RETORICHE DELLA SICUREZZA E POLITICHE PER IL PROFITTO
di Antonio Chiocchi


1. Il racconto virtuale dell’insicurezza globale

La salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro sono spesso trasformate in un racconto nel quale sono assenti la voce e il volto dei protagonisti. Come abbiamo visto nei capitoli precedenti e vedremo ancora in un prossimo paragrafo, questa assenza trasforma i racconti nello snocciolamento di dati, peraltro non del tutto legittimi sul piano scientifico e poco credibili su quello empirico; oppure convertiti nel rituale della denuncia indignata che non riesce, nemmeno alla lontana, ad aggredire la sostanza delle problematiche in gioco.

In entrambi i casi, le variabili narrate ufficialmente nascondono quelle della realtà vivente, dalla quale vanno autonomizzandosi in misura impressionante. L’effetto di nascondimento rituale, così, prodotto fa girare a vuoto la ricerca sui determinanti della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro, vanificando sia gli interventi di riaggiustamento sul campo che quelli preventivi.

La realtà vivente dell’organizzazione del lavoro è il centro di emissione di domande in continuo farsi, disfarsi e ridefinirsi che, non di rado, risultano essere tra di loro contraddittorie. Domande indirizzate sia al datore di lavoro che ai lavoratori che, evidentemente, portano responsabilità e tra i quali rimangono operanti campi conflittuali non di poco peso.

Se la voce e il volto dei lavoratori sono nascosti ed espulsi dai racconti ufficiali sulla sicurezza, è fin troppo ovvio che la convergenza dei diritti e degli obblighi verso l’approntamento di un ambiente di lavoro sano e sicuro sia minata alla base. Se, inoltre, consideriamo che la narrazione è un “tipo” di azione che rende comprensibili le nostre storie a noi e agli altri, ben si comprende come l’assenza dei lavoratori dal testo narrativo pregiudichi l’affermazione dei loro diritti e occulti le violazioni ricorrenti di cui sono vittime.

Ma non è solo rilevante come si racconta una storia; ancora più importante è chi la racconta. A seconda della soggettività della voce narrante, abbiamo storie diverse, anche sullo stesso evento o sullo stesso fenomeno. Proviamo a comparare tra di loro le storie sulla sicurezza sul lavoro raccontate dai datori di lavoro e quelle raccontate dai lavoratori: le differenze di approccio e le ricostruzioni empiriche divergono nettamente tra di loro [1]. Come divergono i racconti sulle modalità di applicazione delle norme sulla sicurezza, con la tendenza da parte dei datori di lavori di esaurire la complessa questione in un presunto e generalizzato deficit comportamentale dei lavoratori; come, a più riprese, abbiamo avuto di mostrare nei capitoli precedenti.

Ora, la sparizione del volto e della voce dei lavoratoti dalle narrazioni ufficiali sulla sicurezza sul lavoro nasconde i processi base che, negli ultimi decenni, hanno causato l’aumento dell’esposizione potenziale ed effettiva al rischio. Il principale di essi è la frammentazione del lavoro, terreno di coltura della diffusione interstiziale del rischio all’interno dei cicli lavorativi, in forza di cui è resa evanescente la prevenzione e sempre più aleatoria l’applicazione delle normative che regolamentano la materia [2].

La frammentazione dei cicli lavorativi contempla una nuova e diversa organizzazione dello spazio e del tempo di lavoro, in un nuovo e diverso rapporto col tempo e lo spazio di vita dei lavoratori, compressi e resi sempre più anonimi. La sicurezza sul lavoro, in questa nuova scala organizzativa, perde progressivamente consistenza e valore. Se il tempo deve sempre più velocemente attraversare lo spazio e lo spazio sempre più essere catturato dall’onda del tempo, le soggettività al lavoro diventano sempre più insignificanti. E lo sono prima e fuori dai cicli lavorativi: nel tempo e nello spazio di lavoro, così come nel tempo e nello spazio di vita.

L’insicurezza sul lavoro è la proiezione dell’insicurezza della vita e viceversa. Il rischio è l’ombra minacciosa che offusca simultaneamente la vita e il lavoro: sicuri devono essere soltanto le prestazioni e i rendimenti dei cicli lavorativi, non anche i soggetti al lavoro, ormai definitivamente ridotti a entità produttive devitalizzate. Nel loro farsi accumulazione disarticolante, i cicli lavorativi e produttivi non sono più soggiacenti a sfere e valutazioni di carattere etico. Anzi, l’etica viene definitivamente espulsa dalla produzione e dall’accumulazione. Del resto, la condizione di normalità del neoliberismo sta proprio nella massimizzazione dello stato di insicurezza [3].

Si genera un’antietica accumulativa che fa a brandelli l’etica della sicurezza sul lavoro. Dello spazio e del tempo, nella vita come nel lavoro, i soggetti al lavoro non hanno padronanza e cognizione: ecco perché l’insicurezza li avvolge, nella vita come nel lavoro. L’insicurezza sul lavoro e la frantumazione del lavoro diventano funzioni complementari di un processo che incorpora la vita dei soggetti al lavoro, senza preoccuparsi di tutelarla, ma smungendone il tempo e lo spazio. Il lavoro uccide e genera malattie professionali su scale allargate, proprio perché viene privato del tempo e dello spazio di vita: tempo e spazio di lavoro sono, ormai, definitivamente scissi dal tempo e dallo spazio della vita. Tutti i tempi e tutti gli spazi del lavoro e della vita sono gettati nel vortice dell’insicurezza e della precarietà. È un terribile cortocircuito, se pensiamo alla lesione della dignità e nobiltà dei soggetti al lavoro; una risultante di estrema e rara coerenza, se consideriamo le logiche di disarticolazione che governano oggi la produzione e l’accumulazione. La frantumazione dei cicli lavorativi e la disarticolazione dei processi accumulativi diventano gli agenti diffusori e moltiplicatori dell’insicurezza sul lavoro.

2. La vita trasformata in lavoro e il lavoro trasformato in vita

La scissione tra tempi e spazi della vita e tempi e spazi del lavoro produce un effetto esiziale massimo: quello di spogliare la vita, trasformandola in lavoro. La vita è sempre costretta al lavoro ed è sempre declinata come lavoro: paradossalmente (ma non troppo), soprattutto quando è alla ricerca di lavoro. Viene ridotta a una variabile dipendente del lavoro e, esattamente come il lavoro, viene governata mediante l’impiego di strategie di impoverimento. L’incertezza la circonda e la sovrasta. È la qualità del lavoro che determina la qualità della vita. I rischi sul lavoro inseguono e assediano la vita anche fuori le sfere del lavoro, prolungandone e massificandone gli effetti deleteri.

Ma non è tutto: il rischio da lavoro viene socializzato, riempiendo tutti i pori del tessuto interconnettivo dei tempi e degli spazi di vita. La socializzazione del rischio da lavoro, a sua volta, ricade sui cicli lavorativi, generando effetti ancora più dirompenti: l’incertezza e la precarietà del lavoro fanno tutt’uno con l’incertezza e la precarietà della vita. Uno svilimento generale mortifica lavoro e vita, incatenandoli agli stessi ceppi. La riduzione della vita a lavoro precario frantumato rende sempre più difficile, se non impossibile, costruire sicurezza sul lavoro e nella vita. L’insicurezza regna sovrana e trionfante, nel lavoro come nella vita.

Molte sono le conseguenze dannose di processi di questa natura. La più grave di tutte è, certamente, la messa in crisi della percezione di sé tanto come soggetto autonomo al lavoro quanto come essere vivente libero. In questo modo; a) il soggetto al lavoro sempre meno riesce ad affrontare con risolutezza l’organizzazione che lo sovrasta e risucchia; b) l’essere vivente libero perde la dimensione della socialità e relazionalità dentro cui pure è calato. L’insicurezza del lavoro e della vita diventa un ambiente artificiale, fatto tendenziosamente passare come habitat umano e sociale normale. I soggetti al lavoro e gli esseri viventi liberi, con sempre maggiore difficoltà, riescono a sfuggire alla stretta di questa tenaglia. La difficoltà di percepire se stessi si traduce in difficoltà di pensare e ripensare il mondo e la propria collocazione in esso. Il disorientamento che ne deriva rende tutti più deboli, fragili, vulnerabili e insicuri. Le macchine e i dispositivi di potere che governano questi processi si nutrono proprio di queste debolezze, fragilità e insicurezze.

Gli strumenti per pensare e costruire in libertà gli orizzonti del tempo e dello spazio, nel lavoro e fuori del lavoro, si assottigliano sempre di più, fino a rischiare di essere cacciati via dalla memoria collettiva. Il rischio raggiunge qui il suo vertice: si cerca di convincere lavoro e vita di non avere altra prospettiva, al di fuori della realtà cruda che viene loro imposta. Nel lavoro e nella vita, l’insicurezza si spaccia come unico habitat esistente, sia nell’ordine delle possibilità che in quello delle necessità. Il conflitto che qui si insedia è tra sicurezza e insicurezza; tra sicurezza negata e insicurezza imposta. E qui la cifra della sicurezza è contrassegno di libertà. Perciò, la battaglia sulla sicurezza nei luoghi di lavoro ha un profilo così elevato e trascende il mero campo di forza dei conflitti di lavoro.

L’insicurezza sul e del lavoro come causa ed effetto dell’insicurezza della vita è un elemento di organizzazione del vuoto sociale entro il quale si è costretto a vivere, in cui il rischio incombe solo e sempre di più sulle parti deboli, mentre la sicurezza si distribuisce solo e sempre di più al vertice della piramide sociale. Lavori insani e insicuri sono il prodotto di queste dinamiche ormai dominanti su vasta scala che la crisi globale ha sovralimentato e, nel tempo stesso, svelato in maniera impietosa. L’insicurezza sul lavoro è anche un atto discriminatorio, poiché viola il diritto alla salute e attenta alla vita dei soggetti al lavoro. Il processo di fluidificazione tra lavoro e vita e tra vita e lavoro salda qui universi paralleli, rendendoli pienamente convergenti. Il lavoro insicuro è immediatamente vita discriminata, esattamente come la vita insicura si fa immediatamente discriminazione del lavoro.

