STATU NASCENTI:
TRA NUOVO DIRITTO DEL LAVORO E NUOVA SICUREZZA
di Antonio Chiocchi

1. Alla ricerca dei campi di intersezione

Effettuando una lettura di lungo periodo dei dati ufficiali forniti dall’INAIL, quello che balza subito in evidenza è che, in Italia, dal triennio 1986-89 la curva degli infortuni non flette in maniera significativa; addirittura, in alcuni casi, ha conosciuto qualche impennata. Non ci rimane che osservare che una consistenza cosiffatta del fenomeno infortunistico è a ritenersi una costante del modo di produzione e del processo lavorativo.

Tutti gli interventi normativi, tecnici e organizzativi, fin qui prodotti, hanno cozzato contro questa sorta di barriera invalicabile. E tuttavia, con la strage della ThyssenKrupp, il 2007 ha segnato un nuovo spostamento in avanti e in profondità di questa tendenza negativa.

Secondo l’Associazione “Ambiente e Lavoro”, le cause strutturali dell’incidenza massiva degli infortuni sul lavoro vanno ricercate:

Indubbiamente, queste cause giocano un ruolo considerevole nella riproduzione di massa del fenomeno infortunistico; ma configurare interventi, agendo esclusivamente, o per lo più, su di esse non appare ancora risolutivo. Il fatto è che le cause indicate attecchiscono su regioni e ragioni motivazionali stratificate ancora più in profondità: costituiscono, per così dire, il sistema di generazione addizionale che si sedimenta, a sua volta, su quello primario. L’individuazione delle cause primarie del fenomeno infortunistico è di decisiva rilevanza: da essa dipende l’innesco di strategie di investigazione e intervento efficaci sulle strutture profonde del problema. È, ormai, a tutti chiaro che, da sole, repressione e norme più puntuali non bastano. Ciò ci conduce a un primo punto critico che incrocia efficacemente il dibattito e le iniziative che negli ultimi mesi del 2007 e nei primi del 2008 si sono intrecciate intorno alla definizione del nuovo TU.

Si ha buon gioco nell’affermare che il TU non può essere la panacea di tutti i mali; ed è altrettanto vero che, in Italia, il fenomeno infortunistico trova la sua origine in complessi processi di ibridazione culturale, organizzativa e comportamentale [2]. Tuttavia, la circostanza indubitabile che il fenomeno sia connotato da notevole complessità culturale, storica e organizzativa non cancella dall’orizzonte l’esigenza di una regolazione più puntuale e, nel contempo, più flessibile e adattabile al regime complesso e differenziato delle situazioni reali. In definitiva, poco congruenti paiono tanto le strategie unilateralmente focalizzate su “meno norme” che quelle simmetricamente centrate su “più norme”: entrambe si qualificano per il loro livello di unilateralità, pur se di segno opposto.

La necessità di una semplificazione delle procedure e degli adempimenti normativi — sostenuta vivamente da ambienti vicini alla Confindustria e alle PMI — non è in contraddizione (anzi) con il bisogno di un dettato normativo più coerente e articolato. Proprio la complessità del fenomeno richiede la produzione, a monte, di norme complesse e differenziate, per costruire, a valle, non solo e non tanto l’effettività delle sanzioni, quanto e soprattutto l’effettività di diritti e obblighi, in tema di sicurezza e, ancora di più, di prevenzione.

Semplificare è necessario; non per questo, deregolamentare e/o abrogare disposizioni essenziali deve essere la nuova norma. Il mero rinvio alle buone tecniche e alle buone prassi e il richiamo ad agire per obiettivi anziché per regole semplificano, sì, le procedure e gli adempimenti [3], ma li cristallizzano in contenitori minimalisti. In tal modo, si vulnerano i principi, le tutele e le garanzie esistenti e si rinvia sine die la loro riscrittura nelle nuove condizioni della complessità globale.

Non produrre nuove norme, per affidarsi all’effetto di riverbero correttivo delle buone tecniche e delle buone prassi, è il corollario del teorema della semplificazione declinato in termini di fideismo prasseologico [4]. Il punto è che le buone tecniche e le buone prassi non sono un mero risultato e/o agente empirico; esse stesse configurano processi complicati e complessi che realizzano confluenze d’ordine normativo, culturale, organizzativo e comportamentale. Le metodiche di semplificazione e le tecniche di proceduralizzazione non sono buone o cattive in sé; occorre, piuttosto, verificare che non condensino processi ed eventi di deregolamentazione normativa lesivi di diritti sostanziali e diffusi. Ciò che urge è una regolazione complessa, flessibile nella sua puntualità e puntuale nella sua flessibilità, capace di coniugare efficacia empirica e legittimità normativa.

In discussione, come è sin troppo agevole arguire, è la questione base della rifondazione e/o riformulazione del diritto del lavoro nelle condizioni della globalizzazione, su cui non mette conto, nell’occasione, proporre considerazioni di merito. Nondimeno, corre obbligo circoscrivere, in via schematica, almeno alcuni dei più rilevanti campi di intersezione tra regole, tecniche, prassi e infortuni sul lavoro. Nel rapporto di lavoro sono coinvolti interessi divergenti e, pertanto, la semplificazione delle regole può condurre o al loro occultamento autoritativo, oppure a una strisciante situazione di incomunicabilità. Occorre, dunque, allestire un sistema di regolazione che sappia mettere in dialogo e in ascolto gli interessi divergenti, per ancorarli a un baricentro comune. La tutela della parte debole, su cui il diritto del lavoro ha costruito la nobiltà della sua storia, è calata in architetture normative che eccedono gli interessi, ma pongono in comunicazione le parti, in un sistema di riferimento superiore e comune.

Ed è proprio intorno a questo sistema che il diritto del lavoro ha costruito il consenso, senza il quale il conflitto degenera o intossica la vita civile, politica e sociale. Per questo motivo, come è stato autorevolmente affermato, la tutela della parte debole e la tensione alla critica delle disuguaglianze sociali — prerogative tipiche del diritto del lavoro — si dispiegano in un quadro in cui la «coazione a contemperare prevale sulla tentazione di demolire» [5]. La vulnerazione di tale equilibrio proietta, dal mondo del lavoro, effetti devastanti sugli ordinamenti sociali.

