IL LAVORO UCCIDE
di Antonio Chiocchi

1. La strage alla ThyssenKrupp

Molti sono gli elementi che conferiscono un valore simbolico elevatissimo alla strage alla ThyssenKrupp, consegnandola all’immaginario collettivo e alla memoria storica dell’intero paese.

La ThyssenKrupp è una multinazionale ben strutturata, leader nel suo campo e con una storia ben consolidata alle spalle. Opera, senza ombra di dubbio, nei gangli vitali della produzione e accumulazione dell’economia della globalizzazione. 

Ancora: le acciaierie possono godere di profitti elevatissimi, quanto più sono in alto nella scala delle gerarchie economiche internazionali. Nel suo settore di produzione, la ThyssenKrupp era — ed è — una delle punte di diamante.

Non ci troviamo di fronte a un caso  di “capitalismo arretrato”; al contrario, la strage alla ThyssenKrupp ci sbalza, con impeto, verso uno dei livelli più avanzati del capitalismo globale. Sotto gli occhi ci resta il magma incandescente colato dal suo cratere infuocato con il suo intollerabile carico di morte.

Si muore sul lavoro come ai tempi dell’accumulazione originaria, quando il capitalismo era ancora un meccanismo primitivo. Con la differenza che a quell’epoca l’esistenza di condizioni di lavoro particolarmente faticose e disumane si poteva imputare alle responsabilità dei singoli imprenditori e di istituzioni fiancheggiatrici e disattente; oggi, in gioco non è solo la volontà di singoli decisori e manager: è il sistema produttivo, nel suo complesso, che è diventato cinico e amorale. Da parte sua, il sistema politico-istituzionale non pare dotato delle necessarie capacità e volontà, per ridurre significativamente il volume e l’intensità del fenomeno infortunistico; anzi, sovente, si fa acritico interprete e sostenitore delle esigenze e degli interessi delle imprese.

Quando il valore del profitto surclassa il valore della vita umana, sui luoghi di lavoro può capitare il peggio del possibile, se non l’inimmaginabile.

La ThyssenKrupp era - ed è - una fabbrica in dismissione. Ciononostante il management predisponeva costantemente turni di lavoro sfibranti, ben al della normalità.

Ancora: l’uso intensivo del macchinario e della forza lavoro avveniva all’interno di un impianto che vedeva corrodersi progressivamente gli standard di sicurezza. Verso la fine del 2007, l’ASL di Torino ha certificato il fatto, consegnando alla Procura i risultati delle rilevazioni effettuate dopo la tragedia, da cui emergono ben 116 violazioni, anche nei reparti non interessati dall’incendio: irregolarità sono riscontrate negli impianti elettrici, negli apparati di sollevamento, nei sistemi antincendio e di spegnimento delle macchine [1].

Ancora: i vertici della ThyssenKrupp erano consapevoli del pericolo di vita incombente sui lavoratori. A riprova della circostanza sta la documentazione sequestrata nella sede centrale di Terni dagli investigatori inviati dal procuratore Raffaele Guariniello. La compagnia assicurativa AXA, nel 2006, aveva declassato la franchigia per l’acciaieria torinese da 35 a 100 milioni: per ritornare a 30, l’azienda avrebbe dovuto mettere a norma anche la linea 5, quella devastata dall’incendio del 6 dicembre 2007, sopportando il modesto costo di 800 mila euro [2]. I vertici aziendali non accolsero l’invito della compagnia assicuratrice, quando, invece, come ha dichiarato al procuratore Guariniello l’ingegnere che aveva seguito il caso per conto della compagnia: «Con le misure di sicurezza da noi indicate, l’incendio della linea 5 si sarebbe spento in automatico e non sarebbe morto nessuno» [3]

L’insieme di tutti questi elementi compone un mosaico che espone con una chiarezza cristallina come la cultura di impresa abbia affrontato il tema della sicurezza sui luoghi di lavoro semplicemente rimovendolo o, peggio ancora, riducendolo a mero costo da comprimere il più possibile, pur a fronte di profitti in lievitazione.

Quando eventi di questo tipo avvengono a livelli posti così in alto nel meccanismo della accumulazione mondiale — come nel caso della ThyssenKrupp —, vuole dire che i sistemi di prevenzione e sicurezza sono stati logorati e vulnerati in punti nevralgici. Vuole dire che l’infortunio sul lavoro non è più contemplato come eccezione, ma è assunto come regolarità, all’interno di un circuito perverso così rappresentabile: più profitti = più infortuni. Esito perfettamente sovrapponibile al suo rovescio: più infortuni = più profitti.

La strage alla ThyssenKrupp ha portato allo scoperto, in linea definitiva, questi processi sotterranei, da lungo tempo in gestazione nel nostro paese (ma non solo). Incarna e proietta una zona limite simbolica e materiale, facendo crollare tutti i veli delle ipocrisie e dello sdegno di facciata con cui si è soliti celebrare gli infortuni e le morti sul lavoro. Mostra un sistema di sicurezza vicino al tracollo che cerca di giustificare la catena di morti che produce.

È più scandaloso il fatto che il lavoro uccida, oppure ritenere inevitabile che ciò accada?

La strage alla ThyssenKrupp disegna con nettezza le linee di questo doppio scandalo e anche i territori della loro tragica confluenza. Ci indica, altresì, i punti di tracollo della cultura del profitto, sottolineando la necessità di riporre al centro dell’azione sociale e dell’attività lavorativa il valore della vita umana [4].

2. Contraddizioni di sistema e sistema dell’insicurezza

La crisi di prevenzione e la carenza di etica pubblica, il cui andamento funesto è avvertibile in tema di sicurezza e salute sul lavoro [5], non hanno trovato adeguati contrappesi; né possiamo prender nota di azioni positive atte a introdurre, nell’immediato e in prospettiva, variabili risolutive in un sistema che, da tempo, sta facendo risuonare sinistri scricchiolii. L’humus sociale, istituzionale e culturale che avvolgeva e avvolge la presa in carico delle problematiche della sicurezza sul lavoro si è conservato inalterato nelle sue forme di espressione più significative; sebbene, in non rari casi, prese di posizioni etiche e impegni politici si siano proposti di attivare sul campo una significativa inversione di tendenza. Dobbiamo, quindi, responsabilmente chiederci: come può accadere che, nonostante pronunciamenti di segno contrario, la dinamica del fenomeno infortunistico in Italia va sempre più somigliando a una parabola con esiti catastrofici annunciati?

La strage alla ThyssenKrupp ha disvelato, allo stato puro, un risvolto inquietante: in Italia, il lavoro uccide come in guerra e più ancora che in guerra. Il lavoro è diventato un campo di battaglia che lascia sul terreno più di un migliaio di morti e centinaia di migliaia di feriti all’anno. A tacere dei morti e degli infortuni non dichiarati, perché triturati nella catena informale del lavoro sommerso e irregolare; a tacere, ancora, delle lavoratrici e dei lavoratori aggrediti, in maniera silenziosa, dai rischi emergenti, dallo stress collegato alle costrizioni dell’organizzazione del lavoro e dalle minacce emergenti.

Su questo campo di battaglia risultano lesi tutti i diritti sociali e civili. Non pare più legittimo sul piano etico e fondato su quello giuridico, posto pure che lo sia mai stato, distinguere tra diritti sociali e diritti civili, per escludere, poi, formalmente da essi il diritto del lavoro, creando la sacca residuale dei diritti dei lavoratori [6]. Soprattutto in ambiti culturali prossimi agli universi valoriali del mondo imprenditoriale, persistono paradigmi, approcci e modelli operativi che vanno ancora inclinando verso queste posizioni. Per contro, in ambito sindacale persiste un atteggiamento difensivo in materia di prevenzione e sicurezza sul lavoro, in una rincorsa alle emergenze, secondo strategie di mero contenimento dell’accaduto[7].

Ci troviamo posti in faccia a uno snodo culturale di importanza decisiva che riverbera effetti concreti rilevantissimi. Il diritto del lavoro e la legislazione di sicurezza e tutela della salute dei lavoratori non possono essere esclusi dal campo delineato dai diritti sociali e civili. La carenza di etica pubblica e il deficit di cultura della prevenzione nascono, in buona sostanza, dalla frattura appena segnalata. Occorre confutare, in concreto, una visione asfittica dei diritti, discutibile nei decenni passati e, certamente, anacronistica oggi, nell’epoca dei diritti globali.

Un approccio globale al “sistema sicurezza del lavoro” appare necessitato da molteplici ordini di fattori:

Approccio globale al sistema sicurezza e approccio globale ai diritti si richiamano indissolubilmente. Il diritto alla salute e all’incolumità sui luoghi di lavoro, tanto più nel presente globalizzato, rientra a pieno titolo nel novero dei diritti sociali e civili. La circostanzia indubbia che i diritti sociali e civili vadano riconosciuti a tutti i cittadini non elide l’obbligo che di essi siano titolari (anche) i lavoratori, proprio in quanto persone che lavorano. Ancora più particolarmente: sicurezza e salute sul lavoro si configurano come diritti della persona. Nelle aziende, i cittadini lavoratori esercitano il diritto alla vita e alla sicurezza [8]. Si staglia qui uno dei punti di osservazione strategica, da cui interrogare eventi terribili come la strage alla ThyssenKrupp, se si vogliono cogliere i fattori e gli eventi che, nel tempo e nello spazio, ne sono stati la base di alimentazione ed esplosione.

