CARCERE E SOCIETÀ SECURITARIA
di Antonio Chiocchi

Se l'analisi del carcere resta ferma al livello del reclusorio, è chiaro che la scena è interamente occupata dalle disfunzionalità e non conformità del progetto allo scopo. Se, però, spostiamo l'indagine al livello del reliquiario, cominciano ad emergere le conformità tra il piano normativo e le finalità concrete; pur permanendo ed insorgendo, come è assolutamente inevitabile (se non ovvio), contraddizioni e scarti.

Così come nel reclusorio, nel reliquiario il piano dell'istituzione carcere non si impernia sulla "rieducazione", sulla "risocializzazione" e sul "recupero". Se, però, il reclusorio poteva ancora fare assegnamento sulle ideologie e pratiche della flessibilità della pena, il reliquiario non può concedersi elasticità alcuna nella produzione della norma e alcuna duttilità nel campo della sperimentazione concreta. Nel passaggio al reliquiario, gli scarti tra piano e scopo propri del reclusorio si dissolvono: non sono più controllabili e metabolizzabili dagli organismi di controllo centrali. D'altronde, ogni nuova forma di controllo richiede nuove modalità di mediazione, recupero e assimilazione delle contraddizioni.

In Italia, i congegni di controllo allestiti dal reclusorio cadono definitivamente nella reazione (quasi immediata) alla cd. "legge Gozzini" del 1986, la quale costituisce l'ultimo esempio di applicazione dei codici della flessibilizzazione della pena (1). In questo senso, essa rappresenta l'orizzonte estremo verso cui può spingersi — ed, in effetti, si è spinto — il dispositivo penale costituzionale. Fino ad allora, l'ideologia e la pratica del recupero hanno ancora avuto argomenti a disposizione, pur rimanendo una chimera.

Col crollo del mito della "flessibilità della pena", si vanno imperiosamente affermando i codici della certezza della pena, uno dei "prodotti nazionali" del paradigma di controllo noto come tolleranza zero (2). La transizione dalla "flessibilità" alla "certezza" della pena ha implicato un mutamento di fondo dell'humus sociale e culturale, le cui variabili principali importa qui tratteggiare.

In termini di comunicazione simbolica e politica, il nuovo contesto sociale è prevalentemente caratterizzato dalle ricorrenti campagne di "allarme sociale" intorno alla sicurezza e contro il crimine, suscitate ad arte dal media system e dal sistema politico. Ora, queste campagne si richiamano alle pulsioni primordiali e "animalesche" che scuotono la coscienza e l'inconscio del singolo e della collettività. Storicamente, la produzione simbolica di panico sociale è sempre stata sospensione diffusa dei diritti e delle garanzie, particolarmente per gli strati sociali più deboli che, di fatto, erano già i meno protetti.

Si ingenera da qui quello che possiamo denominare ciclo mediatico dell'insicurezza sociale che fa il paio con la deriva securitaria dell'ordine politico. Insicurezza sociale e deriva securitaria sono i contrassegni specifici delle democrazie avanzate. A misura in cui questa tenaglia si stringe, è pericolosamente messo a rischio il legame sociale, già scricchiolante nei suoi cardini portanti, trovandosi di continuo sospinto sulla soglia dei suoi punti di massima tensione relativa. Quanto più questo punto limite si espande nel tempo e nello spazio, tanto più le politiche della sicurezza diventano bellicose.

Le tavole della sicurezza e dei diritti vengono completamente riscritte: delimitano ora l'area attiva delle prerogative di potere di strati sociali e politici sempre più ristretti che emergono, si riproducono e difendono come moderne forme di oligarchia. Per converso, aumenta il grado della perdita di diritti e poteri di tutti gli altri strati sociali. La risultante coerente è che il clima di insicurezza sociale viene spinto al suo diapason.

