Le teorie normative e quelle descrittive, al di là delle discordanze tra loro sussistenti, finiscono con il convergere in uno snodo cruciale: la formalizzazione dell'esistente sotto il controllo di regole codificatorie. Il formale diviene qui il fondamentale, se non unico, principio di rappresentazione del reale. Al di là della crisi delle teorie della rappresentazione e della rappresentazione stessa (1), quello che qui va sottolineato è che il formale è condannato a non recepire il magma entro cui il reale si va plasmando e dislocando nella sua infinita trama di composizioni e scomposizioni. Del resto, non è questo il suo obiettivo precipuo.
Il formale è irreparabilmente distaccato dal reale, di cui non può che fornire rappresentazioni distanzianti e oggettivanti. Ciò che emerge nel formale non è esattamente ciò che ribolle nel reale. Il primo è regolato da una logica assiomatica; mentre il secondo obbedisce ad una razionalità asistematica. L'epistemologia fallisce i suoi impegni e i suoi programmi, perché finisce con il subordinarsi alle logiche assiomatizzanti del formale. Feyerabend è uno dei pochi epistemologi che tenta di sfuggire a questa presa stritolante.
Se ci addentriamo nei campi del diritto (penale) e della reclusione, il limite epistemologico appena individuato emerge in tutta la sua dirompenza. Il diritto moderno è, per definizione, il campo regolatore della dissimulazione disincarnata del reale e, quindi, una delle sue maschere più atroci. Il carcere in particolare (e l'istituzione chiusa in generale) è, per antonomasia, la costellazione della non-vita: lo spazio/tempo in cui istituzionalmente la vita viene essiccata ed evacuata dei suoi attributi di nobiltà, dignità e felicità. Il formale, qui più che altrove, è la gabbia d'acciaio del reale.
Ciò spiega perché, parlando di reclusori e reclusi, viene sempre messo in codice ed in scena il carcere formale e mai il carcere reale. L'esistenza del carcere, come quella di tutti i fenomeni ed i processi investiti da sforzi cognitivi e interpretativi, si sdoppia in due dimensioni fondamentali: quella formale e quella reale, con tutte le intermediazioni e sottoespressioni che in ognuna e tra le due si articolano. Sul carcere formale si appuntano le indagini dei "soggetti cognitivi" e si indirizza lo "sguardo dell'ermeneuta"; il carcere reale, dove i viventi sono materialmente costretti e ingabbiati, si va sempre più eclissando e miniaturizzando in una galassia microinfinitesimale. Sicché quando si parla del primo non si vede il secondo e quando si parla dei viventi incarcerati si è, sì, contro il carcere, ma col rischio di perdere cognizione della sua formalità e delle sue svariate e intrecciate forme di controllo invasivo e intrusivo.
Esiste una storia del carcere come istituzione, dal lato del controllo dei corpi, delle menti e delle anime dei reclusi; ma non esiste una storia degli incarcerati come viventi costretti alla condizione di non-viventi. La storia dell'istituzione è la negazione della storia dei viventi finiti sotto il suo controllo. Il massimo di soggettualità che si è disposti a riconoscere agli incarcerati è quella di "devianti istituzionalizzati". Le microanalisi strutturali di Foucault sulle "società disciplinari" ci hanno ben mostrato le pieghe nascoste e le impronte disumanizzanti proprie del fenomeno (2).
Essenzialmente, il diritto moderno è stato legittimazione del potere e dei mezzi attraverso cui questo garantisce e mantiene la sicurezza. In tale prospettiva, è anche (ma non solo) legittimazione del monopolio della violenza. Per essere ancora più chiari: possiamo qui ritenere il diritto un mezzo artificiale atto alla legittimazione del potere e di tutti i suoi mezzi di riproduzione. La sicurezza, quindi, è prima di tutto intangibilità del potere legittimato: sua perpetuazione formale. La sicurezza dello Stato a cui sono imputati i poteri (e, quindi, la prerogativa della produzione normativa), allora, viene prima della sicurezza dei cittadini. Il carcere, prima ancora che i cittadini, garantisce qui la sicurezza dello Stato (3).
