L'AUTOBIOGRAFISMO NIETZSCHEIANO TRA ASSOGGETTAMENTO, 
MASCHERA E SOGGETTIVITÀ POLIMORFA  
1. L'AUTOBIOGRAFISMO NEGLI SCRITTI DELLA GIOVINEZZA
di Sergio A. Dagradi


Escrasez l’infâme.
Voltaire


Scrivere di Nietzsche, su Nietzsche, non è mai facile: un pensiero disperso, non lineare, caratterizzato dalla progressiva rottura dei dispositivi filosofici di scrittura e di argomentazione, fino a divenire aforisma, frammento, epifania. Ancor più se si vuole riflettere attorno a una problematica che mette in gioco alcuni dei motivi più dibattuti e controversi del suo pensiero: la costruzione della soggettività umana, l’assoggettamento che la caratterizza, la figura della maschera alla quale sembrerebbe costantemente richiamare e, di contro, la vagheggiata prospettiva nietzscheiana di un suo oltrepassamento nella figura dell’Übermensch. Temi che hanno trovato interpretazioni opposte, contrastanti, non univoche: ulteriori lacerazioni, quasi, del tessuto connettivo, della trama di percorrenze del pensiero di Nietzsche e della sua possibile ricezione.

La prospettiva nella quale si vorrebbero qui metterli alla prova è anch’essa fonte di ulteriori difficoltà, stante la forte relazione – da sempre riconosciuta dalla critica – tra la sua riflessione e la sua vita: si vorrebbe ragionare, infatti, attorno al problema della costruzione e decostruzione della soggettività umana a partire dal percorso autobiografico dello stesso Nietzsche, intendendolo come experimentum crucis, come momento aurorale, di testimonianza e al contempo di verifica della propria riflessione attorno a questo stesso problema. Il suo percorso autobiografico, detto altrimenti, come fuoco attorno al quale intendere gli elementi costituenti la sua riflessione sul soggetto umano e le sue prospettive storiche.

Del resto, se è vero, come autorevolmente affermato ad esempio da Gianni Vattimo (1), che la chiave interpretativa con la quale appressarsi ai testi di Nietzsche non può non forgiarsi che a partire dal contributo rivoluzionario offerto in tal senso da Martin Heidegger, leggendo pertanto Nietzsche come un pensatore costantemente confrontato con la questione dell’essere (2), non di meno occorre a nostro avviso declinare in modo ancor più preciso e forse heideggeriano (e secondo il pensiero dell’Heidegger precedente la Kehre) questa avvertenza ermeneutica. Infatti, se Nietzsche è pensatore dell’essere, lo è indagandolo a partire dall’Esser-ci, a partire dal Da-sein: per essere ancor più puntuali e interpretando in una chiave precipua il concetto heideggeriano, a partire dal proprio Esser-ci. L’autobiografismo nietzscheiano si mostra allora, in questa prospettiva, come essenzialmente intrecciato alla sua più generale riflessione filosofica. Occorrerà allora affiancare alla prospettiva di lettura indicata da Heidegger quella proposta in precedenza da Wilhelm Dilthey e secondo la quale è necessario e imprescindibile riconoscere la peculiare connessione esistente nell’opera di Nietzsche tra filosofia e 'letteratura', ossia, il legame tra l’elaborazione concettuale e appunto il raccontarsi e interpretarsi che costantemente la accompagnano. L’autobiografismo risulta così momento fondante lo strutturarsi della riflessione filosofica nietzscheiana, momento che non può di conseguenza non essere tenuto nella dovuta considerazione per la comprensione di questa (3). Dice significativamente lo stesso Nietzsche: «La vita … più misteriosa – da quel giorno in cui inaspettato venne a me il grande liberatore, quel pensiero cioè che la vita potrebbe essere un esperimento di chi è volto alla conoscenza (4)».

Le pagine che seguono sono quindi una prima tappa del percorso che abbiamo delineato, una tappa che vorrebbe soffermarsi sull’autobiografismo dei primissimi scritti di Nietzsche, nel tentativo di illustrare quale modellizzazione del processo di formazione dell’identità soggettiva viene in essi giocato.

L’autobiografismo giovanile di Nietzsche.

La consapevolezza di questo movimento fondante parrebbe emergere in Nietzsche fin dalla giovinezza, almeno a valutare la quantità di materiale autobiografico da lui prodotta già prima degli anni universitari: vi è una precoce e ininterrotta tensione a scandagliare se stesso, a ragionare attorno alle proprie vicende, a conoscere il proprio sé come passaggio quasi obbligato verso la strutturazione della propria riflessione – e in particolare, anticipiamo, della propria riflessione attorno all’essere umano e alla necessità di un suo oltrepassamento.

Vediamo alcuni significativi esempi.

