LA LUNGA DURATA
di Antonio Chiocchi

1. Anni '70 e lunga durata - 2. Stato, mercato e movimenti - 3. I femminismi di passaggio - 4. Identità, soggetto e movimenti

1. Anni '70 e lunga durata

Proviamo a dare un’occhiata agli anni ’70, secondo una visione della storia calibrata sulla lunga durata, combinando l’approccio storiografico di F. Braudel con il paradigma dell’economia mondo, nella versione fornita da I. Wallerstein. Quello che specificamente ci preme tematizzare, da questo angolo prospettico, è la crisi degli anni ’70.

Come è noto, la “ricostruzione” post-bellica in tutto l’Occidente capitalistico si basa su un principio cardine: insediare un comune progetto di sviluppo economico basato sull’espansione illimitata del mercato. Costituisce, questo, l’architrave su cui il “blocco capitalistico” costruisce la sua propria forza, in contrapposizione al “blocco socialista”.

In questione sono problematiche storiche sin troppo dibattute, per essere qui discusse. Qui intendiamo solo sottolineare che la stabilizzazione economica agisce come precondizione per la creazione del mercato internazionale che, a sua volta, funge da prerequisito per il contenimento e la neutralizzazione dell’espansionismo (economico e politico) del sistema imperiale sovietico.

Il modello di sviluppo lanciato nel secondo dopoguerra salta in aria verso la metà degli anni ’60, a fronte dell’incubarsi della crisi energetica e del montare della contestazione sociale. E anche questa è storia sin troppo nota. La crisi è sancita nel ferragosto del 1971, allorché Nixon dichiara l’inconvertibilità del dollaro. Possiamo datare a questo evento il crollo del sistema eretto nel 1944 a Bretton Woods (New Hampshire, Usa).

Comincia qui la storia della rilevanza assoluta del ruolo svolto dalle banche centrali, le quali contrattano e impongono politiche economiche di puro stampo monetarista e mercatistico alle autorità di governo. La crisi petrolifera del 1973 fa precipitare la situazione e provoca una situazione di inflazione permanente che si rovescia immediatamente in un regime di disoccupazione di massa.

La crisi degli anni ’70, da questo punto di vista, costituisce la camera di incubazione della deregulation thatcheriana e reaganiana degli anni ’80, secondo cui il mercato si erge quale forza regolativa dell’economia e della politica, senza alcuna barriera ed alcun contrappeso. Può essere opportuno soffermarsi sugli anni ‘70, proprio per sottoporre a verifica due principi cardine dell’approccio di Wallerstein: la non linearità del divenire storico e la complessità dei sistemi storici; concetti, non a caso, desunti dalle ricerche sui sistemi viventi di Y. Prigogine.

Anni turbolenti come i ’70 fungono da condizione della stabilizzazione degli anni ’80 e dei ’90. L’analisi storica comparata di stampo braudeliano si arricchisce qui di determinanti nuove: Wallerstein innesta nella “lunga durata” braudeliana l’irregolarità dello spazio economico e la pendolarità dei tempi politici. Storia come sistema vivente e analisi storica come esercizio della critica non solo recuperano, in Wallerstein, il concetto di “strutture dissipative” (Prigogine), ma costituiscono le coordinate che ci consentono di montare e decostruire tutti i passaggi da una forma economica all’altra, scoprendo una forma economica nell’altra, nel loro reciproco collidere e modellarsi. Le strutture storiche dissipative sono anche strutture per nuovi assemblaggi storici.

La tesi che emerge dal tipo di ricostruzione che stiamo proponendo è la seguente: la crisi degli anni ’70 funge da punto di passaggio per l’assetto di un nuovo sistema mondo. Che, per Wallerstein (e per noi), non coincide con il sistema globalizzazione, così come proposto dai paradigmi socio-politici vigenti. Nel sistema mondo in formazione l’economia informale accerchia l’economia formale ed il potere legale strangola il potere legittimo. Un sistema che, proprio per questo e diversamente da quanto argomentato da Wallerstein, non appare la forma svelata della crisi terminale del capitalismo.

