IL GIOCO E IL CONFLITTO: DUE TESTI SULLA GUERRA
di Sergio A. Dagradi


Imparare a giocare significa apprendere che del mondo
possono darsi diverse visioni, che l'esperienza
può essere diversamente interpretata, che esiste
la possibilità di pensare mondi possibili

Anna Bondioli


In uno scritto precedente, incentrato attorno ai processi di soggettivazione impliciti nella teoria dei giochi di von Neumann e Morgenstern, era andato delineandosi il dubbio sulla possibilità e la validità cognitiva di applicare a determinate attività umane, nel caso specifico quelle economiche, la categoria di gioco [1]. Seguendo infatti le osservazioni di Allen Guttmann, tale utilizzo presupporrebbe una forzatura dell'estensione semantica attribuibile al concetto stesso di gioco [2]: esistono, infatti, competizioni e conflitti senza gioco, senza aura ludica. Le attività economiche e la guerra si configurerebbero quindi, per Guttmann, propriamente come competizioni di questo tipo. Sulla scorta di questa puntualizzazione, deducevamo che analizzare il comportamento economico a partire dalle matrici ricavabili dall'analisi dei giochi significava compiere una precisa mossa teorica di forzatura di una certa configurazione della nozione stessa di gioco, non da ultimo il superamento di quella separazione di tempi e di luoghi tra le attività ludiche e quelle considerate serie sostenuta, pur nella diversità della loro articolazione, tanto da Johan Huizinga che da Roger Caillois [3]. Verrebbe inoltre a cadere, in questa prospettiva, anche il concetto di «cornice ludica» che, nell'interpretazione di Gregory Bateson[4], definiva appunto l'ambito ed il contenuto del giocare stesso.

Proprio nel tentativo di precisare gli elementi costitutivi l'attività ludica, cercheremo in questo scritto di partire da una delle attività umana che sono state fatte oggetto del tentativo di fornirne un'interpretazione attraverso la teoria dei giochi, al fine di testare, di mettere alla prova questo tipo di approccio e di rintracciare argomenti a conferma della sua validità o significativi per la sua messa in dubbio. Oggetto della nostra attenzione, quindi, per la sua scandalosa paradigmaticità - cosa infatti di più scandaloso della pretesa di accostare i corpi massacrati dall'inferno di una battaglia con gli agili movimenti dei fanciulli e delle fanciulle che giocano - sarà la guerra così come è venuta ad essere tematizzata nei testi di due autori tra i più noti tra coloro che hanno scritto sull'argomento: Sun-tzu e von Clausewitz.

1. Puntualizzazione del concetto di gioco e del suo uso ermeneutico

Come notato in avvio, l'uso che viene fatto del concetto di gioco è un uso ponderato, ben definito. È un uso che risente della riflessione e della mediazione di autori di formazione diversa e che hanno approcciato il concetto di gioco da prospettive interpretative differenti. L'elemento però che ci sembrava doveroso sottolineare, come tratto comune a questi orientamenti, era quello di un pensiero che vorremmo definire, un po' ingenuamente forse, sostanziale e non metaforico della nozione di gioco. Intendiamo con pensiero sostanziale un pensiero teso a vedere nelle attività ludiche sempre e comunque delle attività concrete, che si dispiegano in una fattività temporale, spaziale e relazionale tra gli attori sociali coinvolti, fattività che non può essere negata, della quale non possiamo fare astrazione, previo la perdita proprio dello specifico ludico[5]. L'attribuzione dello statuto di gioco ad un'azione umana avviene sempre entro specifiche condizioni fattuali del suo dispiegarsi: certamente potranno poi essere individuati dei motivi di insistenza e di ricorrenza presenti in queste attività, ma questi motivi, tolti dal piano ontologico del loro emergere, divengono condizioni necessarie ma non sufficienti per l'esistenza di un gioco, di un orizzonte ludico dell'azione.

