1.1. Il muro è un’architettura divisoria ben visibile, le cui finalità sono esplicite, senza il bisogno di fare ricorso alle parole. Il muro surroga le parole, laddove il linguaggio, con compiacenza, si lascia carpire il proprio senso dalla forza. I linguaggi della forza istituiscono il muro che, a sua volta, produce linguaggi e parole. I linguaggi e le parole del muro degradano il non detto, riducendolo a una plumbea narrazione cinica.
1.2. Le parole sovente costruiscono il vuoto. Il muro viene eretto, per compensare il vuoto delle parole. Alle parole capita di mancare, allorché non reggono il peso e la levità della vita e della trasformazione infinita delle sue forme. Ma quando le parole mancano? Quando hanno l’arroganza di essere risolutive, di dire l’indicibile e l’infinito. Dire parole imperative significa murare vita e cose con le parole.
1.3. Le parole si votano alla perdizione, non appena tendono a rinchiudere dentro il loro guscio il flusso dei sentimenti. La parola che rinserra si trasforma in muro, tanto potente quanto invisibile. Anche dalla perdizione delle parole prende corso l’innalzamento del muro. La relazione tra i muri immateriali e i muri materiali è intima: gli uni sono sempre negli altri.
1.4. Il muro assegna una topografia alle illusioni e ossessioni di dominio che proliferano proprio nel vuoto che si scatena tra le parole e che le parole stesse insediano. Esso recinta un “pieno” difettoso, costruito proprio dal profluvio della parola che ha perso progressivamente calore, per cristallizzarsi in una topografia gelida e aggressiva.
1.5. Quando si dice che le parole sono macigni, si vuole anche dire che i muri si costruiscono anche con i macigni delle parole. Le parole del muro e il muro delle parole disegnano le impronte digitali dello spazio e del tempo della storia e della comunicazione umana. E si tratta anche di impronte digitali di collettività impaurite e incattivite.
2.1. Il muro taglia la sovrabbondanza della vita e della vitalità umana. Nasce da un sentimento di miseria, di cui si nutre in eterno. È contenimento e costrizione: manifestazione di stipsi mentale e affettiva, in primo luogo. Gli umani conoscono il sentimento dell’abbandonarsi sempre al di qua della cinta muraria della propria mente e del proprio spazio/tempo cellulare. E, perciò, non si abbandonano mai. Anzi, abbandonano il dissimile, l’Altro e, con ciò, se stessi e la vita.
2.2. Il muro racconta la difficoltà con cui gli umani portano in giro la propria umanità. L’erranza è motivo di spavento. Errare porta sempre con sé la maledizione della sua duplicità di significato: “vagare” e “sbagliare”. Il muro è il doppio oggettivo dell’erranza. È confine contro sconfinamento; avarizia contro generosità.
2.3. Il muro come doppio si assume il compito di eliminare l’ombra. Le ombre dell’erranza e dell’incertezza vengono sospinte al di là del muro. Il muro recinta la fortezza inespugnabile delle paure inconsce, non senza averle prima trasformate in certezze imperiali e compatte. Con l’invenzione del muro, si registra il tentativo di espellere e proiettare l’inconscio fuori dal Sé, nell’illusione di lasciarvi sprofondare dentro solo e sempre la presenza rimossa dell’Altro.
2.4. Grazie al muro, il doppio è senza ombra. Meglio ancora: il muro è il doppio senza ombra.
2.5. Eliminata l’ombra, il muro tenta di fortificare all’infinito il prospero regno delle certezze infinite. È a questo estremo orizzonte che si fa parola ultimativa, intrascorribile. È qui che parola e muro diventano una sentenza di morte.
2.6. Ma non è, forse, proprio la falsità della vita che lo caratterizza a impedire al muro di valere come vera morte? Il muro sfilaccia e corrompe la dignità della vita e l’onorabilità della morte.
3.1. Quando il linguaggio perde la bussola, il muro pretende di fungere da stella polare del movimento. Frena gli spostamenti, circoscrivendoli. Altera i trasferimenti, obbligandoli in strettoie linguistiche, emotive e architettoniche.
3.2. Più che una barriera, il muro ridisloca e reinventa in maniera coattiva i tempi e gli spazi di vita: edifica e fortifica il territorio come metafora del circolo chiuso.
