LAVORO, DIRITTI E PRODUZIONE SOCIALE

0. Premessa

Sin dalle società antiche e in tutte le formazioni sociali, le forme e le culture del lavoro hanno avuto una portata invischiante per le forme e le culture della produzione; e viceversa. La ricombinazione continua del mosaico che si è, mano a mano, venuto disegnando e modificando ha, a sua volta, determinato e trasformato modi, strumenti e finalità dei processi di valorizzazione e distribuzione della ricchezza. Inoltre, lavoro, cultura e produzione, riconnettendosi senza posa, hanno inciso profondamente sull’intarsio dei rapporti sociali e delle stesse relazioni politiche, concorrendo a differenziarne e specializzarne le geografie temporali e le topografie spaziali. Le relazioni tra Stati e i rapporti tra Stato e cittadini hanno finito con l’essere continuamente investiti da questo flusso trasformativo. È, così, accaduto che nelle medesime unità di tempo e di spazio hanno potuto convivere, amalgamarsi o collidere forme di società e di Stato in conflitto, se non in antagonismo. Possiamo, perciò, dire che ogni forma di lavoro è sempre lavoro sociale; così come ogni forma di produzione è sempre produzione sociale e ogni forma di cultura e politica sono sempre cultura e politica sociali. Nel corso della breve, media e lunga durata, il carattere sociale della cultura, della politica, del lavoro e della produzione muta e qualche volta rovescia il suo segno, significato e senso; ma, sin dalle società primitive, accompagna la storia dell’umanità [1].

Occorre riconoscere senza indugio che produzione è sempre anche generazione di discorsi organizzati e cultura e politica sono sempre anche progettazione sociale di fatti produttivi e materiali. Discorsi e fatti che qualche volta anticipano il decisore politico ed economico e qualche altra lo seguono docilmente. Comunque, i decisori sono sollecitati ad adeguare e riadeguare le proprie scelte di governo che variano a seconda degli orizzonti assunti come riferimento e a seconda del susseguirsi e variare della contingenza storica. Non è qui questione di desumere dalla fisiognomica o dall’economia della forma di società i valori fondanti, i processi profondi e le variabili delle metamorfosi sociali, culturali e politiche. All’opposto, è decisivo puntare lo sguardo e l’osservazione sulla genesi e trasformazione dei rapporti culturali, politici, produttivi e sociali, per esaminare la reciprocità e la coerenza delle loro coesioni e differenziazioni. Le forme desiderate o desiderabili di società e civiltà sono immaginate e organizzate in questo caleidoscopio, dal quale è possibile estrapolare anche la sismografia dei sogni, dei bisogni e delle passioni che spingono a far colludere e collidere le espressioni della vita umano-sociale. Nella composizione di questa trama, è inevitabile che i conflitti che si sviluppano intorno al lavoro, alla cultura, alla politica e alla produzione sociale finiscano con intrecciarsi con le lotte che intendono sottrarre la società alla cappa di piombo del controllo: in breve, con le mobilitazioni per i diritti e la libertà, di cui costituiscono una componente significativa. Delle trasformazioni intervenute in questo complesso mosaico, dal secondo dopoguerra al primo decennio del XXI secolo, intendiamo dare sinteticamente ragione nei prossimi paragrafi.

1. I processi

Come è ben noto, a partire dalla rivoluzione taylorista, la metamorfosi dell’organizzazione del lavoro si incardina sulla ottimizzazione della formula della produttività, attraverso l’intensificazione del saggio di sfruttamento del tempo: a minor tempo di lavoro ha fatto progressivamente riscontro una quantità maggiore di prodotti.

La tendenza generalizzata alla riduzione del tempo di lavoro per unità di prodotto, diversamente da quanto diagnosticato da molti autori, non ha condotto alla fuga dalla società del lavoro [2]. All’opposto, già negli anni Ottanta, i volumi del tempo di lavoro si sono gonfiati in maniera rilevante, attraverso l’impiego indiscriminato del lavoro straordinario, del lavoro notturno, dei turni, del lavoro informale e del lavoro sommerso, nelle economie avanzate come in quelle arretrate [3]. Risulta, comunque, vero che conoscenza, scienza e saperi - e non il lavoro - siano l’immediata forza produttiva di valore e di ricchezza. Tuttavia, la dilatazione della giornata lavorativa, attraverso l’intreccio complesso e la messa in cooperazione funzionale di tutte le forme di lavoro, non è una risultanza della globalizzazione; piuttosto, ne è una delle concause strutturali. Difatti, la tendenza ha interessato le economie europee all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso ed è esplosa nei successivi anni Ottanta. A quel periodo vanno fatti risalire gli incrementi dei volumi dell’orario lavorato, nonostante la negoziazione sindacale tendesse a ridurre l’orario contrattato. Non diverso il caso degli Usa, dove la tendenza si è manifestata con qualche anno di ritardo, ma si è prolungata fino agli inizi degli anni Novanta.

A fronte della potenziale estensione del tempo libero disponibile, resa possibile dagli aumenti di produttività, abbiamo dovuto, invece, registrare la dilatazione del tempo di lavoro, in tutte le sue forme legali e illegali, formali e informali. Paradossalmente, ma non troppo, allorché poteva aumentare il tempo libero disponibile, si è, all’opposto, gonfiato il volume del tempo di lavoro. L’allargarsi del divario tra tempo di lavoro e tempo disponibile possibile, a tutto danno del secondo termine della relazione, costituisce una delle basi della generazione di forme di lavoro asservito e di lavoro senza diritti. Fenomeno, questo, che costituisce il cuore vero della crisi del rapporto di lavoro dipendente e del contratto fondato sul lavoro subordinato che si manifesta su scala allargata, dalla seconda metà degli anni Novanta del XX secolo, in tutte le economie sviluppate [4].

Uno dei tratti peculiari assunti dai sistemi produttivi avanzati è il fenomeno generalizzato che vede il tempo di lavoro fatto segno di un consumo di natura sia intensiva che estensiva. La liberazione di tempo disponibile, resa possibile dai processi di informatizzazione del ciclo lavorativo, in altri termini, viene riempita da ... altro tempo di lavoro. Più il lavoro libera tempo e più il tempo viene occupato dal lavoro: ecco il cortocircuito innescato dai processi appena descritti.

Il decalare della presenza contenutistica del lavoro nel prodotto comporta la crisi delle sue funzioni valorizzanti che, a sua volta, traccia la linea del tramonto del modello di sviluppo taylorista e fordista. Nel varco di questa linea di tramonto si insedia l’alba postfordista. Il fordismo è stato l’intreccio di scientific management taylorista e riorganizzazione del modo del produrre, all’insegna della automazione e massificazione della produzione. In questo senso, è risultato essere anche un modello di regolazione sociale e di triangolazione del conflitto sociale intorno alle figure forti dello Stato, dell’impresa e del lavoro.

È indubbio che, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, questo modello sia entrato irreversibilmente in crisi e che si sia andato incubando un nuovo paradigma della produzione: il postfordismo. Del modello fordista, è stata superata l’antinomia tra la supposta razionalità del piano di impresa e la presunta anarchia del mercato, con l’affermazione di un modo del produrre per processi, capace di adattare le sue tensioni interne agli stimoli esterni. Il rapporto tra lavoro e tecnologie dell’informazione e della comunicazione apre nuove opportunità di connessione tra organizzazione e tecnica, in virtù delle quali è possibile far fronte alla selettività della domanda del mercato, a cui l’offerta produttiva si va conformando in tempo reale.

Se nel modello fordista la logica del prodotto indifferenziato condiziona e plasma la domanda di massa del mercato, nel nuovo paradigma postfordista la produzione è messa in flusso e trascinata dal mercato. Il fascino affabulatorio e performativo esercitato dal modello giapponese, negli ultimi due decenni del Novecento, nasce esattamente da qui [5]. Nel modello fordista, reperiamo una concezione chiusa della flessibilità; nella scala dei valori del postfordismo, invece, la complessità ha la precedenza assoluta sulla flessibilità che, per di più, è concepita in maniera aperta.

Il mutamento significativo risiede propriamente in questo: “produzione snella”, just in time  ecc. comportano la transizione flessibile da una produzione micro all’altra, secondo le scale definite dalle istanze di consumo individualistico che concorrono alla formazione delle domande di mercato. Il superamento dell’antinomia tra produzione e mercato si accompagna qui al superamento della frattura tra produzione e consumo. Razionalità del piano produttivo e razionalità del piano dei consumi si intersecano e codeterminano. Col risultato che la compressione del tempo non agisce soltanto a livello di produzione (riduzione del tempo di lavoro per unità di prodotto); ma anche a livello di fruizione del prodotto, determinando l’istantaneità del consumo e la volatilità e sostituibilità del bisogno che ne è la base di alimentazione. Non è più il lavoro ad essere il contrassegno rivelatore e regolatore del contenuto dell’agire umano; ma è l’opera, non già l’attività, che sedimenta il prodotto [6]. Il tempo lavorato, di per sé, non riesce più a fungere quale agente di designazione e connotazione di valore. Come il tempo di lavoro non è più misura del valore, così l’attività non è più il nucleo primario dell’agire umano e della mediazione sociale. L’attività si colloca ad una scala evolutiva più semplice e, insieme, senescente: è ora lavoro senza contenuto di valore.

Per trovare ora i contenuti del lavoro dobbiamo spostarci alla scala superiore dell’opera: cioè, al livello dell’interpenetrazione tra le macchine di sapere che costituiscono il modo del produrre ed il repertorio cognitivo depositato nel capitale umano applicato alla produzione. L’opera eccede l’attività lavorativa classica proprio perché è ricomposizione sistemica tra il sapere incorporato nel modo di produzione ed il patrimonio cognitivo non tanto e non solo del singolo lavoratore, ma della specie.

Nell’opera, il tempo di lavoro non si trova più separato dal tempo di vita, così come la conoscenza non è più separata dal lavoro. Appropriazione dell’opera vale ora come appropriazione della socialità ed esistenzialità della vita umana. Trovato ostruito il varco per il passaggio al tempo libero disponibile, la socialità intera della vita umana è incanalata verso le condotte della dimensione produttiva e riproduttiva. Mai come oggi, il fattore umano è al centro dei processi di valorizzazione [7]. I mondi della vita compressi dal fordismo, resuscitano e vengono riassorbiti dal postfordismo.

La centralità del fattore umano funge da base per la proliferazione di forme di lavoro personalizzate e intimizzate. Il lavoro diventa ora esperienza individualizzata, sottratta agli standard di garanzie formali, contrattualistiche ed universalistiche. Il tempo unilineare, quale misuratore della giornata lavorativa standard, deflagra per linee interne. Esistono ora i tempi di lavoro, in corrispondenza delle traiettorie multilineari disegnate dai sistemi flessibili di adattamento dell’offerta produttiva alla variabilità della domanda di mercato.

La raggiera della flessibilità, così tracciata, si trova invariabilmente a soggiacere alle pressioni del mercato, il quale sospinge la vita personale verso l’impersonalità del consumo. Questa modalità di flessibilità nasce proprio dalla circostanza che la rottura del tempo unitario si pone in una relazione di incompatibilità con un progetto di vita, poiché mancante è la possibilità della scelta libera e soggettiva. Nel postfordismo, la flessibilità da chance di libertà si converte in amputazione delle opportunità di vita. La libertà vive nelle forme svilite dell’individualismo consumistico di massa che veicola la deprivazione delle vite personali e la negazione dei beni comuni. La povertà della vita intima e personale è soltanto l’altra faccia della povertà dello spazio pubblico, le cui sfere sono evacuate di criticità,  creatività e solidarietà.

I tormenti del lavoro diventano tanto più acuti, quanto più la socialità ed esistenzialità della vita sono poste in sofferenza. Il senso della possibilità della libertà viene disseccato. Il concetto stesso di possibilità si fa aleatorio, privo di qualunque presa materiale. Un discorso ed una pratica di libertà dei tempi di lavoro e dei tempi di vita non possono eludere questi nodi di natura storica, culturale ed esistenziale.

2. Le forme

Dipartono dai processi innanzi descritti la razionalizzazione e la riorganizzazione delle forme del lavoro. Innanzitutto, il processo lavorativo non è più verticalizzato: cioè, scomposto rigidamente tra i momenti della progettazione, esecuzione e controllo. Tantomeno, il lavoro è parcellizzato secondo le singole fasi di produzione, con la conseguente determinazione della motivazione al lavoro e della struttura del compenso del lavoro secondo stimoli e risposte di tipo fondamentalmente   economico. La divisione scientifica del lavoro di marca tayloristica e la successiva rivoluzione fordista della produzione di massa finalizzano la maggiore produttività alla maggiore produzione, attraverso un costante e lineare aumento della produttività sempre più impraticabile, prima ancora che inesigibile.

La divisione e la specializzazione funzionale del processo lavorativo mettono invariabilmente capo ad un processo di gerarchizzazione delle strutture e delle relative decisioni, con l’irrigidimento dei flussi di comunicazione ed informazione interni ed esterni all’impresa. I mezzi dell’informazione e della comunicazione hanno dilatato la portata del rapporto tra lavoro e tecnologia ed accelerato le scale temporali degli effetti del mutamento tecnologico, mettendo in discussione le logiche unilineari e separatiste della razionalità taylorista e fordista. L’integrazione dei mercati e la mondializzazione della produzione hanno fatto il resto, gettando l’imprenditore classico (e, in un certo modo, protetto) nella turbolenza della competizione globale, entro il cui ambito si è spezzato il flusso comunicativo tra razionalità d’impresa, razionalità statuale e negoziazione sindacale. Il lavoro soffre e perde colpi tanto a lato delle dinamiche della razionalità di impresa quanto di fronte al decisore statuale e nelle sedi contrattuali.

La perdita di significato del lavoro vivo si accompagna alla caduta del peso di negoziazione e contrattazione del lavoro dipendente. Si delinea una cornice storica di tipo nuovo, così esemplificabile:

  1. sul piano dell’accumulazione capitalistica: al lavoro viene attribuito meno valore e, dunque, si tende a farlo costare meno;
  2. sul piano della formazione e distribuzione dei poteri e delle risorse: il lavoro dipendente è ininterrottamente messo ai margini;
  3. sul piano della strutturazione della mappa dei diritti: il lavoro dipendente non si trova più al centro dei dispositivi di tutela e garanzia; ciò anche per la decisiva circostanza che il salario reale è in caduta libera, compresso da indicizzazioni deficitarie, eroso dai meccanismi inflattivi e taglieggiato da sistemi di tassazione in crescita esponenziale;
  4. sul piano del mercato del lavoro: il lavoro dipendente vede dilatarsi esponenzialmente le sue articolazioni precarie, marginali e informali.

È, del resto, inevitabile che la mutazione dei sistemi di produzione e lavorazione si accompagni alla riformulazione dei sistemi di tutela e di sicurezza del lavoro ed alla ridefinizione dei modelli della rappresentanza sindacale. La nuova razionalità produttiva si regge sul postulato che le garanzie giuslavoriste siano causa di inefficienza e diseconomicità e, per questo, sono ritenute illegittime e, quindi, ingiuste. Ma concepire i diritti come costo oneroso è la porta di ingresso alla discriminazione ed alla disuguaglianza: se tutto è ridotto alla scala delle compatibilità economiche, diventa ineluttabile che alla minimizzazione dei costi (del lavoro) corrisponda la minimizzazione dei diritti (dei lavoratori).

Si spiegano, così, la crisi del lavoro subordinato e la proliferazione di forme contrattuali precarie, autonome o semiautonome. Il contratto di lavoro subordinato è cinto d’assedio e scardinato con una doppia azione che muove dall’esterno e si sprigiona dall’interno. Il rapporto di lavoro tende a farsi sempre più instabile e insicuro: è letteralmente destabilizzato. Non è più la sede di un compromesso produttivo e occupazionale; bensì la base di un obbligo: quello all’obbedienza.

Se si riflette sugli interventi di riscrittura della legislazione del lavoro, dispiegatisi in tutte le aree avanzate dello sviluppo, non si può fare a meno di osservare come essi abbiano provocato una torsione dei principi giuridici intorno cui era andato edificandosi il diritto del lavoro. L’impegno profuso dai decisori politici, per fornire una risposta positiva alle esigenze di flessibilità dichiarate dal sistema delle imprese, ha comportato l’ampliamento degli strumenti giuridici, apertamente finalizzato all’alterazione delle tecniche regolative, attraverso cui trovavano impiego i lavoratori nella sfera produttiva. Nei vecchi modelli, pur in presenza di approcci sistemici e ordinamenti diversi, la subordinazione compariva come la giustificazione delle tutele del lavoro; nei nuovi, essa si polverizza, dando vita a catene concentriche di figure instabili.

La crisi sistematica della subordinazione ha complessi processi di incubazione materiale e giurisdizionale alle spalle. E tuttavia, la subordinazione non viene meno geneticamente; più esattamente, della subordinazione vengono riscritte le tavole normative. Efficacemente, Marcello Pedrazzoli ha parlato di passaggio dalla subordinazione alle subordinazioni [8]. La fuga dal contratto tipico, diversamente da quanto si potrebbe supporre a tutta prima, non sostanzia una totale caduta di vigenza della subordinazione; piuttosto, ne riscrive il codice, conservandone inalterata la causale. E la causale è quella del comando sul lavoro vivo che prima fluiva per linee interne al patto tra soggetto forte (datore di lavoro) e soggetto debole (lavoratore) e ora, invece, è regolata coattivamente per linee esterne, attraverso la giuridificazione della coppia flessibilità/obbedienza.

È l’uso temporale della forza lavoro a diventare flessibile, secondo la razionalità di adattamento richiesta dal sistema economico. La costituzione materiale dell’impresa chiede non solo di modificare la costituzione materiale, ma anche quella formale del lavoro. Secondo la pura logica della flessibilità, i lavoratori, diventati vulnerabili sul mercato, debbono diventare più deboli nel rapporto. La precarizzazione di ruoli e profili lavorativi e l’instabilità delle figure professionali costituiscono l’altra faccia del tentativo autoritativo di lealizzare la forza lavoro all’impresa, tanto nei comportamenti produttivi quanto nelle opzioni sindacali. Le nuove forme del contratto di lavoro perdono il carattere della reciprocità, in virtù di cui gravano su entrambe le parti degli obblighi inaggirabili; assumono, invece, quello dell’unilateralità, in base a cui l’obiettivo di impresa diventa la variabile indipendente del rapporto.

Nascono, così, nuove forme di mercificazione del lavoro, vulnerato nella sfera dei diritti e delle libertà ed abbassato a periferico fattore di produzione. Lo sfaldamento dei presupposti di stabilità formale del contratto e dei rapporti tipici incardinati sul lavoro subordinato si porta dietro la corrosione dei diritti individuali (declino della posizione e della persona dei lavoratori) e dei diritti collettivi (crisi della presenza sindacale nei luoghi di lavoro e nella società). Da qui l’impossibilità del salario a fungere quale efficace volano di redistribuzione della ricchezza sociale prodotta.

Le nuove forme di contratto tendono, con tutta evidenza, a dare risalto alla collaborazione del lavoratore, in funzione del risultato di impresa; senza, sull’altro fronte, impegnare in alcun modo il datore di lavoro, a cui è assegnato un ruolo pervasivo di carattere creditorio. Il lavoratore non è più anche creditore, perché spezzato definitivamente risulta il sinallagma contrattuale; è ora una pura figura debitoria. La collaborazione è l’orpello formale attraverso cui l’esposizione debitoria del lavoratore viene riconiugata come obbedienza alla pura logica di impresa ed al corrispettivo potere discrezionale.

Ma v’è ancora dell’altro. La collaborazione di scopo richiesta al prestatore non è soltanto una collaborazione di comportamento; è anche, se non soprattutto, una collaborazione di intelligenza. Il lavoratore, spezzatosi il vincolo della subordinazione, perde tutte le garanzie formali e costituzionali incise ed incorporate nel lavoro dipendente. Non trovandosi più vincolato per via subordinativa, si trova ora assoggettato per via collaborativa, in funzione della soddisfazione dei bisogni flessibili della nuova organizzazione del lavoro. Come è facile arguire, perde vitalità lo schema gerarchico classico che all’autorità datoriale fa corrispondere la subordinazione del lavoratore; qui è proprio la polverizzazione delle forme di lavoro che diventa la base dell’esercizio del controllo, fuori dai vincoli e dalle tutele all’uopo apprestati dalla subordinazione. La polverizzazione delle forme di lavoro si prolunga, inevitabilmente, nella friabilità dei diritti del lavoro e dei lavoratori. Dal che consegue che a carico del lavoro e dei lavoratori vengano imposte responsabilità crescenti, in misura direttamente proporzionale alla decrescita dei diritti.

La destrutturazione della subordinazione ha dato luogo alla differenziazione delle figure subordinate, in assenza delle garanzie della subordinazione. A sua volta, la differenziazione delle tipologie contrattuali si è risolta in una differenziazione del sistema delle tutele. Il vulnus, così creato, tende a minimizzare i diritti del lavoro e dei lavoratori, in tutte le tipologie contrattuali; con una pressione, evidentemente, maggiore verso le posizioni lavorative marginali ed emarginate. Il nuovo baricentro equilibratore non è più il contratto di lavoro subordinato; bensì le subordinazioni fuori tutela.

