RESPONSABILITÀ  E DIALOGO
Riflessioni intorno al libro di Sergio Segio 
"Miccia corta. Una storia di Prima linea" (*)
di Antonio Chiocchi

1. Il campo etico e simbolico - 2. Il quadro storico e politico - 3. La maschera e il volto - 4. Memoria ed etica della responsabilità 



1. Il campo etico e simbolico

Il libro di Sergio Segio, da poco dato alle stampe, costringe ad una serie di domande che esulano dal campo circoscritto della parabola della lotta armata negli anni '70 e '80. E si tratta di domande che hanno una doppia direzionalità: partono dal passato, per interrogare il presente; muovono dal presente, per interrogare il passato. Se questa osservazione è giusta, la spinta interiore che sorregge e muove il libro è facile da individuare: aprire il futuro ad un orizzonte che contempli, per tutti, responsabilità e dialogo.

Si farebbe un gran torto al libro e all'autore, se si etichettasse "Miccia corta" come testo affacciato unicamente sul passato, di cui si restituirebbe un'eco tanto interessata quanto pallida. Si incorrerebbe in un eguale torto, laddove ci si limitasse a registrare il libro come la mera celebrazione della sconfitta di un progetto e della generazione che ad esso aveva creduto.  Passato e sconfitta sono vivisezionati in lungo e largo nel libro; ma non ne costituiscono la cifra. La concatenazione passato-presente-futuro e la congiunzione sconfitta-speranza costituiscono i due assi di scorrimento principali del libro. E, dunque, non solo di passato e sconfitta è questione, ma anche di futuro e di speranza. Certo, i responsabili del tradimento e della perversione della speranza sono coloro che hanno imbracciato le armi; e su questo il libro non indulge in balbettii consolatori o giustificazionisti. Netta è l'auto-assunzione della tragica responsabilità della scelta delle armi e delle sue letali conseguenze politiche, etiche e sociali. 

È già nelle prime mosse che il libro imbocca un percorso problematico che non ripiega nel silenzio dei vinti e nemmeno celebra l'apologia dei vincitori. Vinti e vincitori, anzi, sono ricondotti alla trama delle loro responsabilità storiche. L'autocritica impietosa e capillare della scelta armata si abbina alla messa a fuoco delle responsabilità politiche e storiche che competono ad altri attori, dalle istituzioni al sistema politico nelle sue varie articolazioni. Fin da subito, dunque, il libro incrocia una zona grigia che si rappresenta ed è, abitualmente, rappresentata in maniera univoca. Le retoriche storiografiche ufficiali, tanto a destra che a sinistra, sono avvezze a stendere un manto buio sui conflitti sociali degli anni '60 e '70, consegnati alla memoria come epoca dell'insensatezza estremistica e della follia armata. In particolare, i militanti delle organizzazioni combattenti sono assunti come "demoni assassini", incarnazioni moderne del male assoluto. 

Sorvoliamo, per un momento, sulle componenti politiche di queste retoriche; soffermiamoci, un attimo, sulle loro determinazioni etiche e simboliche. La figura del terrorista, in queste retoriche, è costruita in funzione dell'esonero dal male, al fine di consentire alla società ufficiale di pensarsi e rappresentarsi come incorrotta. Il male viene qui risolto e racchiuso in fotogrammi esterni, introdotti con violenza da figure nemiche, estranee all'humus sociale dell'armonia e della concordia. La responsabilità del male è imputata al demone nemico; la propria identità è, così, salvata.

Il libro di Segio rompe questa etica consolatoria e questa simbolica rassicurante. Non ricusa le colpe e gli errori che sono e restano ascrivibili alla lotta armata. Del resto, i percorsi  di vita di Segio, dal 1983 ad oggi, costituiscono un esemplare commiato dalle culture politiche e dalle etiche su cui la lotta armata si incardinava e, insieme, una chiara assunzione delle responsabilità personali e collettive che alla lotta armata sono e restano correlate. Ma non tutto si risolve ed è risolvibile nell'individuazione delle responsabilità, pur tremende e devastanti, della lotta armata che non è l'unica variabile soggettiva ad essere in gioco nella scena storica di quei tempi. 