3.3. Le fortezze inespugnabili si alimentano di parole; meglio: di affermazioni. Il muro non è altro che la planimetria di affermazioni che si nutrono di se stesse e che adattano a sé sia ciò che rimane confinato fuori, sia ciò che è accolto (meglio: rinchiuso) dentro. Il muro non è mai fuori di sé e ha dentro di sé tutto ciò che si ritiene abbia significato e senso. Andare fuori significa qui abbattere il muro, per ricongiungere finalmente il dentro col fuori. E si tratta di abbatterlo sia da fuori che da dentro.
3.4. Dal di fuori verso il dentro; dal di dentro verso il fuori. Non esiste altra manovra, se si vuole demolire il muro. L’incontro del fuori con il dentro costruisce un’idea diversa di infinito. O, forse, detto più esattamente: dal dialogo tra fuori e dentro sgorga finalmente il riconoscimento dell’architettura dell’infinito.
3.5. Non è soltanto questione di abbattere muri materiali e ben visibili, ma anche muri mentali ed emotivi impenetrabili e invisibili. Non basta il pensiero; non basta l’azione. Occorre qualcosa di più e di diverso: un flusso in cui pensiero e azione si compongano e sperimentino insieme.
3.6. Chi erige il muro detiene il potere, perché detiene la parola. Fuori dal muro si è fuori e contro questo potere, proprio non detenendo la parola. Ma il puro star fuori e il puro pensare del fuori non sono sufficienti. Occorrono altri modi di vivere l’esistenza e la parola; altre modalità di esistere nel dentro e nel fuori e tra dentro e fuori. Ogni fuori ha per destino la condanna a proiettare un altro fuori, a propria immagine e somiglianza, se non fa i conti con il proprio dentro.
3.7. Il pensiero del fuori edifica invariabilmente un altro muro, a misura in cui si fa proprietario della parola altra. Chi detiene la parola, foss’anche la parola altra, è destinato a innalzare muri. Il muro non è solo dentro e fuori, ma ci squarcia e attraversa.
4.1. Alla base della costruzione del muro v’è una cultura predatoria. Ogni cinta muraria riscrive la cartografia del tempo e dello spazio, disseminandola con una fitta trama di interdizioni e inibizioni. Il muro è un furto: deruba la presenza e fa dell’assenza una condizione infelice. Tutti i tempi e gli spazi della vita (di tutti) vengono mortificati.
4.2. Il furto porta con sé una frattura che provoca una scissione dell’esistenza, perché i luoghi del muro negano i luoghi della vita. Il muro tenta di afferrare lo spazio, per possederlo; di plasmare il tempo, per governarlo. Luoghi e tempi sono ridotti a geometrie asfittiche.
4.3. L’apologia del somigliante celebrata dal muro esalta il furto delle differenze, inibite all’esperienza umana e al semplice pensiero. Il muro ruba le differenze, rendendole inesplorabili. E le divora, per rimanere in piedi.
4.4. Shéhérazade si salva la vita, raccontando sempre nuove storie. Il muro uccide, impedendo alla vita di raccontarsi. Per salvare se stesso, il muro deruba la vita, fino a ucciderla. È una sorta di Shéhérazade all’incontrario. Nel derubare alla vita le sue storie, il muro mette in mostra il suo cuore di pietra.
4.5. Il muro è, infine, furto del paesaggio. Detto con meno rozzezza: furto della trasformazione naturale e dell’invenzione artistica del paesaggio. Il furto si prolunga in una topografia coatta, caratterizzata da prepotenze mutilanti. Il perimetro entro cui il muro avvolge è esattamente il perimetro entro cui paesaggio e umani sono in cattività.
4.6. Dentro e fuori il muro il tempo e lo spazio cessano di essere la patria di tutti. Dove c’è un muro nessuno può più rimpatriare; e nemmeno espatriare. Ed è questo, forse, il furto peggiore che il muro possa portare a compimento.
4.7. Non si può sostare all’infinito fuori delle parole che si dicono, altrimenti l’erranza si trasforma in esilio e si cessa di attraversare i muri che ci attraversano. Entrare nelle parole è essere partecipi del loro destino, fino in fondo. A esse non siamo estranei, anche quando ci sovrastano e prendono commiato da noi.