Ciò che la teoria politica moderna ha declinato come "interesse comune" è, in effetti, interesse proprio alla autorità statuale che si mantiene e perpetua, (anche) a mezzo della produzione normativa. La coesione sociale viene qui a dipendere dalla coesione della forma Stato: questa surdetermina quella, da cui si va progressivamente autonomizzando. L'autorità statuale mette sempre più in secondo piano le sfere culturali e materiali entro cui vanno dipanandosi i processi di socializzazione, stratificazione, complessità e differenziazione sociale, fino a diventarne immemore.
L'istituzione statuale, imboccato questo varco, non si limita a perdere progressivamente memoria attiva del socio-culturale; ma lo distanzia, ricostruendolo artificialmente a sua immagine e somiglianza. I poteri formali di cui gode (ed il diritto, primo tra questi) costituiscono lo strumento meglio conforme allo scopo. La cecità istituzionale di fronte al socio-culturale e la crescente caduta di legittimità dello Stato democratico hanno questa origine arcaica che dalla Sofistica greca transita nella scienza politica moderna, per poi annidarsi nel 'politico' contemporaneo (4).
L'artificialità del patto costitutivo sottopone tutti ad un potere comune (Hobbes, Leviatano); ma il potere comune si incarna in un sovra-organismo (lo Stato) che Nietzsche non esiterà a dichiarare un mostro gelido (Così parlò Zarathustra). I poteri formali, soprattutto attraverso la produzione normativa, glacializzano il mondo dei viventi. Se qui il controllo sociale non è che uno degli scopi e una delle anime del diritto, la glaciazione del vivente rimane la sua molla pulsionale nascosta. Del resto, quanto più il vivente ed i viventi sono glacializzati, tanto più agevole risulta sottoporli a controllo. La glaciazione a fini di controllo è, dunque, lo scopo inconfessabile dei programmi di controllo dello Stato e delle sue istituzioni.
L'epistemologia moderna e contemporanea non può e non vuole penetrare questa dimensione arcana dei poteri e questo risvolto nascosto dell'umano-sociale. Rimane, anzi, uno strumento supplementare per la domesticazione e l'anestetizzazione delle profondità abissali dell'umano-sociale, soprattutto di quelle in cui più vibrano le voci del dolore e dell'angoscia. Nel diritto penale avviene, così, che la pena si faccia sofferenza meritata e la custodia reclusoria diventi supplizio, senza che gli epistemologi e l'epistemologia (e i filosofi della morale, i teorici della politica, gli scienziati, i ricercatori sociali ecc. ecc. ) abbiano granché da ridire.
Le finalità dello Stato sono le medesime perseguite dai saperi ufficiali: la glaciazione del vivente e dei viventi. Su questa trama glaciale, mistificata come mondo delle "necessità virtuose", viene ordita la tela delle spiegazioni, delle giustificazioni, delle interpretazioni, delle legittimazioni. La rappresentazione è qui in crisi, proprio perché non può spezzare le gabbie d'acciaio dei poteri e dei saperi glaciali: essa stessa non è che un ricalco della glaciazione del vivente.
Ma qui, con una vera e propria dichiarazione di fallacia (rispettivamente dell'idealismo in tutte le sue manifestazioni e del marxismo in tutte le sue versioni), le rappresentazioni fornite dal diritto e da tutte le forme di sapere non costituiscono sottoespressioni dirette o superfetazioni ideologiche del dominio dello Stato. Al contrario, riarticolano formalmente i poteri dello Stato, consentendo loro di funzionare materialmente in maniera sempre più razionale e calibrata.
Questo è quello che accade su una sponda del mondo reale che, non necessariamente, risolve e ingloba quello che accade sull'altra e, ancora di più, nell'oceano mosso che si distende tra le due. Il processo di riarticolazione dei poteri e dei saperi, per quanto totale, non riesce mai a totalizzarsi. Anche in forza della relativa autonomia del diritto e dei saperi, si installa e sempre permane un residuo che si sottrae al controllo totale: ciò perfino in carcere e perfino nel lager. Anche in nome di diritti di libertà e di saperi di liberazione, possiamo continuare a sperare. Ma di diritti che non siano più coniugati semplicemente come diritti naturali; anche se è da qui che si deve continuamente ripartire (5). E di saperi che siano declinati come dissoluzione delle gabbie del formale, effrazione delle prigioni del reale e ricostruzione dello spazio/tempo del vivente e dei viventi.
