1. "Introduzione al mistero" (il cap. I)
Dove inizia il mistero verso il chiarimento del quale il libro ci vuole guidare? Nel punto esatto in cui la contrapposizione tra destra e sinistra viene sentita, nella sfera politica, come conflitto culturale tra posizioni tra loro alternative. In realtà, sostiene il libro, sia la destra che la sinistra hanno in comune la medesima "tecnica di gestione della società in funzione delle necessità del mercato". Il mistero, dunque, ruota sulle polemiche che contrappongono destra e sinistra, nonostante la condivisione di questa scelta di campo.
Il fenomeno è di lunga data e va oltre i confini italiani. Eguale discorso va fatto per gli Usa e per la Gran Bretagna, rispettivamente per repubblicani e democratici, conservatori e laburisti. Le contrapposizioni politiche riguardano i metodi e le modalità della gestione del potere e non più il modello di società e l'organizzazione della qualità sociale del potere. Le differenze tra gli schieramenti cessano, con ciò, d'essere d'ordine strategico, per circoscriversi al piano delle tattiche. Non per questo, sono meno virulente. All'opposto, proprio per questo, sono ancora più gravide di tossine e di veleni di ogni sorta. Si ponga mente soltanto a quella vera e propria "guerra tra partiti" che, negli Usa, ha segnato il passaggio dall'epoca clintoniana a quella neoconservatrice.
Gli autori del libro operano preliminarmente una scelta di metodo e una contestualizzazione. Per quanto riguarda la scelta di metodo, essi si ispirano esplicitamente alla lezione di Paul Sweezy e leggono "il presente come storia" (1). Per quanto concerne il contesto, essi definiscono la scena politica mondiale come "totalitarismo neoliberista" (o "capitalismo assoluto"), intendendo con ciò significare che la società caratterizzata dalla globalizzazione è dominata dall'ambito specificamente economico, a sua volta sussunto sotto il comando delle logiche di impresa. Per essi: "La realtà contemporanea è caratterizzata dalla riduzione dell'economia all'attività dell'impresa volta a trarre profitti dal mercato, e dal dominio dell'economia, così ridotta, su ogni aspetto della realtà sociale". Un'impostazione del genere non convince del tutto. I codici dell'impresa e gli imperativi d'origine economica esercitano, indubbiamente, un peso condizionante, ma non costituiscono l'asse di riferimento unico delle società globali. Piuttosto, i poteri e le collegate gerarchie di comando, per il passato dislocati in sfere d'azione più o meno autonome e più o meno sovrane, si intrecciano e attraversano, dando luogo ad una nuova e più complessa geografia di gestione e controllo della società, non basata sul dominio di un ambito su di un altro, ma plasmata dalla loro fluidificazione. I poteri globali si fanno totali, ma sono ora tali, proprio per il fatto che sono diventati una rete complessa di funzioni e attribuzioni sovrane, non perché sussunti sotto il ferreo controllo di una sfera su tutte le altre.
Non insisteremo oltre sui paradigmi di base che ispirano il libro. Intendiamo, piuttosto, soffermarci sulle parti più strettamente politiche che ne costituiscono, certamente, i tratti più interessanti e apprezzabili.
Muoviamo da un asserto che occupa una posizione di rilievo nell'economia generale del libro: "Se è vero che nella sostanza le politiche delle sinistre non si differenziano granché da quelle delle destre, da dove nascono le polemiche accese e il senso di uno scontro di civiltà che ci rimandano i media e che può percepire chiunque abbia amici di sinistra?". Ecco il punto di partenza a cui ci costringono gli autori. Il problema è complesso e per essere chiarito ha bisogno di osservazioni preliminari che sono politiche in senso lato. In altri termini, siamo obbligati a giustificare il rapporto tra politica e comunicazione e analizzare il campo specifico della comunicazione politica. Il tutto, ovviamente, in maniera assai stringata.
