Quaderni 8/2010 (6ª ed.)  [ Catastrofi del 'politico' ]
Parte quarta
MOVIMENTI E BR
CAP. 9
GLI ANNI '60 E L'INIZIO DEI '70

1. Lo sfondo culturale

È innegabile che il "nucleo di fondazione" e molti dei quadri dirigenti e dei militanti delle Br provengano dal '68: questa provenienza non può essere sottaciuta. Nondimeno, non è politicamente e culturalmente legittimo e storicamente corretto derivare da ciò una sorta di isomorfismo tra '68 e lotta armata. Al contrario, il progetto di costituzione della lotta armata significa, per il "nucleo di fondazione" delle Br, l'uscita dal '68. Nel suo stesso costituirsi, il progetto della lotta armata si separa dai movimenti del '68: si concepisce e rappresenta come cesura, come discontinuità funzionale al superamento dei limiti del '68 e della crisi dei movimenti. Ciò appare chiaro fin da subito (1) e viene ribadito nelle memorie politiche proposte da alcuni dei più qualificati leader delle Br (2). Il progetto della lotta armata, per le Br, è la "presa d'atto" e, insieme, la certificazione dello stato di morte del '68.

Ma le cose stanno veramente così? Davvero, come argomentano le Br, la crisi dei movimenti del '68 ruota esclusivamente intorno alla mancata ricomposizione del 'politico' col 'militare'? Sul serio, come sostengono le Br, la questione irrisolta dal '68 è la "questione del potere"?

La realtà è assai diversa. Le Br, già all'atto del loro insediarsi, riducono la ricchezza tematica di quei movimenti alla questione del "potere politico". Nelle Br, l'ipotesi della rottura rivoluzionaria parte da un concetto retrodatato di rivoluzione: la rivoluzione politica attraverso il rovesciamento violento dello Stato borghese. Il meglio ed il prevalente dei movimenti del '68 è estraneo a queste costruzioni teoriche e alle pratiche corrispondenti. È tale estraneità che le Br interpretano come crisi. E, invece, la crisi dei movimenti del '68 sta altrove: (i) sul piano culturale: nella riproposizione di modelli universalistici; (ii) sul piano politico: nella sottovalutazione della "questione istituzionale". Come meglio vedremo in seguito.

Il campo culturale entro cui agiscono i movimenti non viene investigato con rigore dalle Br; ciò è comprensibile, altrimenti avrebbero dovuto revocare in dubbio gli strati culturali profondi su cui allignano le loro analisi ed i loro progetti. Ora, è proprio in questo campo che vanno ad annidarsi alcuni dei limiti sostanziali dei movimenti del '68. La contestazione di massa dell'autorità e di ogni forma di potere (in fabbrica, nella scuola, nella famiglia, nelle istituzioni chiuse, nel sociale e nella politica), costituisce il picco alto dell'esperienza del '68; nello stesso tempo, ne evidenzia spietatamente il limite. La contestazione della cultura e dell'autorità dà, infatti, luogo a neomodelli culturali: la controcultura e la controautorità. Ed è qui che il '68 implode. Si affermano neomodelli culturali, di cui la "rivoluzione culturale" costituisce la forma estrema e, insieme, la costante posta a base dell'agire. 

Senonché la critica della cultura a mezzo della cultura non tollera altri modelli, al di fuori di quelli rappresentati dalla e nella "rivoluzione culturale". Ne discende che tutto deve sottostare alle regole rivoluzionarie, all'infuori della "rivoluzione culturale". Col che i neomodelli culturali rivoluzionari si ipostatizzano e divengono nuovi dogmi. La "rivoluzione culturale", insomma, diviene l'ultima (e dunque: l'unica) rivoluzione necessaria e possibile. Il '68 entra in crisi, perché non riesce a liberare in forme perspicue la sua ricchezza e la sua multiformità. Esattamente il contrario di quanto sostenuto dalle Br.