I paradigmi della "tolleranza zero", con tanto zelo importati dagli Usa e dalla Gran Bretagna (non solo da forze politiche caratterizzate in senso conservatore e moderato), costituiscono il nerbo vitale intorno cui si va ridisegnando la mappa dei sistemi di protezione e sicurezza come sistemi di insicurezza sociale diffusa. La "tolleranza zero" non è solo un mix terribile di massimalismo penale e interventismo poliziesco; è anche e soprattutto sospensione progressiva dei diritti per un'area crescente di sottoclassi sociali, a cui sono negate le più elementari tutele civili e giurisdizionali. I circuiti dell'integrazione sociale e della partecipazione democratica vengono ostruiti; per contro, i selettori dell'esclusione e della emarginazione risultano essere sovralimentati su scala crescente.

L'incarnazione perfetta dei miti e delle ossessioni del paradigma della "tolleranza zero" sono le aree residenziali superfortificate delle nuove classi agiate. Residenze che altro non sono che le forme urbane svelate del disprezzo che l'opulenza erige nei confronti della moltiplicazione, in tutti gli angoli del mondo, dei ghetti, delle bidonvilles, delle favelas, delle banlieus e delle periferie della miseria sociale e del degrado culturale.

Nelle nuove aree del potere e della ricchezza, le garanzie costituzionali sono avvertite come ostacolo e i diritti universali esperiti come un fastidioso lacciuolo, da cui divincolarsi in via definitiva. Il perimetro della protezione e della sicurezza coincide col perimetro degli interessi degli abitatori delle nuove aree della ricchezza e del potere. Sta qui il nucleo attivo della costruzione e riproduzione dell'insicurezza sociale diffusa.

Ecco, quindi, che il carcere diviene uno degli ideali terreni di coltura e cattura del consenso sociale: un territorio di predazione politica a buon mercato. Si tratta di un investimento a basso costo e ad alto "valore aggiunto", con una resa simbolica sicura e monetizzabile in voti sonanti. Poche le forze politiche che si sottraggono a questo "gioco al massacro" perpetrato contro diritti minimi, corpi reclusi e vite già sofferenti.

I codici della "certezza della pena", sposati con gran profluvio di argomentazioni anche da consistenti forze di sinistra, in realtà, non sono che un eufemismo, per nascondere un terribile paradigma punitivo: il posizionamento del carcere come ... unica alternativa del carcere. Non appare più sufficiente l'occlusione fattuale del circuito della risocializzazione (dal carcere alla società); si vuole ancora di più: sancire formalmente la pericolosità della risocializzazione.

I vari teoremi della corrispondenza tra pena irrogata e pena eseguita postulano, in concreto, il carcere come unica risposta politico-istituzionale alla devianza e alla trasgressione della norma. Il terribile potere di punire finisce col coincidere per intero con il terribile spazio/tempo del reliquiario.

Nella produzione delle forme simboliche dei poteri, il carcere diviene il pegno che lo Stato paga alla società civile per i torti e i lutti da essa patiti per colpa dei criminali. Esso costituisce, pertanto, il risarcimento simbolico totale che lo Stato retribuisce alla società delle vittime, per alleviarne il dolore simbolico e rimuoverne le follie e paure arcane. Guai a metterne in discussione la legittimità e i poteri che da esso e in esso promanano.

Su questa linea sottile, ma profondamente incuneata nei cromosomi del comportamento sociale e nei meccanismi dei poteri istituzionali, si stabilisce un doppio movimento di rimandi giustificativi: dallo Stato verso la società e dalla società verso lo Stato. Lo Stato si legittima agli occhi della società, riproducendo l'inferno del carcere; la società civile si legittima di fronte allo Stato, richiedendo che le condizioni del carcere diventino sempre più dure.

Stato e società civile qui producono e inoltrano esclusivamente messaggi di morte e impieghi funebri della vita, dai quali finiscono con l'essere ossessionati. Recuperano all'esterno i loro terrori interiori, indirizzandoli e scaricandoli contro i "nemici della società": i detenuti vengono prima di tutti gli altri. Ciò anche perché essi si trovano già ad essere le reliquie di questo mortuario uso della vita: in questo senso, sono anche l'obiettivo più comodo da centrare.

