APPUNTI SULLE RICERCHE IMES E CATTANEO
L'intervento culturale del Formez è continuato negli anni '90, tra l'altro, attraverso la committenza di due ricerche assolutamente rilevanti nel loro genere.
Si tratta della ricerca Formez/Imes
(1) e di quella Formez/Cattaneo (2).Prenderemo qui in esame entrambe le ricerche, limitandoci a valutazioni sulle questioni che reputiamo di maggiore interesse.
1) LA RICERCA FORMEZ/IMES — Gli elementi di contesto
Nella ricerca dell'Imes, la cultura è intesa come "insieme di risorse cognitive, normative ed espressive che orientano l'interazione sociale"
(3). Da questa base di partenza, diventa rilevante "valutare in che misura siano disponibili o si producano nella società meridionale risorse culturali atte a sostenere uno sviluppo economico autonomo e una migliore qualità sociale; e in che misura finiscano invece per prevalere logiche culturali destinate a favorire la riproduzione di condizioni di dipendenza e di disgregazione sociale" (4).Ai fini di questa valutazione, l'associazionismo culturale è assunto quale:
A fronte del generale processo di crescita dell'associazionismo culturale in Italia
(6), la ricerca ha la finalità di scandagliare lo specifico dell'associazionismo meridionale. Più nel dettaglio, la ricerca si pone fin da subito l'obiettivo del superamento dei tradizionali approcci ricognitivi quantitativi e descrittivi del fenomeno (7). Nel delimitare meglio il campo di indagine, la ricerca tenta di esplorare le attività culturali "effettivamente svolte", saggiando l'influenza da esse esercitata sia sui soggetti interni/esterni (all'associazione) che sull'ambiente sociale (8).Stante questo quadro fondativo/normativo, la ricerca si concentra sulle associazioni volontarie (non profit) che vengono così definite:
I risultati più importanti della ricerca possono essere così riassunti:
L'affermarsi di questo fenomeno viene assunto da Trigilia come un rapido e consistente processo di modernizzazione e omogeneizzazione culturale del Mezzogiorno al resto del paese
(11).Come inquadrare il processo?
Due le possibili ipotesi da verificare sul campo:
Un mezzo di verifica della prima ipotesi, sta nella rilevazione del grado di dipendenza finanziaria dell'associazionismo dai contributi pubblici. La ricerca stabilisce che: (i) meno di 1/5 delle associazioni benefica di un contributo pubblico ricoprente più di metà delle entrate: ii) oltre la metà delle associazioni non dispone di alcun contributo pubblico
(13).Ciò, di per sé, non contrasta il perpetuarsi di altri (più antichi e collaudati) canali di dipendenza dal sistema politico che si esprimono nella riproduzione di strutture culturali-ricreative e subculture territoriali collegate a particolari partiti o gruppi politici di riferimento
(14). Va, però, osservato che nelle mutate condizioni storiche (non solo del Mezzogiorno) queste tradizionali forme di dipendenza appaiono largamente in crisi; non foss'altro, da ultimo, per la disgregazione irreversibile dei due grandi partiti di massa (Dc e Pci) intorno cui questo sistema di dipendenze si era assettato.Su queste (ed altre) basi di dati della ricerca, Trigilia passa a proporre gli idealtipi: i) delle diverse logiche associative; ii) degli effetti (possibili) sul piano dell'innovazione culturale e politica
(15).Vediamo come Trigilia articola la sua ricostruzione idealtipica:
L'associazionismo meridionale, alla luce degli elementi fin qui illustrati, viene plausibilmente definito come una forma di mobilitazione pubblica. L'enucleazione del modello di rappresentazione storico-teorica del tema si deve eminentemente a F. Ramella
(17) che, sul punto, si avvale prevalentemente dei "modelli" e delle "teorie" dei "nuovi movimenti" (18). Solo che non appare particolarmente convincente associare la teoria/prassi della "mobilitazione pubblica" a quella della "azione collettiva". Si ravvisa, al contrario, l'urgenza di elaborare un originale modello di "mobilitazione pubblica meridionale", ricercandone gli "antefatti", i "fatti" e gli "eventi" storici, politici e culturali (19). Ma di questo si dovrà dire altrove.