La politica si inscrive sempre in uno scenario simbolico e comunicativo, i cui codici ne restituiscono un'immagine che, sovente, non è conforme alla realtà. In questo caso, i codici della comunicazione politica creano un campo di discussione simulata che fa ruotare il dibattito intorno agli interessi di potere dei partiti, anziché ricondurre l'agenda politica alla soluzione dei problemi reali. Il gioco politico simula, così, un conflitto di secondo ordine, rimuovendo dalla discussione i conflitti sociali e politici effettivi. Realizzate queste condizioni, i contendenti politici diventano e sono intercambiabili, pur continuandosi a dichiarare alternativi gli uni degli altri. Che ci credano loro non è il punto capitale; il nodo cruciale è che ci creda il "pubblico". Da qui la necessità imperativa, quanto più si assottigliano le differenze di campo tra i contendenti, di simulare un clima di scontro politico accesso, con forti cariche di ideologizzazioni e contrapposizioni culturali. Il mass media system è l'organo principale della creazione e diffusione di un conflitto fuorviante e fuorviato di questo tipo. Esso è il polmone fondamentale che alimenta la simulazione dello "scontro di civiltà" tra le diverse posizioni politiche, tanto in politica interna che in politica estera. In Italia, la recente campagna elettorale per le politiche è stato, in questo senso, un vero e proprio capolavoro. E tuttavia, pur sussistendo le condizioni generali dell'intercambiabilità, non è completamente indifferente, per le conseguenze sociali che ne derivano, che al potere vi sia questo o quello schieramento politico.
Riconosciuto che il centrosinistra italiano, i democratici americani, i laburisti inglesi, i socialdemocratici tedeschi ecc. non possono essere collocati a sinistra, rimane il problema politico di quale sinistra costruire. E a partire da che: dai valori (e quali?), dai "soggetti sociali" (e quali?) o dai contesti sociali (e quali?). E ancora: c'è un vuoto a sinistra, rispetto ai valori della tradizione di sinistra? oppure c'è una crisi mondiale della sinistra, perché le sue tradizioni culturali sono, ormai, inadeguate alla interpretazione e trasformazione della realtà?
È nostro fermo convincimento che le tradizioni delle sinistre storiche e nuove, non di rado in aggressiva contrapposizione tra di loro, siano state tutte sconfitte dalla storia, seppure ognuna a suo modo, perché non ne hanno retto il tasso di complessità crescente. Hanno cercato, ognuna a suo modo, di addomesticarne il decorso, ingabbiandolo nei loro schematismi ideologici, culturali e politici. Evidentemente, il percorso di ripensamento e superamento qui sollecitato non equivale ad un azzeramento; ma ad una presa di distanza critica. Inoltre, le tradizioni culturali delle sinistre non hanno da fare tutte lo stesso percorso critico-autocritico: ad ognuna compete il suo itinerario di scavo e oltrepassamento.
Ma quello che più conta e che, anzi, si rivela di decisiva importanza è che nuove tradizioni culturali, a sinistra, nascono soprattutto dal "nuovo", non già dal riaggiustamento e dal recupero critico del "vecchio". È effettivamente vero - come sostengono gli autori - che quella di sinistra è, ormai, una "identità vuota". Ma vuota a partire dal patrimonio culturale di base in via di difficile definizione, prima ancora che nei comportamenti del "popolo di sinistra". Anzi, quanto più il vuoto di identità culturale si prolunga, tanto più cresce quello dei comportamenti politici. E, dunque, si alimenta all'infinito la spirale della competizione politica simulata.
Ora, quando possiamo dire che l'identità politica (di sinistra) è vuota? Gli autori sostengono che ciò si verifica, allorché essa non esprime alcun contenuto (di sinistra) "fondante e irrinunciabile". È tale mancanza, continuano, a rendere acquiescente il "popolo di sinistra" verso qualunque scelta fatta dal proprio ceto politico dirigente, a prescindere dai suoi contenuti sociali e politici, anche quando sono dichiaratamente di destra.
