PUNTO ZERO E/O BARBARIE?
SU ALCUNI ASPETTI PROBLEMATICI DELL'AUTOBIOGRAFISMO
di Sergio A. Dagradi

In quella parte del libro de la mia memoria dinanzi
a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica
la quale dice: Incipit vita nova.

Dante Alighieri


Nella sua Negative Dialektik Adorno scrive: «Ricominciare da un immaginario punto zero è la maschera dello sforzo di dimenticare. E non gli è estrinseca la simpatia con la barbarie[1]». Sentenza forte, lapidaria: propria dello stile e del rigore di pensiero del suo autore. Sentenza che pone una relazione significativa tra la volontà di ricominciare e lo sforzo di dimenticare: relazione che si connota negativamente, come simpatia con la barbarie e che, crediamo, debba essere esaminata, ponderata accuratamente in relazione allo sforzo proprio della scrittura autobiografica, come implicitamente sembra invitarci a fare l’epigrafe di Dante Alighieri, tratta da quella sorta di autobiografia poetica che è la Vita nova. Detto altrimenti, la domanda che questa sentenza ci suscita è: è presente, è inconsciamente insito in ogni sforzo autobiografico, in ogni riflessione che cerchi di riflettere sui percorsi della propria esistenza, il meccanismo descritto da Adorno, ossia una volontà di ricapitolazione delle proprie vicende al fine di superarle in un nuovo inizio? Come può il racconto autobiografico non essere una razionalizzazione della propria vicenda e, come tale, una sua freudiana rimozione?

Analizziamo anzitutto in modo puntuale l’affermazione di Adorno, cercando di trovare – nel corso della stessa analisi – alcuni elementi di problematizzazione.

In primo luogo vi è da sottolineare l’azione del ricominciare: del cominciare da capo, di nuovo. In questa azione è già implicita, è già presente l’idea di una rottura, di uno scarto, di una frattura. Il ri-cominciare rinvia alla ripresa di un’azione dopo una pausa, un’interruzione, una sospensione: qualcosa non funziona più, qualcosa si è rotto, ha trovato un momento di sospensione e in questa sospensione si è aperto il varco del dubbio e della riflessione. È la dinamica che ricordava Heidegger, nel § 16 di Sein und Zeit, a proposito del nostro interrogarci sul mondo: è quando un utensile intramondano non funziona più che ci accorgiamo della sua stessa esistenza e che diventa per noi un problema, qualcosa degno di domanda, di investigazione[2]. Nel caso dell’autobiografia è il senso stesso della vita ad essere posto come un problema a noi stessi, a divenire interrogazione esistenziale sul senso del proprio essere al mondo. Qualcosa è sorto, è intercorso come evento a determinare l’emergenza di questo orizzonte problematico: l’autobiografia proprio come quella scrittura che tenta di ri-tracciare un segno che dia la direzione di marcia, che rimandi ad un senso ultimo che possa concatenare gli accadimenti precedenti, le azioni e le scelte trascorse. In questa prospettiva l’autobiografia corre il rischio di divenire meccanismo della dimenticanza, piuttosto che del ricordo e della consapevolezza di sé: nelle sue Tesi di filosofia della storia paradigmaticamente Benjamin ricordava di quale dimenticanze sia costruita la storia[3]. La storia, fatta dai vincitori, è intrinsecamente rimozione delle ragioni dei vinti. Analogamente l’autobiografia corre il rischio di essere la ricostruzione della propria vita filtrata alla luce di una determinata prospettiva di lettura, e ovviamente di senso: quanto non rientra in questa prospettiva, quanto di non conciliabile con essa cade nell’inevitabile rimozione. La volontà di coerenza inscrive una vita nel meccanismo narrativo del romanzo di formazione, nel quale ogni accadimento – secondo quella logica propria della dialettica hegeliana – acquisisce il proprio senso esclusivamente nella sua dipendenza dalla catena necessaria di eventi che deve produrre ineluttabilmente l’esito finale[4].

Questo ricominciamento – dice ancora Adorno – muove inoltre da un immaginario punto zero. Vi è un punto zero, un punto di inizio che, come tale, è però solamente immaginario, ovvero illusorio. La possibilità di questo punto zero è solamente una chimera: quella chimera denunciata da Barthes, in un contesto sicuramente diverso ma che – sulla scorta del motivo della scrittura che ogni autobiografia porta con sé – ci sembra anche riconducibile a quello nel quale ci stiamo muovendo, ne Il grado zero della scrittura[5]. Il tentativo di un grado zero è un’utopia, un esercizio mentale di sottrazione di elementi dal contesto di condizionamento nel quale ogni soggetto – e ogni evento della sua vita – è storicamente gettato, in senso heideggeriano. È l’illusione di uno scrittore senza scrittura e senza testo: ossia di un soggetto che possa pensare a sé e alla propria esistenza da un punto esterno a quella stessa trama di accadimenti, di fatti, eventi, emozioni, dolori e gioie che l’hanno formato, plasmato, determinato in un certo modo e non in un altro. In tal senso è il prodotto dell’immaginazione, ossia è un punto zero immaginario: pura finzione. Un autobiografia, in quanto tale, sfugge al pericolo della finzione evitando quel processo di sottrazione e rimozione ricordato in precedenza: e lo fa assumendo un atteggiamento ermeneutico rispetto al proprio punto di vista, rispetto alla prospettiva d’analisi dalla quale l’autobiografia è condotta. Viceversa la vita che viene narrata assomiglia appunto a quella maschera dello sforzo di dimenticare che sempre Adorno ci ricorda.