Nel campo specifico degli infortuni sul lavoro, la perdita del punto di equilibrio tra interessi divergenti, tra apparato sanzionatorio e comportamenti pratici, tra culture di prevenzione e pratiche di vigilanza ha innescato l’estensione progressiva del circuito perverso che, da parecchi anni a questa parte, abbiamo tutti sotto gli occhi. A confutazione delle teoriche e delle pragmatiche che tendono alla deregolazione dei codici di normazione del processo infortunistico, va ricordato che sono proprio il tempo e lo spazio della globalizzazione a essere solcati da una moltitudine di flussi normativi, caratterizzati da una densità ed estensione notevoli, regolate da una geometria variabile [6].

L’urgenza che emerge, ancora una volta, è quella di una regolazione avente una fluidità d’ordine superiore, a fronte di un processo infortunistico già complesso in sé ed ora ulteriormente complessificatosi e differenziatosi, in ragione diretta dello sviluppo, a livello globale e locale, di nuovi apparati produttivi e regolativi. Non possiamo dimenticare che le architetture comunicative e normative della globalizzazione dipartono dallo spettro di disseminazione delle nuove istituzioni sovranazionali e delle loro numerose e strutturate espressioni. Insomma, come osserva Umberto Romagnoli, «il diritto del lavoro globale è statu nascenti»[7]. In statu nascenti deve essere (anche) il diritto globale della sicurezza e della salute sul lavoro.

La leggerezza delle regole diventa insostenibile, di fronte al macigno dei morti sul lavoro.

2. Rischio, dimensione percettiva e dimensione comunicativa

È sintomatico che l’immaginario collettivo e l’opinione pubblica non associno il rischio direttamente al lavoro, ma a varie emergenze sociali. Sugli stessi luoghi di lavoro la percezione del rischio, fino a qualche anno fa, non appariva molto pronunciata [8]. Soltanto nell’ultimo periodo sta nascendo una nuova sensibilità: secondo un recente “Rapporto ISFOL”, quasi il 30% dei lavoratori si sente ora a rischio [9].

Sono soprattutto gli operai a percepire un rischio per la propria salute: il 40,8% dei casi, contro il 25,1% delle alte qualifiche e il 22,3% degli impiegati [10]. In un quadro di maggiore percezione del fenomeno, si conferma l’associazione operata tra rischio e sforzo fisico, sforzo mentale, intensità e durata della prestazione lavorativa. Col crescere delle ore lavorate cresce la percezione del rischio; lo stesso dicasi per i turni notturni e le prestazioni effettuate nelle giornate festive [11]. Anche i lavoratori con una superiore anzianità di servizio sentono maggiormente sottoposta a rischio la propria salute [12]. Complessivamente, l’ISFOL valuta che l’indicatore della percezione del rischio tra i lavoratori sia passato dal 20,9% del 2002 al 29,1% del 2006 [13].

Le campagne di sensibilizzazione sociale sui temi della prevenzione e della sicurezza sui luoghi di lavoro sono le più indicate, anche per migliorare i livelli della percezione sociale del rischio. Le responsabilità principali dell’inadeguatezza del sistema sicurezza italiano vanno, certamente, ricondotte al mondo imprenditoriale e istituzionale. Tuttavia, responsabilità vanno ascritte allo steso movimento sindacale che, per questo, si trova di fronte alla inderogabile necessità di lanciare una nuova stagione contrattuale sulla sicurezza del lavoro [14].

Che l’opinione pubblica non riconduca il rischio da lavoro a categoria di allarme sociale è ulteriormente dimostrato dalle ricorrenti indagini demoscopiche sulle emergenze sociali, le quali non contemplano alcuna domanda sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro [15]. Al rischio da lavoro non viene riconosciuta alcuna valenza di minaccia sociale; e questo in un paese in cui la dinamica infortunistica ha assunto, nel corso degli anni, proporzioni patologiche.

Il rischio da lavoro non rientra nel catalogo delle paure postmoderne, perché non viene avvertito come minaccia. In parte, ciò è spiegato dalla naturalizzazione dell’evento infortunistico, in forza del quale lo si ritiene un portato ineliminabile del processo lavorativo in quanto tale. Per il resto, il fenomeno è il risultato di strategie di comunicazione che spettacolarizzano i dati di realtà, stando bene attente a non incrinare gli imperativi di competitività e produttività, anteposti gerarchicamente all’esercizio dei diritti, nella società come nei luoghi di lavoro.

Che la percezione del rischio da lavoro stia crescendo tra i lavoratori, ma rimanga in stato letargico nella società civile è il fatto base da cui necessariamente partire. In queste condizioni, le campagne di comunicazione sociale dell’Agenzia europea, dell’ILO, dei sindacati e di istituzioni varie acquisiscono una particolare valenza positiva. La prevenzione medesima è strettamente collegata alla qualità e al livello di percezione del rischio. Prevenire il rischio è anche questione di comunicarne meglio la percezione: più il rischio è percepito, più è prevenuto. Intorno a ciò va costruita una nuova sensibilità istituzionale e sociale.

Il sistema esistente e meritorio delle “Linee guide” va valorizzato in un nuovo contesto, fungendo come cerniera tra due sottosistemi:

Un rischio non percepito è un rischio sottovalutato e, pertanto, affrontato con attenzione e strategie largamente deficitarie. Per quanto quel rischio produca effetti perniciosi, non sarà mai affrontato in maniera adeguata, continuando ad allargare il circolo dei danni prodotti. Le vittime potenziali, le istituzioni e i soggetti abilitati a ridurne la portata finiscono, così, con l’assecondare la dinamica del rischio, ognuno al suo livello di responsabilità. E pertanto, non urge soltanto arrivare sui luoghi di lavoro e nell’arena istituzionale, ma occorre raggiungere, ancora prima, la coscienza collettiva e individuale dei cittadini. Ciò appare ancora più urgente, alla luce della evidenza empirica che, per lo più, percepiamo gli stimoli che maggiormente desideriamo o che riteniamo più utile ricevere.

