effetto strategico sui nuovi sistemi globali e complessi della prevenzione e della sicurezza sul lavoro: diversamente da quanto ancora accadeva nei vecchi sistemi tayloristi e fordisti, la centralità, ora, non è più assegnata all’azienda, ma ai lavoratori, alla loro salute, alla loro sicurezza e al benessere globale della loro vita. I lavoratori diventano i soggetti privilegiati della prevenzione globale e partecipata; ma non gli unici, evidentemente. Rimane indubbio che è intorno ai loro diritti primari che va oggi ridefinito l’orizzonte della prevenzione. È di questo, in particolar modo, che i paradigmi ricorrenti della RSI non tengono debitamente conto.

Il mutamento dell’antropologia del lavoro ha portato con sé, come abbiamo avuto modo di considerare, la frammentazione e precarizzazione dei processi lavorativi, in parallelo con la atomizzazione delle forme contrattuali. Ciò ha modificato la natura dei rischi che:

Non può apparire strano, pertanto, se gli infortuni e le malattie professionali vanno acquisendo una più larga insorgenza e incidenza, all’interno di tutte le diramazioni dei sistemi globali di produzione e lavoro. La nozione di “luogo di lavoro” si fa sempre più sfuggente e, rimanendo fermi ai criteri tradizionali, diventa sempre meno classificabile. Ciò ha comportato delle conseguenze deleterie, perché complica sul nascere l’elaborazione di adeguati modelli e pratiche di prevenzione. Rovescio speculare degli stati di ansia, di sofferenza mentale e di stress oggi profondamente innervati e largamente circolanti nel mondo del lavoro.

Nasce da qui l’esigenza di un processo di socializzazione di nuove conoscenze che vede implicati il movimento sindacale, la società civile, le istituzioni e il mondo imprenditoriale. Una nuova socializzazione che si ponga anche come nuova acculturazione sui temi della prevenzione, alla cui definizione e sperimentazione partecipate siano chiamati non solo gli attori del sistema della sicurezza sul lavoro, ma anche tutte le agenzie dell’educazione, dell’informazione e della formazione.

Gli indirizzi comunitari e gli orientamenti emergenti dalle linee guida per la costituzione del nuovo TU, seppure ancora troppo timidamente, vanno nella direzione giusta: integrare cultura della sicurezza e cultura della prevenzione nei programmi scolastici di ogni ordine e grado apre, certamente, il campo a una strategia di orientamento positiva che, però, va ulteriormente estesa. In una direzione parimenti corretta comincia ad andare il movimento sindacale, tanto a livello nazionale [31] quanto a livello internazionale [32]. La prevenzione definisce sempre meglio il suo profilo di dimensione globale e partecipata, a misura in cui integra e attiva all’interno del suo circuito uno spettro di attori sempre più articolato, un potenziale di mobilitazione in espansione continua e un background culturale sempre più complesso e puntuale.

Un articolato ed efficace sistema di prevenzione globale e partecipata è condizione imprescindibile, per la determinazione e l’espansione della salute degli individui, delle organizzazioni e delle istituzioni, dentro e fuori i luoghi di lavoro. La prevenzione globale e partecipata – è il caso di ribadirlo – parte dall’estensione del campo di decisione dei singoli lavoratori e dalla corrispettiva contrazione dell’ambito di espressione delle costrittività organizzative. Essa ha, quindi, a che fare non soltanto con la salute degli individui, dei lavoratori, delle istituzioni e delle organizzazioni, ma anche con la libertà di tutti i soggetti e le entità socialmente in interazione.

È fondamentale che tutti gli attori del sistema di sicurezza e tutte le agenzie dell’educazione, della formazione e dell’informazione facciano proprie tali acquisizioni, a un livello crescente di consapevolezza critica. È su questo terreno, difatti, che si giocheranno alcune delle sfide più importanti che ci attendono nel prossimo futuro.


(rielaborato a gennaio 2015)
Note

[1] INAIL, Andamento degli infortuni sul lavoro, “Dati Inail gennaio”, in www.inail.it, 2007; Id., Andamento degli infortuni sul lavoro, “Dati Inail febbraio”, in www.inail.it, 2007.

[2] EBLA, Il lavoro flessibile e la sicurezza. IX Rapporto, in www.federlazio.it, 2006.

[3] Luigi Agostini, INAIL. Come ridisegnare la politica della prevenzione, “2087: formazione e informazione per la sicurezza del lavoro”, n. 8 ottobre 2006

[4] Patrizia Lemma, Promuovere la salute nell’era della globalizzazione,Milano, Unicopli, 2006.