Tra i primissimi scritti di Nietzsche a noi pervenuti vi è il diario che, dodicenne, decise di scrivere il 26 dicembre del 1856. È un diario che fu da lui poi bruciato, secondo quanto riferisce la sorella, e del quale solo due giornate ci sono giunte; è anche una composizione che non si presterebbe ad una attenzione così puntuale se non fosse stato scritto da lui, in quanto, alla luce della intenzione che lo anima, è espressione di una manifestazione probabilmente tipica di ogni fase adolescenziale, magari precoce. In queste pagine, infatti, Nietzsche vorrebbe «(…) affidare alla memoria tutto ciò che di triste o di lieto colpisce il mio cuore, così che, a distanza di anni, io possa riandare alla vita e all’attività di quest’epoca e soprattutto ricordare me stesso (5)». È lo stesso Nietzsche a sottolineare la centralità che il proprio sé ha nell’assolvere il compito che si è prefisso e – ripeto – potrebbe essere inteso come manifestazione di turbamenti adolescenziali, tipicamente adolescenziali, se fosse una manifestazione puntuale e circoscritta e non epifenomeno di una ossessione più ampia e continua: costante. Dire la verità a se stesso e su se stesso sembra essere la mania che possiede già il giovane Nietzsche.

In una lettera alla zia Rosalia Nietzsche, presumibilmente risalente alla metà di agosto del 1858 (6), Nietzsche scrive:

Io però ho da chiederti ancora un grande favore: poiché ho intenzione di scrivere la mia biografia, mi accorgo con spavento che sono molto all’oscuro sulla vita del papà e del prozio Krause, e anche della nonna, e che non conosco alcuna data. Vorresti essere così buona da scrivermi qualche cenno biografico di queste care persone e un breve profilo del loro carattere? (7)

La biografia fu poi composta dal diciotto agosto al primo settembre 1858 ed è pubblicata con il titolo Aus meinem Leben (lett. Sulla mia vita) (8).

A riguardo il curatore dell’edizione italiana rileva in nota: «Traspare fin da questi anni la tendenza all’autoanalisi, volta alla ricerca della propria identità (…) (9)». Ma traspare anche nelle prime righe (p. 15), notiamo, la preoccupazione di non poter ricordare tutto con esattezza rispetto ad alcuni anni della propria vita. La propria esistenza non è già al giovane Nietzsche pienamente intelligibile; qualcosa sfugge, si rende labile e necessario di una ricerca ulteriore, costante quasi, mai interrompibile per poter sapere veramente chi si è. Quasi a conclusione della composizione, infatti, annota: «È troppo bello rievocare al proprio spirito i primi anni della nostra vita, e riconoscervi l’evoluzione della nostra anima (10)». Vi è una specie di ossessione di controllo su di sé che è reso possibile solamente attraverso una rigorosa autoanalisi: laddove questa è resa incerta – dall’opacità della materia, dalla mancanza di informazioni – subentra lo spavento, perché lì si nasconde la minaccia della perdita di sé. Vi è quindi, nel giovanissimo Nietzsche, una idea di identità del soggetto umano, di ogni soggetto umano, fortemente unitaria, compatta e coerente: è a tale unità, compattezza e coerenza cui ciascun individuo dovrebbe tendere per essere se stesso, per essere persona e forse anche uomo.

Anche uno dei primi componimenti scritti per compito a Pforta è a carattere autobiografico: ci riferiamo a quello intitolato – nella traduzione italiana - La mia vita (11). A riguardo in due lettere indirizzate alla madre Franziska e scritte da Pforta rispettivamente il 29 novembre e poco prima dell’8 dicembre 1858, Nietzsche aggiunge tra i desideri per natale anche «due quaderni in ottavo per la mia biografia (12)» e «quaderni in ottavo, rilegati, per la biografia e le poesie (13)». Indubbiamente siamo in questo caso specifico alla presenza di uno scritto la cui produzione è eteroindotta, al di là dello scrupolo con il quale si documenta per il compito affidatogli: si tratta di un componimento a fini scolastici. Tuttavia altri frammenti contenuti nell’epistolario nietzscheiano permettono di contestualizzare questo compito in una tendenza di fondo che è quella che abbiamo precedentemente indicato: un costante lavoro di introspezione che il giovane Nietzsche si è assunto fin dalla più tenera età. Vediamo questi frammenti.

