ALCUNI NODI PRELIMINARI
1. Verso un nuovo blocco di partenza
In un breve, ma assai interessante intervento di diversi anni fa, Amalia Signorelli incentra la sua attenzione sulle trasformazioni culturali intervenute nel Mezzogiorno in epoca repubblicana
(1). Prendiamo lo spunto da quell'intervento per:Il tutto, ovviamente, muovendo in via sintetico-schematica.
Procediamo con ordine.
In linea generale, l'approccio culturalista conclude che nel Mezzogiorno la cultura abbia (avuto) una funzione conservatrice, nel senso della stabilizzazione, continuità e conservazione dei sistemi micro e macrosociali. La conclusione fa da spia ad una concezione lineare della modernizzazione che fa coincidere "aree arretrate" con "culture arretrate". Da qui viene inferita, per conseguenza logica, la "resistenza al cambiamento" e, dunque, l'arretratezza (non solo culturale) del Mezzogiorno.
A esiti non molto diversi pervengono le ricerche etno-antropologiche degli anni '50 e '60, a misura in cui leggono le culture popolari come culture della tradizione (dell'arretratezza). Non sfugge a questo riduzionismo nemmeno l'impostazione gramsciana, imperniata sulla contrapposizione "cultura egemone"/"culture subalterne": l'esercizio dell'egemonia (categoria chiave del pensiero gramsciano) è specificamente votato alla "modernizzazione culturale".
Risultanze simili reperiamo anche:
Tutte insieme queste impostazioni, pur diverse tra di loro, convergono verso l'assunto base che fa del Mezzogiorno luogo e tempo delle culture della tradizione e dell'arretratezza. Si distinguono da questi approcci insoddisfacenti, le posizioni di E. De Martino, su cui si dovrà fare un discorso a parte che va molto al di là dell'economia ristretta di questo monografico.
In realtà, come non manca di avvertire la Signorelli, "sono davvero poche le ricerche antropologiche che si occupano del cambiamento culturale in atto. Vale a dire di processi come la scolarizzazione di massa e la massmediazione, il plurilinguismo da emigrazione e il pluridialettismo da pendolarità, la trasformazione del modello dei consumi, la politicizzazione ... pochissima attenzione c'è stata per le culture nuove o culture dei cosiddetti nuovi soggetti come le donne e i giovani, che sono venute emergendo anche nel Sud ma con caratteristiche almeno in parte diverse da quelle nazionali. Allo stato delle ricerche, dunque, l'etnografia dell'Italia Meridionale contemporanea risulta incompleta ..."
(5).
2. Incoerenza e specificità delle culture
Si tratta, osserva la Signorelli, di problematizzare un dato di fatto: le soggettualità meridionali sono divenute titolari di una pluralità di elementi culturali, non di rado in contraddizione gli uni con gli altri
(6). E dunque, il "nuovo" e il "vecchio", l'"antico" e il "moderno" convivono, amalgamandosi contraddittoriamente. Inoltre, va osservato che uno dei tratti tipici della crisi della modernità e/o del post-moderno è rinvenibile, per l'appunto, nella frammentarietà e contraddittorietà degli elementi culturali a cui fanno capo le identità singole e collettive. Infine, va detto che, ancora prima di tematizzare la crisi della modernità, nell'incoerenza va colto un dato immanente alle culture, tramite il quale esse si "fissano" in strutture flessibili, capaci di modificarsi in un perpetuo moto di adattamento ai mutamenti intervenuti nei contesti entro il cui seno operano (7). L'incongruenza, più propriamente, è qui nel pregiudizio etnocentrico con cui la cultura viene osservata e analizzata e che, in via di postulati dogmatici, assegna alle culture altre da quelle occidentali (dominanti) la "patente" di arretrate. Anche nella concezione gramsciana la frammentarietà e l'incongruenza interne alle culture altro non sarebbero che i segnali disvelatori del loro essere state "prodotte" in condizioni di minorità e subalternità e, perciò, strumentalizzate dalle classi egemoni (8). Il grado di incoerenza interna alla cultura va, invece, assunto come una vitale molla che spinge in direzione del mutamento e dell'interazione trasformativa con l'ambiente esterno.A fronte dell'insufficienza e dei limiti fin qui segnalati, si pone la necessità di riproblematizzare l'oggetto di ricerca, procedendo attraverso delle verifiche progressive. Nel far questo, la Signorelli fa proprie le "teorie dinamiste"
