LA SINISTRA AL GOVERNO: TRA RIFORME MANCATE
E RIFORMISMO PRUDENTE
La Sinistra al governo
è ben consapevole sia del patrimonio positivo trasmesso dalla Destra (il
pareggio di bilancio), sia dei grandi nodi irrisolti che eredita. Al punto che
lo stesso Depretis, in un discorso dell'8 ottobre del 1876, non esita ad
affermare che:
... la questione urgente, quella che dà l'impronta caratteristica alla
rivoluzione parlamentare del 18 marzo, è dunque la riforma tributaria[1].
Ancora più eloquente,
nel discorso appena richiamato, è un'altra dichiarazione di Depretis:
Noi ci troviamo spesse
volte in un circolo vizioso; le
imposte non fruttano, perché manca la produzione; la produzione non cresce,
perché le imposte sono un principale impedimento[2].
Significativa, però, è
la circostanza che Depretis, fin dal principio, mentre si impegna sul piano
della "trasformazione tributaria", in vista del riequilibrio
strutturale dell'imposizione, sul versante delle finanze locali manifesta un atteggiamento
dilatorio [3].
D'accordo, in linea di
massima, con Depretis, si rivela Magliani[4]
che, tuttavia, rimarca una sintomatica diversità di accento proprio in
materia di finanze locali, ritenute meritevoli di un urgente e profondo
intervento di risanamento.
Su questo terreno, Magliani
tende a incuneare un rilevante spartiacque con le politiche fiscali della
Destra. Tanto le politiche fiscali di questa si sono rivelate penalizzanti per
le finanze locali, tanto quelle della Sinistra debbono ora valorizzare e
promuoverne la riorganizzazione e l'efficienza: ecco, in breve, la sostanza del
ragionamento di Magliani.
In un rilevante
articolo del 1878, Magliani ha modo di osservare che il "punto di
partenza" e la "base preliminare" della "riforma
tributaria" sono rappresentati dallo "assetto delle imposte
locali", specificando con acume che:
Il problema del
pareggio aveva due lati: lo Stato e i Comuni; il secondo fu trascurato. Ed ora
ci si fa sentire, rimprovero o minaccia, la voce inesorabile dell'urgenza. Non
tanto il tristissimo esempio di grandi città, delle quali è ormai sciupato il
credito, ma la condizione in che trovasi la massima parte de' grossi e medi
Municipi d'Italia s'impone alla più sollecita attenzione del Parlamento
nazionale[5].
L'esigenza qui
avvertita è quella del decentramento delle decisioni e delle entrate, nella
prospettiva dell'autonomia amministrativa delle comunità locali. A ciò si
oppone la persistente politica del centralismo politico-fiscale della Sinistra,
fondata sul presupposto dello "abuso pernicioso del credito", del
"malgoverno", della "prodigalità" e della
"corruzione" delle amministrazioni locali, ben esemplificata dalle
posizioni espresse da Salandra[6].
Ma i disegni di
riforma delle finanze locali elaborati da Magliani, in un prolungato arco di
tempo, si rivelano, per lo più, delle riforme
mancate, per effetto della resistenza che incontrano nella maggioranza, nel
Parlamento e nel Paese[7].
Il dissesto finanziario delle finanze locali, così, permane e si consolida.
Una delle conseguenze
più perniciose di tale dissesto è data da un rinascente e proliferante
protezionismo municipale, strategia di difesa che se, in un certo senso, appare
obbligata, per il resto complica ulteriormente lo scenario, rendendo ancora più
disfunzionale, sino al limite della governamentabilità, il mercato delle
transazioni e delle politiche fiscali locali. A tutti gli anni '80, la pesante
eredità negativa della Destra, dunque, non è scalfita; anzi, viene confermata e
incrementata.
Pur differenziandosi
da Depretis, come si è visto, sulla necessità di riordinare e risanare il
sistema dei tributi locali, il Magliani condivide col leader della Sinistra una spiccata dose di pragmatismo, in forza
di cui i suoi programmi di riordino delle finanze locali si caratterizzano per
la loro prudenza ed il loro
moderatismo. In particolare, ciò emerge sulla spinosa materia delle
imposte di spesa, con spiccato riferimento al dazio di consumo.