La subordinazione rendeva il lavoratore meno debole, in quanto lo proteggeva dal potere discrezionale del datore di lavoro; le subordinazioni, al contrario, espongono il lavoratore al potere discrezionale del datore. Cosicché, il restringimento del campo giuridico di operatività della subordinazione trova un corrispettivo nella dilatazione del campo giuridico di operatività del potere datoriale. Destrutturazione della subordinazione e vulnerazione del diritto del lavoro fanno qui tutt’uno. Circostanza che, come pregnantemente e autorevolmente affermato da Umberto Romagnoli, agisce da termometro per la misurazione esatta dello stato della democrazia [9]. L’imprenditore può, così, applicarsi al ruolo di competitor sui mercati globali, senza l’assillo di conflitti aziendali ed extraziendali dilaceranti. L’imprenditore competitor è una sorta di demiurgo che ha bisogno di apparati pubblici sempre più autoritari, attraverso l’invalidazione sistematica dei principi costituzionali di uguaglianza, responsabilità e solidarietà sociale.

Ma, contrariamente a quanto si potrebbe pensare in prima approssimazione, il passaggio dalla subordinazione alle subordinazioni avvicina molto la vecchia economia alla new economy, le aree avanzate a quelle arretrate. Il passaggio disegna una trama che funge da amalgama eccellente, in quanto la minimizzazione dei diritti e la frantumazione delle forme di lavoro diventano dappertutto nuova regola d’uso. Il mercato globale unisce ogni dove e in ogni dove diffonde e apprende metodi di corrosione dei diritti ed esaltazione dei risultati di impresa. Esso si va trasformando in una sorta di laboratorio globale: decostruisce diritti, assembla soggetti, fende culture, squarcia territori, impone tradizioni (nuove e vecchie), consumi e stili di vita.

La linea della produttività viene ridirezionata: non è più in funzione della creazione di economie di scala; bensì orientata verso la risposta alle esigenze mutevoli e imprevedibili della domanda. Volendo essere ancora più precisi, possiamo dire: alle vecchie macroeconomie di scala subentrano microeconomie spaziali, imperniate sulla produzione di modelli di prodotti, con un ritmo di incremento ed innovazione assai intenso. Nella catena della produzione internazionale di modelli di prodotti rientrano tanto l’area del lavoro ad elevato coefficiente cognitivo che l’area del lavoro servile di varia natura disseminato per il mondo e che, sovente, si rivela essere un cruciale serbatoio di merci a basso costo per il sistema delle imprese avanzate.

La filigrana che attraversa e ricompatta tutte le forme di lavoro in tutte le aree del mondo sta nel comune denominatore che le riduce a rapporti di dipendenza personali che, come abbiamo già ampiamente segnalato, si collocano del tutto al di fuori delle tutele e delle garanzie predisposte per il lavoro subordinato di prima generazione. Trasformare le relazioni sociali che stanno dietro ed oltre il rapporto di lavoro in legami personali di fedeltà ed obbedienza equivale a produrre un caleidoscopio di forme di lavoro asservito, differenziate per settore produttivo, per tipologia professionale, per area geografica ed a seconda della contingenza politica ed economica. Forme di lavoro asservito significano qui privatizzazione delle forme di lavoro.

Non ci avviamo, però, verso una rifeudalizzazione del rapporto di lavoro. Piuttosto, la transizione storica dal lavoro servile al lavoro salariato libero mostra, a questo stadio, il suo lato oscuro e debole, facendo venire a galla il nucleo di asservimento ancora ben trincerato nel lavoro salariato e che le politiche di welfare e i diritti di cittadinanza avevano contribuito a mitigare e controbilanciare. La multiversità delle differenze entro cui vanno svolgendosi le forme di lavoro asservito richiama, come sostenuto da Bruno Caruso, la necessità di riconiugare al plurale il diritto del lavoro, più che continuare a macerarsi intorno alla sua presunta fine [10].

Nel contesto delineato dai nuovi modi del produrre e dalle nuove modalità del processo lavorativo, si dispiega un processo di docilizzazione di scala dei rapporti lavorativi, nel tentativo di domare e riaddestrare i soggetti multiformi del lavoro che, ormai, è stato polverizzato in estremo grado. Il riaddestramento in questione assume le sembianze di una nuova alfabetizzazione di massa al lavoro, secondo sistemi valoriali e culturali di riferimento che niente hanno a che spartire con quelli in auge nelle società schiaviste antiche e con la servitù della gleba medievale. Si tratta di vasti ed eterogenei training individuali e collettivi mediati dalle nuove tecnologie di formazione e controllo del Sé e intercomunicati dalle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in adesione ai canoni del nuovo funzionalismo di impresa. Come si vede, siamo in presenza di processi e fenomeni che hanno una soglia di complessità semantica e culturale assai elevata, abbinata ad un’articolazione sociale capillare nel tempo e nello spazio, come in nessun altra epoca storica era mai stato dato di vedere.

La complessità semantica e la povertà di senso del lavoro, di cui siamo venuti argomentando, sono uno dei più coerenti portati dei paradigmi produttivistici della flessibilità e degli idealtipi dell’uomo globale flessibile. Nell’epoca della globalizzazione, il lavoro umano si contraddistingue proprio per essere provvisto, ad un polo, di una semantica progressivamente più ricca, nel mentre è gravato, al polo opposto, da una povertà di senso crescente.

Il lavoro è diventato un multiversum che colloca asimmetricamente i soggetti lavorativi. I soggetti del lavoro sono vittime della asimmetria allocativa esistente tra mercato del lavoro e produzione. Ora, è la posizione nel mercato del lavoro, non più quella nel processo produttivo, che decide la titolarità dei diritti e la loro durata. E nel mercato del lavoro non sono più deboli soltanto i lavoratori occasionali e marginali (i cd. “contingent workers”), ma anche i lavoratori dei centri nervosi della produzione sociale (i cd. “core workers”).

La crisi dei diritti si trascina dietro la crisi della rappresentanza che, a sua volta, rende i diritti sempre meno garantiti. La rappresentanza del lavoro è stata sempre rappresentanza dei diritti: quando il mercato del lavoro taglia e vulnera i diritti, la rappresentanza non può che collassare. Questo è il caso, in particolar modo, delle aree periferiche dello sviluppo e/o di quelle sottoposte a regimi autoritari.

È necessario muoversi alla ricerca non solo e non tanto dei diritti in crisi, ma dei diritti rimasti tagliati fuori dal circuito classico della rappresentanza. I diritti, cioè, che soffrono nel mercato del lavoro e che, perciò, sono labili nel circuito della produzione sociale.

Nel processo produttivo e nel mercato del lavoro, la maglia dei diritti si va sempre più sfilacciando. Questo significa che il lavoro all’interno della produzione è sempre meno garantito; ma anche che vi entrano dentro le figure senza tutela intercettate ed organizzate dal mercato del lavoro. Se i diritti sono espulsi dal processo della produzione sociale, non li si può far entrare dal mercato del lavoro, la cui deregolamentazione catalizza la debolezza di tutte le figure lavorative.

3. L'humus

La rete delle subordinazioni ordisce le reti dei lavori. Le tipologie del lavoro convivono nello spazio unitario globale ed è tale convivenza che ne conforma l’habitat. Il lavoro precario avvolge il lavoro cognitivo di alta specializzazione, erodendone costantemente i diritti e tentando di assimilarlo alla deregolazione generale. Il lavoro cognitivo e il lavoro precario, a loro volta, sono circondati dal lavoro forzato e minorile e dalle discriminazioni di genere a cui sono sottoposte le donne. È come trovarsi in un sistema di scatole cinesi, il cui campo d’azione si fa sempre più stretto e soffocante. L’economia del lavoro forzato e del lavoro minorile è, forse, quella in cui più intense (e più nascoste) sono le connessioni tra aree avanzate e aree arretrate.

Economie informali di lavoro forzato, lavoro minorile e lavoro generalmente deregolamentato e discriminato solcano l’intero pianeta e lo serrano in un’avvolgente presa. Le economie informali del lavoro, a loro volta, sono saldamente collegate a quelle formali, entro cui il diritto ed i diritti, per quanto con difficoltà crescenti, trovano ancora uno spazio vitale. Le economie informali e formali del lavoro interagiscono attraverso network logistici, informazionali e comunicativi.

La prossimità territoriale non funge più come un sistema chiuso e neanche come unico ed obbligato teatro delle produzioni, delle transazioni e degli scambi. L’identità del territorio locale dipende, in prima istanza, dalla sua collocazione infrasistemica nello spazio globale, al cui interno la circolazione degli esseri umani rivaleggia con la circolazione delle merci.

La mobilità della manodopera risulta intensificata. La forza lavoro migra, di continuo, da un sistema locale all’altro, da un’economia del lavoro all’altra, colmando sovente polarità geografiche. I migrant workers diventano una categoria costitutiva del lavoro nelle condizioni della globalizzazione. La Cina, con esodi di massa dalle zone rurali alle zone costiere, è solo un pallido distillato di questo nuovo fenomeno. Centinaia di milioni di esseri umani sono in mobilità permanente: i loro movimenti rideterminano l’ambiente dei luoghi di partenza e di quelli di arrivo. L’economia formale ed informale del lavoro confonde e fonda mondi diversi, miscela spazi una volta polarmente distanti, se non divisi. Anche la geopolitica del lavoro si pluralizza.

La pluralizzazione della geopolitica del lavoro comporta problemi ulteriori per i modelli della rappresentazione e della rappresentanza. Non sono più soltanto i soggetti del lavoro non rappresentati nel mercato del lavoro a premere sul territorio della produzione; sono i milioni di  esclusi dal sistema dei diritti a trapassare tutti gli interstizi delle economie formali ed informali del lavoro.

Ora, è del tutto evidente che la mappa delle forme del lavoro precario ed irregolare va ricondotta all’interno della geopolitica del lavoro che abbiamo innanzi tratteggiato, della quale costituisce un elemento attivo e fuori della quale non avrebbe alcuna rilevanza e perspicuità di senso. In Italia, come è noto, la mappa della forma lavoro è stata, per intero, ridisegnata dalla legge n. 30 del 14 febbraio 2003 (impropriamente nota come “legge Biagi”) e dal D. Lgs. n. 276 del 10 settembre 2003 che ne ha attuato i principi e i criteri direttivi. Questa impalcatura è stata riaggiustata da successivi interventi legislativi che, però, ne hanno conservato la sostanza.

Le nuove tipologie contrattuali hanno un elemento comune: con esse, la precarietà non solo diventa regola di organizzazione e di gestione del mercato del lavoro, ma si eleva a sistema che corrode dall’interno il rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, accerchiandolo ed evirandolo progressivamente con le forme molteplici delle subordinazioni precarie. Possiamo dire, con U. Beck, che tutta la galassia del lavoro precario, flessibile ed informale sia regolata dal regime del rischio [11], le cui dinamiche sono dettate dall’economia politica dell’insicurezza [12].

Vediamo di individuare, in breve, gli elementi portanti del regime del rischio e dell’economia politica dell’insicurezza.

Sulla scorta delle analisi di Hegel, come è noto, Marx ha distinto due determinazioni costitutive del lavoro:

  1. il suo essere merce: in quanto “forza-lavoro”;
  2. il suo essere soggettività: in quanto “lavoro vivo”.

Come soggettività, il lavoro è titolare e portatore di identità, diritti e costellazioni di senso proprie. Il punto è che i cicli postfordisti affermati dalla globalizzazione spezzano il “doppio carattere” del lavoro, riducendolo esclusivamente a merce. Dal che deriva la mercificazione dei regimi di vita dei soggetti del lavoro, spogliati dei loro diritti e della loro dignità. La disidratazione del senso e dell’etica conflittuale immanente ai soggetti del lavoro è la sorgente primaria del regime del rischio e dell’economia politica dell’insicurezza.

Il rischio non fa altro che palesare una realtà caratterizzata dalla progressiva assenza dei diritti. Più si è senza diritti e più si è a rischio. Da soggetti a merce: è, questo, il percorso devolutivo a cui, a piene mani, lavora la globalizzazione. E una volta ridotto interamente a merce, il lavoro è precisamente il fattore più a rischio del meccanismo di riproduzione sociale, sottoposto ed esposto agli automatismi ed agli autoritarismi del mercato. Ecco perché l’economia politica dell’insicurezza forza o, addirittura, spezza la continuità del lavoro subordinato a tempo indeterminato ed installa la discontinuità proliferante dei contratti di lavoro precari. La nuova tipicità è, per l’appunto, la precarietà che formalizza una catena infinita di rapporti di lavoro insicuri, in continua espansione nello spazio e parossisticamente ricorsivi nel tempo. L’indeterminatezza della precarietà rimpiazza la stabilità della subordinazione. E tuttavia, proprio nella sua indeterminazione, la precarietà diventa la tipologia prevalente del contratto di lavoro. Il cd. “lavoro atipico” si tipicizza: è ora il nuovo idealtipo della forma lavoro. Se, nei vecchi assetti produttivi, il “posto fisso” durava tutta la vita, in quelli postfordisti è la precarietà a durare tutta la vita.

Tutte le ricerche sul campo, in Italia ed in Europa, confermano questa nuova tendenza di fondo: il lavoro precario è in continua espansione, contestualmente alla contrazione dei redditi da lavoro. Per essere ancora più precisi: la quota di nuova occupazione più rilevante in termini assoluti e percentuali è rappresentata proprio dal lavoro precario. Diventando insicuro ed a rischio il lavoro, diventa insicuro e a rischio il reddito. Diventando a rischio il reddito, è l’esistenza di milioni di persone che è a rischio. Col che la precarietà si propone ed afferma come drammatica condizione di vita, da cui la progettazione del presente e del futuro viene sradicata. Ancora meglio: l’economia politica dell’insicurezza ed il regime del rischio precarizzano l’esistenza, rendendola vita devitalizzata, senza progetto, senza tempo, senza spazio e senza relazioni libere.

L’economia politica dell’insicurezza è esattamente economia dello stress. Essa porta con sé la caduta della distinzione fordista tra spazio di produzione (fabbrica), spazio di riproduzione (famiglia) e tempo libero (entertainment). Si viene, così, a determinare una osmosi tra gli spazi della produzione sociale ed i tempi della vita. Selettori e, insieme, regolatori dell’osmosi sono l’economia della conoscenza, dell’informazione e della comunicazione a distanza. Come la fabbrica fordista è smembrata e redistribuita nel tempo e nello spazio, così la platea della comunicazione privata si fa pubblica ed il privato viene trasformato in una messa in scena. Casa e luogo di lavoro sono continuamente sovrapposti all’interno di un circuito di rumore pubblico che installa una sorta di agorà globale, specializzata in comunicazione mimetica e simulazione dell’esistente. Il lavoro irregolare è uno dei fenomeni tipici di questa nuova agorà globale.

4. La scena

Abbiamo delimitato un tracciato di nodi che giova districare, per mostrarne l’architettura parlante e la struttura narrativa. L’architettura dei problemi in gioco consente di individuare la rete nascosta, ma solida, dei significati dell’agire di quell’insieme vario di attori pubblici che, in gran parte, condizionano la scena. A sua volta, la struttura narrativa si regge su variabili che propongono una serie di interrogazioni delle interrogazioni,formulate in una maniera non progettante, ma operazionale.

Partiamo da due interrogativi chiave che si richiamano vicendevolmente. Esiste un’etica del lavoro (regolare ed irregolare)? L’etica del lavoro (regolare ed irregolare) è una mimetica?

E qui mimetica è da intendersi nel senso duplice di azione di mimetizzazione e di proposizione di un campo di prestazioni virtuose, a metà strada tra virtuale e reale. Ora, è proprio lo spazio mediano e intercomunicativo tra virtuale e reale il terreno di indagine che intendiamo privilegiare.

I due interrogativi ci mettono a confronto con la crisi dell’etica come legislatore universale del comportamento umano e dell’azione sociale, a misura in cui è ricondotta dalla situazione di regolarità a quella di irregolarità. Il che sta, pressappoco, ad indicare che le irregolarità che intervengono nel reale trovano corrispondenza in irregolarità etiche; e viceversa. Nella complessità delle società globali, norma ed eccezione convivono più che mai; come sono saldamente intrecciate regolarità ed irregolarità. L’irregolarità regolare che, di volta in volta, si autoadatta e tenta di condizionare e serrare soggetti e realtà è il nuovo orizzonte normativo di riferimento.

In sostanza, le regole condivise mutano di continuo il loro menu ed il loro menu è determinato da sottili e, spesso, impalpabili giochi e strategie di comunicazione. I codici di comunicazione etica vengono afferrati e vulnerati dal virus della trasmissione dei simboli che, a differenza di quanto avviene nel marketing e nella moda, affermano su larga scala l’affabulazione seduttiva non del denaro e degli status sociali, ma delle irregolarità dei poteri globali e delle loro dismisure [13]. Più che fare affidamento sulle regole, occorre predisporsi alla recezione critica delle irregolarità; più che essere certi della misura, occorre attrezzarsi a fronteggiare la dismisura.

Vediamo di individuare, sotto questo riguardo, i punti di contatto e, insieme, di frizione tra etica e mimetica del lavoro.

È, perlomeno, da Machiavelli ed Hobbes in avanti che la società è rappresentata come insieme di uomini che aspirano a dosi crescenti di potere, per farne un uso sociale conforme ai loro propri interessi materiali ed immateriali. Le strutture materiali del potere sono indissociabili dalle strutture morali che si vanno affermando all’interno di gruppi ed epoche sociali. Il bene è qui l’utile e l’utile corrisponde al massimo esercizio possibile di potere personale e sociale.

L’organismo sociale si organizza come società di potere, entro il seno della quale l’area dell’inclusione si ripartisce tra nuclei centrali ristretti ed una massa periferica estesa. Nelle società di potere, la crisi interviene esattamente nel punto/luogo in cui la massa si sottrae alle gerarchie delle strutture dominanti e si propone come cuore di una nuova organizzazione del potere sociale.

Ma il gioco si capovolge nel suo inevitabile rovescio: le strutture materiali dei gruppi e strati sociali che rimangono fuori dall’area dell’inclusione sociale sono inseparabili dalle strutture morali da essi definiti per colmare, appunto, il vuoto di potere entro cui sono inscritti, in maniera più o meno coattiva. L’etica del lavoro interiorizza e proietta in maniera lineare l’etica del potere; la mimetica del lavoro, vivendo il vuoto di potere, è condannata a fornire rappresentazioni caduche del potere. Condannata, anche in ragione della circostanza che non riesce a sfondare le linee di sbarramento della comunicazione simbolica e politica.

In questo caso, la crisi che squarcia le società di potere non ne rimodella le strutture portanti; ne mostra, più propriamente, le incoerenze e le disfunzioni. La crisi rimane senza una soluzione. Il che segnala delle possibilità nuove, tra le quali una delle principali è certamente questa: la necessità di ripensare l’organizzazione sociale, disancorandola dall’esercizio dei poteri e degli interessi. Il passaggio che si mostra come orizzonte possibile è quello che conduce dalla rappresentazione mimetica del potere all’affrancamento dall’etica del potere e all’emancipazione del lavoro dagli interessi. Occorre, insomma, arrivare a squarciare le strutture profonde tanto dell’etica che della mimetica del potere e del lavoro, per prenderne definitivo commiato.

Chi organizza il lavoro detiene il potere; chi vi è inserito regolarmente partecipa in posizione periferica alla società di potere; chi vi è inserito irregolarmente partecipa alla società, senza partecipare alla produzione sociale del potere. Sia i lavoratori regolari che quelli irregolari sono contraddittoriamente costretti a rappresentare mimeticamente non solo l’etica del lavoro, ma anche quella del potere. Ciò costituisce la ragione primaria della loro soccombenza e, insieme, della riproduzione del loro utile marginale.

Ed è la loro utilità marginale che li mantiene a galla, sul bilico di una sopravvivenza che può risolversi, da un momento all’altro, in scacco temporaneo o permanente. Le narrazioni dei lavoratori irregolari, in particolare, sono la presa di parola di questo bilico: racconti di vita dalle zone dell’impossibilità del vivere. Impossibilità destinali, ferma rimanendo l’organizzazione delle società di potere e dell’etica e della mimetica che vi corrispondono. Emergono qui le strategie di sopravvivenza di chi, per parlare ed essere ascoltato, è costretto a mimare le strategie ed i discorsi dominanti. Nella loro vita reale e virtuale, scena del bilico e scena delle narrazioni si intersecano. L’esistenza è qui in bilico, se non addirittura il bilico.

5. L'irregolarità regolare

Soprattutto gli attori istituzionali locali hanno la consapevolezza diffusa del carattere strutturale della precarietà del lavoro, come pure della limitatezza dei mezzi e delle risorse a loro assegnati, per fronteggiare adeguatamente il fenomeno. Risulta, altresì, chiaro che essi, più che elaborare in proprio strategie di intervento, traducono su scala territoriale indirizzi legislativi e politici definiti in ambito nazionale. Ciò è del tutto naturale, se si pensa all’intreccio ed alla gerarchia delle priorità che, in Italia, si istituisce tra le competenze dei sistemi istituzionali centrali e quelle dei sistemi periferici. Così facendo, l’attore istituzionale locale si posiziona come un attore riflesso che circoscrive la sua autonomia alla sfera della redistribuzione territoriale delle risorse entro un quadro normativo già dato; non si pensa mai come allocatore di nuova progettualità strategica e disseminatore di nuove identità territoriali. La catena di trasmissione tra globale e locale e tra locale e globale risulta monodirezionale. Le conseguenze per il territorio locale possono essere perniciose. Aumentano le difficoltà dell’inserimento negli spazi delle identità globali ed entra sempre più in crisi lo spazio delle identità nazionali.