(9) e la categoria di sincretismo. Ella parte dai seguenti interrogativi:Ora, la categoria di sincretismo ha una portata euristica dirompente: riconduce ad un'unità complessa e internamente differenziata ciò che gli approcci teorici ufficiali (questi, sì, "tradizionali") dicotomizzano. L'agglomerato sincretico mette corpo ad una originale amalgama, in cui sono rinvenibili:
Ecco, dunque, osserva la Signorelli, che la prospettiva dinamista fa immediatamente emergere una specificità del Mezzogiorno d'Italia contemporaneo: "gli elementi esterni, esogeni, hanno investito la società meridionale negli ultimi trenta-quarant'anni in misura assolutamente eccezionale per quantità, velocità e concentrazione"
(11). L'effetto di ricaduta sui sistemi culturali meridionali è stato rilevante, dai "codici" ai "processi comunicativi", dalla "concezione dello spazio" a quella "del tempo", dalla "concezione della famiglia" a quella "del lavoro", per finire con la "concezione del potere (12).
3. Concentrazione e diffusione delle modernizzazioni culturali
Consideriamo, per esempio, la alfabetizzazione meridionale. Specifico del Sud, a confronto del Centro-nord e dell'Europa, è la quasi-contemporaneità della diffusione del codice scritto (la scrittura) e del codice video-iconico (la televisione): il primo è ad alto tasso di sincronia e di sintassi; mentre il secondo, ad alto grado di diacronia e paratassi
(13). Con la risultante, non tanto paradossale, che il codice video-iconico è decodificabile (ed è effettivamente decodificato) da un numero di soggetti superiore a confronto del codice scritto (14). Nel caso del Mezzogiorno, non assistiamo al passaggio progressivo dalla scrittura alla videoscrittura. La quasi-simultaneità della diffusione allargata della scrittura e della video-scrittura fa posizionare un passaggio inverso: dalla video-scrittura alla scrittura (15). Ciò spiega l'enorme ruolo avuto dalla televisione nell'alfabetizzazione delle popolazioni meridionali.Possiamo, ora, individuare un altro tratto specifico della modernizzazione culturale del Mezzogiorno: ".. non è stato, se non in termini modesti, un processo di individuazione, di valorizzazione dell'individualità"
(16). Il motivo starebbe nella autoriproduzione allargata dei poteri della famiglia che avrebbe fatto aggio sugli individui, definendone e gestendone percorsi e destini (17). Qui la famiglia viene ancora vista (e posta) al centro dei processi di stratificazione sociale, attraverso: i) la titolarità dei redditi e delle decisioni; ii) la gestione delle relazioni (18).Ora, fa osservare la Signorelli, in una rete di sistemi sociali onniclientelarizzati le relazioni costituiscono il patrimonio più prezioso di cui si possa disporre (19). La presenza diffusivo-tentacolare della famiglia (meridionale) nei sistemi sociali (meridionali) è un'altra delle peculiarità della "modernizzazione meridionale" che i paradigmi del "familismo amorale" hanno completamente frainteso (20).È, ormai, possibile concludere che il tentativo di modernizzare il Mezzogiorno tramite l'industrializzazione ha conosciuto uno scacco irrimediabile. Possiamo dire: è saltato un isomorfismo concettuale (modernizzazione = industrializzazione), prima ancora che esser venuto meno un progetto/processo. Al punto che, in tutti gli anni '70 e '80, da più parti per spiegare il dato, si è fatto ricorso al paradigma della modernizzazione senza industrializzazione
(21) a cui, nei primi anni '90, si è contrapposto quello dello sviluppo senza autonomia (socio-culturale e politica) (22).Esemplificando fino al limite del lecito, può dirsi che il primo paradigma mette l'accento su un deficit di progettualità/operatività eminentemente di natura economica; il secondo, invece, fa perno su una carenza di progettualità/operatività di segno, insieme, culturale, sociale e politico. Per il primo, il "sociale" e "culturale" (modernizzati) non avrebbe trovato corrispondenza nell'economico-industriale (arretrato); per il secondo, invece, l'economico-industriale (modernizzato) non avrebbe avuto corrispondenza nel "sociale", nel "culturale" e nel "politico" (arretrati). L'esemplificazione, pur nella sua stringatezza e nella sua notevole esposizione alla fallacia, rende immediatamente percepibili sia i meriti che i limiti dei due paradigmi.
