DA GIOLITTI A SALANDRA:
DALLA REDISTRIBUZIONE
PROMESSA ALLA SPEREQUAZIONE MANTENUTA
La formazione del
quarto governo Giolitti, all'indomani delle elezioni dell'autunno del 1913, ha perlomeno
il merito di aprire una interessante discussione su quale sistema di tassazione
seguire, se quello "diretto" o quello "indiretto".
G. Alessio sostiene
che il vizio di fondo del sistema tributario sia costituito dall'eccessivo
carico della tassazione indiretta che, continua l'insigne studioso ed
autorevole parlamentare radicale, sottrae risorse al processo accumulativo ed
alimenta le funzioni improduttive dello stato[1].
Sulla materia, si
segnala il rilevante studio condotto qualche anno primo dall'economista
liberista M. Pantaleone[2].
Come è noto, per il Pantaleoni, diversamente da quanto assunto da Alessio, il
"cuore malato" del sistema fiscale non sta nella sproporzione tra
tassazione indiretta e tassazione diretta e, dunque, l'asse della possibile riforma
fiscale non può incardinarsi sulla conseguente "ripartizione" dei
carichi.
Partendo da queste
posizioni base, Pantaleoni entra, con vivacità, nel dibattito in corso.
Compiendo un'accurata analisi dell'andamento dell'imposta di ricchezza mobile
riscossa per ritenuta, rileva che il minor carico di imposta non si risolve in
sgravi per le classi benestanti e aggravi per le classi meno abbienti. La
minore entrata accertata, nota l'economista, è unicamente dovuta alla
conversione della rendita 5% lordo in 3,50% netto; né, continua, l'aumento del
costo dei servizi pubblici grava sui ceti più umili, non facendo essi un grande
ricorso a questa tipologia di servizi (postali, telegrafici, telefonici ecc.).
Analogo discorso l'economista fa per le imposte privative (lotto, sale), a
carico dei ceti umili per l'ammontare di 180 milioni, contro i 333 gravanti sui
ceti abbienti soltanto per il tabacco.
Ma Pantaleoni si
spinge ancora più in là: in piena coerenza col suo credo liberista, confuta
recisamente quello che ritiene un diffuso pregiudizio, secondo cui le imposte
sui consumi siano a carico soprattutto sui poveri [3].
Tuttavia — e onestamente —, giunto alla conclusione della sua indagine, egli
non sa dare una risposta certa alla domanda su quali siano le classi sociali su
cui maggiormente grava il sistema fiscale.
Al di là del dibattito
scientifico e politico, rimane un dato inoppugnabile: l'eccesso di imposizione
indiretta che caratterizza il sistema fiscale italiano; dato, questo, nessuno
può contestare od occultare e su cui, necessariamente, deve concentrarsi ogni
ipotesi di riforma seria e rigorosa. Nel 1912-13, per rimanere al periodo
storico di cui ci stiamo occupando, secondo le elaborazioni del Repaci, risulta
incontrovertibilmente che:
1) le entrate delle imposte
sui redditi rappresentano il 28,79% del gettito totale;
2) le entrate delle
imposte sui consumi (compresi i monopoli), il 55,80%;
3) le entrate sugli
affari, il 15,41%[4].
La "scuola
liberista", anche sulla scorta di alcuni rilevanti articoli di L. Einaudi[5],
fa rientrare le imposte sugli affari nelle imposte dirette ed, in questo modo,
argomenta di equilibrio tra imposizione diretta ed imposizione indiretta nel
sistema fiscale italiano; ma il ragionamento non pare plausibile, già sul piano
scientifico. Va, però, precisato che Einaudi, pur assumendo l'equivalenza tra
imposte dirette ed imposte indirette, ammette francamente che queste ultime
incidono maggiormente sui contribuenti[6].
A fronte della
innegabile sproporzione tra imposte dirette ed imposte indirette, si pone
imperiosamente l'esigenza di misure redistributive: il mancato varo di esse ha
costituito una delle ragioni prime dell'insuccesso delle politiche fiscali
della Sinistra (prima) e della "maggioranza giolittiana" (dopo).
È all'interno di siffatto
dibattito generale che Facta, il ministro delle finanze del quarto governo
Giolitti, il 3 febbraio 1914 presenta l'atteso disegno di legge relativo alle
modifiche del sistema tributario, di cui la riforma dell'imposta di successione
rappresenta, certamente, una delle misure più importanti. Con essa, si
perseguono i seguenti obiettivi:
1) l'accentuazione del
carattere progressivo dell'imposta;
2) la soppressione
delle agevolazioni per le quote ereditarie superiori alle 10.000 lire;
3) la parificazione tributaria
di tutti i parenti oltre il quarto grado;
4) la modificazione
delle tariffe sulle quote maggiori.
