GUERRA E RELAZIONI INTERNAZIONALI.
Il dibattito tra gli anni '70 e i primi anni '90
di
Antonio Chiocchi1. Crisi delle relazioni internazionali e crisi della democrazia - 2. Dissoluzione dell'impero sovietico e "ritorno della guerra"
1. Crisi delle relazioni internazionali e crisi della democrazia
Le relazioni internazionali e i corrispettivi sistemi di analisi e classificazione danno mostra di un crescente logoramento ben prima del crollo del muro di Berlino, avvenuto nel novembre del 1989. I primi segnali di crisi si avvertono a partire dagli anni '70, a fronte:
a) dei conflitti armati intervenuti nella scena internazionale (1);
b) della perdita di presa analitica del paradigma realista (2).
Ricordiamo, inoltre, che il 1974 è l'anno in cui l'Assemblea generale delle Nazioni Unite adotta la Dichiarazione di avvento del "Nuovo Ordine Economico Internazionale" (noei), con cui si tenta, peraltro vanamente, di prolungare i criteri prescrittivi della giustizia distributiva all'interno del diritto pubblico internazionale, per ridisegnare in termini di democrazia e pace il complesso sistema delle relazioni internazionali (3). Come ricorda Papisca: "Il progetto di noei nasce, concretamente, dalla crisi nei rapporti tra una periferia carica di tensioni e di aspettative (per una promozione di status, per una redistribuzione delle ricchezze e del potere) ed un centro sempre più sviluppato, espansionista e conservatore" (4). È, questa, l'epoca storica della piena decolonizzazione e della corrispondente emergenza di nuovi soggetti statuali sulla scena internazionale. In tale contesto, si collocano i due shock petroliferi del 1971-73, ruotanti attorno al rincaro del prezzo dei prodotti petroliferi. Ora, fa osservare Papisca, a quasi 10 anni del lancio del progetto, non solo non si costituisce il noei, ma si deve registrare un aumento della conflittualità internazionale sull'asse Nord/ Sud (5). Ci si trova di fronte ad un'esigenza nuova: " ... il processo costituente di nuovo ordine internazionale non nasce da una guerra, ma da una crisi strutturale, senza peraltro riuscire a tradursi nella riorganizzazione dei rapporti internazionali, cioè a pacificare" (6).
Negli anni '80, la conflittualità internazionale s'intensifica ulteriormente, tanto nei rapporti Nord/Sud quanto attraverso l'apertura (potenziale e in atto) di continue zone di "guerra limitata" e di "guerra civile". Ricordiamone qui le principali: Iran-Iraq, Egitto-"Fronte del rifiuto", Egitto-Libia, Marocco-Mauritania, Stati indocinesi, Libano-Siria, Corno d'Africa, Afghanistan, Polonia, Nicaragua, Guatemala, S. Salvador, isole Falkland.
Il processo costituente del noei, sostanzialmente fallito, viene recuperato, rielaborato e rilanciato, negli anni '80, nei termini della discussione pubblica sulla democrazia internazionale (7). Tuttavia: "Il mondo scientifico delle relazioni internazionali ha finora detto pochissimo sul tema della democrazia internazionale" (8). In un certo senso, le resistenze e i ritardi del "mondo accademico" sono l'altra faccia dei veti con cui i paesi sviluppati e gli organismi sovranazionali si oppongono non solo e non tanto alla discussione del tema, quanto all'introduzione di criteri democratici vincolanti nei rapporti interstatuali (9).
Gli ostacoli frapposti dai paesi avanzati alla democratizzazione dei rapporti interstatuali trovano una più agevole comprensione, ove si pensi che il cardine concettuale ed operativo dei paradigmi della democrazia internazionale non è riduttivamente dato dalla partecipazione democratica dei cittadini dei singoli stati alle decisioni concernenti la politica estera all'interno di ogni singolo sistema politico nazionale; bensì dalla "partecipazione popolare ai processi decisionali di politica internazionale" (10).
Ci imbattiamo qui, come è sin troppo chiaro, in un problema che deborda il campo limitato della teoria delle relazioni internazionali: investiti sono i concetti stessi di politica e democrazia. Del resto, è un consolidato postulato della teoria politica moderna quello secondo cui le repubbliche democratiche non pratichino la democrazia in politica estera. Secondo taluni approcci, ciò è un dato inevitabile e conseguenziale, se non una vera e propria virtù (l'approccio realista); secondo altri, un male a cui porre rimedio urgente (l'approccio democratico-cosmopolitico).
V'è, inoltre, da registrare, con Tocqueville, un'evidenza storica: "La libertà democratica, applicata alla politica interna dello Stato, produce più beni di quanti mali possano portare gli errori del governo della democrazia. Ma non è sempre così nei rapporti tra i popoli. La politica estera non esige l'uso di quasi nessuna delle qualità che sono proprie alla democrazia, e comanda invece lo sviluppo di quasi tutte quelle che le mancano" (11).
Uno dei paradossi più grandi della democrazia è che il suo campo di insistenza rimane circoscritto alle sfere della politica interna; in politica estera, essa lascia il campo ad una "politica di potenza", regolata in estrema ratio dalla guerra, secondo l'input degli interessi nazionali. Sul punto, si riproduce nel campo delle relazioni internazionali il principio di identità escludente della polis, secondo cui, come è noto, la relazione conflittuale con la "comunità altra" (dei non-Greci) è regolata dalla guerra. Per la teoria politica moderna che, a differenza del pensiero politico della polis, ammette la guerra (civile) anche all'interno dell'unità statuale, è più facile riconoscere la necessità e la legittimità della guerra nel rapporto tra Stati.
Esiste, dunque, per le repubbliche democratiche il primato della politica interna (dell'interesse nazionale) sulla politica estera. (12). A ciò va aggiunta una non secondaria osservazione: allorché il principio democratico è compresso nell'ambito della politica interna, tanto più la politica estera si qualifica per il suo carattere antidemocratico. Celebre e calzante, in proposito, un'affermazione di F. Engels del 1848: "Come volete agire democraticamente verso l'esterno, finché la democrazia è imbavagliata all'interno?" (13).
Ma limiti e paradossi della democrazia interagiscono e retroagiscono anche dalle sfere della politica estera a quelle della politica interna. Se la repubblica (democratica), per necessità e/o virtù, promuove e gestisce una politica estera anti-democratica, ne consegue che il profilo della democrazia interna risulterà inevitabilmente indebolito. Una politica estera di potenza vulnera il carattere democratico della stessa politica interna, imponendole limiti rigidi e confini di compatibilità insormontabili.
Esiste, dunque, un legame interno/esterno ed esterno/interno che connette la politica interna alla politica internazionale (14). Sicché democrazia interna e democrazia internazionale si inibiscono vicendevolmente: la democrazia interna limita la democrazia internazionale e la democrazia internazionale limita la democrazia interna. La situazione descrive un caso perfetto di circolo chiuso.