Qui la critica del diritto non è in funzione dell'estinzione del diritto (in quanto borghese, di per sé); ma tende all'affermazione di diritti di libertà nuovi e più estesi. Qui la critica della scienza non è in funzione dell'abolizione della scienza (in quanto capitalistica, di per sé); ma costituisce e fa impiego di saperi, per l'emersione sociale di ambiti di vita più ricchi, progressivamente emancipati dai bisogni elementari, dal dolore psico-fisico e dalle costrizioni sociali e mentali.
Le teorie dell'abolizione del diritto (e dello Stato, per quel che concerne l'ambito specificamente marxista) e le teorie della confutazione iconoclasta dei saperi si risolvono in ontologie, a misura in cui legano costitutivamente al "male" l'essere e l'esserci del diritto e della scienza. Il "male" emerge qui come realtà ed essenza assoluta tanto del diritto quanto della scienza. Da qui la pulsione imperiosa ad affrancarsene e l'altrettanto imperioso scoramento, laddove la pulsione conosce uno scacco irrimediabile. L'inazione e/o la reazione di resistenza diventano l'unica prassi qui contemplata. Una prassi dilacerata che arretra dal foro esteriore e si autopone nel foro interiore, non riuscendo a parteggiare pienamente per il vivente e le sue pulsazioni.
Ogni ontologizzazione della teoria, d'altronde, non è che il "sintomo" di una atomizzazione e atrofizzazione delle unità del vivente, a partire dalla propria esistenza personale e relazionale. A monte dell'ontologia v'è il distacco dal vivente umano-sociale, da cui si fuoriesce, illudendosi al contrario di immergervisi.
Si perdono le tracce del residuo individuale/collettivo che i poteri/saperi non riescono ancora a colonizzare e si scambia la propria esistenza isolata come ultima postazione libera difendibile. Negli strati più distorti e sofferenti del dispositivo ontologico di base, si ingenera, così, una deleteria illusione ottica: a) o si è convinti di fronteggiare un nemico invincibile; b) oppure si ritiene di essere gli sconfitti di una guerra o mai iniziata o appena terminata. Nel primo caso, si tratterebbe di adeguarsi in fretta alle ragioni del più forte; nel secondo, non resterebbe che conservare la dignità del vinto.
Trincerandosi in queste strettoie, il dispositivo ontologico condivide con il pensiero formale la riduzione delle manifestazioni del vivente ad oggetto, ben oltre le categorie di "feticcio" e "reificazione" di derivazione marxiana. La riduzione ad oggetto è la premessa che fa scattare la rappresentazione. Ed è qui che il pensiero ontologico e quello formale incontrano l'epistemologia, rideterminandosi e rafforzandosi vicendevolmente. Se solo gli oggetti possono trovare una rappresentazione formale, è la riduzione ad oggetto (non solo e non tanto a merce) lo scopo non dichiarato dei poteri e dei saperi dominanti. Glacializzare il mondo, per governarlo dispoticamente ed imperiosamente: questo, il "nucleo vitale" proteiforme dei programmi (di potere) che l'epistemologia non è in grado e non vuole snidare. Il pensiero ontologico si trova rinserrato nella stessa tenaglia: sia nella versione catastrofista che in quella apologetica, esso ritiene imperforabile il manto oggettualizzante che ricopre il vivente ed i viventi. Si tratterebbe unicamente di condividerlo enfaticamente o subirlo senza potervi frapporre rimedio valido.
Per quanto distorti, contorti e continuamente in bilico tra pessimismo cosmico ed apologia sfrenata, questi esiti hanno una genesi che, a suo modo, è esemplare e stringente. Il fatto è che, con l'affacciarsi dell'epoca moderna, la conoscenza scientifica si desoggettualizza: dal dotto e/o sapiente trasloca negli specialismi. Col che gli oggetti (non più i soggetti) dell'indagine diventano i depositari della scienza e della conoscenza (6). La scienza, a partire dal modello baconiano, diventa direttamente titolare di una immane potenza generatrice e trasformatrice: diviene, cioè, potere (7). Parte da qui la storia che dal potere dell'homo faber conduce al potere dell'homo creator (8).
