MACHIAVELLI O IL LIMITE COME PROBLEMA DEL ‘POLITICO’.
SPUNTI
di Antonio Chiocchi

Quello di Machiavelli e del moderno è un tema che non può fare a meno di specchiarsi nelle successive elaborazioni e riflessioni sul 'politico', di cui rimane un ineliminabile punto di riferimento, sia per implicito che esplicitamente. Bodin, Charron e lo stesso Hobbes hanno, di fatto, dovuto fare i conti col fiorentino.

Machiavelli e il moderno: come dire Machiavelli e il 'politico' prima e al di sopra dello Stato. Ora, la formazione dello Stato moderno altro non è che la soluzione secolarizzata delle "guerre di religione" del XVI secolo. La mappa epistemologica sequenzialmente disegnabile è la seguente: da Machiavelli a Hobbes (IL PRINCIPE, 1532;  IL LEVIATANO, 1651). Nel mezzo, secolarizzazione dell'autorità sotto forma di Stato è anche posizionamento del potere sovrano. Dunque, la sovranità (Bodin, I SEI LIBRI DELLA REPUBBLICA, 1576) e la saggezza politica (Charron, DE LA SAGGESSE, 1601).

Il tema machiavelliano del soggetto uomo e della circolarità del potere rompe immediatamente quella convenzione che concepisce unicamente il soggetto al potere. In Machiavelli, il soggetto che ordina il discorso e la rappresentazione del potere non è l'unica forma potente e determinante. Il soggetto stesso soggiace alla forza del potere e alla potenza della sua rappresentazione. Qui la profonda cesura operata da Machiavelli in confronto alla tradizione cristiano-umanistica; cesura rispetto cui molta filosofia storico-istituzionale europea del Seicento appare in ritardo (1).

Il soggetto al potere, onnipotente, che ordisce la tela, è anche assoggettato al potere che lo riplasma a sua somiglianza. Tra il suo dominio sul potere e quello del potere su di lui si scatena un ineliminabile dissidio. Il potere appare come regolazione della crisi; ma soccombe in faccia alla crisi: di fronte ad essa è costretto perennemente a rideterminarsi e innovarsi. Già qui il conflitto: tra 'politico' e Stato, tra soggettività e impersonalità, tra decisione e macchina istituzionale.

Alle soglie della modernità, il potere volge in divenire quella che appare come crisi storica della civiltà medioevale. E si fa Stato. Il potere che si incarna nello Stato riafferra in sé il divenire della crisi e si illude di venirne a capo; per illudersi meglio, lo Stato si fa assoluto: Hobbes. Attraverso la soluzione apprestata dallo Stato, la crisi della civiltà medioevale e il disagio della storia vengono tenuti sotto controllo. Il potere diviene assoluto; la crisi rimane relativa. Tuttavia, il potere che si fa Stato è esso medesimo estrema reificazione, radicale oggettivazione del soggetto al potere. Lo Stato che realizza in cifra assoluta il potere è esattamente quello Stato che spoliticizza in cifra assoluta il soggetto e la società. Cortocircuitato rimane quello spazio che funge quale polo di interpretazione e mediazione tra Stato e potere, tra Stato e società: il 'politico' moderno, dunque, si afferma come cumulo di negazioni radicali.

In Machiavelli, il 'politico' rimane consapevole di questa rete di reificazioni e oggettivizzazioni: anticipa costantemente lo Stato e non si lascia mai completamente sussumere sotto di esso. Il suo carattere utopico affonda radicalmente in tale anticipazione. Tale utopia non manca di avere una profonda saggezza storica: la consapevolezza della biforcazione dei percorsi di Stato e società. Stato e società scrivono la loro storia su due rette parallele. Da qui nasce il 'politico' nella sua accezione moderna; da qui la sua crisi. Già qui il suo profilo tragico e bifronte: la decisione non può essere tecnica esecutiva e l'istituzione sovrana non è una forma fissa che garantisce e picchetta il mutamento sociale. Insomma, già qui non solo "sintesi sociale", ma anche mediazioni, articolazioni.

