UN RADICALE PUNTO DI SVOLTA
di Antonio Chiocchi


1. Verso un approccio bidirezionale: agire sulle cause e sugli effetti

Ogni anno si ripete il rito della celebrazione dei morti sul lavoro, degli infortuni e delle malattie professionali che, al di là dell’entità numerica (in ogni caso, preoccupante), costituiscono un fenomeno che tarda a essere affrontato nella strutturalità dei suoi determinanti fisiologici e patologici. Così è stato anche nel 2010. Le istituzioni e gli attori del sistema sicurezza, come approccio culturale, mentale e organizzativo, tendono a confrontarsi col fenomeno in termini di risposte: cioè, a cose fatte.

L’approccio basato sulle risposte, contrariamente all’apparenza, è un approccio debole: esso agisce unicamente come azione riflessa dei risultati, più che come strategia di anticipo e orientamento possibile e verificabile. Ciò accade, perché a un livello sottostante opera il primato del paradigma dell’autoevidenza dei risultati, ritenuti di per sé bastevoli per la formulazione delle analisi prognostiche e delle terapie di intervento [1]. Non sorprende, quindi, che il sottosistema sicurezza, come derivato essenziale del sistema lavoro e dei sistemi sociali, vitali e ambientali, non venga affrontato nella sua cogenza relazionale. Non sia, cioè, considerato come una struttura sottosistemica assai diversificata e, sovente, contraddittoria al suo interno, inframmezzata da azioni e retroazioni di tipo causale e occasionale, funzionale e disfunzionale che, per lo più, non sono razionalmente predicibili. La questione è che il contesto in esame è un sottosistema multiverso di processi, fenomeni, fatti, azioni e decisioni che lo trascendono e, nel contempo, lo implicano, secondo inputs e outputs che sfuggono ai princìpi di governo della razionalità delle performances.

Ma v’è un ulteriore e decisivo elemento da rilevare. Ciò che l’approccio fondato sui risultati omette palesemente di prendere in considerazione è che il diritto alla sicurezza e alla salute sui luoghi di lavoro è un diritto umano fondamentale. In quanto tale, non può essere trattato alla stregua di un processo socio-economico, misurabile secondo metodi e standard performativi.

A fronte di tale complessità, ancora di più, quello della risposta si rivela un approccio debole: insegue le urgenze ed è vittima della logica dell’emergenza. La qual cosa introduce sul tappeto un ulteriore e non secondario elemento negativo: la trasformazione dei processi strutturali in fenomeni emergenziali. Se i morti sul lavoro, gli infortuni e le malattie professionali sono ridotti a emergenza, diventa agevole comprendere come rimangano nascoste e intangibili le loro motivazioni strutturali.

Conseguentemente, le cause sistemiche dell’insicurezza sul lavoro non vengono fatte oggetto di azioni critiche adeguate. Circostanza che rende anche estremamente disagevole intervenire sugli effetti. Non si riesce ad andare oltre azioni tampone che, nel migliore dei casi, abbassano l’entità numerica del fenomeno (pur elemento decisivo e di rilevante significato e importanza), ma non incidono sui processi che fungono quali agenti della produzione e riproduzione del fenomeno infortunistico.

Le risposte debbono essere precedute e accompagnate da adeguate strategie di informazione, formazione e prevenzione agenti sulla struttura multiversa del sottosistema sicurezza. L’azione di formazione, prevenzione e messa in sicurezza deve precedere e accompagnare la risposta all’evento infortunistico, per ridurne non solo l’entità numerica, ma anche e soprattutto la produzione e la riproducibilità.

Il punto focale è esattamente questo: la riduzione della riproducibilità tecnica e organizzativa di eventi infortunistici aventi le medesime determinanti generative profonde. L’approccio che viene, così, emergendo si caratterizza per la sua bidirezionalità: a) interviene sulle cause, per ridurre gli effetti; b) agisce sugli effetti, per individuare meglio le cause e, quindi, procedere alla loro rimozione. Un approccio bidirezionale di questo tipo ha una natura sistemica e, insieme, complessa. Le azioni e le finalizzazioni verso un futuro migliore per la salute e la sicurezza sul lavoro potrebbero da qui dispiegarsi con un più sensibile grado di speranza ed efficacia.

2. Rimettere la partecipazione al centro

L’emersione di un modello di tipo bidirezionale implica la profonda revisione dei processi di formazione e informazione, prevenzione e gestione della sicurezza. Ma, ancora prima, richiede l’elaborazione e la verifica pratica, a monte, di un modello di intervento sistemico e la sperimentazione, a valle, di modelli di valutazione dei rischi e di rilevazione dei dati ispirati da una logica di condivisione e codeterminazione.

Si tratta di un passaggio delicato che fa perno sulla partecipazione attiva dei lavoratori ai processi decisionali che si danno dentro e a lato del sottosistema della sicurezza sul lavoro. Questo orizzonte di ricerca profila una piccola rivoluzione copernicana, quale attuale e difficile banco di prova delle relazioni industriali, sia in ambito comunitario che nel nostro paese.

È sin troppo chiaro che progetti e processi di partecipazione dei lavoratori alla codeterminazione della struttura e delle variabili della sicurezza del lavoro non possono non richiamare approcci partecipativi che investono i più generali assetti sociali, economici, politici e istituzionali. Particolare menzione riveste, da questo punto di vista, l’impulso comunitario che ha sollecitato i governi e le imprese ad assicurare un più elevato grado di coinvolgimento dei lavoratori nella gestione dei processi produttivi [2]. Sono proprio i nuovi modelli produttivi - e dunque i nuovi rischi - a richiedere la cooperazione effettiva dei lavoratori ai processi di valutazione e riduzione dei rischi.

L’interesse per la tematica partecipativa, in ambito comunitario, risale agli anni Settanta; ma tutti i tentativi fatti in questa direzione, nel successivo trentennio sono rimasti lettera morta, a fronte della pluralità e della non omogeneità degli assetti politici, organizzativi e istituzionali degli Stati membri [3]. Con l’inizio del nuovo millennio, il tema è stato rilanciato, contestualmente all’allargarsi dell’unità europea [4]. In Italia, da ultimo, si segnala la bozza provvisoria di un progetto di legge unificato, con relatore Pietro Ichino, sulla partecipazione dei lavoratori alle imprese, presentata e discussa in Senato il 20 maggio 2009 [5]. L’iniziativa tende anche a colmare il ritardo italiano accumulato su questa delicata materia.

In un ambito più specificamente giuslavorista, la coniugazione di primi elementi per un approccio partecipativo all’organizzazione del lavoro, con particolare riferimento alla sicurezza, risalgono a una ricerca ad hoc maturata in ambiente ILO nel 2002, di cui è stata fornita recentemente la traduzione italiana [6]. In Italia, alcuni recenti contributi hanno riaperto questo filone di ricerca [7].

Occorre osservare che, proprio in virtù dell’egemonia culturale esercitata dal paradigma dell’autoevidenza dei risultati, gli elementi partecipativi emersi nella discussione pubblica non sono stati, a tutt’oggi, adeguatamente valorizzati. La dominanza di tale paradigma appare ancora più limitante e limitativa, se si considera che i risultati sono anche la “conseguenza” della situazione socio-economica generale che, attraverso una rete di disuguaglianze più o meno diffuse, incide inevitabilmente sul sistema dell’effettività del diritto del lavoro [8].

Per effetto di questo insieme di concause, emerge una esigenza nuova. Conciliare il diritto e i diritti del lavoro con la solidarietà sociale e l’efficienza economica non è di per sé sufficiente. È necessario anche armonizzare sicurezza economica, diritto e diritti del lavoro con la sicurezza sul lavoro, con il diritto alla vita e con la dignità dei lavoratori. L’efficacia e l’effettività del diritto del lavoro non possono non tradursi anche in efficacia ed effettività della sicurezza sul lavoro. La partecipazione, a maggior ragione, appare la porta stretta entro cui passare e la posta in gioco per relazioni industriali più eque.

3. La scomparsa della formazione e della prevenzione

Alla luce del discorso che si sta articolando, appare necessario transitare prioritariamente per le variabili strategiche del sottosistema della sicurezza sul lavoro, per verificarne lo stato di salute e le prospettive. Non possiamo non partire dalla formazione e dalla prevenzione. Una particolare rilevanza assume, in questo contesto, la formazione dei giovani lavoratori che costituiscono l’anello debole della catena della sicurezza sul lavoro [9].

In Italia, il fenomeno infortunistico è, in larga parte, dipendente da sistemi di formazione e prevenzione carenti. I processi formativi e preventivi sono strettamente interconnessi, in quanto si rideterminano vicendevolmente. Una buona formazione garantisce una buona prevenzione; una buona prevenzione determina e valorizza una buona formazione. Sono in ballo complessi e articolati sistemi di relazione che hanno una matrice polifunzionale e che riguardano fattori di natura culturale, scientifica, tecnica e organizzativa.

Quello che rimane chiaro è che non può darsi una solida ed efficace cultura della sicurezza sul lavoro, se non si pone mano a diffuse culture della formazione e della prevenzione che partano dal basso: dai luoghi in cui i processi produttivi si incontrano/confrontano con i diritti. Su questo intreccio di nodi non è solo il mondo imprenditoriale a far rimarcare ritardi e carenze; ma tutti gli attori del sistema sicurezza rilevano deficit più o meno cospicui, a partire dalle istituzioni.

Il 78% dei lavoratori coinvolti in una ricerca dell’AIFOS ha dichiarato di aver imparato a svolgere il proprio lavoro dall’esperienza diretta; il 10% ha iniziato il proprio lavoro in affiancamento; il 4% lo ha appreso dai suggerimenti dei propri colleghi; il 6% ha svolto dei veri e propri corsi professionalizzanti [10].

Come avverte il rapporto AIFOS, è un dato assai preoccupante che ben il 78% dei lavoratori non abbia ricevuto alcuna formazione in azienda. Il che significa che il sistema formazione è totalmente estraneo al sistema delle aziende [11].

Ancora più preoccupanti, se possibile, sono i dati che emergono a proposito dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS): il 41% non ha seguito alcun corso di formazione nel biennio 2008-2009, pur a fronte dei nuovi obblighi introdotti dal nuovo D. Lgs n. 81/2008 [12]. Peraltro, del 60% dei RLS che, nel biennio 2008-2009, hanno partecipato a corsi di formazione soltanto la metà conosce il nuovo D. Lgs n. 81/2008 [13].