L'uso metaforico della nozione di gioco è invece profondamente diverso: è stato un uso più libero, più audace, più sciolto e meno problematico forse. Come già Aristotele ci insegnava, nella Poetica[6], nella metafora io trasferisco il nome di una cosa ad un'altra. Ma lo slittamento di significato che rende possibile questa mossa si basa proprio su di una sorta di acquiescenza teorica: tra le sfere semantiche di due concetti è possibile individuare una zona di sovrapposizione parziale, e su questa parzialità gioco la mia mossa di scambio. Mi accontento appunto, nel caso specifico della nozione di gioco, di assumere esclusivamente degli elementi necessari - ma non sufficienti - a descrivere un'azione ludica, per poter poi utilizzare tale nozione in senso estensivo anche rispetto ad altre attività che, tuttavia, mancano di altri elementi pertinenti alla dimensione ludica concreta, fattuale. Detto altrimenti: quello che si viene qui a problematizzare è il contenuto cognitivo della metafora stessa come figura retorica. Se supponiamo, accogliendo la visione comparativa del modo di operare della metafora oggigiorno dominante, che la formulazione letterale espressa dalla metafora stessa non è altro che l'esplicitazione immediata di somiglianze analogiche tra enti diversi, allora, nel caso del gioco, questa esplicitazione si basa, come visto, su un'analisi carente, limitata e parziale.

Questa mossa problematizzante, per altro verso, può forse darsi a partire dalla distinzione propria della lingua inglese tra la sfera concettuale del termine play e quella del termine game. Mentre il primo ambito sottolinea quegli aspetti che precedentemente abbiamo definito sostanziali alla nozione di gioco - e concretizzantisi in quella che Guttmann ha chiamato «aura ludica» e Bateson «cornice» -, il secondo si sofferma proprio su alcune caratteristiche che determinati giochi mettono in comune con altre attività, in primo luogo la loro disposizione regolamentata. In tal senso la metafora del gioco va ad intendere azioni umane affini, ma non identiche (perché appunto mancanti della dimensione del play), a quelle del gioco stesso, quali le competizioni e i conflitti[7].

Ora proprio questo uso metaforico - peraltro incentrato sulla riduzione del gioco ad un'attività disciplinata da regole al cui interno accade l'azione libera del giocatore - ha avuto ampio successo in campo sociologico, poiché permetteva di integrare nella prospettiva di osservazione il carattere determinato del sistema osservato, costituitosi cioè attorno a un quadro di regole e norme che generano aspettative negli attori sociali, e il volontarismo dell'attore osservato, ossia la sua possibilità di realizzare proprie strategie rispetto alle esigenze poste dal sistema stesso. Su questo presupposto ogni contesto o relazione sociale, proprio perché istituentesi nel punto di convergenza di queste due matrici, poteva descriversi come gioco[8].

Il nostro contributo si pone, quindi, dinnanzi alla guerra come ad un'attività umana che sembrerebbe sfuggire alla possibilità sostanziale di essere definita in termini ludici (play) e che, tuttavia, come ogni altra attività umana sembrerebbe al contempo godere della possibilità di venire descritta attraverso un uso metaforico della nozione di gioco (game). È in questo campo di pensabilità del reale, ben delimitato da queste due opzioni alternative, che si gioca la nostra indagine.