Il 2006 e il 2007 sono stati due anni terribili per la sicurezza e prevenzione sui luoghi del lavoro. E i primi mesi del 2008 sembrano continuare a scavare nel medesimo solco. Di questo corso rovinoso la strage alla ThyssenKrupp è stata l’espressione simbolica più efficace, indicando con una chiarezza scioccante che le crepe del sistema stanno, ormai, per raggiungere l’estremo limite, oltre il quale l’innesco di un punto di ritorno si farebbe problematico.

Purtroppo, ancora oggi, lavorare in sicurezza e nella piena tutela della salute è ben lungi dall’essere la condizione normale entro cui si svolge la prestazione lavorativa [9]. Ancora più precisamente: il modello generale di produzione e di lavoro costruito in Italia assegna un posto marginale alla cultura della sicurezza [10]. Al polo opposto, il modello generale di azione e rappresentanza sindacale non ha accordato alla cultura della sicurezza lo spazio e il ruolo adeguati.

Siamo a un crocevia delicato: l’attore imprenditoriale e l’attore sindacale, con ruoli e responsabilità evidentemente differenti, devono riconsiderare alcuni loro modelli fondanti, apprestando più cogenti tavole di sicurezza e sistemi di relazioni industriali entro cui la cultura della sicurezza giochi un ruolo stringente. L’attore politico e istituzionale, per parte sua, ha da colmare ritardi cospicui anche in materia di cultura della sicurezza del lavoro.

Se non si parte da questi nodi di fondo, le falle di sistema non saranno mai ricomposte. Nel migliore dei casi, si potrà arrivare alla definizione di una architettura sanzionatoria più severa, ma le dinamiche di formazione, organizzazione e implementazione della parabola catastrofica del fenomeno infortunistico, in Itala, non verranno aggredite alla base, rimanendo pienamente operanti in tutta la loro devastante portata.

Le falle di sistema sono allocate in profondità; in profondità, occorre rintracciarle, per avviare processi di riorganizzazione risolutiva. L’esigenza prioritaria è quella di risalire dagli effetti alle cause del rischio e del fenomeno infortunistico, individuandone la dinamica sistemica complessa e modificando gli approcci culturali e metodologici di base.

Le cause del rischio e dell’evento infortunistico sono multifattoriali e non sono spiegabili, sezionando unicamente l’errore umano e/o il deficit tecnico; inoltre, hanno origini estremamente diversificate tra di loro e in continuo divenire. L’infortunio sul lavoro è un evento sistemico e può essere analizzato esclusivamente da un approccio sistemico. La medesima prevenzione ha natura e finalità sistemiche. Ed è, appunto, un approccio sistemico che può snidare e porre riparo alle falle strutturali che il sistema sicurezza italiano va palesando, in maniera sempre più lacerante.

Una massa di fattori critici è alla base del verificarsi di scala di infortuni scanditi da logiche temporali in accelerazione. All’interno della dinamica infortunistica, l’elemento umano e/o la componente tecnica sono soltanto l’ultimo anello di una catena complessa. Colpevoli non sono mai soltanto gli individui singoli o i singoli decisori, ma anche e soprattutto il sistema complessivo entro cui essi operano e le logiche culturali e manageriali che lo governano. Del resto, le strategie dell’error management individuano con estrema chiarezza questo campo problematico.

La prevenzione è destinata al fallimento, se si focalizza su singoli fattori o singole determinazioni della catena infortunistica. L’errore produce l’evento infortunistico, perché interviene su una massa latente di fattori critici organizzativi, formali e informali. Se è vero che “sbagliando si impara”, è ancora più vero che ciò che si deve evitare è che l’errore produca, in automatico, l’evento infortunistico. È, dunque, necessario l’intervento preventivo sulla massa dei fattori critici latenti, intorno cui si agglomerano le falle di sistema.

Occorre incidere a tre livelli:

In un ambito così complesso, complicato e fortemente incrinato, ogni attore del sistema sicurezza deve dimensionare e graduare le proprie responsabilità e le proprie decisioni, in uno sforzo di costante ridefinizione e riadeguamento. È urgente che tutti gli attori in gioco cerchino e trovino nuovi percorsi di interazione e comunicazione, per predisporre soluzioni operative all’altezza dei problemi, rifuggendo da un interventismo di tipo illuministico tutto calato dall’alto.

L’esigenza primaria è quella di coinvolgere i lavoratori e la società civile — a partire dai giovani — in modelli e pratiche di prevenzione globale partecipata che, al momento, sembrano i meglio idonei ad assicurare la trasmissione e socializzazione delle esperienze e conoscenze necessarie, per agire sulla massa dei fattori critici latenti. Un cammino di questo genere consente di affrontare alla radice le fenomenologie legate alla formazione e manifestazione del rischio.

3. L’inesorabile coerenza delle morti sul lavoro

Le falle di sistema che siamo venuti individuando hanno allestito scenari entro cui l’evento infortunistico è rappresentato con modalità drammatizzanti. La rappresentazione sociale degli infortuni sul lavoro si è prolungata nella comunicazione simbolica di un dramma irrimediabile. Nell’immaginario individuale e nella memoria collettiva, i morti sul lavoro si sono, così, stratificati come la cifra di un dolore pietrificato e inestirpabile, entro regioni emotive occupate per intero dal senso dell’impotenza.

Più l’evento infortunistico è lasciato nelle condizioni di produrre e riprodurre la sua massa critica latente, più la comunicazione simbolica di esso avviene in forme drammatizzanti. Più la comunicazione simbolica si fa drammatica, più per l’osservatore e il decisore diventano impalpabili le falle di sistema e la critica rischia di perdere il proprio referente. Lungo queste condotte le prese di posizione contro i morti sul lavoro sono esposte al rischio di diventare – come, in effetti, sono diventate - sempre più rituali, dando luogo a uno spettro differenziato di retoriche:

Se questi sono gli scenari che, in Italia, sono andati incorniciando e drammatizzando l’evento infortunistico, sullo sfondo c’è ora il monito della strage alla ThyssenKrupp che, come ha rilevato Ezio Mauro, non è soltanto una tragedia, ma anche uno scandalo della democrazia [13]. Una tragedia e uno scandalo: dobbiamo ripartire da qui.

La strage alla ThyssenKrupp indica una zona limite, oltre la quale non si può andare. Una volta squarciato definitivamente lo sfondo da essa evocato, lavoratori viventi e lavoratori morti diventerebbero totalmente invisibili. Il lavoro vivente sarebbe rappresentato unicamente e integralmente come merce, fattore di incremento della produttività e dei profitti; i lavoratori caduti sul lavoro, per contro, sarebbero congelati in un pianto disperato, prigioniero di una catena luttuosa che non conosce termine.

Uno sfondo di questo genere non ammette nessuna catarsi: le tragedie delle morti sul lavoro, ormai, avvengono in un minaccioso vuoto di risposte. Lo sfondo terribile che ora ci ammonisce è proprio questo vuoto che si fa presenza inquietante e spettrale e che, se non sarà ripopolato da vita solidale, appare destinato a tagliare le radici della speranza. È questo sfondo che ha risucchiato fabbriche e operai, rendendoli invisibili, al pari del loro dolore [14]. Non solo e non tanto perché sono, ormai, mondi privi di rappresentanza e rappresentazione; quanto per il fatto preciso che i modelli della rappresentazione e rappresentanza sono entrati irrimediabilmente in crisi.

La strage alla ThyssenKrupp ci dice che non si riesce a rappresentare adeguatamente la morte degli operai, perché non si riesce più a rappresentarne la vita, facendo ricorso ai modelli di rappresentazione classici. Le dinamiche del profitto e del management, queste sì, si sono innovate, spiazzando, sopravanzando e spazzando via tutti gli altri modelli di rappresentazione che non hanno saputo rimodulare la loro storia e la loro memoria, mancando clamorosamente l’obiettivo dell’autorigenerazione. Anche per questo, in non rari casi, turni di lavoro massacranti e condizioni di sicurezza insufficienti hanno potuto assumere e ancora assumono il ruolo di regolatori quotidiani della vita umana, arrischiandola in maniera disumana. Anche per questo, la strage alla ThyssenKrupp non è un’anomalia, ma un esito di inesorabile coerenza.

