STRUTTURE EPOCALI E QUOTIDIANE DELLA VIOLENZA
(*)di
Antonio Chiocchi1. I dilemmi della violenza - 2. Tradizione, violenza, cultura - 3. Critica della violenza
Nella
nostra epoca storica, i temi della violenza, della non-violenza, del conflitto,
della pace e della guerra sono stati tra quelli più presenti nella discussione
filosofica e nel dibattito politico.
Iniziamo
la nostra riflessione, chiedendoci con P. Barcellona: la violenza vede
schiudersi la sua epocalità e il presente esaurisce il destino del suo
progetto?; oppure è il presente la condizione epocale della violenza?[1].
La "verità" del nostro tempo dove sta, dunque: nella violenza o nella
non-violenza? Dove sta il passaggio epocale: nella metamorfosi che conduce
alla violenza impersonale e terribile dello Stato alla "violenza
diffusa", alienata e insensata, di gruppi sociali più o meno emarginati?
Dunque, continuando a seguire Barcellona, siamo condannati a: «una violenza
senza volto e senza obiettivo, anonima e indeterminata; assomiglia all'inquinamento
atmosferico e alla desertificazione delle campagne, e niente affatto alla
rivolta sociale e alla ribellione protestataria»?[2].
Da questo lato, l'impoliticizzazione evidente della violenza e il suo
evaporarsi come "metodo di lotta politica" (come recita una formula,
ormai, classica) condurrebbero alla sua messa in valore come fatto in sé. La
violenza come "fatto" si converte in valore interiorizzato nelle
condotte collettive e nell'ordito delle relazioni sociali. Risalirebbe, così,
da un arcano profondo e rimosso «una primitiva voglia di uccidere», una «sorta
di avversione pure verso ogni 'estraneità' che assume le sembianze di un
soggetto o di un volto altrui, diverso»[3].
La rottura di "fondamento" politico condurrebbe a una cannibalizzazione
della vita civile: la violenza assume, tout
court, un volto umano (meglio: il volto umano). Violenza antropomorfa è
anche e immediatamente antropofagia sociale: Behemoth senza il freno di
Leviathan e, inoltre, ben all'interno dell'anima del comportamento politico e
dell'esistenza umana. Il Giano bifronte hobbesiano e di tutta la politica
moderna (Leviathan/Behemoth) è come sconquassato. Nelle sue note, Barcellona
non riconduce l' esplorazione sino a questi luoghi di origine; dei quali,
invece, offre una rivisitazione particolare e intensa nei suoi due più
importanti libri([4].
In ogni caso, Barcellona assume la rottura del «nesso fra rivoluzione e
violenza, fra politica e guerra». E qui il "dilemma" viene
estrapolato nelle forme del "paradosso", poiché, continua Barcellona,
la rottura avviene «proprio nei luoghi
e nei contesti che più ne sembrano originariamente e strutturalmente condizionati:
lo stato sovietico e i partiti comunisti ... è la più grossa discontinuità
rispetto alla tradizione del comunismo»[5].
Consideriamo i termini filosofico-politici delle questioni. Che anche su questo
terreno (o, forse: soprattutto su questo terreno) ci si debba misurare con le
"radici della violenza" e con i presupposti della "cultura
giuridica e democratica" appare perfino scontato. Effettivamente,
l'orizzonte della discussione filosofica e politica è quello relativo alle
"cose ultime[6].
Se così è, davvero il piano della democrazia come "sistema di regole"
appare una soglia più bassa o, quantomeno, in crisi; come più bassa sembra la
soglia del diritto inteso «come “procedimentalizzazione” autoriflessiva del
conflitto»[7].
Oltre queste soglie non si danno meri rompicapo teorici e metafisici; bensì
urtiamo contro le questioni che attengono alla vita delle donne e degli uomini,
dell'ambiente e dell'habitat etico-sociale. Da qui occorre riproblematizzare e
ripensare i nessi diritto/giustizia, patto/prassi politica, razionalità/etica.
La
nuova visione antropologica richiamata da Barcellona propone una figurazione
discontinua, ma attuale del comunismo che, di fatto, costringe a ripensare il
nesso tra rivoluzione e pace. Se il comunismo, nell'analisi di Barcellona, dal
piano inclinato della rivoluzione pare slittare verso il terminale della pace,
sotto forma di elogio problematico della non-violenza, rivoluzione e pace
vengono posizionate come modelli alternativi. Del problema è già consapevole G.
Girardi, il quale arriva a parlare di "due epoche di militanza" per
uno stesso singolo militante[8].
Ma fino a che punto questo passaggio polare è una svolta radicale e da che
punto in poi, invece, è una fuga, un ripensamento? Questo il problema di fondo
che l'articolo di R. Rossanda ha il coraggio di non eludere[9].
L'approdo alla pace quale alternativa della rivoluzione (oppure, detto in altri
termini: la rivoluzione non-violenta) si configura qui come un troncamento del
cammino, uno spezzarsi dell'io e del noi che smettono di essere problema:
scelgono di non essere dilemma, ma un corno del dilemma. Da qui prende avvio il
paradosso; o meglio: l'appiattimento dell'orizzonte della riflessione e della
discussione su un soglia aconflittuale. Se qui l'approdo è aconflittuale, è esattamente
perché l'avvio e aproblematico: la rivoluzione viene pensata e concettualizzata
come rovescio polare e senza requie della pace. Lo spazio epistemologico slitta
dal paradigma marxiano della lotta di classe a quello della "pace perpetua"
(abate di Saint-Pierre, Rousseau, Kant), postulati l'uno come contraltare
dell'altro; a volte esplicitamente, altre implicitamente. Cultura della
rivoluzione e cultura della pace vanno, invece, posizionate come elementi di
una diade altamente problematica. Così inquadrando le cose, ne discendono
immediatamente alcuni quesiti storici di grande interesse: (i) in che misura
cultura della rivoluzione e cultura della pace convivono o si scontrano nel
biennio 1968-69 ?; (ii) fino a che punto la critica antiautoritaria che
percorre il Sessantotto può essere letta come cultura della pace e da che punto
in poi, invece, inocula i batteri autoritari di un nuovo conformismo ideologico? Agitando il sostrato categoriale di tali domande, la scena si complica
ulteriormente. Il contraltare della pace è semplicemente la violenza?; oppure
la guerra ? E ancora: ha senso parlare univocamente di pace e di guerra, a
fronte della situazione tipica della modernità e, a fortiori, al cospetto della
minaccia della bomba atomica? Sentiamo brevemente Gilardi: «Nel definire ora
la problematica che ci interessa mi sembra necessario distinguere almeno tre
livelli, riguardanti rispettivamente la guerra atomica, la guerra in generale e
la violenza. Ognuno di essi presenta una sua specificità. Perché la guerra non
è generica forma di violenza, ma una forma specifica di essa; così come la
guerra atomica non è solo un caso particolare di guerra, ma un caso limite, a
proposito del quale tutti i dibattiti classici sulla terra vengono sconvolti»[10].
Qualunque sia lo sviluppo della riflessione, non si può rinunciare a questa
tripartizione minimale; almeno fino a quanto la discussione insiste nell'ambito
politico. A sua volta, questa tripartizione prevede necessariamente alcune
distinzioni interne. Innanzitutto, quella tra violenza e forza: essendo la prima
coercizione finalizzata al dominio dell'altro, ridotta a mezzo la cui identità viene sussunta; mentre la forza è coercizione
definalizzata che rende schiavo
l'altro al di fuori di un "progetto", ma quotidianamente e serialmente
come fatto bruto. In secondo luogo, vige una distinzione tra dominio e potere
(tanto più tra forza e potere): essendo il dominio legale, ma non legittimo;
mentre il potere è esercizio legittimo della violenza legale. In terzo luogo,
potere e violenza si distinguono, poiché mentre il primo è animato dalla teologia
politica della sovranità, la seconda ruota esclusivamente attorno alla
pragmatica dei mezzi. Infine, le coppie rivoluzione/violenza e politica/guerra
sono, per lo più, postulate come equivalenti o, tutt'al più, come uno
slittamento di situazioni; designano, in questo caso, un isomorfismo esterno
fondato su antinomie interne. Il carattere omologo delle coppie viene incardinato
sull'antinomia che entro ognuno viene intessuta tra i due termini: rivoluzione versus violenza e politica versus guerra. In altre elaborazioni,
l'isomorfismo esterno corrisponde a quello interno: rivoluzione come violenza e
politica come guerra. Da questo sfondo concettuale frastagliato si origina il
paradosso di Barcellona, consistente nell'inversione semantica con cui si tenta
di concettualizzare e riconcettualizzare il comunismo alla soglie del XXI
secolo: rivoluzione senza violenza, secondo una linea di pensiero che nella contemporaneità
va da Gandhi a Luther King. Ma rivoluzione senza violenza è anche politica
senza guerra. Di questo scenario teorico R. Rossanda ha buon gioco, rilevando
una caduca "dichiarazione d'intenti": «secondo il quale non esiste
conflitto che non possa essere pacificamente risolto»[11].
Politica diviene sinonimo di pace; e reciprocamente. Conseguenzialmente,
rivoluzione è testo e semantica della politica di pace. Il paradigma chiave del
pensiero politico moderno: politica come conflitto, viene spezzato e rovesciato
nel suo inverso: politica come pace. L'identità viene, così, deprivata della
sua alterità, della sua differenza irriducibile. La relazione politica è,
allora, durata ed estensione del "sempre uguale", dell'identità che
non sa riconoscere e non sopporta il carico e la presenza della differenza.
Pace è qui, dunque, sinonimo di uniformità: l'uniforme indigente dell'identità
che riesce a confrontarsi e a colloquiare unicamente con il riflesso
restituitole dal suo specchio. "Ordine mondiale" e "impero
mondiale" e, dunque, pace e dominio risultano qui essere tremendamente
somiglianti, facce della stessa medaglia. Non vi può essere fruttuosa ricerca
del diverso e dell'altro, rimuovendo il conflitto e la conflittualità tra
rivoluzione e pace e tra violenza e politica. Se questo è vero, ne discende che
le coppie rivoluzione/violenza e politica/guerra non sono isomorfe e che all'interno non sono
dicotomiche, bensì problematiche. Il recupero filosofico-politico della
rivoluzione ai temi e alle ragioni della giustizia, della libertà e della
felicità non può voler indicare la cancellazione e l'attenuazione della
violenza e della guerra nell'esperienza umana e nella storia; anche per la non
secondaria ragione che nella condizione contemporanea le forme della violenza e
della guerra si sono oltremodo capillarizzate nell'interiorità e nella relazione
intersoggettiva. Ciò indica, per una ragione decisiva in più, che la stessa
critica della pace e la stessa critica della rivoluzione sono inestirpabili
dall'universo dialogico della comunicazione sociale e intersoggettiva. Solo se
si fossero rispettate tutte queste stazioni dell'essere della critica e della
verità, nessuna fuga e nessun ripiegamento si sarebbero concretati.
Il paradosso più singolare, in cui paiono precipitare i “gruppi dirigenti” della sinistra italiana (con poche eccezioni), è l’appiattimento dell’orizzonte della trasformazione all'ideale liberal-democratico. In una prima e incerta fase, destinata ben presto a rientrare del tutto (fatta eccezione della “rottura continuista” di “Rifondazione comunista”), come contraltare interno a questa “svolta” il sistema dei valori connotante il comunismo (nella sequela chiave Marx/Benjamin/Bloch) viene eretto come antitesi oltrepassante del liberalismo, ancor prima che come critica della democrazia borghese (e delle sue ritraduzioni socialdemocratiche). Solo il trascendimento del sistema assiologico di questa idea di comunismo e dei suoi riferimenti forti può consentire il passaggio epocale e una metamorfosi della quotidianità. Solo la critica del comunismo come sistema e come ideologia (secondo l'ideale della democrazia) e la critica dei sistemi democratici (secondo gli ideali comunisti della giustizia distributiva e redistributiva e quelli della disalienazione del mondo e della libertà della vita) possono sospingere oltre l'orizzonte bloccato del dilemma: comunismo o democrazia?
Per un'evoluzione del discorso precedente su
questa direzionalità, occorre investigare preliminarmente il rapporto tra
"fondamento" e divenire della violenza. Non si può ricacciare
nell'oblio l'evidenza moderna che ha visto la violenza essere anche quel "fondamento"
politico che ha insediato lo Stato: il patto e/o il contratto sociale. Anzi: il
patto legittima alla violenza esclusivamente lo Stato, a cui ne attribuisce il
monopolio. Lo stesso Stato democratico, dunque, reca in sé un contrassegno
violento che, a mezzo della norma e dell'ordinamento positivo, dissimula e
"misconosce"; per far uso del lessico mutuato da R. Girard da E.
Resta[12]. Potenzialmente
e teoricamente, quanto più violenta è la cittadinanza, tanto più essa sottrae
il "monopolio della violenza legittima" allo Stato. Sul piano degli
imperativi categorici, il surplus di
conflittualità sociale inibisce il "monopolio della violenza" allo
Stato e, allo stesso tempo, costringe quest'ultimo a ipertrofizzarsi, per
venirne a capo. Capita di rilevare, sul terreno storico-empirico, che contestualmente
a un processo di delega della violenza politica (legittima) allo Stato si
sviluppino livelli di violenza interindividuale e interumana quanto mai spinti;
e all'opposto. Quando sembra che la politica scompaia in una dimensione sommersa, terribile e soffocante, esplodono piccole e innumerevoli
"guerriglie" quotidiane interindividuali. Erompono micro conflitti
sediziosi, sanguinosi e molecolari intorno a interessi di gruppo in continua
ridefinizione, in una mappa costellata di infiniti corporativismi, egoismi e
settarismi. Quando, invece, è la micro conflittualità interindividuale a
tacere, sembra accumularsi violenza politica, la quale si dilata fino a
esplodere nelle forme della guerra. Ognuna delle situazioni sembra escludere
l'altra, relegandola nel mare dell'informe e del nulla. Ma così non è. Le due
situazioni sono sempre interconnesse; così come la quotidianeità è sempre
interconnessa all'epocalità e l'attimo all'eternità. Isolare la struttura
epocale della violenza da quella quotidiana non è dato. La premessa teorica di
tale scissione indebita sta nel postulato sociologico che alloca
"struttura della personalità" (e/o individuo) di contro a
"struttura della società". Siffatto postulato, se consente di
puntualizzare la critica alla fede superstiziosa nelle sorti magnifiche del
"progresso" (tipica delle sociologie dell'Ottocento), fa contestare
oltre il lecito la "natura sociale" (dialogico-politica) dell'uomo,
secondo gli assi concettuali progressivamente definiti da Socrate, Platone e
Aristotele. Il postulato si spinge sino a suggerire un'equazione assai poco
perspicua e rigorosa: individuo eguale asocialità. In gran parte, questo tipo
di conclusioni caratterizza le sociologie del Novecento. Sulle due forme speculari di indigenza sociologica ha
scritto pagine acute e assai belle N. Elias, nella sua “Introduzione” del 1968 al suo fondamentale libro del 1936[13].