Il precipitoso crollo del regime sovietico, tra le altre cose, costituisce un caso esemplare di inveramento del circolo chiuso tra politica interna e politica internazionale; come ci accingiamo a vedere nel prossimo paragrafo.
2. Dissoluzione dell'impero sovietico e "ritorno della guerra"
Sul finire degli anni '80, la letteratura politica, storica e sociologica ha, in generale, valutato in maniera enfatizzata il crollo dei regimi dell'Europa dell'est, parlando in proposito di una vera e propria "rivoluzione epocale", in virtù della quale, con il "crollo del comunismo", i valori della libertà e della democrazia si sarebbero finalmente affermati su scala planetaria.
L'apologismo filosofico-sociologico ha, in qualche caso, assunto toni escatologici. Come si sa, a fronte del crollo del comunismo, F. Fukuyama, ha argomentato di "fine della storia come tale" (15). Più tardi, su questa linea interpretativa, egli ha affermato che il sistema economico capitalistico e la democrazia liberale (che gli corrisponde) possono "costituire il punto finale dell'evoluzione ideologica dell'umanità" (16). Insomma, secondo Fukuyama, alla pax americana" farebbe seguito l'ultimativa pax capitalistica.
A fronte dell'impressionante proliferazione di conflitti armati che, soprattutto nell'area dell'est europeo e nel continente africano, ha fatto seguito alle "rivoluzioni dell'89", il complesso di tali teorie è rimasto spiazzato, rivelando la sua bassa soglia di scientificità, il suo scarso livello descrittivo e i suoi labili contenuti di previsionalità.
Il "ritorno della guerra" è uno dei fenomeni più inquietanti che ha fatto da cupo scenario all'instaurazione del nuovo ordine/disordine mondiale (17). La circostanza, a tutta prima, è apparsa singolare, alla luce del fatto che il passaggio da un modello di società ad un altro (nella fattispecie: dal "comunismo" al "capitalismo") era concettualizzato come una transizione pacifica, anziché violenta e/o incardinata sulla guerra (18).
Le cose appaiono meno paradossali, ove si consideri che, all'interno del nuovo sistema di relazioni internazionali, le controrivendicazioni etniche non fanno altro che esprimere la profonda mutazione dell'orizzonte di senso entro cui si esprime la domanda civico-politica: il passaggio dalla cittadinanza sociale alla cittadinanza internazionale (19). Ora, tale transizione ha un carattere meno pacifico di quanto è dato rilevare di prima intenzione: essa non fa altro che esasperare, fino alle estreme conseguenze, le cerchie dell'esclusione sociale e dell'emarginazione culturale immanenti nei selettori dei processi di civilizzazione, stratificazione e politicizzazione della società (20). Gli stessi diritti di cittadinanza implementati dal Welfare, pur segnando un indubbio passo in avanti, hanno dislocato una dinamica inclusiva/escludente, non solo penalizzatrice degli strati sociali/etnie deboli, ma essa stessa veicolo di nuove forme di emarginazione ed esclusione (21). Intere fasce di cittadinanza deboli sono, di fatto, state progressivamente escluse dall'arena dei diritti. Non può, pertanto sorprendere che se quello della politica era lo "spazio naturale" di inclusione/esclusione della cittadinanza sociale, quello della guerra sia diventato il luogo elettivo dell'inclusione/esclusione della cittadinanza internazionale.
L. Bonanate, discutendo della mutazione intervenuta nel panorama internazionale con la caduta dell'impero sovietico, argomenta di probabile cominciamento di un'"età rivoluzionaria" delle relazioni internazionali, entro cui "il processo di emancipazione degli stati è appena iniziato"; nel nuovo contesto, egli aggiunge, la guerra cessa di essere "l'unico strumento della politica internazionale - per la quale diventa allora possibile immaginare un processo di democratizzazione, innestato sul consolidamento di un regime globale di tipo pacifico e mirante prevalentemente all'affrontamento dei più grandi problemi attuali dell'umanità, che non sono, più, appunto, quelli della distruzione nucleare, ma quelli della confusione delle razze, della redistribuzione della ricchezza, della difesa delle condizioni ambientali - della giustizia internazionale, insomma" (22).
Tra le "conseguenze rivoluzionarie" ipotizzate da Bonanate, le più rilevanti sembrano le seguenti:
Conclude Bonanate, cittadini e Stati oppressi potranno, così, ergersi al rango di soggetti rivoluzionari: "... essi dovranno sovvertire l'ordine, dovranno abbattere il sovrano" (25). Il nuovo impero planetario a matrice americana, così, costituito potrebbe, dunque, essere lo sfondo per l'affermazione di un maturo e concreto "umanesimo cosmopolitico", anche attraverso l'elaborazione di un'adeguata "teoria critica" della "politica di potenza" che della guerra ha fatto il più efficace strumento di sopraffazione e ingiustizia (26).
La nostra argomentazione, come è apparso già fin troppo chiaro, ha una direzionalità sensibilmente diversa, pur avendo in comune alcune premesse e alcuni esiti con il, peraltro, acuto e interessante discorso di Bonanate. Come vedremo meglio in seguito, proprio la creazione di un "ordine globale" post-bipolare funge, per noi, da "base di accumulo" di laceranti contraddizioni nel sistema delle relazioni internazionali che puntualmente sfociano in guerre periodiche.
In ambito marxista, il crollo dell'"impero sovietico" e dell'ordine mondiale disegnato a Yalta, è stato lucidamente letto come processo incubativo di caos a livello internazionale, tra "nazionalismi", "razzismo economico", fanatismi etnici e religiosi, ecc. (27); anche se, poi, le categorie di analisi permangono entro l'orizzonte del paradigma comunista, "per il superamento del comunismo della tradizione" (28). Per conto suo, C. Preve preferisce argomentare di disfatta storica di un'"antiutopia" (29). Preve data al 1968 la nascita dell'ideologia utopico-negativa del "socialismo reale", facendo esplicito riferimento alle analisi di C. Bettlheim. Tale ideologia, dal suo punto di vista, non sarebbe né staliniana, né kruscioviana; bensì specificamente brezneviana: essa avrebbe ricevuto il suo battesimo del fuoco con l'invasione della Cecoslavacchia nell'agosto del 1968.
Occorre ricordare che nel dibattito politico, storico e sociologico la categoria "socialismo reale" compare per la prima volta proprio nel 1968 (30). Riferendosi successivamente a questa categoria, paradossalmente e criticamente, G. La Grassa l'ha capovolta semanticamente, conferendole contenuti di senso, se possibile, ancora più negativi: "socialismo irreale" (31). Per rimanere al campo marxista, si deve allo stesso La Grassa una serrata analisi critica del sistema sovietico quale particolare forma di transizione al capitalismo (32).
Ma soffermiamoci ora più da vicino sulle principali interpretazioni delle "rivoluzioni dell'89"; elemento, in un certo senso, fondante del nuovo ordine globale post-bipolare.