4.8. Nasce da qui la speranza di lottare contro il furto della vita e delle parole vive e di essere sempre a casa, quali che siano i luoghi e gli attimi che abitiamo. Questo è vero, persino nelle fortezze dell’ingiustizia. Anche lì l’integrità della vita si conserva e perfino lì resistenza e lotta sono fattibili. Possiamo essere sempre presenti, anche nel furto e nell’assenza.
5.1. Non ci si salva dal pericolo del muro, se non toccandolo e lasciandosi toccare. Nel contatto, esperiamo la consapevolezza che il muro è una nostra creatura: non solo un fantasma, ma anche una costruzione logica. Allontanandoci dal muro, non ci salviamo e condanniamo chi ne è prigioniero.
5.2. Tutti noi siamo non soltanto vittime di vittime, ma anche prigionieri di prigionieri. Ognuno di noi è dentro una prigione e fa dei prigionieri. Il muro imprigiona tutti, anche chi mantiene prigionieri gli altri. Ecco perché non è possibile salvarsi, allontanandosi dal pericolo. Il pericolo è in agguato dappertutto e dappertutto occorre fronteggiarlo.
5.3. I prigionieri sono esseri pericolanti che del pericolo fanno il loro mestiere. Il pericolo della prigione può spingere fino all’estremo dell’ignoranza della vita. L’ignoranza estrema è potere estremo che si trova in posizione frontale alla sottomissione estrema. Come sanno bene i carcerati e tutti gli ostaggi delle istituzioni totali.
5.4. Nell’istituzione totale tutti sono prigionieri della prigione, anche chi esercita il potere sugli imprigionati. Chi è capace di toccare il pericolo della prigione può sperare di salvarsi. E può farlo, dove scopre che i muri delle prigioni si cominciano ad abbattere dentro di sé.
5.5. Dove è il pericolo lì è la prigione. Dove è la prigione lì è il duello tra la morte e la rigenerazione.
5.6. Un mondo senza prigioni non è un mondo senza pericolo, ma un mondo dove ci si lascia toccare dal pericolo. Dove il pericolo è toccato, non si costruiscono prigioni e non si innalzano muri.
5.7. “Per coloro che conoscono l’invito / offerto dal pericolo – ogni altro stimolo / è indifferente – senza vita”: Emily Dickinson.
6. Il pianto, la parola e la gioia
6.1. Il muro disegna i confini oltre e dentro i quali sono abbandonati a se stessi i margini residuali dell’esistenza. Esso segna la disfatta del mondo dell’incontro e all’incompiuto oppone il compiuto. La maschera della solitudine viene gettata ed è solcata da lacrime senza speranze.
6.2. Il faccia a faccia con l’esistenza viene risucchiato nel cono della sofferenza. Come se il mondo intero fosse malato, sospeso sul precipizio dei suoi delitti. Il mondo sospeso sul male offre allo sguardo il presagio della sua propria fine. Lo sguardo, come il mondo, è qui consumato da sindromi incurabili.
6.3. Gli umani del muro - e dentro il muro - sono esseri senza ascolto e senza parola. Non è possibile dire e sapere di sé, senza dire e sapere dell’Altro. Ai margini residuali dell’esistenza, il muro è la condanna al grande silenzio bellicoso, dove tutto tace e, tuttavia, è in guerra.
6.4. Ci salvano le “creature del nostro pianto”: Antonia Pozzi. Ci salva il pianto che erompe fuori da noi e ci fa riconoscere e abbracciare l’altrui pianto. Il “muro del pianto” può essere anche questo: memoria dell’orrore e memoria della gioia.
6.5. La gioia è il pianto che sa ritrovare le vie d’uscita dal muro del ripiegamento e dal muro dell’offesa. Si situa in un luogo e in un tempo che non sono più di nessuno e, quindi, sono di tutti. Inventa e segna linguaggi che non sono più di nessuno e, quindi, sono di tutti. Per condurre vita e parole fuori dalla prigione del muro, occorre che ognuno interroghi il pianto altrui, lasciandosene squarciare l’anima.
6.6. Liberate dalla prigione, le parole riescono a ritrovare la via dell’anima, riaprendone le porte. Rinascono e spiccano di nuovo il volo. Il muro condanna le parole vere a non nascere. Le parole non nate sono esattamente quelle che uccidono e con le quali uccidiamo, alzando muri. Dalle parole non nate sorge il delitto; dalle parole nate dal pianto viene al mondo la nobiltà dolorosa della gioia.