2. Sun-tzu e la guerra come arte

Nella prospettiva di ricerca che abbiamo enunciato, il testo di Sun-tzu sull'arte della guerra sembrerebbe dunque prestarsi senza dubbio alcuno ad una interpretazione ludica metaforica[9]. Il tentativo costante dell'opera è quello infatti di ricondurre l'attività bellica a regole. Se assumiamo la distinzione fatta propria anche da Morgenstern e von Neumann tra game e play ed intendiamo, nella loro peculiare accezione, con il primo termine l'insieme costitutivo di regole di un'attività e con il secondo l'effettiva attuazione, la concreta messa in atto di suddette regole da parte dell'attore sociale, la guerra per Sun-tzu sembrerebbe riconducibile ad una delimitata serie di strategie possibili, la cui attuazione è affidata alla deliberazione del comandante. Esisterebbero, detto altrimenti, regole generali (game) all'interno delle quali il comandante deve scegliere le proprie mosse, la propria condotta (play). In ogni capitolo assistiamo quindi al disporsi di una classificazione tassonomica delle situazioni nelle quali il comandante militare può trovarsi e sulle quali prendere posizione[10]. Il comandante risulterebbe essere configurabile, in tal senso, come un giocatore, intendendo con quest'ultimo termine «[...] un attore la cui libertà, identità e potere non sono idealisticamente o deterministicamente 'dati' a priori come suoi attributi personali o effetti di attribuzione normativa, ma sempre e soltanto ricostruibili a posteriori, gioco per gioco, come effetti delle sue mosse[11]». Il comandante di Sun-tzu è questo attore sociale che deve intraprendere una serie di decisioni sulle mosse da attuare per vincere l'avversario e dove ogni mossa si presenta come una «[...] 'conoscenza pratica' strutturante i vari comparti organizzativi al cui interno è giocata[12]».

Cerchiamo di affondare le nostre analisi e valutare un possibile uso non metaforico, ma sostanziale del concetto di gioco nel quadro che l'autore ci offre. Ora Sun-tzu ribadisce, proprio in avvio del suo trattato, che la guerra è lattività più importante per lo stato. Pone un giudizio di valore, una gradualità di importanza tra le varie attività: la guerra è la più importante rispetto a tutte le altre. Che ne è, allora, dell'aura ludica? Se la guerra è un'attività di questa gravità, può essere ricondotta - da un punto di vista ribadiamo non metaforico, ma sostanziale - al piano del gioco? Non sembrerebbe far parte di quelle attività cosiddette serie e che precludono qualsiasi possibilità di contaminazione con l'aura ludica?

Notava a riguardo Adorno come il fenomeno sportivo si basi su una dissociazione tra autoconservazione e forza fisica[13]. Per estensione: la dimensione ludica nasce proprio da questa dissociazione e ne è essenzialmente caratterizzata, laddove la guerra, pur nella sua formalizzazione ad arte (aspetto sul quale torneremo), risulta inevitabilmente connessa e fondata proprio sul motivo dell'autoconservazione. Dice esplicitamente Sun-tzu che le operazioni militari vengono a stabilire «[...] il campo della vita e della morte, la strada alla distruzione o alla sopravvivenza[14]». Proprio per questo motivo in molti passaggi del testo emerge, in modo apparentemente paradossale, anche un atteggiamento pacifista dell'autore: consapevole della radicale drammaticità di cui l'evento bellico è portatore, il governante accorto è quello che ricorre alla guerra solo come extrema ratio, così come il buon condottiero è quello che risulta vittorioso non combattendo neppure una guerra: «[...] chi in cento battaglie riporta cento vittorie, non è il più abile in assoluto; al contrario, chi non dà nemmeno battaglia, e sottomette le truppe dell'avversario, è il più abile in assoluto[15]».

Qui occorre rifarsi, tuttavia, a due aspetti dell'orizzonte di pensiero all'interno del quale si colloca la riflessione di Sun-tzu. Il primo è la relazione da lui posta tra guerra ed arte: occorre in altri termini interrogarsi sul significato di questa relazione e collocarla, in secondo luogo, all'interno della riflessione taoista e del superamento, teorizzata da questa, dell'opposizione tra attività serie e gioco che sarebbe propria viceversa dell'elaborazione culturale occidentale. In questa direzione si soppeserà adeguatamente l'opportunità di intendere, secondo il pensiero di Sun-tzu, la guerra come gioco in un'accezione anche sostanziale. Vediamo.