C'è chi ha spiegato l'estinzione del sistema imperiale sovietico come un processo avente un duplice e contraddittorio profilo, essendo contemporaneamente la risultante di:
Appare fin troppo chiaro che questa chiave di lettura oppone "rivoluzione dal basso" a "trasformazione dall' alto", secondo uno schema interpretativo che viene comparativamente applicato anche al periodo della caduta del fascismo in Italia (34).
Indubbiamente, questa ermeneutica, in più punti, coglie nel segno; non appare, però, completamente condivisibile. Intanto, perché oppone indebitamente il "basso" della mobilitazione popolare all'"alto" delle istituzioni: vicende successive dimostreranno, infatti, come in tutta l'ex area sovietica proprio le opzioni elettorali della popolazione manderanno o riporteranno al potere autocrati del vecchio sistema di potere (a cominciare da Eltsin). Inoltre, perché dà un giudizio troppo restrittivo del "nuovo corso" gorbacioviano. Quest'ultimo, pur con tutti i suoi limiti, non è abbassabile al rango di "politica trasformista" ad uso interno, avendo tra le sue mete il ridisegno delle scenario globale delle relazioni internazionali, attraverso la rinegoziazione della partnership sovietica all'interno del sistema di comando dell'ordine mondiale. L'obiettivo strategico più ambizioso delle politiche gorbaciovane è stato, certamente, il governo del passaggio dal bipolarismo conflittuale al bipolarismo negoziale.
Il "nuovo corso" gorbacioviano è stato un composto indissolubile di politica interna e politica estera (35); schiacciarlo ad uno solo dei poli non è dato. La forza e la debolezza di Gorbaciov nascevano da questo composto. L'elemento di forza riposava sul tentativo specificamente gorbaciovano di far intercomunicare le condotte della legittimazione interna con quelle della legittimazione internazionale, per modo che le carenze del consenso interno fossero controbilanciate dalla crescita del consenso internazionale. Ma quest'elemento di forza si convertiva immediatamente in fattore di debolezza, non appena i selettori della legittimazione interna e/o quelli della legittimazione internazionale rivelavano un più o meno alto grado di incongruenza e di disfunzionalità: i processi di crisi trasmigravano, sommandosi e moltiplicandosi, dall'ordine interno a quello internazionale e viceversa. Come l'innovazione del sistema delle relazioni internazionali non poteva fondarsi su una forma di Stato autocratico in crisi, così la democratizzazione dell'ordine interno non poteva reggersi sulla pianificazione gradualistica della ristrutturazione politica del regime interno sovietico.
I limiti della legittimazione interna si cumulavano con quelli della legittimazione esterna, destrutturando le condotte di senso delle politiche gorbacioviane. Il "gorbaciovismo" è fallito come politica estera (36), perché il bipolarismo negoziale esigeva un comando sulle aree di influenza di competenza che il sistema sovietico non era più in grado di assicurare. È fallito come politica interna, poiché la ristrutturazione di lunga lena del sistema politico non era la soluzione del problema dell'ordine interno, reclamandosi una "rottura" netta col vecchio regime. Il che significava: (i) appello senza riserve alla mobilitazione popolare; (ii) recupero solo di quei settori di classe dirigente effettivamente investiti da processi di rinnovamento politico e culturale; (iii) ricambio organico della vecchia e formazione di una nuova classe dirigente.
Più rigorosamente ancora, le politiche gorbaciovane si sono negativamente caratterizzate per essere state modelli di innovazione politica, incapaci di:
Insomma, le politiche gorbaciovane non sono state all'altezzza del mutamento sistemico storicamente in svolgimento, pur avendo cercato di interpretarlo e tematizzarlo (39). Ciò ha reso agevole il compito degli avversari "di destra" e di "sinistra" di Gorbaciov che, una volta destituitolo dal potere, non ne hanno, però, avuto la visione prospettica, variamente ripiegando (i) su collaudati moduli di "politica di potenza", (ii) su mercatismo selvaggio e deregulation corrispondente; (iii) sulla deflagrazione dei particolarismi etnici.
La crisi del "costruttivismo politico" e la mancata delineazione di un nuovo cogente sistema di "procedure decisionali" democratiche sono tra gli elementi principali messi in luce dalla dissoluzione del sistema sovietico. Per molti attori e interpreti, proprio nell'emergenza di questi fattori risiederebbe la "verità rivelata", avendo - per essi - il crollo del comunismo posto in primo piano il ruolo di rilevanza giocato dai "fattori spontanei" nel contrarre le funzioni "corruttive" e "illiberali" esercitate dall'agire politico costruttivo a danno del mercato e del libero gioco politico ed economico. Un modello interpretativo bifronte, "minimalista" sul piano politico e "massimalista" su quello economico-finanziario, ha caratterizzato l'approccio con cui, da posizioni di forte conservatorismo politico e culturale (sia ad oriente come ad occidente), è stato costantemente affrontato lo sfaldamento del sistema sovietico (40). Paradigmatico, in questo senso, è il discorso di V. Klaus, primo ministro della Repubblica Ceca.
Klaus propone una teoria dei "tre stadi" del superamento del comunismo, così rappresentabile:
1) Primo stadio:
1a) Versante spontaneo:
- collasso delle vecchie istituzioni e delle vecchie regole;
- crisi di autorità e legittimità del governo comunista;
- creazione di una temporanea unità nazionale, definita interamente in negativo, contro il vecchio sistema;
- disponibilità popolare, in nome della liquidazione delle vecchie istituzioni, ad accettare sacrifici economici;
- eclissi dell'economia pianificata e timida comparsa del mercato;
1b) Versante intenzionale (42):
- liberalizzazione del mercato politico;
- formazione di nuovi partiti politici;
- trasformazione dell'unità politica: da negativa (contro il comunismo) a positiva (per la democrazia liberale);
- cancellazione delle politiche sociali dello Stato;
- eliminazione dei sussidi statali alle imprese;
- deregolamentazione dei mercati;
- politiche fiscali e monetarie restrittive;
- liberalizzazione dei prezzi e del commercio con l'estero;
2) Secondo stadio:
2a) Versante spontaneo (43):
- delusione delle grandi aspettative dei cittadini;
- elevati costi di trasformazione socio-economica;
- caduta del Pil e dei livelli di vita;
- atomizzazione e instabilità politica crescenti;
- formazione di nuovi gruppi di pressione;
- crescita delle diseguaglianza di ricchezza e reddito;
2b) Versante intenzionale (44):
- non si deve governare mediante leggi; ma grazie alla mera definizione delle "regole del gioco"
- sviluppo della stabilizzazione macroeconomica;
- sviluppo della deflazione e della deregolamentazione dei prezzi;
- privatizzazione totale;
- subordinazione dei salari ai risultati della politica economica;
3) Terzo stadio (45):
- conclusione dello "stadio iniziale post-trasformazione";
- estinzione del ruolo (provvisorio) costruttivo dello Stato;
- funzioni di governo ridotte alla eliminazione di tutte le barriere che sono di ostacolo alle libertà economiche e politiche.