Segio, già in premessa, fa chiarezza intorno a due punti essenziali: (i) la lotta armata non è figlia senza padri e madri; (ii) anche se a nessun padre e nessuna madre possono essere trasferite le sue responsabilità. Per quanto nemica, la lotta armata è stata anche una variabile interna, non solo esterna alla storia dei suoi tempi. Specularmente a quanto ancor oggi fanno le retoriche storiografiche, essa si pensò e costruì come rimedio al male assoluto: come luogo della salvezza e cammino per la riconquista dell'innocenza. Così, esternalizzando anch'essa il male e raffigurandosi  come interiorizzazione del bene assoluto. 

Le retoriche storiografiche falliscono nella ricostruzione del clima di guerra civile e odio che ha regnato in Italia dall'inizio degli anni '60 e che a tutt'oggi non pare ancora placatosi; con questi punti-luoghi oscuri Segio si cimenta con onestà e profondità. Tutti gli attori della scena politica hanno perso, in quegli anni, la loro innocenza. I loro tentativi incrociati e simmetrici di costruire il nemico come male assoluto, fino a farlo assurgere alla figura mitica eccellente  del capro espiatorio e assolutorio delle loro proprie condotte, allo sguardo critico di oggi, risultano immorali sul piano etico e mistificanti su quello simbolico, prima ancora che menzogneri su quello storico e politico.  Non si può ritrovare la propria innocenza, caricando gli altri di un surplus di responsabilità improprie, ripudiando le proprie. Di questa menzogna Segio viene a capo: non rifiuta le responsabilità politiche che competono a lui e ai suoi compagni di scelta. Cerca, del pari, di far luce sulle responsabilità degli altri. Non per attribuire o dosare colpe; ma per aprire la responsabilità al dialogo. Solo assumendo le proprie responsabilità e non usando quelle altrui come un alibi si diventa portatori di una responsabilità che dialoga: capace, cioè, di non rimanere prigioniera del passato e muovendo verso un futuro non più intriso di odio e di violenza.

Quello che, in prima istanza, ci viene da "Miccia corta" è una lezione etica: rispondere delle proprie responsabilità, al di là del marchio che attribuisce la colpa. Il riconoscimento delle proprie colpe non è giustificato con le colpe degli altri, perché il cammino che il libro privilegia è quello del ritrovarsi: ognuno nelle proprie colpe e in uscita dalle proprie colpe, per incontrare l'altro in uno scenario nuovo di condivisione partecipata. Questo è anche un modo, attraverso cui il libro ci dice che la storia non va scritta unicamente dai vincitori. Anzi, la storia scritta dai vincitori è sempre inganno continuamente riscritto e revisionato. La storia va scritta insieme, dai vinti e dai vincitori: nessuno è in assoluto un vinto, come nessuno è in assoluto un vincitore. Se non si imbocca questo cammino, ammonisce Segio, si edifica non una storia giusta, ma la storia della vendetta del vincitore.

Serve, dunque, una nuova educazione sentimentale, capace di tenere testa alle illusioni perdute e valicare il punto critico del lutto e del dolore. Il percorso che ha condotto alla scrittura di "Miccia corta" è un esempio palmare di una nuova educazione sentimentale che, pur non bendandosi gli occhi sulle ingiustizie e le atrocità del mondo, non inclina verso la catarsi delle armi e nemmeno verso la persuasione della violenza. Il libro recupera l'innocenza perduta e offesa con l'uso delle armi e la rimette in gioco: esso, cioè, consente al suo autore di riaprire il tempo, spendendosi in esso. Il passato della sconfitta e il sogno tradito e infranto vengono recuperati e riattualizzati. Ora l'innocenza si gioca, per intero, nel campo della responsabilità e del dialogo; non più in quello dell'irresponsabilità, dell'indulgenza e dell'odio. Ma la responsabilità che si apre al dialogo è esattamente quella che ridà voce alla speranza. 

"Miccia corta" è un libro che tira fuori l'ombra dal cono e la illumina con fasci proiettivi che fanno della ricostruzione dell'integrità del passato la piattaforma per la edificazione di un futuro, in cui ognuno sia reso cosciente e vigile dei propri errori, assumendo congedo definitivo dalla loro zavorra. Il passato, per tutti, non può riprodursi come un'ossessione e nemmeno come l'eterna matrice delle coazioni a ripetere. Solo superando le ferite del passato, ci indica "Miccia corta", dal tempo lacerato si apre il varco verso il tempo riconciliato, entro cui vittime e persecutori, vinti e vincitori possano riconoscersi in volti nuovi, illuminati dagli orizzonti del futuro. Se non ci si libera dalle lacerazioni del passato, si è consegnati ad un futuro di sciagure.