6.7. Le parole abortite, le parole imprigionate e le parole mai nate restano in attesa di una voce: la voce del silenzio. Il silenzio che sgorga dall’anima mostra il cammino lungo il quale le parole ritrovano voce e gli umani integrità. Lungo questo cammino, il pianto e le parole strappano la gioia all’inespresso e lo sguardo e il cuore cessano di essere assediati dal male.
7.1. Vedere oltre e nonostante il muro: sia quando si è dentro che quando si è fuori. Ma anche vedere dentro le archeologie emotive e razionali del muro. Vedere, cioè, quell’impasto del Sé condannato al muro e che celebra col muro la condanna dell’Altro.
7.2. Il muro si sbriciola, quando lo sguardo fa fremere e vibrare. Lo sguardo è un abbraccio e riconsegna la vita in mano all’infanzia, fuori dal pregiudizio e dal giudizio. Vedere è anche abbracciare tutti i sogni e le speranze. Vedere è continuare a sognare e sperare.
7.3. Per vedere veramente, è necessario andare oltre il dettaglio del muro. In realtà, il muro non è che un dettaglio della vita, se apriamo le porte dell’anima e le finestre del mondo. Vedere vuole proprio dire posare lo sguardo oltre i dettagli della realtà appariscente. Vedere significa anche andare oltre le paure del sentirsi piccoli, nudi e indifesi. E ritornare ad avere il coraggio di essere piccoli, nudi e indifesi.
7.4. Il muro interpone una barriera allo sguardo. Chi non vuole o non riesce a vedere, vede solo il muro, orizzonte di tutti gli orizzonti. Le possibilità del vedere stanno ora nel vedere quello che questo orizzonte acceca. Non possiamo vedere, fino a quando abusiamo dell’ospitalità del mondo, murandolo.
7.5. L’orizzonte del vedere è l’orizzonte del cambiamento. Occhi che sanno vedere riescono a scorgere il mutamento nelle cose, nelle persone e perfino nei nomi, fino a toccare il grumo profondo dell’insensatezza e della coerente follia del muro.
7.6. Il deserto del muro nasconde e imprigiona le verità dei nomi, degli esseri viventi e della vita umana. Ma lo sguardo che sa vedere riesce a cogliere la vita che pulsa nel deserto. Perfino del deserto il muro offre una caricatura spettrale.
7.7. Vedere è come rompere l’assedio delle parole (ultimative) e muoversi in spazi e tempi non protetti, abitati da voci e da volti. La dimora del muro è la dimora della cecità. Il vedere insegna da che parte afferrare la vita, per seguirla oltre tutte le prigioni visibili e invisibili del muro.
7.8. Nel vedere ora non siamo più tagliati fuori dal mondo; né tagliamo fuori gli altri. Dissezionamo, piuttosto, le gerarchie simboliche, emotive e architettoniche del muro, per porre un termine all’esilio della nostra propria vita e iniziare ad abitare il mondo e la vita.
7.9. Quello che non si riesce a vedere con immediatezza e che urge imparare a vedere non è altro che la fibra della propria vita impastata con quella dell’Altro. Nella rottura del diaframma tra il Sé e l’Altro sta il crollo del muro. L’armatura elementare del muro è, per l’appunto, data dalla frattura tra il Sé e l’Altro, ben dentro l’interiorità e la vita emotiva e affettiva di ognuno di noi.
7.10. “Non basta non esser ciechi / per vedere gli alberi e i fiori”: F. Pessoa.
8.1. Lo spazio interiore è lo spazio illimitato: J. Bousquet. Dentro di esso il muro costruisce le sue fortificazioni più insidiose che soffocano non solo le parole, ma il silenzio stesso.
8.2. Il muro rende estranei. E l’estraneità del muro è tanto fisica quanto metafisica: palpabile corazza e abisso riflettente come uno specchio. E, come uno specchio, il muro spia, incombe e attrae. Ricordiamolo: chi è padrone del muro è padrone della parola. La parola del muro allo sguardo sostituisce lo specchio. E nello specchio si è sorvegliati e asfissiati. Lo specchio inganna, duplicando all’infinito immagini silenti e sterili.