L'arte della guerra si presenta - fin dalle battute iniziali - come una disciplina che si coltiva attraverso il corretto uso della ragione di fronte a definite situazioni concrete. Come Aristotele ricordava nell'Etica nicomachea, tuttavia, non può darsi scienza del comportamento umano, essendo infondata la pretesa di ricondurre la varietà di quest'ultimo entro principi primi: vi è un'eccedenza della realtà rispetto alle possibilità del pensiero a concettualizzarla[16]. È un sapere del per lo più, mai certo, mai assoluto, mai necessario: ma è un sapere, ne deduciamo allora, che non può credere di poter elaborare neanche regole, come necessario, viceversa, in ogni gioco (nella accezione di game dalla quale muovevano von Neumann e Morgenstern). Le regole ne sono infatti carattere costitutivo. Questo sapere non può avere, di conseguenza, neppure carattere normativo.

Elaborare piani ed adeguarsi ai cambiamenti è tuttavia imperativo del comandante militare: è tenuto a valutare, esaminare, calcolare la portata delle sue decisioni in merito alle prospettive concerete, reali che ha di fronte. Ed è una delibera che, proprio perché consapevole degli svantaggi della guerra, segue come norma generale il principio taoista dell'azione senz'azione[17]: è l'avversario che deve anzitutto prendere l'iniziativa per potergli ritorcere contro la sua stessa forza, la sua stessa violenza. Da questa capacità di prendere decisioni accorte, non precipitose, deriva il costante richiamo all'autodisciplina del comandante, al controllo di sé. Vincere gli altri è anzitutto vincere se stessi (k'o-sheng). Vi è una chiara impronta taoista, come dicevamo, in questa impostazione, ovvero la relazione olistica sé-tutto che lega appunto il dominio di Sé al dominio del Tutto: non c'è potere (shin) senza autocontrollo, senza autogoverno. Il ch'i, l'energia vitale che è tanto forza cosmica che forza interiore, rappresenta, per l'appunto, l'architrave di questo modello di rapporto tra micro e macrocosmo. Commenta Zhang Yu: «Conoscendo solo te stesso, dovrai conservare le tue energie e attendere»[18].

Questa deliberazione della conoscenza (chin) deve comunque tradursi in attuazione pratica (wei): la dimensione teorica deve trasformarsi in prassi, poiché solamente in questa dimensione ha la sua verifica. Ecco allora in quale senso la guerra può venire intesa come arte, e di un'arte che non ha propriamente regole - sulla base di quanto siamo venuti affermando - ma piuttosto princìpi generici basati sull'esperienza pregressa[19]. È un metodo che si evolve nutrendosi di sé, in relazione agli eventi ed alla convenienza del momento. Dice Sun-tzu: «Se [un comandante] comanda un esercito senza conoscere l'arte del continuo adattamento, anche vedendo il vantaggio non saprà come utilizzare gli uomini[20]». L'arte risiede quindi in questa facoltà di acquisire attraverso l'esperienza una serie di princìpi guida che debbono fondare la base della scelta deliberativa successiva; arte quindi personale, privata, fortemente connessa all'approfondimento del dominio di sé, della propria autoconsapevolezza. Solo in questo modo si raggiungerà l'arte suprema, la spontaneità (tzu-jen) che alimenta la vita (yang-sheng): le deliberazioni sgorgano, ad un certo punto del personale percorso di formazione, dalla spontaneità che attinge alle proprie risorse, sentite ormai come naturali, da non essere più generate da una decisione volontaria. È la via dell'intuizione immediata. L'arte è conseguentemente da intendersi come il Tao stesso, che per sua natura è individuale.

Ci allontaniamo quindi, in questo senso, da un modello di guerra che può essere ricondotto a regole, e quindi inquadrabile attraverso il concetto di gioco, sia in una sua accezione sostanziale ma forse anche in senso metaforico. Le regole valgono per tutti, e solo in tal senso sono istitutive e costitutive del gioco: qui, viceversa, ci troviamo di fronte a generalissimi princìpi di condotta che nascono e si alimentano proprio in relazione alle individualità dei soggetti agenti. Il richiamo di Sun-tzu ai comandanti a considerare i vari aspetti che egli enumera nel suo trattato sembra non volersi esaurire al campo di indicazioni che lui stesso fornisce; sembra piuttosto un invito alla profondità, a scandagliare singolarmente la propria esperienza e trovare in essa anche altri motivi di riflessione, oltre a quelli indicati dal testo, e sui quali basare le proprie deliberazioni future. Il rigore delle regole, semmai, sembra rivolto proprio nell'indirizzare a quella introspezione dalla quale solamente può scaturire ogni vittoria.

