1. La transizione dal feudalesimo al capitalismo
Apriamo ora un campo di riflessioni di natura teorico-storiografica, con particolare riferimento al tema della transizione dal feudalesimo al capitalismo nel Meridione. Con tutta evidenza, è, questo, un tema non sufficientemente indagato dal meridionalismo classico e da quello contemporaneo. Si cercherà qui di metterne in luce alcuni passaggi chiave.
In un suo pregevole lavoro, G. Galasso osserva acutamente che due sono le verità che la storiografia sulle città campane dell'alto medioevo non potrà mai occultare:
Egli avverte con precisione che:
lo sviluppo e la storia commerciale delle città campane nel medioevo vanno inseriti nel generale processo di trasformazione del commercio mediterraneo che si attua nel corso dei secoli VII-IX e del quale quello sviluppo e quella storia costituiscono un momento di peculiare importanza (1).
Che il mare (e il Mediterraneo segnatamente e fino a tutti i secoli XVII-XX) sia uno spazio essenziale dell'habitat meridionale è a tal punto vero che, qualche anno fa, P. Bevilacqua ha potuto correttamente definire il Mediterraneo come luogo del Mezzogiorno (2). Perfettamente giustificato pare, dunque, l'interesse che, già a partire dagli anni Cinquanta, Braudel dedica al Mediterraneo. È proprio il colpo d'occhio in campo largo dell'indagine di Braudel che ci consente di superare alcuni gravi limiti di giudizio e di analisi della posizione, pur rilevante, elaborata da Croce, il quale nella sua fondamentale Storia del Regno di Napoli assume il carattere positivo della dominazione degli Asburgo sul Meridione italiano.
Per Braudel, invece, non v'è dubbio: l'egemonia imperiale che la Spagna si conquista nei secoli XVI e XVII in Europa e nelle Americhe ha il risultato innegabile di condurre le regioni controllate “alla condizione di paesi di seconda linea e la Spagna a quella di metropoli” (3).
È, dunque, nella "crisi del Cinquecento" che va ricercata l'origine moderna del complicato nesso centro/periferia fino a tutto il XIX secolo: soprattutto alla luce della crisi del feudalesimo e delle sue risultanze nell'intreccio con la "guerra dei Cent'anni", la quale acutizza oltremodo i conflitti tra Stati e all'interno di ogni Stato. La "guerra dei Cent'anni", difatti, costringe tutti i sistemi statali europei a rimodellarsi e pianificarsi su una economia di guerra. D'altro canto, le contraddizioni sociali sono destinate a intensificarsi proprio in ragione della crisi che colpisce l'impalcatura della società medioevale, la quale non riesce più a:
Il cumularsi di tutti questi elementi ingenera l'endemizzazione del conflitto sotto forma di insurrezioni contadine e apre una forbice all'interno delle stesse figure cardine del sistema di potere feudale, accentuando gli effetti di frantumazione collegati al policentrismo medioevale. Che le rivolte contadine abbiano infiammato l'Europa dal XIII al XIV secolo non è un mero fatto empirico; ma sintomo ed elemento della gestazione di un ben più ampio processo di sommovimenti sociali.
Di fronte a questo quadro storico, I. Wallerstein osserva:
... l'unica soluzione per far uscire l'Europa occidentale dalla decimazione e dalla stagnazione sarebbe stata quella di allargare la spartizione del profitto: soluzione che richiedeva, data la tecnologia del tempo, un'espansione dell'area coltivata e lo sfruttamento della popolazione più povera. Questo è, nei fatti, quanto è successo nel quindicesimo e sedicesimo secolo (4).
Ora, se facciamo ricorso al metodo di Braudel della "lunga durata", combinandolo con quello di Elias dei modelli di differenziazione/integrazione crescenti e decrescenti, perveniamo produttivamente alla rimessa in questione di tutti i modelli universalistici e localistici che la storiografia ha avuto modo di elaborare (5). La ricerca delle costanti e delle tendenze storiche diventa, dunque, inseparabile dalla rilevazione delle differenze e delle specificità. La stessa soglia del metodo storiografico comparato, per quanto ineludibile, risulta essere qui inadeguata.
Il periodo che va dal XIV al XVIII secolo è cruciale da questo punto di vista: fenomeni di dissoluzione e di gestazione, disintegrazione e di differenziazione si intrecciano a un alto tasso di combinazione. Le nuove tendenze storiche si formano in questo nuovo crogiuolo di forme: dalla "crisi del feudalesimo" alla "rivoluzione dei prezzi"; dalla stagnazione dei secoli XIII e XIV all'espansione della prima parte del XVI. Con l'avvio dei primi viaggi transoceanici, prende formazione quella che plasticamente Wallerstein, unitamente ad altri storici, ha denominato "economia-mondo" capitalistica (6).
Ora, proprio nel Meridione italiano, nel caleidoscopio in divenire di queste trasformazioni sociali, v'è nel Seicento un transito assai significativo delle forme della conflittualità sociale: dalla rivolta dei contadini alle prime forme di mobilitazione e organizzazione popolare con caratteristiche moderne. Ci riferiamo, come si sarà già intuito, alla rivoluzione anti-spagnola del 1647. Come ha ben mostrato R. Villari, si tratta di un nodo storico cruciale: il Meridione si gioca la possibilità di uscire fuori dalla stagnazione asburgica e di riprendere contatto attivo con il circuito delle trasformazioni economiche, politiche, sociali e culturali che andavano sviluppandosi in Europa. La storia del "sottosviluppo meridionale", per molti versi, principia con la sconfitta del 1647 napoletano che, come dimostra Villari, segna il distacco del Meridione non soltanto dal Settentrione, ma anche dall'ondata viva delle trasformazioni che stavano investendo l'Europa.
Allo scopo di meglio approcciare più avanti alcuni tratti distintivi del 1647 napoletano, è bene individuare il processo di formazione delle prime "correnti politiche popolari" a Napoli, nel periodo che va dal 1580 al 1600. Si tratta di fremiti non univocamente riconducibili ad una ben chiara e determinata prospettiva politica. Fa notare R. Villari che l'elemento accomunante le proteste è il "rifiuto radicale", l"'eversione", l"'estremismo":
La convulsione si esaurisce anche in questo caso, senza incidere nella struttura dello stato, ma contemporaneamente si determina la prima incrinatura nell'egemonia politica e culturale che la nobiltà ha fino allora mantenuto anche attraverso l'assimilazione dell'esperienza umanistica e l'elaborazione di un programma "nazionale" di fronte alla monarchia (7).
Da qui un mutamento di scena della situazione politica e dei suoi attori:
il protagonista del dialogo non sono più soltanto la monarchia e il baronaggio, né quest'ultimo appare l'interprete esclusivo della coscienza politica del regno. Di tutta l'agitazione degli anni precedenti rimane un residuo, una iniziale increspatura dalla quale si solleverà un'ondata di opposizione radicale, destinata via via, con l'accumularsi di nuovi impulsi, a diventare una grande forza d'urto (8).