Passando allo specifico della formazione per la sicurezza sul lavoro, i dati che il rapporto AIFOS fa emergere sono ancora più allarmanti.

I lavoratori che hanno appreso le norme sulla salute e sulla sicurezza sul lavoro dalla loro esperienza diretta costituiscono ben il 93,5% del campione; da corsi di formazione il 2,9%; in famiglia o tra amici il 2,2%; da programmi radio-televisivi lo 0,7%; da giornali lo 0,7% [14].

Per i RLS, invece, la situazione è la seguente e non meno preoccupante: coloro che hanno appreso le norme sulla salute e sulla sicurezza sul lavoro dalla loro esperienza diretta costituiscono il 27,1% del campione; da corsi di formazione il 52,1%; in famiglia o tra amici il 5,7%; da programmi radio-televisivi il 5%%; da giornali il 3,6%; ne erano già a conoscenza il 4,6; da altro l’1,8% [15].

Il rapporto AIFOS fotografa una realtà amara. I suoi risultati non sono autoevidenti, ma obbligano ad allargare l’analisi e la ricerca in profondità ed estensione.

L’assenza di adeguate culture e pratiche della formazione e della prevenzione è il coerente terminale di deficit organici ancora più preoccupanti. E, allora, limitarsi a un mero potenziamento quantitativo e/o burocratico delle pratiche della formazione e della prevenzione, pur lodevole e necessario, è insufficiente. La formazione è uno dei luoghi primari del cambiamento all’interno del sottosistema della sicurezza sul lavoro: non per il suo carattere di scientificità, previsionalità e periodicità rituale, ma per il suo essere un fattore interno di trasformazione di modelli di azione e di comportamento obsoleti e controfattuali [16].

Occorre ripartire da interrogativi di questo tipo: quale formazione e quale prevenzione? e per quale sicurezza sul lavoro? A loro volta, questi interrogativi ne richiamano, a catena, altri: quali istituzioni per la sicurezza sul lavoro? quali i necessari processi di riadeguamento di tutti gli attori della sicurezza? quali le modalità di coinvolgimento di tutte le istituzioni, a cominciare da quelle educative? Se fissiamo questo nuovo punto di avvio, ancora più spiccatamente emergono le debolezze dell’approccio fondato esclusivamente sui risultati.

4. Una necessità indifferibile: la valutazione dei rischi partecipata

La campagna 2008-2009 dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro si è incentrata sulla valutazione dei rischi, nella consapevolezza che è da questa che, in larga parte, dipende la costruzione di ambienti di lavoro sani e sicuri. Il cardine intorno cui la campagna ha ruotato è stata la promozione di un approccio partecipativo. Il fine, invece, quello di conseguire, attraverso una valutazione corretta e partecipata, la sostanziale eliminazione dei rischi lavorativi [17].

Il “manuale” proposto nel 2002 da quattro ricercatori dell’ILO (Margaret Keith, James Brophy, Peter Kirby ed Ellen Rosskam) spinge l’approccio partecipativo ancora più in là: definisce la cornice possibile di una valutazione dei rischi gestita direttamente dai lavoratori, sul presupposto che dalla ricerca autogestita escano tutti vittoriosi [18].

Il modello dell’autogestione della valutazione dei rischi ci fa imbattere in un altro limite di base, ben più sostanziale del riduzionismo del paradigma dell’autoevidenza dei risultati e che, in un certo senso, ne è una delle matrici. Ci riferiamo a quel postulato largamente accreditato, fino a essere diventato una sorta di feticcio scientifico, secondo il quale il nesso causale tra le malattie e l’esposizione ai rischi da lavoro è riconosciuto soltanto se è espressamente accertato da uno studio scientifico [19].

La conseguenza più devastante di questo approccio è che i lavoratori continuano a manipolare sostanze tossiche per anni, prima che studi scientifici, dopo qualche decennio di ricerche contraddittorie, accertino il loro grado di pericolosità. Nel frattempo, migliaia di lavoratori sono già stati contaminanti o sono già morti. Il caso dell’amianto è uno dei fenomeni più raccapriccianti verificatisi finora.

Per il presente e il futuro, il quadro è ancora più inquietante: per le nuove sostanze di cui i lavoratori fanno impiego, all’interno dei più avanzati processi produttivi, non v’è alcuna previsione di valutazione del rischio. Addirittura, i loro effetti di medio e lungo periodo sull’uomo e l’ambiente sono del tutto sconosciuti: valga per tutti, l’esempio delle nanoparticelle.

Ecco che, allora, la valutazione autogestita rivela un altro dei suoi decisivi caratteri strategici. Solo collocando in basso la valutazione dei rischi e dando voce e ascolto ai lavoratori la realtà effettiva delle condizioni di lavoro può essere analizzata efficacemente, nel suo essere e nel suo dinamico svolgersi. Il sapere e le conoscenze dei lavoratori, proprio in quanto immersi nei processi produttivi e nei loro nodi di relazione e snodi comunicativi, sperimentano e sanno prima di ogni altra analisi scientifica esterna cosa è e cosa può essere fonte di pericolo e causa di rischio.

L’approccio partecipativo rivela qui una delle sue più qualificanti motivazioni e finalizzazioni, perché, prima di tutto, è un programma che difende e valorizza la vita. Sta qui il suo profondo carattere etico che va al di là delle, altrettanto rilevanti, funzioni di equità che esercita nel concreto del vissuto lavorativo e sociale. E non si tratta di un’esperienza futurologica. Esiste, in materia, già una copiosa serie di “casi di studio” [20].

5. La controriforma Berlusconi del 2009: correggere per peggiorare

Tra il 2009 e il 2010, gran parte della discussione pubblica sulla sicurezza del lavoro si è incentrata sul decreto correttivo del 3 agosto 2009 (D. Lgs n. 106/2009), emanato dal governo di centrodestra con il chiaro intento di “controriformare” il D. Lgs n. 81/2008, emesso nell’aprile del 2008 dal dimissionario governo di centrosinistra.

Ecco come si espresse tempestivamente Paola Agnello Modica sullo schema preliminare del decreto, approvato dal Consiglio dei ministri il 27 marzo 2009: «Il decreto è una controriforma che mina i capisaldi del codice penale, del codice civile e dello Statuto dei Lavoratori. È un attacco ai diritti individuali e collettivi, al diritto alla prevenzione, oltre che una forte deresponsabilizzazione dei datori di lavoro» [21]. E concluse: «È inaccettabile pensare di uscire dalla crisi abbassando i diritti» [22].

Il testo definitivo del decreto ha presentato delle differenze, talvolta anche sensibili, rispetto allo schema preliminare. Alla fine, il governo è stato costretto a ritirare le proposte maggiormente criticate e criticabili [23]. Si deve, altresì, riconoscere al decreto correttivo la rettifica di numerosi errori materiali e tecnici che viziavano il D. Lgs. n. 81/2008. I più importanti dei quali sono così riassumibili:

Tuttavia, il cuore controriformatore del decreto correttivo permane pienamente pulsante. Appare, pertanto, necessario leggere in una prospettiva comparata il D. Lgs n. 81/2008 e il D. Lgs n. 106/2009. Abbiamo ora a disposizione una prima serie di studi sistematici che si sono esercitati sulla materia, a cui si rimanda [25].

Passiamo ora ad analizzare le principali novità del decreto correttivo-

Le linee portanti del decreto correttivo: semplificazione, potenziamento della bilateralità, riarticolazione del sistema sanzionatorio, hanno riscontrato numerose condivisioni nel dibattito giuslavorista di ispirazione datoriale e imprenditoriale [26]. Al di là dei riaggiustamenti apportati nel testo definitivo, poche sono state le voci di dissenso che si sono levate contro la filosofia che permea il decreto correttivo, mutuata per intero dallo “schema preliminare”

[27] . La questione può trovare una più puntuale lettura, esaminando il nuovo quadro di insieme che si è venuto delineando. Da qui potrà scaturire una più fondata e critica recezione. Cerchiamo, quindi, di compendiare i campi all’interno dei quali sono intervenute le principali modifiche introdotte dal decreto correttivo [28].

1) Definizioni e campo di applicazione: il volontariato

I volontari, così come definiti dalla legge n. 266/1991, non sono più equiparati ai lavoratori; altrettanto dicasi per i volontari che prestano il servizio civile. Ciò ha obbligato il decreto correttivo ad aggiungere il comma 13 bis all’art. 3 del D.Lgs. n. 81/2008, col quale si prevede che per i volontari e coloro che prestano il servizio civile trovino applicazione le disposizioni relative ai lavoratori autonomi.

2) Sospensione delle attività: restrizione dell’ambito di azione

Viene riformulato lo spazio di azione della sospensione che ora riguarda esclusivamente le attività interessate dalla reiterazione delle violazioni, non dell’impresa tout court. Non solo: viene riscritto, in senso permissivo per le aziende, l’elenco delle violazioni gravi comportanti la sospensione delle attività (Allegato I). Infine, è stata introdotta l’alternativa arresto/ammenda per i datori di lavoro solo nel caso di lavoro irregolare.

3) Valutazione dei rischi e documento di valutazione dei rischi: qualche luce, molte ombre

Va salutato positivamente il mantenimento della valutazione specifica per i rischi legati:

Positiva, inoltre, è la previsione di una specifica valutazione dei rischi per forme contrattuali di lavoro precario.

Per quel che riguarda, invece, la valutazione dello stress lavoro-correlato, pur riconosciuta e conservata, è stata fatta slittare all’1 agosto 2010. Lo slittamento conferma e dilata la scopertura dell’ordinamento italiano nei confronti della Direttiva comunitaria 89/391/CEE.

Il riconoscimento della data del documento di valutazione dei rischi (DVR) non è più affidato a soggettualità e procedure terze e imparziali, ma affidato direttamente ai soggetti firmatari: responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP), rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RSL) e del medico competente, ove nominato.

I criteri di elaborazione del DVR sono completamente rimessi alla potestà del datore di lavoro, il quale deve esclusivamente ispirarsi ai princìpi della semplicità, della brevità e della comprensibilità.

In caso di inizio di nuova attività, il datore di lavoro deve immediatamente effettuare la valutazione dei rischi ed elaborare il DVR entro novanta giorni dalla data di inizio attività.

Potranno fare ricorso alla procedure di standardizzazione della valutazione dei rischi anche le aziende che occupano fino a 50 addetti.