La tesi, chiaramente, assume la sussistenza di un rapporto di lealizzazione simbolica (che, a destra, diventa anche carismatica) tra sistema dei partiti e base elettorale. In più, presuppone che gli stessi smottamenti che avvengono da una base all'altra siano determinati da meccanismi di orientamento simbolico. Ed è questa lealizzazione a fornire il propellente dello scontro ideologico tra le contrapposte basi elettorali e ne spiega anche la geografia, non di rado, mutevole. Il classico trasformismo della classe politica incrocia e intercetta qui le oscillazioni dei flussi della scelta elettorale, quanto più l'attivazione di questa si affida a forme di mobilitazione simbolica.
La mobilitazione simbolica della base elettorale non è, beninteso, un retaggio del passato. Anzi, nell'epoca della saturazione dell'immagine e della spettacolarizzazione dei segni e del senso, il simbolo definisce, in buona parte, la scena profonda dell'azione sociale e della comunicazione politica. Si può, piuttosto, discutere della qualità, della congruità e dell'incisività delle strategie di mobilitazione simbolica adottate dai contendenti politici e che ne spiegano, in buona parte, il successo o l'insuccesso. Rimane l'esigenza di ogni schieramento e dei singoli partiti che ne fanno parte di attivare forme di mobilitazione simbolica diversificate, il più possibile coerenti con la natura e gli obiettivi di ognuno. Quanto più uno schieramento e un attore politico si schiacciano su strategie di mobilitazione simboliche improprie, tanto più regalano consenso elettorale all'avversario esterno e/o al competitore interno.
Nelle società globali, il fenomeno della mobilitazione simbolica è effettivamente operante e l'averlo rilevato al suo livello di articolazione (anche o soprattutto a sinistra) rappresenta un indubbio merito del libro. Nondimeno, il fenomeno in questione prende in carico un profilo che appare assai più sfaccettato e controverso di quello che ci viene suggerito nel libro. Concentriamo qui l'attenzione a sinistra, evidentemente.
Il vuoto di identità, a sinistra, viene surrogato con una proiezione di tipo mitologico. Il "popolo di sinistra", non ritrovandosi e non riconoscendosi più nelle forze di sinistra, sublima il suo sistema valoriale nel mito della sinistra, la quale viene disincarnata dai suoi valori storici e ridotta ad una rappresentazione mitopoietica. Il che produce un processo paradossale politicamente, ma rigoroso sul piano logico: quanto più, nella sfera pubblica, le forze di sinistra tendono a rimarcare le distanze da politiche e scelte, a rigore, caratterizzabili "di sinistra", tanto più il "popolo di sinistra" si rifugia nella mitizzazione della sinistra. Le forme tipiche concrete attraverso cui procede la mitizzazione sono due e perfettamente speculari tra di loro:
Con tutta evidenza, siamo in presenza di risposte inadeguate; ma rimane presente sul campo, in tutti e due i casi, la manifestazione concreta del crescente senso di disagio patito dal "popolo di sinistra"; disagio che chiede di essere interpretato e su cui, finora, non si è riflettuto e lavorato in maniera adeguata. E ciò è, principalmente, accaduto, perché si è pensato che la sinistra sia schizofrenicamente "scissa" dai valori di cui era stata storicamente portatrice. In realtà, la scissione più profonda non è tra la sinistra e i valori delle sue tradizioni, ma tra questi valori e la storia. Il che significa che occorre creare, sperimentare e verificare nuovi valori di sinistra, capaci di raccogliere le "sfide" della globalizzazione neoliberista, per sconfiggerla.
Come affermato dagli autori, si sono verificati nelle forze di sinistra processi di "svuotamento etico-culturale". Ma ciò non è avvenuto per la malvagità o l'infedeltà del ceto politico che le dirigeva. Ancora più al fondo, l'etica e la cultura delle sinistre hanno conosciuto un progressivo processo di caduta di tensione, poiché superate dai tempi, i cui cimenti non sono più riuscite a sostenere, lasciando libero il campo alle forze e ai valori della conservazione. L'insufficienza delle classi dirigenti di sinistra, dunque, si è palesata più rispetto al "nuovo" che in confronto al "vecchio".