Ricordiamoci che il 1585 è l'anno del "grande disordine", di una grande e importante rivolta, inizialmente collegata all'aumento del prezzo del pane. Il dato politico più interessante delle lotte e delle rivolte popolari dell'ultimo ventennio del Cinquecento è senz'altro l'affermarsi, all'interno degli strati popolari, di una cultura e di una politica animate da uno spirito indipendentista. Nasce in questo contesto quello che Villari pregnantemente definisce "indipendentismo popolare", che, per quanto “privo di un'adeguata elaborazione politica”, per la Corona e l'aristocrazia “poteva tuttavia diventare il tessuto connettivo di critiche e di proteste che si indirizzavano prevalentemente contro la borghesia privilegiata” (9). La rivolta del 1585 era stato un vero e proprio movimento insurrezionale che aveva visto una partecipazione collettiva di massa: basti pensare che ben 12 mila cittadini che, a vario titolo, avevano partecipato alla rivolta furono costretti a scappare dalla città, per sfuggire alla dura e crudele repressione.
Osservando le tipologie dell'azione collettiva, va registrato che la tensione popolare assume l'aspetto di rivolta tumultuosa nel caso del lievitare del prezzo del pane; quando, invece, si tratta di fronteggiare la "depressione salariale" e il carovita, l'iniziativa popolare assume le sembianze di un movimento disciplinato, avente forme di organizzazione permanenti. Proprio in questa fase, come rileva Villari, si assiste alla creazione delle "confraternite artigiane", animate da uno spirito di classe e da un forte legame solidaristico (10). Attraverso queste forme di organizzazione popolare, più conflittuale e complicato si fa il rapporto tra rivolta e governo politico della città. Ciò che, particolarmente, colpisce è proprio il fatto che il nucleo politico e tematico privilegiato dall'analisi dei rivoltosi è proprio il nesso rivolta/governo politico. Dall'esame di queste analisi possiamo agevolmente ricavare quale uso politico della rivolta intendessero fare i rivoltosi.
Il risultato politico viene collegato al dispiegamento della rivolta che, così, appare un mezzo per arrivare a un obiettivo prefissato da una strategia. Solo la rivolta, in questo modello, strappa risultati; a sua volta, essa è retta da e si uniforma a una strategia che ha lo scopo dichiarato di riequilibrare gli assetti politici. La pragmatica della rivolta tanto più interviene negli equilibri politici, quanto più è capace di articolare in prassi la sua strategia, perseguendo in maniera efficace i suoi obiettivi.
La concomitanza in progressione di tutti questi fattori sposta gli equilibri politici a favore dei ceti popolari, in un'operazione di riequilibrio dei poteri e di correzione delle forti sproporzioni esistenti nel loro bilanciamento. Coglie acutamente questa problematica R. Villari:
Queste interpretazioni miravano ad aprire il discorso sulla riforma del governo cittadino, presentando la rivolta quasi come una conseguenza oggettiva e inevitabile dello squilibrio politico e sostenendo la necessità della riforma, nell'interesse del sovrano e della pace sociale. Si anticipavano così posizioni che sarebbero divenute dominanti negli anni successivi (11).
Sicché, nel passaggio dai tumulti al movimento organizzato delle "confraternite degli artigiani", viene formandosi una sorta di "partito popolare". Bersaglio di tale partito era il "mal governo". La rivolta, pertanto, fissa come suo obiettivo politico la riforma dell'ordine politico, onde ripristinare o inaugurare il "buon governo". Critica del sistema politico e critica del governo politico si intrecciano intensamente su una prospettiva, diremmo oggi, riformista.
Questo è quanto avveniva a cavallo tra Cinquecento e Seicento nella città meridionale. Esaminiamo, ora, come vanno atteggiandosi le campagne del Mezzogiorno. La stagnazione economica di fine Cinquecento ha come suo effetto immediato la dissoluzione dei nuclei di capitalismo agrario che proprio durante il secolo (in particolare, nella fase di sviluppo dei primi decenni) si erano andati insediando. Ne consegue una forte rivitalizzazione della rendita fondiaria e feudale che s'accompagna a un poderoso sforzo, attivato dalla Chiesa, di riorganizzazione sul piano economico e finanziario. Sono, questi, i presupposti che fanno tornare sulla scena dell'azione collettiva i contadini; il che dà luogo a fenomeni di aggregazione sociale nelle campagne. Tra tutte le figure emergenti e riemergenti, nel mondo contadino particolare importanza rivestono i massari che si affermano come nuovi "imprenditori agricoli". Ecco come li tipicizza Villari:
organizzatori semicapitalisti della coltura agraria, forze contadine che hanno potuto approfittare della fase secolare di congiuntura favorevole lungo il secolo XVI, raccogliendo in parte i frutti della depressione salariale ed avvantaggiandosi, indirettamente, della crisi finanziaria della nobiltà e dello sviluppo del mercato cittadino (12).
La crisi di fine secolo, pertanto, indirizza gli stessi massari contro la rendita fondiaria, feudale ed ecclesiastica. Il rifiuto di pagare la rendita fondiaria ed ecclesiastica è come una febbre e si impadronisce ben presto di massari e contadini. Commenta Villari:
È la forma più radicale ed eversiva di lotta che si possa concepire nelle campagne (13).
Clero e feudatari si trovano a fare blocco contro questa forma di lotta, entro cui il movimento dei massari assume un peso e proporzioni assai consistenti. Ciò manda in frantumi il sistema dei poteri sociali e il sistema di potere della Chiesa. Questo è il clima sociale nelle campagne che induce la forza coercitiva dello Stato a estendere i criteri e gli strumenti della lotta contro il banditismo a tutte le manifestazioni di protesta che prendono origine nelle campagne.
Se non si tiene conto della complessità di queste trame sociali, non si può assolutamente comprendere lo scenario e le motivazioni su cui allignano la rivolta mitica e la rivolta agraria. Il banditismo, ai ceti contadini più poveri, appare come la chiave di volta dell'attacco di massa alla ricchezza e unisce in sé l'altra prerogativa di attacco di massa alla rendita. Si mette qui capo a un sistema di figure e di funzioni che redistribuisce le competenze politiche dell'autorità e quelle economiche del reddito. Osserva Villari:
Migliaia di banditi che "taglieggiavano solo i più ricchi" operavano una parziale redistribuzione della ricchezza (14).