Per un’operazione che presenta questo livello di difficoltà e complessità, è necessario andare oltre i recettori fisiologici e nervosi che ci consentono di percepire il rischio con in nostri sensi; viene richiesto di attivare i recettori culturali. La cognizione della percezione, come quella del dolore, è anche un fatto culturale. Chiamata in ballo è anche l’esperienza culturale e antropologica del rischio da lavoro. Consapevolizzando in via progressiva questa esperienza, è possibile rendere più efficace il campo delle “Linee guide”, allocandole tra la dimensione percettiva e quella comunicativa, in modo che scuotano istituzioni sorde, lavoratori non adeguatamente sensibilizzati, imprese distratte e cittadinanza scarsamente attenta al problema.

Va osservato, altresì, che la percezione del rischio va, a sua volta, alimentata da campagne di informazione, con particolare riguardo ai rischi e alle minacce latenti ed emergenti. Non si tratta soltanto di migliorare la qualità e l’articolazione delle informazioni, ma anche di correggere distorsioni culturali; e ciò sia tra i lavoratori che tra le imprese e le istituzioni. Si deve, in ogni caso, tener presente che un ridefinito approccio percettivo al rischio da lavoro, di per sé, non è sufficiente, se non si accompagna a una ricollocazione delle sorgenti dell’informazione e della comunicazione rispetto alle problematiche in gioco.

Soltanto percependone progressivamente l’insicurezza, si può progressivamente rendere sicura un’azienda. Il che indica che occorre, già a livello di percezione profonda e comunicazione simbolica, associare habitat lavorativo a benessere lavorativo. Il luogo di lavoro non è, per definizione, luogo di fatica, stress e rischio esponenziale; è habitat congegnato e implementato secondo architetture che lo hanno reso così come è. Agendo sulle culture e i processi che hanno regolato e sono stati regolati da tali architetture, si può agire per la sicurezza, la salute e il benessere sui luoghi di lavoro. Nel far questo, occorre anche dare voce a coloro cui la voce è stata tolta proprio da queste architetture. La sicurezza, spesso, parla dei lavoratori, facendone delle vittime sacrificali; occorre che, di nuovo, i lavoratori parlino di sicurezza, rifiutando il ruolo di vittima a loro assegnato da copioni amorali.

La strage alla ThyssenKrupp e il dibattito intorno al TU potevano — e dovevano — essere l’occasione, per indurre tutti gli attori del sistema sicurezza a riflettere più accuratamente sui temi cruciali che siamo venuti individuando. Così non è stato, purtroppo. Poche le eccezioni, in un profluvio di prese di posizione che hanno continuato ad affrontare la questione della sicurezza e salute sui luoghi di lavoro con lo strumentario e il rituale di sempre. Posizioni che, soprattutto, sono risultate manchevoli sul piano culturale ed etico.

Per evidenziare questo insoddisfacente stato di cose, è sufficiente una rilevazione elementare: nell’immaginario sociale e nella coscienza collettiva, le responsabilità sociali negative che riguardano la sicurezza sul lavoro non sono considerate un disvalore; non essendo un disvalore, non possono diventare il bersaglio principale della mobilitazione culturale e sociale.

Esiste, dunque, una divaricazione tra la responsabilità sociale sulla sicurezza e la coscienza che di questa responsabilità si ha. Far emergere e indicare un disvalore, non significa criminalizzarlo, esaminandolo ai fini della mera incolpazione sul piano penale. Significa, piuttosto, agire sugli strati profondi dell’etica della responsabilità, avendo cura di manifestare il senso del giusto e del benessere pubblico e individuale. Ciò richiede lo scardinamento di credenze, miti e limiti antichi; e di interessi altrettanto profondamente innervati nell’azione economica e istituzionale. È quanto mai necessario aprire un nuovo cammino, nella prospettiva di mutare, in positivo, il valore di probabilità del comportamento futuro dei vari attori del sistema sicurezza.

Non esistono scorciatoie: tanto vale affrontare il problema, partendo dalle sue strutture nevralgiche.

3. Il tramonto della tutela degli invalidi del lavoro

Da anni, l’ANMIL si batte per una tutela più efficace delle vittime degli infortuni sul lavoro, oltre che sollecitare più puntuali strategie di prevenzione e un più razionale assetto complessivo del sistema sicurezza. Con chiarezza di toni, l’associazione ha definito la dinamica degli infortuni italiana una «guerra a bassa intensità», individuando impietosamente i limiti dell’intervento delle istituzioni, le carenze strutturali del modello di produzione e il non spiccato senso di responsabilità delle imprese in materia di sicurezza [16].

Inoltre, sul delicato tema degli indennizzi, come osserva sulla rivista dell’associazione il presidente dell’ANMIL, Pietro Mercandelli, saltano agli occhi alcune macroscopiche contraddizioni di sistema:

Va aggiunto che, con l’introduzione della copertura del danno biologico, sono sopraggiunti dei benefici per le aziende e per lo Stato:

· per le aziende: perché hanno evitato di rispondere, in sede giudiziaria, alle migliaia di richieste di risarcimento del danno biologico, in precedenza non coperto dall’assicurazione pubblica;

· per lo Stato: perché l’INAIL, per effetto della riduzione delle prestazioni e dell’aumento dei premi assicurativi pagati dalle aziende, incanala verso le casse del Ministero dell’Economia un flusso addizionale di oltre 2 miliardi di euro l’anno [18].

Facendo, infine, un’analisi economica complessiva, va rilevato che, negli ultimi 6 anni, gli avanzi di amministrazione che dall’INAIL sono stati dirottati verso le casse del Ministero dell’Economia assommano a ben 13 miliardi di euro, un valore equivalente, se non superiore a quello di una legge finanziaria [19]. Viene, così, raffigurandosi anche in termini monetari il processo di progressivo tramonto dell’autonomia dell’INAIL, principiato intorno agli anni Novanta del secolo scorso [20].

Alla luce di questi scarni dati, si deve amaramente concludere che le politiche per la sicurezza, in linea costante, hanno bellamente ignorato la questione cruciale dell’assicurazione infortuni [21]. Ecco come si esprime Mercandelli: «In cinque anni di governo di centro destra non un solo provvedimento è stato emanato nel settore dell’assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, se non con riguardo alla dismissione del patrimonio immobiliare dell’INAIL, persino di una parte di quello che ospitava gli uffici, oppure sull’utilizzo per altri fini delle liquidità dell’Istituto. In un anno e mezzo di governo di centro sinistra, con le difficoltà e la provvisorietà che tutti conosciamo, la situazione è cambiata poco in termini di scelte politiche» [22].

