1. Mondi fuori dal mondo
Come è sin troppo agevole arguire, la percezione dello spazio è legata a filo doppio all'organizzazione dello spazio. Uno spazio organizzato è indissolubilmente uno spazio percepito: il modo con cui percepiamo lo spazio designa invariabilmente il modo con cui l'abitiamo e viceversa. L'abitare interseca il vivere organizzato che, così, mette in spazio la storia con tutte le sue interazioni umane e relazioni sociali. Non può, pertanto, stupire che le prime determinazioni che l'abitare tocca siano l'Io e l'Altro. Le metafore e i paradigmi sulla e intorno alla città non possono far altro che designare i circuiti comunicanti della centralizzazione e dell'emarginazione delle forme e dei soggetti viventi catturati nei reticoli spaziali. Le città, in questa cornice, hanno profondamente modificato gli scenari della storia e della comunicazione umana. Le logiche spaziali della città hanno finito col ruotare intorno a centri e periferie, fin dalla remota antichità. La città borghese e capitalistica ha accentuato e sublimato tali logiche, conducendole fino all'esplosione globale che abbiamo davanti ai nostri occhi e che vede, a un polo, la fioritura delle città planetarie e, all'altro, la frantumazione estrema dello spazio urbano, di cui il degrado delle periferie terzomondiali e metropolitane non è che il coerente portato. A un polo, spazio globale; all'altro, disordine urbano: la geometria spaziale sostituisce la complessità sociale, disconoscendone la semantica (1). È così che, al primo colpo d'occhio, si presenta la scena. Dentro la quale, secondo Khaled Fouad Allam, la «città, pur nella molteplicità dei suoi aspetti, non riesce più a produrre società»; come dire che siamo catapultati di fronte a un «brusco arresto della funzione socializzatrice della città» (2). A fronte di ciò, si combinano i processi e le problematiche della desolidarizzazione e della secessione urbana: il conflitto, non socializzandosi, degenera in violenza; la frantumazione dello spazio, non comunicandosi, degrada verso l'autodistruzione delle forme urbane moderne e postmoderne. Le rivolte ricorrenti nelle banlieues di tutto il mondo costituiscono la migliore testimonianza di questa sofferenza dissidente.
Stando così, le cose, particolarmente interessante si rivela il contributo ultimamente proposto da F. Ferrarotti (3). Partiamo dalla definizione che egli dà di mondo periferico:
Chiamo "mondo periferico" quell'insieme di gruppi umani, numericamente consistenti, sparsi per tutto il globo, che sono presenti nella storia eppure ne restano fuori [...] In altre parole, il mondo periferico è presente, formicolante e vivo, tuttavia l'ufficialità lo considera combustile inerte, come se esso non decidesse il proprio destino, ma fosse sempre in passiva attesa che la fiamma lo investa dall'alto secondo disegni e decisioni imperscrutabili. Questo mondo è talvolta definito con la formula riassuntiva di "classi subalterne", ma è una designazione fuorviante. La posizione subalterna rimanda infatti a un ordinamento di supra- e sub-ordinazione, e quindi all'appartenenza a un quadro relativamente razionale dell'organizzazione sociale. A un'analisi attenta, quello periferico appare come un mondo fuori dal mondo. Non fa parte del mondo organizzato: indica una umanità, per così dire, di riserva, emarginata e marginale - socialmente, politicamente ed economicamente lasciata a se stessa [...] Non la parte più bassa della stratificazione sociale né il livello infimo. È fuori da qualsiasi griglia classificatoria. Non è neppure proletariato, al più è Lumpenproletariat. Incarna l'esclusione sociale, l'espediente occasionale come mezzo normale di sussistenza e quindi vive, o sopravvive, in condizioni di povertà endemica (p. 17).