[5] Joaquin Arriola e Luciano Vasapollo, L’uomo precario. Nel disordine globale, Milano, Jaka Book, 2005.

[6] SIMLII, Sviluppo della medicina del lavoro nella società in rapido cambiamento. LXIX Congresso nazionale, Montesilvano (Pe), in www.gimle.fsm.it, 26-28 ottobre 2006.

[7] Ibidem.

[8] Francesco Blasi e Claudio Petrella (a cura di), Il lavoro perverso. Il mobbing come paradigma di una psicopatologia del lavoro, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, 2005.

[9] Regione Veneto, Note sui rischi psicosociali e loro effetti sulla salute in ambiente di lavoro, in www.safetynet.it, 2006.

[10] Università degli Studi di Verona – Dipartimento di Medicina del Lavoro, Mobbing: aspetti clinici epidemiologici e preventivi, Seminario, 27 aprile 2005.

[11] INAIL, Patologia psichica da stress, mobbing e costrittività organizzativa, Roma, Edizioni     INAIL, 2005.

[12] Maurizio Cinelli, Il danno non patrimoniale alla persona del lavoratore: un excursus su responsabilità e tutele, Relazione al Convegno “Il danno alla persona del lavoratore”, organizzato dall’AIDLASS, in www.aidlass.org/attivita/2006/Relazione_Cinelli.doc, Napoli  31 marzo-1 aprile 2006; Riccardo Dal Punta, Diritto della persona e contratto di lavoro, Relazione al Convegno “Il danno alla persona del lavoratore” cit.,, organizzato dall’AIDLASS, Napoli 31 marzo-1 aprile, in www.aidlass.org/attivita/2006/Relazione_Dal_Punta.doc, 2006; Mario Meucci, Danni da mobbing e loro risarcibilità, Roma, Ediesse, 2006.

[13] Dal Punta, op. cit., 2006.

[14] Luca Nogler, “La deriva” risarcitoria della tutela dei diritti inviolabili della persona del lavoratore dipendente, “Quaderni di Diritto del Lavoro e Relazioni Industriali”, n. 29/2006.

[15] Dal Punta, op. cit.

[16] Cinelli, op. cit.

[17] Dal Punta, op. cit.

[18] Cinelli, op. cit.

[19] CGIL, CISL e UIL, Qualità, benessere, sicurezza nel lavoro. Prevenire si può e si deve, Documento dell’Assemblea nazionale dei Quadri e Delegati CGI-CIS-UIL, Roma 12 gennaio 2007, “Rassegna sindacale”, n. 2/2007; Paola Agnello Modica, E ci sono almeno 200.000 incidenti sommersi l’anno (intervista a cura di Marco Enrico), “Corriere della Sera”, 14 marzo 2007.

[20] Cinelli, op. cit.

[21] Dal Punta, op. cit.

[22] Salvatore Barone, La salute, la sicurezza, l’ambiente nella contrattazione collettiva, in Assemblea nazionale della CGIL, Roma: 25 ottobre 2005, 2006; CGIL, Documento per il rilancio della contrattazione su salute, sicurezza e ambiente, in in Assemblea nazionale della CGIL, Roma: 25 ottobre 2005, 2006.

[23] Agnello Modica, ,2007 a; Id., 2007 b; Id., 2006; Barone, in Assemblea nazionale della CGIL, Roma: 25 ottobre 2005, 2006; CGIL, Convegno Internazionale Sicurezza. Ambiente e lavoro nella storia della CGIL, Sesto San Giovanni (Mi), 14 e 15 novembre, in www.cgil.lomb.it, 2006;  Id., Documento per il rilancio della contrattazione su salute, cit., 2006; CGIL, CISL e UIL, op. cit.

[24] Barone op. cit.; CGIL, Documento per il rilancio ..., cit.

[25] CGIL, ult. op. cit.

[26] Marco Lai, Flessibilità e sicurezza del lavoro, Torino, Giappichelli, 2006.

[27] CGIL, Documento ..., cit.; CGIL, CISL e UIL, op. cit.

[28] IPL, Come i lavoratori percepiscono le proprie condizioni di lavoro, Rimini, Maggioli, 2007.

[29] CGIL, CISL e UIL, op. cit.

[30] INAIL e CENSIS, Verso un modello partecipato di prevenzione, in www.censis.it, 2001.

[31] CGIL, CISL e UIL, op. cit.

[32] ITUC – International Trade Union Confederation, Draft ITUC Programme Resolution . November 2006: Vienna Founding Resolution, in www.ituc-csi.org, 2006.


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