La tesi avanzata è, ovviamente, tutta da verificare e sviluppare nei suoi elementi portanti. Quello che, per intanto, ci sembra importante affermare è che soltanto da uno sguardo diverso sul passato si può proiettare uno sguardo differente sul presente; e viceversa.

2. Stato, mercato e movimenti

La lunga durata può essere considerata sotto una molteplicità di aspetti, non soltanto con riferimento alle metamorfosi e transizioni delle strutture economiche, sociali e politiche. È interessante esaminare, entro tale quadro, il mutamento di relazioni intervenuto tra Stato e movimenti negli anni ‘70: da una parte, lo Stato fordista in via di deperimento; dall’altra, i nuovi movimenti sociali in via di affermazione.

Gli anni ’70 sono da considerarsi, da questa angolazione di osservazione, come il canto del cigno del modello fordista, nelle sue implicazioni ed applicazioni sia economiche che politiche. Il fordismo esprime l’onda lunga dell’espansione secolare del capitalismo, a cui fa riscontro la regolazione keynesiana delle politiche di controllo sociale imputate allo Stato.

La regolazione del controllo, nello Stato fordista, assume le sembianze della socializzazione allargata: dalla massificazione della produzione alla crescita dei salari nominali e relativi, dalla protezione sociale alle politiche di welfare fino alla costruzione del consenso attraverso l’integrazione nella “società affluente”.

Socializzazione allargata significa anche ampliamento ed elefantiasi degli apparati burocratici di decisione e controllo, i quali intervengono in maniera capillare nelle strutture nevralgiche della riproduzione della vita sociale. Le politiche di welfare fordiste costruiscono un modello avanzato di statalizzazione della società.

La contestazione degli anni ’60 e, più ancora, dei ’70 mette radicalmente in questione proprio tale modello di regolazione statuale della società e dei comportamenti collettivi. Il quale modello, peraltro, era già entrato in crisi nei suoi meccanismi interni, per lo stallo entropico in cui precipitano i decisori e per l’insostenibilità sociale, economica e politica dei piani istituzionali di controllo e regolazione.

La stabilizzazione economica garantita dall’espansione del mercato e dalla socializzazione delle politiche di regolazione mostra la corda. Si affermano dinamiche sociali, economiche e politiche fuori controllo che, al momento, sembrano spingere verso la deflagrazione dell’ordine dato e che, invece, costruiscono il punto di transito verso nuove strutturazioni economiche e politiche. Da questo punto di vista, è sicuramente vero che i nuovi movimenti sociali, per le istituzioni e le organizzazioni del controllo, costituiscono un fattore e un’occasione di grande trasformazione.

Si infrange qui il modello fordista di relazione tra Stato e mercato, entro il quale ognuno dei due termini gode di una autonomia relativa verso l’altro. I movimenti costituiscono qui il “termine terzo”, riassorbito dall’oscillazione pendolare e organica che si va istituendo e perfezionando tra Stato e mercato. La crisi dello Stato e della statalizzazione della società libera il mercato dall’ipoteca statuale: nasce qui il progetto di mercatizzazione della società, avallato con successo dalle politiche di deregulation degli anni ’80, definitivamente esplose con la globalizzazione neoliberista.

Il passaggio appena indicato predispone anche delle risposte positive alla contestazione sociale, trasferendo il campo del conflitto politico e dell’organizzazione del consenso dal terreno dell’appropriazione a quello del consumo, finalizzando la mobilitazione delle risorse alla costruzione di identità caratterizzate dal consumismo individualistico di massa. È su questo terreno che, sul finire degli anni ’70, saranno sconfitti i nuovi movimenti sociali; in Italia più che altrove. I valori post materialisti dei nuovi movimenti sociali saranno smangiati e consumati dai nuovi dispositivi di potere economico, politico e sociale: il mercato li erode progressivamente, trasformandoli in fattori di crescita economica e, insieme, di espansione del controllo alle sfere del privato fino alla vita interiore dei singoli. È qui prefigurato il modello di economicizzazione e fungibilità dei desideri, più tardi allestito dalla globalizzazione neoliberista. Anche secondo questo ordine di problematiche, la crisi degli anni ’70 si pone come il punto di passaggio di una successiva e grande trasformazione.

