1. Il piano comunicativo-culturale
La rivoluzione digitale ha rinnovato tutti i tracciati comunicativi, sottoponendo l'intero universo sociale allo stimolo di tecnologie sofisticate e potenti che frantumano le antiche barriere spazio-temporali.
Una delle nuove caratteristiche dell'era digitale è l'istantaneità della comunicazione e la tempestività con cui gli attori comunicativi sono chiamati ad interagire. La comunicazione di massa viene surclassata dalla possibilità dell'interazione a distanza che può essere sia in tempo differito (p. es., posta elettronica) che in "tempo reale" (p. es., videoconferenza).
La digitalizzazione degli assetti e delle relazioni sociali contrae tempo e spazio, riorganizzando intorno ai suoi inputs le strutture organizzative pre-esistenti ed edificandone nuove più pervasive ed efficienti. In particolare, vengono messe in piedi delle strutture organizzate che producono costantemente comunicazione implementata, sia con finalità commerciale che per scopi di utilità sociale.
Elaborazione, trasmissione e gestione dei flussi comunicativi si assettano entro innovati quadri di interazione sociale e costituiscono la postazione avanzata della produzione della ricchezza immateriale. La rivoluzione digitale richiede nuove "strutture di collegamento" e, soprattutto, nuove modalità di messa in azione e interscambio della comunicazione, ormai risorsa strategica delle società globali in cui viviamo.
Il lavoro di rete è organicamente immesso in questa nuova processualità. In quanto forma di comunicazione superiore tra soggetti cooperativi situati ad un'alta soglia di cognitività ed interazione intelligente, può contribuire a ridurre le faglie comunicative che si riproducono nella società digitale, per eccesso o deficit di comunicazione. Tra i suoi compiti ve ne entra, dunque, uno specificamente comunicativo.
La messa in relazione di universi sociali, di piani linguistici e territori sociali contigui eppure divisi e non comunicanti è uno dei problemi cardine delle società imperniate sulla comunicazione. La saturazione dei messaggi, dei segni, dei simboli, dei codici e dei testi va sempre più approssimando un grado zero della comunicazione. La saturazione comunicativa è il luogo originario della formazione delle faglie comunicative, di cui prima argomentavamo. L'eccesso della comunicazione si fa "chiacchiera" che non deposita tracce di senso condivise. Nella società in cui tutto è comunicazione, il rischio letale è che non si comunichi più.
Ecco, dunque, che diventa necessario riflettere sulla qualità della comunicazione e degli attori comunicativi. A questa soglia, occorre coltivare un'ambizione alta: moltiplicare spazi di comunicazione, ad un tempo, agili e complessi. Ciò è reso possibile proprio a partire dalla valenza comunicativa del lavoro di rete.
Cerchiamo di vedere meglio in che consiste questa valenza comunicativa.
Il lavoro di rete si diversifica da tutti gli altri mezzi di comunicazione tradizionali, perché non si limita al puro trasferimento di informazioni codificate. Ciò è vero, perché il flusso comunicativo medesimo (del lavoro di rete) ha una sua propria intelligenza: non è semplicemente "codificato" dal trasmittente e "decodificato" dal ricevente; più propriamente, ricodifica il codificato ed i codificatori/decodificatori. Il flusso comunicativo non è bilaterale; anzi, cambia continuamente i termini della comunicazione, ed i soggetti della codifica e della decodifica.
I lavoratori digitali, da quest'angolo di osservazione, si scambiano non valori, ma valenza comunicativa ed è valenza comunicativa che immettono nell'ordito delle relazioni sociali. Il rimando, perciò, a differenza delle teorie della comunicazione criticamente passate in rassegna nell’articolo precedente, non è a strutture mentali, comportamentali, sociali etc.; bensì a reti comunicative intelligenti che plasmano e rifondono continuamente l'oggettualità comunicativa con le soggettualità comunicative, in un interscambio che assume come sua scena l'orizzonte digitale, in tutte le sue componenti socio-umane e tecnico-culturali.
La valenza comunicativa del lavoro di rete ha molto a che fare con l'interscambio orizzontale di progetti di senso, mirati alla risoluzione di precise problematiche socio-comunicative. I linguaggi e i soggetti che entrano in dialogo poietico non sottostanno alle regole della permutazione: le sfere di significato non si permutano secondo la razionalità dello scambio equivalente; piuttosto, costruiscono identità nuove, amalgamando i vari progetti di senso che entrano nel gioco comunicativo.
