I meccanismi selettori che presiedono ai processi di autorigenerazione del diritto e dei saperi risucchiano nel loro reticolo le aspettative temporali. Sul versante opposto, inoltre, cercano di occupare e presidiare tutti gli interstizi dello spazio. Con la transizione dalla modernità alla contemporaneità, tali processi sono andati esplodendo. Abbiamo, così, assistito alla produzione di un tempo inerte e di uno spazio ubiquo. L'assenza di aspettativa è rimpiazzata dall'offerta normativa e dalla produzione scientifica; la sovrabbondanza di spazio è svuotata di vita. Circondati dal diritto e dalla scienza, gli umani si aggirano ovunque, rischiando di non poter più formulare domande vere. In sovrappiù, sono come presi in ostaggio da una disorientante saturazione mass-mediatica di segni, messaggi, simboli, immagini, testi, suoni e simili. Si staglia qui l'estremo orizzonte del rischio: non aspettarsi più niente, convinti che scienza, tecnica, diritto, segno e media abbiano già irrevocabilmente detto e scelto per noi.
Ci troviamo dappertutto accerchiati/anticipati dal diritto, stupefatti dalla scienza e illanguiditi dal messaggio mass-mediatico. Questo spazio/tempo ci appare intrascendibile. Il soggetto qui:
Non riesce ad andare più in là di questo crepuscolo sfavillante e accecante. Ciò avviene dentro e fuori il carcere, attraverso forme/passaggi e contesti/contenuti, evidentemente, assai diversi; nondimeno, la matrice multiversa che abbiamo individuato ha validità generale.
Ora, "sorvegliare e punire" nell'epoca della soggettività piena è cosa diversa dal "sorvegliare e punire" nell'epoca del crepuscolo della soggettività. Sia la criminologia critica che la filosofia/sociologia post-strutturalista collocano, grosso modo, la transizione intorno al secondo conflitto mondiale del secolo scorso. Ancora più precisamente, soprattutto per merito di Foucault, l'approccio post-strutturalista argomenta, in proposito, di passaggio dalle "società disciplinari" alle "società di controllo" (1). Non ci occuperemo qui direttamente di queste tesi; svilupperemo le nostre, tenendole presenti e discostandocene in essenziali punti.
Partiamo dall'etimologia. Come è noto, tre sono le possibili origini della parola "carcere":
Va, subito, osservato che il penitenziario moderno, che si insedia e sviluppa intorno al Sei-Settecento, assorbe tutte e tre le accezioni appena esaminate. Esso è, difatti, sia luogo di custodia che "rinchiude per castigare", sia recinto che riduce ad uno stadio ferino, sia cavità oscura per sepolti vivi. In tutte e tre le accezioni, come è agevole intuire, la privazione della libertà è la punta di iceberg di una condizione di soggezione ben più articolata.
Col penitenziario moderno, si sa, il carcere diviene una compiuta struttura cellulare che organizza e suddivide razionalmente gli spazi reclusivi, a partire dalla divisione per sesso e per età. Un'anticipazione di questo modello può essere ritenuto il penitenziario di via Giulia in Roma, costruito nel 1650 per volere di Innocenzo X. Successivamente, le unità cellulari diverranno elementi cubicolari; primo esempio ne è il correzionale di San Michele a Porta Portese in Roma, progettato nel 1703 per volere di Clemente XI.
Realizzato dall'architetto Fontana, il correzionale sarà, per almeno tre secoli, il prototipo del penitenziario moderno in tutto il mondo. Si tratta di una struttura panoramica a raggiera che consente il controllo di tutte le postazioni cellulari/cubicolari da un osservatorio esterno. È l'anticipazione del Panopticon di J. Bentham, col quale si realizza l'esigenza del "potere centrale" di rendere visibile al suo sguardo ispettivo i sorvegliati, nel mentre preclude loro la possibilità di vederlo. I principi base sono due:
Rendere visibile il recluso qui significa rendere inerme chi è già reso debole dal "controllo totale" che su di lui è esercitato; rendere invisibile significa portare "fuori controllo" i centri di potere, facendoli diventare progressivamente più potenti e inattaccabili. Chiarissima, sull'argomento, è la seguente massima benthamiana: "il meglio cui si possa aspirare è che egli [il recluso] in ogni istante, avendo ragione di ritenersi sorvegliato, e non avendo possibilità alcuna di accertarsi del contrario, creda di esserlo" (3).
