Il nesso di implicazione sussistente tra movimenti e violenza va periodizzato storicamente: sia per dare conto delle trasformazioni di cui i movimenti sono stati capaci nel corso del tempo, sia per non trascurare le condizioni sociali, culturali e politiche più generali entro le quali si sono sviluppati.
Fino a P.za Fontana esclusa, il rapporto dei movimenti degli anni '60 con la violenza è stato, tutto sommato, non molto intenso. Nel senso che la codifica dell'azione di massa non si reggeva sulla codifica dell'azione violenta. L'uso della violenza, a cui pure i movimenti hanno episodicamente fatto ricorso in quella fase, non dava luogo ad una contrapposizione frontale con lo Stato. La contestazione dei poteri si indirizzava verso una trasformazione sociale, non basata sulla violenza.
In molti gruppi della sinistra extraparlamentare, invece, la violenza era messa al centro della strategia rivoluzionaria, con varie sfumature e coniugazioni politiche. Ma non è lecito confondere i movimenti con questo o quell'altro gruppo della sinistra extraparlamentare: pur essendo interni ai movimenti, essi ambivano ad assumerne la direzione politica, secondo modelli di organizzazione di avanguardia differenziati.
Ora, il rapporto tra i gruppi della sinistra extraparlamentare e la violenza politica è, certamente, più spinto e organico di quello intrattenuto dai movimenti. Ma nei gruppi è l'azione di avanguardia che trascorre in azione violenta. Che è violenza di massa, se viene concettualizzata e praticata l'avanguardia di massa; violenza di avanguardia, se invece è concettualizzato e praticato un agire politico di ispirazione leninista.
Il rapporto dei movimenti con la violenza inizia a cambiare con P.za Fontana: l'uso della strategia della tensione e dello stragismo contro le lotte operaie e sociali sposta il terreno di scontro ad un livello più alto. È in questo crogiuolo che nascono le Br: esse prendono le distanze da tutti i gruppi della sinistra extraparlamentare e intendono indicare ai movimenti l'unica via di marcia possibile, per la presa del potere: la lotta armata.
Per le Br, la violenza organizzata in lotta armata era una strategia; per i movimenti e i gruppi della sinistra extraparlamentari, la violenza era solo una tattica. Nel primo caso, la violenza era un fine in sé: garanzia dell'ipotesi rivoluzionaria; nel secondo, un mezzo finalizzato al conseguimento di finalità particolaristiche e contingenti.Ovviamente, molte sono le coniugazioni della violenza come scopo; altrettanto numerose sono le teorizzazioni della violenza come mezzo. Nella storia della conflittualità sociale e armata italiana degli anni '60 e '70 se ne reperisce un ricco repertorio.
L'eliminazione fisica dell'avversario è un corollario possibile di entrambe le posizioni. Da questo lato, sia la violenza mezzo che la violenza scopo possono condurre alla eliminazione fisica dell'avversario che, di per sé, non è un criterio cogente, per istituire una differenza tra violenza di movimento e violenza brigatista.
Proprio negli anni ’70, però, nella società italiana intervengono dei rilevanti mutamenti: a) nella composizione sociale della forza lavoro, con l'ascesa e il rapido declino dell'operaio massa; b) nella struttura generale della società, con il passaggio dallo sviluppo alla crisi del “capitalismo maturo”.
Tra il 1973 ed il 1975, i gruppi della sinistra extraparlamentare, in pratica, scompaiono; si affaccia sulla scena l'azione di nuovi soggetti sociali, non più riconducibili alla centralità operaia.
In parte, i movimenti sono ora violenti, nel senso che reagiscono ad una presa che li stringe in una morsa inesorabile: è il tempo del compromesso storico e della solidarietà nazionale, durante il quale l'opposizione politica e sociale è, di fatto, dichiarata fuorilegge.
Per il restante - ed è la parte più significativa -, i movimenti sono latori e portatori di nuovi bisogni e tematiche sociali che investono la qualità della vita. Negli anni '70, in una prima fase (1973-75), i movimenti rompono la centralità operaia; in una seconda (1976-77), continuando il percorso di trasformazione intrapreso, squarciano la centralità della politica.