La valenza comunicativa del lavoro di rete può, così, contribuire all'insediamento sociale di nuove combinazioni di senso. Intorno ad esse si può tessere una nuova dialogica sociale diffusa, per l'emersione libera e creativa di nuove identità, sottratte ai vincoli dell'appartenenza territoriale e delle corrispondenze di taglio produttivistico-economico dello scambio equivalente.
Ma la valenza comunicativa più grande che riposa nel lavoro di rete, grazie alle tecnologie digitali, sta nel possibile superamento dell'antinomia fin qui incuneata tra linguaggi verbali e linguaggi non verbali. Con tutta evidenza, nel lavoro di rete si rifondono ed amalgamano, ad un alto tasso di complessità, sia i linguaggi verbali che quelli non verbali. Gli stessi linguaggi artificiali di programmazione sono catturati all'interno di questa nuova dialettica vivente. Il medesimo linguaggio-macchina, secondo l'impiego del lavoro di rete cui si sta qui alludendo, è collocato ben dentro questa processualità.
Sulla valenza comunicativa del lavoro di rete, in sostanza, è possibile costruire una teoria comunicativa del significato che ora, finalmente, non si esprime più nei termini di "significato linguisitico" che, a sua volta, aveva costretto ad una defatigante ed inane riflessione intorno al "significato del significato". Il lavoro di rete, per dirla ancora più precisamente, consente di disancorare le teorie-prassi della comunicazione dalle teorie-prassi dell'informazione, contribuendo ad autonomizzare la comunicazione, dal piano teoretico a quello sperimentale.
Nel campo comunicativo del lavoro di rete, dall'inizio alla fine, interagiscono emittente, ricevente, valenza comunicativa e soggetti della comunicazione. In questo flusso, fin dal principio, si dà comunicazione della comunicazione. L'informazione è, allora, una dimensione altra ed inferiore, in quanto a contenuti di complessità ed interattività sociale. Cercando di essere ancora più rigorosi: nel lavoro di rete non si dà semplicemente co-significazione o co-informazione (1); bensì co-comunicazione. Vale a dire, "comunicazione della comunicazione" nelle modalità uno/molti e/o molti/molti che assegnano a tutti le eguali attribuzioni in fatto di "potere", interazione e creatività.
Diversamente dalla co-significazione, la co-comunicazione non ha una ricaduta integratrice e neutralizzante; ma è aperta alle contaminazioni e non ricopre le forme dell'alterità e del dissenso. E ancora: diversamente dalla co-informazione, la co-comunicazione non occupa l'intero campo relazionale, ma apre continuamente all'altero ed al diverso i flussi e i soggetti comunicanti. Proprio per questa sua valenza comunicativa interna il lavoro di rete può coltivare ambizioni alte.
2. Oltre l'informazione e la conversazione
Il trasferimento di comunicazione è, dunque, la risorsa principale delle società globali. I grandi apparati comunicativi diventano i "nuovi padroni" del mondo. Ma è chiaro che i mezzi comunicativi, soprattutto nelle forme attuali che siamo venuti discoprendo, servono sempre fini extra-comunicativi che rimandano a progetti di potere, di profitto, di conservazione o di trasformazione sociale. Soprattutto la "comunicazione della comunicazione" ha una sua intrinseca e ineliminabile politicità; e lo abbiamo visto.
Non sempre e non automaticamente, però, lo scopo extra-comunicativo viene raggiunto. La ridondanza e/o il deficit di comunicazione si imbatte nelle faglie comunicative, di cui abbiamo già argomentato. Il che delinea i contorni della impermeabilità del messaggio comunicativo e della refrattarietà del pubblico ad interiorizzarlo.
Il lavoro di rete medesimo persegue fini extra-comunicativi: è inutile nasconderselo. Nel cercare di mettere in chiaro le linee della sua valenza comunicativa, vi abbiamo fatto cenno in maniera consistente. Esso deve supremamente guardarsi dalla impermeabilità comunicativa e dalla refrattarietà del pubblico ad essere permeabile e attraversabile, fino ad assumere il senso e lo spazio di pratica sociale aperta e condivisa. Si tratta di riempire le "buone pratiche" di lavoro di rete, con forme di cooperazione comunicativa più perspicue.