Per Klaus, al tempo in cui scrive, la Repubblica Ceca avrebbe, appunto, raggiunto la fase iniziale della post-trasformazione. Ci pare che gli assunti "liberali" e "liberisti" dei suoi postulati teorici e delle sue posizioni politiche, perfino più estremistici degli "approcci monetaristi" del Fmi, siano talmente autoesplicativi da non richiedere alcun commento critico.
Negli ambiti culturali "liberal" e di "sinistra" hanno prevalso interpretazioni, spesso antitetiche se non antinomiche, che, pur non indulgendo nell'apologia del mercato e della deregulation economica, hanno a loro modo incentrato l'attenzione sui "valori centrali" della libertà e della democrazia. Qui esamineremo, emblematicamente, le posizioni di Dahrendorf ed Habermas.
Secondo R. Dahrendorf (46), dalla perdita di legittimità e di autorità del "centro" del sistema (il potere del Pcus) si è originato un effetto di trascinamento a catena in tutte le articolazioni dell'impero sovietico, dando il via a processi di "secessione" non solo alla periferia, ma nel cuore stesso del regime. La mobilitazione popolare in Polonia, in Ungheria, in Cecoslovacchia, in Romania, in Bulgaria e nella Germania dell'est è stata, per un verso, attivata dalla crisi di legittimità dell'autorità politica e, per l'altro, un elemento di ulteriore ed esplosiva destabilizzazione politica. La crisi politica ha messo a nudo e fatto deflagrare il quadro di depressione spinta che caratterizzava le sfere dell'economia. Per Dahrendorf, inoltre, la depressione economica ha funzionato come un vettore comunicativo-simbolico disintegratore, inoculando i batteri della disillusione e i germi della caduta delle speranze. La caduta degli ideali e delle speranze, a sua volta, a fronte di una realtà materiale fortemente pauperizzata, avrebbe sedimentato nell'immaginario collettivo e nella comunicazione politica un'idea offuscata e mistificante della democrazia, indiscriminatamente equiparata a prezzi alti, disoccupazione spinta, salari bassi, profitti elevati, ingiustizia sociale, ecc. Infine, la caduta dell'idea e dell'ideale di democrazia nell'immaginario collettivo e nella coscienza popolare, per Dahrendorf, sarebbe stata la causa prima della "rinascita del pensiero etnico". Governare il nesso riforme politiche/riforme economiche è, dunque, ritenuto il compito politico prioritario e, per far questo, si considera di fondamentale importanza radicare, sull'esempio della rivoluzione americana, "società civili efficienti". In mancanza, la triade perversa "fran-tumazione del centro"/"depressione economica"/"ritorno di forze arcaiche" rende impossibile la comunicazione tra differenze e ingovernabili i conflitti sociali. L'esito tragico, aggiunge Dahrendorf, è che, verificatosi ciò, il processo post-rivoluzionario è precipitato in una spirale anomica che ha interdetto, alla base, la possibilità di costruire istituzioni democratiche efficienti e durature (la "società aperta"). Starebbe qui il fallimento delle rivoluzioni (dell'89); e, per Dahrendorf, esse sono condannate a fallire. Per scongiurare il fallimento post-rivoluzionario, conclude Dahrendorf, non resta che evitare che le rivoluzioni abbiano inizio: l'imperativo supremo di una costituzione, effettivamente connotata in senso liberale, dunque, sarebbe quello di fornire la garanzia storica, civile e politica che le rivoluzioni non abbiano luogo. Ed è proprio quest'estremo esito del discorso di Dahrendorf a disvelare la scarsa pregnanza delle sue ipotesi. L'argomentazione di Dahrendorf rimuove il tema della rivoluzione, riducendola ad un oggetto storico indesiderato e liquidabile in via retorica. Il corollario principale dei teoremi di Dahrendorf è, così, formulabile: "la rivoluzione è meglio non farla, perché fallisce". Così formulato, il corollario di Dahrendorf è "smascherato" nella sua indigenza di senso e povertà lo-gico-normativa, venendo, del pari alla luce, nel suo carattere storico-politico astraente, ideologicamente motivato e condizionato (47). Ciò getta in condizioni di estrema fallibilità l'interprete e l'osservatore, per i quali non si tratta di dichiarare e/o ribadire il (supposto) primato ontologico del "liberalismo in quanto tale" sulla "rivoluzione in quanto tale"; bensì di fare i conti con l'evento storico e i suoi vari accadimenti.
Spostiamoci dal versante "liberal" a quello di "sinistra". Nell'interpretazione dei sommovimenti dell'Europa orientale, Habermas fa impiego della categoria rivoluzione recuperante (48); precisando, altresì, che solo in sede storica retrospettiva sarà possibile dire se si sia trattato di una "rivoluzione recuperante", di una "trasformazione", di una "transizione" o di un "mutamento di sistema". Il fulcro concettuale della categoria habermasiana sta nel processo di mimesi, per effetto del quale l'opposizione al potere sovietico avvenuta nell'Europa dell'est avrebbe assunto i modelli culturali, gli stili di vita e i valori delle società capitalistiche avanzate. Dalla categoria di rivoluzione recuperante discende una particolare analisi della dinamica socio-economica: per Habermas, la natura dell'affermazione del capitalismo nell'Europa dell'est è esogena, anziché endogena; come, invece, costantemente accaduto nell'Europa occidentale e negli Usa. Questa dinamica esogena, aggiunge Habermas, potrebbe avere per esito possibilità catastrofiche, in un mix di pauperismo sociale e tecnologia sviluppata (a partire dalla dotazione e dal potenziale uso degli arsenali nucleari). Tuttavia, secondo Habermas, soltanto a livello economico-sociale, possiamo parlare di processo esogeno. Sul piano più specifico dell'azione della classe politica, avremmo assistito ad una "riforma dall'alto", azionata direttamente dai vertici del Pcus (49); i sommovimenti rivoluzionari sarebbero stati una "conseguenza non intenzionale" della "riforma dall'alto". Lo sviluppo rivoluzionario che ne è sortito si sarebbe basato sulla produzione di avvenimenti che esso stesso metteva a fuoco e svolgeva, producendo, così, con se stesso, la rivoluzione. Da ciò la conseguenza che, sia sul piano politico che su quello economico, gli eventi siano sfuggiti di mano a quelle élites del potere che, attraverso la perestrojka, avevano cercato di ridislocarsi come classe dirigente. Sul piano politico, l'innesco della riforma al fine di scongiurare la rivoluzione è, così, miseramente fallito (50); anzi, si è verificato esattamente il contrario. Sul piano socio-economico, i modelli concreti e gli orizzonti di senso assunti come riferimento sono stati di importazione occidentale. Ma il crollo della riforma sotto i colpi della rivoluzione, precisa ancora una volta Habermas, non è avvenuto per effetto di idee e azioni autenticamente innovatrici; anzi, la rivoluzione avrebbe qui sconfitto la riforma, guardando al passato, anziché al futuro. Addirittura, fa osservare Habermas, la rivoluzione recuperante è andata orientandosi verso modelli già superati dalla rivoluzione bolscevica del 1917.