Ciò ha creato una contrazione irreversibile del bacino elettorale delle sinistre. Il "popolo di sinistra", così come l'abbiamo storicamente conosciuto, è non solo in crisi di identità, ma anche in via di progressivo sbriciolamento. Quel popolo non potrà più essere maggioranza; anzi, è destinato a divenire testimonianza residuale di un'altra epoca, a misura in cui non rielabora la sua esperienza, la sua cultura e le sue azioni. Questo processo di evaporazione strisciante, che ormai data ad alcuni decenni, spiega meglio come il "popolo di sinistra" sia finito, in larghissima parte, ostaggio della mobilitazione simbolica e, nel contempo, acquiescente verso un ceto politico dirigente che, in generale, di sinistra conserva poco, se non niente.
Occorre aprirsi a quelle energie e quelle forze vitali che caratterizzano, nel presente e nel futuro prossimo, il teatro e la scena dell'azione sociale. Ciò che si reclama è una vera e propria destrutturazione delle identità delle sinistre storiche (di tutti i tipi) e la strutturazione di nuove identità e nuovi percorsi, partendo dai nuovi attori della società civile mondiale e dai movimenti globali che, già nel presente, vanno costruendo prospettive di libertà e liberazione. Ma su questo punto di analisi ci soffermeremo in sede di commento dell'ultimo capitolo del libro.
2. "Storia del mistero" (il cap. II)
La "storia del mistero", secondo gli autori, trova la sua origine negli Usa, allorché Jim Carter, nel 1979, nomina Paul Volcker alla presidenza della Federal Reserve. Volcker inaugura una politica antinflazionistica, senza eguali fino ad allora. L'inflazione americana, attestata al 19% nel 1979, nel 1981 scende al 3%, con una conseguente riduzione della base della liquidità monetaria, il crollo della produzione industriale e della domanda interna e una recessione senza precedenti (2). Ora, la tesi avanzata dagli autori è che la politica antinflazionistica di Volcker abbia di proposito creato un ciclo recessivo, allo scopo di ingenerare disoccupazione di massa, secondo i desiderata del capitale finanziario (3).
La strategia, continuano gli autori, è funzionale alla:
In concreto, concludono gli autori, la disoccupazione è qui il fine; la lotta all'inflazione, il mezzo.
Non è, ovviamente, qui possibile entrare nel merito delle considerazioni svolte dagli autori su questo importante campo tematico. Nondimeno, esse vanno segnalate, perché ci consentono di individuare l'atto di nascita della istituzionalizzazione del monetarismo, ancora prima della salita al potere dei "Chicago boys" di Reagan. E si è trattato di un battesimo tutto politico e istituzionale che ha, ben poco, a vedere con la storia della economica politica e delle teorie della moneta (4). Si tratta del passaggio dal modello keynesiano-fordista a quello che prevede il predominio del mercato e della sfera privata sullo Stato e la sfera pubblica; modello che viene progressivamente assunto, in tutto il mondo, come nuovo orizzonte di riferimento, tanto dalla destra che dalla sinistra.
Ora, osservano gli autori: "Nel modello keynesiano fordista c'è sempre stato spazio per le politiche di emancipazione del lavoro tradizionali delle sinistre, nelle loro versioni sia comuniste, sia socialdemocratiche, sia demoliberali". Non forniamo qui alcun giudizio di valore sul modello keynesiano-fordista, limitiamoci ad osservare i suoi effetti sullo sviluppo e sulla produttività, ricordando - con gli autori - che:
Da un punto di vista squisitamente economico, la crisi del modello keynesiano principia lì dove la crescita della produzione di massa di beni di consumo durevoli incrocia un mercato saturo e, dunque, ingenera inflazione, il cui processo - come ricordano gli autori - si internazionalizza, a far data dal 15 agosto 1971, con la dichiarazione dell'inconvertibilità del dollaro da parte dell'amministrazione Nixon (5). Il processo di inflazione internazionale, con la svalutazione del dollaro, comporta il rialzo continuo dei prezzi, attraverso cui i margini di profitto erosi dalla ribellione delle classi lavoratrici vengono, in parte, recuperati. L'inflazione, come sempre, agisce come canale di redistribuzione a favore del profitto e di penalizzazione dei salari. Ma, come ribadiscono gli autori, ci muoviamo ancora in un regime vicino alla piena occupazione. Sicché il processo inflazionistico convive con la crescita dei salari nominali; da qui la necessità di impedire la conversione dell'incremento dei salari nominali in aumento del salario reale, attraverso un'ulteriore spinta della crescita dei prezzi. Solo continui salti in avanti dell'inflazione possono, in un qualche modo, garantire la protezione dei margini di profitto. Processo che, ovviamente, non può essere sostenuto all'infinito, soprattutto a fronte della svalorizzazione permanente del dollaro che conduce il sistema monetario internazionale vicino al suo punto di collasso.
