L'OMBRA LUNGA DELL'EMERGENZA�[1]

1. Dalla democrazia alla crisi della democrazia: ovvero la nascita dell'emergenza

Già nel corso dei primi anni '80, la semantica del termine emer­genza è andata profondamente mutando. Tra i primi, lo ha rilevato Stefano Rodotà: “La parola “emergenza” sta, dunque, cambiando significato.� Non indica più una situazione eccezionale e transitoria: l'emergenza si consolida, si fa realtà permanente, produce le sue regole, organizza le sue istituzioni.� Oggi (varie) situazioni, all'origine eccezionali, vengono unificate sotto l'unica etichetta dell'emergenza, che serve a giustificare tutto e il contrario di tutto.� Ma questa è soltanto la facciata.� Dietro la quale, da tempo, sono incorso processi profondi di trasformazione degli apparati pubblici. Sarà l'emergenza la vera madrina della riforma istituzionale?” [2].

L'emergenza, dunque, come trasformazione profonda del tessuto istituzionale. Ovverosia: emergenza come astuzia della trasformazione istituzionale e punto di svolta indietro del quale non è possibile fare ritorno e con cui non si può omettere di confrontarsi.

Vediamo di verificare, in prima ipotesi, il rapporto di in­terdipendenza tra crisi della democrazia ed emergenza. Esiste un ampio e diversificato filone politologico, definibile in senso lato neodemocratico, che tende a leggere la degenerazione dei poteri come relazione e portato dei paradossi e degli effetti perversi della democrazia. Da questo filone, più o meno esplicitamente, si estrapola qui un quadro di lettura che ipotizza l'emergenza come paradosso e, insieme, effetto.� La verifica di questa ipotesi, in sostanza, costituisce l'applicazione degli strumenti concettuali messi a disposi­zione del filone politologico individuato, per saggiarne dall'interno la possibilità o meno di farne un uso cognitivo congruo e produttivo.

Secondo la costellazione teorica e politica che si intende sottoporre a verifica, come è noto, i paradossi della democrazia sono fondamentalmente tre:

  1. democrazia chiede sempre più democrazia;
  2. più democrazia significa più burocrazia;
  3. più democrazia vuole più tecnocrazia [3].

È per lo meno a far data dal secondo conflitto mondiale che la democrazia ha dovuto imparare a far fronte alla democrazia.� Più che svuotarsi la "democrazia formale" e limitarsi la "democrazia sostanziale", è mutato il significato della democrazia; è mutata la sua forma storica di esistenza.� Il primo che ha concettualmente indagato questo fenomeno, seppur a lato della riflessione sul nazionalsocialismo, è stato Fraenkel [4]; sulla sua scia, in epoca a noi più vicina, si è mosso Wolfe [5].� Nell'analisi di Fraenkel e Wolfe, lo Stato, invece che limitarsi a svuotare di valore la "democrazia formale" (soluzione di "destra") oppure impegnarsi a realizzare le mancate promesse della "democrazia sostanziale" (soluzione di "sinistra"), riscopre la forma della diarchia. Una faccia: “democratica, cercando di guadagnare consenso all'ordine pubblico”; l'altra faccia: “cinica e ambiziosa come Cassio, sarebbe stata liberale (nel senso classico), responsabile dell'accumulazione del capitale e della protezione delle agenzie che realizzano l'accumulazione” [6].

La diarchia qui categorizzata è tra legittimazione (avente una valenza democratica) e accumulazione (recante un segno liberale). Disaggregando ulteriormente la rete dei poteri e delle interdipendenze, ci accorgiamo che il dualismo si dipana tra due coppie polari: da un lato, legittimazione/consenso e, dall'altro, accumulazione/profitto. Politica è la prima coppia; economica, la seconda.� Politica (e anche politica economica) dello Stato ed economia politica del capitale si mantengono, così, strettamente funzionalizzate, conservando ognuna il necessario grado di autonomia.

Secondo questo modello, lo Stato non sarebbe altro che visibilizzazione politica dell'invisibile governo economico.� La diarchia rappresenta giustappunto il raccordo necessario tra i due poli.� Non solo giustifica, ma rende necessaria la mutazione delle "regole del gioco" messe in codice dalla democrazia classica. La crisi del polo accumulazione/profitto non consentirebbe più di canalizzare il consenso nelle forme della legittimazione democratica classica.� "Regole del gioco" e forme proprie della legittimazione democratica sarebbero inapplicabili.

In una società troppo democratica, allora, la democrazia non funziona più, poiché non riesce a padroneggiare la crescita economica e lo sviluppo sociale.� Tra democrazia e crescita si instaura un rapporto di sproporzione: mentre la prima si è allargata, la seconda vede restringersi i propri margini di valorizzazione. Da qui in avanti, continuando, la democrazia funziona, riducendo la democrazia.

Il corollario dei tre paradossi della democrazia è proprio questo. Proprio qui nasce l'emergenza. Ne viene, portando alle estreme conseguenze l'approccio, che l'emergenza è lo "sviluppo" della democrazia; o, altrimenti detto: la forma della democrazia moderna. Senonché il modello convenzionalmente definito neodemocratico è inconseguente rispetto alle sue premesse e non perviene mai alle conseguenze estreme appena segnalate.

In ogni caso, l'approdo è stato disvelato: emergenza come riduzione della democrazia e come rilancio specialmente protetto e settorializzato della crescita. Ancora di più: l'emergenza è l'erede diretta della scomparsa del mito della crescita illimitata, altrimenti noto come mito del progresso. A ben guardare, gli assunti delle teoriche della "crisi della democrazia" sono la ritraduzione politico-istituzionale delle teoriche della "crisi del progresso"; con ciò si va denudando il sottostante mito economicista che le informa.

È il venir meno della linearità del progresso che sospende qui la normalità, introducendo uno stato di eccezione tanto nel laboratorio concettuale che nel governo dell'esistente. Crisi della democrazia per "troppa democrazia" indica una contestualità tra sovraccumulazione di capitale e sovraccumulazione di democrazia.� L'emergenza è il termine medio tra questi due sovraccumuli critici. Ciò che il modulo neodemocratico particolarmente tace è una evidenza lampante: crisi della democrazia a mezzo della democrazia — proprio come contraltare della crisi del capitale a mezzo del capitale — è indicazione forte della crisi della democrazia borghese in quanto forma; in quanto forma transitoria e storicamente determinata, come ben sapeva Marx. Qui rinveniamo, quasi allo stato puro, la crisi della forma borghese della democrazia; non già delle forme della democrazia.� Qui, ancora, crolla l'universalismo delle categorie e dei concetti dell'ideologia borghese e la stessa democrazia non viene alla luce come universale metafisico, bensì come movimento imperituro di forme e di qualità. Movimento che non solo conserva gli ideali inalienabili della democrazia dei moderni, ma anche i punti cardine del dialogos degli antichi; che, dunque, non può che essere alla insopprimibile ricerca di luoghi migliori per quei princìpi e quel dialogare, anche istituendone nuovi.

Ma una volta portata in superficie l'evidenza nascosta del modello preso in esame, nasce il groviglio delle domande più inquietanti e complicate. Dall’interno del modello neodemocratico altro non si può fare che risalire alla sua premessa radicale inconfessata; dal di fuori si cominciano a cercare le risposte utili. Ciò consente di mantenere un rapporto di equilibrio con tale modello: tanto nei termini della critica, quanto nell'assumerlo come riferimento. Nei suoi confronti è urgente il distanziamento; da esso si riceve più di uno stimolo.

2. Emergenza come costante della crisi

Corre obbligo storicizzare. Nel dibattito politico e storico, la seconda metà degli anni Settanta rappresenta un delicato punto di passaggio [7]. Le difficoltà della crescita si drammatizzano e intervengono metamorfosi profonde che fanno cominciare a parlare di "crisi permanente delle risorse".�

Lo stato d'eccezione qui subentra col sopravvenire della crisi delle risorse e la sua permanenza costituisce il prolungamento nella sfera politica e istituzionale di tale crisi. Sotto quest'ultimo riguardo, va detto che si assiste a un caso di crisi delle risorse politiche, crisi della fantasia e dell'immaginazione del pensiero e della prassi politici, imprigionati dentro categorie e modelli anacronistici: ciò a destra quanto a sinistra. Tale è lo scenario che è possibile ricavare da quel dibattito. In un modo o nell'altro, tutti i paesi capitalistici sviluppati hanno avuto il loro stato di eccezione e sono stati costretti a predisporre la loro emergenza.

L'emergenza si configura, quindi, come una costante della crisi, la quale ha avuto forme di espressione differenti, a seconda delle diverse aree regionali in cui ha insistito. In questo senso, l'emergenza costituisce una via d'uscita dalla crisi che conserva il regime capitalistico dato, innovandolo in alcune sue nervature essenziali.� Sostituisce, per così dire, lo shock rivoluzionario e, nondimeno, apporta traumi non certamente irrilevanti.

In quanto risposta eccezionale a un evento eccezionale e a misura in cui tale evento si prolunga, fissandosi nel tempo e nello spazio della vita sociale, l'emergenza diviene una struttura stabile che conosce uno sviluppo permanente: la crisi dello sviluppo ingenera il postulato dello sviluppo dell'emergenza.