Vi è, innanzitutto, una lettera a Wilhelm Pinder da Pforta, del 16 dicembre 1858, nella quale Nietzsche afferma che «(…) durante queste vacanze, ci racconteremo molte cose: potrò continuare benissimo la mia biografia (14)»; mentre, nella lettera indirizzata sempre all’amico Pinder e sempre da Pforta, a metà febbraio 1859, vi sono stati acclusi anche alcuni fogli della biografia di Nietzsche (15). Poiché in una precedente lettera, indirizzata all’amico in data 6 febbraio 1859 (16), lo si invitava ad inviargli la sua biografia, se ne deve dedurre che queste biografie erano scritte indubbiamente come esercitazioni introspettive, ed esercitazioni supportate dal costante raffronto con l’amico, dal costante e reciproco raccontarsi. L’autobiografia del giovanissimo Nietzsche può trovare solo in un effettivo dialogo con un amico, quale altro di rispecchiamento del proprio sé, il proprio meccanismo di narrazione e di oggettivazione: la strutturazione della personalità nietzscheiana non permette probabilmente ancora quella frattura critica che consenta un dialogo interiore che funga da motivo di rispecchiamento, di distanziamento e di sguardo critico rispetto ai propri accadimenti, tipico di ogni autobiografia. I fogli acclusi all’epistola mostrano chiaramente questo tentativo di chiarificazione dei propri stati d’animo e dei propri stati emotivi, rispetto agli avvenimenti significativi della propria adolescenza: nello specifico l’arrivo a Pforta e l’allontanamento dalla famiglia (17).

Questo desiderio di conoscenza di sé (anzi questa necessità) è manifestato da Nietzsche anche in alcuni appunti che accompagnano – a titolo di commento – una sua composizione drammatica giovanile, il Prometeo (18), nonché dal componimento a Pforta di un diario, tra il 6 agosto 1859 e il 27 agosto dello stesso anno (19). Altra composizione autobiografica, del luglio 1860, Il mio viaggio delle vacanze (20), contiene una significativa annotazione di Nietzsche sulla vita: «(…) anche la vita non è che un viaggio, ma verso una meta eterna (21)». Sembra essere confermato l’impianto interpretativo che si è cercato di delineare poc’anzi: la riflessione autobiografica di questa fase sembra condursi alla luce di una idea unitaria del sé, e di una unità quasi metafisico-ontologica, forse di impronta cartesiana (la chiarezza autoevidente del cogito a sé stesso come meta da raggiungere), e sicuramente supportata da un modello religioso. Scrive Mazzino Montinari nella Nota introduttiva a Friedrich Nietzsche, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869: «Si tratta di autobiografie intellettuali. Senza avvenimenti esterni degni di rilievo o clamorosi. Preoccupazione costante di Nietzsche è di ripetere un bilancio spirituale (22)». E ancora: «Colpisce infatti, in questi frammenti autobiografici della giovinezza, la loro cerebralità, anche se gli stati d’animo da cui nascevano potevano essere sconvolgenti. (…). Fin da ragazzo notiamo lo sforzo di dare uno stile all’anima e non solo ai pensieri. (…). Tutto in lui è riflesso, intellettualizzato, perfino il dolore, l’estasi (23)». Vi è – foucaultianamente – una sorta di necessità morale a dire la verità di se stessi e a se stessi che è costitutiva del processo di soggettivazione proprio della pastorale cristiana e che sembra essere pienamente e consapevolmente assunto da Nietzsche in questo periodo (24). Se così fosse, ben si comprende come questa idea unitaria e compatta dell’essere umano imploda parallelamente alla crisi religiosa che si manifesta in Nietzsche a partire dal periodo universitario (25).

Questa possessione nella ricerca di sé prosegue del resto per tutto il periodo di studi a Pforta. In una lettera alla madre di fine aprile 1861, Nietzsche la invita, ad esempio, a spedirgli la «(…) descrizione della mia vita (…)», perché ne ha bisogno «(…) per una mia biografia che sto portando a termine (26)». I riferimenti sono rispettivamente a due autobiografie contenute nel primo volume delle sue Opere, l’una precedente e l’altra posteriore alla data della lettera (27).

Ma anche alcuni componimenti di altra natura presentono riflessioni che investono il problema autobiografico, indicando nuovamente quel costante e precocissimo sovrapporsi in Nietzsche di riflessione filosofica e riflessione autobiografica. In questa prospettiva d’analisi può quindi essere letto il frammento giovanile, composto presumibilmente durante le vacanze pasquali dell’aprile 1862, dal titolo Libertà della volontà e fato (28), nel quale Nietzsche – sotto l’influenza della lettura di Emerson – affronta appunto il problema del rapporto tra fato e libertà della volontà. Nietzsche sembra propendere per una visione della vicenda umana nella quale questi due elementi si offrono come polarità attorno alle quali emerge l’individualità di ognuno. Ogni persona è, infatti, predeterminata (fato) da elementi che lo influenzano in modo inconsapevole, ancor prima che nasca: è una catena di eventi che determina il destino di ognuno. Al tempo stesso ognuno è anche azione cosciente, ovvero volontaria: agendo l’uomo determina così la propria catena di eventi e quindi anche il proprio fato. A ben guardare sia il fato – inconsapevolmente – sia la volontà – consapevolmente – sono ciò che muove l’uomo all’azione e dunque a costruire la propria individualità: fato e volontà non sembrano dunque più antitetici ma elementi che si uniscono nel formare l’individuo. «Nella libertà della volontà si trova per l’individuo il principio della separazione, del distacco dalla totalità, dall’assoluta illimitatezza; ma il fato rimette l’uomo in collegamento organico con lo sviluppo complessivo, e lo costringe, in quanto cerca di dominarlo, a un libero sviluppo di energia che si oppone al fato; la libertà assoluta della volontà senza il fato farebbe dell’uomo Dio, il principio fatalistico lo ridurrebbe a un automa (29)».

