LO SCENARIO
di Antonio Chiocchi

1. Perché raccontare gli anni '70? - 2. I movimenti - 3. La lotta armata - 4. Capro espiatorio e rimozione - 5. Vinti e vincitori

1. Perché raccontare gli anni '70?

Le risposte a questa domanda possono essere innumerevoli, a seconda delle modalità con cui si approccia l’indagine storica e delle chiavi di lettura dell’analisi politica.

Si vuole qui proporre una sequenza di elementi interpretativi possibili, sottoposti alla verifica della discussione pubblica.

Il punto da cui si muove è il seguente: gli anni ’70, nella società civile e politica italiana, hanno segnato una frattura non ancora saldata e, tuttavia, catalogata con paradigmi, per lo più, unilaterali.

Dal punto di vista quantitativo, le indagini storiche e le analisi politiche sugli anni ’70 abbondano. Procedendo, però, ad una disamina qualitativa di sintesi, appare con chiarezza come si sia, in genere, stratificato un criterio interpretativo strumentale, preoccupato più di chiudere che di aprire il dibattito.

Nell'immaginario collettivo la rimozione si è, così, alternata al silenzio. È passata la colpevolizzazione del protagonismo dei movimenti sociali e delle loro conquiste, con l'assoluzione pressoché completa di Stato, istituzioni, classe politica di governo e di opposizione, organi ed organismi della rappresentanza.

Si insiste a non voler scavare sotto quegli stereotipi culturali che tacciano di estremismo dissennato le domande dei nuovi movimenti sociali. Si indugia e indulge nel far confluire l’intero flusso della mobilitazione collettiva di quegli anni nella parabola della lotta armata, stabilendo una spuria relazione di cointeressenza, se non di coincidenza, tra ricerca di senso dei movimenti e progettualità armata.

La frattura degli anni ’70, così, non viene reinterrogata. Per meglio dire: viene ritualizzata e riattualizzata, coprendo sotto un manto di nebbia le responsabilità del sistema politico e dei suoi attori, col fine, neanche troppo occulto, di mettere definitivamente in soffitta le conquiste di diritto e di civiltà assicurate proprio dalla "stagione dei movimenti".

Raccontare gli anni ’70 significa reinterrogare quella frattura, per non esserne più vittime e più non vittimizzare in suo nome. Altrimenti, nel tempo che c’è, il rimosso condanna a mimare stancamente e tragicamente il tempo che non è più.

2. I movimenti

I movimenti degli anni ’70 – che, per esigenze di esposizione, designiamo qui come nuovi movimenti sociali – allargano lo spettro dell’azione collettiva, arricchendone il repertorio tematico. L’identità e il senso diventano gli oggetti precipui e felici del loro esistere e del loro agire.

Questa nuova fenomenologia insedia una sorta di eccedenza sociale e culturale che travalica l’angusto campo del ‘politico’ e della politica. Con una precisazione ulteriore: più che postpolitici, i nuovi movimenti sociali sono extrapolitici.

Entrano in scena nuovi soggetti sociali (in primis, le donne e i giovani) che estendono le ragioni e le sfere della mobilitazione all’intera dimensione della vita: non sono più il tempo di lavoro e lo spazio della politica il campo esclusivo della mobilitazione. Conferire senso e autonomia creativa alla vita, in tutte le sue forme di manifestazione: ecco l’orizzonte e la pulsione profonda dei nuovi movimenti sociali.

La ricerca di senso propria dei nuovi movimenti tende alla costruzione di identità libere, capaci di autoriconoscersi e riconoscersi reciprocamente nella loro differenza costitutiva. Non sempre le differenze così messe in campo, però, trovano la via del dialogo; insorgono, anzi, delle intermittenti e non secondarie contraddizioni.

È, questo, il caso soprattutto delle tensioni manifestate da gruppi e organizzazioni a leadership maschile e matrice maschilista contro i movimenti femminili, i quali rappresentano una delle punte avanzate della mobilitazione. Al polo opposto, si devono registrare le riluttanze manifestate dalle figure tradizionali della mobilitazione operaia che individuano come estranee, se non pericolose, le tematiche del corpo, della biodiversità e della differenza in genere.

Il passaggio dalle identità di gruppo alle identità delle differenze segna la transizione dalla centralità dei bisogni alla centralità del desiderio. I nuovi movimenti sociali si separano dall’economia politica della liberazione dei bisogni. Per essere ancora più precisi, intendono percorrere fino in fondo il cammino di liberazione dai bisogni, per dar corso compiuto all’economia libidinale dei desideri.

Su questa piattaforma storica nascono, proliferano ed esauriscono velocemente la loro traiettoria i movimenti del ’77 che del desiderio fanno il loro vessillo.

Ma la razionalità libidinale del desiderio, mentre riesce facilmente a svincolarsi dall’economia politica dei bisogni, non può assolutamente decontaminare i linguaggi della violenza e la violenza come linguaggio. Il desiderio giustifica solo se stesso e niente altro riconosce fuori di sé: nel tempo/istante dissolve la durata e nella durata, ben presto, non crede più.