Mondi fuori dal mondo: partiamo da qui. Fuori dal mondo dell'ufficialità esistono i mondi dell'umanità emarginata ed esclusa. Mondi in parte espulsi e in parte autosufficienti; in parte negati e in parte risorgenti e insorgenti. Mondi caleidoscopici, intessuti di infinite differenze e variabili. Il mondo periferico che ci illustra Ferrarotti è il mondo vivente delle differenze negate e sofferenti. Ecco perché, egli ci dice, le favelas di Rio, le banlieues di Parigi, i ghetti di New York, le borgate di Roma e le barriadas di Lima sono profondamente diverse tra di loro: «sono realtà lontane anni luce» (p. 18). E tuttavia, ciò che le unisce è la lontananza dai centri propulsori delle decisioni politiche, economiche, sociali e culturali (pp. 62-65). Sulla scorta delle analisi di Ferrarotti, possiamo concludere che qui la lontananza delinea uno status di esclusione sociale, di impotenza e frustrazione: circoscrive i mondi degli esclusi inclusi.
Ma come la società globale include gli esclusi e, simultaneamente, esclude gli inclusi? La risposta di Ferrarotti è precisa e tagliente: «come realtà passiva, discriminata, in qualche modo irrilevante, e tuttavia condizionata dai valori dominanti» (p. 18). In proposito, Ferrarotti distingue tre tipi di società globale:
Negli ultimi due tipi di società globale, il mondo periferico viene prodotto come mondo dell'esclusione sociale, al cui interno la precarietà e la povertà diventano un modo di vita che si riproduce su scala planetaria (p. 19; ma v. soprattutto pp. 65-68). La povertà ritorna a occupare la scena; ma, ora, viene totalmente imputata ai poveri, i quali - nell'immaginario collettivo dominante - altro non sarebbero che i carnefici di se stessi e il peso morto della società (pp. 19 ss., 37 ss.). Qui, in realtà, la società globale rimprovera ai poveri di non riuscire a divorare il tempo che, per questo, si rivale su di loro, divorandoli. La cronofagia delle società globali ha questa doppia valenza: per un verso, i dispositivi che regolano le relazioni sociali e interumane generano uno strangolamento produttivistico del tempo, fino a ingoiarlo letteralmente; per l'altro, laddove non è consumato, è il tempo a ingoiare esseri umani e forme sociali, sospingendoli verso il terreno maledetto della frustrazione e dell'impotenza. Condannato a non poter essere del mondo, quello periferico è il prodotto, forse, più coerente delle società globali. Mantenere fuori dal mondo ciò che è del mondo e che proprio grazie alla sua messa al margine consente la riproduzione ristretta delle scale del potere è un capolavoro di perfidia e, insieme, un esemplare esercizio di avida razionalità contabile. Ci ricorda Ferrarotti: «i poveri sono necessari in una società la cui economia si fonda sullo sfruttamento» (pp. 38-39).
I poveri, gli emarginati e gli esclusi sono dappertutto inseguiti e circondati dai modelli e dai valori dominanti; non dispongono, tuttavia, dei mezzi e delle opportunità per poterli realizzare. La povertà e la miseria come stile di vita nascono in questo vortice di impotenza che finisce col somigliare a una corsa a ostacoli verso il nulla che, poi, non è che la riconferma emblematica dell'indigenza patita. Ma non poter realizzare i modelli e i valori dominanti non è un male assoluto; bensì una iattura che cela in sé alcune potenziali virtù: mettersi in cammino per altre prospettive di vita. Alla povertà come stile di vita si contrappone, quindi, la povertà come altro dal nulla dell'opulenza, come liberazione della propria vita dalla cronofagia del tempo. In questo caso, i mondi fuori dal mondo si e ci direzionano verso universi relazionali che non fagocitano la vita dell'umanità e del pianeta, riducendola a pura unità di calcolo economico. Qui siamo lontani da quella condizione sociale definita da Albert Camus come povertà felice (p. 19); nondimeno, la dinamica della povertà che ci qui viene qui mostrata è in tensione verso la "conquista della felicità". Non una condizione felice, dunque; ma uno status di sofferenza che proietta la sua libertà in direzione della felicità. È in questo senso che i poveri sono felici: felici dell'indigenza da cui si liberano e che li libera. Stretto in queste congiunzioni di analisi, il paradigma di Oscar Lewis della cultura della povertà viene dissezionato e mostrato in tutta la sua unilateralità psicologista (pp. 20 ss., 38 ss., 65-68).