La riproduzione di scala degli infortuni mortali sul lavoro segna uno dei punti di massima condensazione della crisi del legame sociale che, con quello dei morti, soffoca anche il respiro dei vivi. Ora si eleva cupo lo sfondo della ThyssenKrupp e la maschera del lutto avvolge tutto, impedendo allo stesso dolore di dirsi e darsi in forme umanamente oltrepassabili. Tra i vivi e i morti si incunea una scissione, perché i primi non hanno saputo prendersi cura della vita dei secondi.

Questo intreccio di tragedia e scandalo è insopportabile e va reciso, a tutti i livelli della vita politica e della sfera pubblica, delle relazioni sociali e della comunicazione simbolica. Altrimenti incombe non la minaccia della rifeudalizzazione delle condizioni di vita e di lavoro, ma lo sconfinamento verso una nuova barbarie che depriva totalmente di valore e sacralità la vita umana, di cui non si sa far altro che richiedere il sacrificio, con famelica crudeltà.

4. Limiti e dilemmi comunitari

Il 2007, per molti versi, è stato un anno spartiacque, perché si colloca a cavallo di due strategie comunitarie, in tema di sicurezza e salute sul lavoro: si è chiusa la strategia 2002-2006 e si è aperta la strategia 2007-2012 [15]. Il 2006 è stato, inoltre, anche l’anno di conclusione e presentazione della quarta indagine della Fondazione di Dublino per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro.

In sede di bilancio consuntivo, va osservato che la strategia comunitaria 2002-2006 ha subito molti blocchi legislativi, i più rilevanti dei quali riguardano:

Accanto a tali inadempienze, la strategia ha fatto registrare dei veri e propri fallimenti, con riguardo specifico:

A consuntivo della strategia comunitaria 2002-2006, è possibile rilevare come lo scenario europeo sia caratterizzato dal conflitto tra salute sui luoghi di lavoro e competitività finalizzata alla massimizzazione dei profitti [18]. È, questo, un processo che rimonta da lontano. Già la Fondazione di Dublino aveva mostrato che, nel corso degli ultimi 15 anni, il fenomeno della intensificazione del lavoro si era esteso, in maniera incrementale, a scala europea[19].

Del resto, il legame di causalità tra la crescita dei contratti di lavoro precari e flessibili, l’incremento continuo della produttività delle condizioni di lavoro, da un parte, e la vulnerazione progressiva dei sistemi di sicurezza sul lavoro, dall’altra, è universalmente riconosciuto dalla letteratura scientifica [20]. Precarietà del rapporto di lavoro e insicurezza sono in un rapporto di proporzionalità diretta. Lo scenario europeo non sfugge a queste regole ferree e la strategia comunitaria 2002-2006 non ha prodotto iniziative incisive, per spezzare questo perverso legame di causalità. Va, inoltre, considerato che la precarietà lavorativa si risolve, spesso, in precarietà di vita: le esistenze diventano più precarie, nei rapporti sociali come in quelli lavorativi [21]. Il lavoro diventa sempre meno sicuro, perché la vita si fa sempre meno sicura; e viceversa.

Non migliore può essere il bilancio di prospettiva della strategia comunitaria 2007-2012. Al di là dell’obiettivo della riduzione degli infortuni del 25% entro il 2012, la strategia appare assai evanescente in termini di assunzione di impegni concreti [22]. Il perseguimento stesso dell’obiettivo della riduzione del 25% rimane nel dubbio, a fronte della estrema genericità sul tipo di iniziative, di interventi e di mezzi conformi allo scopo.

Deve, inoltre, osservarsi che, sul piano strettamente politico e relazionale, la strategia 2007-2012 segna una discontinuità negativa rilevante: in questi ultimi 30 anni tutti i programmi d’azione comunitari sono stati preceduti e accompagnati da grandi campagne di consultazione informali. Al contrario, la Commissione, nella definizione e nel varo della strategia 2007-2012, non ha consultato le parti sociali e non le ha conferito alcuna dimensione pubblica [23]. Sintomatico, del resto, che la strategia 2007-2012, già nel titolo, subordini la sicurezza e la salute alla qualità e produttività del lavoro, capovolgendo l’ordine delle priorità.

Non stupisce, pertanto, che restino completamente nel vago sia le problematiche di nuova generazione, sia la risoluzione delle questioni di rilievo rimaste in sospeso. Tra quest’ultime, vanno segnalate:

1) La Direttiva sul tempo di lavoro: 2) La Direttiva sulle radiazioni ottiche: 3) La protezione dei lavoratori contro gli agenti cancerogeni:

In questo scenario, appare normale che la cultura della sicurezza sia completamente sottovalutata, fino al punto di:

Un piccolo, ma significativo, passo in avanti viene compiuto con la Relazione presentata da Glenis Wilmott alla Commissione per l’occupazione e gli affari sociali, nella seduta del 20 dicembre 2007 [26]. Tra i punti positivi presenti nella Relazione, riteniamo opportuno segnalare:

Il Parlamento europeo, nella seduta del 15 gennaio 2008, ha approvato la Relazione Wilmott, con una Risoluzione specifica che, pur condividendone la filosofia e gli obiettivi generali, cerca di migliorare il quadro complessivo della strategia 2007-20012, spronando verso azioni più incisive [28]. Sulla questione delle malattie professionali, in particolare, il Parlamento condivide la critica mossa dalla Relazione Wilmott. Sul punto, la Commissione viene espressamente invitata a riesaminare le procedure statistiche vigenti, allo scopo di individuare più correttamente le patologie del lavoro, per prevenirle più efficacemente [29]. Nel contempo, il Parlamento chiede agli Stati membri di:

Nella Relazione Wilmott e nella Risoluzione del Parlamento sono presenti elementi innovativi che, certo, non intaccano la sostanza regressiva della strategia comunitaria 2007-20012, ma ne spostano, perlomeno, più avanti l’orizzonte.

5. L’Agenzia europea tra limiti reali e potenzialità progettuali

L’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro gioca un ruolo meritorio, per tutto quel che concerne l’elaborazione e la sperimentazione pratica di un approccio globale al tema della sicurezza, con un’attenzione particolare alla prevenzione. È innegabile che promuovere la definizione e la diffusione di una cultura europea della prevenzione e della sicurezza sui luoghi di lavoro sia un’esigenza primaria indifferibile.

Nello scenario comunitario che abbiamo appena esemplificato, tuttavia, l’Agenzia vede depotenziato il suo ruolo, costantemente dirottato, dalle pratiche di intervento, verso solenni e formali petizioni di principio, destinate a rimanere senza seguito. Resta il grande elemento positivo della mobilitazione di energie, risorse e soggetti messi in dialogo culturale su una materia così spinosa e controversa. Ma una cultura può sedimentarsi compiutamente e diventare patrimonio condiviso, soltanto se stratifica avvenimenti materiali capaci di coniugare l’impegno delle coscienze con la trasformazione delle condizioni esistenti. Dove questa coniugazione manca, l’innovazione fallisce e le coscienze e le istituzioni ripiegano.

L’Agenzia europea misura il proprio ruolo sulla sottile linea di questi limiti, intorno ai quali corre il pericolo di rimanere preda di retoriche, narrazioni formali che restano senza seguito e a cui sempre meno essa stessa rischia di credere. Un solo esempio, tra i tanti possibili. La settimana europea, come ogni anno promossa e gestita dall’Agenzia, nel 2007 ha avuto per tema la lotta contro i disturbi muscoloscheletrici, vista la dirompenza della loro portata.

Come è noto, i disturbi muscoloscheletrici sono unanimemente considerati la patologia da lavoro più diffusa in Europa e la strategia comunitaria 2002-2006 li aveva, per questo, considerati una priorità. Ciononostante, soltanto nel 2004 la  Commissione ha lanciato, sul tema specifico, una prima fase di consultazione con i propri partners sociali. Da allora lettera morta, a dispetto delle reiterate promesse di riapertura della discussione. Ma non basta ancora. Nel 2007, la Commissione ha prospettato il varo di un processo di semplificazione legislativa che, nella migliore delle ipotesi, lascerà inalterata la codificazione esistente sui disturbi muscoloscheletrici, quando si tratta, invece, di migliorarla sensibilmente [31].

Si delinea, pertanto, una chiara linea di contraddizione tra i deliberati e gli atti dell’Agenzia, da una parte, e quelli della Commissione, dall’altra. Senza il supporto di decisioni politiche e legislative ad hoc, l’azione dell’Agenzia perde incisività e la possibilità di migliorare le condizioni lavorative, sul tema dei disturbi muscoloscheletrici come su molti altri ancora, si riducono al lumicino. Il ruolo dell’Agenzia finisce con l’essere fortemente limitato dai vincoli dei deliberati della Commissione, siano essi omissivi o siano essi non vincolanti, in materia di sicurezza e salute sul lavoro.

6. Il sistema mondo

Il concetto di lavoro sicuro è la spina dorsale dell’Agenda dell’International Labour Organization (ILO) sul lavoro decente [32]. Secondo l’Agenda ILO, buona parte degli infortuni è evitabile, con una corretta prevenzione, agendo preliminarmente sul miglioramento delle condizioni di lavoro e incentrando le declaratorie contrattuali sul lavoro dignitoso.