2. Il quadro storico e politico

Il libro di Segio costituisce materia di scandalo - e fa scandalo -, perché si sottrae alle retoriche storiografiche ufficiali, osando rompere la congiura del silenzio, non tanto e soltanto sulla lotta armata ed i suoi attori, quanto e soprattutto sugli anni '60, '70 e '80 e il loro profilo terribile, invitando ad un'impietosa, ma serena e obiettiva  attribuzione delle responsabilità storiche e politiche. La messa in racconto della storia dell'evasione di Rovigo del 3 gennaio 1982 (1) - e di tutto quello che c'è dietro, dentro e dopo - offre uno spaccato della vita di Prima linea, di cui l'autore tiene a marcare i tratti salienti e originali. Per Prima linea, a differenza delle Br, la scelta armata non ha un carattere strategico; è, piuttosto, assimilabile ad una forma di lotta reversibile, giustificata unicamente da particolari contingenze storiche e politiche.  La teoria/prassi di Pl ha, necessariamente, un carattere asistematico, laddove le Br declinano, invece, una sistematica e irreversibile teoria-prassi della lotta armata. Su questi - come sugli altri attributi identificativi di Pl - Segio insiste a più riprese e con piena cognizione di causa. La linea ricostruttiva dell'esperienza di Pl che se ne ricava, per quanto parziale, si dimostra sufficientemente cogente; anche se, come sostiene lo stesso autore, la ricostruzione complessiva della storia di Pl non può che essere opera corale.

Ma le linee di ricostruzione storica che emergono da "Miccia corta" vanno ben al di là dello specifico dell'esperienza di Pl e della lotta armata; forniscono i contorni essenziali di una sorta di autobiografia di gruppo dei giovani che, dal finire degli anni '60 al finire dei '70, sono protagonisti dell'azione ribelle che li oppone all'autorità delle istituzioni e al sistema in genere. In quell'ondata di rivolta sociale e di contrapposizioni politiche alle istituzioni si forma anche la cultura politica e l'etica dei militanti che, negli anni '70, decidono di fare il salto alla lotta armata, in aperta contraddizione con i filoni e contenuti migliori della mobilitazione collettiva di quegli anni. La scena che il libro pone sotto i nostri occhi, contrariamente da quanto assunto dalle retoriche storiografiche, è molto mossa e possiamo, così, sintetizzarla:

  1. crescente diffusione della mobilitazione di massa, in aperta confutazione degli assetti, delle strategie e delle culture della società politica; 
  2. strategie di controllo sociale imperniate sulla repressione, anziché la istituzionalizzazione dei cicli della protesta sociale;
  3. clima di odio e furore ideologico nei confronti dell'avversario politico.  

Ciò spiega come si sia potuto arrivare a degli estremi speculari: da una parte, la pratica ricorrente dello stragismo; dall'altra, il convincimento (praticato) che l'uccisione di un fascista non costituisse reato e nemmeno atto eticamente riprovevole. La strage di piazza Fontana del dicembre del 1969 segna la perdita dell'innocenza da parte dei movimenti. Nel contempo, essa costituisce - dopo la "strategia della tensione" del biennio precedente e il primo tentativo di golpe dell'inizio degli anni '60 -  l'innesco formale di un processo di guerra a bassa intensità pianificato dagli apparati di potere. Siamo, come si vede, nel vivo dei punti di crisi e dei tumori della democrazia italiana, intorno cui è più che lecito interrogarsi. Le retoriche storiografiche, invece, si chiamano fuori da questa interrogazione e, con ciò, dichiarano la non responsabilità del sistema politico-istituzionale rispetto a tutto il "male" che la democrazia italiana ha patito nella sua ancora breve stagione. La lotta armata diviene un capro espiatorio perfetto e i terroristi creature aliene, catapultate sulla terra da non si sa bene quale pianeta: puri e semplici assassini assatanati. "Miccia corta" ci ricorda che le cose non stanno niente affatto così. 