2) LA RICERCA FORMEZ/CATTANEO — Struttura e finalizzazioni
2.1. Cultura e produzione culturale
L'obiettivo della ricerca del Cattaneo è quello di "censire" le organizzazioni che localmente operavano nel "campo della cultura", per indagarne le "logiche di funzionamento", le "dotazioni strutturali", le "iniziative", le "caratteristiche" e le "risorse umane", le "connessioni" con le "principali istituzioni politiche locali"
(20). Il che dà luogo più ad un "libro di sociologia dei processi culturali" che ad "un'analisi della società meridionale" (21).Così stando le cose, per i ricercatori urge necessariamente precisare, in linea preliminare, cosa si intenda per "cultura" e quale significato assume il farne oggetto di "osservazione sociologica"
(22).Santoro si rifà immediatamente a R. Wiliams, secondo il quale — come è noto — il problema cardine della sociologia della cultura sta nella "complessità" del significato di cultura (che qui qualifica la sociologia)
(23). Ciò che, però, gli preme delimitare è l'area semantica (24) di "cultura", così come definita da alcune "storiche opposizioni".Egli comincia con la contrapposizione remota tra:
Continua con la contrapposizione a noi più prossima tra:
Ecco, quindi, che Santoro può indicare la "distinzione semantica" che informa la ricerca. "Cultura come complesso di simboli, come sistema significante, dunque, di un dato ordine sociale, di cui si possono studiare i contenuti specifici (i significati) ma anche le caratteristiche dei processi che quei simboli producono intenzionalmente"
(27). Fatto questo, si passa ad un'ulteriore e più puntuale precisazione: la ricerca si "inscrive rigorosamente e senza possibilità di dubbio nel primo filone, quello dell'analisi dei processi sociali di produzione e distribuzione dei prodotti culturali, indipendentemente dal significato che essi assumono e veicolano" (28). Si ritiene, in questo modo, di superare l'antinomia cultura alta/cultura bassa, cultura d'élite/cultura popolare, muovendosi all'interno della prospettiva indicata da R. Wiliams del nuovo tipo di convergenza tra il significato antropologico e sociologico (qui inteso come modo di vivere globale) ed il significato specifico e comune di cultura (qui inteso come attività artistiche ed intellettuali) (29). La convergenza, si sostiene, è appunto quella della produzione culturale, ritenuta la prospettiva di indagine più interessante emersa nel campo dei cultural studies (30).L'elemento positivo dell'approccio, per Santoro, risiede nella circostanza che la prospettiva di analisi così configurata sceglie la strada alternativa di "distrarre l'attenzione dal corpo globale della cultura intesa nel suo senso ampio e generico per concentrarlo invece sui processi attraverso cui elementi specifici di cultura sono prodotti in quei contesti sociali in cui la produzione di simboli è consapevolmente al centro dell'azione"
(31). Qui, sulla scia degli enunciati principali dell'approccio, produzione ha il senso precipuo di creazione, commercializzazione, distribuzione, promozione e consumo di "oggetti culturali"; con la conseguente focalizzazione della prospettiva di indagine ("produzione di cultura") sulla rilevazione e sulla spiegazione "delle molteplici influenze che sul contenuto degli oggetti culturali si esercitano da parte dell'ambiente in cui questi vengono creati, distribuiti, valutati, conservati" (32).I princìpi dell'approccio, definiti da Peterson (nell'opera del 1989), sono così esemplificati da Santoro:
Come rileva lo stesso Santoro, gli assunti della prospettiva della "produzione culturale" si reggono su due postulati critici così formulabili:
2.2. Schema e struttura della ricerca
L'esigenza di una diversa tematizzazione dell'oggetto di indagine è inestricabilmente avvinta alla "prospettiva di una riformulazione dei termini della questione meridionale, che sottolinea il ruolo dei fattori culturali ed istituzionali (e quindi organizzativi) nei processi di crescita economica e civile"; il che comporta l'abbandono delle "vecchie impostazioni di teoria della modernizzazione e si apre al riconoscimento di sentieri diversi di sviluppo e di criteri compositi di regolazione sociale"
(35).Se questa è la prospettiva, lo schema di cui l'indagine si serve è quello di diamante culturale, proposto dalla Griswold
(36).Per la Griswold, 4 sono gli elementi cruciali dei processi di produzione culturale: i) l'oggetto culturale; ii) il creatore; iii) il ricevitore (o pubblico); iv) il mondo sociale. La produzione culturale è esattamente la risultante del diamante di queste interrelazioni. Si dà, in altri termini, produzione culturale soltanto se un soggetto singolo o collettivo (il creatore) lo produce per un pubblico di fruitori diretti, all'interno di in un contesto sociale dato che ne regola la produzione/circolazione.