Un’altra annotazione autobiografica di Nietzsche è invece contenuta in un quaderno della Germania, il sodalizio culturale fondato assieme agli amici d’infanzia Wilhelm Pinder e Gustav Krug, e precisamente il frammento del 27 aprile 1862, nel quale si sottolinea la necessità di riconoscere: «(…) che noi siamo responsabili unicamente verso noi stessi (del nostro destino), e che il rimprovero di aver sbagliato l’indirizzo dato alla propria vita vale solo per noi e non per qualche altra potenza superiore (…) (30)». Necessità quindi di autoanalisi come dovere morale legato all’assunzione della propria responsabilità, all’assumersi la responsabilità delle proprie azioni, delle proprie decisioni, soppesando il gioco del destino tra necessità (o fato) e libertà (o volontà): questo sembra emergere dai due ultimi frammenti citati.

Questo gioco costante tra necessità e libertà nella costruzione dell’identità personale si presenta a Nietzsche anche in un passo contenuto nello scritto frammentario Sull’essenza della musica, dell’ottobre 1862 (31):

Prego in anticipo di non voler prendere questo mio parlare delle mie poesie per un segno di vanità, un voler rendermi interessante. Sono troppo lontano dall’epoca che – sto cercando di descrivere – insieme con l’influsso che ha avuto su di me – per indulgere ad autocompiacimenti critici. Al contrario, mi propongo di mostrare non già come si nasce poeti, bensì come lo si diventa, ossia come l’operoso fabbricatore di rime, con l’evolversi delle sue doti spirituali, possa alla fine diventare un po’ poeta anche lui. Questo a mo’ di osservazione preliminare.
È non solo interessante, ma addirittura necessario rievocare il passato con la massima fedeltà possibile, in particolare gli anni dell’infanzia, giacché non riusciremo mai a dare un chiaro giudizio su noi stessi se non consideriamo con attenzione le circostanze in cui siamo stati allevati, misurando gli influssi che hanno avuto su di noi. Ancora oggi credo di poter constatare giornalmente quanto abbiano influito su di me i miei primi anni trascorsi in una tranquilla canonica, la transizione da una grande felicità ad altrettanta infelicità, l’abbandono del villaggio natio e i molteplici eventi della vita cittadina. Serio, facile a indulgere agli estremi, starei per dire passionalmente severo nella molteplicità dei rapporti, nella gioia e nel dolore, perfino nel gioco ... (32).

La possibilità ad una intellezione piena del proprio sé può darsi unicamente a patto di ricorrere ad un ulteriore, supplementare sforzo di autoanalisi: occorre essere fedeli al vero, dire – come notato in precedenza – la verità su se stessi, mediante una ricostruzione dettagliata di ogni avvenimento rilevante. Intendere il proprio sé significa costruirne una copia fedele. Una copia che soppesi gli elementi costituenti il proprio destino, gli elementi dovuti alla propria volontà e quelli dipendenti – viceversa – da fattori non manipolabili dal soggetto. In un breve diario quasi coevo, del resto, del novembre 1862 (33), possiamo rilevare un’interessantissima osservazione a riguardo: «Tutte le nostre azioni possono essere: solo conseguenze dei nostri istinti senza la ragione; della nostra ragione senza gli istinti; e della nostra ragione e dei nostri istinti (34)». È in questo intreccio che si costruisce l’identità del proprio sé, e di una identità che, comunque, è ancora vista dal giovane Nietzsche come una totalità. Nello stesso diario, infatti, dirà: «Niente di più sbagliato che il rimorso per cose trascorse. (…) Considerare se stessi come un fenomeno i cui tratti singoli formano una totalità (35)».