Siamo andati trascorrendo verso situazioni in cui l’organizzazione del lavoro è diventata un elemento di corrosione della sicurezza sul lavoro, al punto che tra le due dimensioni si è instaurato un aperto conflitto; nondimeno, è possibile continuare a pensare a una organizzazione del lavoro in funzione della sicurezza sul lavoro [4]. I modelli di organizzazione del lavoro evocati sono entrambi fattibili, ma alternativi. All’effettualità dell’organizzazione del lavoro contro la sicurezza del lavoro, vanno contrapposte la possibilità e necessità di un’organizzazione del lavoro per la sicurezza del lavoro. Col che i termini del conflitto politico, culturale e sociale esistente in materia si vanno evidenziando in linea definitiva, allargandosi dal tempo e dallo spazio del lavoro fino al tempo e allo spazio della vita.

3. Lo scarto incolmabile

Una delle ragioni fondanti di un sistema di sicurezza efficace, funzionale e partecipativo sta nel benessere organizzativo che in esso opera e da esso si sprigiona. Dobbiamo aver chiaro che, nel nostro paese, il benessere organizzativo all’interno dei luoghi di lavoro è anche una obbligazione in capo alle imprese, per effetto di una serie di cogenti disposizioni costituzionali: a) «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agi indigenti» (art. 32); b) «La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni» (art. 35); c) «L’iniziativa privata è libera, non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (art. 41).

A queste disposizioni si è aggiunto il D.Lgs. n. 81/2008 che prevede che la valutazione del rischio: «deve riguardare tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari, tra cui anche quelli collegati allo stress lavoro-correlato, secondo i contenuti dell’accordo europeo dell’8 ottobre 2004» (art. 28). Va tenuto in conto anche il D. Lgs. n. 150/2009 (il cd. “decreto Brunetta”) che nelle pubbliche amministrazioni ha istituito l’Organismo Indipendente di Valutazione (OIV) della performance che «cura annualmente la realizzazione di indagini sul personale dipendente volte a rilevare il livello di benessere organizzativo e il grado di condizione del sistema di valutazione» (art. 14).

Esplicitamente - e qualche volta involontariamente - viene riconosciuto che le relazioni lavorative sono causa di disagio e di stress e che l’ambiente di lavoro, di per sé, è fonte di rischio psicosociale. Alla base del malessere lavorativo vi sono scelte e decisioni strutturate dalle gerarchie aziendali che generano costrittività organizzativa che, a sua volta, produce disagio, stress e alienazione relazionale che nessun aumento di fatturato può giustificare e legittimare, tantomeno compensare.

Rimane da considerare che esiste anche un’obbligazione di carattere morale: «L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e morale dei prestatori di lavoro (art. 2087 cod. civ.)».

Urge chiarire che si tratta di una obbligazione che non promana soltanto dal codice civile, ma anche e soprattutto da un’etica della vita buona di origine aristotelica, secondo cui ciò che importa non è avere nozione della vita buona: ciò che conta è apprendere per impegnarsi nella vita buona. Se applichiamo questi princìpi, concludiamo agevolmente che il benessere organizzativo è, in primo luogo, caratterizzato dal clima umano e relazionale dello star bene con se stessi e gli altri, dentro e fuori il rapporto di lavoro. Questo clima squarcia l’anonimo e standardizzato habitat lavorativo governato dalla razionalità della performance e dal cinismo dei risultati. In un habitat così conformato, gli esseri umani vengono ridotti a risorse strumentali in vista del conseguimento di obiettivi economici e organizzativi. Se l’habitat è indifferente all’umanità dei soggetti che lo abitano, ben presto questi soggetti lo patiscono e lo sentono avverso. Si ha una perdita di diritti e, nel contempo, un deficit di partecipazione e libertà. I risultati a medio e lungo termine vengono incrinati, mentre quelli a breve sono alimentati da aspettative effimere. Sia a breve che a medio e lungo termine, però, il lavoro diventa un processo che procede, macinando diritti e libertà.

L’habitat organizzativo dei luoghi di lavoro ignora l’umanità che contiene dentro di sé e, perciò, la maltratta con naturalezza, imponendole mezzi, fini e modi di agire estraneanti. Il malessere organizzativo, relazionale e personale è la costante che si afferma imperiosamente in habitat così fatti e non meraviglia che al loro interno trionfino l’indifferenza e il calcolo manageriali. La sofferenza del sistema di sicurezza e dei relativi diritti nasce da qui. È sin troppo chiaro che il diritto di sicurezza crei un dovere di sicurezza del, nel e per il lavoro, in larga parte dipendente dal benessere organizzativo. Del resto, il peso rilevante giocato dal benessere e/o malessere organizzativo sui luoghi di lavoro, ormai, è unanimemente riconosciuto [5].

L’habitat lavorativo è dominato dalla razionalità calcolistica delle prestazioni e dei rendimenti a breve. Il management che lo governa si interfaccia con i soggetti al lavoro, considerandoli semplicemente mezzi senza fini, visto che questi vengono imposti dalle gerarchie direzionali. Ridurre le persone a mezzi, senza mai considerarli un fine, viola l’etica della condivisione e del dialogo tra esseri che sono tra loro pari in umanità. E, fatto ancora più grave, espelle i sentimenti e le emozioni dalle sfere della convivenza umana e dallo spazio delle decisioni, tanto nel lavoro che nella vita.

Il modello di vita e di relazionalità, così imposto, espelle dal suo campo sistemico l’intelligenza emotiva. La messa al bando dell’intelligenza emotiva non è altro che il prolungamento dell’esonero dell’intelligenza etica: con un solo colpo, due risorse vitali e costitutive della condizione umana vengono sabotate fino alla sterilizzazione completa [6].

L’effetto indesiderato, ma coerente, di questi approcci e questi processi è di una sconvolgente portata: masse crescenti di lavoro pericoloso e dispendioso rimpiazzano masse crescenti di lavoro sicuro e virtuoso, con il progressivo risucchio della sicurezza nel dedalo fagocitante dell’insicurezza. Vita insicura e lavoro insicuro sono la faccia nascosta l’una dell’altro. Al di là delle conseguenze etiche e sociali, su cui ci siamo già soffermati, resta da osservare che la circostanza è: a) causa della perdita massiva di capacità produttive e inventive; b) fonte di spese crescenti, per indenizzi e prestazioni a carico del sistema previdenziale e assicurativo. E, dunque, anche dal lato strettamente economico e performante, tanto caro alla razionalità calcolistica che presiede alla sicurezza sul lavoro, i contraccolpi economici non sono di lieve peso. Da qui la tendenza, affermatasi in larga parte del mondo delle imprese di scaricare sullo Stato e le istituzioni, questi costi classificati, in maniera strumentale, come “effetti collaterali”, quando invece si tratta di esiti consequenziali di scelte organizzate razionalmente.

4. Contro l’autorità del management e del PIL

Siamo arrivati al cuore del problema del vivere male il lavoro e che dal lavoro si proietta alla società e dalla società cinge d’assedio il lavoro. Il nodo strategico che continua a non essere sciolto adeguatamente o, peggio, che è pesantemente sottovalutato pare il seguente: l’organizzazione del lavoro e del sistema di sicurezza viene architettata come leva strategica che comanda il cambiamento, ruotando in eterno su se stessa, senza mai mutare i suoi scopi razionali e i suoi mezzi strumentali. Manca la consapevolezza culturale, etica, sociale e politica che essa è fatta per essere cambiata, in primis dai soggetti che la vivono. Solo, così, le costrizioni da essa generate possono mitigarsi e risolversi positivamente nel tempo. Il cambiamento del lavoro e la crescita della sicurezza sul lavoro sono una variabile del dialogo tra benessere organizzativo e benessere sociale, libertà sociale e libertà del lavoro. In assenza di questo dialogo, l’organizzazione del lavoro genera malessere e la sicurezza sul lavoro si volge in insicurezza, con espansione esponenziale tanto del rischio quanto del danno.

Benessere delle organizzazioni e benessere degli individui, dentro e fuori i cicli lavorativi, prescindono da indicatori di tipo economico, plasmati come sono da un cieco produttivismo ed efficientismo. Come il benessere di una società non è misurabile dal PIL), così il benessere organizzativo nei luoghi di lavoro non è dato dal volume del fatturato aziendale e dagli indici delle quotazioni in borsa.

Società e habitat lavorativo stanno in un rapporto di risonanza reciproca: quanto più angusta e diseguale è la dimensione del benessere sociale tanto più balbettante è il benessere organizzativo. Non si tratta di due fenomeni che si fanno da specchio l’un l’altro. Più al fondo, si condizionano, interpenetrano e rimodellano di continuo, generando, rigenerando e riplasmando, per la parte che loro compete, la complessità delle relazioni sociali e umane, prima ancora che valori e disvalori economici. Il carattere di vorticosa imprevedibilità delle fenomenologie in questione fa sì che la risonanza non sprigioni soltanto valenze di positiva creatività, ma dispieghi anche effetti distruttivi sui sistemi sociali organizzati e sugli ambienti socio-umani circostanti. Tutto dipende da chi governa, come decide e per quali finalità, tanto nelle scale micro e macro delle imprese quanto negli ordini micro e macro del sociale. In genere, v’è un accordo funzionale, delle volte anche tacito, tra i governanti e i decisori; mentre i governati esprimono un disaccordo palpabile che, delle volte, non è espresso, ma non per questo meno profondo.

Non siamo semplicemente in faccia a un conflitto, ma posti di fronte all’esplicitazione di un equilibrio infranto e di un disequilibrio montante. Società e lavoro finiscono in pasto al malessere e a una catena di disuguaglianze e sofferenze indicibili: sono squilibrati sull’asse dell’oppressione e dell’ingiustizia. Il benessere sociale si rovescia in benessere delle imprese e nemmeno di tutte, ma soltanto di quelle più competitive sul piano della capitalizzazione finanziaria, il cui orizzonte, non di rado, volge verso un tramonto repentino. L’alienazione e l’oppressione lavorativa si traducono in malessere sociale che si allarga a macchia d’olio. Come la sicurezza sociale diventa, per grandissime maggioranze di cittadini, un campo minato, così la sicurezza sul lavoro è un percorso di guerra che, ogni giorno, lascia sul campo morti e feriti. Al di qua della linea del management e del PIL, si è tutti insicuri; la sicurezza sociale e lavorativa nasce solo valicando le loro frontiere.