Prima di tutto, l'emergenza è fisiologia delle società malate di sviluppo; condizione storico-esistenziale (che integra schizofrenia e normalizzazione) di una società che non sa più cercare e trovare riferimenti e tensioni oltre la sua immediatezza brutale; deriva di un sistema politico-istituzionale che riproduce persino se stesso in forme straneanti e caricaturali.

Un lungo tunnel storico ha afferrato la società in una fase di transizione cruciale, in cui non si sa quello che viene dopo e si comincia a perdere quello che è venuto prima. Nello smemorarsi di passato e futuro, l'emergenza si attacca a un presente orfano di tutto: la vera e più profonda e letale eccezionalità dell'emergenza sta in ciò. Nella condizione di orfana, l'emergenza fa versare "lacrime, sudore e sangue".

Uscire dall'emergenza è uscire da questo tunnel. Ogni altro modo di liberarsene che eluda tale sbocco si rivela ben presto un debole palliativo. Ma, prima ancora dell'uscita e proprio nel costruirla e tentarla, è proprio qui qui l'emergenza costituisce ciò che più tenacemente esiste e resiste; dunque, quello con cui resta preliminarmente da fare i conti. Altro era storicamente possibile; dunque, altro è ancora storicamente possibile: altro è sempre possibile.

Fuori del tunnel ci si troverà ancora a convivere con l'emergenza, se saranno state le sue culture e subculture, le sue prassi a guidare l'attraversamento. Allora si potrà veramente cominciare a dire che il "paradosso" dell'emergenza si è territorializzato nella società e incarnato nei comportamenti collettivi e nelle opzioni individuali.

Il rapporto che l'emergenza istituisce con l'occasione è del tutto particolare e particolarmente ambiguo. Per la sua straordinarietà, l'evento occasionale la giustifica e chiama in causa. Ma pilotando l'occasionalità straordinaria degli eventi, dominandoli, gestendoli e amministrandoli, si struttura come corpo sociale e simbolico e struttura il corpo sociale e simbolico.� Non si limita a surrogare, sospendere e sostituire eccezionalmente poteri e diritti in crisi, ma si costituisce e propone come nuova forma dei poteri e nuovo centro irradiante i diritti.� In quanto risposta alla crisi, delinea e tesse i passaggi e i paesaggi del dopo crisi. L'autorità sull'occasione, che costituisce la sua ragione fondativa e la sua giustificazione primaria, consegna all'emergenza le chiavi della sovranità illimitata sugli ordinamenti sociali e sulle strutturazioni simboliche; e ciò costituisce l'insidia più pericolosa. È qui che si prospetta quel salto promozionale a cui l'emergenza sommamente anela: dal controllo sulla stabilità dell'occasione al controllo sulla stabilità della processualità storica.

A questa altezza non può che assumere uno statuto ambiguo e sfuggente che ne muta radicalmente la semantica tradizionale.� È forma di governo, ma anche evento storico; è opzione straordinaria, ma anche struttura stabile; è accantonamento dei vecchi poteri, ma anche conflitto tra i nuovi poteri: è Stato, ma anche società; è eccezione, ma anche normalità.

È questo il versante complicato e sfuggente entro cui si inscrive il confronto serrato con l'emergenza. Urge la messa a punto di proposte e soluzioni, progetti e aggregazioni che sappiano vincere le sfide della crisi della modernità a livelli qualitativamente inattingibili per l'emergenza. Riuscire dove e come l'emergenza non può riuscire: non c'è scorciatoia o uscita laterale. Cultura politica e prassi della trasformazione debbono superare la condizione di orfane. Ciò è costituzionalmente precluso all'emergenza.� Sospesa come è tra eccezionalità e normalità, è una sorta di figlia di nessuno che, in sovrappiù, non può aspirare a eredi legittimi.

Qui il confronto con l'emergenza tocca la radice dei problemi e si costituisce le occasioni e i contesti della riuscita. Ma proprio qui il successo non è facile; né garantito a priori. Tutto rimane da giocare.

3. Emergenza come principio regolatore

Il taglio fin qui dato alla riflessione ha fatto apparire l'emergenza come condizione della storicità, della politica, delle istituzioni e della cultura nella crisi.

Capillarizzando di più l'analisi, salta in primo piano un aspetto dell'emergenza rimasto in penombra; quello che la fa apparire come principio regolatore della vita associata. Da qui scatta una necessità supplementare per l'indagine; non limitarsi alla relazione società/governo/emergenza, ma soffermarsi anche sul triangolo società/Stato/emergenza.

Come è noto, lo Stato moderno è andato costituendosi come reazione alla conflittualità permanente che emergeva nella società; come soluzione delle guerre civili emerse lungo tutto quanto il XVI secolo. In quest' ottica, lo Stato moderno fin dal suo primo apparire ha avuto una funzione anti-emergenziale. Si è palesato come centro riduttore e risolutore dell'emergenza, per la tutela dell'ordine e dello sviluppo della vita associata. Ha, così, cumulato nelle sue mani un duplice ruolo: (i) quello di strumento supremo e sintetico della regolazione della vita associata; (ií) quello di rappresentazione materiale della vita associata. Con articolazioni, finalità ed esiti differenti, è così che lo rinveniamo nei fondatori del pensiero politico moderno: Machiavelli, Hobbes e Locke. Lo Stato moderno nasce come comunità che riassorbe il conflitto nell'ordine, ponendosi in tal modo come unica comunità ordinatrice della vita associata.

Riferendosi alle ragioni primarie dello Stato moderno e al suo sviluppo genetico, si può postulare: quanto più Stato, tanto meno emergenza. Postulato che aveva pregnanza e indubbia valenza cognitiva a fronte dei processi che hanno visto la formazione dello Stato moderno. Altrettanto non può dirsi oggi. Semmai, gli enunciati del postulato sembrano invertirsi di senso e di segno: tanta più emergenza, tanto meno Stato. Nel senso che l'emergenza non si limita a sospendere i princìpi ordinatori statuali, ma ne ripropone di nuovi, su cui va rimodellandosi la forma di Stato. Allora, "tanto meno Stato" anche nel senso che lo Stato, non potendo più funzionare quale principio regolatore della vita associata, attraverso l'emergenza viene consapevolizzandosi dei suoi limiti.� Da qui la novità: lo Stato non appare più come il contraltare dell'emergenza, a fronte della quale o la riassorbe o soccombe; piuttosto, il suo alter ego.

�Se così stanno le cose, non appaiono del tutto convincenti quelle tesi che legano il caso specifico dell'emergenza italiana degli anni '70 e '80 — e, più ancora, di tutta la storia italiana,� dalla formazione del processo unitario in avanti — all'assenza di un vero e proprio Stato moderno.� Il fatto è che, diversamente dagli albori della modernità, tra Stato ed emergenza non si dà una relazione di esclusione e contrapposizione, bensì un rapporto di coappartenenza.� Tra di loro v'è come un'aria di famiglia.� L'emergenza non costituisce una deviazione dallo Stato, anche perché da un bel pezzo lo Stato di diritto si è estinto per consunzione storica e ben altre sono state le forme storiche della statualità.� La crisi dell'idea e della prassi dello Stato di diritto sta già scritta tutta intera in Kant e in Hegel [8]. Oggi crisi dello Stato, crisi della politica e virulenza dell'emergenza si inscrivono entro cerchie mate­riali e simboliche completamente diverse.

È a partire, per lo meno, dalle fondamentali opere di Forsthoff e Neuman che nel dibattito politico il declino dello Stato di diritto è un'evidenza incontrovertibile [9]. Già a cavallo della svolta rappresentata dagli anni Trenta, si può rintracciare l'incubazione incipiente dello Stato sociale, per rilevarne successivamente la crisi sul finire degli anni Settanta e al principiare degli Ottanta.

Nel passaggio dallo Stato di diritto allo Stato sociale registriamo l'inclusione nella cittadinanza politica e nel governo della società anche di quelle forze e di quei soggetti che non hanno rappresentanza governativa o, addirittura, parlamentare.� Gli effetti sono dirompenti rispetto alla distribuzione del reddito, all'attribuzione e all'uso delle risorse, alla composizione dei conflitti e alla stratificazione dei gruppi sociali, alla ridislocazione dei poteri e delle loro fonti [10].

Negli anni ‘80, Umberto Curi, a proposito dell'emergenza, ha felicemente parlato di “istituzionalizzazione dello “stato di eccezione"”; “ricontrattazione periodica” da parte dei soggetti, individui, gruppi delle “condizioni della loro partecipazione alla vita della comunità”; fino a porsi essa medesima — l'emergenza­ — come “fonte permanente della norma” [11].

Questo convincimento merita un approfondimento e, nel contempo, una verifica. Ciò è urgente anche perché consente di far scorrere l'analisi su una connessione trattenuta all'interno del triangolo società/Stato/emergenza: quella intercorrente tra Stato e norma nelle coniugazioni sociali apportate dall'emergenza.