Nel passaggio di fase, alcune frange organizzate e semiorganizzate dei movimenti (“Autonomia operaia”) teorizzano e praticano la cd. "violenza diffusa": cioè, un tipo di violenza esercitata dal basso, più per acquisire condizioni di vita e di lavoro alternative a quelli dominanti (il cd. "contropotere") che per la conquista del potere.
L'azione violenta dei movimenti, in ogni caso, non è una strategia offensiva compiuta; piuttosto, una contrapposizione ricorsiva contro la "microfisica dei poteri".
Con i movimenti del '77, le cose cambiano ancora. Qui l'incapacità dei movimenti di trasformare costruttivamente la loro critica li espone alla deriva della violenza. Qui veramente i movimenti esercitano violenza. Ma non violenza politica: il loro fine non è la trasformazione politica della società; bensì l'apertura di spazi di libertà desiderante dentro e contro quelli della società e dei poteri ufficiali.
Completamente diverso il rapporto con la violenza stabilito dal femminismo. Le componenti più originali e mature dei movimenti femministi intrattengono, in radice, un rapporto di alterità con la violenza e i suoi linguaggi, individuati e combattuti come archetipi e costanti delle teorie e prassi del dominio maschile. Su di loro converge un fuoco incrociato, proveniente da tutte le organizzazioni e istituzioni strutturate intorno ai principi maschili di esercizio e/o conquista del potere.
La sconfitta dei movimenti nasce anche da qui: dall'isolamento, al loro interno, della problematica e delle prassi di liberazione portate avanti dai movimenti femministi.
2. La socializzazione delle lotte
Le richieste dei movimenti di protesta degli anni ’70 – come già quelle degli anni ’60 - erano ampiamente sensate e, perfino, realistiche; averle osteggiate ha segnato in nero la democrazia italiana.
Quelle richieste erano attraversate anche da venature utopiche. Il guaio è che il termine utopia è caduto in disgrazia ed è stato imprigionato in una semantica distorta. Poche cose come l'utopia hanno il senso profondo della storia, perché è dalla coscienza dei limiti della realtà che essa fa nascere il senso e la necessità della trasformazione.
Il punto essenziale che si vuole qui evidenziare è che il '68 segna l’atto di origine di un nuovo ciclo della mobilitazione collettiva. In particolare, esso vede la fuoriuscita delle lotte studentesche dall'ambito universitario e il decentramento territoriale delle lotte operaie.
Gli anni ’70 ampliano ulteriormente — e a dismisura — il raggio di azione e l’orizzonte di senso della protesta sociale, con l’entrata in scena dei nuovi soggetti sociali; come abbiamo avuto modo di sottolineare in articoli precedenti.
In sede di bilancio storico va, in proposito, letto un processo di socializzazione delle lotte che è anche socializzazione degli attori che ne sono i protagonisti. Il che, evidentemente, modifica la composizione sociale della mobilitazione collettiva.
Ora, in genere, a questa socializzazione si attribuisce un carattere negativo, in quanto la si classifica riduttivamente come politicizzazione estremistica. Che le lotte fossero molto politicizzate è fuori di dubbio; ma che la politicizzazione fosse il loro attributo precipuo, se non dominante, costituisce una lettura ingenerosa. Ingenerosa anche perché si finisce per imputare ai movimenti responsabilità che non avevano al presente e che non avranno per il futuro.
Ci si riferisce qui alla attribuzione ad essi della responsabilità univoca della violenza e del disordine politico di quegli anni e dei successivi. La qual cosa è patentemente una lettura mistificante della realtà storica: le responsabilità sono ben più ampie ed il loro ventaglio investe, in diversa misura, tutti gli attori politici, istituzionali e culturali del tempo.