Una valorizzazione del lavoro di rete di questo tipo non patisce la comunicazione come "flusso minaccioso", invasivo delle soggettività implicate nell'interazione comunicativa. Per dirla meglio: il lavoro di rete qui non è un "fatto sociale esterno"; ma una delle forme di relazioni interne alla "comunicazione della comunicazione". Ancora più esattamente: il lavoro di rete è qui configurato come uno dei sottosistemi attivi della comunicazione.
Ma v'è una dato su cui, a questo punto, ci preme insistere particolarmente.
Secondo partizioni, ormai, classiche nell'ambito della communcation research, si darebbe un'originaria e fondamentale distinzione: quella tra approccio informazionale ed approccio relazionale. Per il primo, la comunicazione si basa sulla "trasmissione di informazioni"; per il secondo, invece, sulla "trasmissione di significati". In un certo senso, comune ai due approcci è la concezione secondo cui il processo comunicativo autoproduce gli elementi che lo costituiscono. La referenzialità comunicativa a valle si regge, quindi, su una autoreferenzialità comunicativa a monte.
Abbiamo già visto come la co-comunicazione integri un sostanziale passo in avanti rispetto alla co-significazione e alla co-informazione. Qui vogliamo solo puntualizzare come, proprio per la particolarità della sua valenza comunicativa, il lavoro di rete si posizioni oltre sia le linee perimetrali della "trasmissione di significati" che della "trasmissione di relazioni". Esso riqualifica le referenzialità comunicative a valle, in virtù della base comunicazionale che lo costituisce.
Per il lavoro di rete, secondo quest'approccio, non si dà autoreferenzialità dei sistemi e dei sottosistemi comunicativi. Il che vuole dire che, sì, la comunicazione costituisce il "sistema nervoso" della società, ma, non per questo, la risolve per intero. Come il lavoro di rete non coincide in toto con la comunicazione ed i suoi complessi processi/attori, così la comunicazione non ricomprende in sé l'ordito completo dell'interazione sociale.
Cercando di approfondire ulteriormente il livello di analisi, dobbiamo qui rilevare che il "potere di agglomerazione" dei processi e dei sistemi comunicativi non è risolutivo e determinante in assoluto della qualità sociale e della socialità. Così come non è illimitata la "comunità della comunicazione", l'agire umano-sociale non è universalmente inquadrabile come "agire comunicativo".
La densità semantica della socialità è più ricca di quella della comunicazione. Lo stesso lavoro di rete, prima ancora di essere sottosistema comunicativo, è una determinazione delle trasformazioni delle relazioni sociali, al livello di complessità raggiunto dall'interazione tra i sistemi bio-culturali, bio-tecnologici e storico-sociali. Il "sistema comunicazione" medesimo è un prodotto di questo agglomerato relazionale, con cui interagisce e su cui agisce. Non è possibile configurare un ordine deterministico e lineare delle priorità, tra tutte queste dimensioni. Soprattutto nelle società della "comunicazione globale", la dialettica dell'interazione sociale è di tipo multidirezionale, con rovesciamenti continui di prospettiva, di senso, di soggettività, di identità, di inputs ed outputs.
Vogliamo dire che, a ben guardare, la comunicazione non si posiziona tra isomorfismi codificati. Gli attori ed i processi comunicativi operano sempre in base ad un doppio codice:
In virtù del codice unitario, essi si autointerpretano ed interpretano a vicenda; ma, poi, si allontanano e distanziano, seguendo le inclinazioni e gli stimoli del loro particolare profilo comunicativo.
Non basta, dunque, per l'alimentazione di un ricco processo comunicativo, la semplice codifica/decodifica; occorre entrare nel campo comunicativo/identificativo dell'altro. Da qui la necessità del superamento dell'ermeneutica comunicativa, in direzione di un mutualismo dialogico delle trasformazioni interattive, con cui ci lasciamo alle spalle sia la teoria che vuole la comunicazione come informazione che quella che la ipostatizza come conversazione.
Il lavoro di rete — così come stiamo tentando di situarlo — non viene meno a questa esigenza; ma è, anzi, una delle modalità comunicative che meglio l'incarnano. Uno dei modi più suggestivi per definire il lavoro di rete è, forse, proprio quello di collocarlo al di là degli orizzonti angusti dell'informazione e della conversazione.