Il fenomeno assai diffuso della sollevazione dei contadini è frammisto a elementi anarchici non soltanto sul piano politico-sociale, ma anche su quello culturale-antropologico. Anche per questa via, si stabiliscono delle saldature tra gli interessi dei contadini e il fenomeno del banditismo. L'ibridazione rivolta agraria/banditismo, tuttavia, è spezzata dall'interno dal fatto che nel fenomeno del banditismo il contenuto ideale-religioso non è assai sviluppato, per cui tutte quelle forme di dissenso politico e religioso che trovavano un momento di confluenza nel banditismo sono destinate a disperdersi rapidamente. Questo limite interno fa sì che ampiezza e violenza della rivolta non si accompagnino a saldi elementi di orientazione politica e unificazione organizzativa. Ciò dà luogo, nel caso del banditismo, a un'impressionante "spreco di energie"; paradigmatica è la vicenda del bandito Marco Sciaffa (15).
L'onnilateralità e l'impermeabilità della feudalità meridionale, contro cui impattano tra il Cinquecento e il Seicento le rivolte contadine e le lotte popolari, appaiono ben consistenti e particolari. Questo elemento della specificità meridionale è stato egregiamente investigato da G. Galasso:
... la feudalità insulare e meridionale rivela un'assai più alta capacità di usurpazione permanente del reddito sociale, delle funzioni locali del potere pubblico, degli elementi materiali che possono conferire concretezza e radice ad una forza sociale. Lungi dal cedere esso stesso ad altre spinte particolaristiche o corporative, il feudalesimo meridionale e insulare riesce così a imporsi come una barriera insuperabile tra i sudditi e il sovrano, filtrandone e mediandone i rapporti alla luce dei propri interessi (16).
All'interno del generale processo di feudalizzazione dell'Europa esiste uno specifico processo di "feudalizzazione del Mezzogiorno" e, dunque, una specifica forma della crisi del feudalesimo e uno specifico assetto del capitalismo nel Meridione. In proposito, G. Galasso aveva già segnalato il capovolgimento del rapporto città/campagna: nel Settentrione era stata la città il termine primo e fondativo, dall'esperienza comunale al passaggio alle signorie; nel Meridione è la campagna che segrega la città, costringendola in uno spazio chiuso (17). A ciò va aggiunta un'ulteriore e non trascurabile variabile: il movimento di unificazione monarchica che nel Meridione inizia con la dinastia dei Normanni di Altavilla, i quali — primi in Europa — costituiscono nell'Xl secolo un modello di Stato nazionale. All'inversione dei fattori della feudalizzazione classica si abbina, pertanto, un processo potenzialmente ed effettualmente eccentrico alla feudalità, come quello delimitante una unità politica sovrana, al di sopra e oltre il particolarismo feudale.
Secondo G. Galasso:
la monarchia normanno-sveva fu una monarchia feudale, non dissimile, nella sostanza della sua ispirazione, dalle altre monarchie feudali della restante Europa (18).
Questo giudizio non sembra condivisibile. Il primato della campagna sulla città delimita una dislocazione territoriale dei poteri che rende nevralgici il ruolo e il peso dei feudatari. Il policentrismo medioevale ne risulta sovralimentato alla periferia e, dalla periferia, si riverbera al centro con effetti di cooptazione e, insieme, di disgregazione. L'unità monarchica normanno-sveva ricompone questa complessa e, per il tempo, inedita architettura politico-sociale, solcata da cospicui processi di centrifugazione e centripetazione. Il centro di unità politica, così, determinato fa in modo che il primato della campagna abbia come terminale di raccolta e sintesi l'unità statuale superiore. La pervasività e, in una qualche misura, l'inattaccabilità del feudalesimo meridionale nascono proprio da questa paziente tessitura che riconduce a favore della statualità del centro politico monarchico la particolare efflorescenza delle funzioni socio-politiche della periferia.
È siffatta condensazione di centro e periferia che fa sì che il meccanismo feudale occupi tutti i pori dello spazio sociale e politico. L'azione di ritorno della periferia viene, in questo modo, recuperata alle logiche sistemiche centrali: un sistema di potere compatto e, nondimeno, articolato diviene l'autorità sovrana rispetto alle funzioni economico-finanziarie, alla distribuzione del reddito, alla allocazione delle risorse, alla dislocazione dell'autorità politica. I poteri feudali si fluidificano con quelli della sovranità monarchica in un gioco di equivalenze, di assorbimento e contraddizioni lungo delicati assi di equilibrio, sempre pronti a essere messi in crisi dalla ribellione dei feudatari. La monarchia normanno-sveva, perla prima volta in Europa, riesce a essere l'ago della bilancia di questa nuova architettura delle forme della sovranità.
In questo modello, la città non svolge un ruolo parassitario; bensì un ruolo attivo che recupera, sul piano politico e dei poteri, la lateralità dei processi di centrifugazione che si localizzano in periferia. Qui la città pone riparo all'assedio della periferia, dando corpo a un superiore assetto di unità politica, in cui la sovranità monarchica funge quale elemento di decisione, mediazione e ricongiunzione tra poteri altrimenti dispersi o in relazione di interferenza, nelle pieghe dei processi di centrifugazione e centripetazione in atto. Senza questa azione politica di comando e, insieme, di ricomposizione, il primato della campagna avrebbe collassato il Meridione; oppure avrebbe dato luogo al simmetrico primato della città in funzione di centro di comando parassitario. La dominazione degli Asburgo inclinerà verso una forma mista: parassitismo cittadino e collasso nelle campagne coabiteranno a un livello di massima concentrazione. Anche per questo, le "politiche pubbliche" degli Asburgo si concentreranno quasi esclusivamente su una sempre più intensa e capillare pressione fiscale.
Per dar conto della situazione economico-finanziaria del Viceregno tra Cinque e Seicento, è sufficiente ricordare, come rilevato da R. Romano in una pregevole disamina di storia economica, che:
il momento di più tragica espansione del debito cittadino si concentra tra il 1596 e il 1616. Dopo tale data, il debito non si può dire che aumenti nella stessa proporzione del ventennio precedente, ma, pur senza aumento, esso resta molto alto. I tentativi di ridurre lo spaventoso passivo furono numerosi... (19).
Queste condizioni storiche fanno sì che il bilancio napoletano diventi
uno strumento importante in se stesso e capace di promuovere fatti ancora più importanti (20).
La manovra sul mezzo monetario diviene, per gli Asburgo, la leva fondamentale del comando politico; sia per contenere il disavanzo pubblico, sia per mantenere e consolidare l'afflusso finanziario alla Corona spagnola; sia in relazione alla necessità di incrementare la pressione tributaria per sostenere la "politica annonaria" della città di Napoli. Come si vede (e come non manca di rilevare R. Romano), i mezzi e le strategie della politica finanziaria straordinaria prevalgono largamente su quelli della politica finanziaria ordinaria. Il Viceregno viene abbassato a un grande polmone finanziario in via di progressivo inaridimento. Ciò in una fase in cui gli Stati europei più avanzati si presentano puntualmente all'appuntamento con la modernità.