4. Emergenza come forma permanente di compromesso politico

Secondo una formulazione divenuta ormai classica — e che va da Paine a Bobbio — l'irruzione democratica ha storicamente sancito l'emancipazione della "società civile" nei confronti dello Stato [12].

Di questa svolta si intendono qui indagare alcuni esiti attuali, con particolare riferimento a quel processo storico comunemente designato come "crisi delle norma" e che principia intorno agli anni Trenta. Con un'avvertenza: la crisi della nonna è qui assunta come indicatore delle trasformazioni della legge [13].

In primo luogo: la crisi della norma è l'espressione della labilità e della scarsa pervasività dei compromessi prodotti e garantiti dalla legislazione, a fronte dello spezzettarsi dei centri di potere in una miriade di interessi frantumati. A partire dagli anni Trenta, con l'intervento dello Stato nella regolazione del ciclo economico, si registrano contraccolpi nella funzione dell'attività legislativa. Il passaggio successivo allo Stato sociale introduce modifiche ancora più radicali nell'esercizio del potere normativo. È il potere legislativo nella sua interezza che va mutando; è il rapporto tra decisione e democrazia che viene in toto ricombinato.

Dalla titolarità del potere normativo è possibile risalire ai mutamenti che attengono alle fonti del sistema di formazione e produzione delle norme nel rapporto intercorrente con gli altri poteri dello Stato. Il punto è — come ritenuto da una consolidata letteratura — che nel passaggio dallo Stato di diritto allo Stato sociale la legge non espleta più il ruolo di garante nella relazione Stato/individuo, Stato politico/società civile, poiché non risultano più operanti quei caratteri di astrattezza e generalità costitutivi dell'idea stessa di norma.�

Nello Stato sociale, l'attività normativa tende a qualificarsi come concretezza procedurale immediatamente efficace, fino a modificare gli equilibri sociali vigenti: la norma si forma in vista del governo diretto sulla società e sulla sua geografia ricompositiva.� Dalla norma come forma si passa alla messa in primo piano del processo di formazione della norma [14].

La codificazione normativa conosce un deperimento organico. Il codice viene preso d'assalto da quella vera e propria decodificazione operata dall'intervento legislativo. L'espansione dell'intervento pubblico e lo sviluppo crescente delle politiche sociali rompono il quadro delle normalità, precipitando in crisi i criteri delle astrattezze ed equivalenze legate all'interesse generale predicato dal potere normativo. Il nuovo compromesso politico delineato dallo Stato sociale sostituisce al principio normale dell'eguaglianza e delle parità (tra cittadini e tra gruppi sociali) un principio speciale che ricalibra la forma dei poteri sulla concatenazione storica delle situazioni di eccezionalità [15].

Lo stato sociale fornisce le prime risposte alle domande schmittiane, malgrado Schmitt, intorno alla decisione sovrana, al chi comanda nelle situazioni eccezionali. La prima legislazione speciale in ambito democratico è quella dello Stato sociale con il dilatarsi dell'intervento pubblico, delle politiche della sicurezza e dell'assistenza sociale.

È con la Costituzione di Weimar che la scienza giuridica, lo Stato e le istituzioni cominciano a porsi in confronto con le problematiche connesse all'uscita dallo Stato democratico di stampo liberale e al pericolo incombente della precipitazione in una forma di tirannide moderna. Con tale Costituzione si cerca di frapporre delle barriere costituzionali alla decisione senza limiti, in funzione della costituzionalizzazione della democrazia politica. Schematizzando, il passaggio alluso è quello che va dalla democrazia liberale alla democrazia costituzionale.

Che il tentativo sia tragicamente fallito è storia sin troppo nota. Nel passaggio prima evocato si intendeva sottrarre la forma della democrazia alla tirannia della sovranità e la si andava commisurando agli interessi pluralistici che erano, intanto, insorti nella società, tentando di ricondurli a unità attorno a una rielaborata nozione della giustizia. La forma costituzionale della democrazia è qui forma che costituisce e garantisce la giustizia.

Non è un azzardo, continuando, definire le forme della costituzionalità come patto sociale e, nel contempo, compromesso politico.� Da qui la delimitazione di una doppia area: (i) l'inclusione nello Stato delle forze e delle aspettative che agiscono nella società (almeno come aspirazione imperativa); (ii) il governo politico della società.

In Italia, già a partire dalla "ricostruzione", tale divaricazione dà luogo a un fenomeno tutto particolare: la sovranità della decisione va progressivamente smarrendo il suo fondamento costituzionale.� Dalla tirannia del sovrano, per scongiurare la quale le costituzioni nascono, trascorriamo alla tirannia delle maggioranze governative. Altrimenti detto: sovrano non è chi comanda nel Parlamento; bensì chi comanda il Parlamento. Ciò induce un'ulteriore degenerazione: il restringersi del patto sociale attorno all'area del compromesso politico, fino a coincidervi del tutto nei periodi bui.

Diversamente da quanto a tutta prima potrebbe sembrare, con l'enuclearsi di queste tendenze è l'Esecutivo — non già il Parlamento, per l'aumentato peso del potere legislativo intenzionato dalla legislazione speciale inaugurata dallo Stato sociale — a porsi come “nuovo soggetto" titolare della sovranità. La voluntas del sovrano non appare più condizionata da vincoli e riferimenti esterni.� La dialettica aperta dallo Stato sociale tra il potere di decidere e i bisogni dell'organismo associato, nella sua complessività e complessità, si interrompe bruscamente.

Il trentennio di egemonia democristiana (1945-1975), in quest'ottica, può essere letto come manifestazione del restringimento progressivo del patto sociale all'area del compromesso politico. Costituisce, questo, il terreno più fertile e, al tempo stesso, l'antefatto storico su cui hanno potuto fecondamente allignare la legislazione speciale e i contesti dell'emergenza degli anni Settanta e Ottanta.� I poteri smarriscono l'ambito della mediazione corporatista degli interessi e rispondono a mo’ di respingenti alle aspettative sociali nel frattempo insediatesi.� Anziché innovare il patto sociale, riaprendolo alle nuove istanze e nuove dinamiche sociali, lo si surroga e cancella nel compromesso politico. La crisi del centrosinistra non viene avvertita come ammonimento.� Cosicché si tende a governare l'insorgere delle nuove fenomenologie e aspettative sociali semplicemente allargando a sinistra il quadro della compagine governativa: al centrosinistra subentra il compromesso storico e a questo la solidarietà nazionale.

Lo Stato costituzionale italiano si trova stretto tra l'onnicomprensività astratta del patto istituzionale e l'esclusività concreta del compromesso politico senza alternanza. Ciò diventa particolarmente stridente a partire dal biennio 1968-69, in cui entra definitivamente in crisi l'egemonia della società politica sulla società civile.� Per dir così, lo Stato costituzionale italiano è Stato a sovranità dimidiata.� Per metà, si legittima ancorandosi a una norma astratta (la sovranità della Costituzione), da cui va progressivamente allontanandosi; per l'altra metà, si autolegittima attraverso il peso crescente assunto dalle procedure legislative.� A misura in cui il territorio di incidenza della legislazione speciale si espande, lo Stato-norma (costituzionale) risulta delegittimato e viene avvertito come un limite dal quale i poteri tendono inarrestabilmente a fuoriuscire. Subentra un'ulteriore e, ormai, classica divaricazione: quella tra “costituzione formale” e “costituzione materiale". Gli anni Settanta sono il prodotto tipico dell'allargarsi all'estremo di questa forbice.� È lungo l'asse di scorrimento di questa perversa tendenza che vanno misurate le responsabilità politiche precise e distinte di movimenti, lotta armata e Stato.

Una zona vuota caratterizza, seppur differenziatamente, tanto l'esperienza della lotta armata, quanto la cultura e la pratica dei movimenti nel corso delle onde lunghe delle lotte sociali degli anni Settanta. È il mancato aggancio ai cicli del mutamento sociale.� V'è un'eguale indifferenza, ancorché di diverso segno e senso, al problema rappresentato dal governo delle istituzioni, alla produzione di nuove regole di senso della democrazia, alle forme di soluzione dei nuovi conflitti sociali.

Tale indifferenza si traduce in una semplificante negazione e delegittimazione del sistema politico, dello Stato e della società; negazione che non riesce a essere critica, riconversione e trasformazione dialogata delle "regole del gioco".

Saltano qui tutte le differenze: tra Stato e società, tra sistema politico e istituzioni ecc.� Tutto viene investito da un principio negativo che rende eguale una cosa all'altra, cancellando una cosa con l'altra. Se quella dei movimenti, per qualche verso, può essere assimilata come eccitante avventura della marginalità, l'esperienza delle organizzazioni combattenti va assunta come disavventura rovinosa della specularità. Un cerchio fatale pare stringere tra complementarità e simmetria [16] tutto quanto va agitandosi e muovendosi nell'arcipelago a sinistra del Pci.

Lo Stato si rivela tetragono al mutamento che va alterando le basi della società e dei comportamenti sociali, incapace di innovazione e di ammodernamento funzionali.� A partire dal 1973-74, anzi, ripiega su se stesso. Tutti i processi costitutivi della decisione politica e delle strategie di governo si isolano dalle domande che salgono dalla società e le delegittimano.� Così riproducendo la loro vuota razionalità.