4) Formazione di dirigenti e preposti: solo luci

Anche qui registriamo una variazione di carattere positivo. Viene introdotto l’obbligo, a carico del datore di lavoro, della adeguata e specifica formazione dei dirigenti e dei preposti, con la previsione di un aggiornamento periodico. Diversamente da quanto previsto nel D.Lgs. n. 81/2008, i dirigenti e preposti possono ricevere la formazione non solo in azienda, ma anche presso gli organismi paritetici, le scuole edili e le associazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori.

5) Visite mediche preassuntive: notte fonda

Viene reintrodotta la visita medica preassuntiva.

Prevista, altresì, la visita precedente la ripresa del lavoro, in caso di assenza per motivi di salute per oltre 60 giorni continuativi, allo scopo di verificare la permanenza dell’idoneità al lavoro.

Su scelta del datore di lavoro, le visite preassuntive possono essere svolte dal medico competente o dai dipartimenti di prevenzione delle ASL.

In caso di inidoneità alla mansione specifica, il datore di lavoro adibisce il lavoratore o a mansioni equivalenti o, in difetto, a mansioni inferiori, garantendo il trattamento corrispondente alle mansioni di originarie.

6) Funzioni degli organismi paritetici: ovvero l’autocertificazione per interposta organizzazione

Le funzioni degli organismi partiteci sono state ampliate. In particolare, su richiesta delle imprese e a mezzo di commissioni paritetiche ad hoc, rilasciano l’attestazione dell’adozione e dell’efficace attuazione aziendale di un modello di gestione della sicurezza. Gli organi di vigilanza possono tenere in conto dell’attestazione, ai fini della loro attività e della loro programmazione.

7) Sanzioni e sistema sanzionatorio: attenuazione e riduzione del raggio di azione

In linea generale, è stata prevista una larga riduzione delle sanzioni penali e amministrative a carico dei datori di lavoro, in caso di inadempienze. Sono state, altresì, attivate procedure di estinzione del reato e l’estinzione agevolata degli illeciti amministrativi.

Più nello specifico:

8) Provvedimenti attuativi

Un discorso a parte va fatto per i provvedimenti attuativi: il decreto correttivo ha ulteriormente rinviato la completa e definitiva messa a regime del D.Lgs. n. 81/2008, i cui adempimenti sono stati applicati con una tempistica differita[29]. Tra i differimenti più rilevanti figura il varo delle discipline speciali che, in materia di sicurezza e salute sul lavoro, riguardano le amministrazioni pubbliche e le cooperative sociali. Se facciamo il punto della situazione, la manovra dilatoria risalta con maggiore evidenza: entro il primo anno di vita del D.Lgs. n. 81/2008, le istituzioni avrebbero dovuto emanare non meno di 14 provvedimenti attuativi; ne sono, invece, stati emanati soltanto sei [30].

Alla luce delle considerazioni fin qui fatte, possiamo concludere che l’apparato di sistema definito dal D.Lgs. n. 81/2008 zoppica in punti non irrilevanti; per contro, il decreto correttivo costruisce e cadenza nel tempo il suo assetto sistemico, curvando i propri assi e riferimenti strategici a una filosofia di chiaro privilegiamento dell’interesse di impresa. Il che non è uno scandalo, ma soltanto l’emersione chiara dei “rapporti di forza” e dei termini veri dell’oggetto del contendere. Ciò che, invece, fa “scandalo” è, per un verso, l’assenza di una mediazione politica e istituzionale di rango e, per l’altro, la presenza di opzioni imprenditoriali infeudate alle logiche del piccolo cabotaggio e degli interessi particolaristici che, già nel breve periodo, estendono i danni sociali e aggravano le strozzature strutturali del sistema economico-produttivo.

Non mettere al centro delle relazioni industriali la sicurezza sul lavoro conduce alla costruzione di diseconomie sociali e alla incubazione inesorabile di catastrofi storiche e ambientali. Significa schierarsi, magari inconsapevolmente, contro la prosperità e la felicità della specie, fuori dal cui ambito la logica del profitto non può sperare di avere vita duratura, se non come esercizio di tirannia.

Non può, infine, essere sottaciuto che anche su questo delicato fronte delle relazioni industriali si è prodotto uno “strappo” tra le maggiori organizzazioni sindacali. L’”Avviso comune” del gennaio 2009, con cui il governo faceva proprie le posizioni della Confindustria, è stato condiviso soltanto da CISL e UIL, avendo la CGIL mantenuto ferme la sua contrarietà e la sua richiesta di maggiori diritti in tema di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Il punto dolente è dato proprio dal fatto che gran parte delle restrittive indicazioni datoriali presenti nell’”Avviso comune” sono state recepite dal decreto correttivo.

6. La filosofia della controriforma berlusconiana

Il terreno più idoneo su cui misurare la sussistenza o meno di uno scostamento qualitativo tra lo “schema preliminare” e il testo definitivo del decreto correttivo pare quello di individuare le filosofie portanti che li animano. Le differenze, pur di rilievo e sovente anche apprezzabili, che emergono nel decreto a confronto dello “schema” vanno sottoposte a questa “cartina di tornasole”.

Ebbene, il dato che emerge è che il decreto correttivo ha conservato nel suo impianto la filosofia ispiratrice dello “schema”. Filosofia che, a sua volta, mette in scena e in azione una volontà politica retrostante, animata da una progettualità regressiva in tema di diritti sulla sicurezza e salute nei luoghi di lavoro [31].

Si rileva un ribaltamento assiale, di tipo culturale, politico e giuridico: dalla centralità dei diritti dei lavoratori, si trascorre all’intangibilità delle esigenze delle imprese [32]. Ribaltamento che, inoltre, presenta non poche incongruenze nei confronti dei fini dichiarati e perseguiti, in quanto il sistema delle imprese non viene, in questo modo, sollecitato e aiutato ad assumere comportamenti competitivi nel segno della responsabilità [33]. Lavoratori e aziende sono sottoposti a processi sempre più intensi di stress, con una degradazione del benessere organizzativo, il decadimento della qualità del lavoro e, dunque, la compromissione dei risultati attesi.

Il modo migliore per illustrare il funzionamento della filosofia del decreto correttivo è coglierla nel suo concreto intervento sul sistema dei diritti individuali e collettivi dei lavoratori.

Ora, il decreto correttivo:

La filosofia di deregolazione dei diritti che plasma il decreto correttivo, le cui premesse e i cui esiti abbiamo appena tratteggiato, si inserisce in un più generale progetto di destrutturazione del diritto del lavoro. Il governo di centrodestra ha lavorato e sta lavorando in maniera capillare a questo progetto, per lo più con misure frammentarie, “nascoste” in provvedimenti di altra natura e che spaziano dal lavoro sommerso al lavoro precario, dal diritto di sciopero alla sicurezza sul lavoro [34].

Su questo fronte di attacco, la linea più avanzata finora espressa è stato il disegno di legge 1441-quater-B, poi trasformatosi in n. 1167-B. Il Ddl prevede una completa e radicale riscrittura, in senso regressivo, del diritto del lavoro e dei suoi sistemi di tutela, disconoscendo i diritti singoli e collettivi dei lavoratori [35].

In particolare, il disegno di legge persegue l’obiettivo di atomizzare e individualizzare i contratti di lavoro, trasformandoli in una sorta di “accordo certificato” che impegna il lavoratore a rinunciare al ricorso al giudice del lavoro, nell’evenienza di future controversie. Come sottolinea Fulvio Fammoni: «E la certificazione avviene nel momento in cui è più forte la disparità tra datore di lavoro e lavoratore, cioè all’atto dell’assunzione» [36].

Vediamo meglio nel merito. Secondo il disegno di legge in questione, il contratto individuale di lavoro (certificato):

Il 3 marzo 2010, il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge, senza che gli organi di informazione e i mass media, in genere, dessero risalto adeguato alla destrutturazione completa dei diritti e del diritto del lavoro che, così, si introduceva nell’ordinamento, nelle relazioni industriali e nel tessuto democratico del paese. I sindacati si sono, di nuovo, divisi: apertamente favorevole la CISL, moderatamente cauta la UIL, fortemente critica la CGIL che ha espresso attraverso Guglielmo Epifani il suo più vibrato dissenso [38].

Il lavoratore è lasciato alla mercé della legge selvaggia dei rapporti di forza, precipitato in una dinamica contrattuale frantumata e sempre più posta sotto la potestà del soggetto forte: il datore di lavoro; esattamente come governato dal soggetto forte è il sistema della sicurezza sul lavoro. V’è un legame di implicazione diretta tra l’approccio generale al diritto del lavoro e l’approccio settoriale ai diritti in materia di sicurezza e salute: i due si coappartengono e codeterminano. La loro evoluzione salda a livelli progressivamente più avanzati strategie che optano in maniera sistematica per la tutela alle imprese, mortificando il diritto e i diritti e approssimando una sorta di far west postmoderno.

7. Gli infortuni nel mondo secondo l’ILO

L’ILO, nel corso della giornata mondiale sulla sicurezza e salute celebrata il 28 aprile 2009, ha fornito le sue ultime stime sugli infortuni nel mondo.

Secondo queste stime:

A tutt’oggi, all’infuori di queste scarne stime dell’ILO, non disponiamo di dati più precisi.

8. Infortuni e malattie professionali in Europa secondo Eurostat e IDB

Per i dati riguardanti l’Europa disponiamo delle statistiche del 2009 di Eurostat [40]. Anche qui i dati, aggiornati al 2007, non sono dei più confortanti. Vediamoli in una sintetica panoramica.

Nell’Unione Europea, il 32% dei lavoratori (circa 6,9 milioni) ha subito almeno un infortunio sul lavoro e l’8,6% ha dichiarato di soffrire disturbi causati dal lavoro. Preoccupante è il dato che si riferisce ai lavoratori a rischio di salute mentale, costituendo essi ben il 28%. Il 9,6% degli infortuni si è verificato in itinere. Coloro che hanno subito più di un infortunio nel corso de medesimo anno sono 800.000; vale a dire, lo 0,4% del totale.

I paesi con il più elevato tasso di infortunio risultano, nell’ordine: Finlandia (6,3%), Francia (5,4%), Svezia (5,1%) e Danimarca (4,9%). Come hanno fatto rilevare numerosi commentatori, il dato solleva parecchie perplessità, in quanto il fenomeno infortunistico assume proporzioni più elevate nell’UE a 15, nei confronti dell’UE allargata.