3. I processi culturali nella comunicazione globale
Individuate le componenti di contesto dello spazio globale, dobbiamo cercare ora di identificare con un superiore grado di approssimazione luoghi, tempi e sbocchi dei processi culturali.
Per effetto della rivoluzione digitale, la creazione di comunità prescinde dallo spazio fisico; e lo abbiamo visto. Salta il legame analogico tra comunità territoriali e comunità relazionali (2): ora si costruiscono comunità, a prescindere e qualche volta contro le comunità territoriali di appartenenza. I processi culturali qui non solo si stratificano e differenziano, ma si dotano di una loro perspicua autonomia di senso, a partire dal mezzo che li media e fluidifica. Le comunità virtuali proliferate in questo ultimo decennio sono una delle migliori espressioni di questi nuovi processi.
Che sia rescisso il rapporto di coincidenza tra comunità territoriale e comunità relazionale non significa, però, che tra le due vi debba necessariamente essere una relazione di conflitto o di esclusione. All’opposto, affrancandosi dalla territorialità, le comunità relazionali possono coltivare meglio i loro interessi e meglio comunicarli, estendendo al mondo intero la loro raggiera di senso. A ben guardare, assistiamo alla riscrittura dei concetti di territorio e di relazione: il primo valica l’orizzonte del mero ambito geografico; il secondo si dinamicizza.
I processi culturali, nello stesso tempo, si deterritorializzano e diventano traboccanti di senso, a misura in cui fungono da termine di passaggio e di composizione di “globale” e “locale”. La deterritorializzazione e l’eccedenza di senso dei processi culturali sventagliano sistemi di significati complessi e stratificati che agiscono da referente simbolico non per comunità organiche, ma per sistemi di comunità estremamente differenziati, eppure tra di loro in relazione. La condivisione di credenze, valori, esperienze, tradizioni ecc. non avviene più all’interno del ghetto della comunità organica chiusa, ma si apre all’influenza ed alla contaminazione dello spazio aperto dalla comunicazione globale.
Certamente, permane il profilo difensivo-proiettivo della costruzione della comunità come riparo dalla minaccia simbolica esterna. Ma, ora, nello spazio aperto della comunicazione globale, nessuna comunità può avere la pretesa di ritenersi conchiusa in se stessa; anzi, la chiusura comunitaria ed extracomunitaria è ragione di deperimento storico-culturale e di agonia simbolica. Ciò spiega perché le comunità chiuse o quelle che vogliono sovrimporre i propri codici culturali mantengono un atteggiamento aggressivo e offensivo che sfocia fino all’estremo limite della pulizia etnica.
I processi culturali confermano la loro natura associativa-dissociativa. Ma, ora, nello spazio globale le culture si associano per dissociarsi e si dissociano per associarsi. Non esistono più le condizioni per la costruzione di comunità coese sul lungo periodo o, addirittura, sulla scala dell’infinità dello spazio/tempo storico-sociale. L’accelerazione impressa alla storia dalla spinta della complessità culturale modifica di continuo i legami culturali associativi, estrapolando da quelli dissociativi le ragioni per più avanzate e multiformi architetture comunitarie che condensano e, insieme, riconiugano senza posa il “globale” (nel “locale”) e il “locale” (nel “globale”).
È opinione largamente diffusa che l’invenzione della stampa abbia plasmato il mondo moderno. E, come si vede, si tratta di una modellazione che è di tipo culturale e tecnico, insieme. Cosa, in proposito, sia avvenuto con i new media lo abbiamo visto. Esaminando questi caratteri dal lato dello scorrere accelerato dei processi culturali, ci rendiamo conto che non solo l’insieme tecnica-cultura plasma il mondo, ma anche e soprattutto maturiamo la consapevolezza che esso stesso sia plasmato dal mondo che, tutto intero, trova in esso alloggio e storia. La storia del mondo passa ora interamente attraverso il raggruppamento tecnica-cultura ed è, perciò, l’interezza di questa storia a modificare le modalità con cui tecnica e cultura si combinano e confliggono.
Quando diciamo: “Tutto il mondo ci guarda”, diciamo questo, senza rendercene ben conto. Quando ogni digital event mette al centro della comunicazione globale ogni più lontano e sperduto “fenomeno” o “fatto” locale, siamo di fronte all’evidenza macroscopica che il mondo nella sua interezza è diventato la nostra dimora. Qualunque sia il punto del pianeta in cui dimoriamo, è il mondo ora la nostra casa. Questa è, prima di tutto, la percezione culturale di una nuova situazione spaziale e di una nuova esperienza del tempo.