8.3. Il silenzio del muro incolla il linguaggio al filo spinato dell’odio, tracciando i contorni di un’etica dell’inganno. Le lingue dell’inganno sono sempre ottuse e risiede proprio qui il loro potere.
8.4. Il fascino maggiore esercitato dal muro sta nell’immediatezza della sua ottusità. Fornisce, all’apparenza, risposte prontamente risolutive che, in realtà, spingono verso il silenzio del coma infinito. Il muro, come linea di sbarramento efficace dell’alterità, si rivela un teorema fallace e una pratica atroce. E tuttavia, si continuano a innalzare muri, perpetuandone in eterno l’inganno cosmico.
8.5. L’inganno è il dio del muro. Ed è un dio che si nutre del grande sonno dell’umanità. Il letargo della vita celebra il trionfo del muro. Il grande sonno non si identifica semplicemente con la morte organica; è anche un grande orologio che scandisce i tempi vuoti che trovano articolazione intorno al muro. Tra grande sonno e muro si dirama il labirinto della corruzione delle esistenze e delle anime. Nel grande sonno dell’umanità il grande inganno del muro si rivela un’ escrescenza malata delle nostre interiori corruzioni.
8.6. La pena infinita del muro sta nella concentrazione inaudita del suo inganno in attimi che si infinitizzano. La durata è qui la pena, perché non si è mai oltre se stessi e, quindi, non si è mai se stessi. L’orrore è presentificato in eterno. Mentre noi non andiamo mai oltre noi stessi, il muro impianta la sua inamovibilità oltre noi stessi e il nostro tempo. Per questo, è una condanna terribile e impassibile.
8.7. In verità, il muro è la carcassa di un tempo malato, ingannato dalle sue viltà. Un tempo che ha perso il coraggio del brindisi alla vita e sepolto la felicità con sterminate macerie di corrotti silenzi. Sotto queste macerie, la grande sordità del mondo firma lasciapassare alla crudeltà. Ed è la crudeltà la chiave con cui sono ermeticamente chiusi tutti i varchi del muro.
9.1. Siamo ospiti della vita e del mondo per un tempo fuggevole. E rischiamo di essere ospiti del muro per un tempo che minaccia di diventare eterno. Tramandiamo il muro oltre la nostra stessa vita e il nostro stesso tempo; così come l’abbiamo ricevuto in eredità dalle vite e dai tempi anteriori.
9.2. L’eredità del muro è l’abitudine che ci condanna e danna. Il prima e il dopo del tempo si intrecciano nelle malattie dell’ora. Il muro mette la sordina al richiamo delle voci e trasforma in abitudine ereditaria il vuoto delle parole. Un corrotto silenzio è ora eredità e abitudine, insieme.
9.3. L’esperienza coincide con il perimetro dei muri interiori ed esteriori. Non c’è casa e non v’è asilo in questo perimetro. Dal muro nessuno sguardo viene gettato ed è così che si uccide con gli occhi, per abitudine e senza spargere sangue.
9.4. Essere in fila davanti a un muro è come essere in fila davanti a un carcere o a un manicomio, anche quando non sono il carcere e il manicomio i territori prigionieri del muro. Con la differenza che in carcere e in manicomio non ci entriamo tutti, mentre dalle sottili e impalpabili prigioni del muro siamo tutti catturati. Descrivere il carcere e il manicomio, seppure entro limiti ferrei, può risultare un’impresa relativamente abbordabile. Descrivere il muro rasenta, invece, l’intollerabile.
9.5. Siamo stati (e ci siamo) abituati a vedere il muro che abbiamo fuori e mai quello che portiamo dentro. Abbiamo ereditato il muro dal sentimento di difesa dal male. Ed è, dunque, un impulso di carità verso noi stessi che lo giustifica. In realtà, nel muro v’è ben poco di caritatevole. Col muro dividiamo il mondo tra bene: noi, e male: l’Altro. Ed è questa suddivisione a fare del muro un’abitudine letale.
9.6. “Io come voi non sono stata ascoltata / e ho visto le sbarre del silenzio / crescermi intorno e strapparmi i capelli”: Alda Merini.