Per la Griswold, gli oggetti culturali sono prodotti degli esseri umani e la prerogativa di creare oggetti (culturali) è alla base della distinzione fra "cultura" e "natura". Tutti gli esseri umani, indistintamente, possono essere creatori di oggetti culturali; allo stesso modo con cui un singolo oggetto culturale può essere il prodotto creativo di più esseri umani che hanno cooperato tra di loro. Affinché un oggetto culturale passi dallo stato potenziale a quello di realtà, è necessario che un "pubblico" lo fruisca: cioè, lo "consumi" culturalmente e materialmente. Al polo del creatore deve corrispondere, più o meno istantaneamente, quello del ricevitore; così come al polo dell'oggetto culturale corrisponde istantaneamente quello del creatore. La "ricezione" dell'oggetto culturale, però, non è un affare che interessa soltanto il "creatore" e il "pubblico"; così come la "creazione" dell'oggetto culturale involge necessariamente strumenti, mezzi, atti, intenzioni e volizioni che sono nel mondo dato e che consentono la "produzione" dell'oggetto medesimo. Si dà, cioè, creazione di un oggetto culturale per un pubblico di fruitori solo entro una rete di relazioni sociali che ne consentono la produzione, senza di che la stessa creazione e lo stesso pubblico non potrebbero esistere, né separatamente l'una dall'altro e né incrociarsi nel godimento dell'oggetto culturale. E dunque, come è necessario che un contesto dato di relazioni presieda alla produzione dell'oggetto culturale, così si richiede che un "mondo sociale" di relazioni distributive consenta all'oggetto culturale di circolare. Ogni elemento del diamante, come dice la Griswold, è connesso a tutti gli altri.
La Griswold, però, ci tiene a precisare che quella del "diamante culturale" non è una teoria e nemmeno un modello (della cultura). Piuttosto, ella precisa, "è uno strumento euristico inteso a favorire una più piena comprensione della relazione di qualsiasi oggetto culturale col mondo sociale. Esso non dice quale debba essere la relazione tra i vari punti, ma solo che lì esiste una relazione"
(37). La comprensione dell'oggetto culturale deve, dunque, andare oltre la pura e semplice consapevolezza dei singoli punti di relazione. Comprendere sociologicamente un oggetto culturale, allora, qui significa avere la comprensione di tutti e quattro i punti e di tutti e sei i legami del diamante. Compreso questo, conclude la Griswold, potremo capire anche la cultura nell'insieme delle sue relazioni.Secondo Santoro, uno dei vantaggi del "diamante culturale" della Griswold è quello di "offrire uno schema per mettere in relazione e far comunicare tra loro le singole ricerche, indicando le direzioni di analisi carenti, orientando le prospettive di studio e consentendo di costruire un'immagine più comprensiva ed organica dei processi di produzione e circolazione culturale"
(38). Con la conseguenza, ritenuta di fondamentale rilevanza, di ampliare il campo della ricerca (culturale) ad oggetti e processi ingiustamente trascurati; vale a dire, il vero e proprio sistema dell'industria culturale (39). Col che, si osserva, importanti asserti della teoria della comunicazione di massa (40) possono essere fruttuosamente recuperati alla sociologia della cultura (41).Come è noto, secondo la teoria della comunicazione di massa, nelle società contemporanee la produzione/distribuzione degli oggetti culturali rimanda all'esistenza, a monte, di uno specifico network culturale, specializzato nel far intercomunicare le organizzazioni culturali (sia private che pubbliche). In questo modo l'esistenza stessa del network diventerebbe un potente fattore di innovazione culturale. Ora, nelle funzioni "istituzionali" del network rientrano la selezione e la mediazione degli oggetti (culturali) da produrre, promuovere e lanciare sul "mercato", anche facendo leva su esplicite e sempre più consistenti campagne di sponsorizzazione. Il governo della produzione culturale è sempre più imputato al sottosistema oganizzazionale (l'anello imprenditoriale-manageriale-istituzionale) che va sovrastando il sottositema culturale in senso stretto (l'anello tecnico-creativo dei facitori dell'oggetto). Sono i vincoli e le risorse del sottosistema organizzazionale a surdeterminare e condizionare le opzioni e le risultanze empiriche del sottosistema culturale. Ed è in questo senso che si può coerentemente parlare di industria culturale e di produzione culturale.