Ora la Zivilisation, diversamente da
quanto assume E. Resta[14],
non è riconducibile meramente a ingabbiamento e neutralizzazione della forza,
misconoscendola; al contrario e più capillarmente, è decostruzione della forza,
sua metamorfosi in forma di violenza inclinante, per parte sua, verso il
potere. Allora, Elias non è sopravvissuto a Benjamin; anzi, ne sposta e approfondisce
lo sguardo su universi trascurati e impensati. Violenza non esclusivamente in
rapporto a diritto e giustizia, dunque. Violenza come cifra della Zivilisation (che resta il contrassegno
della lettura benjaminiana) si abbina e interconnette con Zivilisation come
comunicazione che eccede l'aldiquà (la forza) e l'aldilà (il potere)
della violenza. La convenzione del potere comunicativo non è solo portato dalla
terribile decisione dello Stato; ma anche forma, ingranaggio attraverso cui
passa l'insediamento della libertà e della felicità. Una lettura critica
(vichiana: verrebbe fatto di dire) di Benjamin rende meglio edotti della
preziosa e grande lezione che ci viene da Elias. Lo stesso discorso di R.
Girard, a cui ripetutamente si rifà E. Resta[15],
riconosce all'atteggiamento relativo alla violenza un profilo differenziato, al
cui interno operano non soltanto le funzioni del misconoscimento, ma anche quelle della mimesi. La violenza misconosciuta è anche la violenza del contagio mimetico.
Non è, questa, una prerogativa assoluta della violenza. Afferma Girard: «Non
c'è nulla o quasi, nei comportamenti umani, che non sia appreso, e ogni apprendimento
si riduce all'imitazione»[16].
Nella violenza coabitano pulsione al misconoscimento e desiderio mimetico. È
noto come Girard scandagli questa ambivalenza delle strutture epocali e
quotidiane della violenza, riflettendo progressivamente sull'opera di alcuni
grandi della letteratura europea: Cervantes, Proust, Shakespeare, Stendhall,
Dostoevskij, Flaubert. Osserva, al riguardo, J. Sémelin: «Gli eroi imitano
reciprocamente gli uni i desideri degli altri: desiderano soltanto gli oggetti
che in qualche modo spettano agli altri. Quindi per Girard il nostro desiderio
è sempre il desiderio di un altro, di un modello che, desiderando lo stesso
oggetto che abbiamo noi, diventa un rivale. È questa matrice la nostra
violenza»[17]. Desideri e agonismo mimetici, così, palesano
la violenza: la mettono in scena, per così dire. Ne costituiscono, ad un tempo,
una causa primordiale e un mezzo di comunicazione e interiorizzazione. Ora, è
proprio l'esasperazione del conflitto mimetico che conduce all'oblio, al
misconoscimento delle ragioni fondanti che hanno installato la violenza. Ma il
misconoscimento non zittisce la conflittualità e nemmeno cancella la violenza.
Al contrario, le desituaziona mimeticamente: le mimetizza, decentra e
destruttura molecolarmente. Il paradosso è qui esattamente questo: quando più
la conflittualità e la violenza si decostruiscono e decentrano diffusivamente
nel "sociale" e nell'"emozionale", tanto più coprono di
stratificazioni spurie le loro proprie ragioni ultime e le loro radici
primordiali. Paradosso; ma non stranezza. Dopo Freud, non possiamo più stupirci
di fronte a fenomenologie di questo genere. La dilemmaticità della violenza,
con particolare acutezza e stridore nelle società complesse, assume le forme espressive e le movenze del paradosso. La violenza, soprattutto qui in questo
angolo di mondo e questo punto/ora, è dilemma paradossale e paradosso
dilemmatico. Ciò assegna ai suoi percorsi multidirezionalità e
multisignificatività. La violenza ufficiale misconosciuta dalle istituzioni
viene sorpresa e disvelata nella molecolarità dell'agonismo mimetico;
quell'agonismo che proprio il misconoscimento aveva cooperato a insediare.
Stato, istituzioni, agenzie del controllo sono, in ogni modo, colti in flagrante.
La fallibilità del misconoscimento risiede proprio: (i) nell'evidenza palmare
dell'impossibilità del nascondimento della violenza; (ii) nel corto raggio di tutte quelle operazioni che
imputano unicamente all'altro opzioni e condotte violente. A ben vedere, il
misconoscimento della violenza indotto dallo Stato e dalla società ufficiale
non ha per scopo principale l'occultamento della (loro) violenza, quanto la
scrittura in un nuovo contesto storico-antropologico del rituale primigenio
della colpa, della sanzione, della pena, della vendetta della giustizia, della
catarsi e del sacrificio. Il recupero dell'hybris,
in contesto così ridefinito, avviene non nell'immediatezza della narrazione
mitologica; bensì nella mediazione procedurale e decisionale del mitologema
della machina. Ed è proprio Benjamin
uno dei primi più acuti osservatori di questa metamorfosi, col suo discorso sul
significato mitopoietico, di enorme carica performativa, dello "scettro
del sovrano" in epoca barocca[18].
La fenomenologia della violenza, sdoppiandosi nel misconoscimento e nella
mimesi, sedimenta su due fuochi le sue strutture. Nella quotidianità l'arcano
epocale della violenza ritesse continuamente il suo testo. La primordialità
epocale della violenza, a sua volta, zampilla dalla cristallizzazione di infinite
quotidianità primigenie. La violenza è sempre stata intersezione di epocalità e
quotidianità; e, probabilmente, sempre lo sarà. Intersezione che accumula contesti
differenziatori e seleziona cerchie integratrici. Le equipollenze funzionali
che il misconoscimento attiva per coprire la violenza, da un lato, ne smorzano
il carico intensivo all'interno delle strutture portanti del patto politico e
del legame sociale e, dall'altro, la riproducono su scala allargala nel
"sociale" e nell"'emozionale". Le funzioni
sacrificali/protettive del misconoscimento hanno per fine la difesa del
'politico' dalla "turbolenza sediziosa" delle passioni. Senonché la
passionalità dei conflitti quanto più è eccentrica al 'politico', tanto più è
vicina ad aggredire l'architrave su cui si reggono legame sociale e convivenza
civile. Questa la differenza di fondo che la condizione delle società
complesse introduce a paragone dei paradigmi seicenteschi di "pace e
sicurezza": dal modello hobbesiano al codice politico barocco fino alle
teorie della "ragion di Stato". La protezione del 'politico' dalla
critica delle passioni e la linea di fuga dalla crisi politica non salvano
l'istituzione politica da una caduta di legittimità; né ne conservano
l'intangibilità. Nel punto/ora delle società complesse e nei ritmi di epocalità
da esse definiti e sperimentati il contagio mimetico della violenza ci narra
in forme mitico-disperate la frattura istituzioni/movimenti, Stato/cittadini,
sovranità/cittadinanza. Il 'politico', proprio perché non può e non sa più
essere
centro della società e prerogativa assoluta dello Stato, non può più essere
messo in salvo o redento dai miti e riti sacrificali e oppressivi del
misconoscimento della violenza. Nel misconoscimento ora il 'politico' si
dispera ed è catturato dalle spirali della sindrome di onnipotenza: monda la
sua colpa attraverso la sanzione a cui implacabilmente sottopone tutto ciò che è
diverso da sé. Le strategie del misconoscimento, in questo nuovo orizzonte, non
tendono a nascondere la violenza con l'auto-inganno. Piuttosto, intendono
esonerare il 'politico' dal carico della violenza e trasmetterla come pena
infinita all'individuo e alla società, nel loro rapporto di interazione e
differenziazione. Scaricandosi e "liberandosi" della propria
disperazione, il 'politico' presume di ritrovare la propria giovinezza perduta
e le proprie energie consumate; la sua incontaminatezza e inviolabilità;
quella "forza" che il potere comunicativo gli aveva fatto distillare
in tutte le orbite sociali, svenandolo. Ma, così, l'auto-inganno si dilata
oltre misura: prima era circoscritto alle radici e alle ragioni della violenza;
ora si innerva nel profondo del 'politico' medesimo: il 'politico' si inganna
da sé su se stesso. Prima attraverso la violenza aveva ingannato l'individuo e
la società; ora è la violenza, che in una sorta di nemesi, conduce e induce il
'politico' all'auto-inganno. Ma quale 'politico'? Il 'politico' in sé,
nella sua struttura significazionale e comunicativa?; oppure le rappresentazioni
e le costruzioni organizzate e simboliche che di esso la classe politica
dominante, il pensiero politico conformista e l'ideologia ufficiale hanno dato?
Ecco che dai dilemmi della violenza risaliamo ai dilemmi del 'politico":
dalla sua architettura originaria, alla epocalita/quotidianità che lo connota
nelle società complesse. Il primo passo dell'affrancamento del 'politico' sta
nell'affrancarlo dall'inganno in cui lo ha stretto la violenza. La prima
conseguenza dell'affrancamento consta nella liberazione della violenza dalla mimesi
del rito del sacrificio e della vendetta. Secondo questo itinerario, oltrepassare
i limiti e i confini della violenza vuole dire regalare passi al cammino della
libertà. E la libertà non come antidoto del dominio e della schiavitù; bensì
come tempo, il cui spazio di epocalità e quotidianità non risiede semplicemente
nel divieto della violenza, ma nel recupero e nella esaltazione umile e responsabile
dei suoi nuclei di verità che misconoscimento e contagio mimetico avevano
deviato, distorto e alienato. Questo non perché ogni cosa è dialetticamente e
ingenuamente trasformabile nel suo contrario; ma per il fatto che si può
uscire da ogni tormento e coltivare ogni patrimonio energetico soltanto traversandone
il cuore macerato, risalendo e ripartendo dalle sue radici: cogliendone e
curandone le luci e le ombre.
Il
punto è situare più precipuamente la violenza come oggetto e gli stessi
soggetti titolari di opzioni e condotte violente. Così, il conflitto non
smarrisce mai il suo oggetto; e i suoi soggetti, non confondendosi con
l'oggetto, non cessano di riconoscersi alteri, senza per questo sentirsi
necessariamente rivali e ostili secondo una relazione ontologica di reciproca
prevaricazione e oppressione. Deve essere progressivamente chiaro, il più
possibile, l'oggetto vero del contendere; come vanno individuati e distinti i
soggetti della contesa. L'urgenza è sempre quella di guardare dal didentro e
dal difuori i processi e le strutture della mimesi, inseguendone le correnti e
le controcorrenti, al fine di evitare di essere precipitati, dalla mimesi del
conflitto, nella mimetizzazione del conflitto. Nel regno di quest'ultima gli
antagonismi perdono la loro natura e ragione conflittuale: o si assolutizzano
come crepe e malattie destinali incolmabili e insanabili; oppure si evaporano e
banalizzano nella routine e nell'ottusità quotidiana. Ora, assumendo la necessità
di riconoscere al conflitto il suo oggetto e i suoi soggetti, ci collochiamo
subito in un quadro concettuale critico della teoria girardiana del
"conflitto senza oggetto". Girard non vuole banalmente indicare che
il conflitto non preveda e includa nel suo scenario un oggetto; vuole, più
precisamente, significare che l'oggetto è metamotivazionalmente ininfluente ai
fini dell'attivazione e risoluzione del gioco conflittuale. Per Girard, il
conflitto in quanto tale fa sempre primato sull'oggetto: il secondo è solo e
sempre scena transitoria e mutevole; il primo è sempre ritmo, azione e movimento
mai domi e mai risolti. Il conflitto è qui un circolo vizioso imperniato su se
stesso, condannato al moto perpetuo della replicazione inane. È inconcludente
nel senso duplice che non si "chiude" e non perviene mai a risultanze
significative e positive. Questa curvatura dell'analisi consente a Girard di
concludere: «Non c'è niente di più difficile che ammettere la sostanziale
nullità del conflitto umano»[19].
Per parte nostra, invece, assumiamo la vitale esigenza di arrivare a discernere
l'oggetto del conflilto, salvandolo dall'antagonismo mimetico; proprio per la
rilevanza che l'oggetto ha nell'innesco e nella soluzione del conflitto. Ma,
ancora
di più, per il motivo che condividiamo con antichi filoni di pensiero quella
concezione che considera il conflitto un bene posizionale, una situazione
costitutiva dell'esserci dell'uomo e della donna e del loro destino nel tempo.
Assegnando al conflitto il timbro della nullità, per estensione analogica e
collegamento logico, finiamo con l'attribuire all'essere stesso la cifra del
nulla, violentando rovinosamente il legame tra essere e tempo e tra essere e
nulla. Ove ciò accade, prende avvio un pensiero ingenuamente non-violento
che reca in sé impressa l'infezione violenta della confluenza essere/niente. La
povertà di tale approdo risalta con maggiore evidenza, se si precisa che per
oggetto del conflitto non vanno assunte cause e obiettivi economico-materiali,
ma anche (se non di più) motivazioni e obiettivi di carattere simbolico e
immateriale. Ricondurre il conflitto al suo oggetto vuole dire aprire un
percorso
risolutivo del contenzioso che lo ha innescato: ciò sul piano della possibilità
e della necessità di questa possibilità. Vuole dire riconoscere le ragioni
culturali, materiali e simboliche dei soggetti della conflittualità, per
tentare di installare qui una comunicazione tra diversi. Il conflitto, allora,
è il tramite del riconoscimento e dell'eteroriconoscimento, del mutamento e
della conferma dell'identità singola e delle identità in rapporto.
2. Tradizione, violenza, cultura
Alcuni
fenomeni/eventi hanno profondamente segnato e caratterizzato il Novecento,
assegnandogli un suggello e un sigillo. Essi sono, non necessariamente
nell'ordine cronologico: Auschwitz, Hiroshima e il Gulag. Per il loro tramite,
il Novecento si è come cucito addosso la sua epocalità e la sua quotidianità,
la sua tradizione e la sua cultura. Quale rapporto di continuità/rottura tra la
tradizione della violenza e la tradizione segnatamente novecentesca? Da dove
proviene il "silenzio" che fa ammutolire e disperare lo sguardo
dinanzi e dopo Auschwitz? Dove quell'orrore silente, che fa precipitare
nell'angoscia Adorno, dimorava prima di Auschwitz?