5. Tra degrado ambientale e insicurezza sul lavoro: l’amaro caso dell’ILVA

Il caso del centro siderurgico Ilva di Taranto è stato narrato e manipolato dai media e dal mondo politico-istituzionale come evento incentrato su un drammatico dilemma: morire di tumore o di disoccupazione? Con tutta evidenza, il dilemma è mal posto: restando nella sua scia, di fatto, si accetta che lo sviluppo industriale avvenga contro la salute e l’ambiente, senza che, nemmeno vagamente, si prospetti la possibilità di un cambio di rotta.

La magistratura di Taranto ha scoperchiato una sorta di vaso di Pandora, portando allo scoperto problemi che tutti conoscevano e tutti facevano finta di ignorare. La verità elementare emersa con forza è che proprio l’inquinamento dell’ambiente e l’intossicazione dei lavoratori era il core del business: difatti, a controlli decrescenti gioco forza corrispondevano inquinamenti crescenti e, dunque, maggiori volumi di affari. La morte dei lavoratori e dei cittadini e l’inquinamento dell’ambiente sono una variabile attiva di questo spietato giro affaristico.

Per cercare di comprendere meglio il caso, giova fare un veloce excursus storico su alcuni dei più importanti eventi che si sono succeduti dal gennaio 2012 al marzo 2013.

27 gennaio 2012 . Nel corso di un processo ai vertici dell’azienda, viene depositata, una perizia chimica di oltre 500 pagine che stabiliva che l’Ilva emetteva nell’atmosfera diossine e Pcb, pericolose per la cittadinanza e i lavoratori. La maxi perizia era stata disposta dal Gip Patrizia Todisco, nel corso dell’incidente probatorio per l’inchiesta per disastro ambientale a cinque dirigenti Ilva.

1 marzo 2012 . Viene depositata anche la perizia epidemiologica che certificava che, a causa delle emissioni scaricate dall’Ilva, negli ultimi sette anni erano state provocate 174 morti, oltre a numerose malattie cardiovascolari, malformazioni, malattie respiratorie e tumori anomali che colpivano i bambini.

15 giugno 2012 . Emilio Riva, già presidente dell’Ilva, e altri 28 dirigenti ed ex dirigenti dello stabilimento sono stati rinviati a giudizio, poiché ritenuti responsabili della morte di 15 operai Ilva, deceduti dal 2004 al 2010, a causa della prolungata esposizione all’amianto.

24 luglio 2012 . Il comitato “Taranto Futura” ha annunciato la denuncia innanzi al Tribunale penale internazionale, per chiedere l’apertura di un’inchiesta contro la classe dirigente tarantina, regionale e nazionale, in concorso con i vertici dell’Ilva, per genocidio e crimini contro l’umanità.

26 luglio 2012 . Il Gip Patrizia Todisco ha disposto un provvedimento di sequestro senza facoltà d’uso dell’intera area a caldo dello stabilimento, poiché «Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza».

27 luglio 2012 . Gli operai e i cittadini di Taranto hanno espresso la loro contrarietà al provvedimento di sequestro disposto dal Gip, con blocchi stradali, occupazione del Comune, cortei e sciopero generale di 24 ore.

3 agosto 2012 . Il Consiglio dei Ministri ha emanato un decreto legge con il quale sono stati assegnati 336 milioni di euro per l’avvio delle bonifiche delle aree inquinate.

12 agosto 2012 . L’indagine epidemiologica SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale Territori e Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento), coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, ha reso noto che l’incidenza dei tumori nell’area del sito dell’Ilva di Taranto è superiore del 15% ai valori medi cittadini, con un picco del 30% per quelli ai polmoni.

14 agosto 2012 . La FIM e la UILM hanno proclamato uno sciopero di due ore contro il pericolo di chiusura dello stabilimento. La FIOM non ha aderito allo sciopero. Diversi organi di informazione hanno ricordato che, già nel 1997, uno studio del Centro Europeo Ambiente e Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), in un rapporto denominato Ambiente e salute in Italia che prendeva in esame gli anni 1980-1987, era arrivato alle stesse conclusioni delle due perizie disposte dal Tribunale di Taranto. Le conclusioni furono ribadite in altre due successive indagini dell’OMS che prendevano in esame gli anni 1990-1994 e 1995-2002. Le istituzioni competenti lasciarono cadere nel vuoto gli studi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, rimanendo completamente inerti.

15 agosto 2012 . Viene reso noto che è in corso un’inchiesta della Procura di Taranto sull’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) concessa all’Ilva il quattro agosto 2011 dal governo Berlusconi. La Procura e la Guardia di finanza hanno ipotizzato la corruzione in atti giudiziari, poiché i limiti di inquinamento sarebbero stati disegnati proprio sulle emissioni dell’Ilva.

20 agosto 2012 . Il Tribunale del Riesame ha confermato il blocco delle emissioni inquinanti, lasciando funzionare l’impianto e delegando i custodi giudiziari a gestirlo e a migliorarlo con l’uso delle tecnologie più avanzate.

26 settembre 2012 . Il Gip ha bocciato il piano di risanamento formulato dall’azienda. La FIM e la UILM hanno annunciato uno sciopero di protesta, per i due giorni successivi.

6 ottobre 2012 . La Procura ha notificato all’Ilva una direttiva, affinché avviasse entro cinque giorni lo spegnimento degli impianti sottoposti a sequestro.

8 ottobre 2012 . L’Ilva ha risposto alla Procura che avrebbe spento l’altoforno 1 entro la fine di novembre, annunciando l’intenzione di spegnere anche l’altoforno 5, il più grande d’Europa. Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha considerato irrealistica l’ultimatum di chiusura entro in cinque giorni disposto dalla Procura.

9 ottobre 2012 . L’Ilva ha proposto ricorso contro il no del Gip al piano di risanamento aziendale, poiché in allegato al paino era previsto l’intervento sulle aree sequestrate. Il Gip ha definito il piano “sconcertante” e “inaccettabile”. Dal canto loro, anche gli esperti dell’UE hanno comunicato all’Ilva l’intenzione di valutare il piano di risanamento, per verificare la rispondenza delle emissioni ai parametri europei e la conformità delle tecnologie impiegate ai migliori standard disponibili nel settore siderurgico.

11 ottobre 2012 . La Procura ha disposto un piano B, affidando a due aziende specializzate l’avvio delle operazioni di spegnimento nei sei reparti dell’aria a caldo sottoposti a sequestro, nel caso in cui l’Ilva non ottemperasse all’ingiunzione.

22 ottobre 2012 . Sono stati resi disponibili dati più aggiornati del progetto SENTIERI dell’Istituto Superiore di Sanità, in relazione alle annualità 2003-2009. Il raggio e la portata dei fenomeni epidemiologici sono risultati in crescita, come la mortalità. Il ministro Clini ha commentato: «È scorretto trasferire i dati che riguardano la storia sanitaria di decenni alla situazione attuale dell’Ilva». Alla posizione del ministro si sono prontamente allineati i vertici aziendali.

26 ottobre 2012 . Il ministero dell’Ambiente ha aggiornato la precedente AIA rilasciata nel 2011, in merito alle prescrizioni relative alle aree a caldo e alle aree di stoccaggio e movimentazione., con riferimento particolare alla emissione di polveri, benzo(a)pirene, diossine e furani. La nuova AIA stabilisce anche l’applicazione anticipata delle prescrizioni europee che entreranno in vigore nel 2016. L’azienda si è dichiarata disposta ad applicare la nuova AIA, a condizione che l’impianto fosse dissequestrato.

30 ottobre 2012 . Nell’area portuale, al quinto sporgente, è morto Claudio Marsella di 29 anni, addetto al movimento ferroviario. Prima di lui altri 42 lavoratori sono morti all’Ilva dal 1992.

20 novembre 2012 . L’Ilva ha chiesto il dissequestro degli impianti, sulla scorta di due elementi di fatto: a) la proposizione di una perizia di parte che dimostrerebbe che a Taranto non vi sarebbe alcun aumento di malattie; b) il sì del ministero dell’Ambiente al progetto con cui l’azienda si impegna ad applicare l’AIA.

21 novembre . L’azienda ha posto come condizione dell’applicazione dell’AIA il dissequestro degli impianti, prospettando, in caso contrario, la cessazione delle attività produttive e la conseguente chiusura del centro siderurgico.

30 novembre . Recuperato a 30 metri di profondità il corpo di Francesco Zaccaria, il gruista disperso in mare, a seguito della tromba d’aria che, il 28 novembre, ha colpito Taranto e l’area dell’Ilva.

3 dicembre 2012 . Il Consiglio dei Ministri ha varato il decreto “salva Ilva” che attribuisce forza di legge all’AIA. Molti commentatori hanno fatto osservare che il decreto aggirava il controllo della giurisdizione sugli atti e sugli indirizzi politici e azzerava i provvedimenti di sequestro disposti dall’autorità giudiziaria, con la chiara delineazione di un vizio di costituzionalità e di un conflitto di interessi tra poteri dello Stato. Per il primo ministro Mario Monti, il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera e il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, il decreto non integrava alcuna violazione delle norme costituzionali.

5 dicembre 2013 . In base al decreto legge 207 del 3 dicembre -convertito il 20 dicembre nella legge 231/2012 -, l’Ilva ha chiesto di essere riammessa integralmente nel possesso degli impianti sequestrati. Il Tribunale ha dato risposta positiva alla richiesta, ma ha espresso parere negativo sulla restituzione all’azienda delle circa 1.800 tonnellate dei prodotti finiti e semilavorati pronti per la vendita, in quanto nessuna disposizione di legge, a suo giudizio, può avere valore retroattivo e sanare passati comportamenti “contra legem”.