In tali condizioni, il sistema politico-economico internazionale gioca l'unica carta che gli sembra vincente: la lotta all'inflazione attraverso la disoccupazione. Precursore di tale strategia è il governo Thatcher che, nel febbraio 1979, si insedia al potere e attacca frontalmente sindacato, classi lavoratrici e diritto di sciopero, facendo colare a picco la spesa pubblica; nel successivo mandato la Thatcher destruttura progressivamente il sistema di Welfare, mercatizza l'intero ambito delle relazioni sociali e deregolamenta il mercato del lavoro. Politiche successivamente esaltate e portate ad estremo compimento dalle due amministrazioni Reagan, succedutesi consecutivamente al potere negli anni '80. Il calco originario della globalizzazione neoliberista inizia a incubarsi qui, con una totale incapacità di previsione, analisi e contropianificazione politico-istituzionale da parte delle sinistre, di tutti i tipi e in tutto il mondo. Le conseguenze più rilevanti, in termini di modellistica sociale, vanno ricercate nel passaggio da un capitalismo di tipo produttivo ad uno di tipo finanziario: regolato, cioè, da variabili monetarie e dai loro equivalenti finanziari. Deregolemantezione del mercato del lavoro e defiscalizzazione dei profitti e delle rendite ricevono il loro battesimo di fuoco in questo crogiuolo originario.
Non possiamo, evidentemente, soffermarci sui dettagli e sulla evoluzione della cd. "reaganomics", da un lato, e sui destini delle sinistre europee e mondiali degli anni '80 e '90, dall'altro, per le cui analisi rinviamo alle pagine del libro. E tuttavia, corre obbligo rilevare, seppure in via incidentale, una lacuna costitutiva del libro: la non adeguata attenzione riservata ai movimenti sociali, a causa del suo esclusivo ancoraggio sulla storia delle sinistre storiche. Il giudizio sul '68 e i movimenti che vi hanno fatto seguito risulta inficiato, con la conseguenza che ai loro effettivi limiti non è possibile risalire. Addirittura, per quanto attraverso scarni passaggi, nel libro la storia del '68 viene, di fatto e impropriamente, assimilata alla storia della sinistra extraparlamentare. Così non è. I gruppi organizzati e semi organizzati della sinistra extraparlamentare rappresentano, sì, una componente del '68, ma certamente non ne costituiscono la linfa vitale e nemmeno le forme di espressione più interessanti e durature.
Ma torniamo a dipanare la trama politica del libro. Ciò che rimane chiaro, comunque, è che il nuovo scenario che si va definendo dalla fine degli anni '70 a tutti i '90 priva le sinistre dei loro tradizionali margini di azione politica e sociale. Il punto è proprio questo: esse non si rivelano capaci di formulare un altro modello di azione politica e iniziativa sociale. E pertanto, rimaste prive dei riferimenti tradizionali, si trovano sovraesposte alle nuove condizioni internazionali che finiscono per subire per intero, cercando, qui e là, di alleviarne gli effetti. La parabola del tracollo delle sinistre nasce qui. Ne è riprova che i governi di centrosinistra succedutisi al potere negli anni '80 e '90 non riescono a determinare alcuna modifica di questi meccanismi. Al contrario, negli anni '90:
Che questo aspetto della realtà delle sinistre sia "indicibile", come sostenuto dagli autori, corrisponde indubbiamente al vero. Che esso sia più o meno indifferente rispetto agli esiti elettorali delle sinistre non pare sostenibile. Lo scarso rendimento elettorale delle sinistre parte proprio dal presupposto che esse non riescono più ad essere convincenti proprio su questo piano:
Il punto è che le forze di sinistra, su molte questioni di primo piano, si sono rivelate assai più iperliberiste e monetariste di quelle di destra. Valgano per tutte le considerazioni parzialmente autocritiche di J. Stiglitz, influente consigliere economico dell'amministrazione Clinton, allorché afferma che "noi [i democratici] nella corsa sfrenata alla deregulation ... abbiamo premuto sull'acceleratore ancora di più di quanto avesse fatto l'amministrazione Reagan" (6). Se dobbiamo parlare di "mistero", esso principia da qui. Ma, se così stanno le cose, non si tratta di un mistero inspiegabile; la sua genesi, le sue cause e i suoi effetti, al contrario, sembrano ben chiari.