Ora, la ricerca del Cattaneo è specificamente finalizzata all'analisi dei vincoli e delle risorse del sistema di "produzione culturale" nell'Italia meridionale, realizzando proprio nell'indagine il salto dalla sfera analitica (la definizione degli oggetti e/o dei prodotti culturali) a quella empirica (le organizzazioni che siffatti oggetti/prodotti "creano"); per così approssimare progressivamente anche una prima "tipologia" delle istituzioni/organizzazioni che producono cultura nel Mezzogiorno
(42). Il che, sulla base delle concettualizzazioni definitorie di Crane (43), ha successivamente condotto ad una suddivisione per domini (e/o tipo di organizzazione culturale) del campo culturale meridionale:Per Santoro, l'insieme dei domini costituisce la specifica arena culturale
(45).A questo punto, Santoro può indicare i sei tipi di organizzazione culturale che sono stati sottoposti ad indagine empirica.
Vediamoli:
Per intuibili ragioni, l'indagine del Cattaneo si concentra sulla produzione culturale del dominio "periferico" e soprattutto di quello "locale"; scegliendo volutamente di "scartare" il dominio centrale
(47).A questo punto, possiamo approssimare un ulteriore passaggio descrittivo.
La ricerca si articola per nuclei tematici che ruotano intorno a due livelli di analisi, ad ognuno dei quali corrispondono delle dimensioni.
Il primo livello di analisi attiene alla produzione culturale in senso stretto, snodantesi lungo tre dimensioni:
Il secondo livello di analisi, in omaggio alla "teoria dell'organizzazione", considera le organizzazioni (culturali) come una rete complessa, le cui dimensioni essenziali sono:
2.3. Le domande "conclusive"
Dall'impianto, appena ricostruito nelle sue linee generali, conseguono tre stringenti domande.
Prima domanda
Se il Mezzogiorno è assunto come "luogo deputato" del "familismo amorale" e/o della carenza di azione collettiva, come deve qualificarsi ed orientarsi l'indagine del campo culturale meridionale, posto che la produzione culturale, secondo gli schemi classici forniti da Becker, è una forma di azione collettiva, presupponente pluralità di ruoli, princìpi di coordinamento e criteri di identificazione
(50)?Seconda domanda
Se l'indagine fa perno sulle strutture organizzate di produzione/circolazione culturale nel Mezzogiorno, quale è il ruolo giocato dagli intellettuali meridionali, assumibili come primi "soggetti produttivi"?; e ancora, per questa via, quale il ruolo e lo spessore delle "classi dirigenti" meridionali
(51)?Terza domanda
Nell'indagine del campo culturale meridionale, quale il ruolo attribuibile alla politica, con particolare riferimento alla "offerta culturale" e alle "dimensioni economiche" della produzione culturale
(52)?L'intera ricerca, si può dire, converga verso queste domande. Invitiamo lettori e cybernavigatori a verificare direttamente le risposte sul campo che essa fornisce.
Per parte nostra, dobbiamo rinviare ad altra occasione la problematizzazione delle questioni messe in tema dalla ricerca del Cattaneo e da quella dell'Imes. Per ora, ci siamo limitati ad osservazioni propedeutiche.
Note
(1) Formez/Imes, Cultura e sviluppo. L'associazionismo nel Mezzogiorno (a cura di C. Trigilia), Catanzaro, Meridiana Libri/Donzelli, 1995.(2) Formez/Istituto Cattaneo, Fare cultura. La produzione culturale nel Mezzogiorno (a cura di M. Santoro), Bologna, Il Mulino, 1995.