In queste condizioni, certamente, l’analisi sociologico-culturale procede su un terreno impervio e a niente vale il soccorso degli approcci teorici consolidati. Leggere o interpretare i processi culturali, del resto, è una pretesa che confina con l’arbitrio assoluto. Soprattutto, nelle condizioni della comunicazione globale i processi culturali vanno ascoltati. Se è vero, come sostiene la Griswold (3), che gli “oggetti culturali” raccontano una storia, chi decide della plausibilità di quella storia?. E ancora: la significatività espressiva di una storia è definibile da codici analitici esterni?
Se l’approccio, pur interessante, della Griswold avesse fondamento, dovremmo invariabilmente concludere che un oggetto che non racconta una storia non ha la dignità di oggetto culturale, operando un sostanziale travisamento della verità. Quando non siamo capaci di ascoltare la storia che l’oggetto racconta, concludiamo sbrigativamente che quell’oggetto non ha storia. In realtà, tutti gli oggetti raccontano una storia; non di tutte siamo capaci di udire il racconto.
La significatività espressiva e culturale di qualunque oggetto è un portato dell’oggetto medesimo. Indicare che esso non sia dotato di significatività ed espressività è un arbitrio analitico che camuffa un’impotenza semantica. Non può essere il nostro giudizio analitico ad attribuire storie all’oggetto, decidendo quali di essi abbiano dignità culturale. Al contrario, dobbiamo arrenderci all’evidenza che tutti gli oggetti raccontano una storia che resta a noi estranea, fino a che non ne acquisiamo il linguaggio: fino a che, cioè, non ci spostiamo al di fuori del nostro linguaggio e lo mettiamo in questione, per aprirci al mondo.
Il fatto che non sempre riusciamo a ricostruire o de-costruire la storia raccontata dagli oggetti è un segno della debolezza dei nostri strumenti culturali di analisi; non già la testimonianza della non-culturalità dell’oggetto in questione. L’oggetto parla, in questo caso, un linguaggio che non riusciamo a decodificare e nemmeno ad ascoltare, per il motivo che rimaniamo abbarbicati alla nostra piattaforma cognitiva antropocentrica.
Facendo dell’antropocentrismo la chiave di volta assoluta dell’universo, l’altero rimane in ombra. Peggio: lo tiriamo fuori dall’ombra, attribuendogli le nostre parole e il nostro linguaggio. Vale a dire: gli facciamo raccontare le storie che ci piace ascoltare e non ascoltiamo le storie che ci racconta. Così, non transitiamo mai da un linguaggio all’altro, mai passando per il linguaggio altrui, a cui stentiamo di attribuire dignità culturale.
Le nostre nozioni classiche di coincidenza e differenza, di comunità e identità, di verità e falsità, tanto per fare un catalogo di massima, sono andate in fumo. Per dirla con Geertz: «Oggi l’analisi culturale è un’impresa di gran lunga più difficile che ai tempi in cui sapevamo — o, meglio, credevamo di sapere — cosa coincidesse con cosa e cosa non coincidesse … Ciò di cui abbiamo bisogno sono nuovi modi di pensare, capaci di frequentare particolarità, individualità, stranezze, discontinuità, contrasti r singolarità, e in grado di reagire a ciò che Charles Taylor ha chiamato “profonda varietà”, una pluralità di appartenenze e di modi di essere» (4).
Proprio per queste ragioni, l’analisi culturale deve essere capace di cogliere i negoziati e gli scontri tra le differenze che oggi caratterizzano i processi culturali. Ma occorre rifuggire da un’ultima superstizione: quella secondo cui il mondo sia globalmente integrato e localmente frammentato (5). L’integrazione e la frammentazione attiene ad entrambi i livelli e trapassa, ridefinendosi, da un livello all’altro. Appare complessa e soggetta a frammentazioni tanto la topografia del “globale” che quella del “locale”; anche per la decisiva circostanza che esse si determinano e rideterminano assieme.