3. "Oltre il mistero, oltre la sinistra" (il cap. IV)
Sostengono gli autori che, oggi, il discrimine vero non è più tra destra e sinistra, diventate esse forze perfettamente intercambiabili, ma tra "accettazione" e "rifiuto" della logica neoliberista. Il rifiuto della logica neoliberista, però, deve "oltrepassare la cultura che glielo ha originariamente ispirato, perché nessuna delle culture ereditate dal Novecento è adeguata ad affrontare i drammi del mondo attuale, trattandosi di culture pensate quando la politica non era stata ancora annientata dall'economia, anzi sembrava guidarla, e quando la tecnica non era ancora proliferata al punto da diventare il nuovo ambiente dell'uomo".
Che si debba procedere, come già anticipato in questa recensione, ad una destrutturazione delle sinistre sembra scontato. Che il tema coinvolga anche questioni (profonde) di semantica, di senso e "ordine del discorso" (della sinistra) appare altrettanto certo. Parrebbe, ad una prima osservazione, che il punto essenziale di dibattito sia qui riconducibile alla opposizione concettuale e politica che si interpone tra una dinamica che si muove nella direzione di quale sinistra e quella che si propone di andare oltre la sinistra. Prima di abbozzare la nostra risposta, esaminiamo come gli autori argomentano la loro tesi dell'oltrepassamento della sinistra.
Partiamo dalla loro osservazione intorno alla "incorporazione" del neoliberismo all'interno dell'"assetto complessivo della vita sociale", in misura inversamente proporzionale alle sue capacità di riorganizzazione ottimale della società. Secondo gli autori, esso si riproduce, non perché funziona; ma funziona, perché divenuta configurazione totalizzante, asociale e autoreferenziale che finisce con il rendere indifferenziate le politiche della destra e della sinistra. Nessuna forza di opposizione reale può svilupparsi, concludono gli autori, fintanto che questa struttura assoluta rimane in funzione. Ecco perché, continuano, oltre il neoliberismo deve significare necessariamente andare oltre la sinistra. Dal neoliberismo si esce qui non profittando di una sua crisi interna; ma oltrepassandolo in tutti i sensi, non lasciandosi più catturare dalla sua orbita, ormai, priva di senso e semantica politicamente connotabili.
Gli autori sostengono che il "male" non sta nella crisi dello sviluppo; bensì nello sviluppo in sé, in quanto agente della catastrofe ecologica e antropologica del pianeta. Oltre la sinistra significa, per essi, abbandonare il modello sviluppista, in tutte le sue declinazioni possibili. Si può e si deve profittare del cortocircuito sviluppista, continuano, per uscirne definitivamente, attivando cicli di progressiva contrazione del prodotto interno lordo (7). Opposizione significa qui abbattimento del mito e del tabù del Pil e fissazione di parametri di crescita ad elevata qualificazione sociale e umana e il derivante primato dell'economia politica dei beni pubblici.