Puntualmente, gli attori istituzionali collegano la precarietà delle forme del lavoro con la povertà crescente ed il crescente degrado di tutte le forme della vita urbana. All’interno di un habitat così configurato, come viene apertamente riconosciuto, la criminalità organizzata (macro e micro) è destinata a giocare un ruolo rilevante: non per niente, è l’agenzia di mobilità sociale più efficiente operante sul territorio.

Soprattutto nel Sud, gli attori istituzionali concepiscono, in generale, la lotta alla precarietà ed alla povertà come ristabilimento della legalità: l’emersione del lavoro nero è, coerentemente, vista come affermazione di diritti. Il ristabilimento dei diritti, a sua volta, è agito per contrastare la leadership delle organizzazioni criminali, attraverso processi diffusi di partecipazione democratica. I corsi di orientamento e formazione al lavoro, in questo senso, hanno la finalità palese di riavvicinare strati marginali ed emarginati al circuito istituzionale. Nel contempo, avviano un processo di ri-acculturazione e ri-alfabetizzazione che intende territorializzare un lessico civile contrapposto al lessico criminale.

L’approccio culturale con cui gli attori istituzionali affrontano, pur con diverse sfumature ed articolazioni, la problematica del lavoro in generale e del lavoro irregolare in particolare tenta di insediare una discontinuità a confronto del clientelismo, una delle “tradizioni meridionali” più marcate. E tuttavia, manca alle spalle una dirimente rivisitazione del fenomeno e delle sue matrici culturali. Il clientelismo, per lo più, è denunciato, ma non ancora metabolizzato criticamente, per una rielaborazione complessiva delle culture e subculture delle istituzioni e delle comunità locali. Con la conseguenza che queste ultime rimangono come intrappolate nei loro limiti antichi e completamente inerti nello spazio delle culture globali.

Soprattutto, qui l’attore istituzionale locale omette di compiere un passo in là decisivo: quello di distanziare criticamente tutti gli approcci culturalisti e politicisti che, dagli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, sono andati convergendo nella formulazione di un teorema secondo il quale le culture meridionali ed il Sud sono, di per se stessi, sinonimi di arretratezza e resistenza al mutamento sociale. La circostanza è di ostacolo ad una adeguata comprensione sia dell’antico che del moderno e del contemporaneo, inibendo una lettura puntuale dei sincretismi che, nel Sud d’Italia, si sono sempre dati tra globale e locale.

Il dato emerge con particolare nitidezza nelle letture più avvertite ed articolate che gli attori istituzionali locali forniscono del fenomeno del lavoro irregolare.

Il convincimento che dietro il lavoro irregolare non vi sia un’etica e/o una mimetica del lavoro fa emergere una concezione del lavoro e dell’etica di taglio universalistico. L’ipotesi implicita su cui si regge la tesi è che si dà lavoro unicamente come mediazione attiva tra capitale e forza-lavoro, all’interno di un processo produttivo standardizzato, sia esso pubblico che privato. La tesi manca di proiettare il suo fascio di indagine sul presente e verso il futuro e, dunque, interdice all’attore che ne è l’elaboratore di leggere la trasfigurazione della forma lavoro, all’interno delle più generali metamorfosi culturali, sociali, politiche ed economico-produttive affermate dalla globalizzazione, intorno alle quali ci siamo intrattenuti nei paragrafi precedenti.

È ben vero che il lavoro irregolare è disciplinato da un regime di scambio; ma è anche vero che lo scambio si dà ora in un contesto in cui v’è sempre meno lavoro stabile. In un sistema ad intrecci multipli entro cui precarietà occupazionale ed incertezza reddituale sono sempre più diffuse, i processi lavorativi traslano una mimetica sociale di nuovo tipo, surrogando ai due poli del rapporto tanto la figura del capitale monetario quanto quella del lavoro subordinato. Le forme infinite delle subordinazioni si accompagnano alle infinite forme delle nuove tipologie contrattuali. Di queste giova segnalare le principali:

  1. il lavoro irregolare non contrattualizzato nelle forme classiche, ma istituzionalizzato in svariate modalità, le quali vanno dalle figure datate dei lavoratori socialmente utili a quelle più attuali dei tirocini di formazione e orientamento, degli stage ecc.
  2. il lavoro irregolare socializzato e de-istituzionalizzato riconducibile ai “mille mestieri” propri all’arte dell’arrangiarsi che, ormai, non costituisce più una prerogativa della “napoletanità”, ma una variabile costitutiva della vita delle metropoli contemporanee.

Risultano lampanti le ricadute sul legame sociale che promanano sia dal lavoro irregolare istituzionalizzato che dal lavoro irregolare socializzato e de-istituzionalizzato. E si tratta di ricadute aventi una incidenza bipolare: per un verso, impediscono che il legame sociale collassi; per l’altro, destrutturano le sue configurazioni razionali e funzionali. Si tratta, occorre aggiungere, di dinamiche ad alto tasso di complessità, se le si inquadra peculiarmente nella geopolitica della globalizzazione, al corrispondente livello delle mutazioni da essa incuneate nell’accelerazione del tempo e nella infinitizzazione dello spazio.

L’attore istituzionale, per lo più, interpreta queste fenomenologie con chiavi di lettura rivolte al passato, piuttosto che al presente ed al futuro. Il punto è che l’interazione lavoro/reddito non è più governata dal compromesso fordista tra Stato, lavoro ed impresa. Questo significa che si dà interazione sociale anche in assenza ed al di fuori del lavoro standardizzato. “Quelli che si arrangiano” sono, sì, respinti dai meccanismi produttivi e istituzionali; ma vi fanno lateralmente rientro, a misura in cui socializzano la loro esperienza e presentano istanze di integrazione di nuovo tipo. Le istituzioni non si rivelano capaci di intercettare proprio questa nuova domanda di integrazione. Da qui consegue la più o meno accentuata inefficienza nel prevedere ed assecondare nuovi diritti.

Il lavoro irregolare è lavoro non standardizzato, non solo scambio. Più che rimettere in auge meccanismi tribali, ritraduce ed innova nella complessità della globalizzazione il rapporto dei marginali, degli emarginati e dei vulnerabili con la società, formulando una domanda di nuova cittadinanza. Che le istituzioni possono accogliere oppure respingere e criminalizzare. Nella maggioranza dei casi, la respingono; non di rado, la criminalizzano.

Un altro rischio presente nella lettura che del lavoro irregolare forniscono gli attori istituzionali locali è esemplificato dalla centralità assunta dalla “questione della legalità”. Certo, il tema dei diritti va posto in corretta relazione con la legalità. Nondimeno, di per sé, la legalità non è sufficiente a ri-civilizzare il rapporto tra i soggetti esclusi e la “cultura strutturata” delle istituzioni. Elusa, sul punto, è la questione della legittimazione. Diventa chiaro che non si può accogliere il lavoro irregolare, non riconoscendo la legittimità delle sue istanze di cittadinanza.

Reperiamo qui un pregiudizio di natura kantiana che subordina la libertà al principio di legalità. Per effetto di un automatismo, culturale prima ancora che etico e politico, libero diventa sinonimo di legale. Ne segue che il cittadino libero può e deve essere esclusivamente il cittadino conforme agli stereotipi normativi della legalità. Su questa pista di scorrimento, inevitabilmente irregolarità diviene sinonimo di illegalità. Ed in quanto illegale, il lavoratore irregolare è deprivato di ogni diritto. Egli qui non è nemmeno cittadino, poiché, secondo queste concezioni, si dà cittadinanza unicamente entro le sfere di estrinsecazione del principio di legalità premesso alla libertà.

La dipendenza della libertà dal principio di legalità, inoltre, presenta un ulteriore grave rischio: la drammatizzazione della questione del potere legale, indotto a fondare e ricercare la sua autorità esclusivamente sul monopolio delle discipline e delle strategie di metacomunicazione dell’ordine di discorso dato. All’attore istituzionale locale si pone l’esigenza di capovolgere il paradigma kantiano della dipendenza della libertà dalla legalità, facendo discendere la seconda dalla prima. In tal modo, sia al "principio di libertà" che al "principio di legalità" si assegnano il giusto peso e il giusto posto nelle relazioni umane e sociali e nel rapporto tra Stato, istituzioni, singolo e comunità. Compiuto questo passaggio, sarà finalmente possibile vedere il lavoro invisibile e riconoscere diritti ai lavoratori mimetizzati nel tessuto dell’esclusione, dell’emarginazione e della vulnerabilità sociale.

Per l’attore istituzionale locale, il lavoro irregolare dovrebbe essere una sorta di cartina di tornasole rivelatrice del basso e del fuori dell’inclusione sociale. Ora, questo basso e questo fuori sono il risultato più avanzato dei meccanismi tipici della diseguaglianza sociale prodotta dalla globalizzazione. Una diseguaglianza di nuovo tipo che non si risolve nella mera divaricazione di strati e figure sociali, ma sospinge tutti i soggetti sociali verso il bilico del rischio esistenziale e della vita senza diritti.

La diseguaglianza ingenerata dalla globalizzazione non si limita a strutturare discriminazioni sempre più stridenti in fatto di titolarità di diritti e risorse economiche; essa è, soprattutto, distribuzione asimmetrica delle chances di vita. Di fatto, essa ridisegna la topografia multiforme dei sistemi vitali di autodeterminazione della soggettività, circoscrivendone livelli apicali ed aree di sofferenza, delle quali il lavoro irregolare costituisce una forma perspicua.

Nel lavoro irregolare ed in quello regolare rileviamo lo stesso sforzo emotivo ed esistenziale in vista della pianificazione di una vita predicibile, allo scopo evidente di assicurare il presente al futuro. Differiscono le forme ed i contesti di tale assicurazione. Più si è posizionati nel basso e nel fuori dell’inclusione e della vulnerabilità, più si è costretti ad investire sul tempo, in quanto unica risorsa utile disponibile a costo zero. Occupare il tempo, per farlo fruttare dall’esterno dei meccanismi dell’inclusione, però, vuole anche dire abitare lo spazio delle relazioni e della comunicazione sociale. Qui il tempo libero viene convertito in tempo di lavoro destandardizzato, trasformando uno spazio sociale espulsivo in una dimora riconoscibile e riconosciuta.

Il lavoro irregolare si specializza in una narrazione non lineare del tempo ed in un impiego discontinuo dello spazio, in condizioni ostili. Esso tenta di costruire un’alternativa alla deriva del non-lavoro; ma è destinato ad implodere, poiché alle dinamiche del lavoro rimane legato in maniera ferrea. Anzi, le mima, cercando titanicamente di adattarle alle sue necessità. Qui, come l’attore istituzionale locale è attore riflesso (rispetto all’attore centrale), così il lavoratore irregolare è riverbero mimetico di quello regolare nelle sacche dell’esclusione e della vulnerabilità sociale. Nelle società di potere globale non esiste altra strada di accesso formale al reddito, all’infuori del lavoro e della riproduzione mimetica del lavoro.

Col mutare dei modi dell’organizzazione sociale del lavoro, mutano le scale temporali di tutti i lavori: il lungo termine cessa di essere il riferimento assoluto, giocandosi ora tutto nel contingente, se non nell’immediato. La durata diventa qui una successione di occasionalità reversibili che celebrano il trionfo del contingente replicato all’infinito. Risultano, così, alterati i significati sociali tradizionali del lavoro, per intero calibrati sul senso della lunga durata. La replicazione infinita del lavoro a termine è la traduzione esemplare di questi nuovi significati.

Ovviamente, come abbiamo cercato di mostrare, i significati stessi del lavoro irregolare mutano, per quanto alcune sue forme possano riprodursi come invarianti. La desoggettivazione dei lavori rende impersonali i tempi di vita di tutti: i mezzi, le aree, i progetti e le finalità del lavoro diventano significanti, a scapito dei lavoratori in carne ed ossa. A lato di queste logiche, è chiaro che assolutamente insignificanti diventano i lavoratori irregolari, i quali finiscono letteralmente col non esistere.

Laddove l’attore istituzionale locale non coglie la specificità ed il taglio di contemporaneità del lavoro irregolare, viene a perdere un’ulteriore motivazione ed occasione per ridisegnare la mappa dei diritti di cittadinanza. È rispondendo alle domande di nuova cittadinanza che può rideterminare la dialettica della relazione intrattenuta con le istituzioni centrali: solo concedendo maggiore libertà ad altri, può reclamare maggiore libertà per sé.

L’arena sul quale l’attore istituzionale locale è chiamato a decidere ed a rideterminare il proprio ruolo è quella della elaborazione di strategie e pratiche di valorizzazione delle chances di vita, per determinare un sistema (locale) ben bilanciato di equità sociale. Vale a dire, un sistema all’interno del quale le differenze non siano marchiate dal segno della discriminazione, ma calibrate come riconoscimento pieno ed esplicito della varietà e dell’alterità. Entra qui in ballo non solo e non tanto l’eguaglianza di fronte alle possibilità della mera sopravvivenza (diritti umani, minimo vitale ecc.), quanto e soprattutto l’eguaglianza di fronte al possibile pregnante delineato nelle nuove condizioni della globalizzazione.

Come è sin troppo agevole arguire, in questione non è una mera opulenza materiale o genericamente simbolica; bensì chiamato in causa è l’accesso puntuale a nuovi saperi, nuovi diritti e nuove opportunità di vita che proprio la globalizzazione ha reso possibili, senza renderli pienamente disponibili. Si tratta, in sintesi, dell’esercizio di diritti globali che riguardano tutte le scale temporali e spaziali della vita associata e no, della vita dei singoli e dei gruppi.

6. Il vissuto irregolare

I vissuti dei lavoratori irregolari sono assumibili come squarci di “storie di vita” che, sovente, assumono la forma di narrazione autobiografica. Ma i narratori in questione non raccontano semplicemente di sé: si confermano come soggetti, attraverso un memoriale sonoro che, attraverso il racconto di vita, traspone il basso ed il fuori entro cui erano stati relegati nell’alto e nel dentro da cui erano stati espulsi.

Tutte le autobiografie, al fondo, non fanno che esporre in racconto la trama dei rapporti (interiori ed esteriori) tra Ego e Alter [14]. Solo che qui Alter è il mondo sociale caotico, rutilante e discriminante con cui nessun Ego può definitivamente rompere i ponti. In questo senso, le autobiografie restituiscono allo sguardo e all’ascolto una cancellazione mancata: i processi di emarginazione ed esclusione sociale, nonostante la loro profondità ed estensione, non sono riusciti ad espellere dallo spazio pubblico, dall’’immaginario collettivo e dalla comunicazione simbolica la presenza dei lavoratori irregolari.

La pluralizzazione dei mondi vitali è la matrice entro cui i lavoratori irregolari si trincerano: è il loro alveo resistenziale. Non sono un puro arcaicismo; al contrario, figure e prodotto della globalizzazione. La nuova geografia planetaria della forza-lavoro non può non accompagnarsi con una riscrittura della morfologia del lavoro irregolare, sia dal punto di vista antropologico che da quello sociale.

I lavoratori irregolari costruiscono un linguaggio: in parte ereditato dal passato e, per il resto, reinventato. Il mondo entro il quale sono ora situati non è più quello del “sottosviluppo” e/o dello “sviluppo ritardato”. Oggi essi abitano la globalizzazione: i loro mondi sono dimore relazionali vissute ed organizzate nello spazio/tempo globale. Sotto molteplici punti di vista, sono come vaccinati alla globalizzazione. Sono sempre stati gettati ben al di qua dell’orizzonte della lunga durata: il contingente reversibile è da sempre il loro spazio di aspettativa. La loro è stata sempre esistenza arrischiata e arrischiante.

Le narrazioni che essi mettono in trama sono sottratte a progetti di senso unitari; nondimeno, propongono la resistenza di un Sé individuale allocato e comunicato, nel contempo, come un Sé polimorfo che agisce come una micro massa diffusa sul territorio. Ciò ci consente di comprendere come alla durata dei tempi esterni essi contrappongano la durata interna. La vita in generale e quella dei lavoratori irregolari in particolare non è una narrazione lineare; nondimeno, il senso della durata non smette di scandire il suo ritmo, palesando desideri e fini più o meno nascosti.

Ora, i lavoratori irregolari parlano da e di  mondi vitali desideranti.  Soprattutto per loro, il presente non è mai punto zero, eclisse totale del tempo. Nel presente, essi sono chiamati a ridefinire, di continuo, i loro progetti di senso, con una tensione ben chiara: non perdere il futuro che a loro niente e nessuno assicura. Più che abitare il linguaggio, essi abitano il mondo con il loro proprio linguaggio. Con ciò, evitano l’impostura di costruire un linguaggio, partendo dal e rimanendo al linguaggio. Essi prendono sempre le mosse dal mondo. Vi sono costretti; altrimenti, della vita nemmeno una minuscola speranza potrebbero coltivare.

E, dunque, non è il linguaggio che costituisce il loro desiderio; ma è il desiderio a riformulare, di continuo, i loro linguaggi: in proposito, di linguaggi e non di linguaggio si deve parlare. Nell’epoca della globalizzazione, le soggettività sono divenute un puzzle ed i linguaggi si spezzano e riassemblano ininterrottamente, squarciando e producendo labirinti semantici e di senso. La proliferazione linguistica non può risparmiare i lavoratori irregolari, poiché è dall’irregolarità che trae speciale alimento. Non è, perciò, sorprendente che ogni tipologia di lavoro irregolare sia anche il deposito socio-culturale di un linguaggio caratteristico che rielabora, in proprio, la generale contaminazione linguistica entro cui germina.

Ma, sulla strada, chi è il lavoratore irregolare? E la strada è assimilabile a luogo di lavoro?  Quale frattura si dà, per i lavoratori irregolari, tra tempi di lavoro e tempi di vita?

Il memoriale sonoro restituitoci dalle biografie e autobiografie irregolari ha anche una implicazione oggettuale. Nel senso che è anche il centro di irradiazione di immagini vive. Grazie alla nostra immaginazione ed esperienza immaginifica dello spazio e del tempo, diventa il proiettore di istantanee connettive, le quali ci consentono di collocare i lavoratori irregolari nel loro habitat naturale: il tessuto urbano ansimante tra caos e sofferenza. Le nuove forme dello spazio urbano sono scandite dalla accelerazione parossistica di tutti i tempi. Nello spazio/tempo ridefinito della metropoli, prende impulso una nuova composizione del lavoro irregolare, da un lato, segnata dalla irruzione massiva della presenza dei migranti e, dall’altro, dalla generazione di nuove figure irregolari.

Con la metamorfosi della forma metropoli prende corpo la mutazione della mappa del lavoro irregolare: dalla sua distribuzione spaziale alla sua architettura formale e sociale. L’”arte di arrangiarsi” è soggetta alla genesi e alla genetica delle trasformazioni dello spazio/tempo urbano. Anche qui “mestieri” antichi entrano in crisi o scompaiono; “mestieri” nuovi si affacciano alla ribalta ed occupano la scena. I lavoratori irregolari avvertono questo movimento di tendenza come una devalorizzazione del sapere e delle conoscenze da loro storicamente accumulati. Non viene qui a galla soltanto un disagio competitivo; ma affiora anche il malessere esistenziale per un mutamento epocale: nella globalizzazione, per loro, la strada non è più luogo di lavoro. Nella strada, ora, si vive: soprattutto le figure marginali, emarginate e irregolari sono costrette a vivere la strada che diventa la loro dimora elettiva. Non c’è più una partizione tra tempi privati e tempi sociali: il privato indigente si converte, nell’immediato, in irregolarità emergente. I lavoratori irregolari non hanno più un tempo per se stessi: sono, per intero, figli e prigionieri della strada.

Spogliati dei loro tempi privati, i lavoratori irregolari sono costretti sempre più a riversarsi in strada: l’unica forma di vita che pare ancora disposta ad accoglierli. La strada, in realtà, più che accoglierli, li recinta. Concede loro segmenti di spazio che, col tempo, si restringono sempre di più. E quando la recinzione salta, anche la strada li espelle: amministratori e decisori politici, non riuscendo più a contenerli e nasconderli nel groviglio delle forme urbane, li sanzionano. È, così, che lo spazio del lavoro irregolare diventa spazio illegale e allo stigma si affianca la sanzione.

A questo terminale, i lavoratori irregolari si trasformano in una sorta di migranti interni: costretti a cercarsi continuamente nuovi territori. Il loro lavoro diventa lavoro di spostamento, al di là delle reti di ogni forma di censura. Lo spostamento ha l’intento esplicito di non far venire meno la visibilità dello spazio residuo che abitano. Questo spostamento dal margine per l’emersione del residuo è una fatica di Sisifo: è un copione dell’impossibile che si ripete. Personaggio e persona, sulla strada, si identificano, a misura in cui il margine riproduce il residuo ed il residuo viene rimosso.