Senza che sia necessario entrare nel merito delle enunciazioni dei due paradigmi, possiamo qui rinvenire, in entrambi, delle impostazioni binarie che ipostatizzano in positivo una delle due polarità del rapporto, caratterizzandola per la sua assenza: nel primo paradigma, è l'industrializzazione; nel secondo, l'autonomia. Si sarebbe, così, in presenza di progetti/processi che mancano di dispiegare pienamente tutti i loro effetti: nel primo paradigma, la modernizzazione rimane senza industrializzazione; nel secondo, lo sviluppo senza autonomia. Da un lato, la modernizzazione appare internamente controfattuale, in quanto non si prolunga coerentemente in industrializzazione; dall'altro, è lo sviluppo a rivelarsi controintenzionale, in quanto omette di coronarsi in un sistema dispiegato di autonomie (locali).
Ambedue i paradigmi, anziché cimentarsi con la realtà storica dei processi di modernizzazione meridionale, così come è stata ed è, la interpretano, riconducendola a modelli astratti applicati surrettiziamente alla realtà. Paradossalmente, anziché ricavare dal campo il/i modello/i della modernizzazione meridionale, sovraimpongono al Mezzogiorno modelli di modernizzazione dedotti da altre realtà e altri contesti socio-culturali e storico-politici. Così, ciò che realmente è avvenuto e continuamente avviene nel Mezzogiorno:
Occorre, dunque, imprimere un'ulteriore deviazione alla ricerca.
4. Dall'etica del lavoro e dalla fabbrica-Stato all'etica acquisitiva e al mercato-Stato
Nel Mezzogiorno d'Italia, non è possibile "misurare" e "qualificare" la modernizzazione a mezzo dell'industrializzazione e/o dello sviluppo. Altri debbono, allora, essere gli indicatori della modernizzazione meridionale. Il persistere diffusivo della modernizzazione e il corrispettivo venir meno progressivo dell'industrializzazione/sviluppo ha recato in sé un risvolto non sufficientemente indagato.
Come è noto - e la Signorelli opportunamente lo ricorda
(23) -, uno dei caratteri culturali e materiali fondanti della formazione dell'Europa moderna è stata la valorizzazione del lavoro, alla cui base è rinvenibile sia il processo di accumulazione capitalistica che il costituirsi delle tavole dei diritti civili e sociali, attraverso il maturare delle contraddizioni di classe capitale/lavoro. Col che il passaggio da "suddito" a "cittadino" ha trovato modo di coronarsi e generalizzarsi. Le grandi rivoluzioni americana e francese del XVIII secolo - e la stessa "gloriosa rivoluzione" inglese del secolo precedente - al di fuori (anche) della complessa, conflittuale e globale dialettica capitale/lavoro non avrebbero, certo, potuto allignare e produrre gli effetti liberatori che hanno sedimentato nelle strutture sociali e nelle coscienze degli individui di tutto il mondo.Sulla valorizzazione del lavoro si è fondato il progetto di egemonia planetaria del capitale, dall'accumulazione originaria fino alla fase dell'insediamento del sistema semi-automatico di macchine. Sulla liberazione del/dal lavoro si è incardinata l'utopia socialista/comunista della società giusta, affrancata dalle catene dell'oppressione e dello sfruttamento.