In linea di principio,
Magliani avverte la doppia esigenza dell'autonomia delle amministrazioni locali
e di una maggiore equità nel gettito fiscale. Tuttavia, in linea concreta, nel
suo disegno di legge di riforma del marzo 1879[8]
non appare disposto ad abolire il dazio di consumo che, tra le imposte di
spesa, appare certamente la più sperequata, in quanto determina un imponibile
fiscale iniquo a carico delle classi lavoratrici, di cui, pure, egli vuole
tutelare le aspettative e i bisogni. Il fatto è che, a fronte della situazione
non brillante in cui versano le finanze dello Stato, abolire un volume di
entrate così considerevole gli appare una misura poco realistica.
L'idea base di
Magliani e della maggioranza è che le condizioni precarie del bilancio statale
non consentono riforme radicali in materia tributaria, da cui consegue un riformismo prudente che finisce con l'essere
il contrassegno specifico dell'azione di governo della Sinistra, non soltanto
in materia fiscale. La "rivoluzione fiscale" che Depretis e Magliani
intendono operare risulta, così, minata alla base e la rottura, cui pure si
anela, con le politiche fiscali della Destra non sarà mai organica e
articolata.
La contrarietà alle
innovazioni di fondo e alle riforme strutturali fa indulgere Mamiani a
"progetti misti", in cui campeggia le teoria-prassi della comunione delle fonti tributarie tra
stato e comuni. Sicché viene conservato il caposaldo delle politiche fiscali
della Destra: il carattere misto del dazio che è contestualmente imposta
governativa e comunale.
A questo dato si cerca
semplicemente di frapporre degli argini, con riguardo particolare agli effetti
sperequativi e disfunzionali che ne discendono. Vanno in questa direzione:
1) la riduzione delle
sperequazioni nella parte governativa del tributo;
2) l'aumento dei
proventi comunali, fermo restando, però, il livello delle entrate erariali;
3) il contenimento del
protezionismo comunale.
Insomma, ci si propone
di agire sugli effetti, più che sulle cause dell'irrazionalità e
dell'inefficienza del sistema tributario che, pertanto, sarebbe rimasto inalterato
nella sua base concettuale-motivazionale e nelle sue finalizzazioni politiche.
Il connubio riforme
mancate/riformismo prudente dà campo alle discussioni ed alle intenzioni di
cambiamento; la realtà, rimane quella di prima. In particolare, il sistema di
prelievo degli enti locali diviene sempre più squilibrato.
Nei primi anni '80,
quello del riordinamento delle finanze locali è il "problema dei
problemi", intorno cui governo e Parlamento ancora discutono. Verso la
metà degli anni '80, il problema perde preminenza e centralità nel dibattito
politico-parlamentare, nella presunzione errata che i comuni avessero, ormai,
attinto cospicui mezzi di prelievo.
La "crisi
agraria" costringerà ad un brusco risveglio e ad un duro ritorno alla
realtà. Nell'immediato, però, essa si rivelerà una fonte aggiuntiva di
difficoltà per il sistema delle finanze locali, a causa delle limitazioni a
sovrimporre il tributo erariale fondiario poste in capo a comuni e province
dalla legge n. 3682 dell'1 marzo 1886.
A tal punto la legge
n. 3682/1886 è consapevole delle contraddizioni addizionali e degli squilibri
ulteriori cagionati alle finanze locali che, in un apposito articolo
introduttivo, essa prevede espressamente che "sarà provveduto con altra
legge al riordinamento del sistema tributario dei Comuni e delle
Provincie"; assicurazione, peraltro, già data 17 anni prima dal governo
dell'epoca. Si dovrà, comunque, attendere la fine degli anni '80, affinché il
tema del dissesto delle finanze locali ritorni a campeggiare nel dibattito
politico e nell'azione di governo.
Nel marzo del 1887,
con un apposito ordine del giorno, il Parlamento sollecita il governo a
presentare, in tempi rapidi, un disegno di legge per il riordino delle finanze
locali. Sicché, nella seduta parlamentare del 19 novembre del 1887, Magliani
(di concerto con il presidente del Consiglio Crispi) presenta un disegno di
legge recante il titolo: "Riordinamento dei tributi locali"[9].