A differenza degli infortuni, le malattie professionali colpiscono soprattutto i lavoratori anziani, per il fatto di essere stati esposti ai rischi per un più lungo lasso di tempo. Tra gli uomini, la percentuale che soffre di una malattia professionale nella fascia d’età 15-24 anni è del 2,5%; sale al 12,5% nella fascia 55-64 anni. Un analogo fenomeno è riscontrabile tra le donne: nella fascia di età 15-24 anni, le donne che soffrono di malattie professionali sono il 3,5%; l’11%, invece, nella fascia 55-64 anni.

Le patologie più frequentemente riscontrate sono: i disturbi muscolo scheletrici e di natura psicosomatica. I lavoratori maschi accusano disturbi soprattutto alla zona dorso-lombare (31%), agli arti, superiori (17%) e inferiori (13%). Altrettanto significative sono le cifre che riguardano problemi come stress, ansia e depressione: 13%.

Le malattie professionali colpiscono soprattutto le donne che lavorano nell’agricoltura (13,5%) e gli uomini dell’industria mineraria (13%). Gli altri settori con maggiore incidenza di malattie professionali sono: a) per le donne: i servizi socio-sanitari (9,5%) e la scuola (8,5%); b) per gli uomini: l’agricoltura (10,5%) e i trasporti (7,8%).

Per l’Europa, disponiamo anche dell’archivio “Injuri DataBase”, supportato dalla Commissione Europea, che si riferisce non solo agli infortuni sul lavoro, ma anche a quelli avvenuti negli ambienti di vita. Il rapporto ha raccolto dati relativi al periodo 2005-2007. Dal rapporto emerge che nell’Unione Europea:

Più nel particolare, il rapporto rileva che:

9. I dati INAIL per l’Italia

Per l’Italia, l’INAIL ha reso disponibili i dati non consolidati che riguardano il primo semestre del 2009 [42]. Vediamoli.

Nel primo semestre del 2009, gli infortuni sono stati 397.980, rispetto ai 444.958 2008, con un calo del 10,6%. Gli infortuni mortali sono stati 490, rispetto ai 558 del 2008, con un calo del 12, 2%.

Scorporando il dato e comparando i primi semestri del 2008 e del 2009, la situazione relativa agli infortuni è stata la seguente.

Primo semestre 2008

Gli infortuni al lavoro sono stati 395.661, così ripartiti: industria, servizi, agricoltura ecc.: 369.732; circolazione stradale: 25.929.

Gli infortuni in itinere sono stati 49.297.

In complesso abbiamo avuto 444.958 infortuni.

Primo semestre 2009

Gli infortuni al lavoro sono stati: 351.552 (-11,1%), così ripartiti: industria, servizi, agricoltura ecc.: 327.577 (-11,4%); circolazione stradale: 23.975 (-7,5%).

Gli infortuni in itinere sono stati 46.428 (-5,8%):

In complesso abbiamo avuto 397.980 infortuni (-10,6%).

La situazione relativa, invece, ai casi mortali è stata la seguente:

Primo semestre 2008

Gli infortuni mortali al lavoro sono stati 427, così ripartiti: industria, servizi, agricoltura ecc.: 251; circolazione stradale: 176.

Gli infortuni mortali in itinere sono stati 131.

In complesso gli infortuni mortali sono stati 558.

Primo semestre 2009

Gli infortuni mortali al lavoro sono stati 371 (-13,1%), così ripartiti: industria, servizi, agricoltura ecc.: 231 (-8,0%); circolazione stradale: 140 (-20,5%).

Gli infortuni mortali in itinere sono stati 119 (-9,2%).

In complesso gli infortuni mortali sono stati 490 (-12,2%).

Comparando l’andamento infortunistico tra uomini e donne, abbiamo il seguente profilo:

Primo semestre 2008

Gli uomini hanno subito 319.102 infortuni, di cui 514 mortali. Le donne 125.856, di cui mortali 44.

Primo semestre 2009

Gli uomini hanno subito 274.778 (-13,9%) infortuni, di cui mortali 454 (-11,7%). Le donne 123.202 (-2,1%), di cui mortali 36 (-18,2%).

Andando a esaminare l’andamento infortunistico a livello territoriale, si hanno i seguenti dati.

Primo semestre 2008

Nel Nord-Ovest si sono verificati 128.610 infortuni, di cui mortali 149. Nel Nord-Est 144.166, di cui mortali 129. Nel Centro 88.586, di cui mortali 98. Nel Mezzogiorno 83.596, di cui mortali 182.

Primo semestre 2009

Nel Nord-Ovest si sono verificati 116.911 infortuni (-9,1%), di cui mortali 120 (-19,5%). Nel Nord-Est 123.598 (-14,3%), di cui mortali 102 (-20,9). Nel Centro 80.447 (-9,2%), di cui mortali: 107 (+9,2%). Nel Mezzogiorno 77.024 (-7,9%), di cui mortali 161 (-11,5%).

L’INAIL ha avvertito che la significativa flessione degli infortuni va posta in relazione alla crisi economica e alla conseguente decrescita occupazionale e delle ore lavorate. Il quadro critico è ricostruibile attraverso i dati forniti dallo stesso istituto attraverso il quadro fornito dallo stesso istituto.

Nel primo semestre del 2009 si è verificata la seguente caduta occupazionale per settori di attività: agricoltura -2,1%; industria in senso stretto -2,8%; costruzioni - 0,2%; servizi -0,8%. In totale la caduta occupazionale si è attestata al -1,2%.

Le ore lavorate per dipendente nelle grandi imprese hanno avuto questo calo: industria -3,1%; servizi -1,0%.

La produzione industriale per tipo di bene ha conosciuto la seguente flessione: beni intermedi -29,8%; beni strumentali -24,3%; energia -11,7%; beni di consumo - 9,8%.

La produzione industriale per tipo di attività, infine, è andata così decrescendo: estrattiva -17,5%; manifatturiera -22,1%.

In gran parte, dunque, il decalare della dinamica infortunistica è da collegare con gli effetti recessivi della crisi che hanno indotto espulsione e decrescente impiego della forza lavoro e una contrazione dell’uso degli impianti produttivi (Brusco, 2009; Bucciarelli, 2009 a, 2009 b; Salvati, 2009).

10. L’insicurezza al lavoro: il caso del lavoro atipico

Nell’ultimo decennio, la crescita dell’impiego del lavoro atipico da parte delle imprese italiane è stata continua [43]. Il lavoro con contratto di somministrazione di manodopera a tempo determinato è diventata una forma di impiego largamente diffusa, soprattutto per le donne e le giovani generazioni [44].

I dati dell’ultimo trimestre del 2009 lo dimostrano in maniera esemplare: pur a fronte della caduta occupazionale indotta dalla crisi globale, l’impiego medio dei lavoratori atipici è stato di 220.000 unità medie mensili, con un incremento del 5% rispetto al trimestre precedente e una ripresa occupazionale dell’8% circa, nei confronti del primo semestre [45]. Ormai, pare chiaramente affermatosi l’orientamento delle imprese italiane di rivolgersi in maniera preferenziale al lavoro atipico per gestire il loro fabbisogno di forza lavoro.

Ora, la dilatazione del lavoro atipico ha comportato tre fenomeni strettamente correlati tra di loro: a) l’estensione dei tradizionali processi di esclusione sociale; b) la comparsa di nuove forme di esclusione sociale; c) la maggiore vulnerabilità dei lavoratori atipici nel sottosistema della sicurezza sul lavoro [46].

Già nel 2006, emergeva che i lavoratori con rapporto di lavoro parasubordinato e interinale avevano subito un’impennata di infortuni, a confronto dell’anno precedente (+19%), non riscontrata in alcun altra tipologia di lavoro e in alcun settore produttivo [47]. Eppure, la problematica infortunistica per i lavori atipici è stata finora scarsamente indagata. L’ultima ricerca significativa risale al 2003 ed è stata condotta da EURISPES e ISPESL [48].

La mobilità e dinamicità del mercato del lavoro italiano di quest’ultimo decennio si sono imperniate sul lavoro atipico che ha significato precarietà dei diritti e delle stesse condizioni di vita. Un mercato del lavoro mobile non riusciva a garantire la mobilità e la tenuta dei progetti di vita di quei soggetti che, di volta in volta, attraeva ed espelleva dai suoi circuiti. I movimenti di occupabilità e occupazione, così cristallizzatisi, hanno insediato nuove forme di esclusione sociale, per effetto delle quali nemmeno più coloro che riuscivano a trovare collocazione lavorativa godevano di una vita dignitosa e di un futuro sottratto alle spirali dell’incertezza. Lo stesso grande aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro è risultato immiserito da queste dinamiche escludenti: lo spazio aperto alle donne è stato in prevalenza assettato su forme di lavoro non standard, caratterizzate da un minor grado di tutela e sicurezza e da redditi nettamente più bassi a confronto di quelli maschili.

11. Lavoro incerto eguale a insicurezza certa

Se assieme alle condizioni di lavoro finiscono col diventare incerte anche le condizioni di vita, diventa agevole comprendere come i lavoratori atipici rimangano vittime di infortuni, malattie professionali e incidenti mortali molto più dei lavoratori stabili e a tempo indeterminato. Una ricerca condotta da EURISPES e ISPESL nel lontano 2003 ha evidenziato che il tasso di mortalità e di infortunio tra i lavoratori precari è almeno due, tre volte superiore rispetto a quello dei lavoratori subordinati [49]. La tendenza, come abbiamo visto, è stata rilevata anche dall’INAIL nel suo rapporto annuale del 2007.

Perché accade tutto ciò? Rispondere è semplice: ai lavoratori non stabilizzati vengono tendenzialmente assegnati compiti pericolosi e mansioni rischiose, in ambienti di lavoro insalubri o, comunque, gravosi che, in virtù di un rapporto di forza più favorevole, i lavoratori a tempo indeterminato rifiuterebbero. Va tenuto conto, inoltre, che la natura contrattuale individualizzata del lavoro atipico lo rende, non di rado, sprovvisto delle adeguate tutele sindacali e coperture contrattuali. Un contesto siffatto getta i lavoratori atipici in una situazione di forte ricattabilità e soggezione psicologica nei confronti dei datori di lavoro e del management aziendale. Non meraviglia, quindi, che il rischio infortunistico dei lavoratori atipici sia legato proprio ai fattori di stress psicologico che permeano l’ambiente lavorativo in cui sono calati e le modalità lavorative a cui vengono applicati.