8 dicembre 2012 . In ottemperanza a quanto disposto dalla nuova AIA, l’Ilva ha chiuso l’altoforno 1. La ristrutturazione, ha precisato l’azienda, durerà circa 18 mesi, per un piano di spesa previsto di 270 milioni di euro.

28 dicembre 2012 . La Procura di Taranto ha manifestato il proposito di ricorrere alla Corte costituzionale contro il decreto legge 207/2012, per grave vulnerazione dei princìpi di obbligatorietà e indipendenza del Pm (artt. 112 e 107 cost.). Per la Procura, il decreto “salva Ilva” ha, inoltre, legittimato fatti ulteriori integranti il medesimo reato di disastro ambientale già contestato.

5 gennaio 2013 . L’Ilva ha adombrato la possibilità di non retribuire gli stipendi ai 12.000 operai, per i problemi di liquidità derivanti dal sequestro giudiziario di 700 tonnellate di acciaio, del valore di mercato di un miliardo di euro.

15 gennaio 2013 . Il Tribunale, in funzione di giudice dell’appello, ha depositato l’ordinanza con cui chiedeva la dichiarazione di illegittimità costituzionale della legge 231/2012, per conflitto di attribuzione. Il ministro Clini ha sostenuto che il ricorso del Tribunale metteva a rischio il rispetto delle prescrizioni stabilite dall’AIA, per la protezione della salute e dell’ambiente.

17 gennaio 2013 . L’Ilva ha disposto la chiusura dei varchi di accesso allo stabilimento, scatenando la rabbia e la protesta dei lavoratori.

18 gennaio 2013 . Adombrata dal governo la possibilità di un secondo “decreto salva Ilva”, per sbloccare i prodotti finiti e i semilavorati sottoposti a sequestro preventivo. Il governo intenderebbe, così, superare lo stallo produttivo e garantire all’azienda la liquidità necessaria per retribuire gli stipendi. Nel vertice tenuto a Palazzo Chigi tra il governo, l’azienda, le parti sociali e il governatore Nichi Vendola è stato espresso il parere unanime che l’Ilva rientrasse nella disponibilità dei prodotti finiti, per la loro commercializzazione. Tutte le parti hanno concordato che, nell’attesa della pronuncia della Corte costituzionale, la legge 231/2012 dovesse essere integralmente applicata.

20 gennaio 2013 . Richiesto di un parere sulla situazione dell’Ilva, il segretario del PD Pier Luigi Bersani ha risposto: «Bisogna applicare la legge che dice che quel prodotto già venduto deve essere sbloccato, altrimenti non ci sono i soldi per fare niente. La legge dice questo e questo va fatto». Su una linea affine si è espresso il governatore Vendola: «Un nuovo decreto legge porterebbe in un vicolo cieco, ma l’azienda deve presentare subito istanza di dissequestro dei materiali finiti, vincolando la vendita dei prodotti al pagamento delle retribuzioni e all’avvio degli interventi di ambientalizzazione, così come previsti dall’AIA».

22 gennaio 2013 . Il Gip Patrizia Todisco, come già il Tribunale dell’Appello, ha rinviato la legge 231/2012 (artt. 1 e 3) alla Consulta per conflitto di attribuzione, integrando essa la violazione di 17 articoli della Costituzione; per la precisione, gli articoli 2, 3, 9 comma 2, 24 comma 1, 25 comma 1, 27 comma 1, 32, 41 comma 2, 101, 102, 103, 104, 107, 111, 112, 113, 117. Rimangono, così, sotto sequestro i prodotti finiti dell’Ilva, la cui restituzione era stata posta dall’azienda come condizione per il pagamento degli stipendi e l’avvio della ristrutturazione prevista dall’AIA. Le tensioni sociali nella città si sono ulteriormente accese. Nella città sono stati fatti affluire altri 500 poliziotti.

13 febbraio 2013 . La Corte costituzionale ha ritenuto inammissibili i ricorsi per conflitto di attribuzione proposti avverso la legge 231/2013, poiché sulla stessa norma pendevano le questioni di legittimità sollevate proprio dal Tribunale dell’Appello e dal Gip di Taranto. La discussione sulle questioni di legittimità costituzionale è stata rinviata ad aprile.

15 febbraio 2013 . Il Gip ha dato il via libera alla vendita dell’acciaio sequestrato sotto il controllo dei custodi giudiziari, accogliendo la richiesta in tal senso formulata dalla Procura. Vibrate le proteste dell’Ilva, secondo cui il provvedimento è da ritenersi illegittimo. L’azienda ha diffuso una nota in cui sostiene: «Non è comprensibile l’urgenza del provvedimento in considerazione dell’ormai prossimo pronunciamento della Corte costituzionale e avendo la Procura aspettato oltre due mesi per richiedere il provvedimento. Appare inopportuna la decisione di vincolare a tempo indeterminato il ricavato, mentre queste risorse, come sostiene giustamente il ministro Clini, potrebbero essere più correttamente utilizzate per un interesse generale dei cittadini, come l’attuazione dell’AIA».

16 febbraio 2013 . Nella notte sono fuoriusciti fumi dall’altoforno 5 che hanno richiesto l’intervento dei tecnici dell’ARPA. L’azienda ha teso a minimizzare l’accaduto, riconducendolo a un incidente tecnico prontamente risolto; gli ambientalisti e gli abitanti, invece, hanno fatto osservare con preoccupazione come l’inquinamento sia rimasto attivo, nonostante il sequestro.

19 febbraio 2013 . L’Ilva ha richiesto per due anni la cassa integrazione straordinaria per 6.500 operai, di cui 6.417 del centro siderurgico di Taranto. Il piano aziendale prevede investimenti per due miliardi e mezzo di euro.

15 marzo 2013 . È stato raggiunto tra le parti l’accordo al ministero del Lavoro su 3.749 contratti di solidarietà che accantona il programma della cassa integrazione speciale e scongiura gli esuberi. La riduzione massima dell’orario di lavoro sarà del 33%.

18 marzo 2013 . Il Tribunale ha accolto il ricorso dell’Ilva contro la decisione del Gip che autorizzava i custodi giudiziari alla vendita dell’acciaio finito sotto sequestro. Nemmeno l’azienda, però, potrà procedere alla vendita, fino alla pronuncia del nove aprile da parte della Consulta, sulle questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Tribunale e dal Gip di Taranto sulla legge 231/2013.

9 aprile 2013 . La Corte Costituzionale ha respinto i due ricorsi presentati dal Tribunale e dal Gip di Taranto contro la legge 231/2013, giudicando in parte inammissibili e in parte non fondati i dubbi di legittimità costituzionale. In un comunicato stampa, la Corte ha rilevato che le norme della legge 231/2013 censurate non violavano i parametri costituzionali evocati, poiché: a) non influivano sull’accertamento delle eventuali responsabilità derivanti dalle prescrizioni di tutela ambientale; b) non avevano alcuna incidenza sull’accertamento delle responsabilità nell’ambito del procedimento penale in corso.

6. Il cinismo perfetto dell’ILVA di Taranto: zero salute, massimo profitto e sommo inquinamento

Gli eventi stringatamente narrati ben chiariscono il nesso stringente tra insicurezza nei luoghi di lavoro e degrado delle relazioni socio-ambientali. In un certo senso, questo è il marchio originario dell’Ilva di Taranto [7]. Su questa realtà, il sistema politico e le istituzioni, sul piano nazionale e locale, non hanno mai prodotto interventi incisivi, sia a livello preventivo che a livello correttivo [8]. Al contrario, governo e parlamento sono intervenuti a sostegno delle strategie aziendali, fino ad arrivare alla “legge salva Ilva”. Con la quale, come ha avuto modo di osservare in maniera pungente Mario Buffa, inaugurando l’anno giudiziario della Corte di Appello di Lecce, si è passati dalle leggi ad personam alle leggi ad aziendam [9]. Lo stesso sindacato non è riuscito a sottrarsi al dilemma: “O morte per lavoro o morte per disoccupazione”, imposto dall’Ilva, gestito dal governo e veicolato dai media.

Ma vi sono all’orizzonte altre e inquietanti ombre sul futuro dell’Ilva di Taranto e riguardano la sostenibilità economica delle spese di bonifica a cui la proprietà dovrà ottemperare [10]. In questione è anche la volontà politica dell’azienda di ottemperare in autonomia a tali obblighi.

Secondo le analisi del Centro Studi Siderweb, da quando la famiglia Riva ha rilevato dallo Stato l’Ilva, sono stati effettuati investimenti in immobilizzazioni materiali per 6,1 miliardi di euro: finanziati per 5,5 miliardi con mezzi propri e 0,6 miliardi con mezzi di terzi. Gli investimenti hanno riguardato l’Ilva di Taranto per 4,6 miliardi, di cui 1,1 destinati all’ambiente. I debiti finanziari dell’Ilva SpA sono passati da 335 milioni di euro del 1996 a 2,9 miliardi di euro del 2011, di cui 705 milioni soltanto con le banche. A fronte di questa situazione, il Centro Studi così conclude: «Le dinamiche economiche e finanziarie più recenti pongono quindi un grave problema di sostenibilità degli investimenti chiesti per ottemperare alle sopra menzionate prescrizioni che pongono sulle spalle dell’Ilva uno sforzo economico calcolato in circa 3,5 miliardi di euro. Tali investimenti, che dovranno concludersi entro il 2016, rappresentano il 76% di tutti gli investimenti che l’Ilva ha effettuato nello stabilimento di Taranto dal 1995 al 2011 ... In assenza di un consistente aumento di capitale e senza un intervento dello Stato per alleggerire gli oneri connessi agli investimenti che l’Ilva dovrà sostenere nei prossimi anni e/o un apporto di capitali freschi da parte dei soci attuali o atri che potrebbero entrare nella compagine azionaria, la prosecuzione dell’attività dell’Ilva nel medio periodo appare molto difficile» [11].