Il "Disegno"
va incontro a critiche durissime, se non sferzanti: in sede di discussione
parlamentare, è definito "meno di niente", "privo di
coerenza", una commistione di "ritocchi di dettaglio",
"inopportuno, intempestivo ed inefficace"[10].
Magliani, la cui autorità è precipitata "in stato di sfacelo"[11],
avendo contro il "fronte agrario" e quello dei "liberisti e con
la maggioranza dei deputati pronta a dimissionarlo, è costretto a ridurre la
portata del provvedimento che diviene: "Modificazioni ed aggiunte alle
leggi sui tributi locali".
Tanto nel
"Disegno" che nelle "Modificazioni", Magliani ripropone la
sua teoria-prassi della comunione dei tributi, con l'aperto riconoscimento
della unicità della materia imponibile per lo stato e per le amministrazioni
locali [12].
L'unica differenza, precisa Magliani, starebbe nelle "forme di espressione"
che ove "generali" rientrerebbero sotto la potestà impositiva dello
stato e ove "determinate e particolari" verrebbero, invece,
ricondotte sotto la potestà impositiva delle amministrazioni locali[13].
In sede di giudizio
storico, va riconosciuto che quella proposta da Magliani, seppur viziata da
alcune inconseguenze di fondo (dipendenti dal moderatismo riformista del
ministro), presenta alcuni indubbi elementi positivi, tra i quali spiccano:
1) la semplificazione
della procedura per l'autorizzazione ad eccedere i limiti delle sovrimposte;
2) la riduzione della
tassa sul bestiame;
3) il consolidamento a
favore dei comuni della tassa sul dazio di consumo;
4) il conferimento ai
comuni di due nuove tasse: sulla produzione del gas per l'illuminazione; sul
prodotto lordo derivante da spettacoli teatrali e da ogni altro tipo di
intrattenimento;
5) la disciplina
dell'importazione temporanea dei prodotti.
Nonostante l'accesa
contrarietà della "Lega agraria", nelle "proposte di
modifica" presentate da Magnani, la proprietà fondiaria appare
adeguatamente tutelata. Al contrario, sono proprio i comuni ad essere
penalizzati in tema di sovrimposizione sulla proprietà fondiaria. Egualmente
penalizzanti per i comuni, sono le misure auspicate in tema di ricchezza
mobile, tassa sul bestiame e dazio sul consumo.
Rimangono giacenti e
irrisolti tutti gli annosi problemi causanti il dissesto delle finanze locali e
l'incongruenza del sistema fiscale nel suo complesso, a partire dalla
separazione dei cespiti tra erario e amministrazioni locali e dal
consolidamento del dazio governativo (agente come fattore di consolidamento di
ingiustizie e sperequazioni fiscali).
Le proposte di riforma
presentate da Magliani vengono prese in esame da una "Commissione
parlamentare"[14]
che si sofferma sulle questioni più controverse:
1) la riforma
strutturale del sistema impositivo comunale;
2) il superamento
della promiscuità dei cespiti;
3) la risoluzione dei
nodi della finanza delle province.
Ben presto, la
"Commissione" va inclinando verso conclusioni conformiste,
dall'evidente taglio "centralista":
1) il dissesto delle
finanze locali è ricondotto puramente al versante delle spese (aumento fuori
controllo delle spese obbligatorie e facoltative);
2) la gestione
periferica delle finanze è ritenuta inefficace;
3) la normativa che
regola i tributi locali viene bollata come indeterminata e contraddittoria.
Per il resto, la
"Commissione" apporta dei cambiamenti alle proposte di Magliani che,
in genere, ne confermano la "filosofia di azione". Tranne che in un
importante punto: quello relativo alla tassa sul valore locativo. Magliani la
intende come un "tributo sulla spesa", per la "Commissione"
essa costituisce, invece, una vera e propria tassa sull'entrata.