Osserva R. Romano:
Infatti è durante il XVI secolo che si creano, dappertutto in Europa, le precondizioni di quella che, molto rapidamente, possiamo qui chiamare la nascita del mondo moderno. È un grande appuntamento con l'avvenire, che i paesi d'Europa preparano durante il XVI: taluni (Inghilterra e Olanda) cominceranno a realizzarlo in modo completo già durante il XVII; altri (la Francia) lo mancheranno di poco, ma manterranno i rapporti in modo da recuperare più tardi; infine altri ancora lo mancheranno in modo completo e i ritardi accumulati saranno spaventosi. Il caso napoletano può senza esitazione essere incluso tra questi ultimi (21).
E l'appuntamento non lo manca soltanto il Viceregno napoletano, ma anche e soprattutto la Spagna degli Asburgo che, nel volgere di un tormentato secolo, vedrà inarrestabilmente offuscarsi la sua egemonia. Col che l'economia del Viceregno manifesterà, in una maniera ancora più accentuata, il suo carattere dipendente. L'Inghilterra, invece, che pure nel medioevo era caratterizzata da un'economia dipendente, proprio nei secoli XVI e XVII costituisce le basi sociali della sua futura espansione politico-economica. Il fatto è, come rileva stringentemente R. Romano, che:
Per entrare brutalmente in argomento, si dirà che, nella grande scelta storica tra rendita e profitto, Napoli, tra l'inizio del XVI e la metà del XVII secolo, ha definitivamente scelto la prima. Il segno principale si ritrova in quell'alienazione progressiva delle entrate fiscali che raggiungerà il suo culmine nel 1647, allorquando la Corte non avrà alcuna sua entrata... (22).
Ma v'è ancora un'altra e ben più rilevante (e deleteria) specificità del Viceregno:
Non v'ha dubbio infatti che, dappertutto in Europa, la distinzione tra potere politico e potere economico non è mai compiuta, completa. Ma, pure, una qualche considerazione può essere fatta sul filo del criterio seguente: si può accedere al potere politico sulla base d'un acquisito potere economico o, al contrario, accedere al potere economico partendo da basi conseguite nel potere politico. Che la frammistione sia, in ogni caso, densa di minacce per quanti non partecipano né dell'una né dell'altra forza è indubbio; ma, ciò detto, va pur indicato che la seconda forma non può dar luogo che a forme economiche parassitarie, in se stesse improduttive, nate, come sono, all'ombra di protezioni. È incontestabile che la seconda forma è quella che, durante il XVI ed ancora più il XVII secolo, prese sempre più forza nella vita napoletana, determinando appunto situazioni privilegiate e, per ciò stesso, sterili e sterilizzatrici (23).
Appare questo, del resto, un approdo inevitabile: assunti la leva monetaria e le politiche di bilancio come medium della sovranità politica, è ineluttabile lo sbocco in una situazione di commistione tra potere economico e potere politico; oppure di forte condizionamento esercitato dalla politica sull'economia. Situazione, quest'ultima, necessariamente sboccante, a sua volta, nello statalismo protezionistico e parassitario. Tutti gli elementi di mediazione della complessa architettura dell'unità politica organizzata, non senza contraddizioni e limiti, dalla monarchia normanno-sveva saltano. Il dispositivo statuale si irrigidisce e i congegni delle forme di governo sono preclusivamente volti alla realizzazione della straordinarietà degli interessi finanziari della Corona, a tutti i livelli.
La straordinarietà delle politiche di bilancio si impernia e territorializza sull'ordinarietà, ormai, della posizione occupata dalla rendita in tutte le sue forme. Politiche straordinarie vengono incardinate su entità ordinarie interessate e colpite da un incipiente quanto consistente processo di esautoramenteo, entro quel generale processo di transizione al capitalismo che si va delineando proprio in quel periodo. La base sociale e storica della rendita si va restringendo; nondimeno, essa rimane perno del sistema sociale e del controllo politico nel Meridione italiano.
Il Meridione non viene semplicemente ridotto allo stato di economia dipendente; ma, più esattamente ancora, viene trasformato in un "anello dipendente" di un'economia — quella spagnola — in via di crescente marginalizzazione storico-sociale. La crisi del feudalesimo, così, cumula nel Meridione una doppia dinamica negativa:
La feudalizzazione meridionale, così impenetrabile e inattaccabile, si avvia velocemente verso livelli di disgregazione spinta e di depauperamento. La divaricazione strutturale che si insedia tra rendita e profitto organizza contro la rendita sia gli strati sociali contadini che quelli popolari della città. Ma la città meridionale, diversamente da quella settentrionale nel corso dell'esperienza comunale, non si caratterizza per un elevato tasso di attività produttive su una base di massa. Le professioni e i mestieri ruotano intorno al baricentro rappresentato dagli interessi e dai bisogni della Corte e dell'aristocrazia. Lo stesso rapporto tra ceti intellettuali e attività produttive è completamente sbarrato, bloccando sul nascere la possibilità della messa a punto e dell'impiego di tecniche e tecnologie di lavoro più avanzate e moderne.
Nuovi saperi tecnologici e nuove branche produttive, così come nel resto d'Europa cominciavano a prendere forma, non esistono e vedono interdetta e soffocata la loro nascita dal complesso degli impedimenti e degli anacronismi che il sistema di potere degli Asburgo disseminava. Le "confraternite degli artigiani" di Napoli non sono che una significativa e preziosa eccezione; comunque, non interamente all'altezza della modernità delle nuove tecnologie del lavoro sociale e dei nuovi modi del produrre.
Si realizza, pertanto, un singolare fenomeno storico: la crisi del feudalesimo che squarcia e attraversa l'Europa, nel Viceregno, si traduce in un aumento considerevole della grande feudalità. Era inevitabile: le aliquote crescenti del debito sociale sottraggono risorse monetarie all'attività produttiva e provocano un processo a catena di alienazione di feudi. Le due cose, intersecandosi, fanno boccheggiare l'economia sociale e rendono sempre più disagiate e miserevoli le condizioni di vita dei contadini e delle masse urbane. Quel che resta, si può dire con R. Romano, è
... uno spazio economico ridotto all'autarchia, ripiegato su se stesso, incapace di slanci verso il di fuori... (24).