Intanto, ci restituisce il clima, i linguaggi e i lutti dell'epoca. Identifica, poi, gli anelli principali di progettazioni culturali deficitarie dal lato dei movimenti ed autoritarie dal lato delle istituzioni.  Risale, infine, con onestà intellettuale ai limiti e agli errori di una generazione postasi in cammino all'inseguimento di un sogno di liberazione e finita prigioniera dell'incubo della guerra. Anche qui l'ombra è strappata dal suo cono: viene fatta luce sulle ragioni e sulle pratiche dei tre macroattori in causa: Stato, movimenti, lotta armata. In "Miccia corta", la critica delle ragioni dello Stato autoritario e repressivo si affianca alla (auto)critica dei movimenti e della lotta armata, nel tentativo di delineare il campo largo delle differenze che, soprattutto a livello di responsabilità storica, si stabiliscono tra questi macroattori.

È proseguendo su questi sentieri che Segio impatta contro un nervo scoperto della democrazia italiana che la cd. "seconda repubblica" eredita dalla prima e provvede, per parte sua, a tirare allo spasimo: l'assoluta mancanza di volontà da parte del sistema politico e dei suoi attori di rivisitare con occhio critico e obiettivo i conflitti acuti degli anni '60 e '70 del secolo scorso. L'asprezza delle recensioni al suo libro da parte di quotidiani autorevoli come il "Corriere della sera" e "l'Unità", tanto per fare soltanto due esempi paradigmatici, ne è la puntuale e ultima riprova in ordine di tempo. 

Il postulato di fondo delle retoriche storiografiche è che i terroristi siano dei puri e semplici assassini a cui non compete alcun diritto di parola. L'unica parola che sulla loro bocca è non solo tollerata, ma incoraggiata è la celebrazione dell'apologia dello Stato. Ciò, oltre che segnare lo spazio della deresponsabilità del sistema politico, attiva il campo della vendetta e dell'ostracismo. I 50 mila anni di carcere comminati ai militanti della lotta armata, come opportunamente ricorda il libro, rendono bene evidenti i caratteri della vendetta e il suo corso. Come risposta esemplare e collaterale, al carcere è affiancato il silenzio coattivo. O il silenzio della cella; oppure la perdita della parola e del linguaggio: ecco, in sintesi, i rimedi convergenti che il sistema politico italiano e i media, in linea prevalente, puntualmente suggeriscono.

Ancora una volta, "Miccia corta" infrange un tabù: fa della ripresa della parola e dell'esercizio della critica l'anima del suo esistere e procedere. Richiede più parole e più libertà non solo per sé; ma per tutti, per una discussione che sappia collocarsi oltre le ferite e le gabbie del passato, di esse facendo una esperienza di non ritorno. L'autore è dolorosamente consapevole che come non erano liberi ieri i protagonisti della lotta armata, così non lo sono oggi i fautori della vendetta. Emanciparsi dalla sindrome della vendetta e affrancarsi dagli errori è un atto necessario, se si vuole effettivamente decidere ed agire per la libertà di tutti. La vendetta alimenta solo il potere che, a sua volta, accresce le pulsioni di vendetta, in un meccanismo inerziale che nutre all'infinito il senso di onnipotenza delle coscienze ferite. Allorché il potente si sente giusto, qui non importa se in cattiva o buona fede, la vendetta si trasforma in giustizia. In questo modo, la giustizia fuoriesce dai binari della politica e del diritto e si fa teologia. In quanto tale, non è ritenuta suscettibile di critica. La vendetta alimentata dal sistema politico e che sovralimenta il sistema politico si dipana attraverso una teologia politica con cui si mantiene in vita lo spettacolo dell'innocenza assoluta delle istituzioni e quello dell'estraneità assoluta della lotta armata. Per le retoriche storiografiche "Miccia corta" ha una colpa in più, perché smaschera questa teologia politica nei suoi punti chiave. Questo spiega il livore e il fastidio con cui, in genere, il libro è stato accolto. Ma proprio questo lo rende utile e prezioso, non solo all'autore ed ai suoi compagni di strada; ma a tutti coloro che sono desiderosi di verità e di dialogo responsabile.

3. La maschera e il volto

Il cuore narrativo del libro è l'assalto al carcere di Rovigo, per la liberazione delle quattro prigioniere. La scrittura e l'azione muovono, quindi, da sentimenti di amicizia e amore. Per Segio e i suoi compagni, l'assalto al carcere non ha valenze politiche; ma è unicamente dettato dalle ragioni della solidarietà. Forte è in lui, già in quell'epoca, il sentimento della sconfitta. Nell'assalto al carcere, le illusioni perdute è come se si materializzassero, mettendo in scena, ancora una volta, l'abbraccio tra morte e vita. Il destino si incarica, di nuovo, di esemplificare col massimo di trasparenza quest'abbraccio mortale: da un lato, la morte di Angelo Furlan; dall'altro, la libertà delle prigioniere. Ancora una volta e nonostante tutto, la morte soffoca la vita. I sentimenti d'amore e di amicizia che sottostanno all'assalto e, in un certo senso, ne definiscono le regole e le condotte, sono schiacciati dal peso delle armi. I mezzi, ancora una volta, si fanno beffa dei fini. I fini, ancora una volta, si dimostrano malfermi e si rovesciano nel loro contrario.