È, pertanto, ragionevole (e, forse, doveroso) mettere in conto anche possibili strategie aziendali di disimpegno, ove venissero meno gli interessi della proprietà a tenere aperto il centro siderurgico. Questa eventualità, per un motivo ulteriore, impone scelte politiche, industriali e ambientali in netta controtendenza rispetto al passato e al presente e che, purtroppo, sono ben lontane dal profilarsi all’orizzonte. Istituzioni, parlamento, governo e politica continuano a rimanere sotto l’assedio dell’Ilva che, come ha deciso per il suo vantaggio l’acquisizione dell’Ilva, così potrebbe decidere nel suo interesse di disimpegnarsi, riversando tutti gli oneri, ancora una volta, sullo Stato e la collettività. Del resto, nello scontro con la magistratura di Taranto, le strategie aziendali sono apparse ben definite fin dall’inizio: o il mantenimento del suo potere, attraverso gli appoggi e i finanziamenti dello Stato; oppure la chiusura del centro siderurgico. Taranto è, di nuovo e più di prima, sotto il ricatto della famiglia Riva e della sua rete di potere, con l’aggiunta della miscela della paura collettiva e dello spettro della disoccupazione totale. Le mobilitazioni contro la magistratura, in occasione del sequestro degli impianti, sono nate in questo clima. Ed è proprio in questo humus gelatinoso che il parlamento e il governo hanno ancorato i loro provvedimenti ad aziendam, poco preoccupandosi dei loro profili di dubbia costituzionalità e del disastro ambientale che da un cinquantennio sta attanagliando la città.

Il 22 ottobre 2012, come già accennato, il ministro della Salute Renato Balduzzi ha presentato a Taranto il rapporto su ambiente e salute del progetto SENTIERI, rendendo, altresì, disponibili gli aggiornamenti del rapporto [12].

Nel Sito di Interesse Nazionale (SIN) di Taranto, l’analisi dei dati forniti da SENTIERI in relazione al ciclo 2003-2009 ha confermato il superiore tasso di mortalità nell’area, rispetto al resto della provincia, già riscontrato nel periodo 1995-2002. La mortalità per gli uomini ha confermato un eccesso di mortalità per tutte le cause, per tutti i tumori e tutte le malattie circolatorie: +14%. Ancora più elevato l’eccesso delle malattie respiratorie: +17%; dei tumori polmonari: +33%; dei mesoteliomi pleurici: +419%. Anche per le donne è confermato l’eccesso di mortalità: per tutte le cause: + 8%; per tutti i tumori: +13%; per le malattie circolatorie: +4%; per i tumori polmonari: +30%; per il mesotelioma pleurico: +211%. Il quadro di sintesi è così fissato: «Dai risultati presentati emerge con chiarezza uno stato di compromissione della salute della popolazione residente a Taranto, Questo quadro è coerente con quanto emerso dai precedenti studi descrittivi ed analitici di mortalità e morbosità, in particolare la coorte dei residenti a Taranto, nella quale, anche dopo aver considerato i determinanti socio-economici, i residenti nei quartieri di Tamburi, Borgo, Paolo VI e nel comune di Statte mostrano una mortalità e una morbosità più elevata rispetto alla popolazione di riferimento, in particolare per le malattie per le quali le esposizioni ambientali presenti nel sito possono costituire specifici fattori di rischio» [13].

Il business e il potere dell’Ilva di Taranto si sono sempre basati sulle lesioni della sicurezza sul lavoro e dei sistemi socio-ambientali e, dunque, non possono arretrare nemmeno di fronte alla vulnerazione di diritti costituzionali fondamentali. Il parlamento e il governo hanno assecondato queste strategie, ormai storicamente consolidate nel tempo. Sia il decreto “salva Iva” che la legge di conversione sono caratterizzati da ampie zone d’ombra, per quello che riguarda la loro legittimità costituzionale [14].

Zone d’ombra che violano diritti fondamentali e diffondono veleni che dal centro siderurgico si prolungano al territorio e all’ambiente circostanti, da cui fanno ritorno in fabbrica, trasformandola in un dispositivo di morte. Dobbiamo amaramente osservare che il disastro ambientale convive con la catastrofe umanitaria. Evidenze, tutte e due, da tempo ben risapute da tutti; ma con cui gli attori istituzionali, politici ed economici non sono disposti a fare finalmente e fino in fondo i conti, concedendo ancora credito all’Ilva.

Non si tratta soltanto di compromissione e sudditanza politica; ma anche di colpevole miopia che mette in ombra un’ulteriore e non secondaria questione. La presenza dell’Ilva sul mercato si è sempre basata su tre componenti: a) mancato rispetto delle norme sulla sicurezza del lavoro; b) inquinamento ambientale; c) favori di Stato. La sua posizione nel mercato internazionale è stata garantita da questi tre fattori. L’azienda ha omesso sistematicamente di dotarsi di un ciclo tecnologico avanzato, tanto sul piano produttivo che su quello ambientale, col risultato che la sua collocazione sul mercato globale dell’acciaio, peraltro in crisi, è andata sempre più barcollando [15]. Se queste componenti entrano in crisi e, in più, si aggiungono i nodi spinosi di una gestione economico-finanziaria certamente non brillante, l’esistenza dell’Ilva a Taranto è messa seriamente in discussione. L’attacco frontale alle condizioni lavorative e ambientali, da solo, non è più ragione sufficiente e nemmeno necessaria per la sua sopravvivenza.

Le mosse della stessa azienda, in un qualche modo, prefigurano questa via di uscita. Il piano aziendale presentato per ottemperare all’AIA 2012 è apparso largamente insufficiente, non producendo alcun intervento strutturale di bonifica e riorganizzazione razionale dell’impianto [16]. Ha suscitato, piuttosto, l’impressione di essere il preparativo di una linea di fuga, qualora le condizioni di convenienza e profittabilità fossero venute meno definitivamente [17]. Con tutta probabilità, piuttosto che investire in proprio risorse e capitali per bonificare e rinnovare le tecnologie produttive, riparando a un disastro di cui è la prima artefice e responsabile, l’Ilva ha meditato un’ipotesi di sganciamento dall’area tarantina, qualora il corso delle degli eventi non le consentisse più di impiegare il suo potere per fini speculativi.

7. Le malattie professionali: un nemico famelico e silenzioso

Due fatti sono, ormai, risaputi: le malattie professionali sono largamente sottostimate e, insieme, in costante incremento, anche per effetto del ricatto occupazionale sui lavoratori esercitato dalla crisi [18]. Tant’è che l’ILO ha dedicato la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro del 28 aprile 2013 proprio alle malattie professionali.

Nell’occasione, l’ILO ha fornito interessanti specificazioni: a) le malattie professionali continuano a essere la prima causa di morte sul lavoro; b) delle circa 2.340.000 morti sul lavoro registrate ogni anno, una frazione ridotta di 321mila è imputabile a infortuni; c) le morti dovute ai diversi tipi di malattie professionali, quindi, sono circa 2.020.000 all’anno che corrispondono a una media di oltre 5.500 morti al giorno [19]. Come fa rilevare l’ILO, la circostanza pone in luce un impressionante e inaccettabile deficit di lavoro sicuro e dignitoso che si riverbera non solo come danno umano, ma anche come costo sociale.

In Europa, tuttavia, la percezione del fenomeno aumenta sempre di più, sia tra i lavoratori che tra i datori di lavoro. Per i datori di lavoro, il quadro di insieme è, chiaro: le malattie professionali suscitano sempre crescenti preoccupazioni [20]. In testa alla lista, vi sono i disturbi muscolo-scheletrici (44%), seguiti dallo stress (38%), dalle sostanze pericolose (36%), da rumore e vibrazioni (30%), dalle violenze e minacce (18%) e dal bullismo (18%).

Non dissimili le valutazioni dei lavorator i[21]. I lavoratori intervistati (nel 2010) sono stati circa 44mila, appartenenti a 34 paesi. È risultato che: a) quasi il 30% dei lavoratori dell’UE a 27 sono esposti a rumori, per almeno un quarto del loro tempo di lavoro; b) il 15% di essi respira fumi, vapori e maneggia sostanze chimiche pericolose. Dalle interviste è emerso che il maggiore problema di salute interessa, nell’ordine, le seguenti patologie: a) disturbi alle ossa, alle giunture o ai muscoli prevalentemente alla schiena; b) disturbi alle ossa, alle giunture o ai muscoli prevalentemente al collo, alle spalle, alle braccia e mani; c) stress, depressione o ansia; d) disturbi alle ossa, alle giunture o ai muscoli prevalentemente alle anche, gambe e piedi; e) problemi polmonari o alla respirazione; f) malattie cardiache o infarti o altri problemi al sistema circolatorio; g) mal di testa e/o disturbi alla vista; h) malattie infettive; i) problemi all’udito; l) problemi alla pelle.

Un posto a sé è occupato dallo stress (Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, 2012). Il 39% degli intervistati (distribuiti in 36 paesi) ha ritenuto che lo stress aumenterà molto; per il 34% aumenterà un po’; per l’11% resterà invariato; per il 7% diminuirà un po’; per il 4% diminuirà molto; il 5% ha risposto di non sapere. Il 76% degli intervistati che riteneva che lo stress sarebbe aumentato aveva un contratto di lavoro a tempo indeterminato; di questi l’11% erano donne. Per tutte le altre tipologie contrattuali, il 68% ha ritenuto che lo stress sarebbe aumentato; di questi il 14% erano donne.

L’inadeguatezza della prevenzione delle malattie professionali va a pesare sulla vita dei lavoratori e delle loro famiglie e trasferisce un surplus di spese sociali e oneri finanziari a carico degli Stati e degli enti di assistenza. Secondo le stime dell’INAIL, riferite soltanto all’Italia, ogni anno vengono spesi 45 miliardi per quella che viene denominata mancata sicurezza (Rampino, 2013). Ma non è tutto. Le mancate prevenzione e sicurezza provocano anche un generale calo di produttività, perché spezzano e sperperano i percorsi di formazione e competenze professionali intanto acquisiti, facendoli di nuovo partire da un punto zero. La prevenzione delle malattie professionali tutela la vita dei lavoratori, la sicurezza dei luoghi di lavoro e, inoltre, è assai più efficace e redditizia dei trattamenti di riabilitazione e recupero lavorativo.