Quello che risulta carente sia nelle strategie governative che in quelle dell’INAIL è una coerente e concreta presa in carico dell’infortunato e del tecnopatico, nonostante gli impegni, in senso contrario, presi dal governo di centro sinistra, in fase di discussione ed elaborazione della finanziaria 2008 [23].

È sufficiente ricordare che:

Spostandoci sul terreno più specificamente assicurativo, tutte le novità introdotte nel dettato normativo, a partire dal decreto legislativo n. 38/2000 e finendo con la finanziaria del 2007, hanno, in fatto e in diritto, introdotto nel sistema:

In parallelo al tramonto dell’autonomia dell’INAIL, reperiamo in azione un processo ancora più distorsivo: il tramonto della tutela degli invalidi del lavoro [26]. Nasce da qui una doppia necessità:

4. Per il rilancio della tutela degli invalidi del lavoro

L’ANMIL ha, da sempre, sottolineato l’esigenza di una tutela più puntuale dei diritti degli invalidi del lavoro, costantemente trascurati, se non discriminati, dalle politiche pubbliche della sicurezza sul lavoro e della assicurazione degli infortuni.

Nel suo 2° Rapporto, l’associazione ha avanzato un ventaglio di richieste ad hoc:

L’Associazione rimarca la centralità di queste rivendicazioni, a fronte delle modifiche introdotte dalla finanziaria 2008 alla legge n. 68/1999 (“Norme per il diritto al lavoro dei disabili”), in forza delle quali il collocamento al lavoro del disabile viene perfezionato, attraverso delle apposite convenzioni promosse dagli uffici del lavoro. Altrettanto - e in linea prioritaria - viene richiesto per il disabile da infortunio.

Più in generale ancora, sempre nel suo 2° Rapporto, l’associazione propone:

Le rivendicazioni dell’ANMIL, a volte, inclinano verso un particolarismo troppo marcato, anche se comprensibile e giustificato. In ogni caso, il nucleo centrale da cui esse si originano delinea, con chiarezza, una differenza sostanziale tra:

Notiamo, di passaggio, che la distinzione fa anche da piattaforma per la confutazione — largamente condivisibile — del divieto di cumulo, introdotto nel 1995 dalla riforma pensionistica del governo Dini (legge n. 335/95). Il divieto rende incompatibili l’assegno di invalidità e la pensione di inabilità dell’INPS con la rendita infortunistica. La Corte Costituzionale ha confermato successivamente il regime di incompatibilità, con una significativa pronuncia (ordinanza n. 227 del 2002). Il rilievo critico dell’ANMIL va nella direzione, vibratamente indicata e del tutto legittima, di invertire la tendenza involutiva sia del sistema indennitario dei rischi professionali, sia della tutela della salute degli infortunati, ridotti ad attori di seconda fila del sistema sicurezza.

La controrivendicazione forte, di fatto, espressa è che il tramonto dell’autonomia dell’INAIL non si converta in definitiva eclisse dei diritti dei lavoratori infortunati e delle vittime delle malattie professionali. Purtroppo, il dibattito governativo e parlamentare sul TU, prima e dopo la crisi di governo, non ha recepito la sostanza delle proposte dell’ANMIL, lasciando irrisolte, ancora una volta, le contraddizioni di sistema segnalate.

5. Superare il cortocircuito tra sorveglianza sanitaria e medico competente

Tra le altre molte cose, la discussione parlamentare sul TU avrebbe potuto — e dovuto —creare l’opportunità, per mettere a fuoco un’altra questione delicata del sistema sicurezza: la posizione del medico competente all’interno del generale sistema di sorveglianza sanitaria. Ma neanche a questo punto è stata prestata la necessaria attenzione.

Interessanti, al riguardo, le considerazioni svolte dall’INCA [28].

La correzione di alcune delle coordinate centrali del sistema di sorveglianza sanitaria deve necessariamente partire dal ridisegno del rapporto tra il momento dell’assenza per infortunio e il percorso della riabilitazione: il secondo deve coincidere con il primo [29]. La capacità di lavoro perduta, per effetto dell’infortunio, deve essere recuperata in tempi rapidi. Ciò richiede, del pari, una più attenta valutazione della incapacità lavorativa temporanea, con riferimento specifico al lavoro svolto dall’infortunato.

Ora, negli schemi di bozza del TU, a fronte del giudizio di idoneità, viene anche espressamente stabilito che anche il lavoratore possa richiedere la visita straordinaria del medico competente. Ciò che, purtroppo, non viene previsto è il termine temporale entro il quale il medico competente deve adempiere alla richiesta; il che delinea la possibilità negativa che un eventuale ritardo faccia coincidere la visita straordinaria (richiesta dal lavoratore) con la visita periodica (predisposta dal datore di lavoro) [30].

Andrebbe, inoltre, previsto che il lavoratore infortunato, in vista del suo rientro in azienda, possa richiedere l’accertamento delle sue condizioni di salute temporanee, in attesa della restituzione alla sua precedente attività; nel caso siano rilevati postumi delineanti una situazione di incompatibilità con la sua vecchia mansione, egli andrebbe ricollocato funzionalmente nell’organizzazione del lavoro e nell’attività produttiva in mansioni compatibili [31].

L’attivazione di processi innovativi di questo tipo richiede un dettato normativo che valorizzi in pieno il ruolo del medico competente, non riducendolo più alla funzione di mero certificatore delle condizioni di idoneità, ma coinvolgendolo nel processo di individuazione e determinazione degli agenti e fattori di rischio presenti negli habitat lavorativi[32]. Da figura marginale del sistema di sorveglianza, il medico competente deve diventare un attore importante del sistema sicurezza.

Una ridefinizione di questo genere consentirebbe di portare le conoscenze e l’esperienza del medico competente dentro i processi produttivi e lavorativi e negli stessi momenti di formazione e informazione dei lavoratori e dei datori di lavoro. Le disfunzioni di ruolo e gli ingorghi comunicativi tra sorveglianza sanitaria, attività produttiva e medico competente potrebbero, così, felicemente essere sanati.