Inoltre, già sul medio periodo, condizioni di lavoro più sicure retroagiscono sulla produttività sistemica, migliorando gli standard produttivi aziendali, l’habitat lavorativo e l’ambiente circostante. Possono originarsi da qui economie di scala virtuose.

Sono molteplici i costi diretti e indiretti che gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali riverberano sull’economia aziendale:

1) Costi diretti:

2) Costi indiretti:

Tra sicurezza sul lavoro e produttività esiste anche una sinergia virtuosa [34]: è l’interruzione di questa che determina la riproduzione massiva dell’evento infortunistico. Si apre, così, un circolo vizioso entro il seno del quale la produttività agisce contro la sicurezza e l’insicurezza abbatte le soglie della produttività sistemica. Non bisogna, infine, dimenticare che le disabilità causate da infortuni o malattie professionali, al pari di quelle genetiche e quelle di genere, penalizzano fortemente in termini di accesso al lavoro, proprio perché ritenute di ostacolo al pieno dispiegamento della produttività [35].

Lo scenario offerto dalla dinamica degli infortuni nel mondo è la riprova puntuale di questi enunciati. L’ultima indagine sistematica che abbiamo a disposizione è quella dell’ILO, elaborata nel 2005 in preparazione del XVII Congresso mondiale sulla salute e la sicurezza sul lavoro, focalizzato sul tema della prevenzione in un mondo globalizzato [36]; di passaggio osserviamo che, invece, l’ultimo anno reso disponibile da Eurostat è il 2004.

Ebbene, secondo l’indagine ILO del 2005, nel mondo si registrano circa 2,2 milioni infortuni mortali all’anno; vale a dire, circa 5.000 ogni giorno, con un incremento di circa il 10% nei confronti del 2002 [37]. Le cifre, come non manca di avvertire l’ILO, sono largamente sottostimate, per la deficitaria raccolta dei dati, in particolare nei paesi in via di sviluppo.

Vediamo di rappresentare, in sintesi, le risultanze principali dell’indagine ILO:

Come si vede, il quadro non è dei più incoraggianti. Il contesto drammatico italiano si ricollega e, in un certo senso, si spiega con uno scenario mondiale che appare tragico e ancora più disumano. È il lavoro senza diritti il maggiore generatore di insicurezza sul lavoro: più si restringe la maglia dei diritti e più si allarga quella degli infortuni mortali, delle invalidità e delle malattie professionali. Meno diritti = più infortuni e più morti sul lavoro, in Italia come nel mondo. Questo enunciato ha, ormai, il valore di un teorema, dimostrato dalla forza inconfutabile dei fatti e dalla verifica dei loro meccanismi di causazione.

7. Il chiaro e l’oscuro degli ultimi interventi legislativi italiani

La Gazzetta ufficiale n. 185 del 10 agosto 2007 ha pubblicato la legge 3 agosto 2007, n. 123 recante nuove misure in tema di salute e sicurezza sul lavoro. La legge è entrata in vigore il 25 agosto 2007 e fa, inoltre, obbligo al governo di emanare, entro nove mesi, uno o più decreti legislativi, per i riassetto e la riforma delle disposizioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Il dibattito che ha suscitato è già molto ampio e articolato.

Come è stato fatto autorevolmente rilevare, la legge si compone di due parti fondamentali: una delimita il campo dei principi e delle direttive a cui il governo dovrà attenersi nell’emanare il Testo Unico (TU); la seconda, immediatamente esecutiva, modifica il regime delle norme in vigore [39].

Procediamo subito a individuare in schema i punti salienti delle novità precettive introdotte dalla legge:

1) Riforma del comma 3 dell’art. 7 del decreto legislativo n. 626/94:

2) Elezione degli RLS:

3) Ruolo dei Comitati Paritetici Territoriali (CPT):

4) Potere di sospensione:

5) Procedure di appalto:

Occupiamoci, adesso, della prima parte della legge, quella che riguarda la delega al TU. Anche qui predisponiamo uno schema per punti salienti:

Ora, vanno rilevate delle contraddizioni non lievi tra le due parti che compongono la legge, quella orientativa e quella precettiva. Non sempre, la razionalizzazione e il coordinamento della sorveglianza e della vigilanza contemplati nella prima trovano corrispondenza nella seconda; viceversa, non sempre i criteri precettivi della seconda sono in sintonia con l’humus della prima. Per fare solo un esempio, in caso di sospensione dell’attività imprenditoriale, le azioni di ASL e DPL non appaiono sufficientemente integrate, poiché rimane in piedi il dilemma del “concorso di competenze” [42]. Incongruenze di questo tipo impediscono, da un lato, lo snellimento effettivo e razionalizzante delle procedure e delle attività e, dall’altro, non tutelano a sufficienza la salute e sicurezza sul lavoro.

Uno dei punti critici del sistema sicurezza sta proprio nel progressivo depotenziamento qualitativo dei servizi di vigilanza e controllo. Dovrebbe far riflettere il fatto che l’ultimo governo di centro sinistra si è distinto, per aver incrementato, nel primo semestre del 2007, l’attività ispettiva (+28% nei cantieri e +50% in generale). Tuttavia, il problema degli infortuni e dei controlli è rimasto sul tappeto, perché non è soltanto di natura quantitativa.

Il mutamento della qualità del controllo e della vigilanza va ricondotto all’interno di un più ampio e coerente progetto di ridisegno del sistema di sicurezza e prevenzione sul lavoro che superi la falsa dicotomia tra l’agire per regole e l’agire per obiettivi. Regole e obiettivi vanno fatti rientrare in orizzonti unitari; lo stesso dicasi per le buone norme e le buone prassi. Come un’ispezione ispirata a buone regole non è un attentato alla vita delle imprese, così l’inasprimento delle misure di controllo, di per sé, non conduce all’innalzamento degli standard di sicurezza.

Esiste una relazione perversa tra persistenze culturali che concepiscono la sicurezza come la somma virtuosa di procedure amministrative e, all’inverso, comportamenti pratici che la riducono a un fatto tecnico. I latori di queste posizioni si schierano su fronti solo apparentemente divergenti; in realtà, finiscono con il convergere su una linea di svalutazione del ruolo sociale giocato dalla cultura della sicurezza e della prevenzione. Ciò non solo e non tanto con riferimento alla riduzione dell’incidenza e della portata degli infortuni sul lavoro, quanto e soprattutto in funzione dell’allestimento di relazioni sociali evolute, solidali e responsabili, attente al benessere psicofisico delle persone che vivono e lavorano.

Gli schemi di disegno di legge delega sul TU, progressivamente elaborati e modificati dall’ultimo governo di centro sinistra, pur esibendo elementi positivi, non sciolgono in via organica le contraddizioni di fondo che siamo venuti individuando. A fronte della caduta dell’esecutivo Prodi nel gennaio del 2008, il percorso di emanazione del TU si fa irto di difficoltà: ricordiamo che la delega al governo scade il 25 maggio 2008.

La bozza di documento governativo approvata a dicembre 2007 si compone di 53 articoli e avrebbe dovuto essere approvata entro l’8 gennaio 2008. Si sarebbe passati, poi, alla discussione e approvazione di altri titoli, i più importanti dei quali riguardano:

L’iter parlamentare, nelle intenzioni del ministro Cesare Damiano, avrebbe dovuto prendere inizio nei primi giorni di febbraio 2008. Questa agenda politica, già prima della caduta dell’esecutivo Prodi, appariva di difficile attuazione; dopo la crisi di governo, la sua realizzazione si fa ancora più problematica.

A prescindere, comunque, dalle ripercussione della crisi politica sul TU, individuiamo quelli che ci sembrano essere i maggiori punti critici della bozza governativa presentata alle parti sociali a dicembre 2007:

Gli elementi di critica appena avanzati non ci impediscono di recepire alcune proposte positive presenti nella bozza di documento:

Nonostante la crisi di governo intervenuta a gennaio 2008, l’iter parlamentare per l’approvazione del TU accelera la sua corsa. Il Consiglio dei ministri, il 6 marzo 2008, approva un nuovo schema di TU e lo sottopone alla discussione del Parlamento, delle parti sociali e della Conferenza unificata Stato-Regioni.

In linea generale, il provvedimento mantiene tutti gli elementi tipici dei precedenti schemi, primo tra tutti, il criterio di applicazione universale della normativa a tutte le tipologie di lavoro; criterio che, a sua volta, fa salvo il principio di effettività della tutela, a favore di tutti coloro operano in un ambiente di lavoro, inclusi i lavoratori autonomi. Dei precedenti schemi viene conservato, del pari, il potenziamento del ruolo degli RLS, sia a livello aziendale che a livello territoriale.