Prende corpo un eccesso di autorità statuale, disancorata dalla trame delle trasformazioni sociali in corso e attenta alla pura e semplice riproduzione di se stessa. Così deturpando tutte le ambientazioni esistenti e in formazione.

Per l'effetto combinato di queste dinamiche viziose, le forme della democrazia si contraggono sempre più e la crisi del 'politico' si esprime mistificatoriamente come blocco senza uscite.

Lavorare a questo sblocco è ancora tema dell'attualità e passa attraverso una riconversione dei canali di comunicazione tra società e Stato, movimenti e istituzioni, conflitti sociali e quadro costituzionale-normativo.

Porre in essere inedite forme di combinazione tra critica e cooperazione. Da qui discende l'attenzione rilevante che va prestata a quello che è uno dei nodi centrali del rapporto tra Stato e società e tra movimenti e istituzioni: il diritto, l'ordinamento gíuridico-costituzionale vigente.

Introdurre modificazioni nella statuizione normativa, riagganciando il quadro giuridico-normativo a una realtà in profondo sommovimento, è impegno índifferibile. Oltre quella cultura della rivoluzione e della sovversione incapace di immettere strutture di mediazione articolate, reticoli di nessi funzionari tra agire rivoluzionario e agire trasformativo.� In forza della cui incapacità, la rivoluzione subisce una perdita di realtà, non riuscendo a inverare esiti effettivamente trasformativi dell’esistente.� Rivoluzione senza trasformazione: da questo contesto cortocircuitato occorre prendere definitivamente commiato.

Cristallizzare elementi di trasformazione vuole pure dire cristallizzare nuovi assetti normativi e nuove forme di democrazia politica, verso la prospettiva della costruzione di una società progressivamente più libera.

Nel presente o si sviluppano capacità di ritematizzazione del conflitto, per il tramite di nuove strutturazioni simboliche e trascrizioni normative, oppure l'ingovernabilità della complessità sociale non può che dar luogo all'ipertrofia della forma emergenziale, quale unico e insuperabile modello di sovranità statuale e, al tempo stesso, autorità politica.�

Occorre strappare dal groviglio il carico dei problemi irrisolti che hanno scatenato e drammaticamente dilatato, nel corso degli anni Settanta, la separatezza tra società e Stato, tra movimenti e istituzioni.� Si tratta, in breve, di una scommessa e di una speranza: aprire il varco a politiche possibili che sappiano finalmente, interpretare il potenziale liberatorio raccolto e racchiuso nella società.

Mandando a effetto politico le argomentazioni fin qui sviluppate, non si può che arrivare alla seguente conclusione: ancor prima che democrazia bloccata, costituzione bloccata, questo è il paradigma dell'anomalia italiana. Qui è proprio il blocco a monte della costituzione che a valle blocca la democrazia, definendone rigidamente limiti invalicabili.� Ma l'invalicabilità, rigorosamente discutendo, si pone per la decisione politica; non già per lo sviluppo politico e il riaggiustamento funzionale dell'amministrazione, su cui la Dc ha stabilizzato le strutture del proprio potere e della propria egemonia.

La decisione politica, bloccata a monte, si capillarizza a valle, articolandosi e decentrandosi.� Da qui prende luogo un sistema amministrativo in parte riordinato e in parte costruito ex novo.� Le strategie politiche centrali è come se si distillassero, riuscendo a eludere il blocco costituzionale, continuando così a produrre procedure vincolanti, sotto forma di provvedimenti legislativi settoriali e speciali. L'astuzia della politica prima sfugge ai vincoli posti in capo allo Stato e successivamente esalta lo stato d'eccezione. Di quest'ultimo è divenuta sovrana e lo agisce come strumento della riproduzione dei poteri.� Il prezzo pagato è stato altissimo ed è sotto gli occhi di tutti.

5. Emergenza come vincolo dello Stato

Ma la "crisi della norma", coniugandosi con la crisi dello Stato, non si converte in crisi della misura. È l'emergenza intesa come rete delle eccezionalità che si postula come nuovo criterio di misura.� Le figure e gli stereotipi sociali, nel caso dell'emergenza italiana nel ventennio che va dagli anni ’70 ai ’90, non sono lo specchio che riflette il modello della forma ideale.� Concatenano, al contrario, gli strappi incessanti inferti al quadro delle normalità, divenendo tramite politico-istituzionale della riformulazione degli orientamenti legislativi, delle regole degli "scambi politici" e delle strutture delle codificazioni simboliche.

Allora, qual è il rapporto tra emergenza e norma?

Conviene riferirsi, in linea preliminare, a un modello a noi remoto.

Riducendo all'osso, uno dei problemi di Kelsen era quello di imbrigliare la decisione nella (forma della) norma, allorché la prima andava debordando dalla democrazia.� Riconnettendo, con ciò, la decisione alla democrazia, Kelsen introduceva il problema della durata della sovranità democratica [17].� Normativizzare la decisione aveva proprio il senso di far durare la relazione di potere e, con essa, la sovranità legittima. Già qui viene messo in mora e superato il principio antico che vuole la norma il "fine che rende tutti eguali"; già qui la norma non lascia più alla legge la prerogativa di prescrivere decisioni vincolanti.� Le tecniche di validazione normatíva sono annessione del mondo al mondo della norma.� In questa annessione, il mondo diviene valido ed efficace. Tale è l'orizzonte entro cui viene calato il programma kelseníano della trasformazione del potere in diritto [18].

Lo Stato, interiorizzando il diritto, si razionalizza e diviene sistema normativo coerente. Il diritto, ingravidando razionalmente lo Stato, diventa efficace e fa decidere. Il potere non riposa più sulla sovranità soggettiva, fondata da valori astratti precostituiti e preesistenti; diventa un sistema compiuto e coerente di norme razionali, atte all'assunzione di decisioni vincolanti. La decisione non è più semplicemente manifestazione della sovranità, distinta dalla legittimità: è uso del potere. Il quale potere è ora potere normativo dello Stato­sistema, impersonale e certo; non più Stato-persona, incerto, arbitrario e mitico.� Le relazioni di potere si normativizzano e sfuggono all'arbitrio del sovrano.�

Qui la crisi del soggetto e del fondamento diventa più palese; qui la rilevanza della modernità di Kelsen. Il monopolio della forza legittima, imputato allo Stato (Weber), si fa costante esercizio di sovranità legittima. La normativizzazione specializza il potere come organizzazione sociale della norma e specializza il diritto come duraturo riordinamento sistemico-razionale del potere.� Col che — come esplicitamente ammette lo stesso Kelsen — il rapporto classico tra il diritto e il potere, il diritto e la forza viene semplicemente riformulato. Allo scopo, si tratta di aggiungere, di riconciliare e durevolmente ricombinare democrazia con decisione.� In Kelsen lasciamo la norma come misura della decisione e il potere come vincolo della democrazia.

Il procedere della secolarizzazione del diritto e del potere ci fa incappare — in casa nostra e nel corso di quest'ultimo ventennio — nell'emergenza come medium tra sovranità e legittimità. Le norme eccezionali non costituiscono semplicemente un modo particolare dell'essere e del manifestarsi della normalità; rappresentano, altresì, la richiesta formulata dalle situazioni eccezionali di trovare un disciplinamento e una codificazione, sia pure del tutto particolari e transitori.� In tale contesto, lo Stato non fa che riprodurre all'infinito la decisione infondata e l'infondatezza della sovranità. Emergenza e Stato fanno reciprocamente uso l'una dell'altro: lo Stato come misura dell'emergenza e l'emergenza come vincolo dello Stato.� La sovranità diventa questo passaggio, questa fluidificazione a doppio circuito tra Stato ed emergenza.� È un potere che dura: perché vincolato dall'emergenza. È potere che muta: poiché si misura col periodico insorgere di situazioni eccezionali. Non potendosi più differenziare come norma e/o potere, lo Stato si differenzia come emergenza. L'emergenza è simultaneità di norma e potere. Non ci restituisce un potere normale; bensì un potere eccezionale, legittimato a governare uno stato di eccezionalità che aveva in precedenza sospeso il potere normale. Normalità dell'emergenza è quella di riprodurre il potere sotto la forma dell'eccezionalità. Ed è a questo snodo che le istituzioni vengono asservite ai poteri eccezionali.

Qui un duplice canale di comunicazione viziosa tra emergenza e società: la prima funziona come ambito che incorpora il susseguirsi delle situazioni eccezionali e contestualmente come centro di irradiazione e diffusione di una catena seriale e mutevole di atti e decisioni eccezionali.� Se presso i Greci la norma aveva un fondamento gnoseologico, presso di noi l'emergenza appare come sviluppo logico della norma nell'impero dell'eccezionalità, In questo senso, è rottura della "gabbia d'acciaio" weberiana e, al tempo stesso, ne garantisce l’iterazione fondativa automatica.� Essa rappresenta una stupefacente sintesi tra normativismo e decisionismo; dimostrando, così, una volta di più, l'inconsistenza e l'astrattezza dell'antinomia che tradizionalmente è stata insinuata tra questi due indirizzi.