Se procediamo a una scomposizione analitica delle più ricorrenti forme di lavoro atipico, potremo individuare meglio i fattori psicosociali che sono alla base dell’elevato rischio infortunistico che pesa su di loro:

La modularizzazione dei processi produttivi parcelizza i lavoratori in unità elementari sottoposte a un potere discrezionale sempre più incombente e invasivo. In queste condizioni, il rischio da lavoro non è sufficientemente consapevolizzato, oppure è passivamente subito a causa di un rapporto di forza estremamente sfavorevole. In un regime in cui identità professionale e stabilità occupazionale sono provvisorie l’unica cosa certa è il rischio: per gli atipici, lavorare, anzi, diventa sempre più rischioso. Se il lavoro standard diventa sempre più pericoloso, figuriamoci quello atipico! A lavoro precario non può che corrispondere insicurezza stabile.

La dimensione incerta del lavoro atipico ha per contraltare la certezza dell’insicurezza: più incerto è il lavoro e più certo è il rischio sul lavoro. Il lavoro atipico, nel contrarre diritti e spazi di libertà, funge da volano che redistribuisce rischi in maniera asimmetrica, amplificandoli nelle zone dove minima è la protezione sociale.

Negli ultimi anni, ricerche scientifiche hanno dimostrato che l’incertezza lavorativa è un determinate della precarietà psicologia e della precarietà della salute in generale [51]. Gli indici di salute peggiorano in base al deterioramento della vita sociale e della qualità della vita relazionale, con il progressivo scemarsi del diritto al futuro. Dove più bassa è la soglia di aspettativa del futuro, là più problematico si fa il senso della progettazione esistenziale. L’autonomia economica e la stabilità occupativa, da questo angolo di osservazione, rappresentano dei vettori fondamentali per l’innalzamento della qualità del lavoro e della vita. La disoccupazione e la precarietà occupazionale, al contrario, fanno aumentare la morbosità cronica [52]. La geografia dei determinanti della salute sociale è anche funzione dei determinanti del lavoro; ma se sono precari i secondi, sarà precaria la prima.

La deprivazione lavorativa non è soltanto un momento qualificativo della deprivazione economica e sociale; ma anche un’aggressione al diritto alla vita, fuori e dentro i processi lavorativi. Il lavoro precario è meno sicuro del lavoro standard. E questo è ovvio. Ma, nel tempo, contribuisce a rendere più insicuro lo stesso lavoro standard, a cui trasferisce progressivamente i suoi habitat e le sue modalità. A sua volta, l’insicurezza lavorativa è un’articolazione dell’insicurezza sociale. Dove è basso l’indice della sicurezza sociale, è alta l’insicurezza sul lavoro. Il lavoro atipico è una delle cerniere che aprono e chiudono questo circuito perverso.

La dimensione individuale del lavoro atipico, da potenziale premessa di libertà e creatività, si converte in una catena, poiché nel contesto dato indebolisce soggetti, processi e percorsi. I soggetti al lavoro e il lavoro dei soggetti, precarizzati in egual misura, sono abbandonati all’imperio selvaggio della deregolazione. La morte dei diritti è l’anticipo delle morti sul lavoro.

12. Percezione del rischio, confini e conflitti morali

Un’indagine sulla percezione del rischio condotta dall’ISTAT in collaborazione con l’INAIL (che ha messo a disposizione i dati statistico-attuariali), ha presentato notevoli elementi di originalità [53]. Essa rispondeva al dettato comunitario di commisurare l’esposizione ai fattori di rischio alla loro percezione soggettiva (“strategia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro”). Soprattutto per l’INAIL, la metodica dell’indagine e le sue finalizzazioni hanno rappresentato una novità assoluta, essendo l’istituto “abituato” a procedere per classificazioni oggettive.

L’indagine è stata svolta nel secondo semestre del 2007, attraverso la somministrazione di un questionario nel quale i fattori di rischio erano suddivisi in due categorie fondamentali: fisici e psicologici. A loro volta, le due categorie spaziavano su quattro aree:

Tra i fattori rischio in grado di compromettere l’equilibrio psicologico, l’indagine ha tenuto particolarmente in considerazione il carico di lavoro eccessivo, i fenomeni di prepotenza e discriminazione, le minacce o le violenze fisiche.

Secondo l’indagine, oltre 10 milioni di occupati (il 40%) percepiscono nello svolgimento del loro attività lavorativa l’esposizione ad almeno un fattore di rischio. Di questi 10 milioni più dell’80% avverte che i fattori di rischio possono compromettere la salute fisica, mentre il 40% avverte la presenza di fattori di rischio in grado di compromettere l’equilibrio psicologico.

I fattori di rischio fisico sono avvertiti in prevalenza dagli uomini: il 44%; meno dalle donne: il 26,7%. Donne e uomini si attestano, invece, sui medesimi valori, per quel che riguarda i fattori di rischio di natura psicologica: 17,4%.

Sia per i fattori rischio fisici, sia per i fattori di rischio psicologico la quota più elevata si colloca al Centro. Ma vediamo più articolatamente il quadro:

Nord

I maschi che dichiarano un’esposizione ai fattori di rischio fisico sono il 42,5%. Le donne rappresentano, invece, il 25,4%. Il valore comprensivo dei due sessi è, quindi, del 35,4%.

Per quel che concerne l’esposizione ai fattori di rischio psicologico, i maschi la dichiarano nel 16,3% dei casi e le donne nel 16,5%, per un totale complessivo del 16,4%.

Centro

I maschi che dichiarano un’esposizione ai fattori di rischio fisico sono il 48,1%. Le donne rappresentano, invece, il 31,3%. Il valore comprensivo dei due sessi è, quindi, del 41%.

Per quel che concerne l’esposizione ai fattori di rischio psicologico, i maschi la dichiarano nel 20,9% dei casi e le donne nel 19,8%, per un totale complessivo del 20,5%.

Mezzogiorno

I maschi che dichiarano un’esposizione ai fattori di rischio fisico sono il 44,8%. Le donne rappresentano, invece, il 25,2%. Il valore comprensivo dei due sessi è, quindi, del 38,3%.

Per quel che concerne l’esposizione ai fattori di rischio psicologico, i maschi la dichiarano nel 17,8% dei casi e le donne nel 15,3%, per un totale complessivo del 17%.

In tutte le aree territoriali, le classi di età maggiormente esposte risultano quelle centrali (35-44 e 45-54 anni), sia per i rischi fisici, sia per quelli psicologici.

L’indagine rileva un altro dato interessante: se per i rischi di natura psicologica si manifesta una sostanziale parità tra i sessi in tutte le classi di età, per quelli di natura fisica, invece, si evidenziano sostanziali differenze tra i più giovani, con valori più pronunciati tra i maschi.

I lavoratori stranieri avvertano, più di quelli italiani, il peso dei rischi che causano danni alla salute fisica: 46,7% contro 36,7%. Più lieve è il divario a riguardo di rischi psicologici: 19,1% contro 17,3%.

Andando a scomporre il dato, in ragione delle mansioni svolte emerge che i fattori di rischio per la salute fisica espongono maggiormente gli operai: 42,2%; mentre i fattori di rischio psicologici espongono maggiormente i dirigenti: 26,4%. Le maggiori concentrazioni dei fattori di rischio per la salute fisica si registrano nei settori delle costruzione (63,4%), dell’agricoltura (54,3%), dei trasporti (48,3%), della sanità (45,5%) e delle attività manifatturiere (44,7%). Le maggiori concentrazioni dei fattori psicologici si hanno, invece, nei settori della sanità (26%), dei trasporti (24,6%) e della pubblica amministrazione (23%).

La percezione dell’esposizione a sostanze chimiche (polveri, gas, esalazioni, fumi ecc.) e a rumori o vibrazioni riguarda rispettivamente il il 16% e il 14,6% degli occupati. I maschi sono maggiormente interessati, con una differenza percentuale rispetto alle donne nell’ordine del 10%.

La percezione dei rischi psicologici si concentra maggiormente sul carico di lavoro eccessivo che raggiunge il valore del 14,5%. Le manifestazioni di a) prepotenza e discriminazione e b) quelle di aggressione e violenza fisica sono percepite meno come pericolo, attestandosi rispettivamente al 4,6% e 1,6%, che rimangono, comunque, percentuali elevate. Le donne, ovviamente, risultano essere maggiormente esposte degli uomini a questo tipo di pericolo: 5,4% contro il 4,1%.

Oltre la metà degli intervistati ha dichiarato di soffrire un problema osseo, articolare o muscolare. Lo stress, la depressione e l’ansietà sono chiamati in causa dal 16,2% degli intervistati. Il 9,9% ha segnalato problemi respiratori, il 5,6% cardiovascolari, il 4,2% di udito, il 3,7% alla vista. Infine, il 9,2% ha dichiarato di aver patito un problema di salute non contemplata dal questionario somministrato, tra questi i più ricorrenti risultano mal di testa, infezioni d virus o batteri e problemi cutanei.

13. Le nuove costellazioni etiche della cura

I risultati dell’indagine dell’ISTAT e dell’INAIL convincono, ancora di più, della necessità imprescindibile di assegnare un ruolo centrale alla percezione soggettiva del rischio: un rischio non percepito è, difatti, un rischio che non esiste. La presunzione di inesistenza si traduce qui in morti, infortuni e malattie professionali, facilmente evitabili con azioni preventive di sensibilizzazione e mobilitazione. E non ci troviamo di fronte a effetti perversi, in quanto essi sono perfettamente in linea con le falle di sistema della sicurezza del lavoro in Italia.

Dare impulso alla percezione del rischio significa partire dai soggetti che lavorano, dai lavori effettivi e dagli ambienti lavorativi reali. La conseguenza immediata è quella di ripensare la valutazione dei rischi: non può essere ridotta a una serie di procedure tecniche standardizzate e di adempimenti puramente formali.

Occorre ripartire dagli uomini e dalle donne che lavorano: sono loro che conoscono meglio di chiunque altro l’ambiente di lavoro e nessuno più di loro ne patisce il carico. Nessuno più di loro, inoltre, è portatore di saperi pratici e conoscenze tecniche che, se adeguatamente affinati e valorizzati, possono fungere come fattore antirischio di prim’ordine. Ecco che, quindi, trovano ulteriori e decisivi puntelli gli approcci partecipativi alla valutazione dei rischi e lo stesso paradigma della valutazione dei rischi autogestita acquisisce una nuova pregnanza.

Si tratta di valicare persistenti confini culturali, sociali e politici. Si tratta anche di superare stereotipi epistemologici. Detto ancora meglio: è necessario spogliare la scienza e la tecnica del loro (presunto) manto di impersonalità e neutralità, per ricondurle all’intimo contatto con l’umanità. Occorre, cioè, riportare l’etica nei luoghi di lavoro e nelle relazioni che li impregnano, abbattendo i confini amorali che li marchiano. Solo così si può impedire che le tecniche trionfino. Il trionfo della tecnica segna, sempre e comunque, la sconfitta dell’umanità: nel caso della sicurezza sul lavoro, la sconfitta significa morte.