Sul
piano culturale e simbolico, v'è un nesso profondo che accompagna la
transizione dall'uomo moderno all'uomo contemporaneo che è possibile
sintetizzare come esonero dalla libertà. Dall'homo
faber, in capo a circa cinque secoli,
perveniamo all'homo creator, padrone
dei meccanismi della produzione/riproduzione sessuo-genetica ed ecologico-ambientale.
L'uomo, liberandosi, si è come liberato dalla trasparenza dell'obbligazione
morale e la sua hybris non è
raffrenata e temperata dalla innocenza e dalla giustizia dell'amore e
dell'amicizia, della grazia e della solidarietà. Egli, mettendo e
circoscrivendo in totalità la sua libertà, ha finito col rompere il delicato
equilibrio della relazione tra libertà e giustizia. Senso e consapevolezza del
bene si confondono e smarriscono; senso e consapevolezza del male si opacizzano
e congelano in figure misterico-orride. La libertà si identifica con la
"potenza" e con il "potere": con il poter far a meno
dell'azione temperatrice e affrancatrice della giustizia. Qui è creatrice solo
e sempre questa "azione libera", sgravata dal senso della giustizia;
giammai creative sono le forme e le figure della giustizia. Una libertà senza
diritti spiana la strada alla onnipotenza: l'unico diritto riconosciuto è il
diritto di questa forma precipitante e tirannica della libertà. Qui il diritto
è ispirato, delimitato e comandato dalla "potenza" e dal
"potere". Ma si tratta di un "potere" e di un
"diritto" ben poveri, se per immaginarsi, rappresentarsi ed
esperirsi hanno bisogno di fare il deserto intorno a loro, disconoscendo, con
l'altro, il diritto altrui. Ogni umano è "spontaneamente" portato a
ricercare, nella libertà, la propria ed esclusiva libertà, esonerandosi e
deresponsabilizzandosi dalla libertà dell'altro. Paura della libertà dell'altro
e della propria personale libertà fanno qui tutt'uno come all'inverso: non vi
può essere la mia personale libertà, senza la libertà dell'altro; come la
libertà dell'altro non può reggersi sul disconoscimento della mia personale
libertà. La paura della libertà è il siero velenoso che mantiene in vita questa
circolazione dispotica. Karl Jaspers ha ben chiaro questo processo, laddove
osserva:
«...tutti desiderano la libertà e anche i modi dispotici debbono presentarsi
sotto il nome della liberazione, però contemporaneamente tanti uomini non sopportano
la libertà. Essi premono là dove, in nome della libertà, vengono liberati della
libertà»[20]. Se
questo è uno degli itinerari connotanti la transizione da homo faber a homo creator, va
individuato un che di primordiale che preesiste a questa transizione (e al suo
primo termine) e, in un certo senso, la condiziona. Grazie al "discorso
antropologico", sappiamo che l'uomo si qualifica eminentemente per essere
"animale culturale". La cultura è, dunque, la sua dote specifica e la
sua rete comunicativa principale. Eppure, come ci hanno dimostrato l'etologia e
gli studi sull'aggressività del comportamento umano, la specie umana è l'unica
a praticare su larga scala i due principali livelli di violenza osservati e
classificati: la "violenza interspecifica" e la "violenza
intraspecifica". L'animale culturale uomo è, pertanto, l'unica tra le specie
viventi ad avere comportamenti distruttivi e autodistruttivi su un piano generalizzato;
fino a configurare la situazione limite della violenza intraspecifica:
l'autodistruzione della specie. Sembrano, perciò, poco convincenti quelle
considerazioni che introducono una cesura netta tra violenza e cultura,
ritenendo la seconda la critica serrata e l'esatto contrario della prima e
quest'ultima un testo e un comportamento subculturali o anticulturali[21].
Al contrario, è soprattutto l'umano che ha ucciso un altro umano colui che
massimamente cerca giustificazioni e motivazioni ideali e culturali al suo
gesto. Molto spesso, addirittura, la giustificazione-motivazione precede,
anziché seguire, l'atto dell'uccidere. La cultura è qui una assiologia e una
strategia preventiva tese alla distruzione fisica del simile in un qualche modo
altero. In altri termini, la cultura compare come medium della morte nella veste della soppressione fisica
dell'altro. Ma se la cultura compare come medium
della morte, la morte diviene immediatamente medium simbolico del potere. Poter e dover attribuire la morte
all'altro è qui segno, senso e disegno del potere: nell'uccisione dell'altro
stanno le radici antropologiche della morte
come potere e del potere come morte. È
noto come Freud, in “Totem e tabù”, ricostruisca questo contesto
primigenio intorno al "parricidio originario". Questa direzionalità
ancestrale della violenza rimane pienamente operante nella situazione
signoreggiata dall'homo creator: con
la bomba atomica essa si esalta nel misticismo del sublime bellico. La violenza intraspecifica si sublima all'infinito
e infinitamente.
Passando
all'altro vettore di direzione principale della violenza (la violenza
interspecifica), dobbiamo notare che anche qui assistiamo a una
dilatazione impressionante e illimitata delle capacità e delle volontà
distruttive degli umani; accanto e oltre la bomba atomica, sono state
approntate strategie di offesa e annientamento del vivente non umano da
condurre potenzialmente ed effettualmente alla distruzione di tutte le altre
specie. Freud ha magistralmente indagato queste fenomenologie arcane e terribili
a lato della "pulsione di morte". È innegabile che nel tessuto
cerebrale e nervoso del potere assoluto scorra un'indecifrabile, resistente e
cumulativa pulsione di morte. Ciò aiuta a comprendere come e perché, sin dai
primordi, potere e violenza siano sempre stati ammantati di sacralità. Potere
e sacro, violenza e sacro, morte e sacro hanno sempre costituito coppie
richiamantisi a vicenda. Potere, violenza e morte hanno avuto sempre bisogno di
essere sacralizzati, per essere accettati, neutralizzati simbolicamente e metabolizzati
storicamente ed esistenzialmente. La sacralizzazione del potere, della violenza
e della morte è stata sempre un'operazione supremamente culturale, fin
dall'alba del tempo. La tradizione culturale è inscindibile dalla tradizione
del potere, della violenza e della morte. La tradizione della violenza rinvia
ineliminabilmente alla metafisica della violenza. Da qui la necessità della
critica anti-metafisica della violenza quale critica della tradizione
della violenza e, dunque, critica della cultura della violenza[22].
E critica della cultura della violenza come critica affrancante da una delle
condizioni che, insieme, costituisce e limita l'esserci della condizione umana.
L'esserci di tale critica disegna, in pari tempo, le coordinate principali di
un rapporto critico col tempo. Ora, se è vero, come dice Nietzsche nella Seconda Inattuale, che «ogni passato è
degno di venire condannato», è pur vero che del passato possiamo formulare
tutte le condanne che vogliamo, ma mai possiamo liberarcene totalmente. Ma
esiste una condanna del passato (e del tempo) che se lo appropria e lo squarcia
dall'interno, vincendone il timore reverenziale e l'orrore. Non possiamo
cancellare gli orrori del tempo; dobbiamo, anzi, ricordarli e ricordare la
sofferenza che ci è costata e che ci ha toccato. Ma possiamo transitarvi per
le pieghe, per lenirne le ferite e impedire che il tempo ci ossessioni per
l'eternità con effetti devastanti. È vero, come dice Nietzsche: «noi ora siamo
i risultati di precedenti generazioni, siamo anche i risultati dei loro
smarrimenti,
passioni ed errori, anzi crimini»; ma siamo anche i risultati dei nostri
smarrimenti, errori e crimini. Possiamo, dunque, essere l'atto sorgivo, l'alba
di una nuova generazione dell'umanità e del tempo. Risultato noi stessi di noi
stessi; condizione noi stessi di noi stessi. Risultato noi stessi e condizione
noi stessi della nostra libertà o della nostra schiavitù. Noi, con un destino
alle spalle e una destinazione che ci attende e di cui siamo ancora ignari,
troppo presi e invischiati nelle nostre corazze protettive che troppo frequentemente
divengono macchine di guerra.
Ma
quando un umano uccide un altro umano, lo considera un essere umano, oppure una
sottospecie? Non pare un caso che presso i Greci la guerra, inibita alla
comunità dei Greci, sia postulata contro le comunità dei non-Greci,
considerati "i barbari". Ecco l'archetipo di un ragionamento
culturale mimetico che tende all'autoinganno. La riduzione dell'altro a
straniero è soltanto la prima mossa di un gioco che tende alla contrapposizione
frontale, fino a giustificare la necessità dell'esito finale della soppressione
e distruzione attraverso la guerra. Solo questa "trasgressione"
culturale rompe il "divielo di uccidere" l'altro: una trasgressione
culturale contro un'obbligazione culturale, dunque. Disinibendo dal divieto di
uccidere, si alimenta la violenza, la aggressività e la distruttività. La
rottura dell'inibizione e la violazione del divieto, per esprimersi con il
linguaggio
di F. Jacob, rompono la "logica del vivente", secondo la quale ogni
specie, tendendo a crescere e a conservarsi, moltiplicandosi, per necessità
autoriproduttive non può autodistruggersi. L'autodistruzione della specie che
si sprigiona nelle e dalle strutture epocali e quotidiane della violenza
contraddice il principio di conservazione della specie: il divieto di uccidere.
Gli umani sono portati a contraddire questo principio per esigenze di potere.
Ed è sempre per esigenze di potere che configurano la loro propria libertà e la
loro propria potenza come loro esclusiva, privata e assoluta libertà di poter
fare; che altro non è, se non la loro privata e assoluta libertà di volere. Un
umano che identifica libertà e potere ritiene di meritare il premio del
suggello del primato, poiché egli si sa e si sente superiore a tutti gli altri
umani. Per questo, egli può sottometterli e, persino, distruggerli e
ucciderli, ove la sua superiorità indiscussa e indiscutibile non trovi altre
forme di mediazione e di espressione. Attribuire alla vittima designata
sembianze non umane o, comunque, sub-umane è il primo atto intenzionale
dell'uccidere. A monte di ogni assassinio vi è un omicidio simbolico
interiorizzato e giustificato che si estroflette, attraverso la pulsione di
morte e il calcolo furente della potenza, nella soppressione fisica
dell'altro. L'assassinio ristabilisce qui l'armonia, la giusta gerarchia dei
valori e sana in maniera catartica tutte le ferite e le offese che l'io ha dovuto
patire. Ecco perché così frequentemente l'omicida veste i panni del
giustiziere.
In
questi sedimenti atavici del comportamento umano si celano complesse e
stratificate operazioni culturali. Davvero, come diceva Freud, la cultura si
converte in un lusso attraverso cui
gli umani perdono sé stessi e si perdono l'un l'altro, se non ne fanno l'uso
creativo necessario e possibile. Si impiantano qui delle vere e proprie
tradizioni:
la tradizione della vittima sacrificale; quella del capro espiatorio; quella
della vittima propiziatoria; quella dell'uccisione come farmaco; quella della
morte come catarsi; quella della morte come riscatto; quella della morte come
riparazione ecc. Sovente, tra tutte queste tradizioni esistono fitte trame di
interconnessioni, al punto che è impossibile discernere il campo specifico dell'azione
di ognuna di loro. Altre volte, ci troviamo di fronte a situazioni di più
essenziale e schematica architettura, tanto da poter isolare piuttosto
agevolmente il ridotto campo delle azioni e delle contro-azioni. Questo
complesso sistema giustificafivo-motivazionale ed emozionale deve
essere talmente radicato nella struttura profonda dell'atteggiamento umano, sin
dall'alba dell'esistenza umana sulla terra, da condurre fino al rischio estremo
del mettere in gioco la propria vita. La violenza portata all'eccesso si
sviluppa
in guerra; in guerra ognuno rischia la propria vita. Se ciò avviene, è perché
l'io adesso vive solo e ossessivamente dell'uccisione dell'altro: se l'uccide,
continua a vivere e rinasce; se non l'uccide, comunque, morirebbe e si
sentirebbe morto, inutile fantasma di se stesso. La morte dell'altro,
attraverso la sua uccisione, è qui ritenuta la sola cura che rende possibile la
vita dell'io. Rinserratosi in questo circolo asfittico e cadaverico, l'io
avverte il puro e semplice respiro dell'altro come minaccia estrema e
angosciante, come propria morte. Tra la sua vita e quella dell'altro, sceglie
la sua vita. Dunque, uccide l'altro; deve ucciderlo. Gli assassinii peggiori e
gli stermini più crudeli e orridi nascono simbolicamente, come proiezioni delle
ossessioni che popolano le nostre regioni buie. In queste regioni simboliche
noi, direbbe la grande Ingeborg Bachmann, commettiamo gli assassinii dell'anima[23]. Ed è proprio il numero degli assassinii
dell'anima che, col progredire del processo di civilizzazione, cresce
vertiginosamente. Quasi che la morte ad anima
armata sia una proiezione ortogonale e, insieme, econometrica
dell'incremento culturale che sta tra le ragioni fondanti del progredire della
civilizzazione. Il fatto è che sempre di più, nella condizione contemporanea,
gli auto-inganni della violenza agiscono in coppia con i fraintendimenti
dell'anima e i deliri inconsci. Queste sfere, come è noto, hanno costituito il
campo di interesse principale dell'ultima fase della ricerca di Money-Kyrle. Noi fraintendiamo e distorciamo i processi
cognitivi e mentali originari del nostro stato. Lo è per l'adulto rispetto al
neonato; per l'uomo contemporaneo rispetto a quello primitivo. Lo è, prima di
tutto, per il neonato: in rapporto distorto con i processi aurorali della mente
e dell'anima, se non è soccorso dalla madre con delle pratiche e delle strategie
di rêverie atte a non far scaricare
su di lui frustrazioni e ansie. Il nascondimento del proprio disagio, l'autoingannarsi
su di esso, oppure l'essere semplicemente incapaci di visualizzarlo e contestualizzarlo
danno luogo a crudeltà volontarie e involontarie. Le difficoltà e le sconfitte
nella costruzione di sé si autonascondono e riversano, attraverso proiezioni
compensatorie, sull'altro: così, mettiamo nell'ordine del giorno della nostra
esistenza e della nostra quotidianità la distruzione storico-simbolica
dell'altro. Affinché questa caduta a precipizio nella crudeltà e nella ferinità
sia affrontata e vinta, occorre dar prova di integrazione interiore; che è
opzione/esperienza
culturale e, insieme, esperienza dell'anima, moto affettivo/passionale. Le
fantasie inconsce possono, in questo modo, venire produttivamente stanate, liberandoci
dalle catene di meccanismi e automatismi abbruttenti e avvilenti, distruttivi e
alienanti. È il grumo di sangue più arcano della nostra riposta
"personalità autoritaria" che, in tal modo, avviciniamo e
aggrediamo, per sfuggire alla sua tirannia. La componente autoritaria della
nostra personalità ha una proiezione catastrofica nello spazio pubblico della
politica e in quello affettivo dell'intersoggettività, poiché lì la scena della
violenza diviene un'eruzione vulcanica e le sue recite una colata lavica che
tutto brucia e trascina via, senza rispetto e pietà. In questo senso, come dice
N. Lipari: «...la guerra ci appartiene, costituisce una nostra tipica condizione
esistenziale»[24].