Ora, è proprio la maggiore consistenza del ruolo assegnato agli RLS, unitamente al ridisegno del sistema delle sanzioni, a essere uno dei fattori principali di incubazione del conflitto aperto con Confindustria, Confesercenti e Confartigianato. Unanimi sono le condanne che, in proposito, il mondo imprenditoriale eleva contro il provvedimento governativo [45].

Il presidente della Confindustria è il più esplicito di tutti. Secondo Luca Cordero di Montezemolo, «Inasprendo le pene non si salva nessuna vita umana» [46]. A suo giudizio: «L’impianto è tutto spostato sulle sanzioni. Bisogna invece puntare sulla prevenzione e sulla formazione, che sono l’unica strada per ridurre i rischi» [47]. Confermando la linea politica di attacco della Confindustria, Montezemolo precisa: «Il Testo Unico è l’ultimo atto di una sinistra demagogica e antindustriale. Quella sinistra che vuole fare piangere i ricchi e parla di imprenditori a pancia piena, parole che non si sentivano nemmeno a Cuba negli anni Sessanta» [48].

Non dissimili nella sostanza, per quanto più soft nella forma, sono le critiche avanzate da quella parte del mondo culturale e accademico che aveva guardato con favore ai mutamenti introdotti nel mercato del lavoro e nel sistema delle relazioni industriali dal secondo governo Berlusconi. Viene elevata, a questo riguardo, una obiezione di base che alla critica di merito ne antepone una di metodo. Da questa angolazione, non si comprende la fretta nel voler varare, a camere sciolte, un provvedimento che «dietro l’obiettivo dichiarato di procedere all’opera di razionalizzazione e coordinamento dell’imponente materia, ha come unico elemento veramente innovativo l’inasprimento delle pene» [49]. E tuttavia, un elemento di verità questa posizione lo contiene, laddove esercita una critica puntuale contro il “decreto mille proroghe” varato a fine anno dal governo che ha, tra l’altro, contemplato la riduzione di 3 anni, per i reati di omicidio colposo derivanti da infortunio sul lavoro e da malattie professionali [50]. Il punto è proprio questo: è vero che l’intervento sanzionatorio, di per sé, non è risolutivo, ma deve accompagnarsi a politiche e strategie di prevenzione e sicurezza più efficaci; è altrettanto certo, però, che esso, in quanto tale, non è inutile. La questione, dunque, non è formale.

Al di là del “tono” delle reazioni, ciò che la lettura della dinamica infortunistica fornita dalla Confindustria e dalle aree culturali che le sono più vicine lascia in ombra è proprio la consapevolezza delle dimensioni qualitative del fenomeno. La dinamica infortunistica è ridotta a dimensione quantitativa e, per questa via, consegnata a un’ermeneutica che la riduce a trend positivo, semplicemente perché gli indici statistici la configurano in calo [51]. Ora, ammettendo pure che i dati statistici INAIL siano scientificamente attendibili al 100% e che essi restituiscano un’immagine corretta della parabola degli indennizzi e dei riconoscimenti delle malattie professionali, rimane una questione inquietante che dovrebbe fare riflettere: un sistema che produce più di mille morti e più di 900 mila infortuni all’anno deve essere, evidentemente, considerato in uno stato di crisi avanzata.

Il nesso tra cultura delle regole e cultura della prevenzione e della formazione diventa, allora, inaggirabile [52]. Servono, dunque, regole, politiche e strategie che, insieme, sappiano coordinare interventi risolutivi. È, questo, il dato che la critica della Confindustria preclude a se stessa di cogliere, pur facendo correttamente perno sulla prevenzione, sulla formazione e sulla informazione. Ma non si può agire la prevenzione e la formazione contro le regole; esattamente come non si possono agire le regole contro la formazione e la prevenzione.

Come rilevato dall’Associazione Ambiente e Lavoro, va osservato che le critiche confindustriali allo schema governativo di TU del 6 marzo appaiono infondate anche nelle loro principali obiezioni di merito. Difatti, lo schema introduce delle riduzioni a confronto delle sanzioni esistenti:

Inoltre, l’operazione di depenalizzazione si accompagna con l’amputazione degli elementi nevralgici e operativi del sistema di prevenzione: vale a dire i decreti degli anni Cinquanta che vengono fatti uscire dalla scena [54]. L’impianto regolativo e preventivo della legislazione degli anni Cinquanta – in particolare, la legge n. 25/1955, il D.P.R. n. 547/1955, il D.P.R. n. 164/1956, il D.P.R. n. 303/1956 - viene rimpiazzato da un sistema procedurale di “buone tecniche” e “buone pratiche” [55]. Ma appare fin troppo chiaro che le “buone tecniche” e le “buone pratiche”, disancorate da un quadro di regolazione di carattere preventivo, non offrono garanzie di sicurezza valide. Il punto critico è che lo schema governativo abroga tutta la legislazione degli anni Cinquanta, incluse le norme valide, necessarie e pregnanti che, non a caso, sono a tutt’oggi quelle più applicate dagli organi di vigilanza: qui la depenalizzazione procede in uno con lo stravolgimento della prospettiva prevenzionistica [56]. In questo modo, così come vogliono le associazioni degli imprenditori, la prevenzione e la sicurezza sui luoghi di lavoro non sono più un obbligo, ma una discrezione datoriale: la strategia delle “buone tecniche” e delle “buone pratiche” conduce inesorabilmente verso una risultanza di questo tipo [57].

Un’ulteriore - e non meno lieve - critica è indirizzata contro il TU licenziato dal governo: viene fatto correttamente rilevare che la sezione dedicata all’uso delle attrezzature del lavoro fa cadere il recepimento della Direttiva 89/655/CEE del 30 novembre 1999, riguardante i requisiti minimi di sicurezza e di salute nell’uso selle attrezzature di lavoro [58]. Da qui la necessità della reintroduzione degli artt. 35 e 36 del decreto legislativo n. 626/1994 e dell’art. 1 della legge n. 133/2007, per ripristinare le legittime condizioni di uso delle attrezzature, proteggendo i lavoratori contro apparecchiature e strumenti difettosi e pericolosi [59].

Ritornando a dipanare il filo cronologico degli eventi, dobbiamo rilevare che, dopo la predisposizione dello schema del governo del 6 marzo, l’iter di approvazione del TU continua a fare il suo corso: il 12 marzo la Conferenza Unificata Stato Regioni esprime il suo parere favorevole; il 18 marzo è la volta delle Commissioni riunite Lavoro e Sanità della Camera; il 20 marzo, infine, tocca alla Commissione Permanente Lavoro e Previdenza del Senato. Ritornato in Consiglio dei ministri, il TU viene varato definitivamente il giorno 1 aprile, recependo le modifiche intanto apportate lungo il suo percorso e introducendo ulteriori elementi di novità. Per la sua entrata in vigore, mancano ancora la firma del Presidente della Repubblica e la successiva pubblicazione sulla “Gazzetta Ufficiale”. Tecnicamente e rigorosamente, però, non si potrebbe parlare di Testo Unico, poiché la forma adottata è stata quella del decreto legislativo, per evitare il passaggio ulteriore al Consiglio di Stato.

Passiamo a riassumerne in 13 punti gli aspetti salienti, non senza aver prima osservato che gli elementi negativi presenti nello schema governativo del 6 marzo 2008 - innanzi richiamati criticamente – nel testo definitivo permangono.

1) CAMPO DI APPLICAZIONE
Sul piano oggettivo, l’applicazione della normativa è prevista per tutti i settori di attività, pubblici e privati, e a tutte le tipologie di rischio. Per la Pubblica amministrazione viene tenuto conto della specificità dei suoi settori ed ambiti lavorativi.
Sul piano soggettivo, la normativa è applicata a tutte le figure di lavoratrici e lavoratori, sia che si tratti di lavoro subordinato, sia che si tratti di lavoro autonomo e a tutte le figure a essi equiparati. Nel caso di somministrazione di lavoro, gli obblighi di prevenzione e protezione sono a carico degli utilizzatori.
Rientrano nella nuova normativa anche il lavoro a domicilio, il telelavoro, le collaborazioni coordinate e continuative e a progetto.
Per quanto concerne i lavoratori autonomi, recependo la raccomandazione 2003/134 CE vengono introdotte misure di tutela per il miglioramento della loro salute e della loro sicurezza sul lavoro.

2) RIVALUTAZIONE DEI RISCHI E PROROGA
Le aziende sono tenute a rivalutare i rischi per la salute e la sicurezza dei propri dipendenti, alla luce delle nuove norme. Per ottemperare all’obbligo avranno a disposizione di una proroga di tre mesi dalla data in vigore del nuovo TU. Nella rivalutazione degli elementi di rischio entrano in gioco anche età, sesso e provenienza dei dipendenti.

3) OBBLIGHI NON DELEGABILI
Sono non delegabili per il datore di lavoro sono: la valutazione di tutti i rischi e adozione dei corrispettivi documenti; la designazione del responsabile di prevenzione e protezione dai rischi.