In un territorio minato come quello della sicurezza sul lavoro, gli squilibri di potere e le asimmetrie dei diritti giocano un ruolo decisivo nella formazione di pregiudizi culturali, stereotipi scientifici, cinismi politici e opinioni morali ristrette, sbilanciati verso il potere e chi lo detiene [54]. Dire: “a che serve percepire il rischio?”, è qualche cosa che si spinge molto più in là del detto: “per quale motivo prevenire, se i morti sul lavoro sono inevitabili?”.

Validare la percezione del rischio ha il senso di spostare in avanti i confini morali della cura: spinge la cura oltre gli orizzonti palliativi e, nel contempo, la fa regredire al momento primo in cui l’infortunio e la malattia non solo non si sono verificati, ma soprattutto sono ancora meno di un potenziale rischio con cui fare i conti. L’etica della cura non si rivolge qui solo a chi già soffre; ma si va lanciando verso l’anticipo della sofferenza. Curare, allora, significa percepire il dolore prima del dolore, per averne un contatto più intimo. L’etica della cura qui non solo riabilita; ma abilita. Senza perdere le sue funzioni riabilitative, volge al meglio le potenzialità abilitative delle conoscenze umane e dei saperi tecnici.

Potremmo dire: la valorizzazione morale della cura ha funzioni sia abilitative che riabilitative, ma dipana il suo gioco segnando il primato delle prime sulle seconde. Più l’abilitazione si consolida, più la riabilitazione è resa momento secondario. Quando questa fenomenologia possibile diverrà evento diffuso, le disparità di potere, il cinismo politico, l’indifferenza morale e la disamoralità saranno aggrediti e sconfitti nei loro gangli vitali. Non solo e non tanto dall’alto di un’operazione illuminata, ma dal basso di eventi di partecipazione sociale e politica e di corresponsabilità etica, in cui la condivisione delle risorse e delle scelte è posta al centro dei processi decisionali e relazionali.

Ciò implica, già oggi, un salto di qualità che, prima di tutto, è di carattere etico e coinvolge le radici e gli orizzonti dell’etica della cura. Come dice Joan Tronto, la cura è un’attività che «include tutto ciò che facciamo per mantenere, continuare e riparare il nostro “mondo” in modo da poterci vivere nel modo migliore possibile»[55]. Prendersi cura dell’altro è, nel contempo, ricevere cura: abilitare insieme le proprie facoltà morali verso la salute fisica, mentale e psicologica del mondo e dei singoli.

Quanto l’apertura di questi nuovi orizzonti morali sia indispensabile in quella trincea che è diventata la sicurezza sul lavoro è sin troppo agevole arguirlo. Ancora prima di disabilitare handicap e riabilitare vite offese o mutilate, si tratta di disabilitare il disamore crescente che circonda gli esseri umani nei microcosmi in cui vivono, lavorano e comunicano. I morti, gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali sono, prima di ogni altra cosa, il prodotto coerente di questo disamore.

14. La maledizione antica dell’Eternit

Ricorda Nicola Pondrano, segretario della Camera del lavoro di Casale Monferrato ed ex operaio: «La prima cosa che mi fece prendere coscienza del problema amianto in Eternit fu vedere due-tre volte a settimana, in fabbrica, manifesti da morto. E io che ero giovane mi chiedevo: ma come mai qua dentro si muore così, a 50-52 anni? Mi venne detto: la polvere» [56].

A Casale l’amianto l'hanno respirato tutti, non solo gli operai, perché si usava per le coperture dei tetti delle case e molto altro ancora. Dice Luisa Minazzi, una cittadina colpita dalla malattia: «Nel mio cortile l'hanno utilizzato come asfalto. Mi ricordo che c'erano mucchi di amianto e noi bambini giocavamo lì come fosse sabbia» [57]. Ricorda Franco, un altro ex operaio: «Lo stendevano, lo bagnavano, passavano il rullo a mano e poi seminavano il riso, il grano» [58].

La Germania ha riconosciuto la cancerogenità dell'amianto fin dal 1943. In Italia, si è dovuto aspettare il 1992, dopo anni di battaglie sindacali. La prima malattia professionale amianto-correlata riconosciuta dall'Inail è stata l'asbestosi; nel 1994, lo sono diventate anche il mesotelioma e il carcinoma polmonare.

Le fabbriche Eternit di Cavagnolo, Bagnoli, Rubiera e Casale Monferrato sono state chiuse nel 1986; ma la loro chiusura non ha eliminato il problema dell’amianto. Secondo il parere unanime degli esperti, la mortalità per amianto è dovuta a tumori con 30 anni di latenza e, quindi raggiungerà il suo apice nel 2020. Ha osservato Bruno Pesce, coordinatore del comitato vertenza amianto: « Abbiamo 50 mesoteliomi all'anno. L'80% riguarda la popolazione in generale».

Secondo Legambiente, in Italia, sono 75.000 gli ettari di terreno contaminati dall’amianto [59].

A Casale Monferrato la fabbrica è stata bonificata, ma i problemi permangono in misura più grave rispetto al territorio circostante. Ha spiegato Riccardo Coppo, ex sindaco che nel 1986 mise al bando l’amianto per tutto il territorio comunale: «Il polverino sovente è nascosto o interrato o nei sottotetti e quindi emerge poco alla volta [...] Non si sa con esattezza quante superfici contaminate siano ancora presenti perché emergono col tempo. Oggi in città c'è una coscienza molto cresciuta, i cittadini collaborano molto e segnalano. Il Comune è punto di riferimento e interviene, secondo le graduatorie, a mano a mano che ha risorse» [60].

Al processo contro l’Eternit hanno assicurato la loro partecipazione avvocati europei che, nei rispettivi paesi, avevano già promosso azioni legali. Nell'intera Unione Europea, il 10 dicembre, è stata organizzata una mobilitazione globale. E’ nata la rete "Eternit in collera", costituita dall'arcipelago delle realtà comunitarie dove le fabbriche d'amianto sono state attive o lo sono tutt'ora. Ha detto Bruno Pesce: «La ricchezza prodotta non può essere al di sopra del valore della vita [...] Si parla tutti i giorni della necessità di difendere la vita, ma quando è la vita dei lavoratori è ancora vita?» [61].

Astolfo Di Amato, uno degli avvocati di Ernest Schmidheiny, ha perentoriamente affermato: «Il mio assistito ha seguito una logica di tutela, non di profitto. Oggi c'è un processo sommario che individua dei mostri senza andare per il sottile. Quando Ernest Schmidheiny è arrivato alla direzione Eternit non ha percepito un centesimo di utili e ha investito 55 miliardi di lire in sicurezza, che alla metà degli anni Settanta erano una cifra enorme» [62].

15. Il processo Eternit

Il 10 dicembre 2009 è iniziato a Torino il processo Eternit, con oltre 2.800 parti offese. Mai in Europa si era svolto un processo penale così imponente, con ben 200 mila atti di pagine raccolti dal procuratore Raffaele Guariniello e dai sostituti Sara Panelli e Gianfranco Colace, contro il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, 62 anni, e il nobile belga Jean Louis Marie Ghislain De Cartier, 88 anni. I due sono stati accusati di disastro doloso e rimozione volontaria di cautele antinfortunistiche e, inoltre, ritenuti responsabili di aver causato 2.889 lavoratori morti per esposizione all’amianto, dal 1983 al 2009 [63].

Il processo ha suscitato l’interesse della stampa internazionale che ne ha seguito le tappe con attenzione, fin dall’inizio. In particolare, l'avvio del processo è stato oggetto dell'apertura di prima pagina de “La Libre Belgique”, uno dei maggiori quotidiani francofoni belgi, con il seguente titolo: «L'Italia avvia il processo dell'amianto». E l’articolo così continuava: «Questo giovedì inizia in Italia il più grande processo organizzato sull'amianto [...] Un ex dirigente belga di Eternit sarà processato [...] Il processo durerà senza dubbio anni, ma, prima ancora del suo inizio, è qualificato come storico. Mai così potenti dirigenti d'azienda internazionali sono stati posti di fronte alle loro responsabilità. Il processo potrà fortemente modificare in futuro il peso della responsabilità degli industriali in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro».

Per la prima volta, difatti, sono stati chiamati a rispondere delle contestazioni direttamente i vertici della multinazionale, i quali avevano gestito anche i quattro stabilimenti italiani di Casale Monferrato, Rubiera, Cavagnolo e Bagnoli.

Oltre 2.000 persone, la mattina del 10 dicembre, sono arrivate per assistere alla prima udienza del processo. Sono giunte in pullman e in treno dall’Italia e da tutta Europa. C’erano i minatori francesi giunti dalla Borgogna, con il casco in testa e un k-way arancione. C’erano i rappresentanti dell’associazione elvetica vittime dell’amianto. C’erano gli italiani con la bandiera tricolore sulle spalle e con attaccato sul petto l’adesivo giallo: “Eternit: giustizia!”

In una nota letta in aula da un dei suoi legali, Louis de Cartier, assente e per questo ritenuto contumace assieme all’altro imputato, ha dichiarato: «Pur consapevole dell'estraneità alle accuse, Louis de Cartier è sinceramente dispiaciuto per le vittime [...] all'epoca l'amianto era utilizzato da numerose industrie e aveva varie applicazioni civili e molte persone potrebbero essere state esposte. Ma i rischi per la salute erano, allora, non sufficientemente conosciuti e generalmente di difficile individuazione». Per parte sua, il procuratore Guariniello ha osservato: «Sarà un processo molto lungo, speriamo sia un processo giusto, ci sono tutte le premesse. Ci sono grandi giudici, grandi avvocati, speriamo di essere anche noi all'altezza». L’udienza, come quelle successiva del 25 gennaio 2010 del 26 febbraio e dell’1 marzo, è stata dedicata alle questioni preliminari.

16. Oltre il processo Eternit

Giova ricordare che l’amianto è risultata la più aggressiva sostanza cancerogena del Novecento. Una sola fibra di amianto, 1.300 volte più sottile di un capello, penetrando nei polmoni, può essere causa di tumori terribili, come quello della pleura che da solo provoca circa 1.000 morti l’anno.