Per ciò che concerne le posizioni di Habermas, ci limitiamo a considerazioni critiche di taglio generale.
L'impostazione di Habermas rimane prigioniera di alcuni dei limiti euristici ed epistemologici che viziano il discorso di Dahrendorf, pur addivenendo a conclusioni, in un certo senso, opposte. Ancora una volta, la "postazione ideologica" dell'osservatore si sovrappone all'evento e, nell'interpretarlo, lo riduce a categorie ideologicamente congruenti. La categoria rivoluzione recuperante, a fronte di processi storico-materiali di assoluta novità e impredicibilità, trincera la realtà in distillati ideologici: anziché tentare di descrivere il presente, lo "recupera" al passato, per renderlo, così, spiegabile. La "rivoluzione" che qui vince sarebbe quella del passato; non già del futuro. Ma ciò che manca, in realtà, è una trasformazione storica secondo lo schema di rivoluzione che Habermas situa come universale concettuale assoluto; non già la trasformazione storica. Se in Dahrendorf la rivoluzione è votata al fallimento, in Habermas la "rivoluzione che vince" non è "rivoluzione". La riforma qui perde, non perché non ha saputo anticipare e/o rendere inutile la rivoluzione; ma, al contrario, proprio perché è sconfitta dalla "rivoluzione che vince". Quello di rivoluzione recuperante è un paradigma di rivoluzione senza rivoluzione. Ma, ora, un siffatto paradigma, proprio nella sua pretesa assoluta di spiegare tutto, non spiega niente: il presente e il tempo, nel suo fluire di passato e futuro, restano sullo sfondo, inindagati e ininterrogati nel loro intreccio di eventi, innovazioni, ripetizioni e novità.
Inoltre, l'analisi proposta da Habermas sul carattere esogeno della formazione del capitalismo nell'Europa orientale non tiene in alcun conto un importante dibattito avvenuto negli anni '70 all'interno del marxismo europeo, in relazione proprio alla cristalizzazione nel sistema sovietico di "forme borghesi-capitalistiche": (i) nella struttura produttiva, (ii) nei rapporti di proprietà, (iii) nella distribuzione e redistribuzione del reddito, (iv) nell'organizzazione del potere e degli apparati ideologici (51). Su tale groviglio di questioni hanno fatto particolarmente testo i lavori di C. Bettelheim e la sua discussione pluridecennale con P. Sweezy, iniziata nel 1968 (subito dopo l'invasione della Cecoslovacchia) e continuata fino al 1986 (52). Possiamo così esemplificare le tesi di Bettelheim:
G. La Grassa, pur apprezzandoli, non ritiene pienamente convincenti gli argomenti di Bettelheim, reputando necesssario un "supplemento di analisi" (54). Per La Grassa, una compatta élite del potere, in realtà, non si è mai formata; mentre, invece, le strutture socio-produttive hanno continuato a svilupparsi in senso capitalistico, ma patendo ritardi notevolissimi, a causa della gestione statalista (55). Questo spiegherebbe, secondo La Grassa, sia la relativa facilità con cui sono cadute le strutture di potere nell'89 che la forte attrazione esercitata dai modelli consumistici capitalistici sulla mobilitazione popolare (56). Il nodo gordiano teorico-pratico da sciogliere, per la (re)interpretazione del "socialismo reale" (e, dunque, dello sfaldamento del sistema sovietico) conclude La Grassa, sarebbe quello di "reinterpretare il capitale" (57). In ciò v'è, indubbiamente, molto di vero; anche se non nella direzione della ri-fondazione scientifica del pensiero marxista a cui La Grassa da anni meritoriamente lavora.
Pur rivelando, su punti non secondari, limiti storico-analitici rilevanti, il dibattito sul "socialismo reale" sviluppatosi all'interno del marxismo occidentale costituisce un prezioso materiale critico di riferimento. Si tratta di raccoglierne la sfida: cimentarsi con le "strutture profonde" del problema; parimenti, occorre congedarsi dalle interpretazioni diagnostiche e dalle soluzioni terapeutiche fornite. Una critica fondata e, in un certo senso, ultimativa del "socialismo reale" è possibile solo posizionandosi al di fuori dell'ipotesi marxista e oltre l'orizzonte comunista. E, allora, l'ulteriore e decisiva sfida che resta da accogliere è quella che viene dall'anticomunismo bieco che si nutre di ideologia reazionaria e conservatrice, secondo cui il comunismo è ed è stato il "male assoluto". Accettare questa sfida significa mettere in tema il comunismo, non per storicizzarlo e/o perfezionarlo dal livello concettuale a quello empirico; bensì per superarlo, identificandone limiti, vizi e aporie. Qui non si tratta di fare i conti solo con il comunismo storico ("reale"), ridotto a sistema utopico negativo; ma col comunismo quale categoria della liberazione dell'umanità e della storia. Qui si tratta di confutare l'utopia comunista a favore dell'utopia della libertà e del cambiamento. Qui si tratta di pensare e agire la libertà e il cambiamento al di fuori dell'orizzonte comunista; accettando del comunismo la radicalità delle istanze liberatorie, ma non le insufficienze teorico-pratiche, la mortificazione della dialogica delle differenze e la omologazione dei diritti (58).
Sulla linea di indagine appena passata in rassegna, hanno preso campo ulteriori e più meditate analisi, le quali hanno argomentato di fase magmatica delle relazioni internazionali, proprio in conseguenza della fine del bipolarismo (59). Si è andata affermando una visione disincantata e meno enfatica dello stato delle relazioni internazionali (60). Come abbiamo visto, i paradigmi della democrazia internazionale si reggono sull'ipotesi che il flusso magmatico possa agire in funzione della stabilizzazione dell'equilibrio di forze internazionali in senso democratico-cosmopolitico (61). Le guerra già proliferanti in epoca immediatamente successiva alla caduta del Muro hanno flagrantemente smentito questo quadro previsionale; come abbiamo già avuto modo di osservare.
Sul versante opposto, secondo un approccio che potremmo definire "neorealismo empirico", si ritiene che il flusso magmatico costituisca un inquietante "punto di conversione", attraverso cui si va insediando l'epoca della guerra civile mondiale (62). Dobbiamo, invece, criticamente rilevare che la ridefinizione degli assetti della geopolitica mondiale plasmata dal dominante unico rappresentato dagli Usa, più che di una "guerra civile mondiale", testimonia l'apertura di un'epoca doppiamente caratterizzata: a) guerre locali a bassa intensità; b) interventismo militare internazionale, secondo la mutevole geografia degli interessi Usa in tutto il pianeta. Gli anni '80 si chiudono con questo doppio sigillo e la "guerra del golfo" ne suggella, in un certo senso, il terribile atto di nascita formale.