In forza del loro profilo dissolutorio, i movimenti del ’77 intrattengono un rapporto ambiguo con la violenza che finisce col marchiarli in negativo e destrutturarne i potenziali positivi. Sono, così, spinti verso l’isolamento e la ghettizzazione. Nelle sacche della marginalità prende luogo la loro autoestinzione; come vedremo in un successivo articolo.

Sono i filoni più profondi e maturi dei movimenti femministi a rimanere tenacemente fuori dalla presa sgretolante dei linguaggi della violenza e dalla politica come violenza, assestando a questo livello di profondità la loro visione critica e le loro pratiche di libertà e liberazione.

Due i limiti fondamentali imputabili ai movimenti degli anni ’70.

Il primo: la mancata conversione del loro potenziale di conflitto in mutamento politico, a causa di una inadeguata cultura istituzionale della trasformazione.

Il secondo: l’incapacità di definire un comune “quadro di riferimento”, intorno cui aggregare le figure della differenza e ricostituire la catena delle relazioni comunicative con la società civile entrate, ormai, irreparabilmente in crisi.

Ciò spiega come siano potuti rimanere stritolati dalla tenaglia dell’azione convergente della repressione statuale e della pratica distruttiva e fallimentare delle organizzazioni armate. Ciò spiega, infine, come di essi solo il femminismo sia riuscito a sopravvivere, far durare e sviluppare nel tempo il proprio discorso e le proprie pratiche.

3. La lotta armata

Nello scenario storico per l’essenziale disegnato, la lotta armata ha finito con il giocare un ruolo preponderante, più per i vizi delle strategie politico-istituzionali ed i limiti dei movimenti che per forza propria.

Fin dall’inizio, la lotta armata si caratterizza per la residualità delle sue culture e delle sue posizioni politiche. Fino a tutto il 1977, il suo ruolo sociale rimane assolutamente marginale. Acquisisce una funzione sociale di rilievo in una fase storica in cui autoreferenzialità del sistema politico e crisi dei movimenti sociali si saldano perfettamente.

Questo incastro si realizza a cavallo del 1977-1978 ed ha proiezioni inerziali fino al 1979. Da un lato, il sistema politico accorpa e fagocita in sé l’opposizione politica, con il varo della strategia della solidarietà nazionale. Dall’altro, i movimenti del ’77 in parte inclinano verso la dissoluzione; per il resto, o ripiegano verso il privato e il disimpegno, oppure sono attratti dal fascino indiscreto della lotta armata.

La sfera pubblica del conflitto, paradossalmente, resta in prevalenza occupata dalla lotta armata. Da questo campo simbolico simulato si tiene ben fuori soprattutto il "discorso femminile", avversato da tutti gli attori politici del tempo e da quello armato più degli altri.

La lotta armata insedia a questo tornante storico la sua fugace stagione d’oro; ma qui, nel contempo, celebra il suo esaurimento politico. L’operazione Moro segna il culmine della lotta armata e, insieme, il suo punto di crisi irreversibile. Ciò che avviene dopo è stanca mimesi: sopravvivenza macchinica di un discorso e di una pratica già segnati ampiamente dalla sconfitta.

Non si può, per questo, concludere che la lotta armata trovi la sua ineliminabile ragion d’essere nel clima politico del tempo e che soltanto successivamente, col mutare delle condizioni storiche, sia diventata una strategia improponibile. Essa è, sì, da ricondurre e ricollocare nel contesto che le è più proprio, ma è, sin dal principio, una strategia perdente e non legittimata da alcuna motivazione storica, politica e culturale. È, anzi, uno degli operatori centrali di quella frattura storica e politica che costituisce uno dei campi di indagine che stiamo cercando di privilegiare. La sua responsabilità, sotto tutti i punti di vista, non è di lieve peso.

4. Capro espiatorio e rimozione

Sono, ormai, innumerevoli le testimonianze di vita di ex militanti della lotta armata.

Il fenomeno ha conosciuto una progressione costante e fatto indignare più di uno. V’è un comune denominatore che apparenta tutti i critici di questo tipo di editoria: il rancore.

Giustificato appare il risentimento dei parenti delle vittime. Non altrettanto può dirsi per il malanimo espresso soprattutto da quelle critiche che hanno una chiara matrice di sinistra.

Non si può non rilevare, in proposito, che mentre la sinistra storica e istituzionale prolunga nell’ostracismo di oggi la “linea della fermezza” di ieri, la sinistra sociale ed extra-istituzionale continua ad imputare alla lotta armata la responsabilità esclusiva della sconfitta dei movimenti.

In entrambi i casi, le autobiografie politiche degli ex militanti della lotta armata vengono usate come il classico capro espiatorio che sposta all’esterno lo sguardo critico, salvaguardando la presunta incontaminatezza del proprio interno.

Il racconto degli ex militanti della lotta armata viene letto soltanto in negativo, isolandone manchevolezze e astuzie che, sovente, non mancano. La critica tende ad esasperarsi e non riesce mai a fare uno sforzo supplementare di indagine, non cogliendo che quel racconto è anche la confessione resa in pubblico di un fallimento e di una sconfitta, a prescindere dalla motivazione e dalla giustificazione che vengono narrativamente suggerite.