Una delle conseguenze di rilievo che gli autori deducono da questi assunti è il capovolgimento delle strategie politiche di opposizione: "occorre sostituire l'aumento dei salari con una drastica riduzione di costi del soddisfacimento di bisogni, sia creando le condizioni per cui i bisogni possano essere soddisfatti con una minore quantità di consumi, e quindi un prodotto lordo decrescente, sia soddisfacendo in maniera gratuita, attraverso le nuove aree di intervento pubblico, i bisogni più elementari". Uscire dallo sviluppo assume, quindi, i connotati della fuoriuscita dal consumismo, con tutto il carico delle sue valenze antropologiche, etiche ed ecologiche (8). Un partito che assumesse caratteristiche di questo tipo, concludono gli autori, non sarebbe né di sinistra e né di destra, ma sarebbe oltre la sinistra e la destra:
È qui chiaro il collegamento ad alcuni dei paradigmi fondativi della politica come vita buona e virtuosa, come ponderazione della saggezza che trovano nel pensiero greco classico la loro matrice. Altrettanto evidente è l'ancoraggio alle utopie seicentesche della politica come comunità della virtù. Infine, evidente pare pure l'influsso delle utopie socialiste dell'Ottocento intorno alla armonia dell'organizzazione sociale. Tutti elementi, questi, però temperati e ricombinati in un contesto innovato che è possibile definire di "razionalità pubblica" che istituisce una corrispondenza tra mezzi e fini, col netto prevalere dei fini del vivere secondo rigore, giustizia, armonia e saggezza, nel pieno rispetto delle compatibilità antropologiche, ecologiche ed etiche dei sistemi sociali viventi.
Ma non è, questo, il luogo per approfondire questo tipo di considerazioni. Continuiamo il discorso, seguendo il "filo politico" che sorregge il libro. Che la sinistra si definisca ponendosi come contraltare della destra è, senza dubbio, uno dei suoi vizi originari, oggi assolutamente non tollerabili. Ma questo significa che la sinistra, in quanto tale, sia costitutivamente impossibilitata a pensarsi e costruirsi in positivo e non per differenza negativa? E ancora: che la nuova politica debba progettarsi e realizzarsi contro e oltre il neoliberismo non eredita alcuni dei limiti rimproverati alle sinistre (generarsi e proiettarsi come ricalco negativo)? E infine: come è storicamente e politicamente costruibile l'orizzonte dell'oltre, se non anche muovendo criticamente da quello del dentro? Secondo quest'ordine particolare di esigenze, l'accento marxiano posto sul nesso tra reale e possibile, presente e trasformazione continua ad avere una valenza positiva, pur rimanendo il marxismo una teoria/prassi che, ormai, non può più fare molto per la liberazione e l'emancipazione del genere umano.
Occorre, dunque, sollecitare una doppia semantica: quella dell'orizzonte reale e quella del suo oltrepassamento e avere la capacità di combinarle in pratiche di trasformazione complesse, nella prospettiva di una società e di istituzioni altre rispetto a quelle neoliberiste. Effettivamente, tutte le culture e le politiche consegnateci dal Novecento sono superate e assolutamente inutilizzabili. Lo è il medesimo "anticapitalismo" ereditato dalle culture rivoluzionarie dell'Ottocento e del Novecento: il fatto è che il capitalismo si è "superato" e non è più quello contro cui la rivoluzione operaia e/o proletaria si è pensata e costruita, nei due secoli scorsi. Per l'identico e complementare motivo, ha conosciuto uno scacco inesorabile il "riformismo" otto-novecentesco: il sistema di welfare (o, che dir si voglia, il modello keynesiano-fordista) ha realizzato le quote massime di democratizzazione del capitalismo. Il neoliberismo nasce sia come reazione interna al riformismo socialdemocratico e liberaldemocratico che come reazione esterna al comunismo. Ulteriore e decisiva ragione che rende ancora più sterili e semanticamente insensate, come riconoscono gli stessi autori, le polemiche tra "riformisti" e "rivoluzionari", ormai retaggio ideologico e simbolico di un passato che non esiste più.