Il 'politico' moderno, fin dall'inizio, è gettato in questa trama complessa, rappresenta e risucchia nelle sue codificazioni l'esistente sociale, cristallizzato nelle forme dello Stato assoluto. Ma il Principe e/o il Leviatano si trovano ferreamente assoggettati all'anarchia, al conflitto e al disordine, di cui debbono incessantemente e necessariamente venire a capo, riformulando i princípi e i vincoli normativi dell'ordine. Di questo dilemma irresolubile Machiavelli è il geniale cantore. In lui, i dilemmi del 'politico' si giocano tutti nell'anticipo della decisione statuale e nel ricorso obbligatorio allo Stato, per la soluzione della crisi: non potersi e non doversi identificare con lo Stato, eppure ricorrere allo Stato, per avviare a soluzione i nodi del conflitto e del disordine. Il 'politico', a mezzo dello Stato, interviene nelle forme politiche reali e le innova per quel tanto che viene storicamente reclamato.

Dalle vecchie istituzioni e forme politiche di governo alle nuove: ecco il circolo maledetto che si ripete all'infini­to. È, questo, un passaggio delicato della riflessione di Ma­chiavelli: “quasi nessuna repubblica può essere di tanta vita, che possa passare molte volte per queste mutazioni, e rimanere in piede” (DISCORSI). Il 'politico', in Machiavelli, si situa al­le soglie dell'impossibile: far vivere ciò che muore; ossia le forme del governo politico e le istituzioni del vivere politi­co. La politica, in Aristotele specificatasi fondamentalmente come attività deliberatrice ispirata dalla prudenza, si fa ge­stione del limite, gestione del passaggio di forma per un muta­mento delle qualità.

Politica è, allora, anche permanenza sul li­mite e passaggio dal limite di una forma a quello di un'altra. Se il limite è il problema del 'politico', la politica tenta titanicamente di non rimanere schiacciata dai limiti delle forme politiche e, ancor più, del 'politico': essa tenta dispera­tamente di sottrarsi all'abbraccio mortale dello Stato. Il rea­lismo della politica appare qui come lo sviluppo coerente e specifico dell'utopia: soltanto l'utopia è capace di pensare il limite come problema; soltanto il realismo è in grado di gesti­re storicamente un passaggio al limite.

Effettivamente, seguendo il commento di R. Esposito, si po­trebbe dire: la politica o dell'impossibile vivere storico (2). Con la consapevolezza estrema che qui l'intreccio di utopia e realismo categorizza l'impossibile come “l'unica possibilità politica dell'universo politico. La sua sola prospettiva razio­nale ... E infatti nulla è più impossibile che "rinnovare", tornando ai principii, avanzare indietreggiando, puntare al fu­turo ripercorrendo il passato" (3).

Ma occorre aggiungere: l'im­possibilità è sempre la possibilità successiva o quella resi­dua; o quella che manca; o quella da costruire "artificialmen­te", in senso machiavelliano. Tra l'impossibile e il possibile si distendono la decisione e l'azione. Machiavellianamente, "ri­torno ai principii" ha il senso di innovare: è trapasso dalle forme del perire alle forme del vivere. Il 'politico' pensa questo miracolo e la politica lo compie e lo gestisce: l'arte del governo ritorna e permane, rinnovandosi. L'utopia del 'politico' abbraccia il realismo della politica. E la politica ritorna, per governare le cose della "città terrena", per mutarla, senza mutare la sostanza del 'politico': l'universalità del 'politi­co' si erge di contro al carattere perituro di tutte le cose. Ovverosia, la politica quale unica cosa, tra le cose terrene, che non perisce. Si conserva, poiché conserva e trasforma le co­se. Questo è il carattere epistemologicamente universalistico dell'utopia del 'politico'.