2. Lo sfondo politico

Sul piano più strettamente politico, va rilevato che i movimenti del '68 sono la causa scatenante della crisi di tutti i modelli di rappresentanza allora invalsi: da quelli politici a quelli sindacali. Il monopolio della rappresentanza, incardinato politicamente sul sistema dei partiti e socialmente sulle organizzazioni sindacali, cola a picco: tutti gli attori politici e sociali che, fino ad allora, hanno mediato e fluidificato la domanda sociale sono spiazzati da una massa di richieste, aspettative e comportamenti che lacerano le maglie fin troppo strette del reticolo istituzionale. 

Ebbene del biennio '68-69 sono due i fenomeni politici che le Br assolutamente non comprendono: (i) la "crisi della rappresentanza"; (ii) la fine del "monopolio politico" della società (3). Fenomeni, questi, che pongono ai movimenti, come ben colto da P. Farneti, il tema urgente delle istituzioni. È la "questione delle istituzioni", non già quella del potere, il nodo politico irrisolto dei movimenti del '68 e del '77. Il mancato scioglimento del nodo impedisce che la crisi del monopolio della politica sulla società riverbi effetti positivi e liberatori sulla società civile. Il fatto che la mobilitazione collettiva non si ponga il tema della costruzione di istituzioni più democratiche indebolisce la società civile, perché la lascia in pasto ad un sistema politico, ormai, autoreferenziale che si difende, autoriproducendo e dilatando tutti i suoi limiti e i suoi vizi, con tutti i mezzi leciti e non leciti: "Questa ambivalenza e questa ambiguità originarie segnano molte sconfitte dei movimenti degli anni Settanta, fino alla loro crisi definitiva" (4)

I movimenti del '68 hanno anche esercitato una "violenza di massa". Non solo nel senso negativo della coazione, ma anche in quello positivo dello smascheramento, mettendo sottosopra gli equilibri politici e culturali esistenti e disvelando impietosamente i limiti sostanziali della democrazia italiana. Hanno agitato e praticato diritti egualitari, comunicato aspirazioni e bisogni di vita umanamente e socialmente più ricchi. Sono andati incontro ad ostilità culturali e repressioni politiche. 

Le loro domande sensate si sono scontrate con risposte violente: dalla "strategia della tensione" alla "pratica stragista" inaugurata da P.zza Fontana. La violenza di massa, a cui pure quei movimenti hanno fatto ricorso, nasce in questo contesto storico chiuso ed è, comunque, cosa qualitativamente diversa dal "terrorismo" e dalla lotta armata. Non è, poi, una coincidenza paradossale che contro i movimenti il sistema dei poteri dominanti applichi la "strategia stragista" e che proprio da "P.zza Fontana" le Br facciano discendere la necessità indifferibile della fondazione della lotta armata. Sin dal post-'68, i movimenti appaiono stretti nella morsa che vede ad un polo la pressione repressiva dello Stato democratico e all'altro la prassi dell'anti-Stato brigatista. Pagano, quindi, lo scotto tremendo dei loro limiti e l'azione congiunta dei poteri dominanti e degli aspiranti dominanti.

3. La geografia sociale

Il '68 non ha saputo andare compiutamente oltre il suo carattere gruppuscolare: la dialettica movimenti verso identità non riesce a coronarsi, per i limiti interni e le interdizioni esterne di cui sopra. Ciò appare particolarmente chiaro, se si seguono le sorti dell'operaio massa, la figura cardine delle lotte operaie tra il '69 ed il '71-73. 

L'ascesa ed il declino dell'operaio massa descrivono l'apogeo e la caduta delle lotte di fabbrica e la loro incapacità di stabilire dei "punti di non ritorno" nell'acquisizione sociale dei diritti operai. L'operaio massa è stato il dominus delle lotte di fabbrica e gli va riconosciuto l'enorme merito storico di aver conferito visibilità culturale e corposità politica ai diritti operai. Le lotte per aumenti salari eguali per tutti; per la riorganizzazione dell'ambiente di lavoro e contro la nocività; per il riconoscimento del diritto allo studio; per la riduzione dei tempi di lavoro e l'allungamento dei tempi di vita; per nuove forme di organizzazione dal basso; per i diritti sindacali; per il consolidamento dei diritti democratici in fabbrica ecc. hanno disegnato un nuovo orizzonte culturale e storico, facendo circolare in fabbrica e nella società un'aria di libertà contagiosa, in aperto dispregio dell'ordine plumbeo e soffocante dei tempi.  