La metafisica della violenza che trascorre in guerra esclude l'altro dalla
fruizione dei beni e del bene: lo esclude dalla pace. Includendo l'io ai beni e
al bene della pace, solo l'io è legittimato alla pace. Legittimità al potere è
qui legittimità alla pace. La pace regna solo tra i potenti; e tra i potenti e
gli altri non può esservi che la
guerra. Il disporre illimitatamente del potere include la pace come valore più
alto tra coloro e solo per coloro che fanno dell'identità libertà/potere la
causa prima e la ragione ultima della loro esistenza politica ed esistenziale.
Ma chi è escluso dalla pace è incluso nella guerra: chi lo esclude dalla pace e
lo include nella guerra è esattamente chi gli sta rovesciando addosso tutto il
peso spaventoso della sua propria forza e del suo proprio potere, precisamente
per annichilirlo e distruggerlo. L'unico piano inclusivo in cui può essere
rappresentato,
visto e ascoltato è quello della guerra. E qui, in questo piano, parla, è
rappresentato, visto e ascoltato nella qualità dell'altro da uccidere, perché
"merita" la morte. La pace è un bene inclusivo per l'io e un bene
escluso per l'altro; la guerra è un bene inclusivo per l'altro e un bene
escluso per l'io. L'esclusione, mentre esclude l'altro, include l'io al
godimento. È questa dialettica spossessante e alienante che fa sì che la
metafisica della violenza si converta in una guerra di conquista nella
relazione sociale e in quella intersoggettiva. Sete e fame di potere
calpestano costantemente l'altro, lo crocifiggono e si nutrono del suo sangue:
lo sviliscono e avviliscono, dal rapporto politico alla relazione amorosa.
Volizioni e orientazioni dell'esistenza si maculano, tingendosi di una silente
e implacabile ferocia. Il godimento, il piacere, il benessere e la felicità
vengono stravolti in esercizio, fruizione e consumo di potere. Linguaggi di
guerra calpestano e violano i linguaggi dell'amicizia e dell'amore: la vita
simulata dell'io si nutre della morte simbolica dell'altro; l'esistenza
dispotica dell'io, del sangue dell'altro. Un amante è qui la vittima designata
perfetta, poiché perfettamente votato alla soccombenza sacrificale. Nell'amore
egli va oltre il sospetto della guerra: cerca la pace felice e si ritiene in pace,
curando la propria medesima libertà e quella dell'altro amante. Tra tutte le
figure e le articolazioni possibili dell'altro, l'amante è quello più esposto a
essere stritolato sotto i cingoli spietati della guerra di conquista dell'io.
In questa gerarchia, subito dopo l' amante viene l'amico. Nessuno più di un
amante e di un amico è indifeso, disarmato. L'amante e l'amico vivono
perennemente con l'alito della minaccia della ghigliottina che incombe sul loro
collo. Salvarsi dalla ghigliottina vuole dire salvare l'amore e l'amicizia; non
semplicemente la propria incolumità e integrità. Ma salvare sé stessi è sempre
salvare l'altro ed essere salvati dall'altro. La salvezza dell'amore e
dell'amicizia è il cuore pulsante della salvezza del tempo e della storia.
Storia e tempo sono l'altro generalizzato per eccellenza: l'altro come dimora
da abitare e come limite da valicare. Nella mutilazione dell'altro, l'io
violenta la primordialità e l'attualità, la speranza e il futuro della storia e
del tempo.
Nessuna pace può valere a rimuovere definitivamente la guerra
dalle strutture epocali e quotidiane della violenza. Ma quello che si può
senz'altro fare è decostruire la guerra, strapparla all'imperio della
metafisica
della violenza. Affinché la pace sia riconducibile ai nuclei di verità della
guerra e la guerra faccia mantenere costantemente aperto e gettato lo sguardo
sull'essenza dispotica che si cela nelle stesse fibre segrete della pace. La
pace medesima ha un risvolto terribile: quello di voler essere anche
amministrazione imperiale e pacificata del mondo. Questo risvolto tipologico
della pace è tutto il contrario dell'accettazione del confronto e del conflitto,
fino a esserne la radicale rimozione e negazione. Pace e guerra sono due
situazioni invariabilmente intrecciate che, fino a oggi, hanno
ineliminabilmente caratterizzato la condizione umana. Ricondurle costantemente
e dialogicamente a un colloquio conflittuale vuole precisamente dire
decostruirne
la semantica, per alleggerirle dalla zavorra del titanismo tirannico che le
impregna e le rende impermeabili alla misura e ai passi della libertà e della felicità.
Polemos e dike, come già aveva genialmente visto Eraclito, sono inseparabili:
ognuno la cura e la misura dell'altra. La pace (dell'anima e della politica) è
la frontiera aperta tra polemos e dike: la giustizia del conflitto e il
conflitto della giustizia. La follia disarmata e la generosità critica
dell'amore e dell'amicizia sono il luogo di nascita di questa frontiera. Qui
germinano la gratuità e la criticità, la disponibilità e la serietà rigorosa,
la gaiezza e l'impegno radicale dell'amore e dell'amicizia. Qui l'esistenza e
l'esperienza umana sono messe duramente e intensamente alla prova. Se superano
questo banco di prova, si aprono alla nascita e al dialogo conflittuale con la
vita: dentro e fuori l'interiorità; dentro e fuori la sfera pubblica; dentro e
fuori l'intersoggettività. I codici di disciplina sociale e interindividuale
elaborati nella seconda metà del XX secolo valgono ad ammortizzare e regolare i
tassi di violenza palese, recuperati a mezzo di elefantiaci e capillari
processi di aggregazione e neutralizzazione sociale: prodotto del codice di
disciplinamento è il comando oggettivo della norma e della comunicazione normativa.
Purtuttavia, il complesso di questa processualità normalizzatrice sempre meno
riesce a funzionare come comando e come inibizione alla violenza. Sicché se è
vero che non conviviamo più con lo scenario medioevale della quotidianità
della guerra di strada, altrettanto vero è che proprio i meccanismi di
produzione e rimozione degli impulsi aggressivi (la loro integrazione
crescente in un quadro di controllo e di comando, anziché di liberazione ed
emancipazione)
sono da collocare alla base di generalizzati e diffusi fenomeni di
sradicamento sociale e disorientamento individuale, i quali investono una
serie geometricamente crescente di soggetti e di gruppi. L'opzione violenta e
l'atteggiamento distruttivo sono uno dei contrassegni che caratterizza tali
fenomenologie tipicamente contemporanee. Con una precisazione: qui non è il
disadattamento che provoca la reazione violenza (del disadattato). È la fenomenologia
della violenza che causa disadattamento: isola, discrimina, opprime e aggioga
il corpo e l'anima tanto del soggetto che l'aziona quanto dell'oggetto (l'altro
oggettualizzato) che la patisce. Non è detto che la reazione del disadattato
trovi sbocco nell'opzione violenta. Può anche irradiarsi in una ribellione alle
forme della violenza, delle sue logiche culturali, delle sue tradizioni e della
sua razionalità. Difficile dire quali di questi esiti può inverarsi. Si tratta
di un conflitto mai domo che riposiziona continuamente e continuamente
riqualifica i termini della contesa. Tutto questo, intercalandosi e cumulandosi,
ridetermina la questione della legittimazione e del controllo nelle società
complesse. La relazione pace/guerra va riletta lungo questa nuova filigrana. A
questo tornante, la lezione di Levinas risulta quanto mai importante e attuale.
Ricordiamo: «La pace non può quindi identificarsi con la fine dei combattimenti
che cessano per mancanza di combattenti, per la sconfitta degli uni e la
vittoria degli altri, cioè con i cimiteri o gli imperi universali futuri. La
pace deve essere la mia pace, in una relazione che parte da un io e va verso
l'altro, nel desiderio e nella bontà in cui l'io contemporaneamente si mantiene
ed esiste senza egoismo»[25].
Allora, è il rifiuto alla chiusura dell'io, è l'apertura al conflitto come
apertura dell'io all'altro che qui pongono le condizioni della pace nel
conflitto;
e della critica della guerra nel conflitto. L'altro, precisa Levinas, va
raggiunto e toccato. Nel raggiungimento e nel contatto è possibile parlargli:
«Il linguaggio che non tocca l'altro, foss'anche di tangenza, raggiunge l'altro
interpellandolo o comandandolo, o obbedendogli con tutta la correttezza di
queste relazioni»[26].
Nasce qui l'arcano profondo o, se si vuole, il problema dei problemi: è
supremamente
il contatto dell'altro che ogni umano teme e rifugge. Altro e ignoto sono per
l'uomo categorie/figure isomorfe e intercambiabili. Genialmente rileva
Canetti: «Nulla l'uomo teme di più che essere toccato da ciò che gli è
estraneo...Tutte le distanze che gli uomini hanno creato intorno a sé sono
dettate dal timore di essere toccati. Ci si chiude nelle case, in cui nessuno
può entrare; solo là ci si sente relativamente al sicuro...si tratta di
qualcosa di molto profondo, sempre desto e sempre insidioso: di qualcosa che
non lascia più l'uomo da quando egli ha stabilito i confini della sua stessa
persona»[27].
L'equilibrio sistemico delle società complesse tende a riprodurre e gonfiare
artificialmente queste condizioni di isolamento e di separatezza, senza che ciò
pregiudichi i processi decisionali e comunicativi; anzi, marchiandoli e
connotandoli. La decisione complessa dei sistemi altamente differenziati e
altamente integrati riscrive ex novo l'arcano
significazionale e antropologico della paura dell'ignoto e del contatto
dell'altro: sulle conseguenti micro e macro solitudini fonda e programma la propria
sovranità e la propria autorità. La decisione si decentra ed entra in contatto
con tutte le entità e identità che mettono capo al sistema. Attraverso tale
decentramento rotatorio, essa inibisce alle varie entità/ identità di venire
in contatto tra di loro: si insinua tra di loro come un diaframma. In questo
modo, ogni entità/identità è come aiutata a rimuovere la paura del contatto e,
reciprocamente, la decisione si assicura il proprio comando, riorganizzandolo
di volta in volta al centro e alla periferia. Essa si discopre qui senza
progettualilà finalistica; o meglio: al progetto centralistico e teleologico
preferisce le micro progettualità locali che si irradiano e differenziano,
partendo dal sistema centrale. Il decisore sistemico delle società complesse
misconosce il valore etico, politico ed esistenziale dell'altro e delle
differenze: tende a congelare l'altro nell'equilibrio omeostatico di cui è
vettore essenziale. Si differenzia e disloca perifericamente non per amore
delle differenze; ma per meglio governarle e ricondurle alla razionalità dei
propri processi di legittimazione. Effettivamente, qui il rischio mortale è
quello di rimanere narcotizzati nell'orizzonte della polarità catastrofica
delineata da Levinas: o il cimitero o l'impero. Di questa polarità la bomba
atomica è il paradigma perfetto: il sublime bellico incarnato e realizzato. Il
decisore sistemico delle società complesse, però, opera proprio per scongiurare
questo orizzonte catastrofico: raffredda costantemente il conflitto,
destrutturandolo;
endemizza e isola, il più possibile, le quote di violenza; emargina e pone
sotto controllo terapeutico-normalizzante le “isole” (meglio:
l'arcipelago) della violenza che sfuggono al disciplinamento normativo. Se la
violenza (e/o la guerra) non appare più come il mezzo principale della
risoluzione del conflitto, è esattamente perché nelle società complesse si sono
messe a punto queste nuove strategie di legittimazione e controllo sociale. La
soluzione del conflitto non passante per la violenza e la guerra richiede un
negoziato (politico), sboccante in un accordo (politico). Il che esige la
collocazione su una comune piattaforma finale, pur partendo da premesse
divergenti. Il gioco negoziale, al riguardo, si apre all'interno del campo
simmetrico forza/accordo: in un modo o nell'altro, il conflitto deve
ricomporsi. Ne è ben consapevole Rousseau, riflettendo sul trattatello
dell'abate SaintPierre intorno alla "pace perpetua" ("Memoiris pur rendre la paix
perpetuelle en Europe").
Ha modo di osservare Rousseau: «... tuttavia, se un accordo non ha luogo, solo
la forza può supplire, e allora non è più questione di persuadere ma di
costringere, e non si devono scrivere libri ma arruolare truppe»[28].
Possiamo senz'altro considerare, da questo punto di vista, la democrazia il
gioco strategico che più attenua il rischio della violenza e della guerra. Ma,
con questo, rimaniamo ancorati nel campo della razionalità strumentale; quando,
invece, si tratta senz'altro di superare questa soglia. Su questo punto
torneremo
nell'ultimo paragrafo. Seguiamo ora Rousseau in un importante passaggio:
«Contentiamoci di ammirare un disegno tanto bello e consoliamoci di
non vederlo mettere in atto; non è possibile infatti realizzarlo senza
ricorrere a mezzi violenti e temibili per l'unità. Non vediamo costituirsi
leghe federali se non per mezzo di rivoluzioni, e su questa base chi di noi
oserebbe dire se questa lega europea è da desiderare o temere? Forse farebbe
più male in un solo colpo di quanto non riuscirebbe a risparmiare attraverso i
secoli»[29].