Sull'argomento, Magliani incamera il consenso di Sonnino, pure, uno dei suoi più accaniti "oppositori personali",
assieme a Giolitti e Salandra. Ecco come si esprime Sonnino, dopo aver
appoggiato la posizione di Magliani:
Or bene cominciamo
dalla tassa sul valore locativo. È verissimo che la commissione ha dato a
questa imposta sul valore locativo il nome di imposta sull'entrata, mentre il
ministro l'ha considerata come imposta sul consuno. Ma la sola conseguenza
pratica che si possa dare dal considerarne la diversa natura è quella di farne
un'applicazione progressiva e proporzionale, a seconda che si consideri, come
ha fatto la Commissione, un'imposta sull'entrata o, come il ministro, una
imposta sul consumo[15].
Nonostante la
discordanza appena segnalata ed altre ancora meno significative, la
"Commissione" e Magliani convergono su un punto centrale:
l'inopportunità di una riforma organica e definitiva. Si afferma, ancora una
volta, il leitmotiv del riformismo prudente della Sinistra: procedere per
ritocchi e riaggiustamenti tanto mirati quanto limitati.
Il riformismo
inconseguente della Sinistra, pur censurabile, non è privo di fondamenti
storici e giustificazioni politiche: il paese è nel pieno di una grave e
perdurante crisi socio-economica; le condizioni del bilancio statale destano
preoccupazioni serie; le resistenze al
cambiamento sono ben radicate e diffuse nel corpo delle élites economiche e
politiche; la rappresentanza parlamentare ha un prevalente profilo
centralista-statalista. Condizioni, queste, che certamente non caldeggiano il
mutamento radicale dell'indirizzo delle politiche fiscali. Al combinarsi di tutti questi elementi
negativi è, sicuramente, da imputarsi il voto negativo, a scrutinio segreto,
col quale il 2 maggio 1888 vengono respinte le proposte di riforma di Magliani,
così come modificate dalla "Commissione"[16].
Rimane, tuttavia, da
dire che la Sinistra si crea proprio con le sue opzioni e le sue strategie
l'impedimento più serio sulla strada della riforma strutturale del sistema
fiscale nazionale e delle finanze locali. Ci riferiamo alla mancata previsione
e attuazione di adeguate politiche economiche di sviluppo che, sole, possono
accompagnare l'innovazione coerente del sistema tributario. In ciò essa replica
l'errore della Destra, nonostante a Depretis, già nel 1876, fosse ben chiara la
natura del problema e l'entità della posta in gioco.
Nonostante questo
limite comune, va tenuto nel debito conto che mentre la Destra riesce a
conferire agli enti locali un sistema di prelievo, pur nelle incongruenze che
abbiamo provveduto a segnalare, la
Sinistra non riesce a portare a
segno nessuno dei suoi progetti di riforma della finanza locale. Si deve, inoltre, osservare che sul finire
degli anni '80 i comuni possono contare sul medesimo assetto e volume di
prelievo della fine degli anni '60.
Alle pessime
condizioni delle finanze locali si accompagna un forte
disavanzo di bilancio, legato soprattutto alla politica di espansione delle
opere pubbliche, soprattutto nel settore delle ferrovie; tanto che
l'opposizione definisce Magliani "ministro dell'allegra finanza".
Diviene, questo, il principale terreno di polemica che l'ooposizione alimenta
contro Magliani e che già nel 1886 raggiunge toni estremamente accesi. Ed è sul tema spinoso del disavanzo di bilancio, non
sul mancato riordino dei tributi locali, che Magliani cade.
Crispi, divenuto nel
1887 con la morte di Depretis nuovo presidente del Consiglio, a seguito della
bocciatura a scrutinio segreto del 2 maggio 1888, sostiene il suo ministro in
ripetute occasioni, spingendosi fino al limite di non accettare le sue
dimissioni. Quando, però, la battaglia e la critica si spostano sulle economie
di spesa, per ricondurre a riequilibrio il disavanzo di bilancio, a Magliani
sono inflitti i "colpi mortali", dai quali nemmeno Crispi vuole e può
difenderlo[17].
Nel dicembre del 1888, A. Magliani si
dimette ed è sostituito da B. Grimaldi alle finanze e dal senatore C. Perazzi
al tesoro. La sua posizione è insostenibile, sin dal 28 novembre: di fronte
alla gravità della situazione finanziaria (nel biennio 1887-1888, il disavanzo
ammonta a 386 milioni), infatti, si limita a proporre quale rimedio un aumento
del prezzo del sale e il ripristino di due decimi sull’imposta fondiaria.