Il dramma più grande è che gli effetti letali dell’esposizione all’amianto si manifestano a distanza di decenni. Le morti per amianto che stanno avvenendo in questi anni si devono all’esposizione avvenuta fra gli anni Sessanta e Settanta, per cui il numero reale delle vittime sta iniziando a emergere solo ora.

L’amianto è fuori legge in Italia dal 1992; ma è stato intensivamente impiegato fino a tutti gli anni Ottanta. La miscela utilizzata era fibrocemento con amianto-eternit (vedi Le Parole chiavi) ed è stata usata per coibentare edifici, tetti, navi e treni. Inoltre, ha trovato largo impiego anche per la produzione di materiale per l’edilizia: tegole, pavimenti, tubazioni, vernici, canne fumarie. La miscela è stata, infine, impiegata anche per confezionare le tute dei vigili del fuoco, per componenti automobilistiche (vernici e parti meccaniche) e per la fabbricazione di corde, plastica e cartoni.

La lotta contro l’amianto ha cominciato a prendere consistenza negli anni Settanta. Molto è stato fatto, ma il più rimane ancora da fare, in quanto a risultati generalizzati, riconoscimenti istituzionali e comportamenti datoriali. Intorno al tema, proprio in questi ultimi trent’anni, è cresciuta la solidarietà dell’opinione pubblica [64]. Il fatto che si sia riusciti ad arrivare a processare i responsabili della multinazionale Eternit si inserisce in questo clima generale di solidarietà sociale crescente. Ha osservato Nicola Pondrano: «Ci auguriamo che il processo possa concludersi positivamente, per dare un contributo mondiale contro l’amianto, oltre che per rilanciare il dibattito in Italia. I più grandi produttori di amianto sono paesi come la Cina e l’India, realtà economiche destinate a crescere e a conquistare fette di mercato sempre maggiori. Occorre dare segnali forti a favore della salute a favore della salute e della sicurezza ambientali. Da questo punto di vista il processo Eternit potrebbe rappresentare un messaggio globale di primaria importanza, andando ben al di là della questione legata al risarcimento delle vittime» [65].

Il problema dell’esposizione all’amianto non riguarda soltanto i lavoratori direttamente implicati, ma i cittadini coinvolti nella esposizione ambientale all’amianto. Rileva ancora Pondrano: «La vera questione riguarda il mancato sostegno a favore dei cittadini che si sono ammalati per esposizione ambientale. Sono persone che non possiedono nulla, donne che in molti casi l’unica forma di sostentamento dopo la morte del coniuge per malattia professionale correlata all’amianto. Ormai coloro che lavoravano a contatto con questa fibra sono quasi tutti morti. Il 75% dei malati attuali è costituito da cittadini che non hanno mai messo piede in fabbrica» [66].

Gli imprenditori, come pure Louis De Cartier al processo iniziato a Torino a dicembre 2009, si sono difesi, sostenendo sempre che, allorché fu dato inizio al suo uso di massa, l’amianto non era classificato come una sostanza cancerogena. Ma ciò non risponde al vero, come ha precisato Pondrano: «La tossicità dell’amianto era nota, perché la comunità scientifica aveva studiato la correlazione tra l’esposizione alla fibra e lo sviluppo di determinate forme tumorali, almeno dagli anni Sessanta. Gli industriali sapevano più di tutti che l’amianto era nocivo, e avrebbero potuto mettere in atto misure per difendere la salute dei lavoratori. Ma non lo hanno fatto» [67].

Dal 1993 al 2004, il Registro nazionale dei tumori ha censito 9.000 casi di mesotelioma pleurico, principalmente per esposizione professionale a sostanze nocive e l’Italia è stato il secondo paese per produzione di amianto in Europa, dal 1946 al 1992 [68]. Ricordiamo che il 1992 è stato l’anno in cui l’Italia, con la legge n. 257, ha dichiarato illegale l’estrazione, la lavorazione e la commercializzazione dell’amianto. Ciò nonostante l’amianto rimane ancora un “caso nazionale”, per i ritardi, le inefficienze e la carenza dei fondi con cui le istituzioni hanno approntato le operazioni di smaltimento e bonifica e per i forti interessi della criminalità organizzata [69].

Lo smaltimento e la bonifica sono i nodi fondamentali del problema, per evitare in futuro l’esposizione ambientale all’amianto. Il ruolo giocato in questa direzione dalle nuove tecnologie potrebbe essere decisivo. Si vanno sperimentando primi interventi interessanti di inertizzazione del territorio, con trattamenti termici ad hoc che risolverebbero alla radice il problema. Un esperimento del genere è stato già fatto in Sardegna, in una discarica abusiva di Arborea e anche la Regione Lombardia sta valutando la realizzazione di un impianto di inertizzazione [70].

Ma non si tratta soltanto di buon uso delle migliori tecnologie. Sul tappeto è anche la qualità dell’iniziativa politica e della partecipazione democratica. Appare fondamentale che il processo di bonifica del territorio coinvolga i cittadini, affinché possa trasformarsi in un processo di condivisione delle scelte, intorno al bene comune rappresentato dal territorio. Il percorso che possiamo qui approssimare e augurarci è il seguente: dal processo Eternit alla liberazione dall’amianto.


(rielaborato a febbraio 2015)
Note

[1] Sheldon M. Ross, Probabilità e statistica per l’ingegneria e le scienze , Milano, Apogeo, 2003.

[2] Fabiana Alias, Il coinvolgimento dei lavoratori nel quadro comunitario, “Dossier Adapt”, n. 17, in www.adapt.it, 16 ottobre 2009; Id., L’impatto delle direttive sui modelli partecipativi italiani, in particolare la direttiva n. 2002/14/CE, “Dossier Adapt”, n. 17, in www.adapt.it, 16 ottobre 2009; Alias Fabiana e Caragnano Roberta, Partecipazione: passato, presente, futuro. Le ragioni di una regolamentazione, “Dossier Adapt”, n. 17, in www.adapt.it, 16 ottobre 2009; Id., La partecipazione: inquadramento teorico , “Dossier Adapt”, n. 17, in www.adapt.it, 16 ottobre 2009.

[3] Alias, Il coinvolgimento dei lavoratori nel quadro comunitario, cit.

[4] Ibidem.

[5] Roberta Caragnano, La partecipazione dei lavoratori: prima analisi delle recenti proposte di legge , “Working Paper Adapt”, n. 86, in www.adapt.it, 27 maggio 2009.

[6] AA.VV., La “valutazione dei rischi” fatta dai lavoratori , “Quaderni 2087”, Roma, Edit Coop, 2009.

[7] ASL Firenze, Programmare e valutare le attività dei servizi di prevenzione nei luoghi di lavoro delle ASL. Documento di consenso, in www.puntosicuro.info, 12 novembre 2009; Paola Oreste e Massimo Bruzzone, Esperienze a livello di ufficio operativo di individuazione partecipata delle priorità, in www.puntosicuro.it, 14-15 ottobre 2009.

[8] ILO, Economic Security for a better World, in www.ilo.org, settembre 2004; Adalberto Perulli e Antoine Lyon-Caen (a cura di), Efficacia e diritto del lavoro, Milano, Wolters Kluwer Italia.

[9] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, Preventing risks to young workers: policy, programmes and workplace practices, in http://osha.europa.eu , 2009; Id., buone pratiche nella prevenzioni dei rischi per i giovani lavoratori, in htttp://it.osha.europa.eu, "Factsheets", n. 83/2008.

[10] AIFOS, Rapporto Aifos 2009 sulla salute e negli ambienti di vita e di lavoro. La formazione per la sicurezza sul lavoro: cosa ne pensano i lavoratori, in www.aifos.it , 2009.

[11] Ibidem.

[12] Ibidem.

[13] Ibidem.

[14] Ibidem.

[15] Ibidem.

[16] Giorgio Tremel, Formazione, per cambiare i comportamenti , “2087 - Formazione e informazione per la sicurezza sul lavoro”, n. 2, marzo 2009.

[17] Agenzia per la sicurezza e la salute sul lavoro, Evaluation, élimination et réduction significative des risques professionnels. Résumé d’un rapport de l’Agence , “Factsheets”, in http://osha.europa.eu, n. 85/2009; Id., Assessment, elimination and substantial reduction of occupational risks, in http://osha.europa.eu, 2009.

[18] AA.VV, Il testo unico della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro nell’ottica del cambiamento dei modelli di produzione e organizzazione del lavoro , in www.adapt.it, Centro Studi Marco Biagi, Modena, 2009.

[19] AA.VV., La “valutazione dei rischi” fatta dai lavoratori, cit.

[20] Ibidem.

[21] Paola Agnello Modica, Le chiamano “correzioni”, ma è una controriforma , “Rassegna Sindacale”, n. 15, 16-22 aprile 2009.

[22] Ibidem.

[23] Marco Lai, Una lettura giuslavorista. Non si possono avere “costi cinesi e sicurezza scandinava” , “2087 - Formazione e informazione per la sicurezza sul lavoro”, n. 8/9, dicembre 2009.

[24] Pierluigi Gatti, Le modifiche al Titolo I - Norme generali , “Io scelgo la sicurezza”, Newsletter n. 4, in www.regione.piemonte.it/sanita/sicur, dicembre 2009.

[25] AA.VV., Il testo unico della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro nell’ottica del cambiamento dei modelli di produzione e organizzazione del lavoro , cit.; Paola Antoniotti, ABC sicurezza sul lavoro, Pozzuoli (Na), Sistemi Editoriali, 2009; Francesco Bacchini, Il «Testo Unico» sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, Venezia, Hyper, 2010; Fernanda Cervetti Spriano e Monica Spriano, Commento alla nuova sicurezza del lavoro. Corredato da giurisprudenza e sistema sanzionatorio, Milano, Giuffrè; Francesca Curi (a cura di), Sicurezza nel lavoro. Colpa di organizzazione e impresa, Bologna, Bononia University Press, 2010; Michele Marzulli e Pierpaolo Urbano, Salute e sicurezza sul lavoro come scelta strategica, Milano, Mimesis, 2010;Nicola Mazzacuva e Martina Vincieri (a cura di), La sicurezza del lavoro nel D.Lgs. n. 81/2008 e successive modifiche e integrazioni, Bologna, Dupress, 2010; Michele Tiraboschi e Lorenzo Fantini (a cura di), Il Testo Unico della salute e sicurezza sul lavoro dopo il correttivo (D.Lgs. n. 106/2009), Milano, Giuffrè, 2009; Marco Vigone, Sicurezza sul lavoro: obblighi e responsabilità , Milano, Il Sole-24 Ore, 2010.