Un'altra breve autobiografia (La mia vita) risale al 18 settembre 1863 (36). Questo scritto è estremamente interessante per il pensiero di chiusura che rimanda a un aforisma tardo dello stesso Nietzsche e sul quale si è soffermato anche Martin Heidegger: «Così l’uomo crescendo si libera di tutto quanto un tempo lo teneva avvinto; non occorre che spezzi i ceppi, questi cadono da soli, inaspettatamente, quando un dio lo comanda; e dov’è il cerchio che alla fine lo stringerà? È il mondo? È Dio (37)». Il brano 56 di Al di là del bene e del male, testo come detto tardo di Nietzsche, dirà qualcosa di analogo, parlando dell’ideale

(…) dell’uomo più sfrenato, più esuberante, dell’uomo che con il maggiore entusiasmo dice di sì al mondo, che non ha appreso unicamente la rassegnazione e la sopportazione verso ciò che è stato e che è, ma vuole riavere tutto questo nuovamente e in eterno così come è stato e come è, gridando senza posa «da capo» non soltanto a se stesso, ma a tutto il drammatico spettacolo della vita, e non soltanto ad uno spettacolo, ma, in fondo, a colui che ha appunto bisogno di questo spettacolo, - e lo rende necessario: poiché egli ha sempre nuovamente bisogno se stesso – e si rende necessario. Ma come? E questo non sarebbe forse – circulus vitiosus deus (38)?

È il pensiero dell’eterno ritorno dell’uguale che sembra essere qui prefigurato (39), secondo l’analisi di Heidegger.

Abbiamo visto fin dall’inizio, nell’esposizione del suo pensiero fondamentale, come i due termini da pensare – la totalità del mondo e il pensiero del pensatore – non si possano separare l’uno dall’altro. Ora cogliamo più chiaramente a che cosa si riferisce questa inseparabilità e che cosa vuol dire: è il necessario riferimento dell’uomo, quale ente che ha una collocazione in mezzo all’ente nel suo insieme, a tale ente stesso. Noi pensiamo questo rapporto fondamentale, nell’impostazione decisiva dell’essere uomo, fino al punto di dire: l’essere dell’uomo – e per quanto ne sappiamo soltanto dell’uomo – si fonda sull’esserci; il «ci» è il possibile luogo per la collocazione di volta in volta necessaria del suo essere (40)

Quello che forse dovremmo intendere con cerchio è forse il senso del vivere a lungo cercato dallo stesso Nietzsche, senso che si prospetterà nell’eterno ritorno dell’uguale come trasvalutazione di tutti i valori da parte dell’oltreuomo. Detto altrimenti: la liberazione dall’angoscia del senso del vivere sarebbe fin dal periodo giovanile una delle tematiche centrali della riflessione nietzscheiana – forse la riflessione, come inteso da Heidegger, che accompagna tutto il suo percorso di ricerca; questa domanda sarà espressa nella maturità del suo pensiero in termini quasi analoghi nel suo tentativo di risposta, che sarà la dottrina dell’eterno ritorno dell’uguale e sulla quale occorrerà ritornare. Ma se là la risposta si presenterà con contorni incerti, sfumati, da ripensare continuamente nel suo essere il peso più grande – fino allo sfondamento del pensiero nella follia – qui questa domanda di senso trova una risposta che offre delle analogie solamente in termini linguistici, ma non concettuali. Il cerchio che chiude la risposta è un pensiero ancora lineare, semplice, tranquillizzante. Non vi è, detto nuovamente una risposta che perturba più di quanto plachi, ma l’acquietante consolazione ancora del riunirsi dell’eterno mutare e divenire del tutto nel volere divino, in dio. E in un dio che nulla ha a che vedere con la dimensione divina esplorata successivamente dallo stesso Nietzsche. La chiusura del cerchio è, in questo periodo, ancora possibile, ed è per Nietzsche possibile in un dio preciso: quello cristiano.

Una prima conferma ci è offerta dall’ultima autobiografia giovanile, ancora dal titolo La mia vita, composta da Nietzsche tra il luglio e l’agosto 1864, prima di congedarsi da Pforta, e che rappresenta un bilancio succinto della sua formazione culturale e delle sue inclinazioni (41). Il testo è posto all’inizio del manoscritto contenente la sua dissertazione su Teognide (Dissertatio de Theognide Megarensi) che, appunto, chiude il periodo di studi di Nietzsche a Pforta (42). Nella dissertazione emerge inoltre proprio la convinzione nietzscheiana dell’immutabilità della natura umana e quindi della sua morale, che può ancora guardare a Teognide come a una guida. L’eterno ritorno del uguale è qui da intendersi come il mutamento incessante del reale governato però dalla provvidenza divina: un progetto immutabile nel quale ad ogni ente è data una propria natura, una propria essenza, appunto immutabile, al di là del divenire fenomenico del tutto.