Le variazioni proposte
si prefiggono di concorrere alla determinazione di un maggior gettito
tributario nell'ordine di circa 4,5 milioni.
Altre rilevanti novità
del disegno di legge Facta riguardano le modifiche apportate alle:
1) tasse fisse di
bollo, con un lieve aumento di 5 centesimi sugli atti civili, giudiziari e
amministrativi;
2) alle tasse fisse
per le concessioni governative, con aumenti non inferiori ai 60 centesimi.
La Commissione
parlamentare chiamata ad esaminare il disegno di legge ne mette in luce il
carattere innovativo e perequativo[7].
In Italia, con la modifica dell'imposta di successione, per la prima volta,
viene stabilito che il diritto dello stato è limitativo del diritto di
proprietà, sussistendo una obbligazione sociale fra il patrimonio del defunto e
quel medesimo stato che ha cooperato alla formazione ed alla salvaguardia di
quel patrimonio.
Il nuovo indirizzo
programmatico del governo, com'era da prevedere, si attira delle critiche di
rilievo, la più significativa delle quali è quella dell'ex primo ministro
Luzzati che giudica quelle misure tardive ed inefficaci. Secondo l'illustre
critico, l'intervento di "entusiasmo fiscale" avrebbe dovuto essere
preso da Giolitti all'inizio della "guerra di Libia", con una
situazione di bilancio meno compromessa[8].
Ma la critica più acuminata di Luzzati, con diretto riferimento alla riforma
dell'imposta di successione, si riferisce ad un diffuso (e presunto)
"spirito anticapitalistico" presente
nel governo, nel Parlamento, nel mondo scientifico ed in larga parte
dell'opinione pubblica[9].
Egualmente critico è
l'atteggiamento di L. Einaudi che, pure, non manca di concordare con alcuni
singoli punti del nuovo indirizzo fiscale del governo[10].
La contrarietà di Eianudi si indirizza segnatamente contro le soluzioni apprestate
per i trasferimenti ereditari: si ricorda che l'imposta sul valore globale
dell'asse ereditario è, con particolare irrisione, da lui definita la
"tassa sul morto"[11].
Questo atteggiamento di chiusura pregiudiziale impedisce ad Einaudi di
comprendere il passaggio dalla finanza fiscale
alla finanza redistributiva e perequativa, in atto nei paesi europei
più avanzati, conformemente alle nuove realtà sociali intervenute negli ultimi
decenni[12].
In ragione di un clima
di aspra polemica e delle resistenze dei ceti sociali abbienti, i nuovi
provvedimenti fiscali non vengono mai discussi e Giolitti, il 10 marzo 1914,
dimette il suo mandato nelle mani del re. Ancora una volta, le prime avvisaglie
di una riforma redistributiva del sistema fiscale italiano si frangono contro
il muro degli interessi della proprietà e della rendita.
Del resto,
provvedimenti di riforma tributaria in senso democratico e redistributivo
richiedono un governo forte ed autorevole; e, certamente, il quarto governo
Giolitti non è né forte e né autorevole. Al contrario, non riesce a
"mediare" e ricondurre a "sintesi", secondo i principi del "bene
comune", i divergenti interessi delle varie classi sociali. Politiche del
genere potevano essere sperimentate con successo, quando Giolitti si trovava
nel pieno fulgore della sua parabola politica e non, invece, in una situazione
perdurante e consolidata di dissesto del bilancio dello stato, di cui proprio
Giolitti è da ritenersi uno dei principali artefici.
In questo senso,
calzante pare la critica di intempestività ed inefficacia immediatamente
inoltrata da Luzzati contro i provvedimenti fiscali proposti da Facta, di cui abbiamo
in precedenza dato conto. Quello di Giolitti non è altro che un tentativo di
redistribuzione fiscale inefficace
perché tardivo e tardivo perché
inefficace.
Salandra, nuovo primo
ministro, si affretta a tranquillizzare gli animi, recidendo in tronco ogni
pulsione tendente ad un sia pur minimo riassetto redistributivo del sistema
fiscale italiano.
Rubini, nuovo ministro
del tesoro, intervenendo in Parlamento il 6 giugno 1914, fornisce una
informativa sul bilancio dello stato, mentre l'opposizione aveva chiesto una
vera e propria "esposizione finanziaria". Nell'occasione, Rubini
informa che:
1) l'esercizio 1913-14
si sarebbe chiuso con un deficit di circa 32 milioni, inclusivo dei 27,7
milioni delle spese di guerra;
2) l'esercizio 1914-15
si prevede un disavanzo pari a 32, 5 milioni;
3) l'esercizio 1915-16
si prevede che il disavanzo salga a 82,5 milioni;
4) l'esercizio 1916-17
si prevede che il disavanzo cresca ancora, attestandosi a 118,9 milioni[13].