4) SISTEMA ISTITUZIONALE
Il sistema si articola in organi di controllo nazionale e organi di controllo territoriale. Nei primi rientrano: il Comitato per l’indirizzo e la valutazione delle politiche attive e per il coordinamento nazionale delle attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro (istituito presso il Ministero della Salute); la Commissione consultiva permanente per la salute e la sicurezza sul lavoro (presso il Ministero del Lavoro); il Sistema Informativo nazionale per la Prevenzione nei luoghi di lavoro (SINP). Nei secondi rientrano: i i Comitati regionali di coordinamento che, allo scopo, si avvarranno anche di Coordinamenti provinciali.

5) INFORMAZIONE, ASSISTENZA E POTERI ISPETTIVI
Le funzioni e le attività di informazione e assistenza a favore delle aziende sono attribuite alle ASL, ai Vigili del Fuoco, all’ISPESL, al Ministero del Lavoro, al Ministero dello Sviluppo economico, all’INAIL, all’IPSEMA, agli organismi paritetici e agli enti di patronato, anche attraverso la stipula di apposite convenzioni.
In caso di violazioni gravi e sistematiche, gli ispettori hanno la facoltà di disporre la sospensione dell’attività imprenditoriale. La sospensione ha termine solo con la regolarizzazione dei lavoratori in nero e con rimozione dei fattori e delle situazioni di rischio. Qualora non ottemperi al provvedimento di sospensione, il datore di lavoro è punito con l’arresto fino a 6 mesi.
Viene previsto un regime di “conflitto di interessi” tra le attività di ispezione e quelle di consulenza: il personale della pubblica amministrazione preposto ad attività ispettive non può, a nessun titolo, svolgere consulenza presso le aziende.

6) GESTIONE DELLA PREVENZIONE
Il sistema aggrega tra di loro diverse dimensioni. La prima è data dalle misure generali di tutela: valutazione ed eliminazione dei rischi; utilizzo minimo di agenti, lavorazioni e macchinari pericolosi; sorveglianza sanitaria; formazione e informazione dei lavoratori e dei dirigenti; misure di protezione collettiva e individuale; informazione e formazione degli RLS.
Entro questo ambito, incombe in capo al datore di lavoro l’obbligo alla effettuazione della valutazione dei rischi, con l’approntamento del documento relativo. L’obbligo vige sia in caso di attività lavorative ordinarie che nel caso di attività concesse in appalto e subappalto.
Le prescrizioni principali previste dal sistema di prevenzione sono le seguenti:

7) DISPOSITIVO SANZIONATORIO
Il sistema sanzionatorio è, così, articolato:

8) LAVORO IN APPALTO
È introdotto il documento di valutazione dei rischi a carico delle aziende committenti di appalti o subappalti. Il documento ha la funzione di individuare tutte le possibili situazioni di pericolo o rischio presenti in tutta la catena delle lavorazioni appaltate che rientrano all’interno di un medesimo cantiere e che riguardano tutte le aziende che in esso operano. Il committente è, così, chiamato a rispondere di tutti gli infortuni che avvengono in tutti i cantieri appaltati e/o subappaltati.
Viene fatto formale divieto di procedere al massimo ribasso nelle gare di appalto della pubblica amministrazione e le aziende sono tenute a valutare le misure e i costi delle attività di prevenzione e sicurezza sul lavoro. In ogni caso, il costo delle attività di sicurezza non può essere oggetto di ribasso d’asta.

9) ESCLUSIONE DALLE GARE DI APPALTO
Le aziende possono essere escluse dalla partecipazione ai pubblici appalti e alle gare d’asta, se occupano oltre il 20% di lavoratori in nero; se violano sistematicamente le norme del risposo lavorativo; se violano le misure di sicurezza previste per evitare la caduta dall’alto, il rischio di seppellimento, il rischio di folgoramento, il rischio di incendio, il rischio di amianto.

10) SORVEGLIANZA SANITARIA
È effettuata dal medico competente e comprende la visita medica preventiva, la visita medica periodica, la visita medica su richiesta del lavoratore.
Viene introdotto il libretto sanitario e di rischio personale per ogni singolo lavoratore che lo seguirà lungo tutto l’arco della sua vita lavorativa.
Gli esiti della sorveglianza sanitaria esercitata dal medico competente saranno annualmente trasmessi al Servizio Sanitario Nazionale (SSN), attraverso l’ASL territorialmente competente.
Le aziende continuano a essere obbligate a mantenere un registro dei lavoratori esposti agli agenti cancerogeni che deve essere trasmesso annualmente all’ISPESL e al SSN.

11) RAPPRESENTANTE DEI LAVORATORI PER LA SICUREZZA
Gli RLS godono di un particolare potenziamento di funzioni, come già previsto dalla legge n. 123/2007. Questa figura si articola ora a tre livelli. A livello aziendale, esistono gli RLS; al livello territoriale, gli RLST; a livello di sito produttivo, gli RLSS.
Gli RLST svolgono funzioni di RLS aziendale nelle realtà produttive dove i lavoratori non hanno eletto il loro RLS; gli RLSS operano in realtà produttive (porti, cantieri, grandi opere, siti industriali) dove sono presenti più di 500 addetti e operano più aziende in contemporanea.
In ottemperanza a quanto già sancito dalla legge n. 123/2007, il Ministero del Lavoro, sentite le organizzazioni sindacali e datoriali, è tenuto a indire le elezioni degli RLS in un’unica giornata a livello nazionale.
In ogni azienda, le elezioni degli RLS si debbono tenere, indipendentemente dal numero dei dipendenti.
Gli RLS possono accedere a tutti i luoghi di lavoro e debbono essere consultati dai datori di lavoro per la redazione del documento dei rischi che deve essere loro consegnato, come già stabilito dalla legge n.123/2007. Il datore di lavoro inottemperante incorre in sanzioni penali.

12) FONDO DI SOSTEGNO
Istituito, presso l'INAIL, un fondo di sostegno a favore della piccola e media impresa ai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza territoriali e alle funzioni di pariteticità.
Il fondo è a disposizione delle realtà in cui la contrattazione nazionale o integrativa non prevede o non costituisce sistemi di rappresentanza dei lavoratori e di pariteticità migliorativi o, almeno, di pari livello.
Più ancora nello specifico, il fondo finanzierà le attività delle rappresentanze dei lavoratori per la sicurezza territoriali, anche con riguardo alla formazione. Inoltre, finanzierà le attività di formazione rivolte ai datori di lavoro delle piccole e medie imprese, ai piccoli imprenditori, ai lavoratori stagionali del settore agricolo e ai lavoratori autonomi.
È previsto, infine, il sostegno delle attività degli organismi paritetici.

13) INVESTIMENTI E PREVENZIONE
Al di fuori delle competenze attribuitele dal Fondo, l’INAIL provvederà a finanziare progetti di investimento e formazione, per elevare gli standard di sicurezza; inoltre, tali investimenti si rivolgeranno particolarmente alle PMI, allo scopo di sperimentare soluzioni innovative, metodiche di organizzazione e gestione ispirate ai principi della responsabilità sociale delle imprese. L’adozione di “buone prassi”, da parte delle imprese, costituirà un criterio di priorità per l’accesso ai finanziamenti.
Le parti sociali hanno espresso pareri contrapposti: soddisfazione il sindacato; forti critiche le associazioni imprenditoriali.
Dobbiamo riconoscere che il TU licenziato dal governo l’1 aprile 2008 contiene alcuni elementi positivi: applicazione delle norme di sicurezza a tutte le tipologie di lavoratori e di attività produttive; potenziamento della rappresentanza in tutti i luoghi di lavoro; estensione dell’obbligo all’elaborazione del documento di valutazione dei rischi anche alle  aziende committenti; ampliamento della tutela dei lavoratori delle piccole e piccolissime aziende, attraverso l’istituzione del Fondo per il sostegno ai rappresentanti territoriali per la sicurezza. Non possiamo, altresì, ignorarne gli aspetti negativi: in particolare, quelli che riguardano il sistema della prevenzione, come abbiamo avuto modo di sottolineare ampiamente.
Ancora una volta, siamo obbligati a rilevare che, nella sostanza, le falle del sistema sicurezza e il suo sfondo non vengono affrontati con la dovuta coerenza e incisività. La massa latente dei fattori critici può, così, continuare a sviluppare i suoi effetti destabilizzanti. Di conseguenza, le retoriche con cui si è soliti rappresentare e drammatizzare il fenomeno continueranno a costituire il principale — e distorsivo — strumento di socializzazione e comunicazione degli infortuni e delle morti sul lavoro.

8. La macchina da guerra della dinamica infortunistica

Nel 2007, l’INAIL ha presentato il suo Rapporto annuale con qualche mese di ritardo rispetto al consueto, ad agosto anziché aprile. La circostanza ha reso disponibili solo in estate i dati definitivi, non di rado difformi a confronto di quelli in precedenza distribuiti dallo stesso istituto.