Eppure, è proprio da lì che prende inizio una storia di svolta per gli assalitori del carcere e le donne liberate. È proprio da lì che l'innocenza perduta e presa in ostaggio dalle armi comincia a reinterrogarsi. I radio giornali che segnano la via di fuga da Rovigo sono il pendolo che scandisce questo tempo nuovo, dal momento in cui danno notizia della morte di Furlan. Per il nucleo d'azione e le donne liberate, la gioia della liberazione è fasciata a lutto dalla morte di Furlan. La felicità esce dalla scena: la sofferenza per aver, seppur involontariamente, provocato morte occupa per intero il campo. Non a caso, "Miccia corta" è dall'autore dedicata congiuntamente alla memoria di Furlan e di Lucio Di Giacomo ("Olmo"), un componente del nucleo d'azione, morto qualche giorno dopo l'assalto al carcere di Rovigo, in un conflitto a fuoco con la polizia. 

Per Segio, il nucleo di azione e le donne liberate, molto probabilmente, inizia qui il percorso di uscita dal trionfo della morte. È lo shock della morte di Furlan che li fa riflettere più a fondo sul senso della vita. Di nuovo, l'abbraccio tra vita e morte; ma, stavolta, viene messo il primo tassello di una proiezione verso la vita. L'assalto al carcere di Rovigo rappresenta, per tutti i protagonisti, uno spartiacque,  ben al di là della loro consapevolezza immediata. Ma uno spartiacque tutto affatto particolare. Riconduce i protagonisti all'educazione sentimentale delle origini: il senso di amore e di amicizia; nel contempo, li fa cozzare contro l'insensatezza delle armi. Di nuovo, i loro natali si scontrano con i loro approdi. È un cortocircuito tremendo. Come salvare i natali della vita dagli approdi della morte? Intorno a questi interrogativi inespressi ruota la vita di tutti i protagonisti di Rovigo, dal 3 gennaio 1982. Intorno ad essi si dipana la trama di "Miccia corta". 

Ancora una volta, nello scorrere del tempo, sono le esperienze di vita a fornire le prime tangibili risposte. Se si reinterroga, da questa altezza, il processo di dissociazione politica dalla lotta armata promosso da Prima linea, pur tenendo fermi i limiti che ne hanno caratterizzato il cammino, si è, sì, risospinti nel crogiuolo della vita e della morte, ma nel punto esatto in cui la vita tenta ora di riaffermare le sue ragioni.  L'innocenza perduta non è più possibile riafferrarla; ma le sue impronte ritrovate servono, per costruirne una nuova. Un tempo siamo stati innocenti, dice esplicitamente Segio. Possiamo ancora tornare ad esserlo, dice implicitamente, se abbiamo il coraggio di ricominciare il cammino, per toccare altri lidi ed esplorare altri pianeti. Ma per poter accingersi a questa nuova avventura, dice di nuovo esplicitamente, tocca rinunciare ad ogni pretesa di verità assoluta e non ritenersi più i depositari esclusivi della libertà. Tra innocenza perduta e innocenza salvata nasce un nuovo cammino: ma qui a spendersi è ora la vita; non già il trionfo della morte.