Note
(1) Ricorda L. Bonanate che, dal 1945 al 1970, all'interno del sistema internazionale uscito dal secondo conflitto mondiale vengono calcolati 54 conflitti locali e 23 casi di fronteggiamento di truppe statunitensi e sovietiche (Né guerra, né pace, Milano, Angeli, 1987, p. 101). Le fonti di Bonanate sono rispettivamente L. P. Blomfielde-A. C. Leiss, Controlling Small Wars, London, Allen Lane, 1970; M. A. Kaplan, Diplomacy of Power: Soviet Armede Forces as a Political Instruments, Washington, Brookings Institution, 1981. (2) Nel corso del dibattito dei primi anni '90, ciò è ribadito da M. Clementi, La teoria dei regimi internazionali, "Quaderni di scienza politica", n. 1, 1994, p. 91 ss. Sull'argomento, rileva anche Anna Caffarena, Primi bilanci sulla problematica dei regimi internazionali, "Teoria politica", n. 3, 1987, pp. 139-142. Più in generale ed organicamente, sul realismo, cfr. J. Turner Johnson, Giudizio morale e questioni internazionali: i limiti del realismo, "Teoria politica", n. 1, 1989; D. P. Lackey, Su un errore sistematico della critica realistica all'etica politica, "Teoria politica", n. 1, 1989; F. Armao, La logica della guerra. Dal neorealismo al realismo democratico nelle relazioni internazionali, "Teoria politica", n. 3, 1990; M. Cesa, Le cause della guerra nel pensiero neorealista, "Teoria politica", n. 1-2, 1992. Allo sfaldamento della presa euristica del modello interpretativo realista è collegata anche la definizione della teoria dei "regimi internazionali" di J. G. Ruggie nel 1975 e ripresa nel 1982 da S. D. Krasner (cfr. M. Clementi, op. cit., pp. 98-101, 128-132). (3) Un puntuale commento critico del noei, lo si deve ad A. Papisca, Congetture ed ipotesi su nuovo ordine economico internazionale e guerra, in AA.VV., Della guerra, Arsenale Cooperativa Editrice, Venezia, 1982. Un successivo e articolato intervento sul noei è costituito da AA. VV., Aspetti e problemi del Nuovo Ordine Economico Internazionale, Padova, Cedam, 1987. (4) A. Papisca, op. cit., p. 107. (5) Ibidem, p. 108-109. (6) Ibidem, p. 108. La novità è registrata già da L. Bonanate, Teoria politica e relazioni internazionali, Milano, Comunità 1976; cfr., particolarmente, capp. I, II, V. (7) In Italia, come già abbiamo visto e continueremo a vedere, è la rivista "Teoria politica" che, fin dal suo anno di costituzione, diventa uno dei luoghi nevralgici della promozione di questo dibattito, a cui daranno un contributo essenziale sia L. Bonanate che A. Papisca. (8) A. Papisca, Rendimento delle istituzioni internazionali e democrazia internazionale, "Teoria politica", n. 2, 1986, p. 6. Anche in questo intervento, Papisca ritorna criticamente sul progetto noei (cfr. p. 15). (9) "Sono soprattutto i governi dei paesi in via di sviluppo ad avanzare, all'interno della più ampia domanda di un nuovo ordine economico internazionale, la più specifica richiesta appunto di democrazia internazionale, intesa quale partecipazione egualitaria di tutti gli stati ai processi decisionali delle organizzazioni internazionali, specialmente laddove essa risulta, anche formalmente, inibita o pregiudicata delle procedure del "voto ponderato", e cioè nelle organizzazioni economiche e finanziarie come il FMI e la Banca Mondiale oltre che, naturalmente, in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. È evidente, però, che in questi casi non di democrazia in senso proprio si tratta, ma del principio di sovrana eguaglianza degli stati, peraltro già sancito nello statuto dell'ONU (art. 2) e del relativo criterio applicativo, espresso mediante la formula One County, One Vote" [ibidem, p. 6]. (10) Ibidem, p. 6. Papisca chiarisce che questa concettualizzazione della "democrazia internazionale" non ha un profilo utopico e/o etico-normativo, in quanto di essa esistono "tracce ed embrioni significativi nel sistema internazionale, a livello sia globale sia, ancor più accentuatamente, regionale" (p. 7). Inoltre, egli precisa che l'istanza della democrazia internazionale risponde anche a criteri ed esigenze di razionalità funzionale, in quanto accresce il rendimento delle istituzioni internazionali (p. 7 ss.). Come è sin troppo agevole arguire, l'approccio della democrazia internazionale si situa in rotta di collisione con il paradigma realista; ne è ben consapevole, evidentemente, lo stesso Papisca (p. 7). Su tutti questi temi Papisca ritornerà organicamente in Democrazia internazionale, via di pace. Per un nuovo ordine internazionale democratico, Milano, Angeli, 1986. Un'altra impostazione organica della problematica è in L. Bonanate, Né guerra, né pace, cit., in particolare, il cap. 9: "Democrazia internazionale e pace", pp. 139-166; il capitolo riprende e riproduce un breve saggio del 1986: Democrazia internazionale: utopia, mito o tragedia?, "Teoria politica", n. 2, 1986. Sulla categoria e sul suo impiego pratico-concettuale, infine, cfr. S. Pistone, La democrazia internazionale, "Teoria politica", n. 3, 1987. (11) A. de Tocqueville, La democrazia in America, Torino, Utet, 1981, p. 272; corsivo nostro. (12) Osserva, con acume, L. Bonanate: "Non potrebbe allora darsi che la diffusione dei regimi democratici nel mondo rappresenti la migliore sconfessione del "primato della politca estera"?" (Democrazia internazionale: utopia, mito o tragedia?, cit., p. 58, nota n. 4). Qui aderisce ad un enunciato formulato da Q. Wrigth, "per il quale è il funzionamento stesso del regime democratico a indebolire l'azione esterna, a impedirgli quindi di praticare una politica estera democratica, a causa della prevalenza che esso deve dare agli aspetti interni rispetto sa quelli esterni ..." (ibidem, p. 37). Il testo di Q. Wrigth cui Bonanate si riferisce è il "classico": A Study of War, Chicago, University of Chicago Press, 1942, 1965. (13) Cit. da Bonanate, op. ult. cit., p. 38. Il testo in questione di Engels è Politica estera tedesca, in K. Marx-F. Engels, Opere complete, vol. VII, Roma, Editori Riuniti, 1974. (14) Come fa osservare Bonanate, solo col liberalismo americano e il socialismo fabiano inglese, sul finire del XIX secolo, si comincia a porre l'accento sulla "riforma" della politica internazionale in senso democratico (cfr. op. ult. cit., pp. 38-39). Precisa Bonanate: "In generale, la linea di pensiero alla quale sto facendo riferimento, va sotto il nome di scuola idealistica delle relazioni