Le barriere costituzionali che lo Stato non può infrangere sono squarciate dall'emergenza, la quale ricostruisce nelle forme dell'eccezionalità lo Stato che aveva arretrato davanti alla Costituzione.� L'emergenza diventa l'approdo estremo del disincanto; lo Stato perpetua all' estremo l'inganno. Paradosso dei paradossi: in un sol colpo, l'emergenza tenta l'addomesticamento di Weber e Nietzsche.

È la legislazione premiale che, in particolare, porta alla luce questa polarità di disincanto e inganno, lacerando sia la cornice delle teorie retributive della pena che di quelle positiviste. Ma soprattutto: qui non esiste più valore di scambio tra pena e reato; né la norma funziona come equivalente generale e astratto delle pene. Come mix di disincanto e inganno, la legislazione premiale, più che riassorbirli, riproduce i conflitti in forme sussunte e stravolte, scindendoli irreparabilmente dai luoghi della sovranità e della legittimità. Il conflitto viene espulso dal circuito delle socialità, per lasciare il campo libero alla "modernizzazione dei poteri".� Può, pertanto, dirsi: la legislazione premiale si muove nella prospettiva della costituzione di un'area di parcheggio dei conflitti più caratteristici delle moderne società complesse: quelli che premono e quelli in formazione. Il che riproduce in forme tutte nuove una delle ascendenze genealogiche che più negativamente hanno contrassegnato la storia d'Italia dall'unità a oggi.

6. Democrazia consociativa ed emer­genza

Dopo aver definito il campo largo dei contesti normativi, politici e storici dell’emergenza, corre obbligo cercare di dipanare il filo della morfogenesi dell’emergenza italiana, con particolare attenzione agli anni ’70 e ‘80.

La "solidarietà nazionale" (a partire dagli ante­fatti del "compromesso storico" e della "non sfiducia") rappresenta il supporto fondativo politico­istituzionale dell'emergenza, intorno cui costruisce un ordine discorsivo e culturale di natura altamente totalizzante, settaria e ideologizzata. "Criminalizzati" sono:

  1. il dissenso interno alla compagine governativa: vedi il conflitto infraistituzionale e infragovernativo (non ancora superato) a proposito del "caso Moro";
  2. il dissenso e il conflitto sociale: vedi l'intervento "manu militari" contro il "movimento del '77" [19];
  3. la rivendicazione del rispetto del sistema delle garanzie: vedi la "campagna di demonizzazione" dei difensori dei cardini costituzionali del diritto penale; campagna tuttora in corso.

L'elemento di novità più rilevante della "solidarietà nazionale" non è, di per sé, rappresentato dall'ingresso del Pci nell'area di governo; piuttosto, è dato dal complesso di strategie politico-isti­tuzionali a cui il Pci ha cooperato, con un peso sociale che non ha mai trovato l'adeguato corrispettivo politico. Determinante per la legittimazione sociale della compagine governativa e uno dei suoi elementi di maggiore rigidità interna, il Pci è stato socialmente e politicamente delegittimato proprio dalla "solidarietà nazionale". È stato fonte e fattore di legittimazione esterna, a misura in cui ha proceduto alla sua propria delegittimazione interna. Da qui lo sgretolamento del suo peso politico all'interno della stessa coalizione, di cui è stato sempre più puntello sociale e soggetto/oggetto di allineamento ideologico e sempre meno agente di cambiamento e rinnovamento politico. L'allineamento ideologico e il puntello sociale garantiti dal Pci hanno fatto da precondizione per alcuni dei più consistenti e negativi processi di mutamento del processo di governo. Le funzioni ideologiche, sociali e politiche svolte dal Pci all'interno della "solidarietà nazionale" e la "solidarietà nazionale" medesima vanno inserite proprio nei mutamenti intervenuti nel processo di governo. A siffatto quadro va ricondotta la riflessione sulla "democrazia consociativa" italiana degli anni 1976-79 [20].

Come è noto, la teorizzazione perspicua della "democrazia consociativa" si deve allo studioso olandese A. Lijphart, sul finire degli anni '60 [21]. Nell'analisi della tipologia dei sistemi democratici, Lijphart distingue tre modelli generali di democrazia:

  1. democrazia centripeta: tipo di democrazia caratterizzato dalla moderazione consensuale a mezzo dell'alternanza di governo (Usa e paesi anglosassoni);
  2. democrazia centrifuga: tipo di democrazia caratterizzato dalla forte polarizzazione politica e dal conseguente immobilismo (Italia, Francia);
  3. democrazia consociativa: tipo di democrazia caratterizzato da accordi stabili tra élites politiche divise, ma pragmatiche (Paesi Bassi).

Fine precipuo della democrazia consociativa è, pertanto, la stabilizzazione pragmatica dell'assetto politico e, per questa via, dell'ordine sociale. In questo senso, non può non avere premesse ed esiti di conservazione politica, culturale e sociale. Rileva felicemente N. Bobbio che il programma della stabilizzazione politica, che le è proprio, rende la "democrazia consociativa" estranea alle finalizzazioni e alle progettazioni di "trasformazione sociale" proprie dei partiti della sinistra [22]. L'osservazione ci consente di demistificare meglio il modello della "democrazia consociativa" e, alla base, di correggere la tripartizione tipologica di Lijphart. Possiamo legittimamente affermare che la "democrazia consociativa", più esattamente, è una variante della "democrazia centripeta" che alla moderazione consensuale e all'alternanza in funzione della conservazione sostituisce la stabilizzazione pragmatica. Come variante della "democrazia centripeta", la "democrazia consociativa è una risposta ai problemi e ai dilemmi della "democrazia centrifuga", senza subirne i relativi scompensi politico-sociali. Per restare ai modelli interpretativi elaborati dalla scienza politica italiana, la "democrazia consociativa" costituisce la combinazione delle istanze del "pluralismo polarizzato" (ordine e stabilità) con quelle del "pluralismo centripeto" (politiche di gestione della crisi e governabilità). I motivi dell'ordine e della stabilità, in altri termini, allargano l'area della loro incidenza e, attorno al loro centro di gravità, mobilitano pragmaticamente tutte le risorse del sistema politico che, quasi integralmente, ora si identifica col processo di governo. Il consociativismo costituzionale ha, suo malgrado, segnato l'identificazione tra "partito di governo" e Stato; il consociativismo di governo, suo malgrado, segna l'identificazione tra sistema politico e processo di governo. Assistiamo alla mobilitazione totale della società nel segno e nel disegno del governo della crisi. Un disegno pragmatico di stabilizzazione politica non può, in quanto tale, pilotare la fuoriuscita dalla crisi sociale italiana. Di fronte a questa evidenza, cadono tutti gli artifici retorici e gli orpelli ideologici del governo della "solidarietà nazionale". È lo sviluppo del governo della crisi il centro attivo della "solidarietà nazionale", il punto irreversibile di esaltazione dell'emergenza. In maniera compiuta, sistematica, capillare e dilatata, l'emergenza entra nel processo di governo: lo condiziona prima e poi lo plasma, modella e rimodella in continuazione e non lo abbandona anche dopo la caduta della "solidarietà nazionale".

Il processo di governo, nella situazione della "solidarietà nazionale", fa della coalizione il luogo specifico della produzione del potere [23]. "Situazione coalizionale" e "situazione del potere" tendono a coincidere. La mobilitazione delle risorse politiche propria della "democrazia consociativa", dopo aver circoscritto all'interno del processo di governo le sfere dell'azione, dello scambio e della comunicazione politica, tende a consegnare tutto il potere nelle mani dell'esecutivo. Quest'ultimo trascorre dai modelli del "partito-governo" a quelli della "coalizione" tra le élites politiche maggiormente rappresentative, con l'inclusione di quelle tradizionalmente espulse dal processo decisionale. Non poteva essere diversamente, visto che l'area del consociativismo costituzionale viene a coincidere con l'area del consociativismo di governo. La detenzione del potere si finalizza alla produzione del potere: la "solidarietà nazionale" è un caso paradigmatico di produzione del potere a mezzo del potere. Il potere diviene mezzo e scopo della produzione e della comunicazione politica; vale a dire: scopo della politica e mezzo di sé medesimo. In questo modo, il problema della "trasformazione del potere" e la questione della "trasformazione sociale" vengono espunti dall'universo della politica e dall'orizzonte delle forme di governo. All'interno di questa espulsione, gli attori del processo di governo cercano esclusivamente di ottenere potere per se stessi, neutralizzando e riducendo quello degli altri. Proprio perché ridotto a "bene di possesso", il potere delimita l'arena del conflitto interpartitico in uno scambio a somma zero che intende trasferire da un attore all'altro le quote interne di potere. Il consenso coalizionale non è altro che lotta accanita per la redistribuzione del potere: quanto più gli attori coalizionali confliggono all'interno del processo decisionale, per l'acquisizione di dosi maggiori di potere, tanto più hanno la necessità di presentarsi compatti all'esterno, nel ridurre le "pretese" e le "attese" delle aspettative sociali. Ed è qui che l'apparente carattere di pragmaticità del modello di "democrazia consociativa" italiano mostra la corda; in realtà, il modello consuma e decompone l'area del consenso coalizionale in tempi estremamente rapidi.