Questo risvolto sentimentale costituisce un architrave essenziale di "Miccia corta". Esso ci consente di penetrarne a fondo la struttura narrativa ed il tessuto emotivo. Inoltre, ci mostra il volto dei militanti della lotta armata, al di là delle maschere che essi stessi si sono appiccicati addosso e che altri hanno provveduto a confezionare per loro. C'è una trama sentimentale ed etica intrinseca all'opzione armata che proprio le armi, però, pervertono sino alla negazione assoluta. La scelta delle armi smarrisce il filo di quest'etica sentimentale; anzi, lo corrode, senza posa. I militanti della lotta armata diventano non solo delle macchine di guerra, ma delle maschere viventi che nascondono la struttura nientificante che li sbrana dall'interno. "Miccia corta" ha la capacità di cogliere e restituire il Giano bifronte dell'identità combattente: la maschera al capo opposto del volto. Il dato esiziale è che, nel corso dell'esperienza combattente, la maschera finisce col ricoprire interamente il volto e lo divora progressivamente, divenendo la corazza di un vuoto siderale. Ma è il volto che, alla fine, si ribella contro la maschera. Nasce da questo sottosuolo la spinta alla presa in carico della responsabilità delle proprie scelte e la svolta del cambiamento etico ed esistenziale, prima ancora che politico e culturale. Forse, proprio restituendo la profondità di questi processi ambivalenti e complessi, "Miccia corta" ricama la trama più vitale del suo tessuto. 

Se si fa calare lo sguardo su questo sottosuolo accidentato,  ben si comprende come "Miccia corta" non intenda affatto cantare la fierezza e l'orgoglio della educazione sentimentale delle origini; al contrario, mostra impietosamente l'infrangersi di quell'innocenza sullo scoglio mortale della scelta armata. Il libro rimarca l'esigenza di restituire il fenomeno della lotta armata al suo profilo complesso. E si tratta, viene opportunamente precisato, di un profilo non connotato soltanto politicamente; ma anche eticamente e sentimentalmente. Altrimenti l'opzione armata sarebbe semplicemente incomprensibile. Se la lotta armata fosse stato un fatto meramente politicista, non ci sarebbe stato bisogno di infrangere le regole e gli orizzonti della società data; era sufficiente ricercare dentro il perimetro delle sue compiacenze una "riserva di caccia". L'opzione armata, ribadisce "Miccia corta", nasce da un'istanza profonda di palingenesi globale che coinvolge tutte le sfere dell'essere e tutte le costellazioni dell'agire politico e sociale. Sta qui il suo errore radicale, continua il libro. Ma, allora, proprio qui occorre scavare con gli strumenti della critica e dell'autocritica; come il libro fa.

"Miccia corta", dall'inizio alla fine, non esalta la maschera e l'orgoglio della lotta armata. Parteggia, piuttosto, per il volto e la vita. Indaga, quindi, come il processo di decostruzione e demolizione del volto e della vita si compia all'interno del processo di metastasi della maschera. Alla fine, la ribellione del volto contro la maschera erompe dall'interiorità stessa della lotta armata. Qui sta il luogo primordiale della dissociazione politica dalla lotta armata proposta e praticata da Prima linea. Ritornare al volto e ribadire il suo statuto di priorità a confronto della maschera non può dare adito a fraintendimenti di sorta. Anzi, riporta ancora più in profondità lo scandaglio critico e autocritico enucleato da "Miccia corta". Tutt'al contrario di una esibizione di orgoglio, il libro registra puntualmente il fallimento di un'educazione sentimentale; ne rivendica, quindi, un'altra che non rinserri, ancora una volta, il volto nella maschera.

4. Memoria ed etica della responsabilità

La struttura dei significati e la partitura del libro non si limitano a fissare il contesto a cui appartengono gli eventi in narrazione; fanno, altresì, affacciare le finestre della memoria sugli slittamenti in avanti e indietro del tempo. Il passaggio evocato dal tempo lacerato al tempo riconciliato è il perno di questa traslazione. L'esercizio della memoria, di per sé pericoloso quanto non mai, può trovare modo di svilupparsi, solo se:

  1. si recupera e costruisce un retroterra condiviso;
  2. si libera il presente dal peso opprimente del passato.

In tale direzione, "Miccia corta" intende operare esplicitamente. Anche per questo, si tira addosso l'ira di chi fa della memoria un uso teologico e scomunicante, finendo con il precipitarla nell'abisso della vendetta.

È estremamente difficile che il ricordo sia la radice del dialogo. Per sua natura, il ricordo riaccende l'astio. Una pausa nella memoria, come dice Segio citando Susan Sontag (2), è la sola via di uscita. Una pausa per dimenticare: cioè, per andare oltre. Ma, andando oltre, si supera la ferita da cui nasce l'astio. Si può, quindi, di nuovo ricordare. Il dialogo rende possibile questo passaggio. Ma, a sua volta, dice Segio, il dialogo deve fondarsi su un'etica della responsabilità. Ognuno deve riconoscere le proprie responsabilità, anziché nascondersi dietro quelle dell'altro. Solo se si dà questo dialogo responsabile, le vittime e i morti possono trovare giustizia. E qui la giustizia, in primo luogo, salva le vittime e i morti dalla perversione della vendetta. Il dolore non può essere compensato o risarcito dal dolore; la morte non può essere riparata dalla morte. L'etica della responsabilità redime la memoria e la rende un terreno di incontro e non di scontro. Nessuno ha più bisogno di inchiodare l'altro alle proprie colpe: ognuno sa già di suo la colpa da cui proviene. Coloro che, invece, hanno subito le ferite inferte dalla colpa non possono ricevere in destino una vita disseccata dall'odio perenne per i colpevoli.