Quasi superfluo dire che lo "sguardo panottico" è più di un semplice deterrente: è un codice irradiatore di input atti a plasmare e modificare i comportamenti dei reclusi, col ricorso non a mezzi di "coazione fisica", ma a quelle che Foucault definisce "strategie disciplinari". Che il progetto di Bentham non sia stato mai compiutamente realizzato in nessun paese d'Europa non ne deve far sottovalutare la portata e l'importanza per l'evoluzione del penitenziario moderno o, per essere più precisi, per il suo processo di fabbricazione come macchina di distruzione del soggetto.
Eh, sì: rinchiudere, costringere, segregare, sorvegliare, punire, castigare ecc. ecc. non sono altro che i vettori, le ventose e, insieme, i terminali di un immane processo di distruzione del soggetto; un processo, si tratta di aggiungere, che, dopo i primi esperimenti nel XVII secolo, dal Settecento non fa altro che autogenerarsi e autoriprodursi. Nessun potere, soprattutto dalla Rivoluzione Francese in avanti, ha avuto l'interesse (ed il coraggio) di una resa dei conti ultimativa col penitenziario, ormai, divenuto una invariante dell'habitat socio-politico e dell'immaginario collettivo; come tale è stato accettato e tramandato. Ogni potere ha fatto e fa uso del penitenziario: non smette di subirlo e non riesce a fare meno di agirlo.
Preferiamo denominare reclusorio il penitenziario moderno. Nel reclusorio, il rinchiudere indica un movimento di costrizione spaziale che ha per posta in gioco il tempo. Qui il rinchiudersi dello spazio si accompagna al venir meno del tempo. La punizione sta nello sperimentare un tempo cavo entro uno spazio chiuso. La concentrazione dello spazio recluso è la proiezione dello svuotamento del tempo-vita; e viceversa. Il reclusorio è spazio concentrazionario massimo nell'unità di tempo minima. Ma il tempo minimo si fa istantaneamente durata massima, in quanto qui il tempo non è che viluppo di se stesso.
La condensazione dello spazio fa sì che in esso tutti i movimenti non solo siano sottoposti a regole di controllo e divieti prescrittivi-formativi, ma abbiano soprattutto una natura ripiegante: nel senso, assai preciso, che arretrano costantemente verso la cella, l'unità centrale dello spazio concentrazionario. L'avvilupparsi del tempo su se stesso, per parte sua, replica all'infinito il medesimo attimo privo di vita. L'attimo qui si fa durata infinita: l'eternità è trasformata nella replicazione per sommatoria dell'istante vuoto appena esperito. Qui può cambiare tutto ed il contrario di tutto, tranne che l'essenziale ed il fondamentale: lo spazio concentrazionario ed il tempo cavo.
Questa complessa dialettica viene meno ed il reclusorio entra in crisi, allorché la morte del soggetto può dirsi definitivamente compiuta. Cerchiamo di essere più chiari.
Fino a che abbiamo potuto ancora parlare di soggetto, abbiamo potuto argomentare sulla massa. L'uno e l'altra qui sono sempre stati chiaramente distinguibili, essendo figure esattamente speculari e complementari. Il soggetto si distingue dalla massa: è la non-massa. Allo stesso modo con cui la massa si distingue dal soggetto: è il non-soggetto. L'uno non è dedotto per differenza dall'altra (e viceversa); ma insieme richiamano una condizione del tempo e dello spazio della storia saldamente determinata: l'epoca del macro opposto al micro e del micro opposto al macro. Cioè: l'epoca della calcolabilità e della precisione. Non è un caso che, proprio dall'interno di questa epoca e della sua crisi, E. Canetti abbia potuto scrivere una grandiosa opera come Massa e potere.
Non appena il soggetto si frantuma, divenendo sede di identità plurime contraddittorie, si riscopre esso stesso "massa": cioè, essere inerte e simultaneamente funzionale ad una molteplicità di pratiche e strategie, non di rado in contrasto tra di loro. La massificazione del soggetto segna la morte della massa come contraltare della soggettività. Ora il soggetto si immerge e disperde nella massa; diviene indistinguibile e intercambiabile.