Sullo stesso progetto di "pace perpetua" potrebbe mancare l'accordo;
in questo caso, non resterebbe che l'uso della forza. Quale paradosso: per
costringere
l'altro alla "pace perpetua" gli si muove guerra! Il paradosso
intacca, perfino, l'idea e la prassi della rivoluzione. Coglie acutamente
questo rilevante passaggio russoviano V. Strada[30].
Qui, in Rousseau, la rivoluzione si fa categoria altamente problematica: non si
sa fino a che punto augurabile e da che punto in poi da scongiurare, se il
futuro di pace che promette si fonda su un atto iniziale di terribile forza.
Fino a che il gioco strategico oscilla in un moto pendolare tra negoziato e
forza, democrazia e rivoluzione rimangono categorie altamente problematiche:
le ragioni a base della loro scelta hanno da confrontarsi con le controragioni
che ne sconsigliano vivamente l'attivazione. Ma, in questo modo, il gioco
strategico muta semplicemente il suo scenario e i suoi attori: dal pro o contro
il negoziato, si passa al pro o contro la democrazia o la rivoluzione. Nondimeno,
la soluzione del paradosso si presta a una scorciatoia: far coincidere spazio
teorico e spazio pratico della politica. In questo caso, diventa immediatamente
legittimo "arruolare truppe", per muovere la guerra
in nome della democrazia o della rivoluzione. Col che diventa palese che il
progetto della pace latente nella democrazia e nella rivoluzione va a
incardinarsi sulla "necessità storica" della guerra per
l'emancipazione dell'umanità. La guerra cessa di essere problema teorico e
morale, per assurgere al rango di questione eminentemente storico-empirica,
"pratica", ispirata ai princípi della razionalità dello scopo in
rapporto al mezzo. Detto altrimenti: il fine della democrazia e della
rivoluzione fa primato sui mezzi e la guerra viene abbassata a mezzo della
rivoluzione e della democrazia (e/o della politica tout court). Proprio entro questo contesto Clausewitz può
legittimamente fornire la chiave di volta della semantica della guerra:
"la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi".
Dunque: la politica come scopo; la
guerra come mezzo (e mezzo della
politica). Questa degradazione del pensiero politico e questo impoverimento
della polemologia in tanto hanno potuto inverarsi, in quanto alle loro spalle
è avvenuto un assorbimento del campo teorico della politica nel campo pratico
della rivoluzione. Forse, questa caduta di tensione della teoria, della
politica e della morale non è stata indagata a fondo. Certamente, Rousseau
(come, del resto, Kant) non è stato vittima
di questa caduta di tensione, nonostante interpretazioni unilaterali del suo
pensiero politico tentino, da anni, di accreditare il contrario. La politica è
sempre interpretazione possibile del legame che si dipana concettualmente e
storicamente fra tradizione e cultura. Ciò equivale ad affermare che i
significati, i messaggi e i piani intrinseci ed estrinseci alla sua interpretazione
aprono una raggiera di possibilità ermeneutiche e storiche; ben al di là del
gioco strategico bloccato tra accordo o guerra. La politica come
interpretazione del legame fra tradizione e cultura è il luogo di gemmazione
delle politiche. Da qui l'interrogativo e, insieme, il sospetto: quale uso la violenza
fa della politica e la politica della violenza? Non rimane che discernere.
Niente meglio della critica accompagna in questa operazione di discernimento.
La tradizione della cultura e dello spirito e la tradizione
della (cultura della) violenza hanno una storia parallela. Osserva L. Bottani
che entrambe sono: «di fatto inscindibili e peculiari in sostanza dell'unica
storia e dell'unica tradizione umana»; ne consegue, pertanto: «che la
tradizione della cultura può divenire oggetto di sospetto allo stesso modo in
cui anche la tradizione della violenza può essere fatta oggetto di cura ed
essere (anche se solo in seconda
istanza) tenuta cara, nel senso
cioè che anche in rapporto ad essa la pietas
nei confronti delle vittime è determinante, la memoria della sofferenza è
decisiva. Ma la pietas non basta;
essa non è sufficiente a svelare le astuzie della ragione metafisica e fondante,
né a demistificare e smascherare la violenza implicita nelle forme storicamente
oggettivate dello spirito... La tradizione della violenza va
anzitutto criticamente scoperta, denunciata, condannata» [31]. Una sinergia critica, compassionevole e passionale,
istituisce la critica come momento primo della pietas, momento secondo della memoria che sa udire la sofferenza e
demistificare gli inganni della violenza. Critica e pietas insieme costituiscono le chiavi di lettura principali del
tempo: dall'alba delle sue luci promettenti ai crimini del suo volgere
tormentato. La possibilità del tempo del mondo sta tra critica e pietas. Ma questa è una possibilità
sempre incerta: incerta è la condizione umana laddove la critica perde la pietas; e viceversa. Ogni volta il
legame tra critica e pietas è un
raccordo
da costruire e ricostruire. Se il raccordo viene smarrito, è in pericolo estremo
la situazione che avviluppa la condizione umana. Quello che qui affiora è il
pericolo senza uscite e senza possibilità di salvezza; non il rischio da
affrontare e vincere, per esistere. Ma la pietas
ha un rapporto non soltanto con la critica; essa intrattiene una relazione
ancora più pericolosa con la libertà. Osserva con particolare profondità Jaspers:
«Posto di fronte al singolo che è profondamente perplesso e perciò non trova,
in se stesso, una linea di condotta che procede dalla libertà, la pietà
indietreggia, spaventata di presupporre la libertà dell'uomo, la compassione
può essere disposta a prenderlo per mano e a guidarlo»[32].
La compassione guida qui la libertà verso/e nella libertà, perché diventa
momento interno della ricerca e dell'esistenza della verità. Ecco, dunque, che
il legame diadico critica/pietas si fa triadico e diventa: critica/pietas/verità. È questa triade che costituisce e sorregge la
libertà. Ora, grazie a Jaspers, possiamo fare un passaggio decisivo: la libertà
è sempre contestualmente critica, pietas e
verità. Ecco come e perché essa si ricongiunge sempre inestricabilmente alla
giustizia. Solo se ripartiamo da qui e consideriamo la verità e la giustizia i
principali criteri distintivi della libertà, la libertà si configura nel suo
significato costante di confutazione e superamento della violenza e della
guerra. Nella violenza e nella guerra, critica, pietas e verità cessano di essere momento di unificazione, individuazione,
riconoscimento e comunicazione libera. Sentiamo ancora Jaspers: «Nella situazione
di dover uccidere o essere ucciso, a tutti i singoli combattenti viene tolta in
misura sempre maggiore la loro libertà personale, finché la meta consistente
nel vincere la guerra, che costringe ad accrescere la loro violenza, non
distrugge ogni libertà a vantaggio di un più efficace impiego totale di
violenza. Ciò che in guerra vale provvisoriamente, diventa condizione permanente
sotto minaccia di guerra»[33].
Ecco perché la guerra è: «la realtà più potente, che pone sempre limiti alla
libertà, e che alla fine la distrugge»[34].
Ciò avviene esattamente perché: «La guerra prende origine dall'essere dell'uomo
e precisamente in una profondità che non viene compresa a sufficienza né con proprietà
del carattere, né con conflitti oggettivamente insolubili tra uomini e gruppi
di uomini. E tuttavia la pace perpetua resta un ideale dell'umanità... l'ethos della vita quotidiana rappresenta
la prima lotta contro la guerra. In caso contrario, chi regge il timone prima o
poi trae le conseguenze, e fa scoppiare in grande quella guerra che già veniva
esercitata ovunque in piccolo»[35].
Sulla filigrana del ragionamento di Jaspers, possiamo concludere che nella
situazione contemporanea sia proprio la tecnica (non semplicemente la bomba
nucleare) a garantire il più efficace impiego
totale della violenza: in piccolo come in grande; nelle
"guerriglie" di tutti i giorni e nel caso limite dell'olocausto nucleare.
Conviviamo quotidianamente ed epocalmente con la minaccia e la realtà della
violenza e della guerra. L'impiego totale ed efficace della violenza, implicito
nelle tecniche e tecnologie della contemporaneità, ci fa vivere costantemente
in un clima di guerra spinto all'eccesso. L'efficace impiego totale della
violenza si dispiega anche in assenza di guerra: questo il terribile orizzonte
nuovo della contemporaneità. La violenza totale come minaccia, al suo stadio
massimo, si sublima nella "guerra" con cui la tecnica silenziosamente
e onnilateralmente tende a infeudare il pianeta e i mondi vitali. Quale
tremendo esito: la guerra vive anche
senza la guerra. Ciò dal piano della psicologia (individuale e collettiva)
a quello della relazione intersoggettiva; da quello della politica a quello
dell'esistenza; dal piano della sindrorne di onnipontenza della sovranità alla
psicopatologia quotidiana; da quello delle realtà mitico-simboliche
all'immaginario collettivo.
Hiroshima ha modificato le scansioni storiche e simboliche dello
spazio/tempo della storia e della realtà dell'uomo: è entrata, per così dire,
nei cromosomi dell'esistenza umana, nel reticolo sempre più soffocante dei
deliri e dei tormenti umani. Già questo era vero per Auschwitz e per il Gulag.
Per l'ethos e la razionalità
dispotica della guerra diventa ininfluente che la catastrofe nucleare vi sia o
no. Ciò che fa rilievo è il terribile effetto di condizionamento e annichilimento
che la distruttività iperbolica della tecnica reca nel suo seno. L'angosciosa
minaccia di guerra, con i suoi effetti di riproduzione permanenti, con
raccapriccio intravista da Jaspers, si dilata all'infinito e si introverte nella
quotidianità ed epocalità delle pieghe del tempo e dell'esistenza. Dunque, l'interrogativo che aspetta le nostre risposte, a questo punto, è: quale guerra
la tecnica rende impossibile e quale guerra, invece, la tecnica territorializza
nella politica, nella coscienza, nell'inconscio e nella società?
Su questo tornante specifico, non pare calzante l'analisi di Hannah
Arendt, in disaccordo proprio con Jaspers, forse il suo maestro più venerato.
Per H. Arendt, l'epoca della tecnica sviluppata fino all'apogeo impossibilita
la guerra, poiché la distruttività dei mezzi di offesa metterebbe in forse
l'esistenza degli uomini e del pianeta. Dall'impossibilità della guerra
germina, continua la Arendt, l'accresciuta possibilità di futuro per la
rivoluzione[36]. Ciò
che qui rimane inindagato è che il "nemico mortale" della rivoluzione
non è la guerra in sé; bensì il sentimento
di guerra che ha incapsulato e foderato di angoscia e disperazione la
condizione del tempo e dell'umanità. È vero, come dice H.Arendt: «vinceranno
coloro che sanno gestire le rivoluzioni»[37].
Ma, ora, è il concetto/prassi di rivoluzione che, a fronte del sentimento di
"guerra totale", vede scompaginati la sua trama categoriale e il suo
flusso di esistenza politica e sociale. Il sentimento di guerra che tutti ci
avvolge promana da un silenzio armato: il
silenzio nato con Auschwitz, Hiroshima e il Gulag. Il silenzio del campo di
concentramento e del fungo atomico è il silenzio che toglie e taglia la parola;
e non solo della politica. È un silenzio
assassino. Non è il silenzio dell'indicibile e dell'impensabile; bensì
l'impensato e il nondetto dell'orrore che nel campo di concentramento e nel
fungo atomico trovano finalmente il loro testo, il loro senso e il loro
orizzonte. È il silenzio che, per dire di sé, deve recidere e uccidere tutto il
resto. E togliere e recidere il sentimento, il pensiero, la parola; prima
ancora che la vita. È il silenzio che per far parlare il deserto che l'avvolge,
desertifica la vita; per far troneggiare la morte, riduce tutto a morte. Niente
più e meglio di questo silenzio è efficace impiego totale della violenza.
Certamente, questo è un esito antipolitico, se si assume la politica come
relazione, dialogo e comunicazione, come ci è stato insegnato dai grandi
pensatori greci dell'antichità. Ma è anche un esito squisitamente politico,
solo che individuiamo e seguiamo la "volontà di potenza" che ha
marchiato la nascita del 'politico', soprattutto in epoca moderna e che la
contemporaneità ha tremendamente dilatato. Come Giano, il 'politico' ha una
struttura interna bifronte e dilemmatica: sorgente di libertà e causa di
tirannide. È sempre al limite, situato sulla frontiera liminare di libertà e
tirannide, vita e morte[38].
Partendo dal discorso di H. Arendt, possiamo configurare come politica la
rivoluzione
e antipolitica la guerra: «Una teoria quindi della guerra o una teoria della
rivoluzione può solo avanzare una giustificazione della violenza, perché questa
giustificazione è il suo limite politico; se invece arriva alla glorificazione
o alla giustificazione della violenza come tale, non è più politica ma
antipolitica»[39].
Quella tra violenza e rivoluzione è, dunque, una connessione originaria e
maledetta:
"dalla leggendaria genesi della nostra storia sia nella tradizione biblica
che in quella classica Caino assassina Abele e Romolo assassina Remo. La violenza
è stato un inizio e nessun inizio ha potuto esistere senza violazione...
Qualsiasi fratellanza di cui gli esseri umani sono capaci nasce dal fratricidio,
qualsiasi organizzazione politica che gli uomini hanno costruito ha le sue
ragioni nel delitto»[40].
È noto che, per H. Arendt, rivoluzione non è semplicemente mutamento, ma anche
e soprattutto "nuovo cominciamento"; e precisamente un "nuovo
inizio radicale". Anzi, per ella: «È d'importanza cruciale per la
comprensione della rivoluzione moderna che l'idea di libertà e l'esperienza di
un nuovo cominciamento coincidano»[41].
La libertà è il criterio di misura della rivoluzione, poiché la misura della
libertà è la verità. La rivoluzione, attraverso la libertà, si mette alla
ricerca della verità. Qui sta il nucleo di verità della stessa violenza:
misurata dal criterio della libertà, a sua volta, plasmato dalla ricerca della
verità. Nel nucleo di verità della violenza possiamo, quindi, rinvenire l'idea
di bene e di giusto. Fatto questo rinvenimento, sottoponiamo a critica radicale
la violenza, le sue culture e i suoi esiti. La critica decostruisce la violenza
come fatto/valore; e questa decostruzione rende possibile il superamento della
violenza da parte della politica; anche nel senso che la politica si redime e
distanzia dalla violenza. La violenza, anzi, qui è quel limite che, giusto
quanto intuito da H.Arendt, la politica deve infrangere. È il valicamento di
questo limite - e solo il
valicamento di questo limite -
che installa la rivoluzione come movimento di libertà; non solo e
semplicemente movimento di liberazione. Ecco come si esprime H.Arendt: «solo là
dove è presente il pathos della
novità, e la novità è connessa con l'idea di libertà, possiamo legittimamente
parlare di rivoluzione.. per descrivere il fenomeno della rivoluzione, la violenza
come criterio è tanto poco adeguata quanto il combattimento; solo quando la
violenza è impiegata per costituire una forma di governo del tutto diversa, per
realizzare una nuova struttura statale, insomma quando la liberazione
dall'oppressione mira almeno all'instaurazione della libertà possiamo parlare
di rivoluzione»[42].