Tutti i modelli di sapere si oggettivizzano, fino a rideterminare i codici epistemici dell'agire che trovano ora fondamento esclusivo nel 'politico', separatosi in via definitiva dall'etico. Così, mentre la scienza fonda oggettivamente verità e conoscenza, il 'politico' si fa Stato-macchina, diventando l'unità di riferimento principale ed intrascendibile dell'agire umano e sociale. Con la modernità, il sapere sperimenta il mondo e, sperimentandolo, lo crea: questo, il circolo epistemico della scienza moderna, da cui derivano tutti i modelli di razionalità scientifica che abbiamo ereditato. La scienza qui non è più fluidificata o intermediata dal discorso. La diade aristotelica scienza/discorso (Etica nicomachea) viene eclissata. Il dissolversi progressivo della razionalità discorsiva lascia libero il campo alla razionalità scientifica che, così, può autofondarsi come esperienza (Bacone, Novum Organum). Ecco che è proprio e già qui che la scienza e la razionalità scientifica assurgono a criterio di verità assoluta e indefettibile: l'agire scientifico cessa di essere discorsivo e si fa integralmente strumentale. L'esserci e l'essere vengono connotati tecnicamente e strumentalmente. La scienza diviene, così, un'ontologia camuffata. La resa oggettualizzante del vivente comincia da qui ed è marchiata col ferro e col fuoco di poteri nascenti implacabili, nella loro pretesa di universalizzazione e assolutizzazione.
Gli schemi epistemologici della modernità e della contemporaneità sono contrassegnati da questo indelebile "peccato originale", da cui fanno fatica a redimersi. Le stesse ipotesi alternative, di volta in volta proposte, non si misurano con questo "nocciolo duro", le cui proiezioni ottundenti e inquietanti finiscono col subire.
Dietro il diritto glaciale c'è sempre un sapere algido ed a sostegno di entrambi si erge sempre un potere gelido. Alla sensatezza della scienza viene opposta la negatività insensata di tutto ciò che non è oggettualizzato o oggettualizzabile dai poteri e dai saperi; cioè, tutto ciò che non è matematizzabile. L'oggettualizzazione scientifica nasce da un pensiero convenzionale che ambisce ad anticipare, generare e trasformare il mondo, di cui intende essere l'unico legislatore riconosciuto. I saperi e il diritto strumentano questa legislazione e, dunque (una volta di più), non ne sono i meri strumenti.
Note
(1) Per questo ordine di problematiche, si rinvia all'Editoriale di "Società e conflitto", n. 27/28, 2003 e al saggio L'irrappresentato femminile, ivi.(2) Sul punto, di M. Foucault rimangono fondamentali: Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Torino, Einaudi, 1976; Malattia mentale e psicologia, Milano, Cortina, 1997; Storia della follia nell'età classica, Milano, Rizzoli, 1998; Nascita della clinica. Un'archeologia dello sguardo medico, Torino, Einaudi, 1998.
(3) Si cercherà di dare ragione di tali processi negli altri articoli che compongono questa sezione della rivista.
(4) Per un'analisi d'insieme della problematica, sia consentito rinviare ad A. Chiocchi, I dilemmi del 'politico', Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazione, 3 voll., 1999; per i temi in questione, rilevano: a) i capp: I-III, VI-VII (vol. I, Dall'etica alla politica); b) i capp. XIII-XV (vol. III, Dalla politica all'insieme etica/politica/poesia).
(5) Di passaggio, ricordiamo con J. Habermas: "l'idea di diritto naturale va oltre l'ideologia borghese" (Prassi politica e teoria critica della società, Bologna, Il Mulino, 1963, p. 171).
(6) In questa direzione, già G. Stabile, Ontologia del sapere politico e antropologia dell'esperienza: modello scientifico e codice pratico, in V. Dini (a cura di), Soggetti e potere. Un dibattito su società civile e crisi della politica, Napoli, Bibliopolis, 1983, pp. 238 ss. Corre obbligo precisare che l'interessante prospettiva di ricerca di Stabile non converge in toto con quella che si sta cercando qui di approssimare.
(7) Sia concesso, sull'argomento, rimandare ad A. Chiocchi, I dilemmi del 'politico', cit.; in specie, vol. I, cap. IV.
(8) Si rinvia, di nuovo, al già richiamato Editoriale.