10. Il saluto e il riconoscimento
10.1. Intorno al muro il saluto si affaccia sul buio e nessuno si riconosce. Muore chi riconosce quel buio come uno spazio entro cui poter vivere. Muore e arreca morte, in un movimento unico. Lì tutti i sensi sono perduti e infinitamente straziati sono i respiri umani.
10.2. Il muro è il fondo del tempo e dello spazio, dove tutto il tempo e tutto lo spazio si riducono a microscopiche entità. Nel fondo buio del muro, rovesciando tutte le leggi dell’universo, l’attimo tenta l’espansione illimitata, annettendosi l’eternità. Non si sa più, se noi mentiamo per bocca del muro o il muro mente attraverso la nostra bocca. È così che, più degli attimi, pesano gli anni a venire.
10.3. Erigendosi sul delirio dell’attimo che si è fatto eternità, il muro celebra il suicidio di chi non ha più il mondo come propria patria. Il muro non è la passione che libera le radici, ma il segno dello spaesamento impaurito. Sgretola le memorie della vita e trasforma il dolore in un lamento astioso. Il muro strangola i paesi innocenti che ci respirano dentro e tacciono fuori, in attesa delle nostre voci e dei nostri volti.
10.4. Mendicanti di certezze illusorie in un mondo che genera inquietudine, depredati di ogni esistenza prima ancora di poter esistere: ecco a cosa ci riduce il muro.
10.5. Il muro è un tiranno spietato e banale che ci rinchiude in artifici alchemici, pure vertigini intorno al vuoto. Il saluto muore e, con lui, si spegne il riconoscimento. Se non possiamo più riconoscerci l’un l’altro, cessiamo di esistere l’un per l’altro. E ognuno muore impiccato alla corda del suo centimetro quadrato, senza mai conoscere la felicità e la gioia possibili.
11.1. Nel muro si concentra il peccato di essere. L’essere che nega l’Altro trova nel muro una sua manifestazione esemplare. Il peccato dell’essere è esattamente dato dalla costruzione di pannelli divisori dentro di Sé e tra Sé e l’Altro. Perciò, vivere assomiglia spesso a una malattia. Perciò, per i poeti, o la “morte si sconta vivendo” (Ungaretti); o è l’esser nati a incarnare la malattia del vivere (Leopardi, Kafka, Pavese, Beckett).
11.2. La vita che appassisce e si manifesta come spettrale presenza della morte, lungo i camminamenti infiniti e tortuosi del muro, perde l’infanzia e, dunque, il futuro. Perciò, tutti gli esseri partoriti dal muro sono dannati e il muro condanna a una vita da cani.
11.3. Sul muro si cammina e cammina, ma non si raggiunge mai nessun luogo: si è sempre in nessun luogo. Cioè: si è sempre fermi nello stesso antro che ha parvenza di luogo.
11.4. Se volessimo definirne l’essenza, dovremmo dichiarare il muro come il nessun luogo della malattia e del peccato che s’inabissa nel soliloquio della follia.
11.5. Se volessimo effigiarlo in una figura plastica, dovremmo paragonare il muro all’esaltato che, senza via di scampo, vive al centro dei suoi deliri.
11.6. Se volessimo svelarlo, dovremmo additare il muro come l’astrazione disperata nata col sapore della morte in bocca.
11.7. Se volessimo stabilire un punto di confluenza, dovremmo concludere amaramente che il muro è l’autodistruttività delle forme e dei luoghi. Monologo privo di trama, in una terra di nessuno dello spirito, dentro cui nessuno è più quello che veramente era.
11.8. Se volessimo stabilire un punto di partenza, dovremmo dire: trapassare il muro è l’unico passo per andare oltre l’essere del mondo e il proprio essere.
11.9. Non si può vivere eternamente nell’infedeltà all’impulso di gettare un passo nell’oscuro, tra l’incombenza della morte e il desiderio di andare avanti ed esistere, alla buonora. Scavando e trovando un’altra terra, nella propria terra malata e oltre il grumo dei parossismi disposti al di qua e al di là del muro.
12.1. Riposizioniamolo al centro dei suoi deliri: il muro non si pensa, ma si afferma. La sua irragionevolezza è estremamente ragionevole: è un coerente dispositivo di potere e sapere. Ricordiamolo, ancora una volta: chi ha il potere sulla parola ha il potere sul muro.