2. Il ceto politico di governo del Viceregno: tra consapevolezza, inadeguatezza e impotenza
Il ceto politico di governo era perfettamente consapevole dei possibili esiti negativi collegati a questa situazione economica, sociale e politica asfittica. Tentativo di disinnesco preventivo delle disgregazioni sociali e politiche in corso furono:
Per quanto attiene alla questione dell'autonomismo, particolare interesse riveste l'opera di Carlo Tapia, uno dei ministri del re, che nel 1598 porta a termine il primo libro dello Jus Regni (25). Intendimento del Tapia era quello di condizionare il potere regio, facendo leva proprio sui privilegi autonomistici che la nobiltà e il baronaggio avevano già ricevuto sul piano giuridico. Si trattava, in questo caso, di estendere e coronare sul piano politico i riconoscimenti avuti su quello giuridico. Il potere baronale avrebbe, pertanto, dovuto fungere quale contrappeso del potere regio, restituendo una maggiore autonomia e libertà di azione a nobili e baroni. Questo il respiro politico del progetto autonomista del Tapia.
Il piano conseguente si centra su due cardini discriminanti:
Proprio a fronte del ciclo della protesta sociale, il potere baronale si candida come fulcro di un più efficace ristabilimento dell'ordine. Con questo intende trarre profitto:
In realtà, il ciclo di lotte sociali della fine del Cinquecento, per il suo carattere frammentato e i suoi contenuti politici non alternativi (per quanto lessicalmente e organizzativamente estremisti), non rappresentava un reale pericolo politico in termini di capovolgimento dell'ordine. D'altro canto, la stessa limitatezza della pretesa autonomista concorre a mettere in luce, per deduzione logica, la solidità del dominio spagnolo, il quale non ha nulla da temere seriamente né sul fronte popolare e né su quello baronale.
Col conte di Miranda, che nel 1586 successe al duca di Osuna, la strategia del potere regio non si limita alla pura e semplice repressione e si dota di articolazioni più squisitamente politiche. Osserva giustamente R. Villari:
da qui i suoi provvedimenti a favore dei "massari", lo sforzo di reprimere la violenza a danno dei comuni, le sue esitazioni di fronte alla sollevazione popolare contro la riforma di San Domenico (26).
Su questa linea di sviluppo, gli Adviertimientos rappresentano un vero e proprio disegno strategico, teso alla normalizzazione politica. Secondo Villari, due sono i fuochi politici degli Adviertimientos:
l'uno riguarda la presenza dello stato, della giustizia del re, nelle province, — il controllo del potere baronale; l'altro si riferisce alle conseguenze negative dell'autonomia politico-amministrativa della capitale (27).
Da qui una contraddizione insormontabile: da una parte, la necessità di ristrutturare ed epurare l'amministrazione politica di Napoli e del Viceregno; dall'altra, l'impossibilità di portare a compimento lo scontro con l'aristocrazia. Il conte di Olivares sarà vittima proprio di questo dilemma, finendo con l'essere rimosso dalla carica e richiamato a Madrid.
Il fatto è che andava colpita e riaggiustata in profondità la base dell'equilibrio dei poteri; non potendosi agire così in profondità, ogni tentativo di riforma interna del sistema era destinato allo scacco. Tutti gli interventi apportati secondavano e, in un certo senso, atrofizzavano la vecchia base del potere. Ciò vale tanto per il potere regio che per la nobiltà; tanto più vale per la sollevazione popolare, ovviamente su un piano differente. In tale contesto, retriva non è solo e tanto la posizione della Corona, ma anche e soprattutto quella della nobiltà e del baronaggio. Rileva lucidamente Villari:
... il programma di azione della nobiltà, nelle sue direttive fondamentali, mirava a contenere l'ascesa di nuove forze sociali, alle quali si attribuivano i più gravi fenomeni di speculazione commerciale e finanziaria di corruzione burocratica; a reprimere i tentativi dei ceti popolari di contrastare la tendenza alla depressione salariale; a colpire i fermenti culturali, politici e religiosi ai quali poteva collegarsi la protesta sociale; a riversare sulla chiesa e sulla borghesia privilegiata una parte maggiore del peso tributario che il governo imponeva al paese (28).
3. Il salto della mobilitazione popolare: dalla rivolta alla rivoluzione
È contro questo capillare sistema di atrofizzazioni sociali che agisce la rivoluzione del 1647. Ma, per potersi muovere in questa direzione, essa deve preliminarmente sottoporre ad autocritica le tipologie e le coordinate politiche della mobilitazione e dell'organizzazione che avevano caratterizzato il ciclo delle rivolte sociali di fine Cinquecento. Ciò che qui viene rimesso in questione, come ha irreversibilmente dimostrato R. Villari, è il carattere ribellistico e insurrezionalistico della protesta sociale; il suo esser priva di una prospettiva strategica duratura; il suo non conformarsi a un "piano politico" alternativo.
Anima, invece, della rivoluzione del 1647 è un progetto politico alternativo: la repubblica indipendente. L'approccio all'ordine politico non avviene più per linee interne, secondo le prospettive della riforma politica del potere degli Asburgo. L'attacco al sistema politico spagnolo viene impostato nei termini del suo superamento, grazie all'insediamento del progetto e della prassi della repubblica indipendente.
Qui il contenuto di radicale novità politica della rivoluzione napoletana del 1647. Che essa sia stato un avvenimento fondamentale nel XVII secolo e nel decorso successivo che ha condotto ai secoli XVII e XVIII, pur non elevandola ad astratto e universalistico modello di strategia e azione politica, solo da da qualche decennio è stato validato sul piano storiografico; soprattutto, per merito della più che decennale ricerca di R. Villari, il quale ha giustamente modo di dire che:
Essa contribuì, forse più degli altri episodi rivoluzionari contemporanei, a modificare i criteri correnti di giudizio sulle rivolte popolari; e soltanto tardi, nel Sette e nell'Ottocento, e mai del resto in modo completo, riuscì a imporsi la visione, elaborata fin dall'inizio dalla cultura di governo (ma non da essa soltanto), di quell'avvenimento come protesta senza contenuto politico e come moto plebeo (29).
Diventa subito chiaro che all'interno della rivoluzione si affermano due tendenze principali: l'una di ispirazione monarchico-riformista e l'altra repubblicano-indipendentista. Entrambe le tendenze avevano trovato il loro terreno di coltura nella rivolta del 1595: nei primi elementi di formulazione dell'indipendentismo popolare, da un lato, e nella teorizzazione della riforma interna dell'ordinamento politico, dall'altro. Nel 1595, queste due tendenze non avevano saputo coagularsi in una soluzione unica; nel 1647, si trovano unite allo scoppio della rivoluzione, ma, ben presto, si divaricano su fronti e prospettive politiche divergenti. Ne fa fede l'alleanza tra la componente monarchico-riformista (capitanata da Genoino) e la Corona che condurrà alla pianificazione e all'esecuzione dell'assassinio di Masaniello, avvenuto il 17 luglio 1647, soltanto dieci giorni dopo l'inizio della rivoluzione. Su questo episodio oscuro e controverso R. Villari ha scritto cose chiare e, probabilmente, definitive (30).