Nelle società globali il volto della povertà diviene ancora più complesso e, per certi versi, sfuggente, in quanto si arricchisce di componenti che vanno oltre le dimensioni strutturali (su cui rimane attestata l'analisi marxista) e che incidono direttamente sulle costellazioni psico-sociologiche e immateriali che determinano la vita sociale e relazionale. Ed è qui che diventa necessario stipulare una differenziazione congrua tra povertà, indigenza e miseria (pp. 22-23). L'indigenza e la miseria sono le scale inferiori della povertà: la prima esprime uno stato non occasionale di bisogno; la seconda, uno stato di disgregazione sociale e dei nuclei relazionali, a partire da quelli familiari. Ferrarotti reincontra a questa penetrazione di indagine i paradigmi di Oscar Lewis. La miseria costringe a espedienti continui, al fine di poter sopravvivere: si autoriproduce all'infinito e diventa un vero e proprio modo di vita (pp. 23, 65-68). Ma a questo modo di vita i poveri diventati miserabili sono costretti da "dati oggettivi" e "situazioni strutturali": se ci si dimentica di ciò, chi vive in miseria, da vittima, viene trasformato in responsabile, con una smaccata inversione delle responsabilità storiche, culturali e politiche effettive (p. 23. Il povero, ci ricorda Ferrarotti, non va guardato nella sua nuda soggettività o nella sua cruda oggettività, ma calato nella realtà materiale e immateriale in cui vive ed è costretto a vivere (pp. 25-29). Si tratta, quindi, di superare tanto il paradigma marxista che quelli culturalisti e psicologisti. La prospettiva culturale e politica è chiara:
La sola via d'uscita [...] sembra essere quella di una diagnosi severa dello stato di povertà, della sua genesi e dei suoi modi evolutivi, affinché i poveri prendano scienza di se stessi come cittadini a pieno titolo e procedano, eventualmente, alla propria liberazione (p. 29).
I mondi fuori dal mondo rientrano, così, a pieno titolo nel mondo, mutandolo e conferendogli una umanità che è, insieme, smarrita e inedita.
2. Contro corrente
Una condizione di poveri e liberi è testimoniata direttamente da Ferrarotti, allorché ricorda i contesti, lo spirito e le strategie operative entro cui si svilupparono le pionieristiche ricerche sociologiche sulle borgate romane da lui avviate nel 1961 e approfondite negli anni Settanta:
Ma siccome non sentivamo sul collo il fiato di alcun padrone, siccome eravamo poveri e liberi, abbiamo avuto quasi subito delle curiosità che ci guardavamo bene dal censurare o dal reprimere: come mani, nonostante il "miracolo economico" e, fatto inaudito nell'esperienza degli italiani, il pieno impiego relativo, le famiglie bene dei Parioli e dell'Aventino avevano (e hanno) ancora tanta manodopera ancillare a loro disposizione? Chi erano i ragazzi delle commissioni, i "cascherini" delle botteghe? Perché tanti ragazzotti servivano nei bar, portavano in giro i cappuccini a metà mattina negli uffici del quartiere? Da dove venivano le donne che fanno la pulizia di notte negli uffici? (pp. 51-52; corsivo nostro).
La realtà messa in primo piano dalla ricerca sociologica poneva pienamente in luce i nessi indissolubili tra centro e periferia, tra povertà e opulenza, tra potere ed emarginazione sia sul piano cd. "strutturale", sia su quello "sovrastrutturale" (pp. 52 ss.). I "quartieri dei poveri" erano riconducibili a complessi sottosistemi culturali penalizzanti e invalidanti: le scuole di periferia erano le scuole del degrado. Segnatamente, «il sistema scolastico, in particolare le classi differenziali, contro ogni dichiarazione ufficiale, invece di aiutare e promuovere socialmente i meno privilegiati, confermano duramente e sistematicamente la divisione classista della società» (p. 52). Qui emerge, con chiarezza, non solo la natura contraddittoria della città, ma il suo carattere spoliatorio e discriminatorio. La città è "popolata" da contraddizioni che discriminano il suo "popolo": gli spazi urbani sono la vetrina della disuguaglianza e dell'ingiustizia sociale.