Non v'è più la necessità di distruggere il soggetto; il nuovo spazio/tempo storico l'ha reso un prodotto residuo: il precipitato ultimo dei processi di complessità e differenziazione sociale. Il carattere amorfo della massa lo reperiamo esattamente nel soggetto; l'impersonalità della massa la ritroviamo puntualmente nel soggetto, il livellamento della massa lo rinveniamo rigorosamente nel soggetto.
La crisi del reclusorio si insedia a questo passaggio dello spazio/tempo storico. V'è necessità ora, più che di una macchina di distruzione, di un apparato di ricostruzione e conservazione. Prende qui luogo quella che definiamo transizione dal reclusorio al reliquiario.
Intendiamo reliquiario nel suo significato letterale: custodia di ciò che resta. E ciò che qui resta è il soggetto in frantumi. Tali frantumi non vanno ricomposti, ma conservati ad uno stadio spettrale, per essere riportati e mantenuti sotto controllo. Il soggetto si smarrisce e perde; i suoi residui non vanno dispersi, ma custoditi.
La custodia reclusoria compie qui un salto semantico, prima ancora che storico. Il concetto di custodia non si risolve più semplicisticamente nell'internamento; nel reliquiario sono ora tenute sotto controllo totale le parti vive residue di una soggettività definitivamente scomposta. L'internamento custodiale era funzione della destabilizzazione annichilente del soggetto; la custodia reliquiaria è funzione della gestione totalizzante del soggetto quale residuo vivente.
Il reliquiario custodisce e gestisce la vita del residuo; il reclusorio, invece, arrecava la morte (non solo e non tanto fisica). Custodire il residuo della soggettività significa mantenerlo e gestirlo coattivamente nella condizione di oggetto. L'oggetto, diversamente che nel reclusorio, non segna più la morte del soggetto; ora scandisce la vita del residuo inerte. Ora, con un capovolgimento di scena, l'oggetto tende a soggettivizzarsi come forma inerte.
Nel reliquiario la condizione di non-viventi è organizzata e gestita come vita, pur non essendone che il simulacro; nel reclusorio, invece, il non-vivente era metabolizzato come morte. Il rovesciamento di prospettiva è terribile e, insieme, inaspettato. I livelli di coerenza/funzionalità del diritto penale e di conformità allo scopo del carcere vanno riverificati a quest'altezza storica.
Gli scarti tra scopi dichiarati e obiettivi realmente conseguiti dal diritto penale e dall'istituzione chiusa carcere non esauriscono la razionalità e coerenza del loro funzionamento. In scena vi sono, perlomeno, anche gli scopi non dichiarati. Generalmente, essi si trovano gettati in un cono d'ombra; altre volte, sono proprio i saperi (talora inconsapevolmente) ed i poteri a proteggerli, fasciandoli di oscurità.
Se, come dice G. Canguilhem, le "norme si riconoscono dai loro scarti" (4), indagare sulle non corrispondenze tra il "detto" ed il "fatto" ci aiuta a scavare, più in profondità, nei livelli costituenti la coerenza tanto del "dire" che del "fare". Così, saremo messi nelle condizioni di scoprire incoerenze più apparenti che reali.
Resta, tuttavia, un passaggio analitico da fare: il continuo si compone di declaratorie evidenti e declaratorie protette, di un campo e di uno sfondo. Nel campo tutto è reso esplicito; nello sfondo tutto è in ombra. Nel campo, il continuo appare funzionare da solo ed in maniera autosufficiente; nello sfondo, invece, fa continuamente irruzione il discontinuo, a cui deve incessantemente uniformarsi. Il continuo si adatta al discontinuo, attraverso le dichiarazioni protette: riassetta le sue strategie, finalità, procedure e tecniche di intervento senza dichiararlo, facendo ricorso a protocolli decisionali che rimangono nascosti (gli "arcana imperii" non caratterizzano soltanto il fare e l'agire del decisore politico).
Ma se limitiamo la nostra indagine all'analisi delle complesse e mutevoli relazioni che si istituiscono tra campo e sfondo, siamo condannati a ingannevoli e frustranti processi cognitivi: il continuo, l'esplicito ed il coerente finirebbero per essere i nostri metri di misura universali. Ispirandoci alla lezione di Canguilhem e, prima di lui, di Bachelard (5), dobbiamo approssimare un ulteriore salto epistemologico.