Nella semantica machiavelliana, la politica spezza e inter­rompe la trama del divenire, anticipandone i punti critici. Ri­torna indietro. Si situa prima della crisi e lì si rintana, rin­novandosi per darle soluzione statuale. È il 'politico' che vede in tutta la sua interezza la crisi; e fino al fondo delle sue con­seguenze più estreme. Vede la crisi e la sa prima; le sopravvive dopo. Il passaggio a nuove forme politiche non avviene at­traverso una crisi mortale, non attraverso la sovversione del 'politico' e dell'arte politica del governo. Qualunque forma assuma il passaggio, permane l'invarianza di forme politiche, di un governo politico atto a governare; permangono le decisioni conseguenti.

Insorge proprio qui un felice e produttivo paradosso. L'arte del governo come reale anticipo della crisi, come solu­zione anticipata del conflitto, consiste nell'arretrare di fronte alla crisi, per superarla, affrontandola da un punto me­dio più arretrato e con attrezzatura più adeguata. Ma, così, è come spostarne continuamente più avanti i punti e l'asse: questo il ritorno indietro, questa l'innovazione. L'arte del governo è qui delocalizzazione dei punti di crisi: loro spostamento nel fu­turo, governando il presente. E il presente è ridotto a con­flitti dirimibili: governabili, per l'appunto. La politica arre­tra di fronte all'antagonismo. Si industria, innova e reinven­ta per trasformarlo in conflitto, fisiologia della crescita e della trasformazione. Dell'antagonismo conserva la dimensione costruttivistica ed espunge quella distruttiva.

Il divenire è incombenza della crisi. Conflitto e ordine diventano gli ele­menti polari dell'arte di governo, dell'universalità del 'poli­tico'. La crisi è la minaccia e, insieme, la grande assente: la politica ne anticipa sempre l'esplosione catastrofica e incon­trollabile, gestendo il passaggio delle forme politiche. Più al fondo, la sostanza più letale della crisi è qui assente, giac­ché caos e disordine non diventano mai blocco dell'evoluzione storica, rientranti come sono nel passaggio da una forma poli­tica all'altra. Il realismo della politica non soltanto si in­terconnette all'utopia del 'politico', ma non espelle mai caos e disordine dalla dinamica dell'evoluzione sociale; anzi, in gran parte, caos e disordine sono positivamente assunti come fattori dal cui governo viene fatto discendere uno sviluppo migliorativo delle relazioni sociali.

Il Principe sa vedere la crisi e non teme di scrutare nel suo occhio di cristallo. Ne teme il decorso rovinoso; la muta, perciò, in minaccia produttiva. Si muove al di là dei due opposti complementari: l'armonia delle differenze, a un polo; la ca­tastrofe irrimediabile e distruttiva, al polo opposto. Partendo da qui – e attraversando d'un sol colpo tutto lo sviluppo della modernità — è possibile formulare un nesso cruciale: differenza/identità.

Dice Machiavelli: “Non v'è cosa che faccia tanto sta­bile e ferma una repubblica quanto l'ordinarla, in modo che l'alterazione degli umori che l'agitano abbia a sfogarsi se­condo l'ordine delle leggi” (DISCORSI). Il culto umanistico della pace che abroga conflitto e disordine è squarciato e so­pravanzato. Il nesso di identità e differenza è anche intreccio di movimento e stabilizzazione, per cui manca sempre un'inte­grazione totale e definitiva. Permane sempre una linea di fu­ga, un incompiuto punto di maturazione. Rimane un residuo. Resta un margine di ingovernabilità: un limite che si sottrae al governo della razionalità politica.

Siffatto limite e le corri­spondenti variazioni da ricondurre sotto la sovranità delle leggi svelano qui, in maniera ancora più tangibile, il problema del 'politico' in Machiavelli. Ma ancora: qui saltano in aria tutti i discorsi sull'"autonomia del politico" che, a proposi­to di Machiavelli, sono stati ricorrentemente fatti.

L'aver de­mistificato questo luogo canonico dell'ermeneutica machiavel­liana è merito, di non poco conto, di R. Esposito (4)). Qui, come ri­leva Esposito, al 'politico' sfugge la “oggettività della pro­pria determinazione storica”. È oggettivabile solo ciò su cui si scarica  la soggettività politica: l'altro. Ma qui fa problema il fatto che l'altro sfugge. Non si lascia reificare. Oltre un dato limite storico è assente e il 'politico' resta deprivato di uno dei suoi termini: è soggetto senza oggetto.