Le rovine e i traumi del passato sono un territorio minato e irto di spine dolorose. La loro rivisitazione richiede delicatezza, sensibilità e circospezione; ma anche una forte determinazione di intenti cooperativi. La memoria è labile e il suo carattere è intrinsecamente unilaterale. Richiede, perciò, che sia esercitata responsabilmente e con equanimità. Ma è anche vero, come ricorda Segio citando questa volta Nietzsche, che la memoria è anche incline all'assunzione piena della responsabilità, conducendo una lotta asperrima, spesso soccombente, contro l'orgoglio (3). È, infine, vero che la memoria può essere anche una patria; come lo è stata per gli ebrei, prima della costituzione dello stato di Israele. La memoria, in ogni caso, ci assedia, ne siamo o no consapevoli. Essa reinterpreta i fatti e i fatti stessi non sono che reinterpretazioni della memoria. Ecco perché la memoria è, da sempre, un "campo di battaglia". Soprattutto per questo motivo, è necessaria una tregua nella memoria, per aprirla alle ragioni e al dolore degli altri, restando nell'universo discorsivo di Susan Sontag richiamato da Segio.

Fare della memoria non un campo di battaglia, ma il terreno del reciproco riconoscimento, pur dentro differenze e conflitti, significa aprire il racconto della storia alla pluralità dei tempi e delle responsabilità. "Miccia corta" suggella questo registro responsabile e dialogante nella scrittura. Né la vendetta, né la guerra e né lo smemoramento, ci ricorda Segio, possono fungere quali piattaforme solide per la costruzione di identità che sappiano riconoscersi nelle loro differenze. Senza memoria, si rimane privi di identità; ma un eccesso di memoria costruisce identità belligeranti: continua le guerre del passato, con gli strumenti di un presente reso incipientemente antiquato. Il futuro salvato, una volta di più, è interdetto. Il passato, così, finisce con il possederci, come una maledizione eterna. Segio invoca un'etica della responsabilità, proprio per scongiurare che il pulsare del tempo sia interamente posseduto dal furore e dall'astio. Ciò anche per evitare che i vivi siano schiacciati sotto il peso dei morti e per liberare i morti dalle ossessioni dei vivi. 

(marzo 2005)

Note

(*) S. Segio, Miccia corta. Una storia di Prima linea. Roma, Derive/Approdi, 2005. Il libro è stato presentato a Milano la sera del 26 febbraio 2005, in un Reading tenuto presso il "Teatro Litta", nel corso del quale alcuni attori hanno dato lettura di alcuni brani significativi.
(1) Il 3 gennaio 1982 un nucleo di azione, organizzato e diretto dal Segio stesso, liberò dal carcere femminile di Rovigo quattro detenute politiche: Loredana Biancamano, Federica Meroni, Marina Premoli e Susanna Ronconi (compagna di Segio). L'esplosione, che aprì un varco nel muro di cinta, provocò la morte del pensionato  Angelo Furlan, artigiano falegname di 64 anni che stava facendo ritorno a casa, dopo aver fatto una passeggiata col suo cane.
(2) Il brano di Susan Sontag che Segio riporta è il seguente: "Fare pace significa dimenticare. La riconciliazione richiede che la memoria sia limitata" (p. 33). Il libro della Sontag da cui è tratto il brano è Davanti al dolore degli altri, Milano, Mondadori, 2003.
(3)
Il testo di F. Nietzsche riportato da Segio è il seguente: «"Io ho fatto questo", dice la mia memoria. "Io non posso aver fatto questo" - dice il mio orgoglio e resta irremovibile. Alla fine - è la memoria ad arrendersi» (p. 31). Il libro di Nietzsche da cui è tratto il brano è Al di là del bene e del male, Milano, Mondadori, 2002.


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