Una seconda conferma della linea interpretativa fin qui seguita la possiamo invece ritrovare in una lettera a Franziska ed Elisabeth Nietzsche, indirizzata da Bonn alla fine del dicembre 1864:

Amo le notti di San Silvestro e i compleanni. Essi infatti ci regalano ore, quali potremmo noi stessi crearci spesso, ma raramente lo facciamo; ore nelle quali l’animo se ne sta quieto e ha modo di osservare tutto un periodo del proprio sviluppo. In tali momenti si formulano proponimenti decisivi. In quei momenti sono solito prendere i manoscritti e le lettere dell’anno trascorso e annotarmi alcune cose. Per qualche ora ci si sente come elevati al di sopra del tempo, ed è quasi come se si uscisse fuori dal proprio sviluppo. Si assicura e si autentica il proprio passato, e si riceve coraggio e decisione per proseguire nella propria strada (43).

Vi è implicita la possibilità di uno sdoppiamento del sé e della sua temporalità, proprio della scrittura autobiografica: l’elevarsi al di sopra della temporalità della vita, in una dimensione quasi extra temporale, e che al contempo risulta come fondante rispetto all’unitarietà che viene assegnata al tutto della vita e al senso di essa che ne scaturisce; appunto, la autentica (44). La vita è ancora pensata come un tutto unitario e che si sviluppa, che non ha quindi rotture, faglie, scossoni: tutto può ancora essere tenuto assieme senza contraddizioni, senza zone d’ombra, senza opacità. E’ con questa intenzione che credo debbono essere intesi tanto lo sguardo retrospettivo sugli avvenimenti più significativi e rilevanti per la propria vita, composto tra luglio e agosto del 1865 (45), che l’elencazione dei componimenti poetici, saggistici e musicali redatto nel gennaio 1866 (46). Ma è un ultimo tentativo di 'metter ordine': tutto sembra già essere messo in forse, in crisi, una crisi che inizia a manifestarsi con l’abbandono degli studi di teologia per la filologia e la filosofia, segnato dal passaggio dall’università di Bonn a quella di Lipsia. La prospettiva con cui Nietzsche guarderà all’essere umano e anzitutto a se stesso sarà completamente cangiato di lì a poco tempo, come documenta esemplarmente già la lettera alla sorella dell’11 giugno 1865 (47), nella quale, ragionando attorno all’importanza della fede per la consolazione, l’elevazione dell’uomo e quindi per la sua capacità a dare senso alla propria esistenza e il conseguente raggiungimento della felicità, Nietzsche sottolinea come il potere terapeutico della fede risieda non tanto nel suo oggetto – credere nel dio cristiano o in Maometto produrrebbe a suo parere lo stesso effetto nel soggetto – ma nell’atto di fede stesso: è il credere che salva, non in cosa credere; è questo aspetto di tensione, di speranza ad avere una funzione preponderante nelle vicende umane, nel donare al singolo senso alla propria vita e quindi pace e tranquillità. Relativamente al suo contenuto invece, aggiunge Nietzsche, esso non può essere provato oggettivamente. Qui si apre la crisi di cui parlavamo: per colui che vuol rimanere aperto alla ricerca della verità, e Nietzsche è tra questi, la fede non basta a placare e occorre avere il coraggio di andare oltre, di proseguire il cammino, anche verso le verità che possono apparire le più spaventose e odiose. «A questo punto si separano le vie dell’umanità: se vuoi raggiungere la pace dell’anima e la felicità, abbi pur la fede, ma se vuoi essere un discepolo della verità, allora indaga (48)». La scelta di Nietzsche si è già compiuta.

Note

(1) Gianni VATTIMO, Introduzione a Nietzsche, Laterza, Roma-Bari 199710 (1a ed. 1985), p. 3.

(2) «(…) la questione dell’essere è il pensiero più grave della filosofia perché è il suo pensiero più intimo e più esteriore al tempo stesso, è il pensiero con il quale essa sta e cade. (…). Con la sua dottrina dell’eterno ritorno Nietzsche, a suo modo, non pensa altre che quel pensiero che, in modo velato ma come vero e proprio pensiero movente, domina per intero tutta la storia della filosofia occidentale» (Martin HEIDEGGER, Nietzsche, Neske, Pfullinger 1961; tr. it. Adelphi, Milano 19952 (1a ed. 1994), p. 34). E ancora: «Ogni vero pensiero si lascia determinare dalla cosa stessa che è da pensare. In filosofia è l’essere dell’ente che deve essere pensato; non si dà in essa un vincolo più alto e più rigoroso per il pensare e per il domandare» (ivi, p. 49). Oppure: «Ciò che in Nietzsche è una necessità e quindi un diritto, non vale mai per altri; perché Nietzsche è unico, è quello che è. Ma questa unicità guadagna in determinatezza e diventa fruttuosa se viene vista nel movimento fondamentale del pensiero occidentale» (ivi, p. 76).