12.2. Tra la razionalità e il delirio di ogni discorso e ogni potere non v’è una cesura netta, ma una ragnatela di contagi e interferenze. La sottrazione del folle alla convivenza civile, per segregarlo in uno spazio concentrazionario, è l’artificio con cui, alle soglie dell’epoca moderna, il potere e il sapere si sono pensati puri e indefettibili, occultando la loro fallibilità e i loro deliri di onnipotenza.
12.3. Il muro svela la sua ragionevolezza delirante proprio là dove tenta di estirpare il pensiero dalla vita e la vita dal pensiero. Sul suo patibolo soccombono sia l’Io che pensa (Cartesio), sia l’Io che non pensa (Lacan). Il muro estirpa l’esistenza tanto dai luoghi e tempi del pensiero quanto dai luoghi e tempi del non-pensiero. Sta proprio qui l’estremo della sua follia e della sua razionalità.
12.4. La follia mostra sempre la faccia della ragione, esattamente come la faccia della ragione mostra quella della follia. Ciò che le unisce è una comune malattia: la pulsione di comandare destino e tempo, isterilendone le variazioni e articolazioni. Nei tempi senza tempo e nei luoghi senza luogo del muro, si è condannati a divenire relitti di un passato che non ci è mai appartenuto e che ci impedisce di appartenere a ciò che veramente ci appartiene. Il muro ci riassorbe negli oggetti in cattività e ci nega come esseri multipli che hanno il cambiamento per destino.
12.5. Il muro è un anacronismo del tempo che sconfina. Si espande, fino a diventare un naufragio dello spirito che coltiva con acume le falle tra Io e Mondo. È arrogante fino alla superbia assoluta, dall’alto della quale consegna gli umani alla presunzione di attraversare indenni il dubbio. È così che ordisce alcuni dei più consistenti tessuti connettivi di una follia che si spaccia per saggezza.
12.6. Il potere/sapere dei dominanti e degli impauriti ha bisogno del muro, perché ha bisogno di dichiarare ed escludere follia e diversità. Col muro si dà forma ed espressione all’architettura dell’internamento; con lo stigma con cui si marchia il folle e il diverso si certifica la necessità dell’internamento.
12.7. Il muro rimane saldato al suo silenzio, dal quale non sa e non vuole affrancarsi. E salda umani e cose a linguaggi impietriti, privi del conforto della parola viva, delle voci e dei volti.
13. L’antro del dolore e la speranza
13.1. Osserva Kafka nei Diari: “... la verità più prossima è che tu premi la testa contro il muro di una cella senza finestre e senza porte” (21 ottobre 1921). Il muro edifica in superficie le celle sotterranee che minacciano e asfissiano la vita. Affiora, così, l’antro dentro cui si è martiri della propria solitudine e del proprio dolore. Il muro rinserra tutti in un universale antro di dolore.
13.2. La vita interiore sognante di ognuno si eclissa, fino a divenire disincanto senza speranza. Dentro e fuori del muro si è sempre dalla stessa parte del mondo, prigionieri di insensibili vincoli interiori e esteriori. Nessuno è protetto, se non il muro che rende il dolore una raggelante massa compatta.
13.3. L’Io è la prigione dell’Io: ecco svelata la sostanza cancerogena del muro, riversatasi a piene mani nel mondo, per negarlo e domarlo. Viene simulato e imposto un destino artificiale che si oppone alle esigenze umane. Un destino interamente ripiegato in se stesso e che funge da osservatorio e osservatore, insieme. Il muro non fa altro che osservare se stesso. Perciò, tutti ne siamo prigionieri.
13.4. Riversarsi nel mondo diventa impossibile: le fessure e i varchi del muro sono tutti ostruiti. L’antro di dolore diventa la nube tossica che infetta la vita. La logica e l’etica del muro sono il deposito di questa nube tossica che non è niente di diverso dalla confessione di una umanità che va verso la condanna e l’umiliazione della sua dignità sconfitta.
13.5. Gettare gli occhi dentro e fuori il muro consente di fissare lo sguardo nell’assurdo e nel nulla, per tornare a rivedere le stelle da un mondo senza luce. Se con le nostre risposte cessiamo di svalutare le nostre domande, la luce ritorna a brillare all’orizzonte del tunnel. Il mondo senza luce è illuminato dalla speranza.