La riduzione delle richieste formulate dai meccanismi di aggregazione della domanda sociale costituisce la "conditio sine qua non" del processo di coalizione [24] modellato dalla "solidarietà nazionale". Tale riduzione rappresenta la verifica di legittimità e l'esame di abilitazione governativa di una forza politica. Ma gli attori coalizionali non sono interessati a ridurre le identiche aspettative sociali: ognuno, nella pur necessaria selezione, tende a salvaguardare il più possibile il sistema di richieste su cui si regge il suo peso politico e la sua forza elettorale. Ove non riesce in questa operazione di tutela, sottopone ad autodecomposizione, con i suoi processi di legittimazione, la base elettorale stessa da cui ricava consenso e forza: la sua compartecipazione al potere tende sempre più a divenire integrazione subordinata. Un fenomeno di autodecomposizione di tal fatta ha investito il Pci durante la fase della "solidarietà nazionale". Progressivamente, l'unità rispetto all'esterno non riesce a compensare la conflittualità coalizionale. I conti dell'equazione costi/benefici, su cui si regge il processo coalizionale, non tornano più. Ogni attore coalizionale, ben presto, finisce col perdere più di quel che guadagna, dopo che ognuno ha guadagnato (o creduto di guadagnare) per sé il massimo esigibile. Le stesse motivazioni che conducono alla scelta del consociativismo di governo divengono demotivazioni nel prolungare l'esperimento. In misura diversa e con ragioni differenti, tutti gli attori del consociativismo di governo pervengono alla conclusione di porre termine all'esperimento; ma, ormai, esso ha profondamente e irreversibilmente segnato e deturpato il paesaggio politico italiano. Il gioco coalizionale continua, ma secondo altre forme e con altri attori: in parte, ci avviciniamo al modello coalizionale tipico del centrosinistra e, in parte, assistiamo alla riproduzione degli schemi emergenziali del consociativismo di governo. Ormai, devesi registrare la saldatura strategica tra consociativismo costituzionale e consociativismo di governo che disegna la nuova base dell'assenso-dissenso interno al sistema politico; base che organizza e mobilita, su singoli temi/questione, alleanze trasversali tanto circoscritte quanto mobili e di breve durata. Da qui il potenziamento (i) dell'effetto di paralisi del processo di governo e (ii) della natura trasversale dello scambio e del conflitto politico, i cui processi di formazione e consolidamento abbiamo precedentemente preso in esame.

7. Crisi della sovranità e sovranità dell’emergenza

La circostanza che l'emergenza sopravviva alla crisi della "solidarietà nazionale", mette ancora più chiaramente in luce quanto e come essa sia divenuta unità e centro di governo. Si può dire con sufficiente approssimazione al vero:

  1. la "solidarietà nazionale" è un'articolazione dei processi politici di governo della crisi;
  2. sia la prima che i secondi sono forme di espressione della cultura e della prassi dell'emergenza.

Le istanze politiche di governo della crisi e le formulazioni degli embrioni della "solidarietà nazionale" si accavallano e intrecciano fin dal 1973, sotto l'impulso di pulsioni politico-culturali di natura emergenziale. Alcuni snodi storici possono rendere meglio intelligibile il discorso che si sta cercando di argomentare:

  1. Berlinguer lancia nel 1973 la strategia del "compromesso storico", cui si attribuisce, per solito, il valore di base di partenza della politica della "solidarietà nazionale";
  2. il parlamento approva nel 1974 la "legge Reale" e poi la "legge Bartolomei", cui si è soliti far risalire la legislazione dell'emergenza;
  3. nel 1975 si sigla l'importante accordo sul "punto unico di contingenza", a cui si annette il significato simbolico-politico di grande intesa tra le "forze produttive" della società italiana per l'uscita dalla crisi;
  4. nel 1976 inizia l'attrazione del Pci verso l'area di governo;
  5. con la "svolta dell'Eur" del 1977-78, per portare il paese fuori dalla crisi, il sindacato assume i vincoli della stabilità economica come orizzonte delle sue politiche.

Come estrema sintesi degli argomenti addotti e degli eventi storici chiamati in causa, sia in funzione della critica che a supporto delle ipotesi delineate, si avanza la seguente tesi: nello sviluppo della crisi sociale e nello sviluppo del governo della crisi, l'emergenza diviene il luogo e la figura della sovranità. In questo senso, essa è il volto svelato della crisi della democrazia in Italia e, al tempo stesso, la risposta a tale crisi in termini di stabilizzazione conservatrice. La "democrazia consociativa" italiana del 1976-1979 non è stata altro che una piccola e velocemente rimpiazzata ruota dentata di questo ingranaggio terribile. Nella crisi si sviluppano la sovranità della crisi e la crisi della sovranità. Altrimenti detto: la combinazione di crisi sociale e crisi della democrazia e la mancanza di volontà (e capacità) politica nell'aggredire e dare soluzione alle sue causali collocano proprio la crisi al posto del sovrano.

La sovranità è lacerata da due fratture interne tra di loro intrecciate:

  1. la crisi della sovranità formale, il cui depositario è (meglio: dovrebbe essere) il popolo;
  2. la crisi della sovranità materiale, il cui titolare è il sistema dei partiti.

La crisi della sovranità formale detta le movenze e i tempi di un passaggio di sovranità dal popolo ai partiti pluralisti. La crisi della sovranità materiale, per parte sua, costituisce l'antefatto dell'incubazione e della giustificazione della sovranità dell'emergenza.

Nella sovranità dell'emergenza vengono al pettine tutti i nodi della sovranità formale e della sovranità materiale. Per risolvere i problemi che da qui insorgono, prende corpo un nuovo dispositivo politico-istituzionale che:

  1. strappa definitivamente al popolo la sovranità formale;
  2. sottopone il sistema dei partiti alla sovranità materiale della legislazione eccezionale;
  3. si formalizza e dispone come norma e decisione del processo di governo.

Tra crisi e sovranità della crisi, l'emergenza diventa la nuova figura soggettiva della sovranità e la nuova forma oggettiva del congegno democratico. Non è più il sistema dei partiti in senso lato il sovrano; in senso proprio e stretto, ora sovrano è quel sistema dei partiti modellato dagli elettroshock a ripetizione dell'emergenza. È il sistema dei partiti dell'emergenza che guida la corrosione del tessuto democratico e la trasformazione istituzionale verso il precipizio della sospensione di alcune delle fondamentali garanzie costituzionali. Questo passaggio dal "potere dei partiti" al "potere dell'emergenza" (e, quindi, al potere dei "partiti dell'emergenza") è stato reso possibile dalla forma e dalla natura del potere nel sistema pluralista italiano. Giova, pertanto, soffermarsi su alcuni "luoghi originari".

Come osserva A. Manzella, i partiti, in quanto sistema e comunità, già nella fase del post-fascismo divengono i "soggetti costituzionali" dell'ordinamento italiano [25]. Ogni singolo partito va ricondotto al sistema politico cui compete: la sua individualità è, pur sempre, definita nella totalità del sistema creato dalla comunità politica: “È in questo sistema il presupposto delle norme costituzionali; in esso risiede la sovranità e sembrò perfino “inadequata” una costituzione che questo non riconosce” [26]. La costituzionalità dei partiti politici italiani è confermata e ratificata da quella sorta di "Grundnorm" [27] stabilita dall'art. 49 Cost. che così recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Quella repubblicana italiana è l'unica costituzione delle democrazie pluraliste occidentali in cui il diritto di associazione politica riconosciuto ai cittadini si coniuga immediatamente come "potere" concesso ai partiti nella determinazione della "politica nazionale" e, per questa via, nella partecipazione alla "statualità"; col che il sistema dei partiti è costituzionalmente legittimato a varcare la soglia delle istituzioni, attribuendosene progressivamente le funzioni [28]. Nasce e si sviluppa anche intorno a quest'asse quel fenomeno che abbiamo definito consociativismo costituzionale. Nella fase iniziale, si è assistito ad un processo di istituzionalizzazione dei partiti; successivamente — ben presto, a dire il vero —, il processo si è capovolto nella partiticizzazione delle istituzioni. Le procedure partitiche hanno sussunto i meccanismi costituzionali, disattivando il portato di irriducibilità alla "partitocrazia" che è, pure, presente nella carta costituzionale. All'inizio degli anni '60, A. Negri acutamente rileva che, ormai, l'unica procedura democratico-costituzionale rimasta impermeabile all'invadenza del potere del sistema dei partiti è il referendum [29]; oggi dobbiamo amaramente concludere, di fronte ai meccanismi partitici spoliatori che hanno regolato in questi ultimi anni la "pratica referendaria", che anche quest'ultima zona franca è stata occupata.