Tra le parole e le cose esiste uno scarto incolmabile. La cosa non si lascia rinchiudere nella nominazione; anzi, spesso svela i trucchi del nome. Allora, quello che conta non è l’intenzione soggettiva del narratore, ma la narrazione che la cosa fa a prescindere dall’autore del racconto e dalla medesima decostruzione critica che viene variamente suggerita.

La pulsione ossessiva alla delegittimazione dell’autore del racconto può, quindi, tranquillamente decadere. Ascoltandolo e lasciandolo parlare, non se ne legittimano le scelte pregresse e le opzioni attuali; al contrario, le si comprendono meglio, ben oltre quanto rivelato dalla scrittura e dalla stessa decostruzione criticamente elaborata.

Il disaccordo non ha come forma esemplare la delegittimazione rancorosa. Piuttosto, è presa di distanza consapevole che non ha bisogno di marchiare con lo stigma ciò e chi si ritiene doveroso sottoporre a confutazione. In realtà, la stigmatizzazione del racconto degli ex militanti della lotta armata funziona come una criminalizzazione ed emarginazione perpetua: una perenne condanna al silenzio.

Tanto più impellente scatta, quindi, l’esigenza di ricoprire fragorosamente con un giudizio negativo tutte le parole, singole o corali, che quel silenzio infrangono. Questo genere di critica dice agli ex militanti della lotta armata: “Non eravate legittimati a combattere ieri; non siete legittimati a parlare oggi”. La circostanza che le loro parole trovino, comunque, circolazione e risonanza persino nell’industria culturale aggiunge irritazioni nuove a rancori antichi.

Come sempre, le categorie del capro espiatorio nascono nel mare magnum della rimozione. Più la rimozione agisce in maniera inconsapevole, più la critica procede dalla delegittimazione politica a quella etica e, da questa, a quella umana tout court. Una vera e propria macchina da guerra concettuale viene lubrificata e tenuta in azione permanente.

Lo scopo perseguito è ben chiaro: l’azzeramento simbolico di chi è stato codificato ieri come il nemico e oggi come l’intruso.Una operazione di belligeranza intellettuale di questo tipo rivela un palese deficit del principio di identità, ricavato esclusivamente per differenza negativa, in contrapposizione ad un polo qualificato invariabilmente come riprovevole sul piano politico ed inferiore su quello etico. L’io politico e l'io esistenziale rifiutano qui ogni assunzione di responsabilità e progettano la loro immutabilità, inoltrando richieste di mutamento esclusivamente ad altro e ad altri, verso cui emettono periodiche e sempre più ossessive pronunce di condanna.

Viene qui eretta una estrema e strenua barriera difensiva che preclude il dialogo e inibisce ogni presa di parola autentica. È possibile aggirarla, soltanto se si è disposti ad estendere lo sguardo sull’intero orizzonte delle responsabilità: le proprie e quelle altrui, rimettendo liberamente in gioco — e senza preclusioni — la propria identità e soggettività.

Un dialogo è sempre possibile. Ciò che oggi è precluso, può essere fattibile domani, se con uno sforzo comune si riesce a decontaminare le posizioni che entrano in relazione.

5. Vinti e vincitori

Non c’è bisogno del richiamo formale alle “Tesi di filosofia della storia” di Benjamin, per concludere che il passato ha — ed esercita — dei diritti. Ha su di noi un diritto, esattamente come lo hanno le generazioni future.

Chi vince e chi è vinto in questa complessa dialettica?

Non tenendo esclusivamente conto dei rapporti di forza immediati, indubbiamente risulta vinto chi perde l’accaduto della storia, quanto più esso assume sembianze terribili oppure indecifrabili.

Vinto, in breve, è chi, oltre ad essere sconfitto dalla forza, smette di interrogare la storia. Chi non si confronta con l’imponderabile che ne caratterizza le movenze di superficie. Chi pretende di ricondurre a chiarezza cristallina l’inintelligibilità dei suoi sommovimenti profondi.

Non è vinto, in breve, non chi conserva la storia per la redenzione del “giorno finale”; bensì chi ricompone nel medesimo slancio passato, presente e futuro.

Le conquiste non durevoli e le sconfitte sono esattamente il segnale della mancata “ricomposizione” della pluridimensione del tempo.

È sempre sconfitto quel presente che non ha saputo guardare il passato con gli occhi del futuro; quel passato che non ha saputo presentificare il futuro; quel futuro che non ha saputo ricondurre il presente nelle viscere del passato.

Chi rimane senza passato è già senza presente e alcun futuro lo attende. Resta senza tempo: sradicato e straniero a se stesso, precipitato nella routine dei ruoli.

Ridiscutere degli anni ’70 significa anche recuperare la pluridimensione delle conquiste e delle sconfitte avvenute nel tempo.

Qui si stratificano il racconto e la storia.

(luglio 2006)


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