Occorre subito chiarire il quadro storico-politico:
Quella che infierisce nell'Italia meridionale nel 1647-48 è infatti essenzialmente una guerra contadina, La più vasta e impetuosa che abbia conosciuto l'Europa occidentale nel Seicento. Superata la prima fase corporativa, la città tenterà di farsi guida del movimento, proponendo l'obiettivo politico dell'indipendenza, come presupposto e condizione indispensabile di un ridimensionamento del potere feudale e di un nuovo equilibrio politico e sociale del regno (31).
L'angustia del riformismo monarchico è superata già nell'avvio e, ben presto, il disegno politico che guida la rivoluzione si sviluppa sul filo dell'indipendenza repubblicana. Il progetto repubblicano riesce a saldare in un unico contesto le pur diverse istanze e tensioni provenienti dal mondo contadino e dalle masse urbane. Partita dalla campagna, la rivoluzione accerchia, per dir così, la città; ma dalla città fa ritorno alla campagna, enucleando una strategia politica globale di mutamento dell'ordine politico. Figure sociali della più diversa provenienza si combinano e aggregano e comunicano tra di loro entro questa nuova progettualità politica e le sue prospettive. Ciò spiega perché e come la rivoluzione sia durata ben nove mesi e abbia interessato ogni sperduta provincia del Viceregno.
L'assassinio di Masaniello, contrariamente a quanto progettato e previsto dai suoi ideatori ed esecutori, non valse a frenare la rivoluzione; anzi, costituì una delle basi del suo ulteriore sviluppo politico e ampliamento sociale. I funerali del capo rivoluzionario si trasformarono in una grande occasione di unificazione collettiva e comunicazione simbolica, tanto che la Corte e i nobili ne furono atterriti. La sollevazione sociale e l'organizzazione delle milizie armate popolari (il Giraffi, nella sua cronaca contemporanea, calcola che gli uomini organizzati in armi ammontavano a circa 150 mila), la richiesta politica dell'indipendenza e della repubblica conobbero nuovo slancio e vigore. R. Villari mette bene a fuoco gli aspetti di novità presenti nell'imponente manifestazione dei funerali di Masaniello:
Essa non avrebbe potuto essere realizzata, per la complessità del rituale e dei simboli e per la mobilitazione dei diversi organismi che formavano la città e in primo luogo del clero, senza una autorevole direzione politica e organizzativa e senza un larghissimo consenso popolare. L'una e l'altro assumevano, in quella circostanza, il valore di un grande pronunciamento rivoluzionario: fu uno dei momenti di più intensa vita collettiva e di più forte spirito unitario di tutta la storia della città, un momento che ebbe l'impronta dell'organizzazione e della compatta volontà popolare, non del tumulto e della reazione emotiva (32).
E, dunque, contro tutte le mitologie ricorrenti della figura di Masaniello e il crociano sottodimensionamento della rivolta come "tumulto plebeo":
... all'origine della rivoluzione c'erano una mente politica e una tradizione storica (33).
Progetto politico e tradizione che non possono essere compresi, se non sono collocati nella dimensione europea entro cui si originano.
Il Seicento è stato, tra le altre cose, un secolo di rivoluzioni, culminato nella "gloriosa rivoluzione" del 1688. Il moto rivoluzionario si concentra particolarmente nei possedimenti europei della Spagna. Giustamente rileva Villari:
La valutazione della dimensione europea dei singoli episodi (cioè, in questo caso, della risonanza che ebbero, delle idee e dei sentimenti che realmente suscitarono in Europa) è quindi necessaria per dare la misura della loro portata politica e ideale (34).
Del resto, è impensabile l'attivazione della rivoluzione napoletana al di fuori di quello scenario europeo schematicamente tratteggiato nelle pagine precedenti.
Ciò che fa particolarmente interessante e originale la rivoluzione napoletana è il suo precipuo aggancio all'ondata delle trasformazioni politiche e sociali che attraversavano il continente, attraverso una traduzione politica codificante le ragioni di uno spostamento di sovranità: dalla monarchia alla repubblica indipendente. Le motivazioni generali di carattere europeo si intrecciano con quelle particolari: specificità della feudalizzazione meridionale; ripresa della grande feudalità; particolarità della tradizione storica delle rivolte contadine e della mobilitazione collettiva a Napoli e nel Viceregno a cavallo tra Cinque e Seicento. Qualcosa di incandescente e di incomparabile accade, perciò, a Napoli nel 1647-48. La cosa era estremamente chiara per i contemporanei in tutta Europa: ne fanno fede le numerose e sollecite traduzioni della cronaca politica della rivoluzione fatta dal Giraffi; gli aggiornamenti di Howell; i molti manoscritti rivoluzionari circolanti in tutta Europa.
Rispetto alle guerre civili di religione del XVI secolo, il dato nuovo delle rivoluzioni europee del Seicento e di quella napoletana in particolar modo è prontamente raccolto da Villari:
A metà del Seicento la prevalenza dei contenuti politici nelle motivazioni e negli orientamenti dei rivoluzionari fu un fatto nuovo rispetto al corso tradizionale degli eventi, una vera e propria svolta politica (35).
Il conflitto costituisce uno spazio specificamente politico, al di là e oltre il campo dei condizionamenti ideologico-religiosi. Oggetto della rivolta è la sovranità politica; sua prospettiva: il mutamento delle forme, delle figure e degli organi della sovranità; suoi strumenti: nuove modalità nella strategia politica, nell'aggregazione sociale e nella comunicazione socio-politica. Il popolo scende in piazza spinto da interessi politici; si mobilita e organizza su una piattaforma politica, finalizza la sua azione a una modificazione profonda dell'ordinamento politico. Queste nuove tendenze vivono timidamente nelle rivoluzioni del Seicento europeo e prepotentemente a Napoli, intorno alla metà del secolo. La stessa "gloriosa rivoluzione", fuori da queste nuove tendenze storiche e politiche, non avrebbe potuto venire alla luce. Il codice moderno della rivoluzione politica nasce nel Seicento europeo; di questa codificazione la rivoluzione napoletana è, forse, l'incipit più denso e complesso. La "gloriosa rivoluzione" è già un primo terminale di arrivo. Possiamo dire che con la "gloriosa rivoluzione" il codice moderno della rivoluzione politica trova la sua definitiva messa a punto; mentre, invece, con la rivoluzione napoletana del 1647-48 tale codice non arriva a inverarsi compiutamente, riuscendo alla fine "solo" a condizionare il potere regio.