La socializzazione delle lotte rende palese un processo avvenuto nelle strutture profonde delle società avanzate e che, in Italia, avviene con qualche decennio di ritardo: il passaggio dalla cittadinanza industriale alla cittadinanza sociale, in parallelo con lo svilupparsi delle politiche di welfare. I nuovi movimenti sociali circoscrivono uno spazio pubblico che è, insieme, universale e particolare. Nel senso che i diritti universali del cittadino sono coniugati anche come diritti delle differenze. Ciò avviene, in particolare, negli anni ’70, con l’emergere dei nuovi soggetti sociali della mobilitazione e del conflitto.
È la socializzazione delle lotte che si incarica di rendere evidente il nesso indissolubile che si istituisce tra il carattere universale della cittadinanza e i contenuti di senso plurali dei nuovi movimenti. Essa non fa che mettere, per così dire, in scena la struttura bipolare dei diritti, i quali non sono mai e soltanto universali, ma anche e sempre individuali e soggettivi.
Se si dà il giusto peso politico e culturale a questa evidenza, ben si coglie il profondo realismo politico e l’altrettanto profonda innovazione culturale di cui i movimenti degli anni ’70 sono portatori.
3. Le città: teatro delle lotte
Le città sono state il principale teatro del conflitto sociale degli anni ’70. Si deve considerare il fatto che esse, all’epoca, hanno conosciuto una metamorfosi profonda nell’assetto e nell’arredo urbano. In Italia, il fenomeno è stato particolarmente intenso e rilevante. Vediamo, sotto questo punto di vista, le dinamiche sociali che fanno da blocco di partenza per il decennio e che, significativamente, caratterizzano in negativo le aree meridionali.
Nel ciclo 1961-1971, nel Mezzogiorno d'Italia:Più in generale, seguendo le tendenze demografiche, nel periodo 1955-1970, cambiano residenza 17 milioni di italiani. I trasferimenti si indirizzano, prevalentemente:
I fenomeni migratori ridisegnano le coordinate strategiche delle forme urbane, mettendo in crisi i processi di pianificazione del territorio intanto allestiti. Il che comporta la crescita esponenziale del “fabbisogno abitativo” nelle grandi città e nei poli industriali. C’è chi, per tempo, ha osservato: «Il problema della casa, irrisolvibile fino a quando continueranno poderosi flussi migratori, è all’origine dell’autunno caldo» (C. De Seta, La politica stradale dalla ricostruzione al miracolo economico,“Il Ponte”, aprile 1969, p. 95). E, infatti, le lotte per la casa sono state uno degli assi principali della mobilitazione collettiva in tutti gli anni ’70; la legge del 1976-1978 sull’equo canone non è valsa a mitigarle.
In Italia, nel decennio, i sistemi urbani si elevano, di fatto, a “centri” attivi dello sviluppo. Le città, secondo il grado della loro industrializzazione e terziarizzazione, diventano agglomerati spaziali complessi entro cui si concentra la produzione di senso della “vita pubblica”, dell’”agire sociale” e delle “aspettative civiche”. Esse si pongono, così, come nodo di articolazione strategico della riproduzione sociale e della mobilitazione collettiva, assurgendo a territorio elettivo del conflitto lungo tutto il decennio. Sotto questo profilo, sarebbe assai interessante e stimolante un’analisi ravvicinata del nesso di implicazione reciproco, stabilitosi negli anni ’70, tra forme urbane e forme del conflitto, tra organizzazione (e dis/organizzazione) del territorio e insorgenza della mobilitazione collettiva.
(luglio-settembre 2006)
Riferimenti bibliografici
Per un primo approfondimento delle questioni urbanistiche
sollevate, si rinvia almeno a due testi di riferimento:
1) E. Salzano, Fondamenti di urbanistica. La storia e la
norma, Roma-Bari, Laterza, 2005 (III ed.); per le tematiche
qui trattate, rileva, in particolare, il cap. VII: “Tra
riforme e controriforme”;
2) Agostino Petrillo, La città perduta. L’eclissi
della dimensione urbana nel mondo contemporaneo, Bari,
Dedalo, 2000.