La dialettica tra campo e sfondo non si limita a prevedere l'azione di ritorno del discontinuo sul continuo e i conseguenti riaggiustamenti di quest'ultimo, attraverso i protocolli decisionali nascosti. Tra continuo e discontinuo si creano veri intercampi: cioè, spazi/tempi condivisi in cui le differenze operano, cooperano e confliggono alla luce del sole. Un intercampo accorda particolare privilegio al rimosso, al sommerso e all'emergente: cioè, a quelle determinazioni perspicue che i campi e gli sfondi o non riescono a cogliere, o nascondono o dividono. Possiamo qui iniziare a meglio definire il salto in avanti rispetto a Bachelard e Canguilhem che intendiamo compiere: dall'epistemologia del discontinuo all'epistemologia comprensiva differenziale.
Recuperare le tracce di un intercampo significa risalire e trascorrere, costantemente e reciprocamente, dai territori del continuo a quelli del discontinuo; dai sentieri del certo a quelli del problematico; dalle regioni del noto a quelle dell'ignoto; dalle costellazioni del detto a quelle del non-detto; dal piano della luce a quello dell'ombra; dal conservato al rimosso, dall'emerso al sommerso e dallo sprofondante all'emergente. Siamo sempre gettati tra confluenze e biforcazioni (6), di cui gli intercampi sono i passaggi e paesaggi mutevoli. L'analisi degli scostamenti, delle deviazioni, delle interferenze, degli squilibri e delle anomalie logiche è, quindi, il principale terreno di coltura di saperi aperti. Come ci ha insegnato Bachelard, saltano qui tutte le tradizioni chiuse della ragione che, così, smette di recitare le sue tautologie. Scienza e discorso si reincontrano oltre la diade aristotelica e le sovrapposizioni moderniste: (nuove) forme di pensiero e (nuovi) saperi si incrociano e rideterminano senza pausa (7).
Note
(1) Una buona sintesi e, insieme, uno sviluppo delle tesi di Foucault si trova nell'articolo di G. Deleuze, La Società del controllo, "l'autre journal", n. 1/1990; successivamente, in Pourparlers (1972-1990), Minuit, Paris 1990, pp. 240-247; una traduzione italiana di Giuseppe Caccia è presente sul sito Filiarmonici.
(2) Cfr., sul punto, Teresa Bruno, Storia del carcere con riguardo alla realtà del XVIII secolo, Tesi di laurea in criminologia, Università degli studi di Napoli "Federico II", Facoltà di Giurisprudenza, Anno Accademico, 1999-2000; in part., cap. 1, § 3.
(3) J. Bentham, Panopticon, ovvero la casa d’ispezione (a cura di M. Foucault e Micelle Pierrot), Padova, Marsilio, 1983, p. 98.
(4) G. Canguilhem, Il normale e il patologico, Rimini, Guaraldi, 1975, p. 239.
(5) Di G. Bachelard qui rilevano: Il nuovo spirito scientifico, Bari, Laterza, 1951; Epistemologia, Bari, Laterza, 1971; La psicanalisi del fuoco, Bari, Dedalo, 1973; Il materialismo razionale, Bari, Dedalo, 1975; Il razionalismo applicato, Bari, Dedalo, 1975; La filosofia del non, Catania, Pellicano, 1978.
(6) Si rinvia, ancora, all' Editoriale di "Società e conflitto", n. 27-28/2003.
(7) Questo, del resto, era il sostrato di pensiero della "teoria quantistica"; evidenza assai chiara a W. Heisenberg (cfr., in part., Mutamenti alle basi della scienza, Torino, Boringhieri, 1960) ed allo stesso Bachelard. Sul combinato di queste tematiche e, in particolare, sull'analisi comparata Heisenberg/Bachelard, cfr. l'assai stimolante D. Bartolini, Un nuovo modello di scientificità: il quantismo di Heisenberg alla luce dell'interpretazione bachelardiana, Tesi di laurea in filosofia, Università degli studi di Perugia, Facoltà di Lettere e filosofia, Anno accademico 1999-2000.