(3) C. Trigilia, La ricerca dell'Imes sull'associazionismo culturale nel Mezzogiorno, "Meridiana" n. 22/23, 1995, p. 100.
(4) Ibidem.
(5) Ibidem, pp. 100-101.
(6) Cfr. A. Bagnasco (a cura di), L'associazionismo, in Stato dell'Italia (a cura di P. Ginsborg), Milano, Il Saggiatore, Bruno Mondadori, 1994.
(7) Per una rassegna critica di tali approcci, cfr. F. Ramella, Gruppi sociali e cittadinanza democratica. L'associazionismo nella letteratura sociologica, "Meridiana", n. 20, 1994.
(8) C. Trigilia, op. cit., p. 101.
(9) Ibidem, pp. 101-102. Come informa lo stesso Trigilia, la definizione è un riadattamento di quella fornita da D. L. Sills, Volontary Associations. Sociological Aspect, in Idem (a cura di), International Encyclopedia of the Social Sciences, New York, MacMillan-The Free Press, 1972. Per una ricognizione più recente, P. P. Donati, Associazione (voce), Enciclopedia delle scienze sociali, I, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
(10) Trigilia, op. cit., pp. 104-105.
(11) Ibidem, p. 105.
(12) Ibidem, pp.105-110. Ma anche F. Ramella, Mobilitazione pubblica e società civile meridionale, "Meridiana", n. 22-23. 1995, pp. 127 ss.
(13) C. Trigilia, op. cit., pp. 105-106.
(14) Cfr. A. Manoukian (a cura di), La presenza sociale del Pci e della Dc, Bologna, Il Mulino, 1968; C. Trigilia, Sviluppo economico e trasformazioni socio-politiche dei sistemi territoriali in economia diffusa. Le subculture politiche territoriali, "Quaderni della Fondazione Feltrinelli", n. 16, 1981; Idem, Grandi partiti e piccole imprese. Comunisti e democristiani nelle regioni a economia diffusa, Bologna, Il Mulino, 1986.
(15) Trigilia, op. cit., pp. 11-113.
(16) Sul punto, il rinvio è al "classico" R. Inglehart, Valori e cultura politica nella società industriale avanzata, Vicenza, Liviana, 1993; ma già, dello stesso autore, La rivoluzione silenziosa, Milano, Rizzoli, 1983.
(17) Cfr. F. Ramella, op. ult. cit. Più in generale, uno dei bersagli critici della ricerca Formez/Imes, oltre ad alcuni elementi caratteristici del "familismo amorale" (E. C. Banfield, Le basi morali di una società arretrata, Bologna, Il Mulino, 1976), è rappresentato dalle tesi di R. Putnam (La tradizione civica delle regioni italiane, Milano, Mondadori, 1993) che causalizzano l'"arretratezza meridionale" alla carenza di "spirito civico". Una radicale, per quanto implicita, contestazione delle tesi à la Putnam è rinvenibile in F. Piperno, Elogio dello spirito pubblico meridionale, Roma, manifestolibri, 1997.
(18) Per una trattazione più diffusa della questione, sia concesso rinviare ad A. Chiocchi, Movimenti. Profili culturali e politici della conflittualità sociale in Italia negli anni '60 e '70, Mercogliano (Av), Quaderni di "Società e conflitto", n. 9, 1996; reperibile sul web ai seguenti indirizzi: http://asscultrelazioni.freeweb.org/Quaderni.html; http://societaetconflitto.freeweb.org/Quaderni.html
(19) Altrove à stata tentata una prima ricognizione in questa direzione: cfr. A. Chiocchi, Il filo e la trama. Culture, identità e codici politici nel Mezzogiorno, Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazioni, 1997; reperibile sul web al seguente indirizzo: http://asscultrelazioni.freeweb.org/ProfiliMeridionali.html.
(20) M. Santoro, Cultura e Mezzogiorno: vecchie questioni e nuove domande, in Formez/Istituto Cattaneo, Fare cultura… cit., pp. 15-16.
(21) Ibidem, p. 16.