Il concetto di rivoluzione, in H.Arendt, implica l'immediata e totale
lontananza dalla situazione della guerra e soprattutto della guerra civile, a
causa della loro totale antipoliticità.
In realtà, come mostra con particolare acume e
approfondimento R.
Koselleck, le cose stanno diversamente. È vero che: «Con la trasposizione del
progresso morale interiore allo spazio esterno della storia, non vi fu più
posto per la guerra civile, ma soltanto per una "rivoluzione"»[43].
E, infatti, la gloriosa rivoluzione del
1688 avvenne senza violenza. È noto che, su queste premesse, nel 1733 Voltaire
arriva alla conclusione seguente: «Ciò che in Inghilterra diventa una
rivoluzione, negli altri paesi è soltanto una sedizione» ("Lettere
Filosofiche"). Secondo
Montesquieu, invece, l'assenza di una esperienza statuale con una forte
autorità centrale e centralizzatrice dà spazio alle guerre civili: «Tutte le
nostre storie, infatti, sono piene di guerre civili senza rivoluzioni, quelle
degli Stati dispotici, invece, sono piene di rivoluzioni senza guerre civili»
("Lo spirito delle leggi"). Con lo
sviluppo dell'Illuminismo, osserva Koselleck: «Non si pensa più secondo la
contrapposizione politica di Stato e guerra civile, ma secondo l'antitesi
morale di schiavitù e rivoluzione. La tesi generale dell'Illuminismo è la seguente:
le rivoluzioni sono necessarie, se non si verificano la colpa è del popolo; se
invece si verificano - e questo è
il rovescio della scissione morale
- la colpa è del principe. Lo
stato in quanto Stato dispotico è già esso stesso il principio incarnato della
guerra civile; se questo Stato viene abbattuto, ciò non è opera di una guerra
civile, ma di una rivoluzione[44].
II fatto è che la costituzione dell'ordinamento statuale costituisce la
situazione tipica dei secoli XV e XVI. Con il secolo XVIII la situazione tipica
della guerra civile, base attivante la formazione dello Stato, scompare o,
perlomeno, tende a sfumare. Ora, nella transizione che va dallo sviluppo
filosofico del pensiero dell'Illuminismo alla realizzazione della rivoluzione
nel 1789 interviene un dato politico/destinale nuovo. Realizzandosi la
rivoluzione, il concetto di rivoluzione si legittima storicamente. Ma la
rivoluzione legittima, proprio nel suo processo storico di autolegittimazione,
non può fare a meno di riferirsi ineliminabilmente a un "nemico
irriducibile".
Una dialettica circolare fa in modo che i rivoluzionari legittimino i
"legittimisti" e, dal canto loro, i legittimisti legittimino i
"rivoluzionari". La scena politica diviene collidente, dando luogo a
schieramenti simmetrici e a simmetriche ideologie. Giustamente coglie
Koselleck: «II concelto di una rivoluzione legittima diventa necessariamente
un concetto storico-filosofico di partito, perché la sua pretesa di
universalità vive del suo opposto, della reazione, della
"controrivoluzione". Se all'inizio la rivoluzione è provocata anche
dai suoi avversari, una volta legittimata, la rivoluzione riproduce
continuamente
il suo nemico, per poter restare permanentemente... Così è anche chiaro in che
misura il concetto di rivoluzione, dal 1789, abbia lasciato in sé la logica
della guerra civile. Secondo il moderno rivoluzionario di professione, la lotta
condotta con tutti i mezzi di tipo legale o illegale appartiene al corso
pianificato di una rivoluzione che può servirsi di qualsiasi strumento.
Infatti, per lui la rivoluzione è legittima[45].
Le conseguenze nei territori della filosofia della storia, della prassi
politica e della relazione sociale sono immani. Entro questo scenario, Koselleck
si muove con l'intento di individuare il posto occupato dalla guerra civile
nella filosofia della storia: «In questo modo si sposta anche la rilevanza
specifica che spetta alla "guerra civile" nella filosofia della
storia. Per esempio, se il leninismo dichiara che la guerra civile è l'unica
legittima (e che ha lo scopo di sopprimere tutte le guerre), ciò vuol dire che
lo spazio d'azione e lo scopo della guerra non sono solo costituiti dallo Stato
concreto e dalla sua costituzione sociale. Si tratta di sopprimere il dominio
in genere: ma ciò pone come fine della storia la possibilità di assolvere
questo compito su scala mondiale, e soltanto in un futuro infinito»[46].
Ecco che, allora, diversamente da quanto argomentato e previsto da H. Arendt,
la guerra civile ritorna di attualità. Koselleck ha buon gioco nel rilevare la
presenza e la diffusione crescente della guerra civile nella fase storica che
principia col secondo dopoguerra: «Dalla fine della seconda guerra mondiale la
terra conosce una serie di guerre civili che sembrano divampare continuamente
tra i grandi blocchi di potere. Limitate ma infinitamente terribili, le guerre
civili vanno dalla Grecia al Vietnam alla Corea, dall'Ungheria all'Algeria al
Congo, dal Medio oriente a Cina e nuovamente al Vietnam. Ci dobbiamo chiedere
se queste numerose guerre civili, combattute entro i confini di un solo Paese,
ma sostenute su scala mondiale, non abbiano logorato da tempo, e sostituito, il
concetto di rivoluzione legittima permanente. La rivoluzione mondiale non è
forse diventata una formula vuota che può essere investita, occupata pragmaticamente
e strapazzata, dai programmi più diversi dei più diversi gruppi di questo o
quel Paese?»[47];
del resto, lo scenario delle “guerre civili” aperto dagli anni Novanta non fa
che confermare e drammatizzare ulteriormente queste tendenze. Viene meno lo stesso
concetto di guerra esterna come valvola di sfogo e, nel contempo, mezzo di
prevenzione della guerra interna; concetto che ha accompagnato la storia del
pensiero politico dalla formazione dello Stato alla prassi della ragion di
stato fino all'imperialismo europeo otto-novecentesco. A questa
curvatura del discorso e dello sviluppo storico, lo Stato non può funzionare
più quale concetto antitetico della guerra civile. Il tempo/spazio della
contemporaneità, dal punto di vista geo-politico, è totalmente
amministrato: «Da quando la superficie geograficamente infinita del nostro
globo si è contratta nella finitezza di uno spazio di azione interdipendente,
tutte le guerre si sono trasformate in guerre civili. Quale ambito, in questa
situazione, possa ancora occupare il processo di una rivoluzione sociale,
industriale ed emancipatoria, è una questione che diventa sempre più incerta»[48].
Cosicché, di fronte al rischio nucleare, sembra che: «le guerre civili in atto
in tutte le parti del globo fossero l'ultimo espediente per preservarci dalla
distruzione totale. Stabilire se questo infernale rovesciamento sia diventata
la muta legge dell'attuale politica mondiale è un altro problema. Quale
legittimazione politica può avere una guerra civile che si alimenta sia della
permanenza della rivoluzione, sia del timore di una catastrofe mondiale?»[49].
La perdurante e crescente presenza della guerra civile nel concetto
e nell'attività della rivoluzione, di cui con Koselleck abbiamo schizzato il
cammino, trova il suo punto di ancoraggio nel capovolgimento della violenza in
valore. Abbiamo visto come questo processo abbia origini remote e arcane: nel
campo di concentramento e nella bomba atomica esso si cristallizza in maniera
esemplare. Nel prolungamento/metamorfosi della rivoluzione da concetto a
prassi legittima, questo capovolgimento si introverte nell'intima fibra del
processo di legittimazione della rivoluzione. Solo una critica della violenza
salva qui la rivoluzione e solo una critica della rivoluzione salva la libertà.
Il primo e più importante bersaglio della critica è la rivoluzione come guerra
civile. In questa declinazione, difatti, l'efficace impiego totale della
violenza si coniuga come un universale permanente, quale asse regolante lo
scorrere infinito dell'epocalità e quotidianità del tempo. In questa
costellazione di senso la rivoluzione deve durare infinitamente, riproducendo
all'infinito la situazione della guerra civile, sino a che il suo elemento
utopico-progettuale non si mondializza, trionfando sull'intero pianeta.
Qui, dunque, si impianta una critica della "rivoluzione assoluta" e
della "rivoluzione permanente", i quali modelli, sia detto per inciso,
sono prodotti in piena rivoluzione francese (come dimostra R. Koselleck); da
qui trae origine la stessa concezione leniniana della guerra civile e quella
maoista della “guerra giusta”. Nella critica della guerra civile ritorna il
motivo antico dell'utopia della polis (H.
Arendt) e coesistono, su un piano differenziato, critica della violenza e
critica della rivoluzione. Nella condizione contemporanea la critica della rivoluzione
come guerra civile si ricongiunge inestricabilmente con la critica dell'arma
atomica. Nello spazio/tempo finitizzato dell'ordine mondiale contemporaneo non
esistono più "terze persone" da assoggettare: il "terzo
assente" non è escluso dal principio di non-contraddizione aristotelico;
bensì dall'occupazione capillare del pianeta da parte delle logiche e degli
agenti dell'ordine imperiale mondiale. Quando non esistono più terre nuove,
continenti nuovi e popolazioni nuove da sottomettere e soggiogare, il
titanismo della "volontà di potenza" si converte in pulsione tirannica
che trova lo sbocco più probabile e necessitato nella distruzione potenziale ed
effettuale della specie e degli ambiti vitali. Ogni guerra, in tale contesto,
è effettivamente guerra civile, non potendo più trovare nessuno sbocco esterno
nella guerra generalizzata tra Stati. Ma è guerra civile anche per la decisiva
circostanza che l'impiego efficace totale della tecnica rende la guerra civile
stessa devastazione contemporanea dell'ambiente, della specie e dell'habitat
socio-umano. Non è necessario arrivare fino alla soglia estrema della
catastrofe nucleare per evocare realisticamente l'autodistruzione dell'umanità
e la distruzione del globo. La miriade di piccole e feroci guerre civili
locali, la guerra totale non dichiarata ma quotidianamente portata alle
estreme conseguenze contro l'ambiente e le specie viventi non sono meramente
pallide anticipazioni dell'autodistruzione finale; lavorano con metodo all'autodistruzione
del presente come distruzione del tempo e della sua storicità, attraverso stadi
successivi terribili. Guerra civile e rivoluzione, potere e dominio qui si
vestono per intero di violenza: sono regolati dalla violenza. La fattualità
immutante della violenza ridotta a valore le trasforma in fattualità mute e
immutanti. Acutamente osserva R. Schnur: «ammessa l'uccisione come fattualità
immutabile, è assolutamente la stessa cosa uccidere un solo uomo o ucciderne
centomila»[50].
Questo profilo terribile della situazione politico-destinale
dell'insieme rivoluzione/guerra civile si mostra in tutto il suo splendore
luciferino e la sua potenza raggelante e illimitata proprio alla stazione
terminale in cui siamo condotti dal rischio nucleare e dal corrispettivo uso
della guerra civile quale diversivo distillato, attenuato e circoscritto dalla
guerra totale come silenzio dell'atomica. Di questo splendore luciferino e di
questo distillato v'è, però, un luogo di germinazione segnatamente moderno,
oltre/accanto quello arcano dei primordi. Luogo che Schnur ha densamente disegnato
come processo di sospensione[51]. La
decisione del 'politico' moderno si costituisce come attributo e veicolo
specifico della sovranità della politica e dello Stato sull'esistenza storica
del popolo. Essa tende a strappare l'uomo dal continuum della escatologia intramondana e dall'eccesso di
finitezza dell'homo faber. La decisione
del 'politico' moderno partorisce l'uomo decisionale
e l'uomo discrezionale: la
sistematica politica configura la sovranità assoluta e trascendente della
decisione. Lo Stato (e/o il sovrano) è il decisore sistemico legittimo che
sospende la guerra civile: la sua decisione è questa sospensione. Lo Stato che
sospende la guerra civile è lo Stato che decide il 'politico' come sovranità
destinale, oltre la finitezza del caos, del disordine e dell'immanentismo
rinascimentale. L'uomo che sospende il policentrismo medioevale e la finitezza
politica rinascimentale è l'uomo che decide lo Stato e che, nel deciderlo, si
consegna allo Stato. Sta qui il carattere
veramente eccezionale della nascita e della fabbricazione dello Stato moderno e
dell'uomo decisionale/discrezionale: fabbricazione e decisione sospendono qui
il normale, la normalità. Stato in opposizione a guerra civile, decisione in
opposizione a norma immanente, uomo decisionale/discrezionale in opposizione a
homo faber tentano di costruire un continuum artificiale, in cui la
rilevanza maggiore è da attribuirsi alla centralità assoluta dello Stato,
dell'eccezione e del caso eccezionale. Questa sorta di sortilegio del
'politico' moderno spiega il grande fascino da esso sempre esercitato verso un
pensatore conservatore geniale come C. Schmitt. La decisione è già qui, nel suo
atto fondativo, il palesarsi del lato oscuro del potere: potere come dominio.