È significativo che la relazione del presidente Vincenzo Mungari – una vera e propria introduzione al Rapporto - si apra con la citazione di un passaggio dell’intervento di Sameera Maziadi Al-Tuwaijri, pronunciato a Ginevra il 28 aprile 2007 alla celebrazione della giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro. Riportiamo per esteso il passaggio: «Gli incidenti non sono intrinseci. L’esperienza mostra che la maggior parte degli infortuni si può evitare. C’è bisogno dell’impegno dei governi, degli imprenditori e dei lavoratori per attuare sistematicamente le buone pratiche di prevenzione a livello nazionale e a livello di impresa» [60]. Quanto — in Italia, nel mondo e in Europa — siamo lontani dall’attuazione sistematica di buone pratiche di prevenzione abbiamo appena finito di esporlo nei paragrafi precedenti.

Nel suo “Rapporto annuale 2006”, in via del tutto previsionale, l’INAIL ha proposto le sue prime stime sugli infortuni del 2007 [61]. È interessante confrontare queste previsioni con i primi dati – ancora provvisori – che l’istituto ha successivamente fornito, con riferimento ai primi 10 mesi del 2007.

Nelle sue prime stime relative al 2007, l’istituto elabora dati grezzi relativi agli infortuni avvenuti nel primo quadrimestre dell’anno. Le proiezioni conseguenti indicano, per il periodo preso in esame, un calo complessivo degli infortuni nell’ordine del 2%, a confronto dello stesso spazio di tempo del 2006; il decremento è, principalmente, imputabile alla flessione avvenuta in agricoltura, dove si è registrato un calo compreso tra l’8% e il 10% [62]. Per quanto concerne gli infortuni mortali, l’istituto non rinuncia a una prima comparazione dei casi di infortunio mortale tra:

E tuttavia, come non manca di osservare lo stesso istituto, i dati relativi agli infortuni mortali del primo quadrimestre 2006 sono consolidati; mentre non lo sono quelli che si riferiscono al primo quadrimestre del 2007 [63]. Su queste basi analitiche, l’istituto pronostica, per il 2007, una riduzione degli infortuni mortali oscillante tra il 3% e il 5% che andrebbe a riposizionare il valore al di sotto dei 1.300 casi, soglia abbattuta proprio nel 2006 [64].

Passiamo, ora a esaminare i dati INAIL riferiti al mese di dicembre 2007. Come avverte l’istituto, anche questa volta, si tratta di una stima, perché i dati relativi al mese di dicembre sono stimati, sulla base delle risultanze accertate al 31 ottobre dell’anno.

Innanzitutto, la tendenza al ribasso degli infortuni sul lavoro si rivela più debole, a confronto delle stime proiettate in sede di Rapporto annuale:

Prendiamo, ora, in esame le ulteriori e più strutturate stime riferite all’anno 2007, presentate dall’INAIL il 21 marzo 2008 sul proprio sito: l’istituto continua ad assumere come ultimo riferimento certo i valori aggiornati al 31 ottobre 2007.

Siffatte stime ulteriori calcolano circa 1.260 morti sul lavoro, a fronte dei 1341 del 2006. Il valore complessivo degli infortuni è stimato pari a 913.500, contro i 928.158 del 2006.

Disaggregando il dato, è possibile rilevare come, dei 1.260 infortuni mortali stimati, 1.130 si siano verificati nel settore industria e servizi, 115 nell’agricoltura e 15 tra dipendenti in conto Stato. Più di un quinto di tali infortuni (260) è avvenuto in itinere.

Le stime dell’istituto individuano il settore della lavorazione dei metalli come quello a più alto rischio nell’ultimo triennio, con oltre 6 infortuni su 100: esattamente, 61,95 infortuni indennizzati per mille addetti, esclusi quelli in itinere. Il settore presenta un indice di frequenza infortunistica pari quasi al doppio di quello medio dell’industria e servizi: 32,21 infortuni per mille addetti. Subito dopo seguono la lavorazione dei materiali non metalliferi (59,94 per mille), la lavorazione del legno (56,64 per mille) e le costruzioni (54,37 per mille).

Leggendo il dato, isolando gli infortuni provocanti una invalidità permanente, emerge come il settore delle costruzioni permanga quello più pericoloso: 4,46 infortuni indennizzati per mille addetti. Seguono la lavorazione del legno (4,14 per mille) e l’estrazione di minerali (4,13 per mille). Il settore dell’estrazione dei minerali risulta anche quello a più elevata mortalità: 3,7 casi ogni 10 mila addetti nell’ultimo triennio.

Provando a classificare i dati delle stime per singoli settori produttivi, possiamo procedere a una comparazione del numero complessivo degli infortuni tra 2006 e 2007:

Forse, proprio perché più articolate di quelle fatte in precedenza dall’istituto, queste ultime stime mostrano in azione una dinamica infortunistica che definire preoccupante è dire poco. I decrementi stimati, difatti, non intaccano, ma confermano le falle del sistema di sicurezza e prevenzione del lavoro. E ciò, già a prescindere dal carattere di provvisorietà dei dati presentati dall’INAIL.

Per quanto riguarda l’entità dei dati, non tutto dipende dal loro carattere consolidato o meno; molto discende anche dalla metodologia di classificazione adottata: a seconda di quella che si sceglie, per esempio, sono esclusi o inclusi gli infortuni in itinere o sono considerati infortuni solo quelli che prevedono almeno quattro giorni di assenza dal lavoro. Applicando all’Italia gli standard di rilevazione EUROSTAT, risulta, nel periodo 2001-2006, una contrazione degli infortuni del lavoro pari al 15% in valore assoluto e al 20% in valore relativo [66].

È chiaro che queste metodiche di classificazione e analisi:

La rilevazione avviene principalmente attraverso tecniche calcolistiche, perché, alla base, il fenomeno infortunistico è considerato un evento tecnico, anziché un processo sistemico. Ora, al di là delle oscillazioni — pure evidenti — tra le stime previsionali contenute nel “Rapporto annuale 2006” dell’INAIL e le prime proiezioni al 31 dicembre 2007, emerge una costante: un criterio di rilevazione e di analisi puramente quantitativo. Le conseguenze, persino in termini calcolistici, sono di ampia portata. Vediamone soltanto due, certamente le più rimarchevoli ed esiziali:

Una sorta di regolatore econometrico si insinua nel cuore non soltanto della cultura di impresa, ma perfino nell’azione delle istituzioni. Per restare all’INAIL, nei suoi rapporti annuali, l’istituto ha puntualmente messo in correlazione il volume degli infortuni con il volume degli occupati; anzi, ha fatto rilevare come la crescita dei primi risulti, in ogni caso, inferiore all’aumento dei secondi. Nelle stime di previsione e nelle prime proiezioni del 2007, addirittura, l’istituto ha salutato come evento straordinariamente positivo la collocazione degli infortuni mortali sotto la soglia dei 1.300 casi, finendo con il ritenere fisiologico un processo che, al contrario, dovrebbe essere assunto come una patologia da estirpare. Un paese normale e civile dovrebbe ritenere intollerabile che ogni anno più di 1.000 persone perdano la vita sul lavoro e altre centinaia di migliaia subiscano infortuni o contraggano malattie professionali, vittime di un sistema avvolto in una spirale perversa.

Ma continuiamo a esaminare i dati INAIL aggiornati al 31 ottobre 2007, scorporandoli per macrosettori:

1) Agricoltura:

2) Industria e Servizi: 3) Dipendenti conto Stato: 4) In totale: Come si può ritenere normale, posto pure che i dati approssimino con precisione la realtà, che, in un anno, si verifichino più di 900mila infortuni? In queste condizioni, come ci si può accontentare che, in un anno, gli infortuni calino dell’1,5%? Come si può restare inermi, di fronte a un volume di infortuni che, nella sostanza, rimane costante nel tempo?

Questi interrogativi trovano una risposta puntuale proprio nel fatto che la dinamica infortunistica, in Italia e nel mondo, è (considerata) una invariante del sistema produttivo. Niente di strano, poi, se quest’ultimo ne scarica le conseguenze:

A loro volta, le istituzioni assumono la dinamica infortunistica come conglomerato di eventi terminali, la cui volumetria non viene destrutturata, per poter così incidere sulle causali profonde e sui fattori sistemici latenti, ma semplicemente contrastata, con azioni di puro arginamento. È il caso, questo, non soltanto delle istituzioni nazionali, ma anche — e ancor peggio — della strategia comunitaria 2007-2012, come si è già visto.

Continuiamo a rilevare che la sistematica del rischio è sempre al lavoro. Il fenomeno è ben lungi dall’essere in via di attenuazione. Anzi, la sistematica del rischio ha allargato ulteriormente le sue sfere di azione. La storia quotidiana, con una asprezza nuova, ci racconta che, sui luoghi di lavoro, il rischio uccide come una macchina da guerra.