8. Le malattie professionali in Italia secondo l’INAIL

Nel 2011, le denunce di malattie professionali sono state più di 46mila, con un aumento del 10% rispetto al 2010 e del 60% nell’ultimo quinquennio [22]. L’agricoltura, sebbene abbia rappresentato una percentuale solo del 17%, ha realizzato un incremento del 25% sul 2010 e quintuplicato i suoi valori rispetto al 2007 [23].

Nel 2011, le patologie asbesto-correlate hanno fatto registrare 2.250 denunce di nuovi casi, rispetto alle 2.294 del 2010 [24]. Sono, invece, diminuite le neoplasie da asbesto: 100 in meno delle 1.014 denunciate nel 2010 [25]. Anche le asbestosi hanno subito un decremento: passando dalle 570 del 2010 alle 533 del 2011 [26]. In aumento le placche pleuriche, da 703 del 2010 a 803 del 2011 [27].

È interessante valutare le dinamiche che hanno riguardato il tasso di riconoscimento (casi riconosciuti su casi denunciati) e il tasso di indennizzo (casi indennizzati su casi riconosciuti). Tra il 2005 e il 2009, il tasso di riconoscimento si aggirava intorno al 35% e il tasso di riconoscimento intorno al 65% [28]. Nel 2010, il tasso di riconoscimento è salito al 42% e il tasso di indennizzo al 75% [29]. Applicando, infine, un colpo d’occhio più generale, l’andamento delle malattie professionali per ramo di gestione, dal 2007 al 2011, è stato il seguente: a) Agricoltura: anno 2007, numero 1.650; anno 2011, numero 7971; b) Industria e Servizi: anno 2007, numero 26.888; anno 2011, numero 38.101; c) Dipendenti conto Stato: anno 2007, numero 395; anno 2011, numero 486 [30].

Secondo i dati ufficiali dell’INAIL, le malattie professionali anche in Italia vedono confermato l’incremento registrato sul piano globale. Le questioni decisive che esse sollevano, però, non sono soltanto legate alla loro maggiore diffusione, ma anche alla loro crescente complessità. Diffusione e complessità che richiedono sempre più approcci, metodi e prassi interdisciplinari e multidisciplinari [31].

Sul piano del mero aumento quantitativo occorre, effettivamente, rilevare il concorso di un doppio ordine di motivazioni: a) l’uno di carattere negativo, collegato all’insorgere di nuove patologie derivanti da condizioni di vita e di lavoro sempre più insicure e stressanti; b) l’altro di carattere positivo, conseguenza di una migliore cultura della sicurezza e del progresso dell’eziologia professionale delle malattie [32].

Il punto di partenza non può che essere la reinterpretazione della “capacità lavorativa”, fino a pochi anni fa intesa semplicemente come capacità biologica al guadagno e che, invece, oggi ricomprende in sé le nozioni di validità, idoneità e abilità [33]. Ne discende che un soggetto: a) è valido, quando è in grado di svolgere qualunque attività lavorativa e/o extralavorativa; b) è idoneo, quando, oltre a essere valido, ha anche l’attitudine a svolgere una specifica attività lavorativa che comporti rischi determinati; c) è capace, quando è in possesso dei requisiti biologici, culturali e attitudinali; d) è abile, se oltre ai requisiti professionali, manifesta perizia e destrezza [34]. Questo nuovo orizzonte interpretativo e normativo consente di leggere l’azione di menomazione esercitata dalle malattie professionali sull’intera raggiera della loro complessità e, inoltre, rende più proficuo e stabile l’avvio al lavoro dei soggetti diversamente abili (legge n. 68/1999).

In Italia, la rete informativa che ha preso origine intorno alle malattie professionali e agli infortuni ruota intorno a due anelli principali: il Sistema di sorveglianza delle Malattie Professionali (MALPROF) e il Sistema Informativo Nazionale integrato per la Prevenzione degli infortuni nei luoghi di Lavoro (SINP). Attualmente MALPROF è esteso a 14 Regioni: Lombardia, Toscana, Emilia Romagna, Liguria, Piemonte, Veneto, Campania, Lazio, Marche, Puglia, Sicilia, Umbria, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia. In vista di un loro ingresso operativo, Abruzzo, Calabria e Sardegna hanno iniziato a partecipare ai lavori del sistema.

Il sistema MALPROF si regge su reti di rilevazione imperniate sulla raccolta e archiviazione dei dati, da parte dei Servizi di Prevenzione delle ASL regionali, nel database nazionale dell’INAIL [35]. Il VI Rapporto MALPROF, elaborato a marzo 2012, consente di formulare una prima serie di considerazioni.

Innanzitutto, le regioni con il maggior tasso di segnalazioni di malattie professionali sono risultate: Emilia Romagna: 108,5 nel 2009 e 105,8 nel 2010 per ogni 100mila abitanti; Umbria: 71 nel 2009 e 73,6 nel 2010; Marche: 64,6 nel 2009 e 74,2 nel 2010 [36].

Nel 2009, la maggior parte delle segnalazioni per classi di età proviene da una popolazione compresa tra i 39 e i 40 anni (38,75); mentre, invece, nel 2010 la maggior parte delle segnalazioni si concentra nella fascia di età 50-59 anni (39,6%) [37].

Riguardo al periodo 2009-2010, ultimo biennio i cui dati sono stati archiviati con compiutezza, si evidenzia; a) la flessione della sordità da rumore: 39,93% nel 2009 e 31,73% nel 2010; b) l’aumento delle patologie muscolo scheletriche (escluse malattie del rachide): 16,2% nel 2009 e 20,87 nel 2010; c) l’aumento delle malattie del rachide: 15,1% nel 2009 e 17,35% nel 2010; d) l’intero gruppo delle malattie muscolo scheletriche (compresi rachide e tunnel carpale) rappresenta nel 2009 il 40,32% del volume complessivo delle malattie professionali rispetto al 41,14% delle ipoacusie; e) nel 2010, invece, le gerarchie si rovesciano: le segnalazioni per l’intero gruppo muscolo scheletrico salgono al 49,53% del totale, mentre le ipoacusie scendono al 32,72% [38].

Ci rimane da leggere, in sintesi, la dinamica per sesso delle malattie professionali, relativamente al quinquennio 2007-2011, scorrendo i dati più recenti forniti dell’INAIL, aggiornati al 31 ottobre 2012 [39].

Denunce malattie professionali donne : a) anno 2007: 7.208; b) anno 2008: 7.785; c) anno 2009: 9.631; d) anno 2010: 12.682; e) 2011: 14.099. La variazione percentuale 2011-2007 è stata pari al 95,6%; la variazione percentuale 2011-2010 è stata dell’11,2% [40].

Denunce malattie professionali uomini : a) anno 2007: 21.735; b) anno 2008: 22.319; c) anno 2009: 25.280; d) anno 2010: 29.809; e) anno 2011: 32.590. La variazione percentuale 2011-2007 è stata del 49,9%; quella 2011-2010 del 9,3% [41].

Nel 2011, le malattie osteo-articolari e muscolo-tendinee (affezioni dei dischi intervertebrali, tendiniti e sindromi del tunnel carpale) hanno rappresentato l’85% delle denunce femminili contro il 58% di quelle maschili [42]. Complessivamente, i dati ci dicono che il tasso di crescita delle malattie professionali che hanno colpito le donne è stato del 95,6%, a fronte di un incremento del tasso occupazionale solo del 2% [43].

Non va mai dimenticato che le malattie professionali che colpiscono le donne sono particolarmente sottostimate, a causa delle rare indagini epidemiologiche che vengono effettuate su di loro e dell’approccio maschile con cui vengono interpretate, incasellate, diagnosticate e curate [44]. La circostanza richiama, una volta di più, l’appropriatezza e il bisogno di sviluppare la medicina di genere; e questo vale non solo per le malattie professionali [45].

9. Il racconto degli infortuni narrato dall’INAIL

Come è, ormai, diventata consuetudine, l’INAIL rende disponibile il suo rapporto annuale nel mese di luglio. Dopodiché fornisce successivi aggiornamenti, fino alla comunicazione dei dati definitivi.

Il Rapporto annuale 2012

Secondo i dati INAIL, nel 2011 gli infortuni avvenuti e denunciati sono stati 725mila, a fronte dei 776mila del 2010, realizzando un decremento del 6,6%. Le morti sul lavoro avvenute nel 2011 sono state 920, a fronte delle 973 del 2010, realizzando un calo del 5,4%.

Lo stesso Istituto ammette che l’abbassamento dei valori degli infortuni e delle morti sul lavoro è, in una qualche misura, determinato dalla crisi economica, con le sue inevitabili contrazioni produttive e occupazionali. Nel contempo, però, ha tenuto a sottolineare che nel 2011, a differenza del 2009 (-1,6%) e 2010 (-0,7%), i dati ISTAT hanno fatto registrare: a) un aumento dello 0,4% dei livelli occupazionali; b) la stabilità di fatto (+0,1%) delle unità di lavoro anno (quantificazione omogenea del volume di lavoro realizzato nell’anno).

Elaborando ulteriormente i dati statistici dell’ISTAT relativi alle variabili produttive e occupazionali, l’INAIL ha stimato che in termini reali il calo degli infortuni sia stato del 5% e quello delle morti sul lavoro del 4%. Dal che ha desunto la conferma del miglioramento dei livelli di rischio in atto nel paese.

Purtroppo, non è così; anzi, il sistema della sicurezza sul lavoro e la sua gestione sono in forte crisi. Due evidenze su tutte: la progressiva attenuazione della prevenzione, formazione e informazione sulla sicurezza; b) il progressivo depotenziamento dei sistemi di gestione della sicurezza. Il rischio potenziale sui luoghi di lavoro e il danno effettivo sono andati aumentando in linea costante; solo che non vengono rilevati in maniera puntuale. Gli stessi Documenti di Valutazione del Rischio (DVR) tendono sempre più a somigliare a sovraimpressioni cartacee esterne, se non estranee, alla effettiva realtà dell’organizzazione del lavoro presente nelle aziende. Va, infine, tenuto conto che la recessione in corso ha comportato un taglio consistente degli investimenti in prevenzione e sicurezza sul lavoro (già carenti), nonostante il loro rendimento elevato, anche in termini economici [46].