[26] AA.VV., Il testo unico della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro nell’ottica del cambiamento ..., cit.; Marco Lai, Una lettura giuslavorista..., cit.; Id., Il diritto comunitario in materia di salute e sicurezza del lavoro , “Dossier Adapt”, n. 24, 10 dicembre 2009; Tiraboschi e Fantini, op. cit.

[27] Diego Alhaique, Valutazione dei rischi. Quando le correzioni limitano i diritti, “2087 - Formazione e informazione per la sicurezza sul lavoro”, n. 8/9, dicembre 2009; Agnello Modica, op. cit.; Luisa Benedettini, Organismi paritetici ed estensione della rappresentanza. L’innovazione può attendere?, “2087 - Formazione e informazione per la sicurezza sul lavoro”, n. 8/9, dicembre 2009; Marco Bottazzi, La sorveglianza sanitaria ed il giudizio di idoneità, “2087 - Formazione e informazione per la sicurezza sul lavoro”, n. 8/9, dicembre 2009; Ludovico Ferrone, Un provvedimento che non aiuta la competitività delle imprese e del paese, “2087 – Formazione e informazione per la sicurezza sul lavoro”, n. 8/9, novembre-dicembre 2009; Marco Togna, Testo Unico, ecco i cambiamenti, “Rassegna Sindacale”, n. 15, 16-22 aprile 2009;Carlo Smuraglia, Ma quali correzioni, è una controriforma , “Rassegna Sindacale”, n. 20, 21-27 maggio 2009.

[28] Rino Pavanello, D.Lgs. 81/2008: testo coordinato con il decreto correttivo D.Lgs. 106/2009, “Ambiente e Lavoro”, n. 44, settembre 2009; Id., Decreto correttivo 106/09. Titolo I: luci e ombre di alcune tra le principali modifiche, in www.amblav.it, 30 agosto 2009; Luigi Caiazza Sulla sicurezza scatta il favor rei, “Il Sole-24 Ore”, 7 agosto 2009; Rolando Dubini, Le novità del decreto correttivo del Testo Unico: i titoli speciali, “Punto Sicuro”, in www.puntosicuro.it, 27 ottobre 2009; Id., Le novità del decreto correttivo del Testo Unico: dall’art. 37 al 310, “Punto Sicuro”, in www.puntosicuro.it, 20 ottobre 2009; Id., Le novità del decreto correttivo del Testo Unico: dall’art. 25 al 34, “Punto Sicuro”, in www.puntosicuro.it, 13 ottobre 2009; Id., Le novità del decreto correttivo del Testo Unico: dall’art. 1 al 18, “Punto Sicuro”, in www.puntosicuro.it, 6 ottobre 2009; Id., La valutazione dei rischi: le modifiche del correttivo, “Punto Sicuro”, in www.puntosicuro.it, 29 settembre 2009; Id.,La revisione dell’apparato sanzionatorio del Testo Unico, “Punto Sicuro”, in www.puntosicuro.it, 31 agosto 2009; Gerardo Porreca, Le novità del decreto correttivo D.Lgs. n. 106/2009, in www.porreca.it, 23 ottobre 2009.

[29] Lorenzo Fantini e Davide Venturi, Diritto transitorio e tempi delle definitiva messa a regime , Dossier Adapt”, n. 16, in www.adapt.it, 8 ottobre 2009.

[30] Diego Alhaique, I connotati dell’azione governativa dopo il Testo unico, “Rassegna sindacale”, n. 9, 4-10 marzo 2010; Felice Mazza, Provvedimenti attuativi. A che punto siamo? , “2087 - Formazione e informazione per la sicurezza sul lavoro”, n. 8/9, dicembre 2009.

[31] Smuraglia, op. cit.

[32] Agnello Modica, op. cit.; Togna, op. cit.

[33] Ferrone, op. cit.

[34] Fulvio Fammoni, Distruggono il diritto del lavoro (intervista di Togna Marco), “Rassegna Sindacale”, n. 6, 11-18 febbraio 2010.

[35] AGI - Avvocati Giuslavoristi Italiani, Certificazione dei contratti di lavoro. Clausole generali e nuovo regime delle decadenze, Relazione al convegno sul “Ddl 1167-B”, in www.giuslavoristi.eu, Torino, 12 febbraio 2010; Id., Appello ai deputati sul Ddl n. 1441-quater-B, in www.cgil.it/Archivio/Giuridico, 15 dicembre 2009; Bruno Del Vecchio, Il paradosso della stabile precarietà, “Rassegna Sindacale”, n. 6, 11-18 febbraio 2009; Fammoni,op. cit.; Lorenzo Fassina, In difesa della parte forte, “Rassegna Sindacale”, n. 6, 11-18 febbraio 2009; Giuseppe Fontana, Indirizzo pericoloso e a senso unico, “Rassegna Sindacale”, n. 6, 11-18 febbraio 2009.

[36] Fammoni, op. cit.

[37] AGI, Appello ai deputati sul Ddl n. 1441-quater-B, cit.

[38] Guglielmo Epifani, Lavoratori più deboli e ricattabili. Ricorreremo alla Corte costituzionale (intervista di Roberto Mania), “la Repubblica”, 4 marzo 2010.

[39] ILO, Le point sur la santé et la sécurité au travail, in www.ilo.org, aprile 2009.

[40] Eurostat, Statistics in focus, in http://epp.eurostat.ec.europa.eu, n. 63/2009; Carlo Caldarini, Infortuni in Europa, emergenza continua, “Rassegna Sindacale”, n. 7, 18-24 febbraio 2010; Osservatorio INCA, Un lavoratore su dieci vittima di un infortunio o di un problema di salute collegato al lavoro , in ww.osservatorioinca.org, ottobre 2009.

[41] IDB - Injuri DataBase, 2009 Report. Injuries in the European Union. Statistics Summary 2005-2007 , in https://webgate.ec.europa.eu/idb/, novembre 2009.

[42] INAIL, Infortuni sul lavoro. I dati del primo semestre 2009, in www.inail.it, 24 novembre 2009.

[43] Giovanna Altieri (a cura di), Un mercato del lavoro atipico. Storia ed effetti della flessibilità in Italia , Roma , Ediesse, 2009; Giovanna Altieri, Francesca Dota e Mariangela Piersanti, Percorsi nel lavoro atipico, Franco Angeli, Milano, 2009;Luciano Gallino, Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Roma-Bari,Laterza, 2007; Lorenzo Giasanti, Lavoro subordinato non standard. Tra regolazione giuridica e tutela sociale, Roma,Ediesse, 2008; Emiliano Mandrone, La riclassificazione del lavoro tra occupazione standard e atipica: l’indagine Isfol Plus 2006, in www.isfol.it, marzo 2008; Paola Villa (a cura di), Generazioni flessibili. Nuove e vecchie forme di esclusione sociale, Roma, Carocci, 2007; Lorenzo Zoppoli e Massimiliano Delfino (a cura di), Flexicurity e tutele. Il lavoro tipico e atipico in Italia e Germania, Roma, Ediesse, 2008.

[44] IRES, 3° Osservatorio permanente sul lavoro atipico in Italia. Donne e lavoro atipico: un incontro molto contraddittorio , in www.ires.it, marzo 2008.

[45] EBITEMP - Ente Bilaterale per il Lavoro Temporaneo, Il lavoro interinale nel terzo e quarto trimestre 2009 , in www.ebitemp.it, febbraio 2010.

[46] AA.VV., Indagine sulle condizioni di salute e sicurezza percepite dai lavoratori temporanei, “Prevenzione Oggi”, n.1/2, gennaio-giugno 2009; Annamaria Antonucci, Rischio infortunistico ed atipicità dei contratti di lavoro. Forme di impiego flessibile e rischi supplementari , “Dossier Adapt”, n. 4, in www.adapt.it, 25 maggio 2009; Altieri, op. cit.; Altieri, Dota e Piersanti, op. cit.; Gallino, op. cit.; Mario Gallo, La sicurezza per i lavoratori atipici, Milano, “Il Sole-24 Ore”, 2008; Lorenzo Giasanti, Lavoro subordinato non standard. Tra regolazione giuridica e tutela sociale, Roma, Ediesse, 2008; Mandrone, op. cit.; Villa, op. cit.; Zoppoli e Delfino, op. cit.

[47] INAIL, Rapporto annuale 2006, in www.inail.it, 2007.

[48] EURISPES e ISPESL, Incidenti sul lavoro e lavoro atipico, in http://archivio.rassegna.it, giugno 2003

[49] Ibidem.

[50] Agostino Messineo e altri, I lavori atipici: rilievi di attualità, sorveglianza sanitaria, vigilanza, Relazione svolta nel corso del LXIX Congresso Nazionale delle Società Italiana del Lavoro e di Igiene Industriale (SIMLII), “Giornale di Medicina del Lavoro ed Ergonomia”, n. 3, luglio-settembre 2006.

[51] Giuseppe Costa, L’incertezza dei destini lavorativi come determinante di salute , in www.snop.it, 25 maggio 2006.

[52] Ibidem.

[53] INAIL, Infortuni sul lavoro. I dati del primo semestre 2009, in www.inail.it, 24 novembre 2009; Id., Rapporto annuale 2008, in www.inail.it , 2009; ISTAT, Rischio sul lavoro, esposizione e percezione in cifre , “2087 - Formazione e informazione per la sicurezza sul lavoro”, n. 3, aprile 2009.

[54] Joan C. Tronto, Confini morali. Un argomento politico per l’etica della cura , Reggio Emilia, Diabasis , 2006.

[55] Tronto, op. cit.

[56] Valentina Guzzardo, Eternit, la resa dei conti , in http://tg24.sky.it, 7 dicembre 2009.

[57] Ibidem.

[58] Ibidem.

[59] Legambiente,  Liberi dall’amianto, in www.legambiente.eu, 30 novembre 2009.

[60] Guzzardo, op. cit.

[61] Ibidem.

[62] Ibidem.

[63] Chiara Cristilli, Un veleno che dura in eterno , “Rassegna Sindacale”, n. 1, 7-13 gennaio 2010; Grazia Longo, Via al processo. La sentenza nel 2011, “La Stampa”, 10 dicembre 2009.

[64] Nicola Pondrano, In attesa di giustizia (intervista di Chiara Cristilli), “Rassegna Sindacale”, n. 1, 7-13 gennaio 2010.

[65] Ibidem.

[66] Ibidem.

[67] Ibidem.

[68] Cristilli, Un veleno che dura in eterno , cit.

[69] Ibidem.

[70] Ibidem.