3. I femminismi di passaggio

Giova identificare, seppure sommariamente, i punti nevralgici intorno cui i femminismi degli anni ’70 hanno, con forza, sottolineato l’esigenza della costruzione collettiva e, insieme, polifonica di una sfera pubblica affrancata dai codici normativi del potere.

Partiamo da un presupposto cardine: l’ascolto e il non-ascolto dell’Altro discendono in linea diretta dai modelli di identità e soggettività posti alla base della rappresentazione e interpretazione della realtà. I movimenti femministi più maturi degli anni ’70, all’interno dei quali “militanza” e “produzione teorica” rimangono strettamente avvinte, decostruiscono in chiave critica la razionalità e l’universalità del soggetto sessuato al maschile. Si sottraggono, con ciò, al doppio mulinello inclusione/esclusione previsto e posto dai codici del potere. Essi non intendono imporre la loro parola, ma semplicemente prendere parola, per la declinazione di linguaggi nuovi.

La violazione dell’universo normativo dato non è qui finalizzata alla sovradeterminazione di un orizzonte normativo antagonista. Contro il soggetto uomo non viene eretto il soggetto donna, perché la presa di parola non è interna a strategie di potere. La decostruzione del soggetto vale come decostruzione del potere.

È grazie a questa genealogia originaria che, successivamente, i femminismi degli anni ’80 e ’90 si accingono a decostruire la medesima soggettività femminile, in particolare per merito dei contributi di Teresa De Lauretis, Rosi Braidotti e Judith Butler. Come non esiste il soggetto maschile, così non esiste il soggetto femminile. La questione della soggettività si gioca sempre su molteplici e non uniformi piani interni ed esterni. Siamo qui alle linee di transizione che vanno dalla contestazione della sovranità maschile (Simone De Beauvoir) alla contestazione della stessa sovranità femminile che smuove — e non di poco — le stesse acque in cui il femminismo aveva fino ad allora nuotato.

La crisi degli anni ’70 si rivela, dunque, essere anche un importante ponte di passaggio per la ridefinizione delle teorie e pratiche femministe. I femminismi di passaggio degli anni ’70, anzi, costituiscono alcune delle presenze più vitali del decennio: il materiale resistente migliore, in un certo senso. Sia perché quella crisi hanno concorso a determinarla; sia perché in quella crisi non finiscono intrappolati.

I femminismi di passaggio hanno delineato l’orizzonte della differenza come orizzonte dell’oltrepassamento, avvertendo la crisi storica, sociale culturale e politica degli anni ’70 anche come crisi irredimibile della razionalità cartesiana e della metafisica occidentale. L’orizzonte da loro proposto è desituato rispetto a questa crisi e, nel contempo, inizia a situare le realtà microcosmiche dell’altrove nel tempo-ora. Un altrove e un tempo-ora microcosmici entro cui la guerra dei soggetti non trova più posto e alla guerra dei mondi subentra il movimento dei mondi. Le trame del conflitto si allargano e, nel contempo, diventano più essenziali e mirate. Gli esiti si fanno ancora più impredicibili e problematici.

Il passaggio al movimento dei mondi non segna semplicemente il ritorno dell’Altro, la cui assenza dal tempo storico, simbolico e relazionale già esperito non potrà mai più essere colmata. Piuttosto, veicola l’irruzione dell’Altro, in tutte le sue forme di espressione e relazione. Ciò costituisce una delle basi fondanti dell’esperienza di un altro tempo storico, simbolico e relazionale. I femminismi di passaggio transitano verso questa dimensione altra del tempo e, da qui, ci restituiscono alcune delle impronte più preziose degli anni ’70.

5. Identità, soggetto e movimenti

È sul terreno della costruzione/decostruzione delle identità che, forse, si misura appieno il portato della lunga durata degli anni ’70. Intorno a questo nucleo la crisi dei ’70 è positivamente rilevabile come coniugazione di nuove costellazioni culturali, simboliche e politiche, entro cui la critica del soggetto si intreccia indissolubilmente con la critica del potere.