Da questo punto di vista, infine, il superamento taoista della dicotomia tra attività serie ed attività ludiche si concretizza non nel senso di un avvicinamento delle due sfere tale da poter permettere quello slittamento metaforico di cui parlavamo all'inizio, bensì nella riconcettualizzazione della dimensione globale dell'attività umana - scevra cioè di ogni distinzione di giudizio tra le differenti sue forme - in un piano di pensiero differente, fortemente incentrato sul soggetto e sul proprio personale e responsabile cammino di individuazione in rapporto al macrocosmo.

3. La guerra secondo von Clausewitz

Il testo di Clausewitz attorno alla guerra, Vom Kriege, così come a noi pervenuto è un testo postumo, un testo rimasto sostanzialmente al suo stadio di bozza e non rivisto per la pubblicazione dall'autore; disomogeneo, comunque, più nel diverso grado di approfondimento delle singole sezioni e dei singoli capitoli che nella tenuta complessiva dell'opera, che si presenta con la logica coerenza interna propria di ogni sistema di pensiero[21]. Redatto, non con soluzione di continuità, tra il 1809 ed il 1830, venne infatti pubblicato postumo a Berlino, a cura della moglie, tra il 1832 ed il 1834.

Pur presentandosi con l'intento della sistematicità, tuttavia, la trattazione - per sottolineatura dello stesso autore - non si riduce a sistema compiuto e conchiuso, a fossile e statuaria operazione imbalsamatoria della disciplina bellica[22]. E per una serie di ragioni che emergono in particolare nei §§ 20-23 del primo capitolo del libro primo, ove Clausewitz stesso suggerisce una comparazione della natura della guerra con quella del gioco. Tanto quella che lui chiama la natura obbiettiva della guerra, che quella da lui definita come natura subbiettiva, concorrono a proporre questo accostamento. Il caso da una parte, e con esso l'elemento di incertezza e di fortuna susseguenti[23], dall'altro il coraggio come forza d'animo soggettiva per rispondere al pericolo, che si manifesta nella propensione al rischio, nella fiducia nella fortuna, nell'audacia e nella temerarietà, creano quell'alone di incertezza attorno all'esito di una guerra che è elemento proprio - come rilevato dall'autore - anche della natura del gioco[24]. L'incertezza caratterizza l'esito di ogni conflitto perché, dice von Clausewitz, gli elementi imponderabili, non riducibili a calcolo, a ragione - e quindi a sistema - sono elementi fondamentali in ogni operazione bellica. L'immagine stessa del gioco viene assunta in una accezione crediamo leggermente diversa da quella che formalizzeranno tempo dopo Morgenstern e von Neumann:

[...] il cosiddetto elemento matematico, non trova allora saldo punto d'appoggio nei calcoli dell'arte di guerra; [...] la guerra si estrinseca in un gioco di possibilità, probabilità, fortuna e sfortuna, il quale continua in tutti i grandi e piccoli fili della sua intelaiatura, e fa sì che, di tutti i rami dell'attività umana, la guerra sia quello che più rassomigli a una partita con le carte da gioco [25].