E tuttavia, la composizione sociale delle lotte non assume un'impronta operaista. Anzi, sul territorio la lotta operaia non riesce a saldare i suoi conti. La città, con le sue voci e i suoi soggetti, rimane una frontiera sociale che non si lascia ridurre o ricondurre ai temi delle lotte operaie. L'operaio massa ha, ben presto, scoperto che la città fabbrica è poco più di un mito: una proiezione imperfetta; più che una realtà viva. Il sistema di fabbrica capitalistico non ha mai sussunto sotto di sé e per intero la società borghese, trasferendo il taylorismo-fordismo dalla catena di montaggio ai rapporti sociali e di dominio.  

In un certo senso, l'ascesa ed il declino dell'operaio massa hanno segnato i pregi e limiti dell'operaismo teorico e militante della pur eccezionale esperienza dei "Quaderni Rossi". Il movimento di lotta operaia è, alla fine, rimasto chiuso alla germinazione e allo sviluppo delle nuove identità sociali. Sta scritta già qui la crisi dei gruppi di impostazione operaista. 

Spostandoci alle Br, dobbiamo rilevare come esse, nella fase del compimento delle lotte dell'operaio massa, abbiano assunto come loro referente storico-politico l'operaio specializzato. Una figura, questa, in via di superamento definitivo, ma perfettamente rispondente ai dettami di origine terzinternazionalista della loro teoria dell'organizzazione e della rivoluzione. Alla "centralità operaia" della teoria dell'organizzazione fa eco la "centralità dello Stato" nella teoria della rivoluzione; quando, invece, sia nella composizione di classe che nella geografia del dominio politico ogni "centralità" è già implosa/esplosa. Le società capitalistiche avanzate sono, ormai, sistemi policentrici complessi e, dunque, la composizione di classe non può che articolarsi secondo una molteplicità di centri molecolari. L'"assalto al cielo" non può estrinsecarsi come la bolscevica presa del "Palazzo d'inverno": il "potere centrale" è poco di più di una figura retorica e, in aggiunta, obsoleta. 

Il policentrismo della formazione sociale capitalistica e della composizione sociale delle lotte relega le Br ai margini dello scontro sociale e politico in atto nel paese, in una posizione residuale a difesa di programmi/valori sorpassati. Mentre il '68 è la risposta critica e, insieme, il prodotto conseguente della grande mutazione degli anni '60 (passaggio dalla "società industriale" alla "società post-industriale"), le Br ne sono l'eccedenza residua: il "vecchio" che sopravvive e che, reagendo al "nuovo", si assolutizza e sclerotizza, perdendo del tutto il contatto con il reale. Nell'universo sociale della differenziazione e della complessità, le Br rimangono i solitari paladini della centricità. 

Saltate fuori dai movimenti con chiari intenti palingenetici, escatologici ed egemonici, le Br restano, sì, nella composizione sociale delle lotte, ma come depositari pietrificati di architetture politiche e di  un immaginario culturale spazzati via dalla forza inarrestabile della grande mutazione in atto nelle società capitalistiche avanzate.  La residualità della loro posizione è ben espressa dalla carente consistenza organizzativa e dall'ininfluente ruolo politico che hanno contrassegnato la loro esperienza fino a tutta la prima metà degli anni '70. Il loro tentativo di sovrimprimere la cifra della conflittualità sociale secondo le logiche astraenti e furenti della "strategia della lotta armata per il comunismo" delinea una prospettiva politica in stridente attrito con l'orizzonte politico-culturale disegnato dai movimenti. Effettivamente, esse "scommettono sul futuro, puntando sul passato" (5)