internazionali, che - per intenderci - promuove il clima culturale dal quale sgorgherà, subito dopo la Grande guerra, la proposta della Società delle Nazioni" (ibidem, p. 39; corsivo nostro). Emblematico dell'impostazione utopica del "riformismo idealista", come non manca di far rilevare Bonanate, è il progetto di L. S. Woolf che, su richiesta della "Fabian Society", nel 1916, elabora due rapporti "for a supernational authority that will prevent war" (cit. da Bonanate, op. ult. cit., p. 39; il testo di. Woolf è: International Government, London, Allen and Unwin, 1916). Negli anni '30-50, continuatori dell'opera di confutazione del "pregiudizio realista", secondo cui la guerra è il solo criterio di regolazione e organizzazione della politica internazionale, sono: 1) A. Zimmern, The League of Nations and the Rule of Law, 1918-1933, London, Macmillan, 1939; 2) E. Juvalta, Il problema della pace, "Rivista di filosofia, n. 1-2, 1946; 3) K. Popper, La società aperta e i suoi nemici, Roma, Armando, 1973 (ma 1959) [cfr. L. Bonanate, op. ult. cit., pp. 39-41. Negli anni '80, in Italia, il tema è stato rilanciato con forza da N. Bobbio: 1) Tra guerra e pace. Tra realismo dei blocchi e autodeterminazione dei popoli, "Unità proletaria", n. 1-2, 1982; 2) Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1984; 3) Questioni di democrazia, "Sisifo", n. 17, 1989. (15) F. Fukuyama, The End of the History, "The National Interest ", vol. 16, 1989, p. 4. (16) F. Fukuyama, The End of History and Last Man, New York, 1992, p. IX; cit. da H. Köchler, Democrazia e nuovo ordine mondiale, "Marx centouno", n. s., n. 14, 1993, p. 48. (17) La mutazione è stata designata da L. Bonanate come passaggio dal "mondo bipolare" a un "sistema imperiale" che non trova alcun precedente storico (La rivoluzione internazionale. Invito al dialogo, "Teoria politica", n. 2, 1991, p. 8). Esplicitamente Bonanate fa riferimento alla categoria definita da R. Aron, per il quale uno "stato imperiale" è quello in cui lo Stato si "riserva il monopolio della violenza legittima" (Pace e guerra tra le nazioni, Milano, Comunità, 1970, p. 188; cit. da Bonanate, p. 18, nota n. 16). (18) L. Bonanate, op. ult. cit., p. 13. (19) Ibidem, pp. 13-14. Anche qui registriamo un trasparente riferimento ad un'opera classica: T. H. Marshall, Cittadinanza e classe sociale, Torino, Utet, 1976. (20) Cfr. il fascicolo monografico Emarginazione e identità (a cura di A. Chiocchi-A. Petrillo), "Società e conflitto", n. 11-12, 1995. (21) Per una prima approfondita analisi in tale direzione, cfr. A. Petrillo, Crisi della cittadinanza e controllo sociale. Il gioco tra interessi e identità, in Paola Di Nicola-A. Saporiti (a cura di), Cittadinanza o cittadinanze: la crisi dello Stato sociale tra universalismo e logica delle appartenenze, Campobasso, Università degli Studi del Molise, 1994; ora in Cittadini in bilico. Crisi del Welfare, controllo sociale e identità, Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazioni, 1996. (22) L. Bonanate, La rivoluzione internazionale..., cit., pp. 14, 14-15. (23) Su questo punto Bonanate si era già intrattenuto con acume: cfr. La teoria politica tra ordine interno e anarchia internazionale, "Teoria politica", n. 1, 1985. (24) L. Bonanate, La rivoluzione internazionale..., cit., p. 15. (25) Ibidem, p. 15; corsivo nostro. (26) Ibidem, pp. 15-17. Tali assunti sono da Bonanate organicamente sviluppati in due opere successive: La politica internazionale di fronte al futuro, Milano, Angeli, 1991; Etica e politica internazionale, Torino, Einaudi, 1992. (27) R. Màdera, Il crollo dell'impero sovietico e la crisi dei partiti comunisti, "Marx centouno", n. s., n. 2, 1990, pp. 12-13. (28) Ibidem, soprattutto pp. 15-17. (29) C. Preve, La fine di una antiutopia. Considerazioni sul crollo del socialismo reale del 1989, "Marx centouno", n. s., n. 2, 1990, in particolare pp. 18-25. (30) Per l'analisi critica del sistema del "socialismo reale", rimane un ineludibile punto di riferimento il Convegno tenuto all'Università di Venezia (facoltà di Architettura, 11-13 novembre 1977), promosso da "il manifesto" (a quel tempo ancora una rivista) e un gruppo di intellettuali, sindacalisti e uomini politici della sinistra europea. Gli atti del Convegno si trovano raccolti in AA. VV., Potere e opposizione nelle società post-rivoluzionarie. Una discussione nella sinistra, "il manifesto", Quaderno n. 8, Alfani, Roma, 1978. Un contributo altrettanto rilevante è AA.VV., Per una critica del "socialismo reale", Milano, Quaderni di "Metamorfosi", n. 3, 1981. (31) G. La Grassa, Il socialismo irreale, "Marx centouno", n. s., n. 3, 1990. (32) G. La Grassa, Dal capitalismo alla società di transizione, Milano, Angeli, 1978; Id., L'"inattualità" di Marx, Milano, Angeli, 1989. (33) P. Ostellino, Per chi soffia il vento dell'Est, "Biblioteca della libertà", n. 109, 1990, p. 72 ss. (34) "Cadono le teste degli uomini più compromessi con il "socialismo reale", per contenere la protesta popolare ed evitare la guerra civile. La crisi dei regimi comunisti si trasforma, così, in una resa dei conti fra comunisti. Una classe dirigente screditata e corrotta, ma - con la sola eccezione della Polonia - anche l'unica con una certa esperienza di governo, sta affannosamente cercando di riciclarsi all'insegna del post-comunismo, prima che il suo vecchio mondo le crolli definitivamente addosso e nasca al contempo una classe dirigente autenticamente democratica e realisticamente alternativa" (Ibidem, p. 73). (35) Su questo punto, cfr. le acute osservazioni di P. Calzini, Gorbaciov e l'Europa orientale, "Il Mulino", n. 5, 1988. Dello stesso autore cfr. pure L'Urss di fronte all'Europa orientale. Percezioni, valutazioni, prospettive, "Il Mulino", n. 6, 1990. (36) Sulla "politica estera" gorbacioviana, cfr. V. Zaslavsky, Dopo l'Unione Sovietica. La perestrojka e il problema delle nazionalità, Bologna, Il Mulino, 1991; A. Moscato, Un primo bilancio della politica estera sovietica, "Marx centouno", n. s., n. 5, 1991. (37) Su tale processo, cfr. S. Romano, Il declino dell'Urss come potenza mondiale e le sue conseguenze, Milano, Longanesi, 1990. (38) Sulla vaghezza e i limiti della categoria gorbaciovana di "Stato socialista di diritto", cfr. F. D'Agostini, La perestrojka è un missile impazzito?, "MicroMega", n. 3, 1990, p. 167 ss. (39) Per una disanima