Non per questo, la valorizzazione del lavoro e la liberazione del/dal lavoro sono univocamente interpretabili come rivoluzione culturale. Certo, i processi storici corrispondenti - sia per il capitale che per i lavoratori, per motivi sovente contrapposti - hanno assunto una portata rivoluzionaria e in maniera rivoluzionaria hanno inciso nella storia sociale, culturale, politica ed economica delle società (non solo occidentali). Più propriamente, si è trattato di una rivoluzione culturale che ha covato in sé anche il fuoco della dissipazione e dell'autoritarismo.
Dal lato della valorizzazione capitalistica del lavoro, possiamo invenire la presa diffusiva e generalizzante di un'ideologia produttivistica e di un'etica lavorista che hanno messo costantemente in secondo piano la felicità del genere umano e l'eguaglianza dei diritti delle differenze, sacrificate sull'altare della monetizzazione della vita quotidiana e delle relazioni sociali.
Dal lato della liberazione del/dal lavoro, dobbiamo rilevare la sublimazione assoluta del collettivo sotto forma di organismo associato macchinale, entro cui la singolarità degli esseri umani e la specificità delle differenze hanno finito per essere indiscernibili, fino alla derealizzazione e devalorizzazione complete.
In ambedue i casi, secondo forme di espressione specifiche e diverse, alla alienazione esistenziale e allo scacco dei diritti e della libertà fa inevitabilmente eco l'oppressione politica e sociale, l'imperialismo culturale, il carattere filisteo della vita pubblica, con il predominio mitopoietico delle virtù salvifiche delle macchine astratte sulla vita concreta, sulle aspirazioni profonde, sui desideri arcani, sulle tensioni verso felicità estreme che dimorano nel cuore umano e nel sottosuolo rovente della società stessa.
Che il Mezzogiorno d'Italia non sia passato per la valorizzazione del lavoro e nemmeno per la liberazione del/dal lavoro non è un "male in sé" e nemmeno un "bene in sé". Semplicemente, rappresenta un dato storico che si tratta di indagare e cogliere nella sua effettiva luce, cavandone tutte le risultanti positive possibili (evidentemente, accomiatandosi da tutte le conseguenze negative scaturite). Va semplicemente colto qui un ulteriore elemento della specificità della modernizzazione meridionale.
È lecito affermare che nel Mezzogiorno, come presso i Greci, il lavoro assume l'accezione di fatica, di attività inferiore. Come la "società signorile" greca, quella del Mezzogiorno è la società del "rifiuto del lavoro". Qui nel Mezzogiorno, non attecchisce:
Nel Mezzogiorno, dunque, il lavoro non è opera: vale a dire, creazione positiva finalizzata ad uno scopo superiore, come appare sia nell'etica cristiana che in quella capitalistica. E, così, il profilo bifronte della struttura concettuale del lavoro (opera/fatica) viene meno
(24): il lavoro tende a comparire esclusivamente come fatica, come asservimento abbruttente.Ciò non consente, però, di aggirare il problema cruciale del potere che ora, nel Mezzogiorno, anziché passare per la valorizzazione del lavoro, transita per i processi di allocazione monetaria delle risorse finanziarie. Trascorriamo qui dall'etica lavorista-produttivistica, all'etica acquisitiva; dalla microfisica dei poteri della fabbrica-Stato alla microfisica dei poteri del mercato-Stato.
Nel Mezzogiorno, la divaricazione propria delle società superaccumulate tra lo spazio del lavoro (non libero) e il tempo della libertà (senza lavoro) è un dato costitutivo. Nel Mezzogiorno, il tempo di lavoro non può essere spazio della libertà; così come lo spazio della libertà non è anche tempo del lavoro. Ab origine, è qui conficcata una cesura irricomponibile tra lavoro e libertà.