Travasare d'autorità il mito infranto della "rivoluzione comunista" nella composizione sociale delle lotte col ricorso ai codici della guerra: questo, l'imperativo categorico delle Br. L'idealtipo dello statuto delle organizzazioni comuniste combattenti da esse modellato costituisce la riscrittura dell'impianto teorico-politico dei Soviet a mezzo della guerriglia, postulata quale fattore della ricomposizione del 'politico' col 'militare'. Le Br presumono, con ciò, di dare origine ad una nuova modellistica, accomiatandosi definitivamente dalle tradizionali teorie dell'organizzazione e della rivoluzione. In realtà, esse non riescono allora  - e non vi riusciranno dopo - ad emanciparsi dai modelli terzinternazionalisti dei quali, anzi, forniscono versioni peggiorative. Come si erano infranti i sogni operaisti di portare "Lenin in Inghilterra" e/o "Marx a Detroit" (6), così è destinato a dissolversi il miraggio della "guerriglia nella metropoli". Con la differenza che la deriva brigatista ha lasciato dietro di sé una drammatica scia di sangue e lutti, contribuendo come causale assolutamente rilevante all'isolamento e alla sconfitta dei movimenti.

Note

(1) Cfr. Brigate Rosse,Autointervista del 1971; Id.,Autointervista del 1973. Entrambe le "Autointerviste" sono reperibili in Soccorso Rosso, Brigate Rosse. Che cosa hanno fatto, che cosa hanno detto, che cosa se ne è detto, Milano, Feltrinelli, 1976. Analizzeremo più partitamente entrambe le "Autointerviste" nella "quinta parte" del presente lavoro.

(2) Cfr. A. Franceschini, Mara, Renato e io (intervista raccolta dai giornalisti de "l’Espresso" Buffa e Giustolisi), Milano, Mondadori, 1988; R. Curcio, A viso aperto (intervista raccolta dal giornalista de "l’Espresso" M. Scialoja), Milano, Mondadori, 1993; M. Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana (intervista raccolta da Carla Mosca di "Rai 1" e Rossana Rossanda de "il manifesto"), Milano, Anabasi, 1994.

(3) Sulle problematiche in questione, particolarmente lucide appaiono, ancor oggi, le osservazioni di P. Farneti: a) Introduzione a Politica e società(a cura di P. Farneti), Firenze, La Nuova Italia, 1979; b)Dimensioni della scienza politica, "Teoria politica", n. 2, 1985. Sul punto, cfr. anche Gruppo di Ricerca su "Società e conflitto", Conflittualità sociale e lotta armata nel caso italiano, "Società e conflitto", n. 0, novembre 1988-aprile 1989 (in seguito, il lavoro è stato recuperato in Gruppo di Ricerca su "Società e conflitto",Snodi. Percorsi di analisi sugli anni '60 e '70, Avellino, Quaderni di "Società e conflitto", n. 6, 1995); A. Chiocchi-C. Toffolo, Il sindacato tra conflitto e movimenti, "Società e conflitto", n. 3, luglio 1990-giugno 1993 (successivamente recuperato in A. Chiocchi-C. Toffolo, Passaggi. Scene dalla società italiana degli anni '70 e '80, Avellino, Quaderni di "Società e conflitto", n. 7, 1995).

(4) Gruppo di Ricerca su "Società e conflitto", op. cit., p. 78.

(5) Ibidem, p. 100.

(6) Le due "parole d'ordine" rappresentano le coordinate politiche rispettivamente di partenza e di arrivo dell'operaismo trontiano che, in gran parte, caratterizza l'esperienza di "Classe operaia", a cui si rifaranno ampiamente sia "Potere Operaio" (nei primi anni '70) che "Autonomia Operaia Organizzata" (nella seconda metà degli anni '70). Con tutta chiarezza, esse sono indicative della necessità di impiantare l'organizzazione operaia rivoluzionaria e la critica teorico-pratica al livello più alto dello sviluppo del capitale. I testi "Lenin in Inghilterra" e "Marx a Detroit" sono in M. Tronti, Operai e capitale, Torino, Einaudi, 1980; rispettivamente a pp. 89-95 e  290-303.

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