A Napoli, cioè, la rivoluzione, pur legittima, non riesce a legalizzarsi. Sul piano stesso della legittimazione è costretta a fermarsi a metà del percorso, non riuscendo a intaccare le strutture portanti del potere regio. È vero, come sostiene Villari:
La rivoluzione si era conclusa non con una sconfitta ma un accordo tra i popolari e uno degli ultimi uomini politici di alto livello che operarono al servizio degli Asburgo di Spagna, il conte di Onate. Le esigenze di riforma emerse nei mesi precedenti furono almeno parzialmente accolte, al punto che — fatto veramente eccezionale nella storia europea di quei periodo — il viceré si rifiutò di procedere alla riorganizzazione del sistema fiscale senza la partecipazione e l'accordo delle istituzioni popolari. Era un segno delle novità che toccarono anche altri e non secondari aspetti della società e dello Stato (36).
Ma è altrettanto vero che deve parlarsi anche di sconfitta; soprattutto, se il ragionamento storico e quello politico si dimensionano in termini di prospettiva: la "lunga durata" e la grande estensione. Spostandoci sul campo largo della lunga durata e della grande estensione, appare subito chiaro che le conquiste immediate strappate, pur significative e assolutamente non trascurabili, mantengono chiusa quella prospettiva storica che la crisi rivoluzionaria aveva posto all'ordine del giorno: il distacco dalla Spagna e la reimmissione nel circuito delle tendenze e dei processi che stavano rimettendo a nuovo il volto dell'Europa, avviandola verso un considerevole salto di civiltà. Che vi fossero tutte le condizioni "oggettive" e "soggettive" del distacco non è facile a dirsi ed è già altro discorso. Qui preme esclusivamente rilevare che nel 1647-48 è proprio il non coronarsi dei processi di legittimazione e legalizzazione della rivoluzione che mantiene avvinto il Meridione italiano alla stagnazione economico-sociale, emarginandolo alla periferia estrema del sottosviluppo.
Questo non vuole essere un giudizio storico; ma soltanto una rilevazione empirica. La rivoluzione mancata precipita il Meridione nel deserto del sottosviluppo e dell'emarginazione. Lo spazio chiuso del Meridione, che è una delle concause dell'innesco dell'evento rivoluzionario, si chiude ancora di più. Anzi, le concessioni fatte alle istanze rivoluzionarie finiscono con l'assumere la perversa funzione di agglutinare un'alleanza Corona/popolo contro la nobiltà e il baronaggio, cooptando nelle strutture di governo le forme della rappresentanza popolare. La modalità di questa istituzionalizzazione del messaggio e delle istanze del moto rivoluzionario destrutturano la base programmatica e le prospettive politiche della mobilitazione popolare, poiché a un crescente ingresso nelle istituzioni non si affianca una crescente autonomia.
Paradossalmente, gli elementi dell'utopia monarchico-riformista del Genoino, alla fine, si affermano proprio grazie all'onda del potenziale della mobilitazione repubblicano-indipendentista. Genoino è sconfitto; ma la presa di distanza dai suoi modelli culturali e dal quadro della progettualità politica da lui definita non è completa e non matura fino in fondo.
La rivoluzione si ferma a metà strada. In parte, ciò era inevitabile, visti i limiti e le condizioni storiche del tempo. Ma uno sfondamento, sia pur minimale, dei limiti imposti e determinati dai tempi era possibile. Rimane, comunque, la conseguenza assai negativa, se non nefasta, di questo mancato sfondamento. Studiare, perché questo sfondamento non è avvenuto, capirne le intime connessioni e le fondamentali ragioni resta un argomento di estremo interesse per la discussione sul Meridione, sulla sua storia e sulla sua emancipazione.
4. Biforcazioni del 'politico' e società meridionale
Alla luce delle considerazioni fin qui articolate, appare in una luce ancora più negativa l'oblio a cui, sostanzialmente, la storiografia e politologia meridionaliste hanno consegnato la rivoluzione napoletana del 1647-48. Al contrario, essa è stata motivo costante di ispirazione per la precettistica e la prassi della rivoluzione nell'Ottocento, come ben messo in luce da M. Lasky (37).
Nello stesso Seicento italiano intorno alla rivoluzione anti-asburgica sviluppatasi a Napoli prende ulteriore forma il pensiero politico che concettualizza il tema della rivoluzione politica (38). Osserva Billington:
Questo evento stimolò in Italia la trattazione, già ben sviluppata, circa la rivoluzione politica. Da questa stessa tradizione attinsero spesso e volentieri i polemisti inglesi nel corso della rivoluzione puritana; e un lavoro inglese sulla rivolta del Napoletano coniò la classica metafora del "fuoco" generato dalla piccola scintilla (39).
Il rapporto tra scintilla e fuoco è una sorta di riscrittura nell'universo politico della dialettica storico-sociale tra filo e trama della storia, della società, della cultura, della politica e dell'identità. Tutte insieme queste metafore investono tanto le regole di funzionamento del sistema politico che del mercato, fino ai loro punti critici di trasformazione.
Quello che avviene nello spazio del mercato è tanto più operante entro l'ambito politico, al punto tale che non è possibile definire con precisione assoluta quale di queste due dimensioni sia il prius dell'altra. Nel caso dei mercati:
il breve circuito locale si integra e si raccorda con i sistemi di più ampio respiro, e i luoghi dello scambio, specie quelli di più vivace traffico mercantile, disvelando la relativa autonomia della propria vita interna (40).
Nel caso delle biforcazioni del 'politico': la società meridionale fa registrare una pari integrazione nel gioco di forze ed elementi del sistema politico europeo e internazionale, rispetto cui e all'interno di cui vanno ricercate le puntuali specificità e relative autonomie.
Se il mercato è l'arena mondiale senza confini e senza limiti della circolazione della merce e delle regole feticistiche che ne sublimano la "danza immobile", il 'politico' è il centro di condensazione di sistemi integrati connotati da un multiversum di strutturazioni sistemiche (41). Un sistema economico internazionale (perché di questo si tratta: perlomeno a partire dai secoli XIV e XV che preparano l'avvento del capitalismo), caratterizzato da localismi e specificità regionali, coesiste con un cristallo politico mondiale, la cui geografia varia e la cui geologia stratiforme non sospendono alcune costanti regolanti i meccanismi della struttura profonda della decisione politica, della sovranità e della rappresentanza.
Il fatto è che l'unità di spazio e tempo non implica che in tutti i punti dello spazio il tempo sia il medesimo e che in tutti gli istanti del tempo lo spazio sia identico. Ciò vale per il sistema economico internazionale e l'ordine mondiale del 'politico'. Sta qui la radice abissale dello sviluppo diseguale del capitalismo e della differenziazione dei sistemi politici; da qui la necessità di andare oltre la dialettica sviluppo/sottosviluppo; da qui l'urgenza di perforare la tipologia e la codificazione simbolica del modello centro/periferia o Nord/Sud (42).