Fuori da ogni paradosso linguistico, il “globale” è rafforzato dal “locale”; reciprocamente, il “locale” è rafforzato dal “globale”. Nascono in questa nuova dimensione le vie di fuga di chi intende cancellare il “locale” dall’alto del “globale”, oppure le resistenze di chi vuole ridurre o contrastare il “globale” dal basso del “locale”. Atteggiamenti egualmente infondati e destinati allo scacco e, tuttavia, non desueti e capaci, non di rado, di produrre conseguenze luttuose, in quanto traducono l’universalismo culturale in fondamentalismo politico. I sanguinosi conflitti etnici sparsi nei Sud del mondo, l’intolleranza smisurata dei poteri globali, la furia ideologica del terrorismo globale, la xenofobia e le disuguaglianze crescenti nelle stesse cittadelle fortificate dello sviluppo sono la testimonianza che queste possibilità sono diventate, ormai, drammatica realtà. A ragione, C. Geertz ha ribattezzato il “villaggio globale”, di cui per primo ha favoleggiato McLuhan, nei termini del villaggio povero che non conosce solidarietà (6).
Nei margini del nuovo occorre imparare ad inserirsi, per coglierne tutta la valenza positiva, senza lasciarsi annientare dalla distruttività e indifferenza del tempo presente. Trarre profitto dalle comunanze globali entro cui si sviluppano e coltivano differenze incommensurabili che, a loro volta, si intersecano e influenzano, rideterminando il profilo stesso dello spazio globale: è, questa, una possibilità che sta scritta nell’ordine delle cose, ma il cui ordito è di difficile tessitura e richiede nuovi atteggiamenti mentali e l’apertura di nuovi orizzonti culturali.
Sia nel campo globale che in quello locale le identità culturali sono composite, molteplici, instabili e controverse. Da ciò prende origine il crudo scontro delle identità, per l’annichilimento dell’una da parte dell’altra; ma anche la partecipazione delle differenze alla costruzione di identità proteiformi che si nutrono della differenza e nutrono il differente. Siamo collocati su questo bivio: su noi tutti ricade l’enorme responsabilità della direzione da prendere.
Nel campo della comunicazione globale, l’eterogeneità culturale è la regola; l’uniformità, l’eccezione. L’anatomia culturale di una sia pur piccola comunità non è stata mai così difficile da approssimare, tanto grande è ora la complessità degli intrecci che la legano a tutte le altre e tanto profondi essendo i processi di globalizzazione culturale che la squarciano e influenzano. Nella globalizzazione, non a caso, prolifera l’invenzione di località che, nella reinvenzione dei localismi, muta e scandisce il segno ed il senso dello stesso spazio/tempo globale (7).
In realtà, i processi culturali sono divenuti un complesso puzzle che varia di continuo la sua geografia: si è appena assegnato il posto giusto ad ogni singola tessera che subito muta consistentemente il disegno di insieme. All’improvviso, tutte le tessere finiscono fuori posto e l’architettura complessiva diventa instabile e incerta. Di nuovo, il mosaico si ricompone e subito interviene un nuovo sommovimento; e così via all’infinito. L’ordine delle differenze è tutto meno che un ordine stabile. Ma chi ha detto che tutto questo sia un male? Nemmeno è detto che sia necessariamente un bene. Di questa nuova realtà, si tratta di mandare a segno i potenziali positivi, rinunciando ad ogni eterodirezione illuministica o teleologica, ma semplicemente assecondando e canalizzando a livelli crescenti di complessità le contaminazioni, le osmosi e i pluralismi culturali che proliferano nella comunicazione globale. Le piccole differenze sono formate da grandi differenze e, a loro volta, le formano: le une sono dentro le altre. La complessità culturale che stiamo vivendo passa anche da qui.
Note
(1) Si rinvia all’articolo precedente.
(2) La novità è acutamente investigata da Wendy Griswold, Sociologia della cultura, Bologna, Il Mulino, 1997 (in part., pp. 189-209), pur da un’angolazione non coincidente con la nostra.
(3) Ibidem, pp. 26 ss.
(4) C. Geertz, Mondo globale, mondi locali. Cultura e politica alla fine del ventesimo secolo, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 20, 21.
(5) Questo è ancora l’approccio, pur innovativo, di Geertz (op. cit., pp. 25 ss.).
(6) Ibidem, p. 58.
(7) Cfr., in proposito, il pregevole G. Marramao, Passaggio ad Occidente. Filosofia e globalizzazione, Torino, Bollati Boringhieri, 2003.