Ribadirà poco oltre: «La teoria non può far astrazione dalla natura umana, deve lasciar la dovuta parte anche al coraggio, all'audacia ed altresì alla temerarietà. L'arte della guerra si muove nel campo delle forze viventi e delle forze morali e non può quindi mai raggiungere l'assoluto e la certezza[26]». Laddove la teoria del gioco di Morgenstern e von Neumann tende ad appiattire nella temporalità dell'istante tutte le possibili soluzioni di un gioco, ossia - come ampiamente sostenuto in un mio precedente lavoro[27] -  a riassumere il tempo della partita nell'istante stesso di risoluzione della partita medesima, nella sua matrice, dando origine ad una dimensione di esistenza della partita paradossale, l'istante del suo esito, che è prima e altrove rispetto al suo fattivo dispiegarsi, il costante richiamo di von Clausewitz è invece ad una idea di gioco (ed ovviamente di guerra) legata alla dimensione della durata e di una durata storica, che si alimenta della fattiva incertezza e della concreta imponderabilità dei suoi elementi primi. Detto di nuovo, in opposizione ad una temporalità dell'azione a-storica, de-contestualizzata e de-spazializzata, in von Clausewitz profondo è il richiamo continuo ed incessante al tempo della vita, del corpo, ossia della fatica fisica e morale che la guerra implica e che suppone la presenza incessante di fattori non ponderabili a priori, ma originantisi nel corso del concreto attuarsi dell'operare umano[28]. È un tempo, in tal senso, della lentezza[29]. La battaglia stessa, per von Clausewitz, ha carattere del logoramento[30] e l'esito della guerra è in quel rapporto essenziale con il tempo che caratterizza il dispiegarsi di ogni combinazione complessa di eventi (nello specifico il succedersi dei singoli combattimenti)[31]: «Nessun combattimento si decide in un solo istante [...]. La perdita di una battaglia è paragonabile al graduale abbassarsi di uno dei piatti della bilancia[32]».

Rapportando il discorso alla terminologia da noi adottata in questo lavoro, potremmo allora anche dire che l'uso metaforico che von Clausewitz fa del gioco per descrivere l'evento bellico è sempre ponderato dalla chiara consapevolezza della incommensurabile differenza sostanziale esistente tra i due eventi: «Ma la guerra non è un passatempo, un divertimento consistente nel rischiare e riuscire, un'opera di una libera ispirazione; è un mezzo serio inteso ad uno scopo serio[33]».

Niente polemologia, niente scienza della guerra: alcun universale è possibile su questo terreno. Come nel caso di Sun-tzu, l'epistemologia della guerra di von Clausewitz è maggiormente una prasseologia, una logica dell'azione, che - come visto - sfuggendo ad ogni pretesa di universalità, non può avocare a sé nessun carattere di necessità, non può presentarsi con alcun intento normativo, oltre che, ovviamente, dogmatico. È semmai il tentativo di far rientrare in una dimensione razionale un evento in sé configurabile come irrazionale: la guerra, come lotta, come fattivo e incerto dispiegarsi di combattimenti, di battaglie, di sacrifici, di sangue e disperazione, deve essere ricondotta nell'intendimento di von Clausewitz alla ragionevolezza della politica che sola deve stabilirne le finalità, gli scopi; ma una ragionevolezza che a sua volta appare per sua natura incerta, debole, la quale - come mostrato da quel grande interprete del pensiero di von Clausewitz che è stato Lenin - è espressione puntuale e concreta, ossia storica, della classe al potere. La guerra, dunque, per quanto detto fino ad ora, non può configurarsi, nella prospettiva del generale prussiano, che come strumento razionale, di una razionalità tuttavia che non le appartiene in modo necessario, bensì solamente accidentale, conseguenza e riflesso della ragionevolezza della politica di cui è espressione (e ripetiamolo ancora: nei limiti di quest'ultima successivamente indicati da Lenin): in sé la guerra non ha il concetto di limite, è solamente il quadro finalistico fornitole dalla politica che tenta di racchiuderne la portata, di definirne il dispiegarsi[34]. Siamo di fronte - nuovamente - ad una impossibilità teorica nel costruire un'astratta riflessione oggettiva della guerra, una dottrina normativa generale: non esiste strategia senza politica, non esiste conflitto senza contestualizzazione storico-politica dell'evento. La guerra, per von Clausewitz, risulta sempre essere mezzo rispetto ad uno scopo dettato dal disegno politico del momento: «[...] la guerra costituisce un atto politico[35]».