Lo Stato e la società civile si specchiano con soddisfazione nell'inferno del carcere: dallo specchio traggono l'impagabile e galvanizzante compiacimento che ad esser nella condizione di morti viventi non sono loro; bensì gli altri: i nemici, i detenuti, le varie sottospecie umane. In un sol colpo, Stato e società civile:

  1. verso l'esterno: recuperano con un senso estatico potente la non-vita dei detenuti;
  2. verso l'interno: sublimano la mancanza di senso della vita, da cui si originano le pulsioni di morte che incanalano verso i criminali ed diversi in genere.

La doppia azione viene da loro rielaborata come senso ed esperienza di onnipotenza e onniscienza. L'inferno del carcere è la conquista del loro paradiso: la propria vita simbolica contro la non-vita simbolica dell'altro. Ma in carcere morte simbolica e morte fisica procedono tremendamente e strettamente avvinte.

Così, di carcere, non soltanto il singolo detenuto, ma la società tutta intera muore. La negazione dei diritti fondamentali del detenuto alimenta la vulnerazione dei diritti di tutti; così come la compressione dei diritti fondamentali dei cittadini fa da apripista per l'evirazione integrale dei diritti residui dei detenuti. Il carcere come luogo di degradazione sociale non è altro che il rovescio nascosto della degradazione civile ed etica della società tutta intera. È una società incivile quella che alla domanda terribile: più carcere, ne fa seguire un'altra ancora più inquietante: più carcere duro.

Così stando le cose, non può essere motivo di meraviglia che l'area dell'incarcerazione risulti progressivamente dilatata, in proporzione diretta alla contrazione dell'area della decarcerizzazione. Né questa evidenza è indicativa di una controfunzionalità tra piano e obiettivi dell'istituzione chiusa carcere. Anzi, rinveniamo qui una delle più macroscopiche regolarità dei nuovi sistemi di controllo sociale delle democrazie avanzate. Qui misuriamo l'avvenuto tramonto del reclusorio e, nel contempo, scopriamo che il reliquiario è una delle istituzioni cardine delle democrazie dell'insicurezza diffusa.

La rapida presa e l'estensione, in Italia, dei codici securitari si spiega anche con un'ulteriore circostanza. Soprattutto a far data dalla "crisi di sistema" del 1992-94, destra, centro e sinistra sono accomunate da un'illusione di fondo: quella di ridurre i problemi politici e culturali a pura espressione simbolica, per poterne, poi, rivendicare con forza il "governo" e, quindi, incamerarne i "ritorni politici" e di immagine. Ciò è particolarmente vero sui temi della sicurezza, del crimine e della immigrazione che, per loro natura, vantano un alto grado di esposizione simbolica.

Collegata a questa illusione, poi (anche a sinistra), v'è la profonda interiorizzazione di codici comunitaristi, in forza di cui l'alterità etnica viene affrontata o con la risposta dell'assimilazione oppure con le strategie del controllo indiscriminato. La paura diventa una categoria politica, più di quanto lo stesso Hobbes avesse mai compreso o immaginato. Quella che, negli anni '80, potevamo ancora definire come società del rischio (3), dagli anni '90 in poi, si trasforma in società della paura.

Diversamente dai paradigmi hobbesiani e neo-hobbesiani, la paura cessa di essere il trauma del 'politico'; al contrario, diviene uno degli investimenti strategici del 'politico'. Da fattore di crisi del 'politico', la paura si converte in risorsa della politica, divenendo una delle sue principali fonti di legittimazione. Qui l'alimentazione dei linguaggi della paura fa tutt'uno con la sovra-ordinazione dei linguaggi della politica.

Le nuove forme della statualità non si limitano al governo (amministrativo, procedimentale e simili) della paura, riducendosi a tecnologie di controllo. Non arretrano di fronte alla paura, ma la diffondono. Fondate e legittimate dalla paura, si rifondano e rilegittimano con strategie di reinsediamento, riconsolidamento e allargamento della paura. Ecco perché possiamo chiamare democrazie dell'insicurezza le nuove forme di governo politico affermatesi nella globalizzazione.