Il quadro emergenziale attivato negli anni '70 ha alle spalle questa costante e incisiva opera di corrosione della risorsa democratica e delle istanze di partecipazione che, peraltro, trova uno dei suoi principali punti di attacco proprio nei limiti e nelle oscillazioni della carta costituzionale, nel sottostante schema consociativo che la regola e governa. Uno dei vettori lungo i quali procede l'accumulo e l'esplosione della crisi sociale italiana sta nel monopolio del potere progressivamente esercitato dal sistema dei partiti. La trasformazione delle forme del potere ha modificato assetti ed equilibri politici; ma mai ha sospeso il carattere monopolistico della detenzione e della produzione del potere. Dal monopolio del potere di marca Dc siamo passati a forme allargate di potere monopolistico, di cui il consociativismo di governo ha rappresentato la versione estrema. I meccanismi sociali, politici e culturali di produzione della crisi hanno operato come riproduttori della crisi del monopolio politico. La permanenza del monopolio in crisi ha, perciò, configurato istantaneamente una situazione di emergenza: il secondo fattore è un portato imprescindibile del primo. La crisi si prolunga in emergenza, a fronte del monopolio del potere esercitato dal sistema dei partiti. Nel rapporto emergenza/crisi, l'emergenza è una costante inestirpabile, a misura in cui assoggetta la crisi al monopolio dei partiti e promuove se stessa come unità di misura e criterio regolativo permanente del processo di governo. In questo movimento viene meglio in luce la sovranità dell'emergenza: come abbiamo già avuto modo di evidenziare nelle pagine precedenti, alla “crisi dello sviluppo” consegue lo “sviluppo dell’emergenza”.

La novità più rilevante, per quanto attiene alle figure della sovranità, sta tutta racchiusa nel seguente passaggio: dalla tirannia delle maggioranze di governo, transitiamo alla tirannia delle maggioranze dell'emergenza, le quali non coincidono con l'area dell'esecutivo, ma attraversano in maniera trasversale l'intero parlamento. Da questo lato, l'emergenza diviene quella risorsa politica che garantisce l'accesso subordinato al potere anche a quelle forze che ne sono formalmente e rigorosamente escluse. Il dispositivo emergenziale ha una funzione di inclusione politica indiretta e di spartizione simbolica generalizzata del potere. Inoltre — e in maniera rilevante —, disloca un meccanismo di integrazione e di mobilitazione dell'opinione pubblica che costruisce i contorni ambigui e spuri di un processo di integrazione laterale: le maggioranze dell'emergenza, ormai, ricercano il consenso e la legittimazione soltanto su temi/problemi di allarme sociale. Ecco perché i media, quasi nella loro totalità, divengono non semplicemente una cassa di risonanza delle maggioranze di governo; bensì una leva fondamentale della creazione di quel clima di emergenza permanente e generalizzata atto alla riproduzione illimitata di misure di segno eccezionale. Intorno all'emergenza si gioca il movimento dei soggetti della sovranità, anche per la non trascurabile circostanza che essa delimita il terreno di una specifica emulazione/competizione: quella che fa coincidere gli attributi di legittimità con i contenuti dell'emergenzialità. Si apre un gioco tra forze e singoli esponenti politici a chi è più in linea con i valori e i princìpi dell'emergenza. Ciò sia per accreditarsi come la migliore incarnazione possibile della figura del sovrano, sia per catturare meglio le adesioni di una cittadinanza ad arte turbata e "terrorizzata" da campagne di panico sapientemente alimentate che, in gran parte, si reggono sulla strumentalizzazione di effettivi fenomeni di disagio e di turbativa sociale.

8. Critica radicale dell’emergenza: ovvero limitazione radicale del sovrano

Investigare le fonti e i soggetti della sovranità, a fronte di un tale processo di crescente compressione della democrazia e della partecipazione, diviene essenziale. Ci troviamo al cospetto di una situazione storica inedita e, per molti versi, assolutamente non prevedibile. Possiamo avviarne interpretazione e spiegazione soltanto combinando alcuni strumenti di indagine teorica tradizionalmente confliggenti. Abbiamo visto, in successione, che sovrano è:

  1. chi decide su cosa decidere e su cosa non decidere: da questa coappartenenza storico-empirica rileviamo la prima contaminazione teorica tra "decision-making" e "nondecision-making";
  2. chi decide sullo stato di normalità e sullo stato di eccezionalità; sulla base del patto scritto e delle norme non scritte; pro-costituzione e contro-costituzione: da questa complessa "commistione" ricaviamo, come minimo, la contaminazione tra il "normativismo" kelseniano e il "decisionismo" schmittiano; tra la "teoria della sovranità " di C. Schmitt e quella di H. Heller [30].

Quello che qui ci preme, in particolar modo, rimarcare è l'opzione politica "anti-liberale e radicalmente democratica" di H. Heller e le sottostanti distinzioni (i) fra norme e princìpi giuridici e (ii) fra jus e decisione [31]. Grazie a questo retroterra epistemico e politico, come fa osservare S. Mezzadra sulla scorta di un'acuta osservazione di U. Pomarici, in Heller, la decisione sovrana, diversamente da quanto si rinviene nell'itinerario schmittiano, non elimina il conflitto a favore dell'ordine statuale; bensì è essa stessa espressione di un paradigma conflittuale [32]. Se questo è vero, una teoria-prassi radicale della democrazia deve sottrarre la democrazia medesima alla fascinazione dell'ordine e alla cristallizzazione del concetto di popolo-unità a tutto danno del concetto di popolo-molteplicità [33]. Altrimenti detto: occorre affrancare la democrazia dalle teorie della sovranità dominanti e la rappresentanza democratica dal gorgo degli interessi.

Una teoria radicale della democrazia, esplicitando ancora più chiaramente, deve inestricabilmente correlarsi ad una prassi radicale di limitazione del sovrano. Questa curva di ricerca non coincide in toto con la posizione helleriana; ne fa, però, propri alcuni presupposti cardine. Si tratta, sul piano strettamente teoretico, di superare alcune aporie interne al dettato helleriano, dipanando tanto il "nodo Bodin" che il "teorema Hobbes", rimasti avviluppati intorno alle "teorie della sovranità" fino a tutto e oltre Schmitt [34]. Occorre, sì, tenere realisticamente e normativamente in conto che la costituzione è pur sempre l'espressione del reale "rapporto di forza" tra le classi e i gruppi sociali; ma anche considerare che sovranità, rappresentanza e democrazia possono e debbono anche essere funzioni del mutamento costituzionale del "rapporto di forza", a favore delle classi e dei gruppi oppressi, discriminati ed emarginati [35]. Da questo lato, il "realismo politico" e il "realismo costituzionale" sono alcuni dei limiti principali che urge superare.

Tornando al contesto storico-politico degli anni '70, possiamo dire: "limitare il sovrano" significa limitare l'emergenza e i suoi apparati, squarciando il sistema di controllo dispotico da essa steso sulla relazione politica e sulla comunicazione sociale. Raccogliamo qui il lascito costituzionale più autentico della "gloriosa rivoluzione" del 1688 e di tutte le innovazioni e trasformazioni costituzionali che hanno fatto ad essa seguito. È stato felicemente fatto osservare: “limitare il sovrano non è soltanto una esigenza della società nelle sue molte articolazioni per preservare e accrescere gli spazi di libertà, ma è anche una necessità per il sovrano, se vuole mantenere il consenso, e un bisogno del sistema politico, se esso deve funzionare democraticamente” [36]. Come non manca di rilevare lo stesso Rescigno [37], ecco che, allora, siamo precipitati nel bel mezzo del dilemma cardine delle rivoluzioni costituzionali: è tanto necessaria la costituzione riconosciuta e operante della sovranità, quanto è indispensabile limitare la sovranità. L'alternativa alla costituzione della sovranità legittima è la guerra civile; l'esito di una sovranità illimitata è l'illibertà e l'antidemocraticità. L'emergenza, come sovranità illimitata, è giustappunto quell'attentato più serio alla libertà e alla democrazia che profitta della/e mette a frutto proprio la crisi della democrazia e della libertà.

Ora, nella situazione dell'emergenza, il sistema dei partiti è, sì, il sovrano senza limiti, ma è completamente svuotato della sua autonomia dai modelli e dalle logiche dell'ordigno emergenziale. Perde, con ciò, le residue capacità di autoriflessività e di elaborazione, fino alla lacerante esperienza della crescita del suo potere politico contestuale alla perdita delle sue permeabilità e duttilità sociali. Contraddizione, questa, che disegna sia i centri del potere che della crisi del sistema dei partiti. Avviare a soluzione la contraddizione vuole dire diminuire il potere dei partiti. Cosa possibile realizzando le seguenti condizioni:

  1. innescare processi di "trasformazione del potere": cioè, spostare le cerchie della produzione, detenzione e comunicazione del potere dal sistema dei partiti alla cittadinanza;
  2. assecondare, determinare e gestire processi di "trasformazione sociale": cioè, riequilibrare il rapporto tra "società civile" e "società politica", rendendo permeabile il tessuto istituzionale ai fenomeni del mutamento;
  3. collocare il sistema dei partiti oltre il confine del loro orizzonte di crisi: cioè, attivare una frontiera costituzionale che garantisca sempre maggiori spazi di libertà al singolo e alla collettività.

Soltanto se si verifica la terza condizione, si possono ottemperare le altre due. Fuori da un passaggio di questo genere, ogni operazione di ingegneria istituzionale-costituzionale sarà l'ennesima occasione per un accordo spartitorio tra schieramenti trasversali ai partiti, con il risultato di incancrenire il dispositivo del blocco costituzionale.