È, però, vero che nell'unità di spazio e tempo la crisi del tempo e dello spazio dell'economia capitalistica internazionale e delle relazioni di potere tardocapitalistiche costituisce un aggrovigliato ordito. Basta questo, come assume Wallerstein (43), per fare della presente epoca un periodo di transizione verso una nuova forma di società? Detto altrimenti: è sufficiente l'attuale e incontrovertibile stato di crisi del baricentro spazio/temporale del sistema economico-politico internazionale a designare la fine, ormai, prossima del capitalismo?
Appare indubitabile: il capitalismo non può essere ritenuto immarcescibile ed eterno. Ma ciò rende altamente problematico l'individuazione del carattere della transizione a cui stiamo assistendo. Trattasi di una transizione interna all'economia sociale e alla forma di società edificate dal capitalismo, progrediente verso inedite e ulteriori modalità espressive; oppure in questione è una transizione epocale conducente verso l'esterno, verso un nuovo ordine mondiale non ancora precisato e non meglio precisabile?
È, questo, un antico dilemma su cui, in passato, spesso si sono infrante le prognosi rivoluzionarie e, con esse, si è dissolta la tipologia dei programmi politici della trasformazione. Ma, oggi come ieri, non appare ancora empiricamente e scientificamente fondato optare per l'uno o per l'altro corno del dilemma.
La ricerca analitica intorno allo spazio/tempo della crisi del sistema economico e della società espressi dal capitalismo scarica riflessi taglienti nel campo della teoria politica, in special modo sulle teorie e prassi della trasformazione sociale. Se si smarrisce il senso dell'attuale incertezza del carattere (interno e/o esterno) della transizione in corso, si perdono il filo e la trama del discorso politico. L'utopia del cambiamento si desituaziona nel tempo, riducendosi illuministicamente a piano e progetto asseveranti futuro: lo spazio del presente è estirpato e cancellato, costretto in un tempo artificiale. In determinazione ulteriore: le forme politiche della crisi in corso restano ininvestigate, come in ombra giacciono le soluzioni politiche che della crisi si stanno tentando.
Note
(1) G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Torino, Einaudi, 1975, p. 107.
(2) P. Bevilacqua, Il Mezzogiorno nel mercato internazionale, "Meridiana", n. 1,1987, pp. 19-45.
(3) F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II, Torino, Einaudi, 1953, I, p. 705.
(4) I. Wallerstein, Il sistema mondiale dell'economia moderna, Bologna, Il Mulino, I,1978, p. 39.
(5) Cfr., rispettivamente, F. Braudel, La longue dureé, "Annales", n. 4, 1958, pp. 725-753; N. Elias, Il processo di civilizzazione, Bologna, II Mulino, 1988, pp. 44 ss.
(6) I. Wallerstein, op. cit., pp. 99-187.
(7) R. Villari, La rivoluzione antispagnola a Napoli. Le origini 1585/1647, Bari, Laterza, 1980, p. 33.
(8) Ibidem.
(9) Ibidem, p. 50.
(10) Ibidem, pp. 53-54.
(11) Ibidem, p. 54.
(12) Ibidem, p. 61.
(13) Ibidem, p. 63.
(14) Ibidem, p. 67.
(15) Ibidem, pp. 85-88.
(16) G. Galasso, Potere e istituzioni in Italia, Torino, Einaudi, 1974, p. 48.
(17) G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, cit., p. 134 ss.
(18) G. Galasso, Potere e istituzioni ..., cit., p. 50.
(19) R. Romano, Napoli: Dal Viceregno al Regno, Torino, Einaudi, 1976, p. 38.
(20) Ibidem.
(21) Ibidem, p. 42.
(22) Ibidem, p. 43.
(23) Ibidem.
(24) Ibidem, pp. 61-62.
(25) Cfr. R. Villari, op. cit., pp. 95-96.
(26) Ibidem, p. 96.
(27) Ibidem, p. 97.
(28) Ibidem, p. 99.
(29) R. Villari, Elogio della dissimulazione, Laterza, Roma-Bari, 1987, p. 82.
(30) Ibidem, pp. 83-84.
(31) R. Villari, La rivoluzione antispagnola…, cit., p. 241.
(32) R. Villari, Elogio della dissimulazione, cit., p. 85-86.
(33) Ibidem, p. 97.
(34) Ibidem, p. 52.
(35) Ibidem, p. 55.
(36) Ibidem, p. 106.
(37) M. Lasky, The novelthy of Revolution, Encouter, 197l; cit. in J. Billington, Con il fuoco nella mente. Le origini della fede rivoluzionaria, Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 31 e 35.
(38) L'opera fondamentale che dà il via a questa tradizione è: Le rivoluzioni di Napoli. Descritte dal Signor Alessandro Giraffi, Venezia, 1647. In Inghilterra, nel 1731, fu pubblicata la storica e anticipatrice opera di Ottavio Sammarco del 1629: A Treatise Concerning Revolution in Kingdoms. Cfr. Billington, op. cit., pp. 31 e 34; R. Villari, La rivolta..., cit. ed Elogio della dissimulazione, cit.
(39) Billington, op. cit., p. 31. Il lavoro inglese richiamato da Billington è quello di J. Howell, Parthenopeia, Or History of the Most Noble and Renowned Kingdom of Naples, 1654. Su tale lavoro insiste M. Lasky: The Birth of Metaphor. On the Origins of Utopia and Revoluzion, Encounter, 1970; Utopia and Revolution, Chicago, 1976. Cfr. ancora Billington, op. cit., p. 35. Si vedano inoltre le opere di Villari avanti citate.
(40) P. Bevilacqua-M.Gorgoni, Mercati, "Meridiana", n. 1, 1987, p. 17.
(41) In questa multiversità sta la differenza, categorizzata dal Wallerstein, del "sistema-mondo" moderno o "economia-mondo capitalistica" a paragone dell'"impero mondo", il quale prevede un'unica e globalizzante struttura politica. Del Wallerstein cfr. Il sistema mondiale dell'economia moderna, 3 voll., Bologna, Il Mulino, 1974, 1978, 1995; Il capitalismo storico, Torino, Einaudi, 1985; Sistema mondo e civiltà, "Prometeo", n. 12, 1985, pp. 6-15; Tipologia delle crisi del sistema-mondo, "Marx centouno", n. 6, 1987, pp. 53-66.
(42) Tratteremo i temi in questione nel prossimo articolo.
(43) I. Wallerstein, Tipologia .... cit., p. 58. Ma già in Crisis as Transition, in S. Amin-G. Arrighi-A.G. Frank-I. Wallerstein, Dynamics of Global Crisis, Monthly Rewiew, New York, 1982. A questo lavoro collettaneo fanno riferimento anche G. Arrighi-Jessica Drangel, La stratificazione dell'economia mondo, "Marx centouno", n. 6, 1987, pp. 79-127.