Per i lavoratori irregolari, i luoghi e non-luoghi del sé sono prigionieri dei luoghi e non-luoghi dell’essere sociale. In questi luoghi e non-luoghi, tallonare le orme degli irregolari è come intraprendere un viaggio verso alcune delle zone più acute dell’inquietudine sociale, tra figure e controfigure, comparse e maschere. Gli irregolari sono tutto questo: figure e controfigure, comparse e maschere. Sono attraversati da forme che li rimodellano in continuazione, lasciandoli, nel contempo, senza forme proprie. Le liquefazione della certezza delle forme, di cui ci parla Bauman, trova qui modo di inverarsi in un modo del tutto particolare [15]. La regolarità dell’irregolare consente di spostarci dall’incertezza delle forme alla certezza di alcuni dei malesseri più lancinanti delle realtà urbane. Interrogandole e ponendoci al loro ascolto, ritorniamo ad interpretare il nesso sussistente tra individuo e società dal basso, dal microsociale e dal microsociologico dell’inquieto spazio/tempo globale.

Se ogni ricerca di sé è un’avventura sempre aperta, in oscillazione continua tra ri-conquista e smarrimento, lo è particolarmente per i lavoratori irregolari. Il loro sapere raccontato perde di significanza per le narrazioni della globalizzazione. Le loro autobiografie diventano pigmenti e segmenti evanescenti: con sempre maggiore difficoltà, riescono a trovare la via di accesso alla narrazione. Sono dette, ma non narrate. Una narrazione è incrocio tra mito e storia: le autobiografie dei lavoratori irregolari, a misura in cui sono trattenute nel residuo, perdono il mito e incrociano la storia dalla porta secondaria.

I mondi vitali desideranti dei lavoratori irregolari rimangono confinati nel detto non narrato: essi sono mediati, non da soggetti e storie, ma dal corpo della strada e dai corpi sulla strada. E la strada, proprio facendoli comparire, nasconde i lavoratori irregolari, mimetizzandone la vita negli spazi e nei tempi in espansione del degrado ambientale ed urbano. Trae alimento anche da queste fenomenologie la formazione di un campo comunicativo occlusivo, in forza del quale gli attori istituzionali locali non riconoscono la legittimazione ad agire dei lavoratori irregolari.

Ora, è sin troppo chiaro che il degrado ambientale ed urbano proietta i maggiori effetti negativi proprio a carico delle figure sociali marginali, emarginate ed irregolari: ne diventano gli abitanti esemplari e, insieme, sventurati. La tendenza si inserisce nei più generali e perversi processi di secessione dell’umanità dall’ambiente, attraverso la dilatazione illimitata delle forme dell’artificiale e del virtuale. Vittime designate di tali processi, a livello planetario, sono le “classi povere”; non a caso, rideclinate come “classi pericolose”.

Nello scenario globale così ridisegnato, i lavoratori irregolari non possono più limitarsi a fare appello, per un verso, all’etica della sopravvivenza e, per l’altro, all’astuzia della ragione. L’etica della sopravvivenza non consente più loro di adattarsi a “quello che capita”: “quello che capita” mette in discussione proprio la sopravvivenza. L’astuzia della ragione, per parte sua, è uno strumento sempre più impotente a confronto delle forme complesse di razionalità di cui la globalizzazione è portatrice.

7. Etica e paradossi

Per allestire in una prospettiva meglio focalizzata le scene e le narrazioni fin qui emerse, è necessario articolare, infine, alcune sintetiche considerazioni sui paradossi etici che il rapporto tra lavoro, diritti e produzione sociale getta con forza sul tappeto. Con una doppia avvertenza: a) il taglio delle considerazioni proposte è allusivo, più che argomentativo; b) nell’occasione, si considerano equivalenti i concetti di etica e morale. Detto questo, diamo inizio al discorso.

Possiamo continuare a dire, con Nietzsche, che esiste una morale dei signori ed una morale degli schiavi, pur tenendo nel dovuto conto che si danno differenziazioni morali tra gli esseri umani e all’interno di ogni essere umano?

Come si sa, nella posizione nietzscheiana, l’uomo nobile - il signore, il dominante - è determinante di valore: il campo morale è quello della sua autoglorificazione. Le cose stanno in modo tutt’affatto diverso per l’uomo dominato - lo schiavo -, per il quale la morale è di tipo essenzialmente utilitario: il campo morale è quello del timore del signore, indipendentemente dalla circostanza che sia malvagio o buono [16]. È chiaro che Nietzsche non celebra il trionfo della morale dei signori; piuttosto, demistifica, nel suo complesso, il discorso morale come discorso di asservimento: potere e dominio dal lato del signore; vendetta e risentimento da quello dello schiavo. In ogni caso, qui la morale si rivolge e rivolta contro l’uomo stesso.

Perché ciò avviene? Per il motivo che l’etica è portatrice di paradossi che, quando non sono oggettivati criticamente, danno luogo a scelte di valore funzionali a scopi utili. Il linguaggio della “doppia morale” (permissiva e mobile per l’Io; inflessibile e obbligante per l’Altro) sono prodotto anche di uno sfaldamento etico.

Lo sfaldamento appena indicato disvela la rimozione profonda della presenza dell’Altro. Come ci ricorda R. Guarini, prima viene sempre l’Altro e prima v’è sempre la presenza d’Altri [17]. Tutte le questioni etiche, conclude Guarini, si riducono a questi semplici asserti. E, dunque, esse non girano intorno a valori universali, ma all’esistenza altra e dell’Altro. Quelle del signore e dello schiavo, cristallizzando figure polari intorno all’Io, non sono propriamente etiche. L’insuperabilità dell’Altro e della sua presenza: sta qui il nucleo caldo dell’etica che, così, è felicemente strappata ai tentacoli dei discorsi di potere dell’ontologia [18].

Riconduciamo il discorso ad un piano più prossimo al nostro tema. Etica e mimetica del lavoro rivelano qui - e per intero - tutto il loro grado di insufficienza e le loro aporie interne. Le verità delle proposizioni etiche non sono anteriori alle realtà dei soggetti viventi in relazione; sono, piuttosto, i soggetti viventi a codeterminarle nelle realtà della relazione. Possiamo, pertanto, osservare che:

  1. le  istituzioni locali che si antepongono ai lavoratori regolari e irregolari come soggetto valoriale di rango superiore vivono sulla loro pelle un paradosso etico, di cui non sono consapevoli;
  2. i lavoratori (regolari ed irregolari) che mimano l’etica del lavoro, a loro volta, fanno inconsapevolmente vivere la glorificazione dell’etica del signore, da una posizione servile.

I due paradossi si alimentano reciprocamente, confermando - quello che è più grave - l’unità del sistema etico centrale, il quale legittima l’alto (l’Io) e delegittima il basso (l’Altro). Il dispositivo  etico, con ciò, si preclude di abbracciare l’umano nella sua globalità, fatta di differenze non colmabili, aventi ognuna una pari dignità e valori meritevoli di rispetto alla medesima maniera. I paradossi etici che qui affiorano in superficie ci mostrano che l’etica viene meno, laddove si spezza l’integrità del rapporto Io/Altro. Essi evidenziano, per essere ancora più chiari, che l’etica sospende se stessa, quando - nel suo campo di vigenza - l’umanità cessa di essere umanità con e per l’umanità altra.

Il punto è questo: è proprio la dimensione dell’umano a porre (sempre) problemi morali. Nasce da qui la problematica etica: l’umano pone problemi morali proprio attraverso la tematizzazione dell’Altro. Dove l’Altro non è tematizzato siamo semplicemente e volgarmente posti in faccia a discorsi e pratiche di potere. Discorsi e pratiche che, qualche volta, possono anche essere attuati in perfetta buona fede. E questo rende le cose veramente terribili. La buona fede può mietere vittime con una catena infinita di atti perversi, ritenuti all’opposto virtuosi. Nella circostanza, la buona fede è la diretta conseguenza di un’autoinvestitura: i meccanismi della buona fede convertono i determinanti di valore in autodeterminazione etica. Il soggetto in buona fede è qui in pace col mondo e con se stesso, sicuro di essere il portatore del bene assoluto; all’Altro non rimane che uniformarsi.

Riportiamoci, di nuovo, al nostro tema. La rimozione del tema dell’Altro dalla discussione etica rende palese un fenomeno rilevante: l’etica rimane bloccata alla dimensione assiologica, non riuscendo mai a divenire una problematica. I paradossi etici dai quali l’attore istituzionale locale ed i soggetti del lavoro (regolare ed irregolare) non riescono a fuoriuscire denunciano proprio questa mancata trasformazione. Ed è la problematica etica, non già l’assiologia, che può produttivamente porci di fronte alle irregolarità regolari dell’umano e del sociale; e, per quel che ci riguarda più da vicino, del lavoro.

L’urgenza che affiora prepotente è quella di emanciparsi dai paradossi dell’etica, per far vivere un’etica paradossale. Ci si affranca dai paradossi dell’etica, ponendo l’Altro come stella polare delle proprie scelte e dei propri valori; si dà respiro ad un’etica paradossale, vivendo con e per l’Altro. Uscire dai paradossi dell’etica, per vivere l’etica come paradosso: sta qui una risposta possibile alla crisi dell’etica come legislatore universale che, manifestatasi con la società di massa di inizio Novecento, è definitivamente esplosa negli ultimi due decenni.

Vediamo come i processi appena esemplificati incrociano i nostri campi di ricerca.

Sia dalle opzioni dell’attore istituzionale locale che da quelle dei lavoratori (regolari ed irregolari) emerge che il consumo è, di fatto, assunto come la variabile fondante e virtuosa delle loro reciproche prestazioni: consumo di servizi socialmente utili, da un lato; consumo di beni/servizi appaganti, dall’altro. L’etica del consumo unisce e, insieme, divide qui le parti in causa, a misura in cui sono fruitori o elargitori di servizi o beni.

Ma è un’altra la differenza di fondo che, in proposito, va colta. L’attore istituzionale locale agisce in funzione dello status symbol, i lavoratori, invece, in funzione dello style symbol. E dunque: mentre il primo propone ruoli sociali, i secondi rimangono attorcigliati intorno a stili di vita disagevoli e opprimenti. L’io narcisista, a suo modo, diventa un io temperato, proprio attraverso il consumo simbolico di ruoli sociali e stili di vita [19]. L’edonismo sfrenato viene mitigato, poiché il consumo non è più autoriferito, ma ha, al contrario, riferimenti e contenimenti istituzionali e sociali. Rimane, tuttavia, pienamente operante un’etica del consumo.

Ora, sono proprio i riferimenti e contenimenti istituzionali e sociali di cui si è appena detto che, riproducendo un’etica collettiva del consumo, impaludano soggetti ed istituzioni nelle sabbie mobili dei paradossi dell’etica. Ognuno rimane fermo al suo orizzonte normativo e valoriale, entro il quale vuole irretire l’altro. Il linguaggio simbolico del consumo allontana dall’etica paradossale; forse, addirittura, la nega. E ciò risulta tanto più vero, quanto più siamo resi consapevoli di un’evidenza contraria di prima grandezza: l’etica paradossale è l’etica dell’altruità, dove l’Io è tale proprio perché è per e con l’Altro.

Siamo qui oltre i contesti dell’etica della solidarietà che, pure, ha un ruolo positivo nelle relazioni sociali e interpersonali. Nell’etica della solidarietà l’Altro rimane ancora un’entità separata: si è accanto, non ancora con e per l’Altro. Da una posizione di prossimità ideale e valoriale si decide in che misura farsi carico della problematica esistenziale dell’Altro: l’Io e l’Altro rimangono qui ancora divisi. Manca ancora la compartecipazione e determinazione reciproca dei propri valori di riferimento. L’Io solidale è disponibile rispetto all’Altro; ma non è ancora innamorato di lui. In quanto ancora espressione dell’amore di sé, rimane esposto alla influenza del narcisismo.

L’etica paradossale, invece, spoglia l’Io dalle malattie dell’egoismo, poiché non lo spinge più sull’orlo delle acque del narcisismo. L’Io innamorato dell’Altro non ha bisogno di curare le sue ferite col narcisismo, oppure con le armature e le armi del potere. Si lascia andare, senza più pretendere che esseri umani e cose vadano a lui o siano da lui sottomessi. L’etica paradossale è, perciò, anche etica del donare.

Ora, soprattutto sotto quest’ultimo ordine di considerazioni, emerge che tanto l’etica dell’attore  istituzionale locale che la mimetica dei lavoratori sono sempre a favore di qualcosa o qualcuno; non già verso qualcosa o qualcuno. Incorrono, perciò, nel pericolo di trasformarsi in etiche di possesso: custodia e custodi dell’utile strumentale. Ora, i custodi e le custodie non donano; ma conservano. E conservano, per chiedere di avere. E hanno, per accumulare. Avere ed accumulare: ecco il dramma di tutte le etiche utilitaristiche. Da questa drammatizzazione debbono venir fuori sia l’attore istituzionale locale che i lavoratori regolari ed irregolari.

8. Diritti alla sbarra e umanità in catene

La scena sociale, politica e culturale è stata profondamente scossa dalla crisi finanziaria esplosa nel 2007-2008 che ha, certamente, costituito il fenomeno più rilevante degli ultimi decenni [20]. Le conseguenze sullo stato dei diritti sono state dirompenti. Il ridisegno della geopolitica del pianeta e dei conseguenti rapporti di forza si è accompagnata ad una riscrittura distruttiva della mappa dei diritti che non sono stati semplicemente negati o cancellati; più esattamente, sono risultati espiantati da un movimento oppressivo circolare che si nutre se stesso, succhiando diritti: cioè, divorando esseri umani.

La speculazione finanziaria, aggirando tranquillamente le fasi della valorizzazione imperniata sui processi lavorativi, produttivi, informativi e comunicativi, si è retta e si regge su puri calcoli monetari, basati su grandezze virtuali sovrapposte alle economie reali e totalmente scisse dai destini dei singoli e delle collettività. Siamo qui trascinati oltre il feticismo delle merci [21]; abbiamo fatto ingresso nell’epoca del feticismo dei prodotti finanziari. Non è una semplice crisi del capitalismo, ma la sua ennesima trasformazione [22]. Una crisi-mondo ci sta illustrando e narrando la nascita di un altro mondo: selvaggio, in quanto a degradazione dei diritti e della vita umana; evoluto, in quanto a tecniche e strategie di dominio, controllo, manipolazione e oppressione.

Più ancora del feticismo delle merci, il feticismo finanziario si svela come processo che nega l’assenza della vita dagli ordini sociali e storici, fino a spacciare se stesso come vita vera. Per esso, hanno statuto di verità non la realtà e gli esseri viventi in carne e ossa, ma l’andamento della borsa, le oscillazioni dei titoli, il differenziale dello spread, il default e via discorrendo su questo piano. Diversamente da quello classico, il feticismo finanziario non combatte la paura, ma la suscita, eccitando il panico sociale [23]. Attraverso la prefigurazione concreta di apocalittiche catastrofi quotidiane, tenta di addomesticare in linea preventiva le coscienze e renderle inerti sotto l’attacco che viene sferrato ai diritti, alla vita e alla natura.

Il feticismo finanziario valica definitivamente i confini che separano gli esseri umani dalle cose. La narrazione che mette in scena considera gli esseri umani al di sotto delle cose stesse: siamo ben oltre la reificazione dell’umano; viviamo in presenza della dissoluzione dell’umano. La furia distruttiva che si annida nel cuore del potere e nel DNA stesso dello “spirito del capitalismo” elude qui ogni forma di controllo, disarciona ogni pretesa di giustizia, espellendo come “altro da sé” ogni sistema di contrappesi. Lo “spirito del capitalismo” sposta il suo fulcro d’azione: votato originariamente alla costruzione della ricchezza delle nazioni, è ora completamente afferrato dal demone della mondializzazione della povertà e dell’ingiustizia. Se il feticismo delle merci deprivava la condizione umana, il feticismo finanziario la dissolve compiutamente. Al culmine di questa parabola storica, la globalizzazione inizia a scrivere e disegnare il racconto del capitalismo disumanante.

Transitando dal feticismo delle merci al feticismo finanziario, il mondo non fa più comparire sul palco della scena l’obsolescenza cosificata del lavoratore; piuttosto, l’utile finanziario dichiara l’obsolescenza dell’umanità che, di per sé, non è ritenuta funzionale alle plusvalenze finanziarie. Banche di investimento, compagnie di assicurazione, fondi pensione e fondi speculativi controllano e regolano i cosiddetti mercati liberi: la loro specializzazione consta nella compravendita di valute, azioni, obbligazioni e prodotti derivati. Ebbene, ogni anno viene stimato che l’economia reale crei nel mondo una ricchezza in PIL pari a 45 mila miliardi di euro; nella sfera finanziaria, invece, i “mercati” mobilitano un volume di capitali pari a 3,5 milioni di miliardi di euro: cioè, 75 volte quello che l’economia reale ha prodotto [24]. Tuttavia, è stata propria l’economia reale, così come modellata, strutturata e finalizzata, ad aver generato il ruolo apicale svolto dalla finanza globale. Si tratta di un megapotere, in grado di destrutturare a piacimento gli equilibri internazionali, secondo i propri interessi. Basti dire che questi istituti privati hanno potuto e possono indebitarsi con la Banca Centrale Europea (BCE) a un tasso dell’1,25% e prestare denaro agli Stati in difficoltà (Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia e Spagna in primo luogo) a tassi che hanno superato il 7% (Ramonet, 2011). Ma v’è dell’altro: dal punteggio di fiducia che le principali agenzie di rating (Fitch Ratings, Moody’s e Standard & Poors) attribuiscono a un paese dipende il tasso di interesse che esso pagherà, per ottenere crediti [25].

Non basta ancora: la concessione dei crediti è subordinata all’applicazione di politiche di taglio massiccio della spesa sociale e di cancellazione dei residui dei diritti di Welfare che ancora sopravvivono. Tali agenzie hanno, dunque, non solo il potere di far indebitare uno Stato, avviandolo verso il default, ma anche la possibilità di pilotarne le politiche di desocializzazione che costituiscono la piattaforma patogena dell’implementazione dell’utile finanziario. A ciò va, infine, aggiunto il fatto che esse operano in una situazione di totale assenza di concorrenza [26]. È come se un problema generasse all’infinito se stesso, espandendosi.

Per in nuovi padroni del mondo, non importa se questo significa povertà, fame, disoccupazione, sofferenza e infelicità per l’umanità e la società. Al contrario, quanto più terribili si fanno le condizioni di esistenza dell’umanità, quanto più sradicati sono i diritti, tanto più la finanza globale e le élites politiche transnazionali incrementano i loro poteri e i lori profitti. Basta ricordare che è sufficiente l’annuncio pubblico di licenziamenti, per far lievitare i titoli in borsa di un’azienda. Si va affermando un rapporto di dissimmetria crescente tra diritti e quotazioni in borsa: il principale fertilizzante delle seconde sta nella dissoluzione dei primi. La comunità del denaro si fa comunità politico-finanziaria e, nel far questo, si disfa della comunità umana. Estirpando diritti, sottrae potere; sottraendo potere, confisca ricchezza sociale; confiscando ricchezza sociale, toglie ai poveri per dare ai ricchi. L’intervento sul debito pubblico diventa lo strumento privilegiato, per canalizzare risorse verso oligarchie finanziarie sovranazionali, attraverso un vero e proprio sistema di tassazione incrementale delle fasce sociali già sottoposte a ingenti prelievi fiscali. È un processo con cui abbiamo imparato a fare i conti negli ultimi due decenni, ma solo dal 2007-2008 è esploso in tutta la sua virulenza, proiettando verso il futuro le sue funeste ombre. Sono in funzione megamacchine globali che hanno penetrato tutti i sottosistemi sociali, gli strati della società, gli ambiti della natura e le dimensioni dell’esistente umano e relazionale [27].

L’arcano impulso distruttivo del potere, magistralmente indagato da Elias Canetti [28], viene sublimato e scavalcato; non la distruzione dell’umanità è la posta in gioco, ma la sua dissoluzione: la sua decomposizione pilotata verso una nuova forma di assoggettamento inerziale di massa alla potenza dei poteri imperanti. La ricerca del punto zero di una nuova civiltà incardinata su privatizzazioni generalizzate, deregolazioni assolute, estensioni illimitate delle zone dei non-diritti, tanto decantata dal monetarismo e dall’ultraliberismo, cerca di farsi alba di un nuovo mondo che dell’umanità pervicacemente conserva ed esalta soltanto la disumanità. La parabola del monetarismo, inaugurata negli anni Settanta da Milton Friedman nel Cile di Augusto Pinochet, si conclude [29]. E si compie, sfociando verso esiti ancora più feroci delle sue premesse. Se il monetarismo e l’ultraliberismo concepivano la libertà nei termini di assoluto del capitale, l’economia politica dell’insicurezza restringe drasticamente questo campo: libertà è ora libertà illimitata delle oligarchie finanziarie sovranazionali e dei ceti politico-tecnocratici transnazionali ad esse collegati, maestri nella recisione dei diritti a colpi di machete. Oligarchie e ceti pervasi e guidati, inoltre, da una sorta di teologia politico-finanziaria salvifica che è la quint’essenza di tutte le follie del capitale.

I diritti sono apertamente divelti da poteri che si costruiscono e mostrano come nemici dell’umanità. Giustificano le loro scelte in nome del salvataggio dei bilanci (nazionali e sovranazionali), contrabbandato come salvezza delle nazioni. La finanziarizzazione globale mistifica se stessa come unica àncora di salvezza del mondo, quando ne è, invece, la rovina. Il fatto relativamente nuovo è che i diritti non sono semplicemente negati o cancellati; ma dichiarati esplicitamente disutili: controfattuali rispetto alle dinamiche dell’accumulazione politico-finanziaria. Addirittura, le plusvalenze finanziarie sono spacciate come strutture di benessere collettivo. Il benessere sociale e umano, insomma, non nascerebbe dai diritti di vecchia e nuova generazione, ma dalla valorizzazione delle posizioni politico-finanziarie dominanti. Delle vere e proprie tirannie politico-finanziarie governano l’espianto dei diritti in tutto il pianeta.