Note

[1] Si riproducono i §§ 4-11 del cap. V: “Patogenesi strutturale della crisi: dagli anni ’70 agli ‘80” di A. Chiocchi, Il circolo vizioso. Meccanismi e rappresentazioni della crisi italiana 1945-1995, Mercogliano (Av), Quaderni di “Società e conflitto”, n. 13, 1997.

[2] S. Rodotà, Ma è sempre emergenza?, “Panorama”, 3 maggio 1982.

[3] Si rinvia alle seguenti opere R. Dahl e N. Bobbio: 1) Dahl: I dilemmi della democrazia pluralista, Milano, Il Saggiatore, 1982; Democrazia o tecnocrazia. Il controllo delle armi nucleari, Bologna, Il Mulino, 1987; La democrazia economica, Bologna, !l Mulino, 1989; La democrazia e i suoi critici, Roma, Editori Riuniti, 1991; 2) Bobbio: Politica e cultura, Torino, Einaudi, 1955, 1981; Saggi sulla scienza politica in Italia, Bari, Laterza, 1969; Quale socialismo, Torino , Einaudi, 1976; Le teorie delle forme di governo nella storia del pensiero politico, Torino, Giappichelli, 1976; Le ideologie e il potere in crisi, Firenze, Le Monnier, 1981; La crisi della democrazia e la lezione dei classici, in N. Bobbio-G. Pontara-S. Veca, Crisi della democrazia e neocontrattualismo, Roma, Editori Riuniti, 1984; Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1984; Stato, governo, società. Per una teoria generale della politica, Torino, Einaudi, 1985; Questioni di democrazia, "Sisisfo", n. 17, 1989; L'età dei diritti, Torino, Einaudi, 1990. Per una ulteriore focalizzazione del tema, cfr. F. Cazzola, Appunti per lo studio della democrazia in Italia, “Teoria politica” , n. 2, 1985, pp. 23-42.

[4] E. Fraenkel, Il doppio Stato: contributo alla teoria della dittatura, Torino, Einaudi, 1985.

[5] A. Wolfe, I confini della legittimazione. Le contraddizioni politiche del capitalismo contemporaneo, Bari, De Donato, 1981.

[6] A. Wolfe, op. cit., p. 273.

[7] Negli anni ’80, si occupò di questi temi G. Ruffolo, La qualità sociale, Roma, Laterza, 1985.

[8] Cfr. Franca Papa, Fondazione e crisi dello Stato di diritto, “Il Centauro”, n. 8, 1983, pp. 78-105.

[9] E. Forsthoff, Stato di diritto in trasformazione, Milano, Giuffrè, 1973; F. Neuman, Lo Stato democratico e lo Stato autoritario, Bologna, Il Mulino, 1973.

[10] A metà degli anni ‘80, sui punti in questione insistette felicemente P. Barcellona, I soggetti e le norme, Milano, Giuffrè, 1984; in specie, pp. 141-169.

[11] U. Curi, Il falegname e la norma, “Antigone”, n. 3-4, 1985, pp. 49-50.

[12] Cfr. emblematicamente N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Relazione al Convegno: “1984: comincia il futuro”, Locarno, 3-5 maggio 1984, in “Nuova Civiltà delle Macchine”, n. 3, 1984, pp. 11-20; successivamente nell’omonimo Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1984.

[13] Cfr., sul punto, l’argomentata rassegna di P. Barcellona, op. cit., pp. 145-150.

[14] Così già P. Barcellona, op. cit., p. 146.

[15] Così già P. Barcellona, op. cit., pp. 146-147.

[16] Si prende qui spunto dal discorso proposto in altro contesto da G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi, 1976.

[17] Cfr. G. Marramao, L’ordine disincantato, Roma, Editori Riuniti, 1985, pp. 44-45.

[18] Fondamentale di Kelsen, al riguardo, Teoria generale del diritto e dello Stato, Milano, Comunità, 1952.

[19] Sia concesso rinviare, sull’argomento, ad A. Chiocchi, Movimenti. Profili culturali e politici della conflittualità sociale in Italia negli anni '60 e '70, cit.; si rimanda, del pari, alla bibliografia ivi richiamata. Nel 1997, in occasione del ventennale, molte sono state le opere pubblicate sui movimenti sociali del ’77; il tema e questi recenti contributi saranno ripresi in esame in altra occasione.

[20] Elementi in tale direzione già in: N. Bobbio, Compromesso e alternanza nel sistema politico italiano, Mondoperaio”, settembre 1977; A, Pappalardo, Le condizioni della democrazia consociativa. Una critica logica ed empirica, “Rivista italiana di scienza politica”, n, 3, 1979; Idem, La politica consociativa nella democrazia italiana, “Rivista italiana di scienza politica”, n. 1, 1980; F. Cazzola, Sui governi di emergenza. La solidarietà nazionale in Parlamento, in S, Belligni (a cura di), La giraffa e il liocorno. Il Pci dagli anni ’70 al nuovo decennio, Milano, Angeli, 1982; G. Pasquino, Il partito comunista nel sistema politico italiano, in G. Pasquino (a cura di), Il sistema politico italiano, Roma-Bari, Laterza, 1985; S. Hellman, Il Pci a Torino negli anni ’70, “Sisifo”, n. 15, 1988; C. Riolo, La crisi di identità del Pci: il “caso siciliano” tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, “Sisifo”, n. 16, 1989.

[21] Per il richiamo dei testi e delle analisi di Lijphart, si rimanda a L. Graziano, Compromesso storico e democrazia consociativa: verso una “nuova democrazia”? , in L. Graziano-S. Tarrow (a cura di), La crisi italiana, Torino, Einaudi, 1979, 2 vol.; in specie, pp. 722-728, 729-733, 734-737, 740.

[22] N. Bobbio, Compromesso e alternanza, cit.

[23] Si� fa ricorso all’espressione “produzione di potere” nella versione elaborata da M. Stoppino nella disamina del rapporto che si dipana tra élites politiche e potere: cfr. Potere ed élites politiche, in A. Panebianco (a cura di), L’analisi della politica. Tradizioni, ricerca, modelli, teorie, �Bologna, Il Mulino, 1989.�

[24] Per un’interessante rassegna critica della “teoria delle coalizioni”, cfr. G. Ieraci, Deduzione e induzione in scienza politica. Sopra due diversi accostamenti alla teoria delle coalizioni e i tentativi di conciliarli, “Teoria politica”, n, 1, 1991; tale lavoro, in queste ultime pagine, è stato assunto come il principale riferimento critico.

[25] A. Manzella, La casa comune partitocratica, cit., p. 44. Cfr., inoltre, la bibliografia ivi richiamata; in particolare, A. Pedrieri, I partiti politici, in A. Levi-P. Calamandrei (a cura di), Commentario alla Costituzione, Firenze, Barbera, vol. 1, 1950; A. Negri, Alcune riflessioni sullo “stato dei partiti”, “Riv. trim. dir. pub.”, 1964.

[26] A. Manzella, op. cit., p. 44. Qui Manzella si richiama specificamente a C. Esposito, I partiti nella costituzione italiana, in La costituzione italiana, Padova, Cedam, 1954.

[27] Manzella, op. cit., p. 45.

[28] Cfr. K. Von Beyme, I partiti nelle democrazie occidentali, Bologna, Zanichelli, 1987; A. Manzella, op. cit.

[29] A. Negri, op. cit., p. 149.

[30] Su H. Heller, una delle figure centrali del dibattito gius-politico nel primo trentennio del secolo, vi è stato in quest’ultimo decennio, in Italia, un risveglio di interesse, grazie soprattutto al lavoro di recupero critico di U. Pomarici e P. Pasquino ai quali, qualche anno fa, si è aggiunto S. Mezzadra.

[31] Cfr. S. Mezzadra, Crisi e omogeneità sociale. Note su Hermann Heller, “Filosofia politica”, n. 1, 1991, p. 163 ss.; si rinvia a tale lavoro per la ricostruzione della tematica helleriana e la relativa bibliografia.

[32] Ibidem, p. 166. Il riferimento è all’opera di U. Pomarici, Oltre il positivismo giuridico. Hermann Heller e il dibattito sulla costituzione weimariana, Napoli, Prismi, 1989, p. 68.

[33] S. Mezzadra, op. cit., p. 167. Altrove l’Autore analizza più capillarmente il nesso tra popolo, moltitudine e politica: cfr. Popolo, moltitudine e forma della politica. Thomas Hobbes e Baruch Spinoza, Torino, gennaio 1991, dattiloscritto.

[34] Per questa sequenza concettuale triangolare, cfr. già S. Mezzadra, Crisi e omogeneità sociale …, cit., pp. 166-172.

[35] Per una prima indagine in questa direzione, sia consentito, rinviare ad A. Chiocchi, Lo sguardo offuscato. La consunzione dei paradigmi politici moderni e contemporanei, Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazioni, 1997; in particolare, cap. I, § 7.

[36] G. U. Rescigno, Potere politico e sistema dei partiti: limitare il sovrano, cit., p. 83.

[37] Ibidem, p. 84.


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