I dati in rosso sulle
previsioni di bilancio, evidentemente, inducono il governo a mantenere la spesa
sotto ferreo controllo, scongiurandolo di assumere nuovi oneri e consigliandolo
ad attenersi rigorosamente a far fronte agli impegni già assunti. Ora, il riequilibrio
dei conti pubblici, per il nuovo governo, avviene preminentemente grazie a restrizioni
di bilancio, attraverso la semplificazione ed il decentramento dell'apparato
amministrativo statale. In questo quadro, l'obiettivo dichiarato non è quello
di reperire mezzi straordinari per far fronte all'emergenza temporanea, bensì
ripianare, perlomeno, il gap tra le spese normali e le entrate effettive;
significativo è che il ministro esprima qualche dubbio sulla copertura
integrale di tale gap. Di fronte alla necessità di "rafforzare" il
bilancio dello Stato con il ricorso a nuove entrate, il governo manifesta la
disponibilità a confrontarsi con l'opposizione sul tema della riforma, ormai
indifferibile, del sistema impositivo.
Tocca al nuovo
ministro delle finanze Rava, nella seduta del 7 maggio 1914, proporre
significativi emendamenti al progetto di riforma tributaria presentato dal
quarto governo Giolitti[14].
Nello specifico, il disegno di legge di Rava, con l'abolizione della tassa
sull'intero valore netto dell'asse ereditario, si segnala per la soppressione
dell'assetto redistributivo che il precedente governo ha inteso attribuire
all'imposta di successione. Il Rava riconosce che l'abolizione della tassa in
questione avviene sotto la spinta delle "vive opposizioni che la proposta
[del precedente governo] aveva suscitato da parte della pubblica
opinione". Per controbilanciare l'accantonamento di una finanza
democratica, egli si profonde in promesse circa per l'avvio di studi e la
preparazione delle basi per la:
... istituzione di quell'imposta globale sulla rendita che, reclamata da
diverse parti, deve costituire l'asse del nostro ordinamento tributario e che
esclude la coesistenza di una
corrispondente imposta sul capitale[15].
Rilevanti emendamenti
al "progetto Facta" sono apportati anche alle tasse di bollo, nella
direzione di un loro sensibile decremento. Viene, altresì, aggiunta un'imposta
sulle scommesse in ragione del 5% dell'importo versato dal giocatore; fatto,
questo, inedito per il sistema fiscale italiano. Un'altra imposta nuova è
quella introdotta sulle ricevute rilasciate in qualsiasi forma per il pagamento
delle tasse e delle relative soprattasse sugli affari e pene pecuniarie. Per il
resto, ci si limita a ritocchi, in linea prevalente incrementativi, sulle
imposte esistenti
Su un punto centrale,
però, il nuovo governo è costretto a concentrarsi, per coprire il crescente
fabbisogno di bilancio: l'aumento dell'addizionale. Ecco come Rava argomenta la
necessità:
I ritocchi, le riforme e le nuove entrate create nel campo delle tasse
sugli affari non permettevano di colmare tutta la differenza e d'altra parte
era necessario trovare un cespite di pronto rendimento e di applicazione non
costosa, che, sostituendosi immediatamente a quelli abbandonati, ci mettesse in
condizione di integrare subito il fabbisogno finanziario, lasciandoci il tempo
necessario per svolgere con conveniente preparazione gli studi per
l'istituzione della nuova imposta progressiva sul reddito, il cui complesso
organismo richiede tempo non breve[16].
Lo stato, quindi,
avoca a sé l'addizionale (introdotta nel 1909) e la eleva da 2 a 5 centesimi,
per un introito stimato di 18 milioni. Tenendo in conto il complesso di tutti i
provvedimenti varati e ritoccati, il governo stima di introitare proventi pari
a 90 milioni.
Senonché la
Commissione parlamentare chiamata ad esaminare il "disegno di legge
Rava" rivela la sua netta contrarietà ed apertamente confuta la natura
delle modifiche apportate che, si ritiene,
... avevano di molto attenuato la tendenza nei provvedimenti
Giolitti-Facta, di volere colpiti proporzionatamente alle loro rendite, i
contribuenti, con l'ispirarsi all'aforisma finanziario noto, che chi più ha,
più deve pagare[17].
Ancora più aspra è
l'opposizione della Sinistra che contesta alle proposte fiscali del governo il
loro carattere frammentario, sperimentale e discriminatorio. In particolare, si
obietta che le misure adottate non contribuiscono al finanziamento degli enti
locali; gravano in special modo sulle classi popolari; non destinano alcun
gettito alla legislazione sociale (segnatamente, le pensioni operaie).