Il nuovo ministro del tesoro, il 3 febbraio
1889, comunica alla Camera che il disavanzo nel bilancio ammonta a 192 milioni
e non a 62, come affermato dal suo predecessore (Magliani). Propone, quindi,
una diminuzione di 32 milioni sulle spese e un aumento dei tributi di circa 50
milioni. Il progetto solleva le critiche della maggior parte dei deputati,
contrari all’idea di imporre ulteriori aggravi fiscali ai contribuenti.
Il 28 febbraio 1889, il governo Crispi si
dimette per evitare un voto di sfiducia sulla gestione delle finanze; il successivo
9 marzo Crispi forma il nuovo governo, nominando G. Giolitti ministro del
tesoro e F. Seiscuit Doda ministro delle finanze, confermando in carica tutti
gli altri ministri. Con la destituzione del settembre 1890 di Seiscuit Doda[18],
Giolitti concentra nelle sue mani anche il dicastero delle finanze. A dicembre,
però, Giolitti si dimette, manifestando la sua
netta contrarietà all'aumento di spesa richiesto dal ministero dei
lavori pubblici.
Il giro vorticoso delle dimissioni appena
riferito non consente, certo, la messa a punto di politiche fiscali rigorose e
adeguate alla situazione. Intanto, la crisi economico-finanziaria del paese si
aggrava, causando la caduta del governo Crispi.
Subentra una fase di instabilità politica che
conduce allo scioglimento delle camere del 27 novembre 1892 ed alle conseguenti
elezioni che vedono il netto successo
di Giolitti, il cui governo, però, dopo lo scandalo della "Banca di
Romana", è costretto a dimettersi. Nel 1893, il mandato di formare la
nuova compagine governativa viene conferito F. Crispi che nomina Sonnino al
dicastero del tesoro e delle finanze. Sonnino, memore delle battaglie condotte
contro Magliani, nel 1894 espone alle camere la situazione finanziaria dello
Stato, segnalando un disavanzo di 155 milioni.
Nel febbraio 1894, per raggiungere il
pareggio di bilancio, Sonnino propone:
1) il ripristino dei due decimi dell’imposta
fondiaria aboliti nel 1886 e 1887;
2) l’aumento del prezzo del sale e del dazio
doganale sul grano;
3) l’aumento della ritenuta di ricchezza
mobile sulle cedole dei titoli di stato dal 13,20% al 20%;
4) l’aumento delle imposte di successione;
5) l’introduzione di un’imposta
complementare progressiva sul reddito globale.
Le resistenze parlamentari a tali
provvedimenti sono accese, tanto che Crispi si vede costretto a togliere a
Sonino la responsabilita del dicastero delle finanze. Alla fine di maggio del
1894, la camera approva il nuovo piano finanziario, consistente nell’aumento:
1) della ritenuta di ricchezza mobile sulle
cedole dei titoli di stato;
2) del prezzo del sale;
3) del dazio doganale sul grano.
Il 21 luglio successivo, anche il senato
approva i tre provvedimenti.
Dal 1895, le condizioni economiche e
finanziarie del paese tendono a migliorare. Nell'esposizione del bilancio del
1895-96, Sonnino (nuovamente al dicastero delle finanze) annuncia i seguenti
provvedimenti:
1) aumento
del dazio sul grano e sulla segala;
2) aumento della tassa sugli zuccheri;
3) imposizione di una tassa sui fiammiferi;
4) innalzamento della tassa di fabbricazione
degli spiriti da 120 a 180 lire e soppressione della tassa di vendita di 40
lire;
5)
imposizione del dazio di entrata sul cotone.
La camera e, poi, il senato votano quasi tutte le proposte del governo: legge "omnibus" n. 486 dell'8 agosto 1895. Tra gli altri, soono presi i seguenti provvedimenti:
1) istituzione di una tassa sul consumo del gas e dell'energia
elettrica per l'illuminazione e il riscaldamento (esentato il consumo per
l'illuminazione municipale di aree pubbliche e per il riscaldamento nei
processi industriali);
2) modificazioni delle tasse ipotecarie;
3) disposizioni relative alle tasse sulle assicurazioni;
4) disposizioni mirate alla semplificazione dei titoli del
debito pubblico.