Qui la sua autonomia apparente. Che è limite fattuale, privatez­za. Senza oggetto, il soggetto non può espandersi. Ma, in quanto soggetto, è specificamente destrutturazione dell'oggetto. Questo il circolo vizioso. La politica soggiorna realisticamente sul limite, anche perché è proprio lì che si riscopre senza l'al­tro. Ed è a questo livello che la privatezza del soggetto ac­quisisce un carattere pubblico: le forme pubbliche del potere sono invariabilmente alla ricerca dell'altro sfuggito. L'arte di governare i conflitti è anche arte del non far fuggire l'altro, di serrarlo entro regole di movimento e stabilizzazio­ne di un ordine conflittuale.

La politica scopre qui, più di quanto ne fosse consapevole all'origine, la sua dipendenza dall'altro su cui vuole e deve stabilire il suo imperio. E si scopre come una forma scissa, forma di separazione eccelsa. Ma anche — e drammaticamente — come forma di scissione che non può separarsi dall'oggetto che manipola, pena il suo tracollo e la sua rovina. Nell'oggetto stesso (meglio: nei soggetti trasformati in oggetti reificati e governati) si celano le regole dell'oggettivazione dei conflitti e delle loro ragioni.

Esiste, sempre, un sovraccarico di conflittualità che va regolato e riassorbito. È anche l'oggetto della politica che forma le regole della produzione politica. Le regole dell'oggettivazione dei conflitti rendono relativa e apparente l'autonomia del 'politico'. Lo spazio dell'agibilità politica è compresenza e scarto tra (i) il soggetto con le sue arti e capacità di governo e (ii) l'oggetto con le sue regole fattuali riproduttive del conflitto. Esemplificando: si dà qui compresenza e scarto tra il soggetto che tende all'ordine e l'oggetto che tende al conflitto.

Ordine è governo dei conflitti. Conflitto è forma disordinata, frantumata e sparsa, eccedente rispetto all'ordine. Nelle relazioni forma/scissione, identità/differenza il secondo termine si ribalta costantemente sul primo. Da qui il dimidiamento machiavelliano tra le forme e la soggettività della politica: il Centauro o la doppia natura del potere (IL PRINCIPE). Qui il dimidiamento compare come scissione permanente delle forme del 'politico'. La scissione in permanenza di una soggettività politica mista coniuga ordine con potenza e forza con legge. Il "doppio" trova ospitalità nella figura mitico‑antropomorfica del Centauro: metà bestia, quando si tratta di far ricorso alla forza; metà uomo, quando si tratta di far uso della legge (5). Il carattere di permanenza ed emergenza del "doppio" afferma l'unità nel diverso e differenti in lotta in una nuova e più estensiva figurazione politica e sociale.

Con Machiavelli, il soggetto acquisisce utopicamente una duplice anima: ricerca e inveramento in sé anche della natura altra. Ciò lo affranca delle regole del divenire, il quale sul piano dell'analisi storica non cumula in sé le differenze: cioè, non assomma in sé la natura di uomo e di bestia. Lo spasmo della soggettività politica introduce la questione della durata del potere: dalla figura del "doppio" alla figura della "durabilità". Dice Machiavelli: “Il che non vuole dire altro, avere per precettare uno mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere l'una e l'altra natura; e l'una senza l'altra non è durabile” (IL PRINCIPE). Emerge un ulteriore nesso: durata/divenire. Sia nel senso che dura solo ciò che si affranca dal linearismo del divenire; sia in quello che la forma del potere e del durare schizza fuori dalle forme del divenire, per apportarvi la scissione, la natura altra.