Alla vita si sostituisce la maschera: all’esistenza nella sua pienezza e nelle sue dolorose – a volte – contraddizioni si sostituisce il personaggio da romanzo, e da romanzo di cattiva letteratura. Alla poliedricità subentra la monoliticità, l’univocità di quell’uomo a una dimensione che costituisce il vero paradigma di riferimento dell’esistenza nell’epoca del tardo capitalismo[6]. In questo risiede propriamente il rischio della barbarie al quale si riferiva Adorno. È quel rischio del quale parlavano anche Deleuze e Guattari nel loro ultimo libro, Che cos’è la filosofia?, quando sintetizzavano la condizione di vita dell’età presente con una sentenza di lucidità e crudezza pari a quella di Adorno e alla quale abbiamo già fatto riferimento in un precedente intervento:

I diritti dell’uomo non dicono nulla sui modi di esistenza immanenti dell’uomo provvisto di diritti. E la vergogna d’essere uomo non la proviamo soltanto nelle situazioni estreme descritte da Primo Levi, ma anche in condizioni insignificanti, di fronte alla bassezza e alla volgarità dell’esistenza che pervadono le democrazie, di fronte alla propagazione di questi modi di esistenza e di pensiero-per-il-mercato, di fronte ai valori, agli ideali e alle opinioni della nostra epoca. L’ignominia delle possibilità di vita che ci sono offerte appare dall’interno[7].

La simpatia con questo tipo di barbarie è letteralmente il patire-con, una disposizione d’animo favorevole al processo di reificazione a cui ciascuno viene assegnato nell’assumere acriticamente il ruolo sociale al quale si pare destinati. Il ridurre a maschera la propria esistenza, il ridurre a personaggio se stessi è il rischio che incombe su ogni autobiografia, rischio che si accompagna inevitabilmente – sulla scorta di quanto detto – a un implicito sostegno all’unidimensionalità reificante. È il pensare a sé attraverso le categorie di quel pensiero che lo stesso Adorno chiama il pensiero amministrativo[8].

Quel pensiero che, per certi versi, è emblematicamente rappresentato dall’autobiografismo agostiniano delle Confessioni, nel quale pirandellianamente l’autore recita a soggetto: vi è come una tesi di fondo da sostenere, da perseverare nell’intera stesura dell’opera. Il soggetto che deve emergere è già prefigurato, già dato: monolitico e quasi privo di contraddizioni, ogni deviazione rispetto al percorso è già-da-sempre riassorbita alla luce del fine ultimo che tutto assorbe e tutto eleva (nell’ottica agostiniana, evidentemente). Lo spazio del dubbio, dell’incertezza forse anche della stessa vita viene riempito, seppellito: scompare per lasciare il posto a un’ingombrante pienezza della fede che tutto mastica, rumina e risputa. L’autobiografia di Agostino si presenta come un potente dispositivo di disciplinamento ed assoggettamento del proprio sé a una forma data: vi è come l’oggettivazione di una vita, la sua reificazione già a reliquia, a icona.

Di contro – e su questo punto ci promettiamo di ritornare in un prossimo intervento – la riflessione autobiografica nietzscheiana si muove in una direzione diametralmente opposta: appare piuttosto una pratica di incessante dissoluzione del gioco di maschere, dei meccanismi sociali istitutivi dei ruoli e degli stessi soggetti, nel tentativo di ridare voce alla polifonia dell’io, di lasciar rilucere le infinite multisfaccettature soggiacenti a ciascun soggetto. Il meriggio nietzscheiano rappresenta, da questo punto di vista, proprio il manifestarsi di questa pienezza viceversa soffocata dall’univocità e di una pienezza che raccoglie sempre di nuovo le sfide del domani ma mai dimentica di sé e del proprio cammino:

E il grande meriggio è: quando l’uomo sta al centro del suo cammino tra l’animale e l’oltreuomo, e celebra il suo avviarsi alla sera come la sua speranza più elevata: giacché quella è la via verso un nuovo mattino[9].

Con questi aspetti problematici – anche con questi aspetti problematici – ogni percorso autobiografico deve confrontarsi e scontrarsi.

Note

[1] T. W. ADORNO, Dialettica negativa, (1966), tr. it. Einaudi, Torino 19802, p. 63.

[2] M .HEIDEGGER, Essere e tempo, (1927), tr, it. Longanesi, Milano 1976, pp. 99-104.

[3] Tr. it. in W. BENJAMIN, Angelus novus, Einaudi, Torino 1962, pp. 72-83.

[4] Per ulteriori considerazioni attorno a questo esempio di narrazione mi permetto di rimandare al mio Il Bildungsroman di Renzo: una nota sui Promessi Sposi, «Italianistica», a. 28 (1999), n. 3, pp. 421-425.

[5] R. BARTHES, Il grado zero della scrittura, (1953), tr. it. Einaudi, Torino 1982.

[6] Il riferimento è evidentemente a H. MARCUSE, L’uomo a una dimensione, (1964), tr. it. Einaudi, Torino 1967.

[7] G. DELEUZE – F. GUATTARI, Che cos’e la filosofia?, (1991), tr. it. Einaudi, Torino 1996, p. 101. Il riferimento è al contributo Esperienza e racconto di sé: una via d’accesso al tema dei processi di soggettivazione, pubblicato in «Società e conflitto», n. 29/32, gennaio 2004-dicembre 2005.

[8] T. W. ADORNO, Dialettica negativa, op. cit., p. 29.

[9] F. NIETZSCHE, Così parlo Zarathustra, (1883-1885), tr. it. Adelphi, Milano 199317, p. 87. Traduzione parzialmente modificata.


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