Dobbiamo alle pionieristiche analisi degli anni ’70 e ’80 del compianto Alberto Melucci il disegno di una più evoluta cartografia concettuale, grazie alla quale i nuovi movimenti sociali sono rilevati e posti al di là del terreno dell’identità. Col che essi sono compiutamente individuati come critica del soggetto e oltrepassamento della sua crisi.

Proseguendo quel tipo di indagine dall’angolo e con gli occhi del presente, possiamo spingerci ancora più avanti e cogliere meglio la qualità delle transizioni innescate e passate attraverso gli anni ’70.

I nuovi movimenti sociali dei secondi anni ’70 mettono definitivamente in crisi l’identità quale centro di imputazione di confini entro cui invariabilmente si affermano logiche di denominazione e riconoscimento declinate in termini di dominazione. I confini del soggetto e dell’identità segnano i limiti invalicabili tracciati dal potere all’azione individuale e collettiva. Per questo, l’identità soggettiva è l’altra faccia del potere. Ciò avviene anche quando essa viene rielaborata e metabolizzata secondo una razionalità gruppuscolare, perché è il gruppo che ora si fa soggetto del e per il potere.

La crisi dei gruppi extraparlamentari degli anni ’60 e delle organizzazioni rivoluzionarie dei ’70 ha questo sostrato profondo che i movimenti sociali della diversità e della differenza degli anni ’70 denudano impietosamente. Si è trattato di un sovvertimento caotico, non esente da contraddizioni anche gravi, di cui la principale è l’irrisolto rapporto con la violenza come linguaggio e come prassi, nel cui imbuto finiscono i filoni estremi e, insieme, residuali dei movimenti del ’77.

Quello che è interessante qui rilevare, al di là dei limiti cui si è appena fatto cenno, è che i movimenti della diversità e delle differenze lacerano la trama compatta dell’identità, in quanto non si riconoscono nella sua stabilità temporale e nella sua continuità spaziale. I confini dell’identità sono infranti: “movimenti oltre l’identità”, già diceva Melucci.

L’identità, provando a spingere più avanti il punto di osservazione di Melucci, vale come un confinamento del senso e dei significati, al di fuori delle cui orbite tutto è ritenuto insensato e insignificante. Le linee di confine demarcano il perimetro di comando entro cui vige la sovranità assoluta dell’identità.

I nuovi movimenti sociali degli anni ’70 travolgono gli argini dell’identità. Il conflitto di cui sono stati portatori aggancia i mondi vitali, la disseminazione e la ricombinazione critica delle nuove figure sociali emergenti, ancorandosi al caleidoscopio in perenne mutazione del loro profilo di senso. Essi infrangono il confinamento perimetrato dall’universalismo sovrano, così segnando lo sconfinamento irrevocabile dall’ordine del discorso dell’identità. E questo vale soprattutto per i femminismi di passaggio degli anni ’70.

Scendendo ancora più nel particolare, possiamo dire che, in un qualche modo, i nuovi movimenti sociali degli anni ’70 abbiano demistificato i processi di autodeterminazione del soggetto, mostrandoli nella loro falsità: non di autodeterminazione si trattava, bensì di “volontà di potenza” e “desiderio di potere”. Con il primato del soggetto crolla la sovranità dell’identità, risultando finalmente lacerata e compromessa la trama disegnata dai tentacolari dispositivi del potere.

I nuovi movimenti degli anni ’70 mostrano storicamente ed empiricamente che il soggetto e l’identità sono costrutti linguistici asserviti a strategie di controllo e di potere. Da questo punto di vista, essi vanno al di là della critica lacaniana al soggetto, in quanto prolungano la critica della struttura linguistica del soggetto in critica della struttura politica del potere. Ed è soprattutto su questo ultimo fronte che esercitano la sperimentazione, sovente irrisolta, di nuove modalità di azione, interazione e comunicazione.

(ottobre-novembre 2006)


[ Torna al Sommario ]