Per effetto di tali
misure, sul finire degli anni '90, i conti pubblici tornano ad avere un assetto
equilibrato ed il bilancio dello stato ritorna ad essere sotto controllo.
Tuttavia, rimangono irrisolti tutti i nodi della (mancata) riforma tributaria e
della corrispondente (mancata) riforma delle finanze locali.
In linea conclusiva, possiamo dire che le politiche fiscali della Sinistra abbiano ricevuto il loro contrassegno principale dall'opera di Magliani, a cui vanno riconosciute indubbie qualità di studioso non disgiunte dalla capacità di conseguire apprezzabili risultati nella conduzione del dicastero delle finanze e del tesoro. Sul suo conto, però, non si può non concordare con la valutazione critica di uno dei suoi più fieri avversari politici, secondo cui, negli anni '80, il Magliani impersona una politica finanziaria "senza concetto direttivo, senza coerenza, senza vigore, sostenuta da ripieghi, artifici, astuzie"[19]. Il giudizio negativo, evidentemente, va esteso alle compagini succedutesi dal 1876 al governo del paese, le cui promesse di riforma sono puntualmente disattese dall'azione politica concreta.
[1] A. Depretis, Discorso agli elettori di Stradella (8 ottobre 1876), Roma, 1876,
p. 29; corsivo nostro.
[2] Ibidem; corsivo nostro.
[3] Del Depretis si confrontino, al
riguardo, i celebri Discorsi parlamentari,
VI, Roma, 1892.
[4] A. Magliani, già segretario
generale al Ministero delle Finanze con Q. Sella e presidente di sezione alla
Corte dei conti, nonché senatore (1871), in seguito, è lungamente ministro
delle Finanze con Depretis e Crispi (1878-89).
[5] A. Magliani, La quistione finanziaria de' comuni, in "Nuova
Antologia", fascicoli XVIII-XIX, 1878, p. 294.
[6] Cfr. A. Salandra, Il riordinamento delle finanze locali, in "Nuova Antologia", fascicoli XIV, XVI, 1878. Sul dibattito in quel tempo intervenuto tra "decentramento amministrativo" e "centralismo", cfr. R. Romanelli, Il comando impossibile. Stato e società nell'Italia liberale, Bologna, 1988; in specie pp. 31 ss.
[7] Cfr., sul tema, R. Giannotti, op. cit., in particolare pp. 5-112. Non
meno rilevante (anzi) è G. Marongiu, Storia
del fisco in Italia, II, La politica
fiscale della Sinistra storica (1876-1896), Torino, 1996.
[8] Progetto di legge "Riforma
del dazio di consumo", 28 marzo 1879, APC leg. XIII,
sess. 1878-79.
[9] APC
leg. XVI, 2 sess.
Doc. Disegni di legge e relazioni n. 13.
[10] Si distingue, in particolare, A.
Salandra, di cui vedasi Discorsi
parlamentari, I, 1969.
[11] Cfr. "L'Economista", 5 febbraio 1888.
[12] APC leg. XVI, 2 sesssione, discus. tornata 19 aprile 1888.
[13] Ibidem.
[14] Alla presidenza della Commisione viene chiamato P. Lacava, insigne esperto di problemi tributari; relatore è A. Fagiuoli che non riscuote grande stima da parte degli altri parlamentari.
[15] APC. leg. XVI, 2 sessione, discus. dell'1 maggio 1888.
[16] APC. leg. XVI, 2 sessione
1887-88, doc. 14-A.
[17] Nella critica si distingue, in
particolare, il settimanale liberista "L'Economista", di cui vedasi
l'articolo Parlamento e ministro, 16
dicembre 1888.
[18] La destituzione avviene con un decreto regio, per aver il Seiscuit
Doda permesso manifestazioni irredentiste durante un banchetto in suo onore.
[19] S. Sonnino, Discorsi parlamentari, I,
Roma, 1925, p. 399.
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