Ma il processo di sospensione si abbina a un processo di mistificazione massiccio:
del potere si mette unilateralmente in evidenza solo la faccia redentrice ed
emancipatrice (dal caos sedizioso della guerra civile, in questo caso). Qui la
decisione nell'atto supremo del decidere nasconde se stessa al resto e il resto
a se stessa. Si irrigidisce e investiga soltanto il proprio dritto e giammai il
suo rovescio. Il moltiplicarsi della sua potenza e l'estendersi delle sue
geometrie di potere occultano perennemente i lati oscuri e terribili delle
forme del potere statuale. Decisione e norma sono qui particolarmente scisse
tra di loro: "sospese". Ma nella condizione di eccezionalità della sovranità
si ricongiungono intensamente: quale decisione eccezionale potrebbe mai
sopravvivere senza una corrispettiva e sottostante norma eccezionale? Al
confine estremo dell'eccezionalità, norma e decisione cooperano alacremente e
produttivamente. Nella condizione dell'eccezionalità la trasgressione del
conforme (tipica della decisione) e la coazione del conforme (tipica della
norma) si riabbracciano a un alto livello di combinazione e intensità. È questa
combinazione, veramente "eccezionale", che si presta a motivare e
giustificare l'assassinio politico e lo sterminio di migliaia di persone, a
seconda dei casi e il capriccio della storia o del principe. Un fluido sotterraneo, sin dall'inizio, tiene avvinte e comunicanti norma e decisione. Ed
è questo fluido che intenziona lo scadimento dell'evento e dell'azione della
decisione a "fattualità immutabile". Tale scadimento, a sua volta,
sospende il 'politico', mette in mora la dinamica emancipatoria della condotta
statuale, dando luogo a tutte le declinazioni possibili del cinismo politico.
Ma v'è un ulteriore e più grande attentato alla pregnanza e alla onnilateralità
del 'polilico’: quello che proviene dall'ordigno razionale e artificiale entro
cui viene congegnato e compresso lo Stato. Lo Stato razionale, accentratore e
centro della politica, che dirime il caos della guerra civile e dà il via alla
civilizzazione moderna è anche lo Stato dispotico, meccanico, furente e
implacabile avversario della libera espressione creativa delle passioni. Questa
inclinazione la ritroviamo, su uno sfondo ancora più terribile, in epoca
contemporanea. Solo che se prima lo Stato era la contrapposizione regolativa
della guerra civile, ora l'ha interiorizzata, la subisce e la impiega, onde
differire e, allo stesso tempo, distillare in dosi lo spazio di azione del
tempo nucleare. Ecco quale enorme paradosso è divenuto lo Stato contemporaneo:
contro e dentro lo spazio/tempo nucleare. Ne consegue che la critica della
guerra civile deve arricchirsi di una nuova direttrice di marcia: la critica dello Stato nelle sue forme
contemporanee. La critica si tripartisce in un sistema di coordinate
strategiche: critica della violenza, critica della rivoluzione e critica dello
Stato. Di nuovo, recuperiamo un lato della definizione del concetto di
rivoluzione formulato da H.Arendl: costituzione di una forma di governo del
tutto diversa; realizzazione di una nuova struttura statale; liberazione
dall'oppressione in vista del raggiungimento della libertà. Se il limite
politico della rivoluzione è la violenza e il limite politico dello Stato è il
"monopolio della violenza", la critica della violenza si irradia
come critica del monopolio della rivoluzione e del monopolio dello Stato. Si innerva
qui l'esigenza imperiosa e assolutamente indifferibile di un'idea non
monopolista della rivoluzione e di un'idea non monopolista dello Stato: Stato e rivoluzione, dopo aver perduto il
monopolio della politica, debbono perdere anche il monopolio della violenza. Insorge,
a questo stadio, l'imperativo categorico di apprestare l'elogio del conflitto e l'elogio
della rivoluzione come conflitto. L'elogio del conflitto è la forma cogente
della critica della violenza. Il conflitto, diversamente dalla violenza, non
rescinde mai e non sospende il nesso identità/differenza.
Non si tratta, evidentemente, di lavorare a una
"riabilitazione del conflitto"; allo stesso modo con cui in
quest'ultimo trentennio si è lavorato alla "riabilitazione della
filosofica della praxis". Va completamente cominciata a scrivere
una teoria del conflitto nella contemporaneità; e, per quello che ci riguarda
più da vicino, una teoria del conflitto nelle società complesse[52].
La figura teorica che, in proposito, costituisce un referente non eludibile è,
certamente, G. Simmel con la sua monumentale opera del 1908, da poco tradotta
in italiano[53].
Osserva, al riguardo, B. Accarino: «L'opera è nota soprattutto per contenere il
primo nucleo compatto, propositivo e non semplicemente descrittivo, di una
teoria del conflitto. Il capitolo che ne tratta esordisce suggerendo al lettore
una sfida o un paradosso: intendere la lotta come "una forma di
associazione".
Dissociante, infatti, è propriamente la causa della lotta: dall'odio
all'invidia. Non il conflitto in sé, ma la sua funzionalità alla ricostituzione
di un interesse all'unità è il tema di Simmel»[54].
Eppure, come subito dopo chiarisce Accarino, Simmel non è semplicemente
riducibile a "sociologo del conflitto". La sua investigazione tocca
le radici sociali e metafisiche della conflittualità nelle società di massa. Se
nella condizione contemporanea particolarmente virulenta è l'azione coercitiva
“di massa” delle astrazioni, sino a reificarsi e quotidianizzarsi come banalità
sublime della video-digitalità, particolarmente felice e preveggente è
l'ispezione che Simmel fornisce dell'indigenza e della povertà, «in quanto
condizioni sociali astratte. Il problema non è più dato, a questo punto, dal
malessere sociale nella sua materialità, ma dalla particolarità e dell'anomalia
di un disagio sociale abnorme»[55].
Appare fin troppo chiaro che, muovendo da questa trincea concettuale, arriviamo
ben presto a mettere apertamente in discussione le radici genetiche e lo
sviluppo stesso dello Stato sociale. A lato della dignità dell'uomo, si può
articolare una critica del Welfare come forma di carità moderna; come diritto
del povero, anziché della povertà. Ciò, evidentemente, non conduce
allallineamento sulle tesi dello smantellamento neoliberista dello Stato
sociale; piuttosto, intende riscriverne le tavole fondative. Se continuiamo a
scavare con conseguenzialità dentro questo solco, non ci rimane che superare
il residuo del condizionamento giusnaturalistico, poiché la politica si profila
all'orizzonte come certezza che postula e garantisce il diritto. Il diritto
certo è sempre quello colloquiante intimamente con le politiche certe. L'inalienabilità
del diritto naturale non è qui sufficiente; anzi, di per sé é fragile.
Politiche certe debbono sviluppare e arricchire il diritto naturale nelle
condizioni delle società complesse. La sanzione istituzionale del "diritto
eguale" è revocata in dubbio dalla sanzione di quei fenomeni sociali che,
soprattutto, nella complessità, sospendono selvaggiamente i diritti di
eguaglianza. In questo "sociale" caotico e complicato, nonché profondamente
discriminatorio, debbono irrompere le politiche del conflitto e le certezze
redistributrici del conflitto. Ecco che qui il conflitto investe due categorie
portanti e primordiali dell'esserci della condizione umana: la dignità e la libertà. Rileva Accarino: «Intesa come summa dei diritti individuali, e come dimensione etica ultima e
irridicibile, la dignità umana è una casamatta che rischia di diventare indifendibile
perché si è svuotata, o perché si è attestata al livello non conflittuale e non
problematico della convergenza di interessi tra individui e istituzioni»[56].
Ma questo non è (già più) il discorso di Simmel[57].
A questo crocevia, una delle biforcazioni possibili è quella dell'azione non-violenta concepita come "decontaminazione mimetica" del conflitto[58]. Rifacendosi espressamente all'esperienza di Gandhi, J. Sémélin afferma: «La decontaminazione mimetica del conflitto è la prassi dell'azione nonviolenta. Essa mira ad evitare lo scontro tra persone riconducendo costantemente l'attenzione all'oggetto da possedere o dividere»[59]. È questo il "terzo spazio": quello «dell'azione nonviolenta del conflitto»[60]. Anche A. Capitini ha categorizzato l'azione non-violenta in termini di "terza via", tra riformismo e rivoluzione armata: il primo viene ritenuto una combinazione eclettica e inefficace tra il capitalismo nella produzione e il socialismo nella distribuzione; la seconda, un modello "cesariano” di azione politica.[61]. In tutte e due le soluzioni, l'azione non-violenta avvicina il conflitto al suo oggetto e, perciò, rende possibile la soluzione dei problemi vitali dell'umanità e della società. Sicché, conclude Sémelin: «la violenza ha un'azione centrifuga, mentre la nonviolenza, sforzandosi di spezzare il mimetismo, ha un'azione centripeta[62]. Dunque: «la violenza destruttura l'uomo, la nonviolenza lo “struttura”, lo unifica»[63]. Vediamo come questa doppia azione agisce rispetto al rischio nucleare. L'azione centrifuga della violenza dal suo proprio oggetto avvicina alla guerra: portata alle estreme conseguenze è la guerra. L'azione non-violenta, poiché centripeta, riconduce il conflitto al proprio oggetto e rende possibile una strategia razional-comunicativa, imperniata sul flusso ricombinato di lotta e solidarietà: lotta al "personaggio", ai suoi "ruoli" e alle sue "funzioni" impregnati di violenza; solidarietà alla "persona", vista come essere umano fino alle estreme conseguenze. Ora, la guerra atomica interdice questa dialettica: innanzitutto, impedisce di salvare l'amico, esposto anche lui al rischio nucleare; in seconda istanza, rende impossibile vedere il nemico e nel suo volto il volto dell'amico quale altro uomo. Il fenomeno è estremamente chiaro a F. Fornari: «Così, da che la guerra non permette più l'illusione di salvare l'amico distruggendo il nemico, non permette più cioè di fantasticare la sopravvivenza dell'oggetto d'amore, ma solo la distruzione di ogni vita, offre finalmente agli uomini la possibilità di vedere la guerra stessa semplicemente come l'azzeramento reciproco alla propria morte»[64]. L'azione centrifuga destrutturante della violenza si appalesa, quindi, come morte indiscriminata: la morte appare come la destrutturazione compiuta dell'io, del tu e del noi. L'azione centripeta del conflitto è qui strutturazione dell'io, del tu e del noi: esattamente come avviene nell'opzione dell'amore e dell'amicizia. Io, tu e noi appaiono come codeterminazioni essenziali della relazione intersoggettiva. La decontaminazione mimetica è qui resa possibile proprio dal rischio nucleare. Ma più ancora che fondare gli elementi determinanti della strategia non-violenta, essa decostruisce la violenza e la guerra sul terreno della strutturazione progressivamente più libera dell'oggetto d'amore e dell'oggetto amicale. La decontaminazione della violenza a mezzo del conflitto riconduce nelle braccia dell'amore e dell'amicizia, rafforzandole. Fornari approssima sinteticamente questo passaggio che capovolge e dà luogo a una metamorfosi: «Poiché distruggere il nemico significa oggi distruggere l'oggetto d'amore, la conservazione dell'oggetto d'amore implica l'imprevedibile necessità di conservare il nemico: necessità questa che è molto vicina all'amore per il nemico...certi enunciati mistici, che un tempo potevano essere intesi come stravaganze velleitarie (come ad esempio la massima evangelica “ama il tuo nemico”, che Freud stesso ebbe a prendere in esame, rifiutandola) rischiano ora di diventare precisi compiti concreti, che acquistano un significato di cogente storicizzabilità, dietro la spinta della crisi della necessità della violenza»[65]. Ma il nemico ha il volto dell'amico solo se, dietro la sua maschera, individuiamo la persona; se, cioè, dietro il personaggio vediamo un essere umano. Resta interamente nemico, se la relazione che intratteniamo con lui va da personaggio a personaggio: vale a dire, da nemico a nemico: ossia, se non gettiamo la maschera di personaggio che indossiamo. È questa un'azione disarmata supremamente conflittuale, poiché parte dal conflitto che apriamo e localizziamo dall'interno di noi stessi. Noi togliamo a noi stessi e all'altro lo spazio poietico e politico per la rappresentazione dell'esistenza e del conflitto interumano secondo le maschere del personaggio. Rifiutandoci di calarci nei panni del nemico, portiamo a sviluppo coerente il nostro unilaterale riconoscimento dell'oggettiva e storica estinzione della necessità della violenza. La nostra dimostrazione discorsiva e il nostro discorso dimostrativo risultano qui essere il coronamento esistenziale e politico della nostra radicale critica della violenza, del suo carattere antiquario, dannoso e crudele. In pari tempo, così procedendo, ci svestiamo degli abiti che, di volta in volta, indossiamo come nemico e che l'altro stesso indossa come nemico. Qui la critica della violenza si sviluppa in critica dell'autodistruzione dell'io e della distruzione dell'altro. È il conflitto, dentro e fuori di noi, che combatte questa battaglia, ricostruendo l'oggetto d'amore che il fungo nucleare vuole devastare. La violenza come "fattualità immutabile" devia verso l'oggetto dell'odio e della vendetta. Il conflitto riallinea l'oggetto della contesa all'oggetto d'amore, recuperando e affrancando le deviazioni e le distorsioni della violenza e della guerra. Le maschere della disperazione e della sofferenza crollano. Resta l'esperienza del dolore e dell'orrore della distruzione. Resta il cammino del dolore verso la libertà e la felicità. Resta la pietas per le vittime e i sofferenti. Resta la memoria dell'ingiustizia e delle crudeltà a essa collegate. Resla la pietas per il carnefice: lui stesso inconsapevole vittima della sua crudeltà. Non c'è genio nel carnefice. H. Arendt, a proposito di Eichmann, parlava felicemente di banalità del male[66]. Criminale e carnefice, in quanto tali, sono mediocri e grigi funzionari del male. Nel male c'è un genio terribile; non nei suoi mediocri o esaltati funzionari. Il genio sta nel dispositivo emozionale e antropologico del male: in quel dispositivo che partorisce e riproduce le maschere dei personaggi malefici. I personaggi del male sono, al tempo stesso, i custodi e le vittime di questo dispositivo. Mefistofele è il "nemico"; non Faust. In Mefistofele, persona e personaggio si cumulano e incastrano coerentemente; in Faust, si stratificano contradittoriamente. Non si tratta di liberare Mefistofele e Faust insieme; bensì Faust da Mefistofele. È questo un compito umano alla portata dell'umanità. Liberare l'umanità dalle maschere dei personaggi del male vuole dire aprire una nuova era della conflittualità interumana, dell'amore, dell'amicizia e del conflitto sociale.