Risalta una
circostanza indubitabile: il progetto Salandra-Rava sposta il prelievo dal
patrimonio alle imposte indirette. Inevitabile che da questa scelta
sperequativa di fondo discendano misure niente affatto caratterizzate dal senso
di equità, decise sotto la pressione delle mere urgenze finanziarie.
La strada imboccata è
quella tradizionale: addizionale, ritocchi delle aliquote, soprattasse,
riaggiustamenti normativi e via discorrendo. Eluso rimane il problema
strutturale del fisco italiano: garantire un più elevato livello di entrate,
allargando la base imponibile.
In tutto il mese di
giugno del 1914, il governo Salandra è impegnato a contrstare in Parlamento
l'ostruzionismo dei socialisti, di alcuni radicali e qualche giolittiano; nel
paese, intanto, monta un clima di grandi tensioni politiche e sociali, con
scioperi assai intensi e manifestazioni antimilitariste. Finché, il 2 luglio
1914, maggioranza e opposizione di sinistra raggiungono un compromesso:
1) per parte sua, il
governo si impegna a presentare a novembre di quello stesso anno la riforma
organica del sistema tributario, accompagnata dai relativi provvedimenti di
legislazione sociale;
2) per parte sua,
l'opposizione di sinistra acconsente, sì, che il governo dia applicazione ai
nuovi provvedimenti fiscali (nella forma del decreto legge), ma non oltre il
limite temporale massimo del 30 giugno 1915.
Con l'esplosione, di
lì a poco, del primo conflitto mondiale, tutte le speranze di una riforma
democratica e redistributrice del sistema fiscale italiano andranno
definitivamente perdute. Anzi, tutti i
"guasti" e le "fonti" di sperequazione in esso
presenti risulteranno sovralimentati. In certo senso, possiamo dire che la
legislazione tributaria di guerra (ottobre 1914-novembre 1920) conduca a
coerente compimento vizi d'origine e difetti acquisiti del sistema fiscale
italiano, così come sono venuti generandosi e modificandosi dal periodo
post-unitario in avanti.
[1] G. Alessio, Imposta diretta o imposta indiretta, in "La Tribuna", 16
gennaio 1914.
[2] M. Pantaleoni, L'identità della pressione teorica di
qualunque imposta a parità di ammontare e la sua semeiotica, in
"Giornale degli economisti", marzo 1910; successivamente in Id., Studi di finanza e di statistica,
Bologna, 1938, pp. 109 ss.
[3] Le medesime posizioni sono
espresse da un altro insigne studioso liberista come R. A. Murray, Il sistema tributario italiano e le sue
probabili prossime modificazioni, in "L'Economista", 25 gennaio
1914.
[4] F. A. Repaci, La finanza pubblica italiana nel secolo
1861-1960, Bologna, 1962, p. 98.
[5] L. Einaudi, La ripartizione delle imposte e la pressione tributaria in Italia,
in "Corriere della Sera", 18 novembre 1913; Id., Pressione e sperequazione nella imposta italiana sul reddito, ivi,
27 novembre 1913; Id., I risultati e i
difetti della imposta di ricchezza mobile, ivi, 8 gennaio 1914.
[6] Id., I risultati e i difetti della imposta di ricchezza mobile, cit.
[7] APC. leg. XXIV, sess. 1913-14, disegni di legge e relazioni, n. 68-A, p. 3.
[8] L. Luzzati, Le prime impressioni sulle imposte finanziarie, in "Corriere
della Sera", 5 febbraio 1914; Id., Le
imposte sui ricchi, ivi, 7 febbraio 1914.
[9] Id., Le prime impressioni sulle imposte finanziarie, cit.
[10] L. Einaudi, I nuovi provvedimenti tributari. L'imposta di negoziazione, in
"Corriere della Sera", 19 febbraio 1914.
[11] Id., Gli inasprimenti della vecchia e l'istituzione di una nuova imposta di
successione, in "Corriere della Sera", 22 febbraio 1914.
Sull'argomento, Einaudi ritorna con maggiore intransigenza in un successivo
articolo: Ancora dell'imposta del morto e
delle imposte-contraffazione in genere, ivi, 24 aprile 1914.
[12] Come non manca di rilevare B. Griziotti
nella recensione a L. Einaudi, Principi
di Scienza delle Finanze, parte I, Torino, 1940, in "Rivista di
diritto finanziario e scienza delle finanze", parte I, 1940, p. 186.
[13] APC. leg. XXIV, I sess.
discussioni 2 tornata 6 giugno 1914, pp. 3836 ss.
[14] APC.
leg. XXIV, sess. 1913-14,
documento 68 bis.
[15] Ibidem, p. 6.
[16] Ibidem, p. 13.
[17] Ibidem, p. 20.
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