Se quanto precede ha un senso, ne deriva che il medico competente deve essere coinvolto nell’elaborazione del documento di valutazione del rischio e nell’organizzazione delle attività di pronto soccorso [33]. Particolarmente importante è il documento di valutazione del rischio, sul quale si impianta buona parte dell’intervento di prevenzione e gestione dell’evento infortunistico. Molto spesso, la prevenzione e la gestione del rischio risultano carenti, poiché non sono stati adeguatamente analizzati e presi in considerazione i rapporti tra tempi, ritmi, condizioni di lavoro, ruolo delle tecnologie, mansioni e organizzazione del lavoro. Il movimento in divenire di queste relazioni gioca un ruolo incontrovertibile sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e dentro di esso può — e deve — essere appropriatamente ridefinito il compito del medico competente[34].

6. Diminuzione della capacità lavorativa, sorveglianza sanitaria e indennizzo

Come è noto, al medico competente spetta certificare lo stato di idoneità o inidoneità al lavoro. Nel caso venga certificata l’inidoneità, il lavoratore rischia il licenziamento, se non può essere adibito a mansioni diverse da quella originaria e alle quali risulti idoneo.

Per scongiurare questo esito, in caso di diminuita capacità lavorativa per effetto di infortunio o malattia professionale, l’INCA propone di:

Inoltre, su tematiche che riguardano più in generale la sorveglianza sanitaria, l’INCA richiede di:

Infine, sulle problematiche di tipo indennitario, la proposta è di:

All’incrocio delle relazioni irrisolte tra sorveglianza sanitaria e compito del medico competente, emerge sul tappeto un tema di grande rilevanza: i diritti dei lavoratori ritenuti inidonei, a seguito di infortunio o malattie professionali. Diritti che, per alcuni versi, sono imparentati con quelli dei diversamente abili e, per altri, costituiscono una fattispecie assolutamente specifica, richiedente una normazione ad hoc. Da questa angolazione prospettica va letta la contraddizione, in via di espansione, tra medico competente e INAIL, in materia di riavvio al lavoro dell’infortunato. Con sempre maggiore frequenza, l’INAIL tende a una precoce ripresa dell’attività lavorativa da parte dell’infortunato, sottovalutando gli effetti destrutturati prodotti dall’evento infortunistico (Bottazzi, 2008) [35]. Rientri lavorativi anticipati possono produrre effetti devastanti, in particolare nell’apparato muscoloscheletrico, soprattutto per le discopatie, le alterazioni del rachide lombare e la patologie del sistema mano-braccia, rispetto alle quali il recupero funzionale non ha tempi brevi [36].

Va, in proposito, ricordato che la letteratura scientifica ha rilevato l’esistenza di una generale sottostima delle malattie professionali, con riguardo a tutte le patologie da lavoro, con in testa quelle multifattoriali: è chiaro che quanto più una patologia è sottostimata, tanto più basso è il riconoscimento assicurativo [37]. Tutti i nodi irrisolti nel rapporto tra sorveglianza sanitaria e medico competente vengono qui al pettine in maniera esemplare. Il loro scioglimento richiede al nuovo TU di superare il concetto tradizionale di sorveglianza sanitaria, predisponendo schemi normativi e operativi che assegnino un ruolo dinamico al medico competente, in sinergia attiva con i RLS e i servizi generali di sorveglianza, prevenzione e gestione del rischio [38].

7. Guerra strisciante sul lavoro e diritto alla vita

Abbiamo ripetutamente rilevato come il rischio sia sempre al lavoro. Rimane ora da precisare che sui luoghi di lavoro, più che il rischio, è la guerra a essere sempre al lavoro. I caduti sul lavoro sono le vittime di una guerra strisciante: una guerra a bassa intensità, come si è espressa plasticamente l’ANMIL e abbiamo già avuto modo di ricordare [39].

Il pericolo più grande, di fronte al quale tutti dobbiamo interrogarci, è che questa guerra si cronicizzi come un fattore strutturale e irreversibile del processo di produzione e accumulazione. Il progressivo grado di endemizzazione della guerra sul lavoro è un ammonimento che deve indurre tutti alla riflessione. La strage alla ThyssenKrupp ha, finora, rappresentato il punto di estrema condensazione di questa tendenza.

Di fronte a una realtà di questo tipo, rimane solo un obbligo: imparare a non convivere con la guerra sul lavoro. E non si tratta semplicemente di opporre una serie di rifiuti; ma, ancora di più, è necessario costruire concreti percorsi di superamento e cambiamento. Non esistono vie più brevi e nessuno può addossare ad altri le sue proprie responsabilità; anche se ognuno è diversamente responsabilizzato dal problema.

In tema di sicurezza sul lavoro, è una tentazione forte quella di scaricare, in toto, sul mondo imprenditoriale e quello istituzionale le responsabilità di tutto quanto non va bene. Così non può essere. Non basta interrogare gli altri; è necessario che ognuno interroghi se stesso.

Per il sindacato, in particolare, affrontare responsabilmente il problema rappresenta uno snodo essenziale. Ma cosa vuole dire, per il sindacato, reinterrogarsi sulla sicurezza del lavoro? Significa che: «La condizione concreta di lavoro deve tornare al centro del nostro impegno; organizzazione del lavoro, ritmi, turni, orari, formazione, precarietà, appalti, attrezzature e dispositivi. Mai condizioni migliori ci vengono regalate, in genere dobbiamo lottare per arrivare a fine mese, ma lottare per arrivare a fine mese non può prescindere dal lottare per tornare a casa (integri) la sera … E se padronato e politica hanno altre priorità rispetto all’integrità psicofisica di chi con la propria fatica fa dell’Italia uno dei paesi più industrializzati del mondo, ebbene noi dobbiamo rialzare la testa e la voce» [40].