L’aggiornamento del 31 ottobre 2012

L’aggiornamento sostanzialmente conferma i dati del rapporto annuale di luglio: nel 2011, sono stati denunciati 725.339 casi di infortunio, 75mila in meno rispetto al 2010, con una flessione pari al 6,6%.

Altrettanto dicasi per i casi di infortunio mortale: nel 2011, ne sono stati denunciati 886, contro i 973 del 2010, con un calo del l’8,9% [47].

L’anticipazione dei dati del 2012

Il direttore generale dell’INAIL Giuseppe Lucibello, il 27 febbraio 2013 nella trasmissione “L’Economia prima di tutto” di Radio1 Rai, ha anticipato i dati definitivi sugli infortuni del 2012 che l’Istituto renderà ufficialmente disponibili il 30 aprile. Lucibello ha affermato che la tendenza alla flessione degli infortuni e delle morti sul lavoro risulta confermata anche nel 2012 [48]. Al 31 dicembre 2012, sono risultate 654mila denunce di infortuni sul lavoro, contro le 725.339 del 2011, con flessione di circa il 9%; alla stessa data sono stati denunciati 820 casi mortali, contro gli 886 del 2011, con una flessione che si aggira intorno al 3%.

Lucibello ha ammesso che nell’abbassamento dei valori degli infortuni e morti sul lavoro, ancor di più rispetto al 2011, un ruolo cospicuo è stato giocato dal calo di produzione e dal rallentamento delle attività produttive causati dalla crisi economica, in una misura pari a circa il 50%. Le maggiori aree critiche individuate da Lucibello sono l’agricoltura e i servizi.

10. Per la critica delle statistiche INAIL

Alle anticipazioni radiofoniche di Giuseppe Lucibello dei dati definitivi degli infortuni del 2012, Walter Schiavella, segretario generale della FILLEA-CGIL, ha prontamente obiettato: «Attendiamo di conoscere i dati INAIL anticipati oggi dal presidente Lucibello sull’andamento infortunistico del 2012, ma temiamo che senza un sistema statistico diverso l’INAIL continuerà a dare numeri virtuali e non reali. La dimostrazione lampante viene proprio dal conteggio degli infortuni e dei morti nell’edilizia, settore dove l’incrocio tra i dati numerici INAIL con quelli delle Casse Edili sul numero degli addetti regolari e sulle ore lavorate raccontano una storia completamente diversa» [49].

E vediamola questa storia diversa.

Nel racconto dell’INAIL, in questi ultimi anni, anche nell’edilizia si sarebbe riscontrata una flessione degli infortuni e dei morti sul lavoro: a) nel 2009, -16,2% infortuni e -1,48% morti; b) nel 2010, -12,4% infortuni e -6,1%; c) nel 2011, -14,17% infortuni e -10,8% morti (INAIL, 2002). I dati INAIL avrebbero attendibilità scientifica soltanto nel caso in cui la platea degli addetti e delle ore lavorate rimarrebbe immutata [50]. Il punto è che: «In presenza di una platea, una reale riduzione degli infortuni c’è solo se la percentuale di questi ultimi è inferiore alla percentuale della riduzione degli addetti e delle ore lavorate. Ma così non è stato e non è» [51].

Sulla base dei dati forniti dalle Casse Edili e, quindi, tenendo in conto le riduzioni reali degli addetti e delle ore lavorate, le conclusioni sono opposte a quelle dell’INAIL: «per frequenza infortuni oraria, gli infortuni non si sono ridotti ma sono cresciuti quasi il 6%, i morti non sono diminuiti ma aumentati di quasi il 28% ... a fronte di una diminuzione del 40% del numero di iscritti alle Casse Edili, non abbiamo un -40% sugli infortuni e sui morti, ma un pazzesco +13,25% sugli infortuni e un +47,19% sui morti» [52].

Una confutazione ancora più netta delle statistiche INAIL proviene dall’Osservatorio indipendente di Bologna. Secondo l’Osservatorio, i morti sul lavoro del 2012, secondo stime minime, sono stati 1.180, di cui 625 sui luoghi di Lavoro; a questi dati vanno aggiunti i lavoratori deceduti in itinere e sulle strade [53]. L’Osservatorio considera “morti sul lavoro” tutti coloro che perdono la vita, mentre stanno svolgendo una attività lavorativa, indipendentemente dalla loro posizione assicurativa e dall’età. E, quindi, fa rientrare nei suoi conteggi anche i morti sul lavoro invisibili alle statistiche ufficiali: pensionati, agenti di commercio, autisti, lavoratori deceduti in strada e autostrada, militari, lavoratori senza assicurazione antinfortunistica. I lavoratori deceduti in incidenti stradali - avverte l’Osservatorio - non vengono fatti rientrare nei conteggi ufficiali; eppure la strada è diventata uno snodo del tempo e dello spazio di lavoro: su di essa i lavoratori scaricano lo stress, la fatica e la stanchezza accumulati sul lavoro, allo stesso modo con cui sul lavoro scaricano lo stress, la fatica e la stanchezza accumulati sulla strada. Questi lavoratori, in termini percentuali, costituiscono il 50-55% di tutti i morti sul lavoro [54].

In questi ultimi periodi, si è andata progressivamente opacizzando l’aureola di incontrovertibile scientificità associata da sempre alle statistiche INAIL. Si sono levate voci critiche anche dal mondo dei media.

Il settimanale “l’Espresso”, con due articoli di Michele Azzu, ha dato rilievo e credito ai metodi e ai risultati dell’Osservatorio indipendente di Bologna, confermando lo scarto tra i dati virtuali dell’INAIL e quelli reali dell’Osservatorio [55].

Il quotidiano “la Repubblica” ha condotto un’inchiesta sugli infortuni sul lavoro che ha messo seriamente in discussione i dati statistici dell’INAIL [56]. Il quotidiano ha collegato il calo degli infortuni e delle morti sul lavoro non soltanto alla crisi, ma anche al deficit delle rilevazioni INAIL che non registrano fedelmente i dati reali. Ecco cosa ha dichiarato il presidente dell’INAIL, Massimo De Felice: «Se gli infortuni nel settore edile diminuiscono, è perché si lavora di meno. Non sono infortuni che dipendono da tecnologie particolari, per i quali si possono produrre processi di apprendimento ... la caduta dall’alto, per esempio, è un fenomeno abbastanza primitivo» [57]. Il minimo che si può dire è che siamo di fronte a un’impressionante sottovalutazione di problemi che, da questo punto di vista, sono coerentemente sottostimati e resi invisibili. Ma quello che più suscita preoccupazione nelle dichiarazioni del presidente dell’INAIL è il palesarsi di una posizione fatalistica che non può che fattivamente ostacolare il varo di puntuali e virtuose strategie di prevenzione [58].

Alla contestazione che altre fonti, come l’Osservatorio indipendente, forniscono dati più attendibili, il presidente dell’INAIL ha così risposto: «Riteniamo che l’INAIL debba essere un fornitore ufficiale, quindi non debba né rispondere a richieste né entrare in dibattiti troppo animati, deve fissare un calendario per la diffusione dei dati e una chiave di lettura, una sorta di ISTAT, col vantaggio che noi non dobbiamo raccoglierli ex novo» [59]. La virtualità tendenziosa delle metodologie di rilevazione e delle chiavi di interpretazione dell’Istituto non poteva essere meglio esposta.

Il carattere deficitario e tendenzioso delle statistiche INAIL fa emergere una questione cruciale: la rimozione della salute e sicurezza sul lavoro dalla discussione pubblica e dall’immaginario collettivo. Il discorso dominante è così rappresentabile: il rischio sociale ed esistenziale avvolge le società globali e, quindi, il rischio sul lavoro va assunto in maniera aconflittuale come un dato naturale incoercibile. La sua invisibilità altro non sarebbe che l’unità di misura della sua nuova naturalità sociale.


(rielaborato a febbraio 2015)
Note

[1] Silvia Doria, Raccontare la sicurezza sul lavoro attraverso le storie degli altri!, “M@gm@”, in www.magma.analisiqualitativa.com, n. 1/2012.

[2] Giorgio Gosetti, Lavoro frammentato, rischio diffuso. Lavoratori e prevenzione al tempo della flessibilità, Milano, Franco Angeli, 2012.

[3] Andrea Fumagalli, Stati di massima insicurezza, “il manifesto”, 7 marzo 2013; Maurizio Lazzarato, Il governo delle disuguaglianze Critica dell’insicurezza neoliberista, Verona, ombre corte, 2013.

[4] Gaetano Natullo, “ Nuovi” contenuti della contrattazione collettiva, organizzazione del lavoro e tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, “Olympus”, in http://olympus.uniurb.it, “Working Papers” n. 5/2012.

[5] Gianni Marocci e Ezio Scatolini (a cura di),La sicurezza e la farfalla, Elementi di psicologia per il benessere e la sicurezza organizzativa, Bologna, Pàtron, 2013; CNR,Indagine sul benessere organizzativo nel CNR. Executive Summary, in www.cnr.it, ottobre 2012; Id.,Benessere organizzativo nel CNR. Rapporto finale, in www.cnr.it, marzo 2012; Id., Il benessere, il clima e la cultura delle organizzazioni. Significati ed evoluzione in letteratura, in www.cnr.it, marzo 2012; Pino De Sario, Il potere della negatività. Gruppi, lavoro, relazioni: il metodo per trasformare conflitti e malessere e potenziare il benessere organizzativo , Milano, Franco Angeli, 2012; ISTAT, Rilevazione sul benessere organizzativo e sul fenomeno del mobbing: primi risultati, in www.istat.it, settembre 2012; Bruno Rossi, Il lavoro felice. Formazione e benessere organizzativo, Brescia, La Scuola, 2012; Paola Zani, Crescita umana e benessere organizzativo. Nuove prospettive di pedagogia del lavoro, Milano, Vita e pensiero, 2012; Arduino Berra e Tommaso Prestipino (a cura di), Sicurezza del lavoro e promozione del benessere organizzativo, Milano, Franco Angeli, 2011; Maria Grazia De Angelis, Benessere personale e benessere organizzativo: un binomio possibile?, Milano, Franco Angeli, 2011; ENEA,La valutazione del benessere organizzativo, in www.enea.it, ottobre 2011; ISFOL, Contesto organizzativo e benessere organizzativo in un’amministrazione in cambiamento, in www.isfol.it, dicembre 2011.