E in questa contestualizzazione, come detto, gli elementi di imponderabilità, gli elementi di irrazionalità (ovvero non riconducibili al paradigma di spiegazione assunto) vengono a costituire una fattore decisivo contro la riduzione a metodologie eminentemente quantitative dell'evento bellico. L'approccio multidimensionale e interdisciplinare di von Clausewitz al concetto di strategia - che qualcuno ha letto come prefigurazione di un pensiero della complessità[36] - ci colloca in una prospettiva di analisi radicalmente altra da quella proposta da Morgenstern e von Neumann[37]. La guerra è il campo dell'incerto e del caso: sono gli elementi qualitativi, per von Clausewitz, a fare la differenza nel conflitto effettivo, rispetto alla guerra pianificata e studiata a tavolino. Ed è in queste circostanze che emerge il genio militare ben addestrato, ben preparato.

Il manuale di von Clausewitz, come quello di Sun-tzu, si trasforma quasi in un percorso di formazione del comandante, un percorso di autoriflessione, di rafforzamento delle proprie capacità deliberative, del proprio genio guerriero e non solo. Se l'autore stesso definisce bestiale il sentimento ostile che porta alla rappresaglia e alla vendetta contro chi usa violenza contro di noi[38], kantianamente l'esercizio del generale sarà quello di sottomettere tale bestialità al dover essere della ragion pratica, al fine della buona deliberazione nel momento incerto della battaglia. La finalità ultima del manuale è - ancora una volta con sorprendente analogia con i precetti di Sun-tzu - supportare il comandante nella formazione dell'intuito, plasmato anche sulla propria esperienza personale ed insostituibile nell'agire nella concreta situazione bellica, della quale non è data una conoscenza perfetta: è la sua intuizione opportuna che, secondo von Clausewitz, conduce a buon esito ogni conflitto[39]. Ancora siamo di fronte ad un sapere dell'abitudine e del tatto. Ecco allora spiegarsi anche la sottigliezza usata nel definire le differenze tra legge e principio nel capitolo quarto del libro secondo: «Il principio è ugualmente una legge che determina l'azione, ma non ha lo stesso significato formale e definitivo. Il principio [...] è [...] il senso della legge, allo scopo di lasciare al raziocinio maggiore libertà di applicazione nelle cose in cui la complessità del mondo reale non si lascia afferrare dalla forma assoluta di una legge[40]».

Anche in von Clausewitz, quindi, troviamo più di una difficoltà sostanziale nel poter applicare anche la metafora del gioco, dell'attività ludica, al terreno del conflitto armato: il qualitativo si sottrae alla sua riduzione, sfugge ad ogni sussunzione a matrice delle sue possibilità. «La guerra è il dominio delle fatiche e delle sofferenze fisiche[41]»: non c'è conflitto che non conosca la distruzione ed il dolore[42]. E non c'è dolore, ossia fatica fisica che non vada a costituire un elemento di attrito rispetto all'attuarsi di ogni piano, di ogni strategia, di ogni pianificazione teorica del conflitto stesso[43]. In guerra tutto è soggetto ad indeterminazione e pertanto nessun calcolo può esercitarsi su grandezze per loro natura variabili[44]. La guerra, per usare la terminologia dello stesso von Clausewitz, è «[...] un prodotto bastardo, una sostanza priva di intima coesione[45]», rispetto alla quale - quindi -  ogni «[...] rigore logico della deduzione viene spesso a perdersi e rappresenta solo uno strumento goffo ed incomodo dell'intelligenza[46]».

4. Due conclusioni problematiche e attuali

Prima considerazione. Sembra assumere ormai un carattere di evidenza, sulla scorta di quanto fin qui mostrato, l'impossibilità di applicare la metafora del gioco alla guerra: la teoria dei giochi è nata su precisi presupposti epistemici che risultano altri rispetto al quadro entro cui tanto Sun-tzu che von Clausewitz pensano l'attività bellica. È un quadro che non scinde, infatti, il piano che abbiamo indicato come sostanziale da quello formale, astratto, sul quale ha origine viceversa la metafora ludica della guerra. Manca quello scarto, quella rimozione (in particolare del tempo del vissuto e dell'esistenza) che permetterebbe questa emergenza e questo utilizzo.