Alla frattura lavoro/libertà corrisponde quella produzione/consumo. L'etica acquisitiva coniuga il primato dei consumi, spezzando risolutamente il legame di dipendenza dalle sfere della produzione. Questo tratto specifico delle società superaccumulate, nel Mezzogiorno, si converte nella richiesta della tutela inoltrata allo Stato con specifico riguardo alle aree della distribuzione dei beni. Qui controparte politica e interlocutore attivo diviene direttamente quel nesso di comando Stato/mercato che ora governa i reticoli relazionali stesi tra produzione e consumo
(25).Non ci rimane, per concludere questa rapida panoramica, che articolare un'ultima serie di considerazioni.
Nella modernizzazione meridionale, sulla base del processo storico dianzi descritto, l'operatore pubblico assume ipso facto il profilo di redistributore. Da ciò hanno, indubbiamente, tratto ossigeno i sistemi e sottosistemi clientelari per la costruzione e il consolidamento del consenso. Ma il fenomeno non è sbrigativamente liquidabile come nudo e crudo assistenzialismo, involgendo uno dei gangli vitali della compagine statuale: il potere redistributivo.
Secondo alcuni orientamenti storiografici emersi in fase repubblicana, il potere redistributivo si sarebbe risolto nel drenaggio di risorse finanziarie a carico del Nord a favore del Mezzogiorno. Il che, a tutti gli anni '70, avrebbe:
La funzione di collante sociale svolta dal potere redistributivo sarebbe, dunque, interamente stata sulle spalle del Nord e, in particolare, del contribuente del triangolo industriale
(26).Siamo al cospetto dell'ennesimo "luogo comune" sul Mezzogiorno; oggi, purtroppo, non circoscritto al razzismo leghista, ma tracimato in non irrilevanti settori della sinistra. Il degrado culturale progressivo che, in questi ultimi due-tre decenni, ha investito la sinistra non ha potuto fare a meno di estendersi alla "questione meridionale": anziché riflettere criticamente e autocriticamente sulle proprie culture meridionaliste, essa preferito ignorare bellamente il tema, finendo in pasto a "luoghi comuni" di vario genere e, anzi, coniandone nuovi e peggiori.
Sulla fenomenologia del collasso politico-culturale del meridionalismo, soprattutto a sinistra, occorrerà attentamente indagare. Una ripresa di attenzione politico-culturale verso il Sud nasce anche da qui. Anzi, su questo terreno, la crisi delle culture del meridionalismo di sinistra rimane il nodo preliminare da sciogliere.
Note
(1) Amalia Signorelli, Famiglia, lavoro, potere: le trasformazioni culturali, in R. Catanzaro (a cura di), Società, politica e cultura nel Mezzogiorno, Milano, Angeli, 1989.(2) Il riferimento, come è sin troppo intuibile, è soprattutto a C. Levi, Cristo si à fermato ad Eboli, Torino, Einaudi, 1956.
(3) Sul punto rileva, in particolare, L. Lombardi-Satriani, Antropologia culturale e analisi della cultura subalterna, Firenze, Guaraldi, 1974.
(4) Anche qui il rimando è sin troppo chiaro: ci si riferisce alla, peraltro assai stimolante e per molti versi innovativa, ricerca di G. Gribaudi, Mediatori. Antropologia del potere democristiano nel Mezzogiorno, Torino, Rosenberg & Sellier, 1980.
(5) Signorelli, op. cit., p. 30.
(6) Ibidem, .p. 31.
(7) Il riferimento è a M. Gluckman, Custom and Conflict in Africa, Oxford, Basil Blackwell, 1963.
(8) A. Gramsci, Osservazioni sul folklore, in Quaderni dal carcere (a cura di V. Gerratana), vol. III, Torino, Einaudi, 1975, p. 2309.