Prima di questa metamorfosi, il mondo era governato dalla paura; ora dalla crudeltà. Prima, il mondo era impregnato di “passioni tristi” [30]; ora dall’angoscia e dalla inenarrabile e insopportabile fatica del vivere. Il diritto umano alla vita viene estinto, stritolato come è da ingranaggi disumani. Una umanità senza diritti è umiliata ogni giorno, in una sequenza infernale che pare non avere mai termine.

Quando la solvibilità e/o l’insolvenza vengono poste come pietre angolari del vivere associato e della convivenza civile, l’umanità perde totalmente di significanza e rilevanza: una pura curva econometrica, assoggettata a inedite e totalizzanti forme di oppressione. La neobarbarie non si limita più a bussare alle nostre porte; è entrata nelle case di noi tutti, rendendole per tutti inabitabili. Non v’è ambito del vivere associato che i processi di finanziarizzazione risparmiano; non v’è spazio dell’esistenza dei singoli e delle relazioni umane che non sia posto sotto assedio, scarnificato ed espropriato di senso vivo. L’aspetto più inquietante della complessità di questi fenomeni è dato dalla creazione di relazioni umane e sociali tanto afasiche quanto intossicate, in uno spazio/tempo che stringe d’assedio i diritti, cercando di spingerli verso il grado zero. Il messaggio più subdolo che questa messa in scena fa circolare è così rappresentabile: i diritti sono disutili, perché totalmente impotenti nella costruzione del futuro umano-sociale.

A essere tossici, però, non sono riduttivamente i prodotti finanziari; bensì le megamacchine economiche, politiche e finanziarie che li hanno generati [31]. La tossicità dei prodotti finanziari, da un lato, costituisce il coronamento di un processo di lunga durata che parte dagli anni Ottanta e accompagna l’ascesa e il trionfo delle politiche monetariste e ultraliberiste; dall’altro, segna l’inizio di una nuova epoca economica, sociale e politica: quella del feticismo della finanza globale e delle megamacchine di potere che la governano. La potenza dell’utile finanziario fronteggia e pone in cattività ciò che essa dichiara disutile e impotente, a cominciare dai diritti. In questo vortice di pura follia tirannica, supremamente disutili diventano gli esseri umani. Questa è l’ideologia profonda che plasma, anima e governa l’epoca presente, nel più incondizionato disprezzo del vivente umano e non umano. Stanno già qui delineati i nuclei attivi di un conflitto globale di nuova formazione che agita le viscere del pianeta e di cui abbiamo finora intravisto timide avvisaglie: dalle primavere arabe alle mobilitazioni mondiali degli Indignados e di Occupy. Un conflitto che, a pieno titolo, rientra come elemento caratterizzante delle metamorfosi in corso, a prescindere dai suoi alti e bassi e dai sui flussi e riflussi.

Alla potenza in espansione dei prodotti finanziari corrisponde, in misura crescente, il loro vuoto  abissale, colmato esclusivamente da un potere galvanizzato da eccitazioni monetarie. Un abisso che è qualcosa di più e di diverso dall’amoralismo, dal cinismo e dall’indifferenza. La tirannia della finanza globale produce una sorta di anti-etica che al suo centro non mette la vita, gli esseri umani e i diritti, ma la sua smodata sete di denaro e di potere. Fatta precipitare in questo gorgo, l’umanità vivente è dissolta come umanità sensibile, pensante e ragionevole. L’intento delle megamacchine del potere è quello di irretirla in copioni relazionali che la riducano a una moltitudine di soggetti docili e conformisti: l’obbedienza acritica deve qui scattare come un automatismo comportamentale che è beffardamente classificato come normalità virtuosa. Il vuoto relazionale deve diventare un pieno routinario, governato dall’alto da sofisticati meccanismi di controllo ed  eterodirezione. Lo scopo essenziale delle megamacchine di potere è quello di far scattare la fede superstiziosa nei loro confronti, quali uniche strutture di benessere collettivo esistenti. Per questo motivo, la tirannia finanziaria deve condurre permanenti e sempre nuove campagne di desensibilizzazione umana, sociale e culturale. Ghermiti dal vortice della desensibilizzazione, i diritti scompaiono dagli universi vitali e sono rimossi dalle aspettative di esperienza. L’atrofia etica delle megamacchine di potere comporta la salita alle luci della ribalta dei non-sentimenti e delle non-emozioni: la crudeltà si mette qui in scena e narra le sue atrocità con assoluta noncuranza.

9. Metamorfosi dispotiche e distopiche

Il ciclo neoliberista, iniziato negli anni Ottanta, si è prolungato fino ai primi anni 2000 [32]. Con la detonazione della crisi globale del 2007-2008 e, ancora di più, con l’esplosione del debito sovrano del 2011-2012, le forme della crisi e le integrazioni sistemiche tra le varie sfere dei poteri globali hanno descritto una parabola che, in minima parte, possiamo ancora designare col nome di crisi e, in gran parte, dobbiamo iniziare a qualificare come incubazione di un nuovo ordine mondiale. Diversamente da quanto narrato da esperti e opinion maker, le variabili principali della metamorfosi in corso non sono esclusivamente riconducibili a dinamiche di tipo finanziario e monetario, pur riconoscendo loro tutta la rilevanza che meritano. Occorre far risalire in superficie ciò che si nasconde sullo sfondo ed è ricacciato nei sotterranei del potere. In particolare, ciò che va disvelata adeguatamente è la trama che si sta intessendo tra diritto, diritti e poteri. Le trasformazioni del diritto a cui abbiamo fatto innanzi cenno non sono senza influenza sulla scrittura e riscrittura delle mappe dei diritti.

È necessario indagare criticamente e in permanenza il conflitto ineliminabile tra la costituzionalizzazione mummificante dei diritti e il divenire trasformativo dei loro menu [33]. E certamente il cuore del conflitto risiede nel superamento dell’anima proprietaria che corrode il discorso sui diritti [34]. La svolta che, in questo senso, si profila con urgenza è svincolarsi dalla mera rivendicazione di diritti inoltrata al potere, affinché li riconosca; essi, invece, vanno sempre più affermati e riaffermati con pratiche globali di trasformazione dei tessuti sociali e delle architetture istituzionali. Essi vanno, piuttosto, imposti dal basso, attraverso mobilitazioni trasversali e transnazionali, fuori da quelle logiche di potere che sterilizzano i temi, i valori, le risorse e le vite di cui sono portatori. Esempi di tal genere ne abbiamo sotto gli occhi: in tempi recenti, depongono in tal senso le rivolte del 2011 che hanno preso inizio con le primavere arabe; in tempi più remoti, testimonianza di questa tendenza è stata, nel 2001-2002, la mobilitazione sociale in Argentina contro le politiche di austerità del FMI.

Non rimane che partire dalla consapevolezza che il costituzionalismo moderno è entrato in crisi irreversibile, proprio perché fisiologicamente incapace di proteggere e valorizzare la proteiformità e transnazionalità che i diritti hanno oggi acquisito [35]. In un’arena globale come quella entro cui siamo gettati nel presente, il costituzionalismo nazionale non può avere vita e storia: è morto con il declino dello Stato nazione [36]. I diritti non riescono più a limitare i poteri, poiché questi, ormai, si muovono fuori dalle costituzioni, dribblandone tempi e spazi. I confini della polis antica e della modernità sono stati fatti saltare proprio dalla mondializzazione dei percorsi e processi di autodeterminazione dei poteri, i quali oggi candidamente confessano che le costituzioni non sono più necessarie per il governo della società. Anzi, sarebbero diventate delle controfattualità pratiche e teoriche, ai fini del “buon governo”. La società, per essere governata, va conseguentemente bonificata dai diritti e, quindi, liberata dal peso ingombrante delle costituzioni democratiche. I poteri transnazionali celebrano, così, un nuovo mito di fondazione che destituisce i valori collettivi sedimentati nella memoria democratica e nell’immaginario sociale, per istituire la dominanza extracostituzionale ed extraistituzionale di interessi globali specialistici che elaborano e impongono alle istituzioni un diritto contro che ha per suoi specifici bersagli società e soggetti sociali.

I diritti e il diritto internazionale sono le vittime eccellenti di questo processo di specializzazione che sradica tutele, garanzie, regole e procedure eque e trasparenti. Il potere si purifica e autoassolve: celebra la sua propria innocenza e, nel contempo, la colpa della società, partorendo un nuovo e terribile mito di fondazione. Si tratta di un immane processo di decodificazione e ricodificazione che fa della deregolazione la procedura che norma, assetta e riassetta l’universo mondo. In questo nuovo ordine di discorso, la certezza del diritto diventa sinonimo della certezza della potenza del potere. Il diritto non attiene più ai cittadini e/o ai popoli, ma esclusivamente al potere: il diritto è stato fagocitato dal potere. Nel processo è, almeno, ravvisabile un vantaggio: il crollo delle finzioni giuridiche postulanti la certezza del diritto che, in realtà, generavano un ingranaggio di proliferazione infinita di autovalidazioni. Pervenuti a questo stadio, tutto il complesso sistema dell’interpretazione giuridica si incrina definitivamente [37].

Le cartografie dei diritti, allora, devono schizzare definitivamente fuori dalle mappe dei poteri, costituendone e costruendone l’alternativa: non possono più accontentarsi di limitarle; ma devono loro strappare spazi, tempi e luoghi, generando universi di dialogo liberi quanto conflittuali. Il diritto ad avere diritti si profila come emanazione delle pratiche di comunione delle differenze e delle battaglie che le accompagnano, prima ancora che come riconoscimento conferito da istituzioni e poteri costituzionalizzati. Tra pratiche sociali di esercizio dei diritti e costituzioni, a prescindere dal grado di sospensione di queste ultime, esiste un ineliminabile rapporto di conflittualità [38].

Ciò è vero soprattutto oggi, epoca in cui i poteri transnazionali fanno dell’estinzione degli spazi costituzionali dei diritti la loro strategia ricorsiva per eccellenza. Possiamo catalogare questa strategia come bulimia del potere. I diritti e i soggetti multipli che li incarnano si trovano gettati nella dimensione spaziale e temporale del naufragio, di cui il potere ambisce a essere lo spettatore estasiato e galvanizzato. Naufragio con spettatore, ma senza attore: questi i fotogrammi che all’infinito il potere tenta e spera di imprimere nell’inconscio sociale e nella memoria collettiva. Ed è qui che il mito di fondazione dei poteri transnazionali, prigionieri della loro bulimia, si converte nella mitologia della loro eterna potenza. Il punto di discrimine è che i naufraghi dei diritti, uscendo dalle loro prigioni, si rovesciano contro quei poteri che aspirano a spettacolizzare ed eternizzare il naufragio. L’assalto delle azioni libere priva il potere delle sue riserve bulimiche.

Dobbiamo sempre tener presente che la crisi globale entro cui siamo stati gettati dal 2007-2008 è regolata da mutevoli rapporti di forza politici, economici, sociali e culturali; ma, nel contempo, ne è anche il regolatore. I poteri globali non si limitano a patire la crisi, ma l’agiscono; qualche volta, addirittura, la provocano in maniera artificiale. Dal punto di vista strategico, la crisi è un elemento di governo della relazione tra la vita del potere e la sopravvivenza degli oppressi [39]; da quello tattico, invece, è il terreno sul quale si consumano le lotte per la spartizione e/o l’acquisizione di potere. Sia sul versante strategico che su quello tattico, può assumere modalità di espressione apertamente violente, tutte le volte che l’azione di governo, la pressione sociale e la manipolazione  ideologica non sono sufficienti a realizzare i programmi di potere perseguiti.

Per alimentare la propria vita, i poteri globali compromettono quella degli oppressi, disputandosela e sacrificandola sulla tavola imbandita dai propri interessi. Mai come nell’ora presente, questo principio ferreo ha trovato modo di manifestarsi. La potenza luciferina del potere risplende sul sangue di milioni di esseri umani, lasciati in consegna ad un destino di povertà, sofferenza e morte. Il pianeta e l’umanità sono immiseriti, per l’esultanza di sempre più ristrette oligarchie transnazionali: è la landa estrema dell’incivilizzazione quella verso cui spinge inarrestabilmente ogni civiltà incardinata sul controllo, la neutralizzazione, l’assimilazione, la segregazione e l’eliminazione dell’Altro oppresso [40]. La crisi ha azionato apparati di guerra multiformi che hanno aggredito, senza pietà, le classi, le sottoclassi e i popoli oppressi, facendone dei diseredati e dei disperati a cui è tolto tutto: il poco o niente che avevano [41]. La guerra non è stata nemmeno dichiarata, ma praticata con certosina metodicità, rendendo il vivere umano e sociale una scommessa ardua, se non impossibile. Impossibilitare la vita significa qui rendere possibile unicamente l’esistenza del potere. Le forme della vita, in questo forsennato disegno di potenza, debbono scomparire; devono esistere soltanto le forme del potere. Non si deve più nemmeno sentir parlare di diritti e di libertà: le nuove élites sovranazionali al potere li ritengono un avanzo del passato. Per esse, il pianeta è un immenso campo di battaglia da bonificare dai diritti e depurare dalla libertà. Possiamo designare la metamorfosi che siamo venuti illustrando come incivilizzazione dei diritti. Nel senso che i diritti, all’interno di un processo di incivilizzazione globale, vengono trasformati in non-diritti e fatti operare non come fattore di civiltà, ma come agenti di inciviltà. L’incivilizzazione dei diritti fa capo all’incivilizzazione della vita.

Sul piano degli enunciati formali, le democrazie liberali classiche si sono rette sul diritto fondamentale alla vita, sulla libertà individuale e collettiva, sull’obbligo all’inclusione sociale e alla partecipazione democratica. Questi imperativi categorici sono stati sovente lesi e altrettanto spesso si sono risolti in retoriche normative e comunicative; ma, almeno, avevano fissato un orizzonte liberale e democratico di riferimento. Nelle società postliberali, invece, i diritti hanno cominciato seriamente a vacillare e, con essi, la democrazia è stata messa in questione. Le disavventure dei diritti e della democrazia hanno preso inizio negli anni Ottanta e Novanta, quando la controffensiva neoliberista ha preso il sopravvento: la democrazia è stata posta sotto pressione da poteri decisionali autoritari e i diritti sono stati confinati in un campo di azione reso sempre più angusto e sterile.

La crisi esplosa nel 2007-2008 non si è limitata a negare e dissolvere diritti, ma ha iniziato a disegnare una società e un ordine mondiale dentro cui lo spazio dei non-diritti ha subito una dilatazione impressionante, in ogni area del mondo globale. E ciò ha rappresentato un punto di svolta in confronto allo stesso neoliberismo. Per i diritti, la problematica che si è aperta è scottante, attraversando essi tutti i sistemi e i sottosistemi aggrediti dalla crisi. L’aggressione ai diritti appare come una dichiarazione di guerra all’umanità e alla società: la crisi si è impegnata a costruire e imporre, già da ora, un futuro distopico che si regge sulla pianificazione globale dell’illibertà, dell’ingiustizia, della disuguaglianza, della discriminazione, del razzismo e della violenza istituzionale. La costruzione e la rappresentazione sociale delle distopie passano dall’ordine narrativo all’ordine storico e politico: perdono i loro tratti di inquietudine simbolica e la loro impronta psicotica e allucinata, per proporsi e sperimentarsi come realtà quotidiana che generalizza e riproduce se stessa. Libertà e diritti, attraverso il dosaggio sapiente di complesse macchine simboliche, ideologiche, giuridiche, politiche e militari, risultano brutalmente schiacciati. Ecco perché non siamo di fronte a una generica ed ennesima “crisi sociale”, allo stesso modo con cui non possiamo imperniare l’alternativa alla crisi sulla semplice ricollocazione della “questione sociale” nell’agenda politica.

Il ritorno alle “ricette politiche” del passato è vanificato dall’inedita complessità dei temi e dei problemi sul tappeto. Come è possibile risolvere in termini di pura e semplice agenda politica la complessità transnazionale della crisi dei diritti, quando milioni di donne e uomini non hanno accesso all’acqua, soffrono la fame, non godono di un lavoro dignitoso, non sono integrati in nessun sistema educativo e formativo? Ogni giorno e in ogni parte del mondo migliaia di donne e uomini sono maltrattati, sfruttati, torturati e uccisi, ben al riparo di istituzioni interessate, compiacenti o (nel migliore dei casi) distratte. Nelle impostazioni progressiste tradizionali, l’agenda politica ha tentato di frapporre dei contrappesi agli sconfinamenti del potere, erigendo delle barriere protettive, grazie alla disseminazione dei diritti personali e collettivi. Nella situazione attuale, il potere plasma l’agenda politica che ora si regge sulla proliferazione delle aree dei non-diritti: l’ingiustizia, l’illibertà e la disuguaglianza sono le anime tentacolari di forme di sovranità globali oppressive.

Possiamo sicuramente interpretare la crisi in corso come dispositivo di un nuovo ordine mondiale [42]  che non si pone affatto l’obiettivo programmatico di un bilanciamento tra poteri e diritti e tra democrazia e mercato, alla fine dei conti rivelatosi un sogno inghiottito dalle sabbie mobili della dismisura del potere. Il nuovo ordine, piuttosto, si regge sullo smodato desiderio di spazzare via perfino i residui dei regimi democratici, attraverso la monumentalizzazione di logiche di potere eslusiviste. Più che all’estinzione dello Stato, sotto lo sconfinamento invasivo del mercato, abbiamo assistito all’estinzione dei diritti, sotto la pressione congiunta di Stato e mercato che, piuttosto che riallinearsi e riequilibrarsi, hanno definitivamente strappato la sovranità della rappresentanza al popolo e/o ai cittadini e/o ai soggetti sociali [43]. Il potere e i poteri, nel rappresentarsi, sovraimprimono la circolazione della loro autoreferenzialità politica e simbolica, attraverso cui occupano tutti i tempi e gli spazi della vita sociale e personale: dai tempi di lavoro ai tempi della vita.

L’estinzione progressiva dei diritti doveva essere necessariamente accompagnata e coadiuvata dalla metamorfosi del diritto, ormai, ridotto a una macchina di potere. Il divorzio tra diritto e diritti non poteva essere più inequivocabile: il diritto costruisce qui zone franche dai diritti che, per i poteri globali, presentano anche l’indubbio e non secondario vantaggio di attrarre investitori e investimenti, secondo le linee di una vera e propria antropofagia sociale. Il diritto qui si compie come macchina complessa che crea e contemporaneamente attrae ingiustizia: a misura in cui divora diritti ed espande ingiustizia, il diritto si cannibalizza, dilatando oltre misura il carattere predatorio del potere. La predazione esercitata dal potere si esprime in un movimento duplice, ma convergente: a) la deresponsabilizzazione del popolo, dei cittadini e dei soggetti sociali, a cui è tolta la sovranità della scelta; b) l’irresponsabilità dei decisori che non intendono essere chiamati a rispondere delle loro scelte e delle loro azioni. In un certo qual modo, il diritto veicola la socialità predatoria del potere che, a sua volta, si legalizza proprio attraverso forme di predazione istituzionalizzata e socializzata.

10. Stati normali di insicurezza

Insistiamo, ora, sul legame che si va dipanando tra lavoro, diritti e produzione sociale, isolando una nervatura essenziale dell’economia politica dei non-diritti: la salute e sicurezza sul lavoro. Come è ben risaputo, esse sono spesso trasformate in un racconto nel quale sono assenti la voce e il volto dei protagonisti. Questa assenza trasforma i racconti nello snocciolamento di dati, peraltro non del tutto legittimi sul piano scientifico e poco credibili su quello empirico; oppure convertiti nel rituale della denuncia indignata che non riesce, nemmeno alla lontana, ad aggredire la sostanza delle problematiche in gioco.

In entrambi i casi, le variabili narrate ufficialmente nascondono quelle della realtà vivente, dalla quale vanno autonomizzandosi in misura impressionante. L’effetto di nascondimento rituale, così, prodotto fa girare a vuoto la ricerca sui determinanti della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro, vanificando sia gli interventi di riaggiustamento sul campo che quelli preventivi.

La realtà vivente dell’organizzazione del lavoro è il centro di emissione di domande in continuo farsi, disfarsi e ridefinirsi che, non di rado, risultano essere tra di loro contraddittorie. Se la voce e il volto dei lavoratori sono nascosti ed espulsi dai racconti ufficiali sulla sicurezza, è fin troppo ovvio che la convergenza dei diritti e degli obblighi verso l’approntamento di un ambiente di lavoro sano e sicuro sia minata alla base. Se, inoltre, consideriamo che la narrazione è un “tipo” di azione che rende comprensibili le nostre storie a noi e agli altri [44], ben si comprende come l’assenza dei lavoratori dal testo narrativo pregiudichi l’affermazione dei loro diritti e occulti le violazioni ricorrenti di cui sono vittime. 