(3) Il riferimento è in particolare allo scritto del 1907 L’essenza della filosofia, tr. it. in Wilhelm DILTHEY, Critica della ragione storica, a cura di P. Rossi, Einaudi, Torino 1954. Ma lo stesso Heidegger, nello scritto summenzionato, nel ragionare attorno alle modalità di presentazione e autointerpretazione offerte dello stesso Nietzsche della dottrina dell’eterno ritorno dell’eguale, pone in luce un analogo legame quando afferma: «La ragione più profonda (appunto del fato che abbiamo il resoconto dello stesso Nietzsche sull’origine della dottrina dell’eterno ritorno, N.d.R.) va cercata nell’usanza, che Nietzsche praticò fin dalla gioventù, di accompagnare costantemente il proprio lavoro speculativo con un’autoriflessione di cui ci ha lasciato una esplicita annotazione. (…). Che Nietzsche torni ripetutamente a riflettere su se stesso è il contrario di un vanitoso autorispecchiamento; è il continuo prepararsi al sacrificio che il suo compito esige da lui, una necessità che Nietzsche avvertiva fin dai tempi lucidi della propria gioventù. (…). Le retrospettive e le panoramiche autobiografiche di Nietzsche sono sempre e soltanto prospettive sul suo compito. Vi palpitano tutte le relazioni che egli vuole ottenere, sia quelle con se stesso, sia quelle con i suoi intimi e con gli estranei. (…). I resoconti, per quanto a volte le apparenze dicano il contrario, sono stati per lui la cosa più difficile, perché fanno parte dell’unicità della sua missione, sua e soltanto sua. Quest’ultima consiste anche nel far vedere attraverso la propria storia – in un tempo di decadenza, di falsificazione di ogni cosa, di mera laboriosità in tutti i campi - che il pensiero in grande stile è un agire genuino, e precisamente nella sua forma più potente, anche se più tacita. Qui la distinzione altrimenti coerente tra la «mera teoria» e la «prassi» utile non ha più alcun senso» (Martin HEIDEGGER, Nietzsche, op. cit., pp. 221-222).

(4) Friedrich NIETZSCHE, La gaia scienza, libro IV, afr. 324, in ID., Opere, vol. V, t. II, Idilli di Messina. La gaia scienza e Frammenti postumi (1881-1882), Adelphi, Milano 1965, p. 218.

(5) Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I,Scritti giovanili 1856-1864, a cura di Mario Carpitella, Adelphi, Milano 1998, p. 3 (e in Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, Adelphi, Milano 19999 (1a ed. 1977), p. 3).

(6) In Friedrich NIETZSCHE, Epistolario, vol. I. 1858-1869, a cura di Giorgio Colli e Mazzino Montanari, tr. it. Adelphi, Milano 1976, pp. 15-16.

(7) Ivi, p. 16. Corsivo di chi scrive.

(8) Tr. it. Ricordi della mia vita, in Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I, Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., pp. 15-47 (e in Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit., pp. 8-39).

(9) Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I,Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., p. 493.

(10) Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I,Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., p. 47 (e in Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit., p. 39).

(11) Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I,Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., pp. 53-54 (e in Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit., pp. 40-41).

(12) Friedrich NIETZSCHE, Epistolario, vol. I. 1858-1869, op. cit., p. 34.

(13) Ivi, p. 37.

(14) Ivi, p. 40. Corsivo di chi scrive.

(15) Ivi, pp. 48-49; i fogli della biografia sono riprodotti alle pp. 50-51.

(16) Ivi, pp. 47-48.

(17) Notiamo per inciso che, nella stessa lettera (metà febbraio 1859), è acclusa una poesia Canzone di maggio. L’aspetto sul quale è interessante soffermarsi è, tuttavia, quanto Nietzsche dice a commento a proposito della sua composizione, perché sembra prefigurare (sull’uso di questo termine si cfr. la successiva nota 39) l’immagine del meriggio con la sua pienezza di vita: «L’ho scritta davvero nel sentimento della primavera imminente. Quando, nel mezzogiorno, stavo andando un po’ a passeggiare e il sole mi inondava di luminoso tepore, avvertii una benefica sensazione di primavera, tanto da sentirmi letteralmente spinto a scrivere questa poesia» (Ivi, p. 48).

(18) Il testo della composizione in Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I, Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., pp. 61-68. Le annotazioni, ivi, pp. 68-72. Il passo sulla «(…) necessità della conoscenza di se stessi (…)», ivi, p. 61.

(19) Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I,Scritti giovanili 1856-1864, op. cit.,pp. 79-119 (e in Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit., pp. 43-81)..

(20) Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I,Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., pp. 129-141 (e in Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit., pp. 84-96)..

(21) Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I,Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., p. 141 (e in Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit., p. 96)..