È la qualità della contrattazione sindacale che deve ridefinirsi: se rimane un punto fermo ancorarsi alla legislazione vigente e rivendicarne il progressivo miglioramento, è altrettanto certo che sta alla autonoma capacità di contrattazione del sindacato spingere per la costruzione nei luoghi lavoro di un sistema di sicurezza e di prevenzione che sappia non solo proteggere l’integrità psicofisica dei lavoratori, ma anche valorizzarla. I nodi del contendere riguardano specificamente:

Si tratta di portare avanti, completare e innovare il percorso che il movimento sindacale ha iniziato proprio nel 2007: la contrattazione deve intervenire a monte della produzione dei fattori di rischio [42]. E lo deve fare, tenendo soprattutto in conto la multifattorialità e la interdipendenza che si stabiliscono tra rischi e minacce emergenti.

L’attenzione che la contrattazione deve necessariamente rivolgere alla scomposizione dei cicli lavorativi e, in particolare, al mondo delle PMI deve essere ancora maggiore che in passato: è qui che si concentrano, difatti, i livelli più elevati di infortuni e morte sul lavoro [43]. Se non si interviene oggi in queste giunture del processo produttivo, nel futuro prossimo registreremo dei veri e propri genocidi silenziosi.

La contrattazione non deve rinunciare alle sue capacità di fluidificare prevenzione, sicurezza e salute in un movimento unitario, sviluppando da qui il legame positivo tra sicurezza e salute intese come obbligo e sicurezza e salute intese come diritto. È questione di coniugare e rielaborare a un livello più avanzato queste capacità.

Occorre iniziare a porsi interrogativi di tipo nuovo, sollecitati anche dagli stimoli che periodicamente vengono dall’Agenzia europea per la sicurezza e salute sul lavoro. L’Agenzia, nel suo ultimo “Rapporto annuale”, ha ribadito la necessità di integrare la prevenzione dei rischi in tutti gli aspetti della vita dei lavoratori e dei datori di lavoro, ponendo, da questa angolazione, una particolare attenzione al processo di formulazione delle politiche [44].

Habitat lavorativo e ambiente costituiscono due sottosistemi in stretta interdipendenza che, a loro volta, concorrono a determinare i sistemi vitali entro i quali scorre la vita delle persone, prima ancora che dei lavoratori. Spazi di vita e spazi di lavoro si condizionano, esattamente come i tempi di vita e i tempi di lavoro. La contrattazione si trova ora a dipanare questa intricata rete di problemi. Lo spazio/tempo della vita si interseca sempre di più con lo spazio/tempo del lavoro: i diritti si incrociano e rielaborano in questo nuovo campo multidimensionale.

Il territorio della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro è uno di quelli in cui maggiormente l’incrocio di lavoro e vita emerge e si fa problema. Non casualmente, il diritto alla sicurezza e alla salute sui luoghi di lavoro è, in primo luogo, diritto alla vita. La contrattazione, nel prevenire gli infortuni e ridurre le malattie professionali, difende il diritto alla vita, uno dei diritti umani fondamentali che va oltre e sta prima dei diritti sociali e civili.

A questo livello, alcun legame di esclusione può essere previsto o normato tra diritti umani, diritti sociali e diritti civili. Nelle strategie della contrattazione rientra, a pieno titolo, anche l’esercizio del diritto alla vita [45]. Del resto, il diritto al lavoro (e il diritto del lavoro) non può sospendere il diritto alla vita e i collegati diritti civili e sociali. E ciò soprattutto in situazioni, come quella italiana, in cui le morti sul lavoro e le malattie professionali si manifestano nelle forme di una guerra strisciante che cerca di endemizzarsi.

Il monitoraggio dei casi di infortunio mortale e delle malattie professionali, ultimamente sostenuto e incentivato dal movimento sindacale, va fatto agire anche come elemento di rilancio della contrattazione sulla sicurezza e sulla salute nei luoghi di lavoro. Con la consapevolezza che si tratta di un tema che esula il campo dei particolarismi e taglia trasversalmente tutte le problematiche di carattere sindacale e occupazionale.

Una delle parole d’ordine chiave lanciate, nel 2007, dall’Agenzia europea è: «Produrre nuove conoscenze sulla sicurezza e sulla salute: anticipare il cambiamento» [46]. Si può stabilire una feconda convergenza tra questa parola d’ordine e la contrattazione sindacale. Nello specifico, si tratta di anticipare il rischio, con nuove conoscenze, con la conquista di nuovi diritti e la sedimentazione di habitat lavorativi salubri e sani e, perciò, sicuri [47].

Lungo questo asse problematico, la contrattazione impatta immediatamente con le due questioni delicate dell’estensione delle tutele collettive e dell potenziamento di quelle individuali:

Il raccordo tra le politiche di protezione dei patronati e le politiche di contrattazione del sindacato è vitale più di quanto possa sembrare a prima vista. Grazie a esso, è possibile superare tutte le fratture tra il prima, il durante e il dopo l’evento infortunistico. Sono proprio queste fratture a isolare i lavoratori nel rapporto con le istituzioni e i poteri, rendendoli, altresì, sempre più inermi di fronte al rischio e compromettendo irreparabilmente la loro integrità e la loro qualità di vita.

8. Significato del lavoro e senso della vita

Ciò che la guerra strisciante sui luoghi di lavoro fa emergere è il progressivo senso di irrilevanza assegnato al lavoro e il valore decrescente attribuito alla vita umana. Ancora una volta, è la strage alla ThyssenKrupp che si incarica di portare alla luce questa realtà panica, rimasta sovente senza volto e senza parole. O meglio: per troppo tempo, questa realtà si è celata, esprimendosi ciclicamente nelle forme allucinate delle morti sul lavoro.

La progressiva insignificanza del lavoro quale agente di valorizzazione non è sfociata nella “fine dell’era del lavoro”; piuttosto, attraverso nuovi meccanismi servili, il lavoro è stato aggiogato ancora di più ai ceppi della produzione, deprivato su vasta scala di tutele e diritti acquisiti da gran tempo. Poiché è vero che niente è mai regalato e i diritti vanno sempre, di volta in volta, strappati con lotte civili, sociali e sindacali, non esistono alternative: conferire rilevanza al lavoro e valore alla vita non può che rientrare in una nuova responsabilità di lotta e impegno.