Se proviamo a stringere provvisoriamente i nodi delle argomentazioni che stiamo venendo articolando, dobbiamo prendere atto che l'opposizione retorica da cui siamo partiti era mal posta. È indubbio che si debba andare oltre la sinistra; ma questo andare oltre costruisce anche un'altra sinistra che si sia disposti o meno a riconoscerlo semanticamente. Andare oltre la sinistra significa anche "decidere" quale sinistra costruire, dentro il neoliberismo, contro il neoliberismo e oltre il neoliberismo. E dunque, si tratta qui di scrivere in positivo una nuova semantica (di sinistra), non più deducendola per differenza. È questione di ricavare questa semantica da una genealogia storica che ha rotto definitivamente con la centralità della politica e che, quindi, non destina più il 'politico' come strumento principe di organizzazione e/o di salvazione del genere umano e degli organismi associati. Anche per questo, riteniamo essenziale prendere definitivo commiato dalle radici delle culture delle sinistre del passato.
Sotto quest'ultimo riguardo, il libro si rivela molto utile. Esso consente la focalizzazione puntuale del campo di discussione ed è, questo, il suo maggior pregio. La chiara delineazione delle aree di divergenza, a sua volta, funge da piattaforma per l'attivazione di una discussione plurale che, finalmente, cominci a fare il punto, in maniera non convenzionale, con le urgenze e le prospettive del presente. Qualunque sia il giudizio di "valore politico" che se ne voglia dare - e in questa recensione non si sono taciuti i punti di dissenso - si deve riconoscere al libro il merito di tirare un sasso in acque sin troppo stagnanti.
(aprile 2006)
Note
(*) M. Badiale-M. Bontempelli, Il mistero della sinistra, Genova, Graphos, 2005.
(1) Cfr. P. Sweezy, Il presente come storia, Torino, Einaudi, 1962.
(2) Gli autori, sul punto, rimandano a P. Bairoch, Economia e storia mondiale, Milano, Garzanti, 1996.
(3) Gli autori, per questo discorso, si avvalgono delle analisi di P. Krugman, Il silenzio dell'economia, Milano, Garzanti, 1991.
(4) Osservano, opportunamente, gli autori: "Ciò non viene esplicitamente dichiarato in pubblico, e tuttavia non rimane senza traccia nelle pubbliche dichiarazioni. Nel documento in cui la Federal Reserve presenta la sua manovra monetaria il 6 ottobre 1979 viene infatti teorizzato che la promozione, o anche la semplice difesa, dei livelli occupazionali, non è compito né dello Stato né delle pubbliche istituzioni. La banca federale, in particolare, ha come suoi compiti istituzionali soltanto la regolazione del circolante monetario e il mantenimento delle condizioni finanziarie idonee a favorire lo sviluppo dell’economia aziendale. L’occupazione della forza-lavoro può essere soltanto quella che le aziende private sono autonomamente capaci di creare. Con questo documento Volcker propone una svolta epocale. Dagli anni Trenta, dall’epoca di Roosevelt, era ritenuto infatti compito dello Stato salvaguardare i livelli occupazionali, e la politica economica keynesiana era considerata l’indispensabile strumento di intervento dello Stato nell’economia per correggere le fasi negative del ciclo capitalistico, e per occupare forza-lavoro lasciata disoccupata dalla dinamica spontanea dell’economia capitalistica. Questo era diventato nel dopoguerra l’orizzonte comune dell’Occidente capitalistico, condiviso dagli schieramenti politici di centro-sinistra e di centro-destra".
(5) Sulle politiche monetarie degli anni '70, continuano a rimanere stimolanti i contributi ospitati in Collettivo di "Primo Maggio", Moneta, crisi e stato capitalistico (a cura di Lapo Berti), Milano, Feltrinelli, 1978.
(6) J. Stiglitz, I ruggenti anni Novanta, Torino, Einaudi, 2004, p. 11; la citazione è degli autori.
(7) Lambiamo qui il tema caldo della "decrescita" proposto, in questi ultimi anni, dalla sinistra meno tradizionalista e di cui qui, per ovvi motivi, non ci occuperemo.
(8) Gli autori dedicano il terzo capitolo ("Antropologia del mistero") a questo arco di problematiche; di questo capitolo qui non ci occupiamo direttamente.