Ma è anche vero che la natura contraddittoria della città rende disponibile anche la complessità delle forme e delle dinamiche urbane che sfuggono alle ricostruzioni consolatorie dell'accademia. Crolla qui uno degli archetipi dell'ideologia urbanistica, secondo il quale la città sarebbe l'espressione naturale della comunità umana (p. 53). Le ricerche condotte da Ferrarotti smascherano questa narrazione, svelandone il carattere distorto e mistificante: esse dimostrano, in via definitiva, che «la città naturalmente armonica è un mito» (p. 53). Un mito funzionale alle logiche di riproduzione dello spazio urbano, secondo assetti e distribuzioni coerenti con le logiche di riproduzione del potere. In queste condizioni, «la degradazione urbana è inevitabile e si presenta come un dato permanente e immodificabile in quanto i ghetti di miseria sono funzionali ai quartieri di lusso» (p. 53). Da questo punto di vista, facendo nostro il lessico suggestivo che Ferrarotti impiega a proposito di Roma, possiamo dire che le contraddittorietà delle città contemporanee rappresentano una stratificazione archeologica di problemi (p. 54). Di queste stratificazioni, certamente, le dinamiche più interessanti sono quelle che generano fenomeni complessi e integrati che, a un polo, magnificano il movimento dello sviluppo della città e, al polo complementare, giustificano e legittimano le periferie emarginate ed escluse. Ma, osserva Ferrarotti, il dato nuovo e mai sufficientemente indagato dalle ricerche accademiche, né messo in luce dai media, è che le periferie non costituiscono più l'anti-città, ma un nervo essenziale dello spazio urbano: la loro rilevanza sociale è inversamente proporzionale alla loro centralità economica (pp. 58 ss.).
La contraddittorietà urbana di Roma ci dice della straordinarietà del suo profilo: Roma è, in questo senso, città atipica. Ma si tratta di una atipicità tipica che reca nelle sue viscere la gestazione e generazione di un modello di città decentrata e multietnica, in una qualche misura in antitesi col modello monocentrico della polis greca (p. 57):
I "mezzi sangue" e in generale i meticci non erano considerati come una degenerazione della razza. Lo ius soli di Romolo è esemplare. Si determinarono una mescolanza etnica e insieme una mescolanza sociale. La Roma delle origini accolse individui apolidi, nomadi, nobili decaduti e persino schiavi. Roma, si potrebbe dire, nacque come una città aperta non solo ai fuggitivi, ma agli uomini di coraggio, in cerca del nuovo, capaci di iniziative inediti, bisognosi di presenze femminili, cui provvederanno col leggendario "ratto delle Sabine" (p. 57).
Quante e quali di queste origini Roma conserva ancora? In che misura, invece, queste origini sono state tradite e corrose? Non è, forse, l'architettura delle città globali (non solo di Roma) la negazione dello spazio urbano aperto? Il cosmopolitismo e la multietnicità delle città globali non sono, piuttosto, un rito officiato da strategie retoriche elaborate e gestite da élites transnazionali? Anche nelle metropoli all'interno delle quali il métissage culturale e sociale sembra trionfare, in realtà, la disuguaglianza e l'ingiustizia non accennano a diminuire. Nuovi meteci proliferano a scala planetaria. Si moltiplicano i senza diritti (p. 61), prova testimoniale dell'espansione di territori senza diritti. Spazi senza diritti ed esseri umani senza diritti sono gli uni la causa e, insieme, l'effetto degli altri.
Ora, pensare le periferie come territori senza diritti ci riconduce a uno dei luoghi caldi della riflessione di Ferrarotti: forse, al suo leit motiv. La problematica delle periferie si arricchisce di una variabile decisamente nuova e rimarchevole e, che per molti versi, conferisce un'impronta al libro:
[...] la periferia romana d'oggi sembra che possa riuscire, per tutta la città, una grande risorsa e un fatto positivo, ma si presenta con una varietà notevole di profili professionali e di stili di vita, con richieste di partecipazione e di mobilità del territorio che attendono di essere soddisfatte e che vanno pazientemente indagate nella loro specificità. Il rischio di oggi è, difatti, quello di considerare la baracca e la baraccopoli di ieri, come il prodotto di un non-sviluppo che ormai è stato superato e che si tratterebbe solo di procedere a un'astratta, razionalizzante programmazione dell'area comunale. La fine delle borgate e delle baracche non significa di per sé la fine dell'emarginazione metropolitana. Non è sufficiente portare nelle ex borgate i servizi essenziali - luce, acqua, gas - la segnaletica stradale, i "segni esterni" della modernità. Occorre un processo di autopromozione, economica ma anche culturale, servizi sociali essenziali, ma anche scuole migliori, luoghi di ritrovo interetnico, cinema, biblioteche, attività di aggregazione per i giovani con i loro tipici concerti e la loro musica. Per ridurre sempre di più il divario centro-periferia bisogna portare il centro nella periferia (p. 59; corsivo nostro).