La democrazia dell'insicurezza, incrociando le culture e le prassi emergenzialiste italiane, deve necessariamente fare della sicurezza l'emergenza assoluta e permanente. Sono, questi, i sommovimenti profondi che hanno alimentato in Italia, dagli anni '90, nuove forme di razzismo e xenofobia. La paura politica è stata eminentemente coniugata come paura verso il criminale, il migrante, il diverso; la paura verso il criminale, lo straniero e il diverso è stata contestualmente trasformata in odio del criminale, del migrante e del diverso. Le istituzioni, a tutti i livelli, funzionano come agenzie politiche della paura. Partono da qui lo stigma, l'avversione e la contrapposizione verso i detenuti e i migranti, in particolar modo.

In Italia, la domanda di sicurezza si esercita su due piani fondamentali: a) contro i migranti; b) contro la micro-criminalità. Sovente, i due piani si sovrappongono. Il sistema politico è uno degli agenti di questa domanda, da cui trae legittimazione politica e consensi sociali a buon mercato.

Ma non è soltanto questione di consensi. L'emergenza criminalità e sicurezza è anche banco di prova e, insieme, laboratorio nelle cui maglie la classe politica italiana:

  1. approfondisce i processi di destrutturazione dei linguaggi e dei diritti tipici dello Stato di diritto e dello Stato sociale, riscrivendoli in maniera sempre più escludente;
  2. cerca e trova una rinnovata legittimazione internazionale.

Non posiamo dimenticare che, nell'ordine internazionale, il migrante è assimilato al perturbante, da cui tutelarsi e a cui riconoscere una scala di diritti irrisori e, comunque, subordinati alla integrazione e assimilazione nella comunità di accoglienza. Egli è una sotto-specie e, nel contempo, un pericolo pubblico.

Le strategie anti-conflitto della democrazia pluralista italiana trovano una conferma e, al tempo stesso, vengono rielaborate in uno scenario rinnovato che trova giustificazioni e legittimazioni su scala planetaria. Di particolare, in Italia, le politiche di sicurezza conservano il taglio marcatamente repressivo con cui le forme e le azioni di governo sono state solite confrontarsi con la domanda sociale, la devianza ed il crimine (4). L'obiettivo dichiarato del diritto, dei poteri e dei saperi è quello di ricompattare corpo politico e corpo civile della società intorno a tavole di diritti minimalisti sottoposte, per di più, a costante erosione. Ecco perché la "società attiva" è periodicamente mobilitata contro le crescenti schiere degli esclusi, di cui i detenuti ed i migranti costituiscono l'anello più debole.

Note

(1) Su questo ordine di problemi, sia permesso rinviare ad A. Chiocchi, La pena impietosa. Luoghi, tempi e culture del carcere, cit.; in part., cap. IV.

(2) Fondamentali, sul tema, rimangono le opere di L. Wacquant: Parola d'ordine: tolleranza zero. La trasformazione dello Stato penale nella società neoliberale, Milano, Feltrinelli, 2000; Simbiosi mortale. Neoliberalismo e politica penale, Verona, Ombre Corte, 2002. Non meno importante, A. De Giorgi, Zero tolleranza. Strategia e pratiche della società di controllo, Roma, Derive/Approdi, 2000.

(3) Cfr. U. Beck, La società del rischio, Roma, Carocci, 2000.

(4) Questo il parere anche dell'insospettabile Censis: "... il modello italiano ha seguito orientamenti prevalentemente repressivi. Su questa scelta si può affermare che vi sia stata una singolare continuità di intenti in tutto il secolo, a partire dall'Italia sabauda, passando per quella fascista, per giungere a quella repubblicana fino ai giorni nostri. La risposta al crimine è sempre stata eminentemente punitiva. Sono cambiate le tattiche della repressione, c'è stata modernizzazione, miglioramento dell'efficienza di determinati settori, costituzione di nuovi organismi che permettessero di fronteggiare le diverse emergenze man mano che si presentavano. Ma la risposta al crimine è sempre stata ex-post facto. Ora, sebbene siano da ascrivere all’attivo di tale modello negli anni novanta una maggiore incisività contro la criminalità organizzata tradizionale ed una relativa stabilizzazione nel numero di reati è indubbio che ha fallito nell’obiettivo fondamentale: rassicurare i cittadini bloccando l’ascesa dell’allarme sociale" (Censis, Le paure degli italiani. Criminalità e offerta di sicurezza, Roma, 2000).


[ Torna al Sommario ]