Ma non è solo rilevante come si racconta una storia; ancora più importante è chi la racconta. A seconda della soggettività della voce narrante, abbiamo storie diverse, anche sullo stesso evento o sullo stesso fenomeno. Proviamo a comparare tra di loro le storie sulla sicurezza sul lavoro raccontate dai datori di lavoro e quelle raccontate dai lavoratori: le differenze di approccio e le ricostruzioni empiriche divergono nettamente tra di loro [45]. Come divergono i racconti sulle modalità di applicazione delle norme sulla sicurezza, con la tendenza da parte dei datori di lavori di esaurire la complessa questione in un presunto e generalizzato deficit comportamentale dei lavoratori.

Ora, la sparizione del volto e della voce dei lavoratoti dalle narrazioni ufficiali sulla sicurezza sul lavoro nasconde i processi base che, negli ultimi decenni, hanno provocato la crescita dell’esposizione potenziale ed effettiva al rischio. Il principale di essi è la frammentazione del lavoro, terreno di coltura della diffusione interstiziale del rischio all’interno dei cicli lavorativi, in forza di cui è resa evanescente la prevenzione e sempre più aleatoria l’applicazione delle normative che regolamentano la materia [46].

La frammentazione dei cicli lavorativi contempla una nuova e diversa organizzazione dello spazio e del tempo di lavoro, in un nuovo e diverso rapporto col tempo e lo spazio di vita dei lavoratori, compressi e resi sempre più anonimi. La sicurezza sul lavoro, in questa nuova scala organizzativa, perde progressivamente consistenza e valore. Se il tempo deve sempre più velocemente attraversare lo spazio e lo spazio sempre più essere catturato dall’onda del tempo, le soggettività al lavoro diventano sempre più insignificanti. E lo sono prima e fuori dai cicli lavorativi: nel tempo e nello spazio di lavoro, così come nel tempo e nello spazio di vita.

L’insicurezza sul lavoro è la proiezione dell’insicurezza della vita e viceversa. Il rischio è l’ombra minacciosa che offusca simultaneamente la vita e il lavoro: sicuri devono essere soltanto le prestazioni e i rendimenti dei cicli lavorativi, non anche i soggetti al lavoro, ormai definitivamente ridotti a entità produttive devitalizzate. Nel loro farsi accumulazione disarticolante, i cicli lavorativi e produttivi non sono più soggiacenti a sfere e valutazioni di carattere etico. Anzi, l’etica viene definitivamente espulsa dalla produzione e dall’accumulazione. Del resto, la condizione di normalità dell’ultraliberismo sta proprio nella massimizzazione dello stato di insicurezza [47].

Si genera un’antietica dell’accumulazione e della produzione sociale che fa a brandelli l’etica della sicurezza sul lavoro. Dello spazio e del tempo, nella vita come nel lavoro, i soggetti al lavoro non hanno padronanza e cognizione: ecco perché l’insicurezza li avvolge, nella vita come nel lavoro. L’insicurezza sul lavoro e la frantumazione del lavoro diventano funzioni complementari di un processo che incorpora la vita dei soggetti al lavoro, senza preoccuparsi di tutelarla, ma smungendone il tempo e lo spazio. Il lavoro uccide e genera malattie professionali su scale allargate, proprio perché viene privato del tempo e dello spazio di vita: tempo e spazio di lavoro sono, ormai, definitivamente scissi dal tempo e dallo spazio della vita. Tutti i tempi e tutti gli spazi del lavoro e della vita sono gettati nel vortice dell’insicurezza e della precarietà. È un terribile cortocircuito, se pensiamo alla lesione della dignità e nobiltà dei soggetti al lavoro; una risultante di estrema e rara coerenza, se consideriamo le logiche di disarticolazione che governano oggi produzione sociale e accumulazione. La frantumazione dei cicli lavorativi e la disarticolazione dei processi accumulativi diventano gli agenti diffusori e moltiplicatori dell’insicurezza sul lavoro.

La scissione tra tempi e spazi della vita e tempi e spazi del lavoro produce un effetto esiziale massimo: quello di spogliare la vita, trasformandola in lavoro. La vita è sempre costretta al lavoro ed è sempre declinata come lavoro; e lo è, in maniera niente affatto paradossale, soprattutto quando è alla ricerca di lavoro. Viene ridotta a una variabile dipendente del lavoro e, esattamente come il lavoro, viene governata mediante l’impiego di strategie di deprivazione. L’incertezza la circonda e la sovrasta. È la qualità del lavoro che determina negativamente la qualità della vita che, a sua volta, si riverbera con effetti ancora più destrutturanti sul lavoro. I rischi sul lavoro inseguono e assediano la vita anche fuori le sfere del lavoro, prolungandone e massificandone gli effetti deleteri.

Ma non è tutto: il rischio da lavoro viene socializzato, riempiendo tutti i pori del tessuto interconnettivo dei tempi e degli spazi di vita. La socializzazione del rischio da lavoro, a sua volta, ricade sui cicli lavorativi, generando effetti ancora più dirompenti: l’incertezza e la precarietà del lavoro fanno tutt’uno con l’incertezza e la precarietà della vita. Uno svilimento generale mortifica lavoro e vita, incatenandoli agli stessi ceppi. La riduzione della vita a lavoro precario frantumato rende sempre più difficile, se non impossibile, costruire sicurezza nel lavoro e nella vita. L’insicurezza regna sovrana e trionfante, nel lavoro come nella vita.

Molte sono le conseguenze dannose di processi di questa natura. La più grave di tutte è, certamente, la messa in crisi della percezione di sé tanto come soggetto autonomo al lavoro quanto come essere vivente libero. In questo modo: a) il soggetto al lavoro sempre meno riesce ad affrontare con risolutezza l’organizzazione che lo sovrasta e risucchia; b) l’essere vivente libero perde la dimensione della socialità e relazionalità dentro cui pure è calato. L’insicurezza del lavoro e della vita diventa un ambiente oppressivo di seconda natura, fatto tendenziosamente passare come habitat umano e sociale normale. I soggetti al lavoro e gli esseri viventi liberi, con sempre maggiore difficoltà, riescono a sfuggire alla stretta di questa tenaglia. La difficoltà di percepire se stessi si traduce in difficoltà di pensare e ripensare il mondo e la propria collocazione in esso. Il disorientamento che ne deriva rende tutti più deboli, fragili, vulnerabili e insicuri. Le macchine e i dispositivi di potere che governano questi processi si nutrono proprio di queste debolezze, fragilità e insicurezze.

Gli strumenti per pensare e costruire in libertà gli orizzonti del tempo e dello spazio, nel lavoro e fuori del lavoro, si assottigliano sempre di più, fino a rischiare di essere cacciati via dalla memoria collettiva. Il rischio raggiunge qui il suo vertice: si cerca di convincere lavoro e vita di non avere altra prospettiva, al di fuori della realtà cruda che viene loro imposta. Nel lavoro e nella vita, l’insicurezza si spaccia come unico habitat esistente, sia nell’ordine delle possibilità che in quello delle necessità. Il conflitto che qui si insedia è tra sicurezza e insicurezza; tra sicurezza negata e insicurezza imposta. E qui la cifra della sicurezza diventa contrassegno di libertà. Perciò, la battaglia sulla sicurezza nei luoghi di lavoro ha un profilo così elevato e trascende il mero campo di forza dei conflitti di lavoro.

L’insicurezza sul e del lavoro come causa ed effetto dell’insicurezza della vita è un elemento di organizzazione del vuoto sociale entro il quale si è costretti a vivere, in cui il rischio incombe solo e sempre sulle parti deboli, mentre la sicurezza si distribuisce solo e sempre di più al vertice della piramide sociale. Lavori insani e insicuri sono il prodotto di queste dinamiche, ormai dominanti su vasta scala, sovralimentate dalla crisi globale e, nel tempo stesso, svelate in maniera impietosa. L’insicurezza sul lavoro è anche un atto discriminatorio, poiché viola il diritto alla salute e attenta alla vita dei soggetti al lavoro. Il processo di fluidificazione tra lavoro e vita e tra vita e lavoro salda qui universi paralleli, rendendoli pienamente convergenti. Il lavoro insicuro è immediatamente vita discriminata, esattamente come la vita insicura si fa immediatamente discriminazione del e nel lavoro.

Siamo andati trascorrendo verso situazioni in cui l’organizzazione del lavoro è diventato un elemento di corrosione della sicurezza sul lavoro, al punto che tra le due dimensioni si è instaurato un aperto conflitto; nondimeno, è possibile continuare a pensare ad una organizzazione del lavoro in funzione della sicurezza sul lavoro [48]. I modelli di organizzazione del lavoro evocati sono entrambi fattibili, ma alternativi. All’effettualità dell’organizzazione del lavoro contro la sicurezza del lavoro, vanno contrapposte la possibilità e necessità di un’organizzazione del lavoro per la sicurezza del lavoro. Col che i termini del conflitto politico, culturale e sociale si vanno evidenziando in linea definitiva, allargandosi dal tempo e dallo spazio del lavoro fino al tempo e allo spazio della vita.

L’habitat organizzativo dei luoghi di lavoro ignora l’umanità che contiene dentro di sé e, perciò, la maltratta con naturalezza, imponendole mezzi, fini e modi di agire estraneanti. Il malessere organizzativo, relazionale e personale è la costante che si afferma imperiosamente in habitat così fatti e non meraviglia che al loro interno trionfino l’indifferenza e il calcolo manageriali. La sofferenza del sistema di sicurezza e dei relativi diritti nasce da qui. È sin troppo chiaro che il diritto di sicurezza crei un dovere di sicurezza del, nel e per il lavoro, in larga parte dipendente dal benessere organizzativo. Del resto, il peso rilevante giocato dal benessere e/o malessere organizzativo sui luoghi di lavoro, ormai, è unanimemente riconosciuto [49].

L’habitat lavorativo è dominato dalla razionalità calcolistica delle prestazioni e dei rendimenti a breve. Il management che lo governa si interfaccia con i soggetti al lavoro, considerandoli semplicemente mezzi senza fini, visto che questi vengono imposti dalle gerarchie di comando. Ridurre le persone a mezzi, senza mai considerarli un fine, viola l’etica della condivisione e del dialogo tra esseri che sono tra loro pari in umanità. E, fatto ancora più grave, espelle i sentimenti e le emozioni dalle sfere della convivenza umana e dallo spazio delle decisioni, tanto nel lavoro che nella vita.

Il modello di  vita e di relazionalità, così imposto, espunge dal suo campo sistemico l’intelligenza emotiva. La messa al bando dell’intelligenza emotiva non è altro che il prolungamento dell’esonero dell’intelligenza etica: con un solo colpo, due risorse vitali e costitutive della condizione umana vengono sabotate fino alla sterilizzazione completa [50].

L’effetto indesiderato, ma coerente, di questi approcci e questi processi è di una sconvolgente portata: masse crescenti di lavoro pericoloso e dispendioso rimpiazzano masse crescenti di lavoro sicuro e virtuoso, con il progressivo risucchio della sicurezza nel dedalo fagocitante dell’insicurezza. Vita insicura e lavoro insicuro sono la faccia nascosta l’una dell’altro. Al di là delle conseguenze  etiche e sociali, su cui ci siamo già soffermati, resta da osservare che la circostanza è: a) causa della perdita massiva di capacità produttive e inventive; b) fonte di spese crescenti, per indenizzi e prestazioni a carico del sistema previdenziale e assicurativo. E, dunque, anche dal lato strettamente economico e performante, tanto caro alla razionalità calcolistica che presiede alla sicurezza sul lavoro, i contraccolpi economici non sono di lieve peso. Da qui la tendenza delle imprese, affermatasi in larga parte del mondo, di scaricare sullo Stato e le istituzioni questi costi classificati, in maniera strumentale, come “effetti collaterali”, quando invece si tratta di esiti consequenziali di scelte organizzative razionali.

Siamo arrivati al cuore del problema del vivere male il lavoro e che dal lavoro si proietta alla società e dalla società cinge d’assedio il lavoro. Il nodo strategico che continua a non essere sciolto adeguatamente o, peggio, è pesantemente rimosso pare il seguente: l’organizzazione del lavoro e del sistema di sicurezza viene architettata come leva strategica che comanda il cambiamento, ruotando in eterno su se stessa, senza mai mutare i suoi scopi razionali e i suoi mezzi strumentali. Manca la consapevolezza culturale, etica, sociale e politica che essa è fatta per essere cambiata, in primis dai soggetti che la vivono. Solo, così, le costrizioni da essa generate possono mitigarsi e risolversi positivamente nel tempo. Il cambiamento del lavoro e la crescita della sicurezza sul lavoro sono una variabile del dialogo tra benessere organizzativo e benessere sociale, libertà sociale e libertà del lavoro. In assenza di questo dialogo, l’organizzazione del lavoro genera malessere e la sicurezza sul lavoro si volge in insicurezza, con espansione esponenziale tanto del rischio quanto del danno.

Benessere delle organizzazioni e benessere degli individui, dentro e fuori i cicli lavorativi, prescindono da indicatori di tipo economico, plasmati come sono da un cieco produttivismo ed efficientismo. Come il benessere di una società non è misurabile dal PIL [51], così il benessere organizzativo nei luoghi di lavoro non è dato dal volume del fatturato aziendale e dagli indici delle quotazioni in borsa.

Società e habitat lavorativo stanno in un rapporto di risonanza reciproca: quanto più angusta e diseguale è la dimensione del benessere sociale tanto più balbettante è il benessere organizzativo. Non si tratta di due fenomeni che si fanno da specchio l’un l’altro. Più al fondo, si condizionano, interpenetrano e rimodellano di continuo, generando, rigenerando e riplasmando, per la parte che loro compete, la complessità delle relazioni sociali e umane, prima ancora che valori e disvalori economici. Il carattere di vorticosa imprevedibilità delle fenomenologie in questione fa sì che la risonanza non sprigioni soltanto valenze di positiva creatività, ma dispieghi anche effetti distruttivi sui sistemi sociali organizzati e sugli ambienti socio-umani circostanti. Tutto dipende da chi governa, come decide e per quali finalità, tanto nelle scale micro e macro delle imprese quanto negli ordini micro e macro del sociale. In genere, v’è un accordo funzionale, delle volte anche tacito, tra i governanti e i decisori; mentre i governati esprimono un disaccordo palpabile che, delle volte, rimane muto, ma non per questo meno profondo. 

Non siamo semplicemente in faccia a un conflitto, ma posti di fronte all’esplicitazione di un equilibrio infranto e di un disequilibrio montante. Società e lavoro finiscono in pasto al malessere e a una catena di disuguaglianze e sofferenze indicibili: sono squilibrati sull’asse dell’oppressione e dell’ingiustizia. Il benessere sociale si rovescia in benessere delle imprese e nemmeno di tutte, ma soltanto di quelle più competitive sul piano della capitalizzazione finanziaria, il cui orizzonte, non di rado, volge verso un tramonto repentino. L’alienazione e l’oppressione lavorativa si traducono in malessere sociale che si allarga a macchia d’olio. Come la sicurezza sociale diventa, per grandissime maggioranze di cittadini, un campo minato, così la sicurezza sul lavoro è un percorso di guerra che, ogni giorno, lascia sul campo morti e feriti. Al di qua delle linee del management e del  PIL, si è tutti insicuri; la sicurezza sociale e lavorativa nasce solo valicando le loro frontiere. 

Il sistema della sicurezza sul lavoro trova, ormai, la sua qualificazione principale nel mettere fortemente a rischio la vita umana. L’insicurezza, da variabile da tenere sotto controllo, si è trasformata in elemento di regolazione negativa del sistema. Inoltre, essa si è globalizzata, nel tempo come nello spazio: di lavoro si muore in tutto il mondo, ad un ritmo e in dimensioni inaccettabili, ma nell’indifferenza generalizzata.

V’è una sproporzione evidente tra l’espansione globale dei rischi da lavoro e la fruizione dei diritti e delle garanzie sul lavoro. Le insicurezze si globalizzano e i diritti si contraggono. Il diritto alla salute e alla sicurezza sul lavoro si trasforma in retorica, poco più di un rito comunicativo; i rischi e le minacce sul lavoro, per contro, diventano la sostanza letale che divora la vita degli esseri umani e deturpa l’ambiente sociale. Globali sono qui non la salute e la sicurezza, ma la malattia, la morte e l’insicurezza.

Uno dei nodi critici maggiori è dato dal fatto che le istituzioni (nazionali e sovranazionali), i governi, gli imprenditori e la ricerca tecnica e scientifica, ognuno al proprio livello di competenza e responsabilità, non sembrano dotati dei necessari strumenti di analisi, di progettazione e intervento [52]. Lo stesso sindacato (sul piano nazionale e internazionale) non pare adeguatamente compattato, a fronte del nuovo ordine delle problematiche e delle esigenze sul tappeto.

Tuttavia, la maggiore falla che, in proposito, pare emergere descrive un bacino di emergenze strutturali inevase di ben maggiore corposità. Il nucleo centrale della questione riposa sulla evidente circostanza che analisi, progettualità e intervento si muovono all’interno del sistema vigente della sicurezza e della salute, entro cui cercano soluzioni tampone, senza mai metterne in discussione la razionalità strategica e l’assetto causale e finalistico. Gli stessi livelli di discrepanza che, qua e là, si insinuano tra assetto formale e assetto materiale del sistema non vengono mai puntualmente indagati. Cosicché, gli automatismi di sistema procedono indisturbati nel definire e tessere di continuo una strategia della disattenzione alla vita e alla sicurezza sui luoghi di lavoro, metabolizzata come normalità. Salvo, poi, inclinare verso la finzione rituale dello scandalo, allorché si è al cospetto di gravi (e ricorrenti) casi di mortalità e infortuni sul lavoro.

V’è, in particolare, una relazione cruciale che rimane sempre confinata sullo sfondo e non adeguatamente presa in considerazione sull’asse della progettualità e dell’intervento: l’interdipendenza tra impatto della salute sul lavoro e impatto del lavoro sulla salute. Le due aree problematiche insediano un bacino unitario in continua ridefinizione, complesso e articolato che richiede interventi multisettoriali, multifunzionali e multidisciplinari, proprio per il fatto che stratifica e allarga stati normali di insicurezza. Il paradigma della salute globale ha costituito certamente un importante balzo in avanti [53]; ma non appare ancora sufficiente, fino a quando si resterà nel solco di determinanti sociali della salute, approssimati secondo codici che fotografano le disuguaglianze (locali e globali), senza mai proporsi di intervenire operativamente, per modificarne la prospettiva evolutiva.

Il paradigma della salute globale non può limitarsi a fornire a governi, istituzioni e soggetti vari la lista delle raccomandazioni da seguire; deve sviluppare le sue aree di intervento, per spostarsi dalle evidenze scientifiche alle pratiche direttamente imputate agli attori che operano nei sottosistemi delle politiche della salute e della sicurezza del lavoro. La delega della decisione e dell’intervento alle istituzioni ha un effetto di congelamento: cristallizza il sistema così come è, consegnando la salute dei cittadini e la sicurezza dei lavoratori nelle mani di istituzioni burocratiche, poco autoriflessive e affette da calcolismo economicista.

È vero: lo stato di sviluppo di una nazione può essere analizzato dalla qualità della salute della sua popolazione e dal grado di giustizia ed equità con cui essa è distribuita tra le fasce sociali più esposte e vulnerabili [54]. Ma è altrettanto vero che la riduzione delle disuguaglianze della salute non può essere un mero imperativo etico, la cui osservanza è delegata ai decisori politici, istituzionali, economici e finanziari. La salute, il ben-vivere, la sicurezza sul lavoro, il ben-essere organizzativo non sono temi e problemi istituzionalizzabili nella sfera dell’etica dell’impresa che, per solito, ha una cifra utilitaristica; attengono anche alla responsabilità civica, sociale e politica di tutti gli attori pubblici e privati. Si apre qui un campo conflittuale tra istituzioni e cittadini, imprenditori e lavoratori, tanto ampio e variegato quanto messo in sordina e poco visibile già sul piano della comunicazione sociale. Dalle forme di regolazione di questo conflitto dipendono la salute dei cittadini e la sicurezza dei lavoratori. Quanto più è rimosso o confinato in una zona d’ombra, tanto più questo conflitto è regolato in maniera autoritaria, condannando i cittadini e i lavoratori a patire una crescente condizione di insicurezza negli ambienti di vita e di lavoro.

Il deterioramento delle condizioni di lavoro è dimostrato dallo stato di arretratezza in cui versano i sistemi di gestione, pure di decisiva rilevanza per aprire e mantenere un equilibrio virtuoso tra prevenzione, manutenzione e sicurezza. Per fare solo un esempio, in uno studio preparatorio alla Giornata mondiale della sicurezza sul lavoro del 2011, l’ILO è ritornato a soffermarsi in maniera approfondita sul tema [55]. Nell’occasione, ha meglio definito l’approccio graduale da seguire nella attuazione dei Sistemi di Gestione della Sicurezza e Salute sul lavoro (SGSSL), in particolar modo nei settori produttivi che presentano i più elevati indici di rischio. L’applicazione corretta dei sistemi di gestione è un’arma decisiva per la riduzione degli infortuni, delle morti e delle malattie professionali, consentendo il miglioramento continuo delle condizioni di lavoro. E ciò vale soprattutto per un paese come l’Italia, in cui l’evento infortunistico presenta un’endemicità piuttosto rilevante.