Il centro nella periferia e la periferia nel centro: ecco descritte le traiettorie che riportano nel mondo i mondi fuori dal mondo e che disaggregano i fenomeni dell'esclusione e dell'emarginazione, dislocando articolati processi di partecipazione territoriale e decisionale diffusa, in un'ottica a) di riscoperta e riappropriazione dello spazio urbano (p. 60) e b) di rivitalizzazione e rielaborazione del concetto di cittadinanza, con il pieno rispetto della diversità culturale che i migranti e la comunicazione globale portano in giro per il mondo (pp. 63-64. 71, 73-74). Urgenze particolarmente avvertite, soprattutto, a fronte delle immani trasformazioni urbane, territoriali, produttive e culturali intervenute a partire dagli anni Ottanta. Il "ghetto edile" e la stratificazione operaia di intere periferie romane non esistono più (55 ss.). Nelle nuove condizioni, scompaiono i proletari intermittenti ed è definitivamente superata la dicotomia centro/periferia (pp. 59-60, 72). Soprattutto in queste condizioni, possiamo ribadire: «Se la periferia scomparisse, la vita di Roma si arresterebbe» (p. 63).
Le periferie del mondo esplodono nel mondo in ricorrenti rivolte, poiché nel mondo: a) sono negati diritti fondamentali, b) è interdetta la riappropriazione partecipata degli spazi, c) è sterilizzata la comunicazione delle differenze culturali, d) è aggredita la diversità. Gli abitanti delle periferie si rivoltano contro l'ordine culturale e politico dello spazio planetario che sono costretti a subire e con cui sono impossibilitati a interagire, se non nelle forme della ribellione che, tra l'altro, ha il merito di riportare alla ribalta il problema delle periferie (p. 68). Che, a guardar bene, è richiesta di un conflitto dialogante e di un dialogo conflittuale: entrambi negati e neanche lontanamente intercettati dalle politiche culturali e sociali elaborate e attuate dalle nuove élites dominanti. A livello di sfera pubblica e di emergenze e insorgenze soggettive è, questo, un altro tratto distintivo che accomuna le periferie terzomondiali e metropolitane.
Andando contro corrente, l'analisi di Ferrarotti ci aiuta a comprendere meglio come le periferie, oltre che cifra dell'emarginazione e dell'esclusione, siano un concentrato di potenzialità, grazie cui riallocare in termini di equità e giustizia acquisitiva e distributiva il territorio e le sue risorse: nel cuore malato delle città globali, insomma, si celano le energie vitali per venire a capo della frantumazione dello spazio urbano. Le speranze di Ferrarotti non si dispiegano sul breve, ma sul medio periodo: «I risultati non saranno immediati, ma a media scadenza la città potrebbe finalmente rifiorire se non come comunità umana, con un modo di vita che non sia quello dell'insensata ferocia di una giungla» (p. 64). Andare oltre la frantumazione urbana significa proprio costruire svolte progressivamente irreversibili dalla ferocia metropolitana e dai suoi codici etici cinici e amorali. Quello di Ferrarotti è un esempio di realismo utopico e di utopia realistica, i cui varchi consentono di costruire nuove forme di senso dell'organizzazione dello spazio urbano e nuove modalità viventi dell'abitare e comunicare umano.