Liberarsi dalla necessità storica della violenza significa pure liberarsi da ogni stato di necessità che, ben presto, finisce col diventare stato d'eccezione, giustificante ogni abuso, sopruso e deviazione. Anders, di fronte al rischio nucleare dopo Hiroshima, ha parlato di nuovo "stato di necessità" e legittima difesa, in un'intervista concessa nell'autunno del 1986 al mensile "Natur"[67]. Secondo Anders, dopo Cernobyl: «Siamo davvero in una situazione che giuridicamente non può essere considerata altro che uno «stato di necessità»... In tutti i codici, persino nel diritto canonico, la violenza in stato di necessità è non solo consentita, bensì raccomandata...Mi sembra necessario intimidire chi ha il potere e ci minaccia. Non ci resta altro che ritorcere la minaccia, e neutralizzare quei politici che mettono in conto la catastrofe e la preparano direttamente»[68]. In un successivo articolo sul "Wiener Forum", Anders è ancora più esplicito: «dobbiamo ricominciare a ricorrere alla legittima difesa fisica»; e conclude: «Non perdonerò mai chi mi costringe a rompere il tabù dell'omicidio». Questo approdo angoscioso rende ancora più disperante la sua premessa: «la legittima difesa fisica può rilevarsi priva di senso, ovvero insensatamente inadeguata. Perché troppo grande è la differenza tra l'enormità e la perfezione tecnica degli impianti di sterminio e il primitivismo delle nostre armi: seghe a mano, tronchesi, chiavi inglesi. Chissà se il mostruoso sviluppo della tecnica (che può certo essere considerata una “rivoluzione”, forse perfino la più importante fino ad oggi) non abbia fatto scomparire la possibilità delle rivoluzioni politiche - il che di nuovo costituirebbe una rivoluzione, sebbene negativa, come l’estinzione delle specie animali»[69]. Lo “stato di necessità” qui abolisce la libertà di scelta tra azione violenta e azione conflittuale: costringe apoliticamente alla difesa attiva, alla neutralizzazione attiva e violenta dei “padroni della violenza”. Questo nucleo riposto svela tutto il carattere della disperazione impotente che pervade tale opzione. Lo stesso Anders conclude lucidamente: «siamo come i copngolesi che nel secolo scorso si difendevano con le frecce di bambù dalle armi da fuoco delle potenze coloniali»[70]. Il motivo di travaglio più grande, al cospetto delle conclusioni di Anders, è rilevare come un pacifista convinto e un convinto non-violento, per disperazione, passi alla teorizzazione della necessità della difesa attiva violenta. Questo lo “scandalo”; non già quello presuntivamente individuato da sin troppo semplificatrici e interessate critiche che questo discorso di Anders si è tirato addosso. La legittima difesa violenta, postulata da Anders, pone riparo all’infrazione che la violenza dell’atomica e delle corrispondenti tecniche hanno introdotto nell’ecosistema e nell’equilibrio del destini di tutte le specie e, in particolare, della specie umana. Antecedente remoto della legittima difesa violenta è il diritto di resistenza medioevale[71]. Anche lì si trattava di ripristinare, conservandolo, l’equilibrio politico e il bilanciamento dei poteri violati dal principe; in forza della cui violazione egli destituiva se stesso della sua autorità e della sua legittimità, al cospetto del popolo e/o degli altri poteri. Analogamente, la violazione dell’inviolabilità della vita della natura e della specie destituisce di autorità e legittimità chi detiene il potere nucleare. È questa violazione che, secondo Anders, integra un nuovo “Stato di necessità”, da cui promanerebbe lo stato eccezionale della legittima difesa violenta. Qui la legittimità e l’autorità della difesa violenta reintroducono e conservano la norma violata: l’equilibrio dell'eco-sistema e la salvezza di tutte le specie viventi. Il diritto della legittima difesa violenta si appalesa come costellazione di senso di un pensiero politico e giuridico conservatore (nel senso puro del termine): conservare e ripristinare gli equilibri infranti e l’eco-sistema violato. Per Anders, la distruzione originata dalle tecniche nucleari e dalla corrispettive strategie: «porta disordine in un mondo ordinato. E ciò è opera proprio di coloro che prendono in considerazione, per dirla in termini blandi, la distruzione, ovvero il rendere caotico il mondo. E a questa genia appartengono ministri e presidenti. Noi, al contrario, siamo quelli che vogliamo conservare lo stato del mondo, siamo quindi i veri conservatori”[72]. Ma quando i concetti stessi di confine e sovranità saltano già con Hiroshima, poiché Hiroshima è dovunque e in ognuno di noi (Anders stesso è stato il primo a sottolinearlo nel 1958), che senso ha impiantare la speranza e l’azione della disperazione della resistenza attiva come strategia simmetrica all’apocalisse nucleare? La disperazione della resistenza attiva ci condanna come e più ancora dei congolesi a soccombere. E oggi, dopo Cernobyl, ci condanna ad una sconfitta ancora più bruciante. Ora che, dopo Cernobyl, la distruzione e l’autodistruzione sono ancora più onnipresenti e circolanti tra di noi: ormai, parti integranti e capillari della nostra quotidianità, della nostra rete relazionale e delle nostre paure inconsce. Ora che tutto questo è diventata la pesante zavorra della nostra anima. Una strategia ben più complessa della resistenza attiva e violenta ci chiede di essere pensata: solo sfondando questo limite possiamo salvarci. È il diritto al conflitto che, a questo limite, ci può salvare. Non una strategia di conservazione, dunque; bensì di sviluppo e metamorfosi di tutto il già creato e di invenzione dell’impensato e del non ancora creato. Non il diritto alla resistenza violenta; ma al conflitto come critica onnilaterale e dispiegata della necessità della violenza; come confutazione permanente (ed emancipante) dallo “stato di necessità”, comunque si declinato e coniugato. Un diritto non semplicemente della conservazione; ma il diritto della creazione che conserva il potenziale del vivente (in tutte le sue forme) nell’eccesso poietico e creativo. Un senso dell’eccedenza critica come presa di commiato definitiva dalle pastoie della violenza. Muovendosi verso questa possibilità dell’esistenza e della relazione politica, potrà prendere corso quel rilevamento che “fissa” che l’atteggiamento violento è, nella condizione umana e nella sua curva storica, nient’altro che una forma pre-conflittuale; espressione scarna e rozza dei dilemmi e degli enigmi legati allo stupore e all’orrore del vivere. L’atteggiamento conflittuale sfonda questa barriera corallina, se mai avrà la forza di afferrare e costruire la propria maturità. In questa progressione possibile, ma non certa, la violenza diviene il dato primordiale da cui distanziarsi; così come la maturità è il distacco liberante dalla pubertà e dalla giovinezza, ma non dai loro sogni. Niente garantisce l’uomo e la donna che, invecchiando, diventino più maturi; così come niente garantisce che il fluire del tempo installi il diritto del conflitto di contro alla necessità della violenza. La maturità non è semplicemente un approdo lineare e cumulativo del tempo; né la crescita dell’interiorità su se stessa. È una condizione, un respiro, una cesura rispetto al tramandato, alla tradizione e al tempo biologico, storico ed esistenziale; conquistati a duro prezzo, conducendo grandi battaglie dentro di sé e fuori, contro le maschere della vendetta, i personaggi/simbolo del male e lo sfrenato desiderio di potere. Più che rimanere irretiti nelle maglie del diritto di resistenza attiva, si tratta di lavorare all’apertura di una nuova era dell’esperienza umana del tempo e della storia. È qui, allora, che riposa la rottura vera del tabù dell’uccidere: non nell’uccisione che nasce dalla resistenza armata; bensì nel superamento della resistenza e della necessità della violenza e, dunque, della necessità di uccidere.
(dicembre
1989-gennaio 1990)
(*) Si ripropone questo saggio originariamente comparso in "Società e conflitto", n. 1, 1990; alcune note sono state aggiornate e rimandano ad opere pubblicate in un periodo successivo.
[1] P. Barcellona, Diritto e violenza, "Democrazia e diritto", n. 3., 1989, p. 5; il numero della rivista è monografico sul tema: "I dilemmi della violenza".
[2] Ibidem, p. 6
[3] Ibidem, p. 6.
[4] Rispettivamente, L'individualismo proletario, Torino, Bollati Boringhieri, 1987; L'egoismo maturo e la follia del capitale, Torino, Bollati Boringhieri, 1988.
[5] P. Barcellona, Diritto e violenza, cit., p. 6.
[6] Ibidem, p. 7.
[7] Ibidem, p. 7.
[8] G. Girardi, La pace vaglio critico della cultura rivoluzionaria, "Bozze 85", gennaio-aprile 1985, p. 103.
[9] R. Rossanda, Note impopolari, "Democrazia e diritto", n. 3, 1989, pp. 44-58.
[10] G. Gilardi, op. cit.., p. 105.
[11] R. Rossanda, op. cit.., p. 49.
[12] E. Resta, La violenza misconosciuta, "Democrazia e diritto", n. 3, 1989, pp. 25-35.
[13] N. Elias, Il processo di civilizzazione, Bologna, Il Mulino, 1988.
[14] E. Resta, op. cit.., p. 24.
[15] Ibidem, p. 26 ss.
[16] R. Girard, Delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo, Milano, Adelphi, p. 22.
[17] J. Sémelin, Per uscire dalla violenza, Torino, Edizione Gruppo Abele,1983, p. 130.
[18] W. Benjamin, Il dramma barocco tedesco, Torino, Einaudi, 1971, p. 51.
[19] R. Girard, op. cit., p. 50.
[20] K. Jaspers, Verità e verifica, Brescia, Morcelliana, 1986, p. 44.
[21] Una recentissima riproposizione di questo punto di vista si trova in un articolo di P. M. Toesca, Il supermercato universale, “Democrazia e diritto”, n. 3, 1989.
[22] Sul condensato di questi temi, cfr. l’esemplare e acuto L. Bottani, Storia, violenza e metafisica. Per un’ermeneutica del sospetto come decostruzione della tradizione della violenza, “Fenomenologia e Società", n. 1, 1989, pp. 57-104.
[23] I. Bachmann, Il caso Franza, Milano, Adelphi, 1988.
[24] N. Lipari, La pace e i “beni inclusivi”, “Critica marxista”, n. 1/2, 1984, p. 141.
[25] E. Levinas, Totalità e infinito, Milano, Jaka Book, 1977, p. 314.
[26] Ibidem, p. 60.
[27] E. Canetti, Massa e potere, Milano, Adelphi, 1982, pp. 17-18.
[28] J. J. Rousseau, Scritti politici, II, Bari, Laterza, 1971, pp. 353-354. Per una lettura d’insieme dei vari progetti di “pace perpetua” si rinvia ad AA.VV. (a cura di D. Archibugi-F. Voltaggio), Filosofi per la pace, Roma, Editori Riuniti, 1991; nel libro sono contenuti i progetti di pace di W. Penn (1693), dell’Abbé de Saint Pierre (1713-1717), di J. J. Rousseau (1758-1759), J. Bentham (1786-1789), J. Madison (1792). I. Kant (1795), J. Fichte (1796). Di grande interesse l’”Introduzione” al volume di D. Archibugi-F. Voltaggio, Dai progetti per la pece perpetua ad un modello cosmopolitico di relazioni internazionali.
[29] J. J. Rousseau, op. cit., p. 359.
[30] V. Strada, Guerra e pace, “Critica marxista”, n. 1/2, 1984, p. 166.
[31] L. Bottani, op. cit., pp. 88-89.
[32] K. Jaspers, op. cit., p. 157.
[33] Ibidem, p. 159.
[34] Ibidem, p. 161.
[35] Ibidem, p. 162.
[36] H. Arendt, Sulla rivoluzione, Milano, Comunità, 1983.
[37] Ibidem, p. 11.
[38] Uno dei più acuti osservatori di questo lato oscuro del ‘politico’ è stato E. Paci, Esistenzialismo e storicismo, Milano, Mondadori, 1950, p. 233.
[39] H. Arendt, op. cit., p. 12.
[40] Ibidem, p. 13.
[41] Ibidem, p. 25.
[42] Ibidem, pp. 31-32.
[43] R. Koselleck, Critica illuministica e crisi della società borghese, Bologna, Il Mulino, 1972, p. 245, nota n. 98.
[44] Ibidem, p. 247.
[45] R. Koselleck, Futuro passato, Genova, Marietti, 1986, p. 70.
[46] Ibidem, p. 71.
[47] Ibidem, p. 71.
[48] Ibidem, p. 71.
[49] Ibidem, p. 71.
[50] R. Schnur, Individualismo e assolutismo, Milano, Giuffrè, 1979, p. 53.
[51] Ibidem, p. 48 ss.
[52] Il tema è più diffusamente discusso in A. Chiocchi, Rivoluzione e conflitto. Categorie politiche, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 1995; segnatamente, il cap. III.
[53] G. Simmel, Sociologia, Milano, Comunità, 1989. Anche per l’esame della posizione di Simmel sul conflitto, si rinvia all'opera citata nelle precedente nota.
[54] B. Accarino, La casamatta della dignità umana nella sociologoia di Georg Simmel, “Talpalibri”, “il manifesto”, 13-7-1989.
[55] Ibidem.
[56] Ibidem.
[57] I temi politico-esistenziali qui semplicemente allusi sono discussi in A. Chiocchi, Rivoluzione e conflitto. Categorie politiche, cit., segnatamente il cap. IV; Id., Attraversamenti. Mondi della vita e vite del mondo, Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazione, 1996.
[58] J. Sémelin, op. cit., p. 138 ss.
[59] Ibidem, p. 138.
[60] Ibidem, p. 138.
[61] Cfr. A. L’Abate, Nonviolenza e lotta politica nonviolenta, “a sinistra”, n. 6/7, 1989, p. 59.
[62] J. Sémelin, op. cit., p. 139.
[63] Ibidem, p. 147.
[64] F. Fornari, Psicologia della guerra atomica, Milano, Comunità, 1970, p. 54.
[65] Ibidem, p. 119.
[66] H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Milano, Feltrinelli, 1964.
[67] Dell'intervista dà conto G. Ambrosino in una interessante corrispondenza dalla Germania: Dai fiori alle unghie. In Germania un dibattito sulla legittimità della violenza, “il manifesto”, 25/7/1987. Qualche anno dopo, sulle colonne del quotidiano sarà possibile leggere significativi stralci di questa intervista: Il coraggio di avere paura: l’impegno antinucleare di Günther Anders, “il manifesto”, 15/7/1989
[68] Passi dell’intervista riportati ne “il manifesto”, 15/7/1989.
[69] Ibidem.
[70] Ibidem.
[71] Il tema è discusso in A, Chiocchi, Verso gli inizi. La polis greca: filosofia e politica, Associazione culturale Relazioni, Avellino, 1996; segnatamente, il §2 del cap. II.
[72] Ne “il manifesto”, 15/7/1989.
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