13.6. Scrive F. Kafka: “... amore è il fatto che tu sei per me il coltello con il quale frugo dentro me stesso” (14 settembre 1920, lettera a Milena da Praga). Ma da dove l’amore e l’amata cessano di essere il coltello col quale dissezionamo il nostro dolore e la nostra solitudine, da là rinasce la speranza. Il futuro inizia a decidere del futuro dal punto esatto in cui la solitudine e il dolore sfociano nell’amicizia e nell’amore.
13.7. Nell’antro del dolore la responsabilità di sé non è mai responsabilità del mondo. La speranza di futuro si regge su quella responsabilità del Sé che assume il carico della responsabilità del mondo. È qui che il muro cessa di essere il pasto della colpa che si aggira intorno a noi come un avvoltoio famelico.
13.8. La speranza nasce dal rifiuto di tutti i dispositivi e le strategie che tentano di fare di noi delle figure coordinate e ammaestrate da un dolore che azzanna pensieri ed eventi. Nel groviglio di dolore e pianto siamo tenuti al guinzaglio dai serpenti velenosi delle nostre fantasie malate.
13.9. L’unico rimedio è la sommossa della speranza che trasforma in ponti le falle tra Io e Mondo. Qui non è più pericoloso uscire dai meandri della propria sofferenza, per addentrarsi nella socialità e solarità del gesto e della voce. Qui la differenza cessa di essere indifferenza. Qui le segrete della pazzia e dell’odio trovano un inizio di esplorazione, perché sono violate e abitate.
14.1. Più i muri sono invisibili, più è difficile abbatterli.
14.2. I muri invisibili rendono invisibili persone e cose, (s)terminandole.
14.3. “... ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo”: Primo Levi.
14.4. Al salto del muro si ritrova l’inizio e ci si mette in camino con persone e cose.
14.5. “Verrà un giorno in cui gli uomini avranno occhi di oro rosso e voci siderali, le loro mani saranno fatte per l’amore, e la poesia del loro sesso sarà ricreata”: Ingeborg Bachmann (Malina).
(aprile-maggio 2007)
Note
(1) Scarne osservazioni sul “metodo” e sullo “stile”. Si è cercato di applicare un “metodo” e uno “stile” che fossero il più possibile aderenti allo spirito del Seminario (2), con considerazioni non sistematiche e, tuttavia, organiche. Si deve, inoltre, osservare che si tratta di una asistematicità tendenziosa che, disegnando traiettorie possibili, non può fare a meno di predeterminare passaggi, interrompere percorsi, ridefinire i punti di partenza e mettere in questione quelli di arrivo, laddove sono provvisoriamente tracciati.
Il testo ha una struttura a raggiera, la cui logica sequenziale può essere ridefinita a piacimento. La sequenza proposta è semplicemente quella cronologica che, in quanto tale, è soltanto una delle tante possibili. I raggi sono intercambiabili e sono centrati sul muro. Il presupposto è che il muro sia un concetto e un’entità che variano continuamente di significato, senso e posizione. Il muro che si indaga e che si offre allo sguardo è, insieme, esterno, interno e trasversale a tutte le dimensioni temporali e spaziali della vita individuale e collettiva.
Ovviamente, né il metodo e né lo stile sono stati elaborati in linea originale. Si è semplicemente aderito ad alcune delle più nobili tradizioni delle culture occidentali della modernità e della contemporaneità: da Montaigne a Pascal; dai romantici tedeschi a Nietzsche; da Wittgenstein a Jabès. Tanto per fornire soltanto alcuni scarni riferimenti.
Il debito maggiore, però, lo si deve dichiarare verso la letteratura e la critica letteraria dell’Ottocento e del Novecento. Non sempre il testo lo palesa e solo la bibliografia, in un qualche modo, pone rimedio a questo deficit.
(2) Si tratta di un "Seminario sul Muro", tenuto presso l'Università degli Studi "Suor Orsola Benincasa" di Napoli. La relazione che qui si propone è stata svolta il 23 maggio 2007.
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Film:
Il grande sonno(1946)
Regia: Howard Hawks
Soggetto: Raymond Chandler
Sceneggiatura: Wiliam Faulkner, Leight Brackett, Jules
Furthnam
Interpreti principali: Humphrey Bogart, Lauren Bacall, John
Ridgely, Martha Vickers