V’è un altro nodo, parimenti importante, che resta sempre sospeso nell’ombra: i lavoratori sono anche cittadini e, dunque, titolari di tutti i diritti di cittadinanza; i cittadini, per contro, sono anche lavoratori e, dunque, presenti in società con il carico dei loro diritti inevasi, delle loro problematiche risolte e irrisolte. Non è dato scindere il nesso indisgiungibile che fa del lavoratore un cittadino e del cittadino un lavoratore, con la ricomposizione continua di diritti di diversa generazione, formazione e collocazione. Prima ancora che di salute globale, allora, bisogna argomentare di diritti globali [56]. E bisogna farlo tanto più oggi, a fronte della diffusione globale dei rischi sociali da lavoro, delle malattie professionali, delle epidemie e delle patologie virali.

Il meccanismo sistemico appena descritto rende ben comprensibile il ruolo che le morti, gli infortuni e le malattie professionali occupano come vettori di ottimizzazione dei profitti di impresa. Non si tratta soltanto di economie di spesa; ma di drenaggio di risorse umane, capitalizzate contro i diritti e la dignità dei lavoratori e dei cittadini, vilipesi fino alla negazione del diritto fondamentale alla vita.

Ogni giorno muoiono nel mondo migliaia di persone per infortuni o malattie professionali. Consideriamo il ciclo decennale 1998-2008, per il quale sono disponibili dati completi. Ebbene, pur registrandosi il contenimento del suo tasso di incidenza, il fenomeno delle morti sul lavoro ha continuato ad attestarsi su cifre impressionanti: le morti sono scese dalle 345mila del 1998 alle 321mila del 2008; il numero di morti causate da malattie professionali è passato da 2.03 milioni del 1998 a 2.02 milioni del 2008 [57]. Sul fronte dell’esposizione a sostanze pericolose, però, la situazione è peggiorata: nel 2001 si sono verificati 438.480 decessi che sono saliti a 910mila nel 2008 [58]. Si è molto deteriorato anche il quadro degli infortuni sul lavoro: nel 1998 il numero di infortuni oltre i quattro giorni di assenza dal lavoro è stato pari a 264 milioni; nel 2008 è salito a 317 milioni [59].

Siamo di fronte a delle stragi globali; eppure, nella discussione pubblica e nell’immaginario collettivo vengono metabolizzate inerzialmente, senza una adeguata osservazione critica, come se si trattasse di un fenomeno naturale non riconducibile a nessuna responsabilità precisa. Non c’è una adeguata consapevolezza che si è impiantata e diffusa la globalizzazione dei rischi e dell’insicurezza, tanto nella società quanto nei processi lavorativi. Le implicazioni destrutturanti del fenomeno, tuttavia, o sono state coperte da una pesante coltre di silenzio, oppure spacciate come segno di innovazione. Proprio su questa complessa piattaforma storica e motivazionale si è consumato il sostanziale fallimento della strategia comunitaria 2007-2012 sulla salute e sicurezza sul lavoro che non ha arginato la disuguaglianze (anzi) e, al di là dei pronuciamenti verbali, ha finito col considerare la sicurezza sul lavoro come un gravame amministrativo incombente sui bilanci delle imprese [60].  Il processo di delega alle istituzioni e alle imprese delle decisioni sulla valutazione dei rischi da lavoro è andato incontro al pieno fallimento, anche in considerazione del fatto che gli attori politici, economici e finanziari codecidono in base a codici etici utilitaristici. Per questi codici, va ricordato, il rischio è una costante di processo, i cui effetti dannosi sono veicolati verso i lavoratori (in termini di morti, infortuni e malattie professionali) e le istituzioni (in termini di costi economici e sociali). E, dunque, il conflitto tra profitto e sicurezza si trova già annidato nella dimensione etica.

Rimanendo confinate in un’etica utilitaristica e in una deontologia aziendalista, istituzioni e imprese quanto più non vogliono mettere a rischio il profitto e quanto più vogliono tagliare gli investimenti in prevenzione e sicurezza, tanto più pongono a rischio la vita dei lavoratori su scale globali. Ed è a questa stazione di arrivo che meglio si esplicita la piattaforma di partenza: la subordinazione della vita dei lavoratori alla vita dell’impresa e ai vincoli di bilancio. In maniera tanto logica quanto destabilizzante, istituzioni e imprese, anziché investire in sicurezza e prevenzione, assecondano le dinamiche che fungono come agenti delle stragi globali sul lavoro. L’utilitarismo di impresa assoggetta le pratiche istituzionali e si trasforma nel regolatore di sistema dell’insicurezza sul lavoro, attraverso la destrutturazione capillare dei diritti; a cominciare da quello alla vita.

La crisi finanziaria globale ha accelerato ulteriormente i processi di vulnerazione dei diritti e delle garanzie del lavoro, rendendo più precari i sistemi vitali e relazionali entro cui sono calati i cittadini e i lavoratori. L’impatto sulla sicurezza sul lavoro è stato significativo, anche se è ancora troppo presto per approssimare un quadro previsionale delle tendenze che andranno maturando nel breve e nel lungo periodo [61]. Quello che si può già ora dire è che, per effetto della crisi, la competizione tra imprese e la ricerca perenne dell’ottimizzazione dei profitti stanno sgretolando gli assetti della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro [62]. La contrazione degli infortuni e delle morti sul lavoro, tanto sbandierata a destra e a manca, va congruamente ricondotta alla riduzione dell’occupazione e delle ore lavorate causata dalla crisi [63].

Un sondaggio nell’UE a 27, ha mostrato che, a fronte della recessione e dei problemi finanziari, le imprese hanno tagliato gli investimenti in prevenzione e sicurezza sul lavoro [64]. Le istituzioni, dal loro canto, hanno compensato i disavanzi di bilancio, disinvestendo in sicurezza e prevenzione, col risultato perverso di restringere il volume delle ispezioni e depotenziare ulteriormente l’attività di vigilanza.

In Italia, una logica istituzionale di questo tipo l’abbiamo reperita in azione nel caso del decreto legge n. 5 del 9 febbraio 2012 (“Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo”), il cui art. 14 (“Semplificazione dei controlli sulle imprese”) si impegnava a:

  1. eliminare tutte le attività di controllo non necessarie alla tutela degli interessi pubblici;
  2. sopprimere o ridurre i controlli sulle imprese in possesso della certificazione del sistema di gestione per la qualità (UNI EN ISO-9001) o di altra appropriata certificazione;
  3. raccomandare un principio di “collaborazione amichevole con i soggetti controllati al fine di prevenire rischi e situazioni di irregolarità”;
  4. alla emanazione di regolamenti attuativi disposti su proposta dei ministri competenti, acquisendo il parere delle associazioni datoriali, ma non delle organizzazioni sindacali [65].

Come è stato da più parti fatto osservare, quella caldeggiata non era una semplificazione, bensì una deregolazione lesiva di diritti costituzionali specialmente protetti [66]. È come se lo Stato avesse abdicato alle sue prerogative e ai suoi obblighi, concedendo una delega in bianco agli imprenditori, in materia di sicurezza sul lavoro, sicurezza alimentare e ambientale. Una cosa del genere nei paesi a cosiddetta democrazia avanzata non si era ancora vista.

Il depotenziamento dei sistemi di sicurezza sul lavoro portato avanti dalle imprese non è solo tollerato; ma viene apertamente fiancheggiato e coperto da governi e istituzioni. A rischio non sono soltanto i processi a valle del sistema di sicurezza, ma anche quelli a monte. Tra questi, quelli più esposti sono l’istruzione e la formazione, con  il taglio degli impegni di spesa per le strutture di  istruzione e formazione [67].

La combinazione di crisi occupazionale e crisi finanziaria ha aggravato i processi ed i sistemi di insicurezza, poiché ha indotto una maggiore intensità dei ritmi di lavoro. Nella crisi, le imprese orientano una pressione maggiore verso le prestazioni lavorative, dalle quali tentano di estrarre surplus crescenti, a fronte di risorse e investimenti decrescenti. Ma si tratta di un tentativo votato allo scacco, poiché i surplus di produttività del lavoro si reggono sulla razionalizzazione, ottimizzazione e trasformazione dei processi produttivi e sull’innovazione di prodotto, non già sulla mera riduzione del costo del lavoro.

Ne è derivato, in linea ulteriore, il taglio del tempo concesso alla prevenzione, alla manutenzione e alla gestione della sicurezza, con conseguente esposizione crescente al rischio e alla morte sul lavoro [68]. Le imprese si sono trasformate in strutture di irradiazione di insicurezza, attentando alla vita e alimentando a dismisura patologie depressive e stati d’ansia, in un contesto generale che, nel presente, è aggravato da un aumento impressionante dei suicidi causati dalla perdita di lavoro. Ed è a questo tornante estremo che lavoro e produzione sociale ricombinano letalmente vulnerazione della vita con produzione di morte [69]. Col che gli itinerari dei non-diritti e dell’economia politica dell’insicurezza e della precarietà si compiono con una coerenza pressoché perfetta.

11. Il primo passo

Sulle orme della lezione di Foucault, una delle traiettorie obbligate che abbiamo davanti è quella di animare il coraggio della verità [70]. Dalle strettoie dentro cui siamo schiacciati, non ci rimane che dare corpo, forma, spirito, voce e luce alla parola altra e alla verità scomoda che destituiscono le trame del potere e impiantano le parole, gli atti e le pratiche della libertà, della ribellione e della liberazione. La parola qui istituisce linguaggi di libertà, i linguaggi istruiscono pratiche di liberazione e le pratiche accendono il fuoco non tanto e non solo della cura del sé, quanto della comunione conflittuale con l’Altro [71]. Che è una comunione di trasformazione delle verità e delle pratiche di verità di tutti. Qui la cura del sé non ripiega su se stessa e non è semplicemente un sapere/potere di contestazione e smascheramento di quello dominante; è, invece, secessione dalle realtà e dagli immaginari prodotti dalla produzione sociale e simbolica dei non-diritti. È la rivolta contro l’incivilizzazione in corso, dal cuore infetto di essa. Una rivolta che non agogna un altro mondo futuribile; ma pensa e costruisce un altro mondo, da qui e nelle forme possibili dell’ora. Il desiderio non soccombe; ma non si converte in brama di potere e, dunque, non diventa pulsione di morte.

Le ragioni del vivere non stanno nelle verità; ma nella trasformazione delle pratiche di verità. L’eresia e lo scandalo rilucenti della verità costituiscono soltanto una prima approssimazione verso le pratiche di verità che mettono a colloquio la cura di sé e la cura dell’Altro; cura di sé e dell’Altro con cura del mondo; cura del mondo con trasformazione del mondo da parte dei milioni di oppressi che più intensamente ed estensivamente che mai oggi il mondo schiaccia sotto un tallone di ferro, in tutti i domini della vita sociale, intima e relazionale. Non bisogna, allora, prima costruire se stessi e dopo narrare o prendere la parola. Presa di parola, narrazione e costruzione di sé rientrano in una serie unitaria e articolata di processi tra di loro contemporanei, sfocianti continuamente l’uno nell’altro e continuamente in biforcazione tra di loro.

Nessuno può mai rispondere alle domande: chi sono? dove sono? E non può, perché non è mai solo; è sempre con Altri, da cui è costantemente spiazzato, delocalizzato e trasformato. Ognuno da solo è un’illusione che coltiva fantasmi. Chi pensa, chi parla, chi scrive e chi agisce, fino a quando rimane chiuso nel guscio della sua intimità blindata, non saprà mai niente di sé, dei suoi mondi e dei mondi del mondo e trasforma la sua presunzione di sapere in potere sull’Altro e sul mondo. Non si tratta di conoscere il Sé e l’Altro; ma di vivificarne l’abbraccio inarrestabile, all’interno delle pratiche di trasformazione delle verità. L’autoconsapevolezza è un riflesso ingannevole dello stagno di Narciso, se non è un frammento vivo e comunicativo della trasformazione delle verità; se non è pulsazione vibrante delle sfide degli oppressi alle verità del potere, dovunque esse si trincerano.

Non esiste libertà piena per l’individuo e per il soggetto; ammesso pure che si possa ancora compiutamente parlare di individuo e soggetto; ammesso anche che si possa parlare di un soggetto decostruente. Fuori dalla libertà del mondo, nessuno può essere veramente libero. Fuori dalla rivolta contro i non-diritti, nel lavoro e in tutti i domini sociali e personali, la libertà del soggetto e dell’individuo può, al massimo, trovare riparo in una splendente quanto impotente torre d’avorio. Occorre insinuare una svolta, andando un passo oltre la frantumazione storico-sociale, culturale, simbolica e politica del soggetto e la decostruzione narrativa ed ermeneutica della soggettività. Non esiste altra possibilità, per poter insediare la sovranità delle pratiche di trasformazione delle verità che altro non sono che pratiche di giustizia in trasformazione. I punti di avvio non possono che essere gli eventi intenzionali e relazionali con cui si fa giustizia del (proprio) narcisismo, con la sua pretesa di essere unità di misura e governo del mondo. Essere liberi significa trasformare le pratiche di verità, strappandole alle seduzioni e ai tentacoli dei poteri.

L’esercizio dei diritti, nell’epoca dei non-diritti, riprende cominciamento da qui. Alle seduzioni dei poteri occorre opporre le sedizioni delle pratiche di trasformazione delle verità. Gli oppressi non si limitano a non riconoscere le verità degli oppressori; al centro della loro opera di costruzione della libertà e di liberazione dei propri e altrui mondi pongono l’autotrasformazione delle loro proprie verità. Da qui in avanti, l’Altro non è un’invenzione, posto pure che lo sia mai stato; l’Altro è il ponte gettato dalla vita e dai mondi che ci hanno accolto nel loro ventre, che ci hanno partorito e che ci hanno gettato nel rischio universale delle responsabilità che dobbiamo assumerci, per rendere loro grazie.

L’irriducibilità ai poteri è la prima forma di espressione di questo ringraziamento e del riconoscimento di essere al mondo non da sé e per sé; ma dagli Altri e con gli Altri. L’esercizio dei diritti è la continuazione di questo ringraziamento: il riconoscimento definitivo di essere impegnati, con gli Altri, per la libertà e la felicità dei mondi che abbiamo ereditato e di quelli che abbiamo la responsabilità di far affacciare all’alba dei tempi. Come non bisogna avere paura della confusione tra i sessi [72], così non bisogna avere paura della reciprocità degli attraversamenti tra il Sé e l’Altro. Sono proprio questi attraversamenti il primo passo libero dell’umanità incatenata. Il primo passo dei diritti oggi, oltre il filo spinato dei non-diritti. 

(ottobre-dicembre 2013)
Note

[1] Aderiamo al concetto basico stabilito da Ferruccio Rossi-Landi, per il quale la riproduzione sociale è il principio di tutte le cose e qualcosa dalla quale non si esce. Di Rossi-Landi rilevano, in proposito: Metodica filosofica e scienza dei segni, Milano, Bompiani, 1985 (in specie, il cap. VIII, pp. 167-192; L’autore tra riproduzione sociale e discontinuità: dialogo con Ferruccio Rossi-Landi, Seminario svoltosi il 19 aprile presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Bari, “Lectures”, n. 15/1984 (ma pubblicato nel 1985), pp. 149-172. Quest’ultima opera è stata successivamente pubblicata con titolo mutato: Il corpo del testo tra riproduzione sociale ed eccedenza. Dialogo (a cura di Susan Petrilli), “Corposcritto”, 2, Bari, Edizioni dal Sud, 2002, pp. 7-43. Al concetto basico di Rossi-Landi il nostro discorso, come si vedrà, farà subire molte deviazioni, torsioni e smottamenti, allontanandosene progressivamente e vistosamente. La prima e fondamentale distinzione è che consideriamo più perspicuo parlare di “produzione sociale” e non di “riproduzione sociale”, poiché riteniamo che è già e proprio a livello di produzione sociale che si danno profonde catene di interazioni, conflitti e metamorfosi tra lavoro, cultura, politica, comunicazione, informazione, scambio e consumo. Possiamo, senz’altro, dire che ci troviamo di fronte ad una struttura che è contemporaneamente sovrastrutturata e ad una sovrastruttura che è contemporaneamente strutturata. Preferiamo, perciò, parlare di “struttura metapoietica” del capitale e di “plusvalore poietico” (cfr. A. Chiocchi, Rivoluzione e conflitto, Categorie politiche, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 1995, in part., cap. II, §§ 12-13). Col che intendiamo squarciare e andare oltre il materialismo storico marxiano che, come è noto, postula non solo demarcazioni, ma anche priorità gerarchiche tra struttura e sovrastruttura, tra rapporti di produzione e forze produttive, tra produzione e consumo e via discorrendo. Tutto ciò apparirà con chiarezza nello svolgimento del nostro discorso. Rossi-Landi rimane interno all’economia politica classica e, segnatamente, al materialismo storico marxiano, di cui è un geniale ed eterodosso lettore e interprete. Per lui, i sistemi segnici (verbali e non verbali) hanno la funzione precipua di mediare tra il piano strutturale e quello sovrastrutturale, rendendo pensabile mentalmente, esprimibile linguisticamente e organizzabile storicamente l’azione e la prassi umano-sociale. Ciò precisato, il debito che abbiamo contratto con Rossi-Landi resta cospicuo e ne rendiamo doverosamente conto: fuori da questo debito, molte delle pagine che seguono non sarebbero state nemmeno pensabili.

[2] Si rinvia, indicativamente, a A. Negri, Marx oltre Marx, Milano, Feltrinelli, 1979; P. Virno, Virtuosismo e rivoluzione, “Luogo Comune”, n. 1/1993; C. Marazzi, Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell’economia e i suoi effetti sulla politica, Casagrande, Bellinzona, 1994, Torino, Bollati Boringhieri, 1999; E. Rullani, Il valore della conoscenza, “Economia e politica industriale”, n. 82, 1994; J. Rifkin, La fine del lavoro, Baldini e Castoldi, Milano, 1995; F. Berardi, Neuromagma. Lavoro cognitivo e infoproduzione, Roma, Castelvecchi, 1995; M. Hardt-A. Negri, Il lavoro di Dioniso, Roma, manifestolibri, 1995; A. Gorz, Metamorfosi del lavoro, Torino, Bollati Boringhieri, 1995; AA. VV., Stato e diritti nel postfordismo, Roma, manifesto libri, 1996; M. Lazzarato, Lavoro immateriale. Forme di vita e produzione di soggettività, Verona, ombre corte, 1997; M. Revelli, La sinistra sociale. Oltre la civiltà del lavoro, Bollati Boringhieri, Torino, 1997; A. Mantegna-A. Tiddi, Reddito di cittadinanza. Verso la società del non lavoro, Roma, Castelvecchi, 2000; C. Marazzi, Capitale & linguaggio. Ciclo e crisi della new economy, Soveria Mannelli (Cz), Rubettino, 2001; A. Zanini-U. Fadini (a cura di), Lessico postfordista, Milano, Feltrinelli, 2001; M. Revelli, Oltre il Novecento, Torino, Einaudi, 2001; P. Virno, Grammatica della moltitudine. Per un’analisi delle forme di vita contemporanee, Soveria Mannelli (Cz), Rubettino, 2001; A. Gorz, L’immateriale. Conoscenza, valore e capitale, Torino, Bollati Boringhieri, 2003; A. Illuminati, Del comune. Cronache del general intellect, Roma, manifestolibri, 2003; M. Hardt-A. Negri, Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale, Milano, RCS, 2004; D. De Masi, Sviluppo senza lavoro, Edizioni Lavoro, Roma, 1994; A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo, Roma, Carocci, 2007; A. Negri, Dalla fabbrica alla metropoli. Saggi politici, Roma, Datanews, 2008; R. D’Alessandro, Il lavoro perduto, in La società smarrita. Quattro letture del presente fra paure, crisi e migrazioni, Milano, Angeli, 2010, pp. 43-93; P. Do, Il tallone del drago. Lavoro cognitivo, capitale globalizzato e conflitti in Cina, Roma, DeriveApprodi, 2010; G. Roggero, La testa del drago. Lavoro cognitivo ed economia della conoscenza in Cina, Verona, ombre corte, 2010; A. Fumagalli, Trasformazione del lavoro e trasformazioni del Welfare: precarietà e welfare del comune (commonfare) in Europa, Uninomade, in www.uninomade.org, 15 novembre 2011; C. Vercellone, La legge del valore nel passaggio dal capitalismo industriale al nuovo capitalismo, Uninomade, in www.uninomade.org, 7 agosto 2012; M. Pasquinelli, La potenza di astrazione e il suo antagonismo. Sulle psicopatologie del capitalismo cognitivo, Uninomade, in www.uninomade.org, 28 marzo 2013.

[3] B. Lamborghini-C. Antonelli, The Impact of Electronics on Industrial Structures and Firms Strategies, Commissione della Comunità Europea, Direttorato per le scienze, la tecnologia e l'industria (sessione di studio sull'impatto della microelettronica sulla produttività e l'occupazione), Bruxelles, 1981. V. Comito, Nuove tecnologie, struttura sociale e occupazione, “Critica marxista”, n. 5, 1982; G. Bodo-C. Giannini, La relazione tra orari di fatto e ore contrattuali nell'industria italiana, “Contributi all'analisi economica - Banca d'Italia”, Roma, 1985; G. Olini, Anni Ottanta, lavorando meno solo sulla carta, "Politica ed Economia", n. 1, 1994; O. Negt, Tempo e lavoro, Roma, Edizioni Lavoro, 1988.