La strage alla ThyssenKrupp è una coerente esplicazione del funzionamento di questa sistematica che, ormai, agisce come una macchina da guerra. Ha messo a nudo, impietosamente, un sistema complesso di inefficienze e omissioni profonde e intricate, dove ritardi culturali e compiacenze istituzionali si sposano, sovente, con la nuda e cruda esaltazione di rudi egoismi neo-oligarchici, insensibili al richiamo dell’etica pubblica. Nessuno, dopo la strage alla ThyssenKrupp, può più sperare di ricoprire con veli mistificanti efficaci la sostanza letale della dinamica degli infortuni in Italia.


(rielaborato a gennaio 2015)
Note

[1] Diego Longhin, “Thyssen omicidio volontario”: la Procura accusa i manager, “la Repubblica”, 28 dicembre 2007; Punto Sicuro, Accertamenti ASL e indagini della Procura: probabile una chiusura degli stabilimenti della ThyssenKrupp di Torino, 7 gennaio 2008.

[2] Longhin, op. cit.

[3] Ibidem.

[4] Mario Notaro, La repressione non basta, occorre un’educazione al lavoro, “Quaderni Flash”, n. 1., 2007.

[5] Cfr. i due capitoli precedenti.

[6] Annamaria Antonucci e Michele Lepore, Prime considerazioni sulla bozza di disegno di legge delega per l’emanazione di un Testo Unico della sicurezza sul lavoro, “Bollettino ADAPT”, n. 2, 5 febbraio 2007; Michele Lepore, Luci ed ombre nell’art. 1 del disegno di legge delega per un Testo Unico di sicurezza, “Bollettino ADAPT”, n. 23, 12 luglio 2007.

[7] Marco Vitale, Se nelle aziende manca una cultura della sicurezza, “Il Sole-24 Ore”, 11 dicembre 2007.

[8] Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi del Lavoro – ANMIL, 2° Rapporto sulla tutela delle vittime del lavoro, in www.anmil.it, 2008.

[9] Christian Mollichella, La cultura della sicurezza in Italia, “Bollettino ADAPT”, n. 23, 12 luglio 2007.

[10] Luciano Gallino, La cultura d’impresa e le morti sul lavoro, “la Repubblica”, 4 gennaio 2008; Id., Se il mestiere è un pericolo, “la Repubblica”, 14 aprile 2007; Marco Vitale, Se nelle aziende manca una cultura della sicurezza, “Il Sole-24 Ore”, 11 dicembre 2007.

[11] Gallino, La cultura d’impresa e le morti sul lavoro, cit.

[12] Vitale, op. cit.

[13] Ezio Mauro, Gli operai di Torino diventati invisibili, “la Repubblica”, 14 gennaio 2008.

[14] Mauro, op. cit.; Luigi Ciotti, Il quaderno del dolore operaio, “il manifesto”, 17 gennaio 2008.

[15] Commissione UE, Migliorare la qualità e la produttività sul luogo di lavoro: strategia comunitaria 2007-2012 per la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro (comunicazione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale e al Comitato delle regioni), in http://eur-lex.europa.eu, 2007.

[16] Laurent Vogel, La salute sul posto di lavoro presa in ostaggio dalla competitività?, in www.cgil.it/saluteesicurezza.it, 2007.

[17]  Vogel, Una lettura critica della strategia europea 2007-2012 in materia di salute e sicurezza sul lavoro, “Quaderni 2087”, n. 1/2008; Id., La salute sul posto di lavoro presa in ostaggio ..., cit.

[18]  Ibidem.

[19] EFILWC - European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, Employement status and Working Conditions 2005, in www.eurofound.eu.int, 2006.

[20] International Labour Organization – ILO, Des lieux de travail sûrs et sains. Faire de travail décent une réalité, Genève, 2007; Id., Equality at work- Tackling the challenges, Geneva, 2007 ; Id., Faire du travail décent un objectif mondial et une réalité nationale, Genève, 2007.

[21] Simonetta Piccone Stella (a cura di), Tra un lavoro e l’altro, Roma, Carocci, 2007.

[22] Vogel, Una lettura critica della strategia europea ..., cit.; Id., Il punto di vista del sindacato europeo sulle politiche di salute e sicurezza sul lavoro (intervista), “Prevenzione Oggi”, Vol. 3, n. 3/2007.

[23] Diego Alhaique, Obiettivo: ridurre infortuni e malattie, “Rassegna Sindacale”, n. 9, 8-14 marzo 2007.

[24] Vogel, La salute sul posto di lavoro presa in ostaggio ..., cit.

[25] Vogel, Il punto di vista del sindacato europeo sulle politiche di salute e sicurezza sul lavoro ..., cit.

[26] Glenis Wilmott, Relazione sulla strategia comunitaria 2007-2012 per la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro, in www.europarl.europa.eu, 2007; Diego Alhaique, Il Parlamento si pronuncia sulla strategia 2007-20012, “Rassegna Sindacale”, n. 4, 31 gennaio-6 febbraio 2008.

[27] Wilmott, op. cit.

[28] Parlamento Europeo, Risoluzione sulla strategia comunitaria 2007-20012 per la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro, in www.europarl.europa.eu, 2008.

[29] Parlamento Europeo, op. cit.; Alhaique, Il Parlamento si pronuncia sulla strategia ..., cit.

[30] Ibidem.

[31] Vogel, La salute sul posto di lavoro presa in ostaggio, ..., cit.

[32] ILO, Des lieux de travail sûrs et sains. Faire de travail décent une réalité ..., cit.; Id., Faire du travail décent un objectif mondial et une réalité nationale..., cit.

[33] ILO, Des lieux de travail sûrs et sains ..., cit.

[34] ILO, Sécurité e santé au travail: synergies entre sécurité et productivité, Genève, 2006.

[35] ILO, Equality at work ..., cit.

[36] ILO, Decent work – Safe work, Geneva, 2005.

[37] Ibidem.

[38] Ibidem.

[39] Marco Lai (2007), La sicurezza del lavoro fra Testo Unico e disposizioni immediatamente precettive. Commento alla legge n. 123 del 3 agosto 2007, ADAPT, Working Paper n. 42, Modena, 2007; Pier Luigi Rausei, Sicurezza: un’altra stretta contro il sommerso. Prime note sulla Legge 123/2007, “Diritto e Pratica del Lavoro”, n. 34/2007; Leo Stilo, Sicurezza sul lavoro e tutela della salute, Forlì, Experta, 2007; Tiziano Treu, La nuova Legge sulla sicurezza sul lavoro: linee guida, “Guida al lavoro”, n. 35/2007.

[40] Ibidem.

[41] Ibidem.

[42] Gerardo Porreca, Prime riflessioni ed interpretazioni della nuova legge 3 agosto 2007 n. 123, in www.porreca.it, 2007.

[43] Cristiana Gamba, Tutele allargate con il Testo Unico, “Il Sole-24 Ore”, 18 dicembre 2007.

[44] Alberto Burgio e Gianni Pagliarini, Sicurezza sul lavoro, una legge con qualche ombra, “il manifesto”, 5 gennaio 2008.

[45] Luca Cordero Montezemolo, Provvedimento punitivo, serve più formazione (intervista di N. P.), “Il Sole-24 Ore”, 7 marzo 2008; Giorgio Pogliotti, Le sanzioni dividono le parti sociali, “Il Sole-24 Ore”, 2 aprile 2008; Michele Tiraboschi, Prevenzione innanzitutto, “Il Sole-24 ore”, 6 marzo 2008; Giorgio Usai, Non si può arrestare per un errore burocratico (intervista di Francesca Filippi), “Il Messaggero”, 7 marzo 2008.

[46] Montezemolo, op. cit.

[47] Ibidem.

[48] Ibidem.

[49] Tiraboschi, op. cit.

[50] Ibidem,

[51] Tiraboschi, op. cit.; Usai, op. cit.

[52] Treu, 2008

[53] Rolando Dubini, Le norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro in gran parte saranno depenalizzate con il nuovo Testo Unico, in www.porreca.it, 2008; Rino Pavanello, Testo Unico e Sicurezza Lavoro: ma cosa pretendono le Associazioni imprenditoriali?, in www.amblav.it, 2008.

[54] Dubini, op. cit.

[55] Ibidem.

[56] Ibidem.

[57] Ibidem.

[58] Rolando Dubini, Testo Unico, uso delle attrezzature di lavoro: sicurezza con inganni, “Punto Sicuro”, 12 marzo 2008.

[59] Dubini, Testo Unico, uso delle attrezzature di lavoro..., cit; Id., Le norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro in gran parte saranno depenalizzate ..., cit.

[60] INAIL, Rapporto Annuale 2006, Edizioni INAIL, Roma, 2007.

[61] Ibidem.

[62] Ibidem.

[63] Ibidem.

[64] Ibidem.

[65] Franco D’Amico, Modesto calo degli infortuni nel 2007, “DATI INAIL”, n. 12, dicembre 2007.

[66] Ibidem.


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