(22) Ibidem.
(23) R. Wiliams, Sociologia della cultura, Bologna, Il Mulino, 1982. Santoro, per la ricostruzione del significato complesso di "cultura", rinvia a: P. Rossi (a cura di), Il concetto di cultura, Torino, Einaudi, 1970; E. Leach, Cultura/culture (voce), Enciclopedia Einaudi, Torino, vol. IV, pp. 238-270, 1978; B. Valade, Cultura, in Trattato di sociologia (a cura di R. Boudon), Bologna, Il Mulino, 1997.
(24) Sul punto, Santoro rinvia a R. A. Peterson, Le sociologie de l'art et de la culture aux Etats-Unis, "L'Année Sociologique", n. 39, 1989.
(25) Santoro, op. cit., pp. 17-18.
(26) Ibidem, p. 18.
(27) Ibidem.
(28) Ibidem, pp. 18-19.
(29) Ibidem, p. 19.
(30) Ibidem. Riportiamo qui i riferimenti bibliografici, sul punto, forniti da Santoro: "American Behavioral Scientist", The Production of Culture: A Prolegomena (a cura di R. A. Peterson), n. 6, 1976; R. A. Peterson, La sociologie de l'art …, cit.; Idem, Culture studies through the production perspective: progress and prospect, in D. Crane (a cura di), The Sociology of Culture: Emerging Theoretical Perspectives, Oxford, Blackwell, 1994; D. Crane, The production of Culture, Bewerly Hills, Sage, 1992; W. Griswold, Cultures an Societies in a Changin Word, London, Pine Forge, 1994 (trad. it. Sociologia della cultura, Bologna, Il Mulino, 1997).
(31) Santoro, op. cit., p. 20.
(32) Ibidem.
(33) Ibidem.
(34) Ibidem, pp. 20-21.
(35) Ibidem, p. 31. I riferimenti di Santoro, sull'argomento, sono: P. Bevilacqua, Breve storia della questione meridionale, Roma, Donzelli, 1993; A. Mutti, Sociologia dello sviluppo e questione meridionale oggi, "Rassegna italiana di sociologia", n. 2, 1991; C. Trigilia, Sviluppo senza autonomia. Effetti perversi delle politiche nel Mezzogiorno, Bologna, Il Mulino, 1992.
(36) Griswold, op. cit.; in particolare, pp. 13-33; la raffigurazione dello schema è a p. 31. Sul tema specifico si veda anche CeSICoL, Culture locali/politiche locali, Biella, 2000, segnatamente il Cap. II: "Lo stato degli studi culturali"; il lavoro è presente sul web ai seguenti indirizzi: http://web.tiscalinet.it/cesicol/Ricerche.html http://osservatoriocultura.freeweb.org/analisi.html.
(37) Ibidem, p. 31; i primi due corsivi sono nostri.
(38) Santoro, op. cit., p. 32.
(39) Ibidem.
(40) Qui Santoro si riferisce esplicitamente a: M. Livolsi-F. Rositi (a cura di), La ricerca sull'industria culturale, Roma, Nuova Italia Scientifica, 1988.
(41) Santoro, op. cit., p. 32.
(42) Ibidem, pp. 33-34.
(43) D. Crane, The Production of the Culture, cit.
(44) Santoro, op. cit., p. 35.
(45) Ibidem, p. 34.
(46) Ibidem, p. 35.
(47) Sul punto, si rinvia a D. Forgacs, L'industrializzazione della cultura italiana (1880-1990), Bologna, Il Mulino, 1992; G. Pennella-M. Trimarchi (a cura di), Stato e mercato nel settore culturale, Bologna, Il Mulino, 1992; Formez, "Problemi di Amministrazione Pubblica", (Quaderno n. 19), 1993; Carla Bodo (a cura di), Rapporto sull'economia della cultura in Italia 1980-1990, Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per l'Informazione e l'Editoria, 1994.
(48) Santoro, op. cit., p. 36.
(49) Ibidem, pp. 36-37.
(50) H. Becker, Ars as collective action, "American Sociological Rewiew", n. 6, 1974.
(51) Santoro, op. cit., p. 38.
(52) Ibidem, pp. 38-39.