(9) Si tratta di un approccio, come informa la stessa Signorelli, che analizza il mutamento nei termini di un processo complesso che si gioca sul filo delle interazioni tra variabili interne e variabili esterne, aventi una consistenza, una portata e una durata diverse. Questo processo multiverso dà luogo a risultanze sincretiche, caratterizzate da una specificità variante o variabile. Di questo approccio, può essere ritenuto precursore G. Balandier, La situazione coloniale: approccio teorico, in E. Segre (a cura di), L'acculturazione, II, Firenze, La Nuova Italia, 1977 (il testo di Balandier risale al 1951 e compare nella rivista "Cahiers Internationaux de Sociologie").
(10) Signorelli, op. cit., p. 31.
(11) Ibidem, p. 32.; corsivi nostri
(12) Ibidem.
(13) Ibidem.
(14) Ibidem, pp. 32-33.
(15) Anche se non con le stesse accentuazioni e "specificità" del Mezzogiorno, in una qualche misura, il fenomeno interessa tutto il paese. Il successo di massa, la "presa euristica" e la "tempestività cognitiva" di trasmissioni come "Non è mai troppo tardi" sono dati pure da questi elementi.
(16) Signorelli, op. cit., p. 35; corsivi nostri.
(17) Ibidem.
(18) Ibidem. Per ciò che concerne la "gestione delle relazioni", la Signorelli rinvia a G. Balandier, Antropologia politica, Milano, Etas Kompass, 1968 (ma 1967).
(19) Signorelli, op. cit., p. 35.
(20) Sulla "famiglia meridionale" e dintorni decisivi risultano due "vecchi" testi: Fortunata Piselli, Parentela ed emigrazione, Torino, Einaudi, 1981; F. Piselli-G. Arrighi, Parentela, clientela, comunità, in AA.VV., La Calabria. Le regioni d'Italia dall'Unità ad oggi, Torino, Einaudi, 1985. Più recentemente, si segnala il monografico Famiglie, "Meridiana", n. 17/1993
(21) Questo è il caso, in particolare, della SVIMEZ e del meridionalismo progressista di sinistra orbitante, per opzioni socio-culturali, intorno al Pci e alla Cgil.
(22) Questo fortunato paradigma è stato elaborato da C. Trigilia, Sviluppo senza autonomia. Effetti perversi delle politiche nel Mezzogiorno, Bologna, Il Mulino, 1992.
(23) Signorelli, op. cit., p. 37.
(24) Per una rivisitazione critica della storia concettuale del "lavoro", cfr. S. Natoli, Parole/chiave: il lavoro, "Il Progetto", n. 22, 1984; A. Chiocchi-C. Toffolo, Il lavoro come forma e come oggetto, in Passaggi. Scene dalla società italiana degli anni '70 e '80, Avellino, Quaderni di "Società e conflitto", n. 7, 1995.
(25) Cfr. Multiversum meridionale, Editoriale del monografico: "Cultura, poteri locali e società nel Mezzogiorno. Percorsi di analisi dall'Ottocento al Novecento", "Società e conflitto", n. 13/14, 1996; riprodotto anche in questo numero della rivista.
(26) Per una argomentazione rigorosa della tesi, cfr. F. Forte-M. Bevolo-G. Clerico-L. Rosso, La redistribuzione assistenziale. Costi e benefici della spesa pubblica nelle regioni italiane, Milano, Etas Libri, 1978. Questa "tesi" realizza anche un curioso "paradosso storico" che fa a pugni con l'ordine dei fattori dell'accumulazione originaria italiana, da cui il modello repubblicano deriva alcuni schemi di funzionamento cruciali. Come è stato largamente acquisito dal dibattito meridionalistico classico, in epoca post-unitaria, il surplus agricolo del Sud e l'imposizione fiscale sbilanciata a suo danno hanno disegnato uno specifico processo di drenaggio di "risorse" a favore dello sviluppo industriale del Nord.