Ecco che governo è anche durata: il durare delle forme politiche di contro alle forme della crisi. Il divenire viene sottratto ai suoi approdi critici di ingovernabilità. La natura scissa e durevole della governabilità assume sotto la sua sovranità la natura sintetico‑lineare dell'ingovernabilità. Nel modello epistemologico machiavelliano, la crisi appare co­me una grande sintesi negativa: viene alla luce non come rovescio dell'ordine, ma quale spazio/tempo bruciato senza riserve che, diversamente dalle forme scisse e dall'identità del 'poli­tico', non ammette un residuo. L'urgenza non è rappresentata dal governare la crisi; bensì spezzarne il ritmo e allontanarla in positivo, esaltando la produttività dei conflitti e la loro regolazione ordinata. Crisi del 'politico' e crisi di governabilità non sono altro che il sintomo della scissione dei nessi appena individuati.

In un altro luogo cruciale Machiavelli sta più avanti ed è più moderno e progressista di molto realismo assolutistico del Seicento: quello del rapporto tra libertà e tirannide; diversa­mente dalle teorie assolutistiche, in Machiavelli, il tema della potenza non rimanda a ordine, sicurezza, obbedienza, bensì a quello della libertà (6). Lo schema machiavelliano ha qui come varia­bili costitutive:

a) la rottura del modulo libertà contro tirannide;

b) l'interruzione del linearismo che conduce dalla li­bertà‑partecipazione alla libertà‑autonomia;

c) l'intromissione della libertà‑potenza entro la linearità spezzata;

d) la formulazione di una nuova progressione: libertà­-partecipazione/libertà‑potenza.

Riflettiamo meglio. Dallo schema appena esemplificato, e­merge con chiarezza la necessità possibile di coniugare strettamente il tema della libertà con i temi della partecipazio­ne, dell'autonomia e della potenza. Le dicotomie del pensiero antico e dell'umanesimo crollano. Il concetto negativo di ti­rannide è ricondotto a quello positivo di Stato; l'autorità è ricondotta alla sovranità; la sovranità, alla giustizia. La tria­de autorità/sovranità/giustizia rimanda alla libertà, a una so­cietà ordinata in libertà. Nel "Leviatano" lo stesso Hobbes attribuisce identico significato a tirannia e sovranità (ESAME CRITICO E CONCLUSIONI).

L'intera trama del 'politico' in Machiavelli è, così, rinve­nibile perfettamente nelle sue nervature essenziali:

a) lo Stato può ricondursi a unità; ma lo può solo nel conflitto;

b) può riprodursi e resistere; ma solo nel mutamento;

c) può tendere al rinnovamento; ma solo regredendo al principio;

d) può ritrovare al principio la potenza; ma solo decli­nandola come libertà (7).

Entro questa trama, la politica incorpora la tirannide e il soggetto si annette l'oggetto. L'approccio soggettivo lascia impregiudicata nel laboratorio machiavelliano la possibilità della scelta tra forme politiche (costituzionali, si direbbe oggi) diverse. Permane sempre la possibilità della politica esperita in positivo. Quella di Machiavelli è un'epistemologia soggettiva senza oggetto. Qui il suo limite e il suo residuo. Qui, insieme, la sua forza e debolezza, il suo fascino e la sua tremenda modernità. Ma anche la sua irrimediabile improponibi­lità.

Note

(1) Per la lettura di Machiavelli, assumiamo come principale punto di riferimento lo scavo critico proposto da R. Esposito nei saggi raccolti in Ordine e conflitto, Napoli, Liguori, 1984; un libro antico, ma ancora vitale. Nel dipanarsi dell’analisi, tuttavia, emergeranno rilevanti  punti di discordanza a confronto della rilettura proposta da Esposito.

(2) R. Esposito, op. cit., p. 31.

(3) Ibidem, p. 31.

(4) Ibidem, pp. 32-33.

(5) R. Esposito ha particolarmente insistito sulla figura del "doppio" in Machiavelli, nel saggio Forma e scissione in Machiavelli, "Il Centauro", n. 1, 1981, pp. 3-25, raccolto con titolo mutato ("La figura del 'doppio' nell'immagine machiavelliana del Centauro"), in Ordine e conflitto, da cui si sta  citando.

(6) Ibidem, p. 41.

(7) Ibidem, pp. 29-30, 31-33, 36-37, 42.


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