(22) Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, Adelphi, Milano 19999 (1a ed. 1977), p. X.

(23) Ivi, p. XI.

(24) Si cfr. M. FOUCAULT, About the Beginning of the Hermeneutics of the Self, «Political Theory», a. 21 (1980), n. 2, pp. 198-227.

(25) Ben sintetizza Mazzino Montinari: «Nietzsche era un filosofo. E noi assistiamo anche in questi scritti autobiografici, al dispiegarsi, al divenire di questa sua destinazione, missione. (…). L’emancipazione, in tutto e per tutto razionalistica, del giovane Nietzsche dalla religione dei padri è l’evento di queste pagine» (Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit., p. XI).

(26) Friedrich NIETZSCHE, Epistolario, vol. I. 1858-1869, op. cit., p. 154.

(27) Rispettivamente in Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I, Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., pp. 15-47 e 145-153. Quest’ultima autobiografia è in verità un altro compito scolastico (si cfr. anche Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit., rispettivamente pp. 8-39 e 97-104).

(28) Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I,Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., pp. 209-212 (e in Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit., pp. 114-117).

(29) Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I,Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., p. 212 (e in Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit., p. 117).

(30) Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I,Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., p. 212 (e in Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit. p. 117).

(31) Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I,Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., pp. 257-258.

(32) Ivi, pp. 257-258.

(33) In Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I,Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., pp. 267-268 e in Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit., pp. 129-130.

(34) Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I,Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., p. 268 (e in Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit., p. 130).

(35) Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I,Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., p. 267 (e in Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit., p. 130).

(36) Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I,Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., pp. 309-312 (e in Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit., pp. 132-136).

(37) Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I,Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., p. 312 (e in Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit., p. 136).

(38) Friedrich NIETZSCHE, Di là dal bene e dal male, tr. it. di Umberto Gastaldi, Mursia, Milano 1977, p. 76.

(39) Mi preme puntualizzare che uso questa categoria per riportare l’analisi heideggeriana, nutrendo personalmente – e sulla scorta della lezione di Michel Foucault – una sincera avversione epistemologica alla possibilità di utilizzare categorie come questa o analoghe (quali quella di precursore ad esempio) nell’ambito della ricostruzione storiografica. Detto altrimenti: non si è mai precursori di nessuno e non si prefigura mai niente, essendo la nostra conoscenza del futuro non immediato totalmente incerta nel momento in cui diciamo qualcosa o compiamo qualche azione. Quali conseguenze le nostre parole o le nostre azioni potranno produrre sul medio o lungo periodo non possiamo conoscerlo nel momento in cui si parla o si agisce: è solamente uno sguardo a posteriori che pretende arbitrariamente di cogliere dei nessi – questi nessi e non altri - tra altri discorsi e altre azioni pronunciati o compiute in epoche successive e i/le precedenti a istituire rapporti vincolanti e necessari. E’ un meccanismo ricostruttivo dei fatti del resto già deplorato da Aristotele nella Retorica (II (B), 24, 1401 b, 30-33): «Un altro luogo comune consiste ne far passare come causa ciò che invece non è causa, ad esempio il fatto che una cosa si è prodotta contemporaneamente a un'altra, oppure l’ha seguita; si prende il ‘dopo di ciò’ come se fosse ‘a causa di ciò’ (…)» (tr. it. in ARISTOTELE, Opere, vol. 10, Retorica, Politica, Laterza, Roma-Bari 1973, p. 132).

(40) Martin HEIDEGGER, Nietzsche, Neske, Pfullinger 1961; tr. it. Adelphi, Milano 19952 (1a ed. 1994), p. 318.

(41) Friedrich NIETZSCHE, Opere, vol. I, tomo I,Scritti giovanili 1856-1864, op. cit., pp. 443-446 (e in Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit., pp. 143-145).

(42) Friedrich NIETZSCHE, Teognide di Megera, tr. it. a cura di Antimo Negri, Laterza, Roma-Bari 1985.

(43) Friedrich NIETZSCHE, Epistolario, vol. I. 1858-1869, op. cit., p. 330. Corsivo di chi scrive.

(44) Su questi dispositivi costitutivi della temporalità di un certo modello di autobiografia mi sono soffermato nel contributo Maria Zambrano interprete delle Confessioni di Agostino: una nota, pubblicato nel nn. 33/34, gennaio-dicembre 2006, di questa rivista.

(45) Si cfr. Friedrich NIETZSCHE, La mia vita. Scritti autobiografici 1856-1869, op. cit., pp. 147-149.

(46) Ivi, pp. 149-153.

(47) Friedrich NIETZSCHE, Epistolario, vol. I. 1858-1869, op. cit., pp. 357-362.

(48) Ivi, p. 359.



[ Vai all'Indice della sezione ]       [ Torna al Sommario ]