[4] F. Butera, Gli effetti delle nuove tecnologie, sulla società, le organizzazioni e il lavoro: una guida di lettura, "RSO Doc. Lavo.", n. 5, 1983; M. Pedrazzoli, Subordinazione e dintorni, Il Mulino, Bologna, 1989. A. Perulli, Il diritto del lavoro tra crisi della subordinazione e rinascita del lavoro autonomo, “Lavoro e diritto”, n. 2, 1997; M. Pedrazzoli, Dai lavori autonomi ai lavori subordinati, “Giornale di diritto del lavoro e di relazioni industriali”, n. 3, 1998; Id., La parabola della subordinazione dal contratto allo status, “Argomenti di diritto del lavoro”, n. 2, 2002; B. Caruso, Il diritto del lavoro patisce la globalizzazione? La crisi dei concetti,“Italian Labour Law e-Journal”, n. 2, 2001; C. Smuraglia, Lavoro e lavori: subordinazione, collaborazioni non occasionali, lavoro in cooperativa, “Il lavoro nella giurisprudenza”, n. 11, 2001; AA.VV., Il lavoro flessibile, Milano, Giuffrè, 2002; A. Accornero, Flessibilità e stabilità del lavoro, “Economia e società regionale”, Milano, Angeli, 2002; G. Suppiej, Flessibilità del rapporto di lavoro e sistema delle fonti, “Argomenti di diritto del lavoro”, n. 1, 2002; U. Carabelli, Organizzazione del lavoro e professionalità: una riflessione sul contratto di lavoro e post-taylorismo, “Working Papers”, Centro Studi Diritto del Lavoro Europeo “Massimo D’Antona”, n. 15, Università di Catania, 2003; L. Zoppoli, La subordinazione tra persistenti diseguaglianze e tendenze neoautoritarie, Intervento al II Seminario di Studio “Marco Biagi” su “Lavoro subordinato, lavoro coordinato e dintorni”, organizzato il 4 aprile a Trento dall’AIDLASS, 2003 D. Catania-M.C. Vaccaio-G. Zucca, Una vita tanti lavori. L'Italia degli ''atipici'' tra vulnerabilità sociale, reti familiari e auto-imprenditorialità, Milano, Franco Angeli,  2004; R. Dore, Il lavoro nel mondo che cambia, Il Mulino, Bologna, 2005; Eurofond, Working time flexibility in European companies. Establishment Survey on Working Time 2004-2005,  Dublino, 2007.

[5] M. La Rosa, Il modello giapponese, Milano, Franco Angeli, 1989; Kaoru Ishikawa, Che cos’è la qualità totale. Il modello giapponese, Milano, Il Sole-24 Ore, 1992; B. Coriat, Ripensare l’organizzazione del lavoro. Concetti e prassi nel modello giapponese, Bari, Dedalo, 1993;G. Bonazzi, Il tubo di cristallo. Modello giapponese e fabbrica integrata alla Fiat Auto, Bologna, Il Mulino, 1993; M. La Rosa-G. Bonazzi, Modello giapponese e produzione snella, La prospettiva  europea, Milano, Franco Angeli, 1994; Ohno Tahiti, Lo spirito Toyota. Il modello giapponese della qualità totale. E il suo prezzo, Torino, Einaudi, 2004; G. Bonazzi, Storia del pensiero organizzativo, Milano, Franco Angeli, 2008, 14a edizione.

[6] Cfr. Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana, Milano, Bompiani,1964. La Arendt, come si sa, annette solo all’azione la prerogativa di discorso comunicativo, considerando la stessa opera una manifestazione dell’agire strumentale.

[7] M. Pilati-H.L. Tosi, Organizzazione e gestione risorse umane. Comportamento organizzativo, IV tomo di Management, Il Sole 24 Ore, Università Bocconi Editori e La Repubblica, Milano-Roma, 2006.

[8] M. Pedrazzoli, La parabola della subordinazione dal contratto allo status, cit.

[9] U. Romagnoli, La costituzione delegittimata, Paper, Siena, 2003.

[10] B. Caruso, Il diritto del lavoro patisce la globalizzazione? La crisi dei concetti, cit.

[11] Di U. Beck rilevano: Che cos’è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria, Roma, Carocci, 1999; La società del rischio. Verso una nuova modernità, Roma, Carocci, 2000; I rischi della libertà. L’individuo nell’epoca della globalizzazione, Bologna, Il Mulino, 2000; Tutti i rischi del lavoro flessibile, “la Repubblica”, 10 maggio 2002.

[12] U. Beck, La società del rischio,cit.; Z. Bauman, La solitudine del cittadino globale, Milano, Feltrinelli, 2000; F. Chicchi, Derive sociali. Precarizzazione del lavoro, crisi del legame sociale ed egemonia culturale del rischio, Milano, Franco Angeli, 2001;R. Castel, L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti?, Torino, Einaudi, 2004; Marina Valcarenghi, L’insicurezza. La paura di vivere nel nostro tempo, Milano, Bruno Mondadori, 2005;R. Regni, Educare con il lavoro, La vita activa oltre il produttivismo e il consumismo, Roma, Armando Editore, 2006; M. A. Toscano (a cura di), Homo instabilis. Sociologia della precarietà, Milano, Jaka Book, 2007. 

[13] Cfr. A. Chiocchi, Dismisure. Poteri, conflitto, globalizzazione, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 2002.

[14] Sulle narrazioni e scritture autobiografiche, per un primo e scarno orientamento, si rimanda a tre blocchi bibliografici. Il primo blocco rimanda alle opere di Duccio Demetrio: Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Milano, Cortina, 1996; Pedagogia della memoria: per se stessi, con gli altri, 1998, Roma, Meltemi; Scritture erranti. L’autobiografia come viaggio del sé nel mondo, Roma, Edup, 2003. Il secondo rimanda ad alcuni saggi di Sergio A. Dagradi comparsi in “Società e conflitto” Esperienza e racconto di sé: una via di accesso ai temi della soggettivizzazione, “Società e conflitto”, n. 29-32/2004-2005; Ancora sull’autobiografismo. Note e indicazioni di lettura, “Società e conflitto”, n. 29-32/2004-2005; Autobiografismo e soggettività, “Società e conflitto”, n. 29-32/2004-2005; Punto zero e/o Barbarie? Su alcuni aspetti problematici dell’autobiografismo, “Società e conflitto”, n. 33-34/2006; L’autobiografismo nietzscheiano, maschera e soggettività polimorfa. 1, “Società e conflitto”, n. 35-36/2007; L’autobiografismo nietzscheiano, maschera e soggettività polimorfa. 2, “Società e conflitto”, n. 37-38/2008;  L’autobiografismo nietzscheiano, maschera e soggettività polimorfa. 3, “Società e conflitto”, n. 39-40/2007. Il terzo blocco rinvia ad alcuni saggi comparsi in “M@gm@”: Gloria Bardi, Decontestualizzazione del sintomo e biografia: il malessere dell’homo narrativus. Narrarsi nella precarietà, “M#gm@” n. 2/2011;Silvia Gherardi-Annalisa Murgia, Narrazioni, lavoro e organizzazioni, “M#gm@” n. 1/2012; Alessandra Micalizzi; Oggetti, memoria e trauma: narrazioni e biografie intorno alle cose, “M#gm@” n. 1/2012; P. Jedloswkj-Albertina Pretto, Narrazioni, tempo e memoria, “M#gm@” n. 1/2012; S. Di Nuovo, Memoria e immaginazione: un contributo per chi si occupa di ‘ri-costruzione’ della storia individuale e sociale, “M@agm@”, n. 2/2012. Infine, riteniamo opportuno rinviare a: Diana Battisti, Autobiografismo tra autoreferenzialità e sconfinamenti, in Estetica della dissonanza e filosofia del doppio: Carlo Dossi e Jean Paul, Firenze, University Press, 2012; AA.VV., Vite dai filosofi. Filosofia e autobiografia, “Lo Sguardo – Rivista di filosofia“, in www.losguardo.net, n. 11/2013.

[15] Z. Bauman, Modernità liquida, Roma-Bari, Laterza, 2002.

[16] F. Nietzsche, Aurora, La gaia scienza, Al di là del bene e del male, Genealogia della morale in Opere 1870-1895, 2 voll., Roma, Newton Compton, 1993.

[17] R. Guarini, In cammino verso l’altro, prefazione a V. Jankelevitch, Il paradosso della morale, Firenze, Hopeful Monster, 1986.

[18] A. Chiocchi, L’Altro e il dono. Il vivente e il morente, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 2013.

[19] Su narcisismo e consumismo, per una prima presa di contatto, si rinvia a C. Lasch, Id., L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti, Milano, Feltrinelli, 1996; Idem, La cultura del narcisismo, Milano, Bompiani, 2001; P. Dell’Aquila, Verso un’ecologia del consumo, Milano, Franco Angeli, 1997;F. Ciaramelli, La distruzione del desiderio: il narcisismo nell’epoca del consumo di massa, Bari, Dedalo, 2000; Z. Bauman, Lavoro, consumismo e nuove povertà, Roma, Città aperta, 2007; Idem, Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la povertà degli esclusi, Trieste, Centro Studi Erikson, 2007; Barbara Fabbroni, Tra le braccia di Narciso, Roma, Gaia srl Edizioni Universitarie Romane, 2008.

[20] AA.VV., Alla guerra dell’euro, “Limes - Rivista italiana di geopolitica”, n. 6/2011.

[21] Sul feticismo delle merci e il collegato tema della reificazione rimangono ineludibili punti di partenza: K. Marx, Il carattere di feticcio delle merci e il suo arcano, in Il Capitale, Libro primo, Torino, UTET, 2013; G. Lukacs, Storia e coscienza di classe, Milano, Sugar, 1967. Per una attuale rivisitazione teorica, cfr. A. Bellan (a cura di), Teorie della reificazione. Storie e attualità di un fenomeno sociale, Milano, Mimesis, 2013.

[22] AA.VV., Krisis. Passaggio d’epoca e nuovi paradigmi (a cura di M. Dotti), numero monografico di “Communitas”, n. 55/2011.

[23] M. Horx, Das Panik-Prinzip, “Berliner Zeitung”, in www.berliner-zeitung.de, 30 novembre 2011.

[24] Importanti, sul punto, sono le considerazioni di L. Gallino: Il finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Torino, Einaudi, 2011; Finanzcapitalismo. Ultima chiamata (intervista a cura di Marco Rovelli), reperibile sul web al seguente URL: in www.nazioneindiana.com, 2 maggio 2011; Il colpo di Stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Torino, Einaudi, 2013. Sui volumi del capitale finanziario e del capitale reale, parimenti importante è I. Ramonet, La grande regressione, in www.democraziakmzero.org, 14 dicembre 2011.

[25] Cfr. le opere di Gallino e Ramonet citate alla nota precedente.

[26] L. Gallino, Il finanzcapitalismo, cit.; S. Bragantini, Prefazione a G. La Torre, La comoda menzogna. Il di battito sulla crisi globale, Bari, Dedalo, 2011.

[27] Si richiamano le opere di L. Gallino citate alla nota n. 20.

[28] Di E. Canetti, sul punto, sono particolarmente rilevanti: Massa e potere, Milano, Adelphi, 1981; La coscienza delle parole, Milano, Adelphi, 1984. Sul tema, cfr. L. Alfieri-A. De Simone Antonio, Leggere Canetti. «Massa e potere» cinquant’anni dopo, Perugia, Morlacchi, 2011; A. De Simone- D. D’Alessandro Davide, Conflitti indivisibili. Come orientarsi nel «Pensier del presente», Perugia, Morlacchi, 2011; Enza Licciardi, Maschere dell’io. Gli scritti autobiografici di Elias Canetti, Roma-Acireale, Bonanno, 2011; G. Marramao, Contro il potere. Filosofia e scrittura, Milano, Bompiani, 2011.

[29] D. Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Milano, Feltrinelli, 2011.

[30] Cfr. M. Benasayag-G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Milano, Feltrinelli, 2010.

[31] M. Bertorello-D. Corradi, Capitalismo tossico, Crisi della competizione e modelli alternativi, Roma, Edizioni Alegre, 2011; P. Bevilacqua, Il nodo scorsoio del debito, “il manifesto”, 2 agosto 2011; L. Gallino: Il finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Torino, Einaudi, 2011; Id., Il colpo di Stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Torino, Einaudi, 2013; M. Zerbino, Tutti i nodi di una crisi strutturale, “MicroMega online”, reperibile al seguente URL http://temi.repubblica.it/micromega-online, 2 novembre 2011.

[32] S. Cingolani, Bolle, balle e sfere di cristallo. L’economia dell’inganno, Milano, Bompiani, 2011; M. Lazzarato, La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, Roma, DeriveApprodi, 2012; G. Ferrara, 99%. Per uscire dalle crisi generate dal sistema neoliberalista. Riprendiamoci il futuro partendo dal basso, Lucca, Dissensi, 2012; C. Crouch, Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo, Bari-Roma, Laterza, 2012; E. Toussaint, Da dove viene la crisi? L’ideologia neoliberista dalle origini a oggi, Roma, Edizioni dell’Asino, 2013.  

[33] S. Rodotà, Il diritto di avere diritti, Roma-Bari, Laterza, 2012.

[34] Ibidem.

[35] G. Teubner, Nuovi conflitti istituzionali, Milano, Bruno Mondadori, 2012.

[36] Ibidem.

[37] V. Villa, Una teoria pragmaticamente orientata dell’interpretazione giuridica, Torino, Giappichelli, 2012.

[38] S. Rodotà, op cit.

[39] Su questo nodo, rimane essenziale E. Canetti, Potere e sopravvivenza, Milano, Adelphi, 1974.

[40] Sul tema, lungo la prospettiva di analisi qui approcciata, si rinvia più organicamente a A. Chiocchi, L‘incivile civiltà. L’incivilizzazione in corso, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 2013.

[41] Sulla guerra non convenzionale che, a tutti i livelli, i poteri globali hanno sferrato in ogni angolo del mondo contro cittadini, popoli e sottoclassi sociali, cfr. AA.VV., Rapporto sui diritti globali 2012 (cura e coordinamento di S. Segio), Roma, Ediesse, 2012.

[42] Luciana Cadahia, El dispositivo de la crisis come Nuevo Orden Mundial, in Luciana Cadahia-G. Velasco Gonzalo (a cura di), Normalidad de la crisis/crisis de la normalidad,  Buenos Aires, Katz Editores, 2012.

[43] M. Lazzarato, Dopo la fine della rappresentanza. Disobbedienza e processi di soggettivizzazione, “alfabeta2”, n. 25, dicembre 2012.

[44] S. Doria, Raccontare la sicurezza sul lavoro attraverso le storie degli altri!, “M@gm@”, n. 1/2012, in www.magma.analisiqualitativa.com

[45] Ibidem.

[46] G. Gosetti, Lavoro frammentato, rischio diffuso. Lavoratori e prevenzione al tempo della flessibilità, Milano, Franco Angeli, 2012.

[47] A. Fumagalli, Stati di massima insicurezza, “il manifesto”, 7 marzo 2013; M. Lazzarato, Il governo delle disuguaglianze Critica dell’insicurezza neoliberista, Verona, ombre corte, 2013.

[48] G. Natullo, “Nuovi” contenuti della contrattazione collettiva, organizzazione del lavoro e tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, “Olympus”, “Working Papers” n. 5, reperibile in http://olympus.uniurb.it

[49] G. Marocci e E. Scatolini (a cura di), La sicurezza e la farfalla, Elementi di psicologia per il benessere e la sicurezza organizzativa, Bologna, Pàtron, 2013; CNR, Indagine sul benessere organizzativo nel CNR. Executive Summary, in www.cnr.it, ottobre 2012; Idem, Benessere organizzativo nel CNR. Rapporto finale, in www.cnr.it, marzo 2012; Idem, Il benessere, il clima e la cultura delle organizzazioni. Significati ed evoluzione in letteratura, in www.cnr.it, marzo 2012; P. De Sario, Il potere della negatività. Gruppi, lavoro, relazioni: il metodo per trasformare conflitti e malessere e potenziare il benessere organizzativo, Milano, Franco Angeli, 2012; ISTAT, Rilevazione sul benessere organizzativo e sul fenomeno del mobbing: primi risultati, in www.istat.it, settembre 2012; G. Rossi, Processo alle fabbriche della morte, Milano, Melampo, 2012; Paola Zani, Crescita umana e benessere organizzativo. Nuove prospettive di pedagogia del lavoro, Milano, Vita e pensiero, 2012; A. Berra-T. Prestipino (a cura di), Sicurezza del lavoro e promozione del benessere organizzativo, Milano, Franco Angeli, 2011; Maria Grazia De Angelis, Benessere personale e benessere organizzativo: un binomio possibile?, Milano, Franco Angeli, 2011; ENEA, La valutazione del benessere organizzativo, in www.enea.it, ottobre 2011; ISFOL, Contesto organizzativo e benessere organizzativo in un’amministrazione in cambiamento, in www.isfol.it, dicembre 2011.

[50] A. Cravera, Classici del management nell’era della complessità, Milano, Edizioni Sole 24 ore, 2013; G. Santarelli, Intelligenza etica. Per vivere e lavorare con più armonia, Roma, Aracne, 2013; Tara Bennett Goleman, Alchimia emotiva. Come la mente può curare il cuore (Prefazione del Dalai Lama), Milano, BUR, 2012; D. Evans, L’intelligenza del rischio. Come convivere con l’incertezza, Milano, Garzanti, 2012; D. Goleman-R. Boyatzis-Annie Mckee, Essere leader. Guidare gli altri grazie all’intelligenza emotiva, 2012, BUR, Milano; D. Goleman, Leadership emotiva. Una nuova intelligenza per guidarci oltre la crisi, Milano, RCS Libri, 2012; Idem, Intelligenza emotiva, Milano, BUR, 2011; Idem, Intelligenza ecologia (edizione digitale), Milano, BUR, 2011; Idem, Lavorare con intelligenza emotiva (edizione digitale), Milano, BUR, 2011; M. Tommolillo, L’organizzazione umana. Dalla gestione delle risorse umane alla gestione umana delle persone, Padova, Libreria universitaria edizioni, 2012; G. Kohlrieser, La scienza della negoziazione, Milano, Sperling & Kupfer, 2011.

[51] Sbilanciamoci!, Rapporto Quars 2011. Come si vive in Italia?, in www.sbilanciamoci.org, 19 marzo 2011; Idem, Rapporto Sbilanciamoci! 2012, in www.sbilanciamoci.info, 16 novembre 2012; CNEL-ISTAT, Bes 2013. Il benessere equo e sostenibile in Italia, in www.misuredelbenessere.it, marzo 2013.

[52] SNOP, Globalizzazione e salute, Relazione al seminario omonimo, in www.snop.it, Bologna, 4 maggio 2011.

[53] OISG, Salute globale. InFormAzione per cambiare, IV Rapporto, Pisa, Edizioni ETS, 2011; SNOP, Globalizzazione e salute, cit.

[54] Giulia Mascagni, Salute e disuguaglianze in Europa, Firenze, University Press, 2010; OISG, Salute globale, cit.; WHO, Equity, social determinants and public health programmes, 2010, in www.who.int

[55] ILO, OSH management system. A tool for continual improvement, in www.ilo.org, 31 marzo 2011.

[56] Sul tema, si rinvia alle edizioni annuali del Rapporto sui diritti globali (cura e coordinamento di S. Segio), Roma, Ediesse, 2003-2013.

[57] ILO, Global trends and challenges on occupational safety and health, in www.ilo.org, 11 settembre 2011.

[58] Ibidem.

[59] Ibidem.

[60] L. Vogel, Salute e sicurezza dei lavoratori in Europa, Relazione al seminario “Globalizzazione e salute”, in www.snop.it, Bologna, 4 maggio 2011.

[61] ILO, Global trends and challenges on occupational safety and health, cit.

[62] Ibidem.

[63] Ibidem.

[64] Ibidem.

[65] Camera dei Deputati, Conversione in legge del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, recante disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo, in www.governo.it, 9 febbraio 2012.

[66] M. Bazzoni Marco, Art. 14: Monti opera un colpo di spugna sui controlli per la sicurezza sul lavoro, in www.quipunet.it, 29 febbraio 2012; A. Marescotti, Mario Monti introduce una norma sospetta per i controlli ambientali, in www.peacelink.it, 23 febbraio 2012; T. Menduto, Decreto semplificazione: soppressi i controlli sulla sicurezza?, in www.puntosicuto.it, 1 marzo 2012; G. Rubini, C’è scritto semplificazione si legge deregulation, in www.diario-prevenzione.it, 3 marzo 2012.

[67] ILO, op. cit.

[68] Ibidem.

[69] Stefania Ferraro, Fabbriche di suicidio. Lavoro, patologie e “produzione” di morte, di prossima pubblicazione.

[70] M. Foucault, Il coraggio della verità. Il governo di sé e degli altri. Corso al Collège de France  (1984), Milano,  Feltrinelli, 2011.

[71]A . Chiocchi, L’Altro e il dono, cit.

[72] Così Sarah Kofman, citata da Paola Di Cori, Sarah Kofman. Filosofa impertinente, scrittrice senza potere, “Lo Sguardo”, n. 11/2013, p. 356. La stessa Kofman è ben consapevole di stare infliggendo un colpo mortale alla metafisica sessista occidentale, principiata con Aristotele.