L’invisibilità del lavoro - segnatamente degli operai -, di cui si discute perlomeno dalla prima metà degli anni Ottanta del secolo scorso, è strettamente correlata al passaggio definitivo dalla manifattura alla macchinofattura che ha segnato l’atto di nascita del ciclo, di volta in volta, definito postindustriale e/o postfordista. Ed è vero che un modo di produzione centrato su sistemi di macchine semiautomatizzate, a misura in cui diventano sempre più intelligenti, comunicativi e riflessivi, dà luogo a una rappresentazione sociale, culturale e simbolica anti-operaia [49]. Ma è altrettanto certo che l’oscuramento della visibilità operaia è anche la messa in scena del commiato revanscista da un’epoca tra i quali vettori principali figurava il protagonismo operaio.

Il declino delle funzioni valorizzanti del lavoro vivo ha accompagnato il declino del lavoro operaio, nel mentre stesso l’assoggettamento degli operai al ciclo produttivo veniva intensificato e la massa del tempo di lavoro si espandeva. Un paradosso solo apparente, ma, invece, esito terminale di una lunga catena di processi materiali e culturali. Gli operai sono diventati invisibili anche (o soprattutto) perché mal visti: sia perché guardati dall’alto di un non celato senso di superiorità, sia per il fatto che gli occhi con cui li si guarda, ormai, non riescono più a metterli a fuoco.

Dall’operaio massa degli anni Sessanta e Settanta siamo passati al lavoro massa degli ultimi decenni del XX secolo e dell’inizio del XXI. Proprio come massa, il lavoro è stato attaccato nei suoi diritti e relegato a funzioni sempre più marginali nei processi lavorativi e decisionali. Ma mentre l’operaio massa è riuscito a storicizzare adeguati modelli rivendicativi e appropriate gerarchie di diritti, il lavoro massa è ben lungi dal coniare un protagonismo sociale all’altezza delle caratterizzazioni socioculturali della nuova epoca. Ridotti a lavoro generico di massa - spesso informale, irregolare e servile -, gli operai perdono diritti e sono sempre più emarginati culturalmente e socialmente. E, dunque, sempre più la loro vita è a rischio nei cicli lavorativi, di qualunque tipo essi siano.

Si apre proprio qui un territorio sconfinato di domande decisive, nei confronti delle quali tutti coloro che hanno a cuore il destino del lavoro, degli operai e dell’umanità intera sono chiamati a dare risposte. Dare visibilità al lavoro e agli operai è, prima di tutto, coniugare il diritto al lavoro col diritto alla vita: nei luoghi di lavoro e nella società. Dalla rilevanza del diritto alla vita e del valore della vita nascono la rilevanza del lavoro e la soccombenza del rischio.

Come tutto questo si riverbera nei modelli di organizzazione e azione, sindacale e non? Approssimiamo qui un bacino di problemi che, seppur più circoscritto, non è meno complesso di quello che abbiamo appena evocato in precedenza. A partire dalle domande elementare: chi e come fa l’organizzazione e chi e come rappresenta e costruisce l’azione? Da questo varco rientra in scena il discorso dei modelli sindacali di contrattazione sulla sicurezza e salute nelle aziende.

Ripartire dalle condizioni di lavoro e fare della sicurezza uno dei perni della contrattazione, a ben vedere, vuole dire tessere il rapporto che si dà tra lavoro e vita nelle nuove condizioni storiche. E ciò per la decisiva circostanza che, oggi, le pure e semplici implementazioni di tipo organizzativo e rappresentativo non sono più sufficienti a rendere visibile il lavoro e, tantomeno, il lavoro operaio. Non sono più bastevoli nemmeno a far vedere le organizzazioni e i loro modelli di rappresentazione sociale. L’irrilevanza del lavoro e il declino del valore della vita non sono imputabili a mere carenze di ordine organizzativo e rappresentativo; ma terminali di profondi processi culturali e sociali determinati storicamente.

A misura in cui perdono diritti, i lavoratori rischiano di più la loro vita e la loro integrità psicofisica. Non si tratta tanto di renderli di nuovo visibili, quanto di comporre processi di soggettivizzazione e rappresentazione di tipo nuovo. A ben guardare, è da qui che parte un processo di nuova visibilizzazione, capace anche di sottrarsi alla tenaglia del flusso mediatico che, in linea di massima, oscura lavoro e operai, salvo poi trasformarli in un fugace spettacolo disperante, in occasione di infortuni mortali o gravi.

Imparare a non convivere con la guerra strisciante sul lavoro non può significare niente di diverso dal ridare rilevanza al lavoro e al valore della vita. Coniugare diritto al lavoro con diritto alla vita è l’orizzonte di riferimento della contrattazione sulla sicurezza e su tutte le altre problematiche del lavoro e dell’occupazione. Di questo percorso comincia ad avvertirsi la necessità e si sedimentano significativi livelli di consapevolezza all’interno del movimento sindacale.

Non possiamo dimenticare, infine, che il tema delle morti e degli infortuni sul lavoro è assai contiguo a quello relativo all’esperienza del dolore. Tra la rilevanza del lavoro e il valore della vita, il dolore è una dimensione assolutamente non tracurabile, in vista della realizzazione di condizioni di lavoro sicure e salubri. Né possiamo dimenticare che la stessa medicina legale del lavoro deve, con un approccio globale, procedere alla valutazione del dolore [50].

Gli approcci più avanzati, in materia, hanno chiarito due questioni essenziali:

Il dolore va prevenuto e ridotto accuratamente; ma anche curato, con particolare sensibilità, nella sua globalità espressiva. Riguarda la qualità della vita delle persone: non solo la vita lavorativa, ma la vita intera, in tutte le sue manifestazioni esistenziali e relazionali. Lotta contro il dolore è, perciò, anche lotta per far emergere la rilevanza del lavoro e il valore della vita: dappertutto, non solo nei luoghi di lavoro.

Gli infortuni sul lavoro causano patologie che incidono lungo tutto lo spettro dei fattori sociali, relazionali e spirituali della sofferenza indotta dalla malattia. Anche di questo si deve tenere conto nell’elaborazione di efficaci strategie di prevenzione, vigilanza e cura. Il dolore, esattamente come il rischio sul lavoro, è ritenuto un dato oggettivo e ineliminabile della malattia. Ecco perché, soprattutto nel nostro paese, sono così scarsamente sviluppate le terapie antidolore [52].