[6] Alessandro Cravera, Classici del management nell’era della complessità, Milano, Edizioni Sole 24 ore, 2013; Giampiero Santarelli,Intelligenza etica. Per vivere e lavorare con più armonia, Roma, Aracne, 2013; Tara Bennett Goleman,Alchimia emotiva. Come la mente può curare il cuore (Prefazione del Dalai Lama), Milano, BUR, 2012; Dylan Evans,L’intelligenza del rischio. Come convivere con l’incertezza, Milano, Garzanti, 2012; Daniel Goleman, Leadership emotiva. Una nuova intelligenza per guidarci oltre la crisi, Milano, RCS Libri, 2012; Id., Intelligenza emotiva, Milano, BUR, 2011; Id., Intelligenza ecologia (edizione digitale), Milano, BUR, 2011; Id., Lavorare con intelligenza emotiva (edizione digitale), Milano, BUR, 2011; Daniel Goleman, Richard Boyatzis e Annie Mckee,Essere leader. Guidare gli altri grazie all’intelligenza emotiva, Milano, BUR, 2012; George Kohlrieser,La scienza della negoziazione, Milano, Sperling & Kupfer, 2011; Massimo Tommolillo, L’organizzazione umana. Dalla gestione delle risorse umane alla gestione umana delle persone, Padova, Libreria universitaria edizioni, 2012.

[7] Tonio Attino, Generazione Ilva, Nardò (Le), Besa Editrice, 2013; Mariantonietta Colimberti (a cura di),Ferro e fuoco. Ilva, una brutta storia italiana, “Europa”, in www.europaquotidiano.it, gennaio 2013; Gianni Dragoni,Ilva. Il padrone delle ferriere (edizione digitale), Milano, Chiare lettere Editore, 2012; Giuse Alemanno e Fulvio Colucci, Invisibili. Vivere e morire all’Ilva di Taranto, Calimera (Le), Kurumuny, 2011.

[8] Cfr. opere citate alla nota precedente.

[9] Girolamo De Michele, Le bugie dell’Ilva e la realtà dei fatti, in http://comune-info.net/, 30 gennaio 2013.

[10] Siderweb, La sostenibilità economica e finanziaria degli investimenti dell’Ilva, in www.siderweb.com, 11 dicembre 2012.

[11] Ibidem.

[12] AA. VV., I nuovi dati degli studi epidemiologici dell’area di Taranto, Progetto SENTIERI, in www.salute.gov.it, 2012; AA.VV., Ambiente e salute a Taranto: evidenze disponibili e indicazioni di sanità pubblica, Progetto SENTIERI, in www.salute.gov.it, 2012.

[13] AA.VV., I nuovi dati degli studi epidemiologici dell’area di Taranto, cit.

[14] Giuseppe Arconzo, Il decreto legge “ad Ilvam” approda ala Corte Costituzionale: osservazioni preliminari al giudizio di costituzionalità, in www.penalecontemporaneo.it, “Diritto penale contemporaneo”, 15 febbraio 2013; Giuseppe Arconzo, Note critiche sul “decreto legge ad Ilvam”, tra legislazione provvedimentale, riserva di funzione giurisdizionale e dovere di repressione e prevenzione dei reati , in www.penalecontemporaneo.it, “Diritto penale contemporaneo”, 20 dicembre 2012; Gaetano Azzariti, Decreto Ilva: auspicabile l’intervento della Corte Costituzionale, “Diritto penale contemporaneo”, in www.penalecontemporaneo.it, 7 dicembre 2012; Alessandro Morelli, Il decreto Ilva: un drammatico bilanciamento fra principi costituzionali, “Diritto penale contemporaneo”, in www.penalecontemporaneo.it, 12 dicembre 2012; Domenico Pulitanò, Fra giustizia penale e gestione amministrativa: riflessioni a margine del caso Ilva, “Diritto penale contemporaneo”, in www.penalecontemporaneo.it, 22 febbraio 2013; Angioletta Sperti, Alcune riflessioni sui profili costituzionali del decreto Ilva, “Diritto penale contemporaneo”, in www.penalecontemporaneo.it, 17 dicembre 2012.

[15] Vincenzo Comito, Il degrado del sistema italiano, “il manifesto”, 5 gennaio 2013; Riccardo Colombo e Vincenzo Comito, Cosa si potrebbe fare all’Ilva di Taranto, “Sbilanciamoci!”, in www.sbilanciamoci.it, 11 novembre 2012.

[16] Riccardo Colombo, Il piano Ilva per Taranto: inconsistente, inadeguato e sospetto, “Sbilanciamoci!”, in www.sbilanciamoci.it, 12 marzo 2013.

[17] Ibidem .

[18] INCA, Malattie professionali. L’abilità sta nel difendersi, in www.inca.it, 2012; Morena Piccinini, Più presenti sul lavoro, sempre attenti alla prevenzione, “2087”, n. 10/2012.

[19] ILO, The World Day for Safety and Health at Work in 2013 focuses on the prevention of occupational diseases, in www.ilo.org, 5 marzo 2013.

[20] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, Pan european poll on occupatyonal safety and health, in http://osha.europa.eu, 2012; Elke Schneider, Lo sguardo dell’Europa, “2087”, n. 10/2012.

[21] Eurofound, 5th European Working Conditions Survey, in www.eurofound.europa.eu, 2012.

[22] INAIL, Rapporto annuale 2012, in www.inail.it, luglio 2012.

[23] Ibidem.

[24] Ibidem.

[25] Ibidem.

[26] Ibidem.

[27] Ibidem.

[28] Ibidem.

[29] Ibidem.

[30] Ibidem.

[31] INAIL Campania, Le malattie professionali. Aspetti clinici e assicurativi, in www.inail.it, febbraio 2013.

[32] Raffaele Guariniello, Thyssen Krupp e Eternit due sentenze fondamentali per la cultura della sicurezza sul lavoro (intervista a cura di Stancati Massimo), “Obiettivo Tutela”, nn. 3/2012-1/2013.

[33] Pasquale Di Palma e Adriano Ossicini, Invalidità, Inabilità, Inidoneità e Incapacità, in INAIL Campania, Le malattie professionali. Aspetti clinici e assicurativi, cit.

[34] Ibidem.

[35] Giuseppe Campo, Il rapporto fra MALPROF e SINP, “Punto sicuro”, in www.puntosicuro.it, 7 novembre 2012.

[36] ISPESL, VI Rapporto MALPROF. Analisi dei dati nazionali, in www.ispesl.it, marzo 2012.

[37] Ibidem.

[38] Ibidem.

[39] INAIL, Donne, lavorare in sicurezza, in www.inail.it, 6 marzo 2013.

[40] Ibidem.

[41] Ibidem.

[42] Ibidem.

[43] Ibidem.

[44] INCA Malattie professionali. L’abilità sta nel difendersi, cit.; INAIL, Salute e sicurezza sul lavoro, una questione anche di genere, 2 voll., in www.inail.it, settembre 2011.

[45] Fulvia Signani, Medicina di genere non è medicina delle donne, Ferrara, Este Edition, 2013; INAIL, op. ult. cit.

[46] Maria Giovannone, Individuazione di modelli di stima dei costi di malattie professionali ad elevata frazione eziologica e di valutazione costi/benefici della prevenzione della salute e sicurezza in azienda, in www.adapt.it, 24 maggio 2012; Valenti Antonio, Le conseguenze socio-economiche degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali in Italia: il ruolo della prevenzione, in www.adapt.it, 24 maggio 2012; ISSA, The return on prevention: Calculating the costs and benefits of investments in occupational safety and health in companies, in www.issa.int, settembre 2011.

[47] INAIL - Banca Dati, Andamento infortunistico, aggiornata la Banca dati statistica on line, in www.inail.it, 31 ottobre 2012.

[48] Adnkronos, Infortuni sul lavoro in calo del 9% nel 2012, in www.adnkronos.it, 27 febbraio 2013; Redattore Sociale,Infortuni sul lavoro, INAIL conferma anche nel 2012 la tendenza al ribasso, 2013; Simone Ricci, Perché sono diminuiti infortuni e morti sul lavoro, “Il Journal”, in www.iljournal.it, 27 febbraio 2013.

[49] Walter Schiavella, Numeri virtuali, la realtà purtroppo è un’altra, in www.filleacgil.it, 27 febbraio 2013.

[50] Schiavella, op. cit.; Roberto Ciccarelli, Italia, trincea di guerra, regno dell’ingiustizia, “il manifesto”, 1 marzo 2013; Roberto Ciccarelli, Boom delle morti sul lavoro, “il manifesto”, 28 febbraio 2013.

[51] Schiavella, op. cit.

[52] Ibidem.

[53] Osservatorio indipendente di Bologna, Morti sul lavoro, morti bianche, infortuni mortali nel 2013, in http://cadutisullavoro.blogspot.it, 24 marzo 2013.

[54] Ibidem.

[55] Michele Azzu, Morti sul lavoro, le cifre vere, “l’Espresso”, in http://espresso.repubblica.it, 24 giugno 2012; Id., Le categorie invisibili, “l’Espresso”, in http://espresso.repubblica.it, 22 giugno 2012.

[56] Cit. da Pasquale Notargiacomo, La strage silenziosa. E la vita di un giovane vale duemila euro, in http://inchieste.repubblica.it., 3 gennaio 2013.

[57] Ibidem.

[58] Ibidem.

[59] Ibidem.