Chiaramente, il discorso di Ferrarotti contiene, in esplicito, una critica delle forme della civilizzazione. Non casualmente, egli riporta un eloquente passo di Camus: «Il contrario di un popolo civile è un popolo creatore» (4). Ma, diversamente da Camus, Ferrarotti non colloca la possibilità della svolta e della trasformazione in un universo metastorico; al contrario, la insedia nelle pieghe di uno spazio/tempo che riorganizza la storia, eccedendola e riscattandone la dignità. La creazione, in Ferrarotti, è critica civile della civiltà. Sta qui il carattere più costruttivo e, nel contempo, dissacrante del suo essere e andare contro corrente. E andare contro la corrente della civilizzazione, forse, significa afferrarne il lascito più prezioso, realizzarne i desideri più puri e le prospettive più temerarie. L'affermazione della dignità umana, come ci indica Ferrarotti, nasce proprio nei passaggi capaci di far incastrare questi desideri con queste prospettive. Senza dimenticare mai l'unico «imperativo etico a portata universale: tutti gli esseri umani sono esseri umani e come tali vanno trattati» (p. 74).
Il saggio di Maria Immacolata Macioti - che costituisce la seconda e conclusiva parte del libro - è l'ideale continuazione delle analisi di Ferrarotti: ne mostra concretamente la forza precorritrice e, nel contempo, le sviluppa sul piano storico-empirico, fornendo un pregevole esercizio di sociologia qualitativa (5). Il contributo si segnala per il suo complesso iter metodologico e per la puntuale ricostruzione delle fenomenologie urbane delle periferie romane. Particolarmente interessanti risultano i percorsi di senso che l'indagine estrapola dallo spazio urbano, restituendoci delle periferie la loro vitalità in divenire, non solo le loro tumefazioni culturali e sociali.
Non possiamo qui dedicare al saggio lo spazio che merita. Ma dobbiamo, quanto meno, rimarcare come, con l'indagine del 2006 sui quartieri romani diretta dalla Macioti, l'andare contro corrente della ricerca sociologica abbia raggiunto risultati qualitativamente ragguardevoli, reimpostando gli approcci al tema delle periferie e, più in generale, alle problematiche dello spazio urbano. Ciò soprattutto in considerazione del fatto che l'indagine costituisce soltanto un primo e rinnovato passo in tale direzione e che la sistematizzazione e rielaborazione interpretativa dell'enorme materiale raccolto sono ben lungi dal concludersi (pp. 150 ss.). In particolare, l'applicazione della metodica di ricerca longitudinale elaborata da Ferrarotti (pp. 61-62) ha consentito alla Macioti e ai suoi collaboratori di andare oltre la critica teorica degli approcci sociologici dominanti, permettendo loro di collocarsi nelle pulsazioni viventi che si estendono per l'intero e variegato corpo delle periferie romane.
Se, come osserva un'assistente sociale del quartiere Alessandrino, è la metafora dell'onda marina con i suoi spostamenti mutevoli e repentini a caratterizzare in maniera perspicua le dinamiche delle periferie romane (pp. 99-100), l'indagine guidata dalla Macioti si fa ed è parte integrante di tale onda e dentro di essa si lascia andare. Abbiamo, così, negli occhi, nella mente e nel cuore i movimenti e le oscillazioni della vita delle periferie. E vi siamo noi stessi immessi dentro. Siamo, in questo modo, messi e ci mettiamo in gioco, sì, nel presente, ma verso il futuro. Un futuro che ci parla non tanto delle periferie, ma dalle periferie. Un grande potere evocativo, in tale direzione, lo hanno le foto scattate da Francesco Ferrarotti e da Franz Gustincich poste a conclusione del libro, quasi a segnare simbolicamente un ricominciamento possibile, già iniziato sotto i nostri occhi.
Note
(*) Il libro preso in esame in questo "Primo piano" è: Franco Ferrarotti e Maria Immacolata Macioti, Periferie da problema a risorsa, Roma, Sandro Teti Editore, 2009.(1) Cfr., sul punto, le dense considerazioni di Khaled Fouad Allam, nella Introduzione al libro che si sta qui recensendo (pp. 11-14).
(2) Ibidem, pp. 12-13.
(3) Cfr. F. Ferrarotti, Osservazioni preliminari sul mondo periferico, pp. 15-76.
(4) Cfr. A. Camus, Noces, Paris, Gallimard, 1950; cit. da Ferrarotti, p. 65.
(5) Cfr. M. I. Macioti, Periferie romane tra memoria e possibili futuri, pp. 77-158.