L’infortunio sul lavoro associa due dati ritenuti immodificabili: rischio e dolore. La miscela che ne consegue è terribile, in termini di amplificazione progressiva della sofferenza. Visibilità e invisibilità dei lavoratori significano visibilità e invisibilità della sofferenza della loro vita. Occorre volgere la mente e il cuore a queste regioni velate dell’esistenza, prima ancora che un lavoratore muoia, si infortuni o si ammali sul luogo di lavoro, chiedendosi: dove sono fallaci i dispositivi di tutela della vita? E ripartire da qui, per porre riparo alle offese arrecate alla dignità della vita e delle persone che lavorano.


(rielaborato a gennaio 2015)
Note

[1] Rino Pavanello, Appello sulla sicurezza lavoro. 10 proposte al Governo, al Parlamento e alle Regioni, in www.amblav.it, 10 dicembre 2007.

[2] Lai Marco, La sicurezza del lavoro fra Testo Unico e disposizioni immediatamente precettive. Commento alla legge n. 123 del 3 agosto 2007, ADAPT, Working Paper n. 42, Modena, 2007; Tiraboschi Michele, Le morti bianche, i limiti e le ipocrisie di una proposta normativa, “Bollettino ADAPT”, n. 17, 2 maggio 2007.

[3] Ibidem.

[4] Michele Tiraboschi, L’insostenibile peso della regolazione, “Bollettino ADAPT”, n. 33, 4 dicembre 2007; Id., ,Le morti bianche, i limiti e le ipocrisie di una proposta normativa..., cit.; Id., Testo Unico sicurezza a rischio Consiglio di Stato, “Bollettino ADAPT”, n. 2, 5 febbraio. 2007.

[5] Umberto Romagnoli, L’insostenibile leggerezza delle regole, “Rassegna Sindacale”, n. 45, 6-12 dicembre 2007.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Cfr. i capp. precedenti.

[9] ISFOL, Rapporto 2007, Soveria Mannelli (CZ), Rubettino, 2007.

[10] Ibidem.

[11] Ibidem.

[12] Ibidem.

[13] Ibidem.

[14] Raffaele Minelli, Una battaglia cruciale, “Rassegna Sindacale”, n. 5, 7-13 febbraio 2008.

[15] Paola Agnello Modica, Il controllo sociale del rischio , “Rassegna Sindacale”, n. 35, 25 settembre-3 ottobre 2007.

[16] ANMIL, 2° Rapporto sulla tutela delle vittime del lavoro, in www.anmil.it, 2008.

[17] Pietro Mercandelli, Torna la nostra protesta per una nuova legge sull’assicurazione infortuni, “Obiettivo Tutela”, n. 6, novembre , 2007.

[18] Sandro Giovannelli, Tra la piazza ed il palazzo, per sostenere i diritti delle vittime del lavoro, “Obiettivo Tutela”, n. 6, novembre 2007.

[19] Marinella De Maffutiis, Dalla Giornata un messaggio forte: restituire dignità alla tutela della categoria, “Obiettivo Tutela”, n. 6, novembre 2007.

[20] ANMIL, op. cit.

[21] Ibidem.

[22] Mercandelli, op. cit.

[23] Giovannelli, op. cit.

[24] Ibidem.

[25] ANMIL, op. cit.; Marco Bottazzi, Il contributo dell’INCA al Testo Unico: centrale il ruolo del medico competente, “Rassegna Sindacale”, n. 1, 10-16 gennaio 2008.

[26] ANMIL, op. cit.

[27] Ibidem.

[28] Bottazzi, op. cit.

[29] Ibidem.

[30] Ibidem.

[31] Ibidem.

[32] Ibidem.

[33] Ibidem.

[34] Ibidem.

[35] Ibidem.

[36] Ibidem.

[37] Ibidem.

[38] Ibidem.

[39] ANMIL, op. cit.

[40] Paola Agnello Modica, Ripartiamo dalle condizioni di lavoro , “Rassegna Sindacale”, n. 47, 20-26 dicembre 2007.

[41] CGIL-CISL-UIL, Qualità, benessere, sicurezza nel lavoro. Prevenire si può e si deve , Documento dell’Assemblea nazionale dei Quadri e Delegati CGIL-CISL-UIL, Roma, 12 gennaio, in “Rassegna Sindacale”, n. 2, 17-23 gennaio 2007; Ludovico Ferrone, La legge, ma anche la contrattazione, “Rassegna Sindacale”, n. 15, 19-25 aprile 2007.

[42] CGIL-CISL-UIL, op. cit.

[43] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, Annual Report 2006, in http://it.osha.europa.eu/, 2007; Paola Agnello Modica, Ripartiamo dalle condizioni di lavoro, cit.; ILO,Equality at work- Tackling the challenges , Geneva, 2007; Id., Faire du travail décent un objectif mondial et une réalité nationale, Genève, 2007.

[44] Agenzia europea per la sicurezza e la salute del lavoro, op. cit.

[45] Agnello Modica, Il controllo sociale del rischio, cit.

[46] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, op. cit.

[47] ILO, Des lieux de travail sûrs et sains. Faire de travail décent une réalité , Genève, 2007; Id., , Faire du travail décent un objectif mondial et une réalité nationale, Genève, 2007; Id., Sécurité e santé au travail: synergies entre sécurité et productivité, Genève, 2006; Id., Decent work – Safe work, Geneva, 2005.

[48] Paola Agnello Modica, Le leggi vanno applicate (intervista di Bartoli Lisa), “Rassegna Sindacale”, n. 1, 10-16 gennaio 2008.

[49] Aris Accornero, Gli operai, questi fantasmi, “Il Mese”, n. 1, supplemento a “Rassegna Sindacale”, n. 3, gennaio 2008.

[50] Nadja Polimeni, Approccio olistico alla soggettività e al dolore nell’invalidità e inabilità INPS, “Quaderni di Medicina Legale del Lavoro”, n. 4-5/ 2007; Marcello Valdini (a cura di), Il dolore nella valutazione del medico legale, Milano, Giuffrè, 2007.

[51] Mauro Marinari, Dolore e medicina: orientamenti attuali di valutazione e terapia, “Quaderni di Medicina Legale del Lavoro”, n. 4-5/ 2007.

[52] Ibidem.


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