articolata, anche se non esaustiva, dell'approccio della classe politica della perestrojka al mutamento sistemico in atto, è utile la raccolta di documenti (curata da A. Guerra), L'ottantanove di Gorbaciov, Supplemento al n. 280 del 28 novembre 1989 de "l'Unità", Roma, 1989. (40) Emblematico di questa tendenza è il modo con cui in Occidente è stato affrontato il "problema delle privatizzazioni" e della "transizione" in Europa orientale. Cfr., a titolo puramente indicativo, i contributi apparsi, sull'argomento, nel numero di novembre 1991 della "Rivista di politica economica": L. Dini, Il processo di privatizzazione nell'Europa dell'est: fondamenti teorici e risultati empirici; K. J. Arrow-E. S. Phelps, Le riforme economiche in tema di trasmissione dell'informazione e di configurazione dei centri decisionali nell' Urss: note a commento e suggerimenti; C. Boffito, La privatizzazione nell'Europa centrale e nell'Unione Sovietica; R. Frydman-A. R. Rapaczynski, Lineamenti evolutivi del processo di transizione nei paesi dell'est europeo; R. Bonavoglia, Evoluzione e progetti nella transizione dell'est europeo. Diverso l'approccio di Catherine Samary, La "transizione" nell'Europa dell'Est, "Alternative", n. 1, 1990, in cui emerge con chiarezza come la tanto decantata "transizione al capitalismo" viaggi tra un calo spaventoso dello sviluppo, un'inflazione gigantesca, una frammentazione politica parossistica e diffusi processi di "guerra etnica". (41) V. Klaus, Dal comunismo alla società aperta: spontaneità e scelte politiche, "Biblioteca della libertà", n. 108, 1990, pp. 45-46. (42) Ibidem, pp. 46-47. (43) Ibidem, pp. 47-48. (44) Ibidem, pp. 48-50. (45) Ibidem, p. 50. (46) R. Dahrendorf, 1989. Riflessioni sulla rivoluzione in Europa, Roma-Bari, Laterza, 1990. Qualche anno dopo, Dahrendorf è ritornato sinteticamente sul tema in un breve articolo: Le rivoluzioni sono condannate al fallimento?, "MicroMega", n. 1, 1992. (47) Per una ricognizione più attenta sul sistema teorico conflittuale di Dahrendorf, sia concesso rinviare ad A. Chiocchi, Rivoluzione e conflitto. Categorie politiche, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 1995; in particolare, cap. 3, § 6. (48) J. Habermas, La rivoluzione in corso, Milano, Feltrinelli, 1990 (il titolo originario dell'opera è: "La rivoluzione recuperante"); Id., L'ottantanove e il futuro del socialismo occidentale, "MicroMega", n. 2, 1990; Id., Dopo l'utopia, Venezia, Marsilio, 1992. (49) Come abbiamo visto, questo schema interpretativo, in un qualche modo, è presente anche nella lettura fornita da P. Ostellino. (50) In un certo senso, possiamo dire che la classe politica della perestrojka, anche nell'ipotesi interpretativa suggerita da Habermas, abbia tentato di applicare lo schema euristico di Dahrendorf: il mezzo migliore per evitare la rivoluzione è anticiparla, realizzando una riforma. (51) Cfr. AA.VV., Potere e opposizione nelle società post-rivoluzionarie, cit.; AA. VV., Per la critica del "socialismo reale", cit.; AA.VV., Orwell e il 1984 del "Socialismo Reale" (a cura di M. Cangiani), Venezia, Francisci Editore, 1984; G. La Grassa, L'"inattualità" di Marx, cit.; M. Bonzio, La critica marxista del socialismo reale: il contributo della scuola althusseriana e i suoi limiti, "Marx centouno", n. s., n. 4, 1991. (52) Ricostruisce con attenzione i termini del dibattito M. Beozio, op. cit., pp. 76-82. I passaggi principali della discussione sono i seguenti: P. Sweezy, Cecoslavacchia, capitalismo e socialismo, "Monthly Rewiew", ed. italiana, n. 11, 1968; C. Bettelheim, Ancora sulla società di transizione, "Montly Rewiew", ed. italiana, n. 3, 1971; P. Sweezy, Dopo il socialismo che cosa?, "Democrazia proletaria", settembre 1986; C. Bettelheim, La specificità del capitalismo in Urss, "Democrazia proletaria", settembre 1986. (53) Cfr. C. Bettelheim, La transizione verso l'economia socialista, Milano, Jaka Book, 1973 (ma 1969); Id., Lotte di classe in Urss, 1917-1923, Milano, Etas, Milano, 1975 (ma 1973); Id., Sulla natura della società sovietica, in AA.VV., Potere e opposizione nelle società post-rivoluzionarie, cit.; Id., Calcolo economico e forme di proprietà, Milano, Jaka Book, 1978 (ma 1970); Id., Lotte di classe in Urss, 1924-1930, Milano, Etas, 1980 (ma 1977); Id., Le contraddizioni della società sovietica (sviluppo e prospettive), in AA. VV., Orwell e il 1984 ..., cit. (54) G. La Grassa, Il socialismo irreale, cit., pp. 9-13 (55) Ibidem, pp. 10-14. (56) Ibidem, pp. 9-10. (57) Ibidem, pp. 16-17. La Grassa ripropone successivamente le sue argomentazioni: Si potrà ricominciare?, "Marx centouno", n. s., n. 6, 1991. (58) Per una prima ricognizione in tale direzione, cfr. A. Chiocchi, Rivoluzione e conflitto. Categorie politiche, cit.; in particolare, il cap. 2. (59) Per utili indicazioni bibliografiche, cfr. G. Carnevali, Intorno all'ideologia e alla teoria politica internazionale, "Teoria politica", n. 1, 1991. (60) Valgano, per tutte, due testimonianze:(61) All'interno di questo filone, pur muovendo da premesse differenti, rientra anche la critica dell'ordine mondiale di ispirazione marxista, secondo cui la fine del bipolarismo avrebbe costituito l'occasione storica perduta, per la realizzazione di un positivo progetto di democratizzazione delle relazioni internazionali. Cfr., per tutti, H. Köchler, Democrazia e nuovo ordine mondiale, cit., pp. 51-55, 59-62.
(62) Il tema è sinteticamente discusso da P. P. Portinaro, L'epoca della guerra civile mondiale?, "Teoria poliitca", n. 1-2, 1992, a cui si rimanda anche per i richiami bibliografici. Come è noto, la categoria "guerra civile mondiale" si deve a C. Schmitt che, nella "premessa" all'edizione italiana (1971) alle Categorie del 'politico' (Bologna, Il Mulino, 1972), osserva: "A me sembra cehe il mondo di oggi e l'umanità moderna siano assai lontani dall'unità politica. La polizia non è qualcosa di apolitico. La politica mondiale è una politica molto intensiva, risultante da una volontà di pan-interventismo; essa è soltanto un tipo particolare di politica e non certo la più attraente: è cioè la politica della guerra civile mondiale" (p. 25; corsivo nostro). P. P. Portinaro ci informa che la categoria si trova già in un appunto del 1947, ora in Glossarium. Aufzeichnungen der Jahre 1947-1951, Berlin, Duncker-Humblot, p. 29 (op. ult. cit., p. 77, nota n. 19).
|
|
|