Rimozione è il termine più appropriato, forse, per intendere la concettualità della guerra attuale. L'uso metaforico si nutre, abbiamo detto, di essa ed è un uso che a nostro avviso apre la strada - come sua ricaduta ultima e paradossale - ad una riconfigurazione anche sostanziale dell'evento bellico. In un percorso circolare la metafora della guerra come gioco, che si alimenta dalla distanziazione di ogni vissuto dell'evento bellico, dalla rimozione, ribadiamolo, della sua drammaticità, della sua tragicità - così legata al corpo, alla fatica, alla violenza, come ben illustrato da Sun-tzu e von Clausewitz -, dalla rimozione del dolore delle carni e delle viscere a brandelli, delle famiglie distrutte e delle popolazioni annientate, della miseria e della povertà, della disperazione e della follia, è stata, crediamo, l'orizzonte concettuale che ha accompagnato, come suo universo di discorso, come suo universo veritativo e quindi supporto giustificativo, l'edificazione del mondo della guerra virtuale odierna e soprattutto la sua veicolazione ed accettazione nell'immaginario collettivo.

Laddove il percorso di Sun-tzu e, in toni evidentemente diversi, di von Clausewitz si è a noi delineato quale un percorso che potremmo definire come incentrato attorno all'approfondimento della conoscenza personale del comandante, della sua autoconsapevolezza e quindi - per estensione - come un percorso, da un punto di vista più generale (soprattutto in considerazione del tentativo fatto dalla nostra contemporaneità di estendere gli insegnamenti di questi due autori anche a settori extra-bellici), riferibile anche a noi stessi, ad ogni singolo individuo, e finalizzato a porre dei limiti alla bestialità della violenza; laddove quindi verrebbe ad essere suggerito un percorso di fuori uscita da una certa minorità e di lavoro verso l'edificazione di un uomo diverso, guidato dal potere della ragione, l'analisi del linguaggio, dell'universo di discorso che costituisce il piano d'emergenza della verità attuale attorno alla guerra ci sembra emblematico di un percorso non di risoluzione, in termini psicoanalitici, dei conflitti interiori dell'uomo stesso (in quanto umanità), bensì - come detto - di una persistente e perversa rimozione dei medesimi. Le metafore della guerra attuale sono figlie della metafora per eccellenza: la sovrapposizione della semantica ludica con quella dei massacri. Ogni sistema linguistico è configurazione di senso della realtà: parlare di «danni collaterali» per indicare vittime civili trucidate, di «guerre umanitarie» in presenza di guerre che von Clausewitz avrebbe più opportunamente inteso come «guerre assolute», o ancora, parlare di «armi intelligenti» o «guerra chirurgica» per coprire carneficine indiscriminate significa fornire un'immagine della guerra dotata di un'ontologia ben precisa, quella della virtualità, tesa ad allontanare dalla visione dell'evento - ovviamente televisiva - ogni aspetto tragico, doloroso e quindi problematico, e offrire alla sempre più inesistente public opinion un'immagine cauterizzata della guerra stessa. La presenza della morte, di chiunque, come Levinas ci ha insegnato, chiede conto ad ognuno del proprio esistere: interroga ognuno di noi sul senso della propria presenza. La potenza linguistica - visiva e sintattica - del discorso attuale sulla guerra si alimenta di questa rimozione di fondo di cui è capace, e ammanta di sé lo stesso orizzonte concettuale attraverso cui è offerta alla contemporaneità la pensabilità dell'evento bellico[47].

Seconda considerazione. Von Clausewitz paragona in un passo la guerra moderna più al commercio che al gioco:

Diciamo dunque che la guerra non appartiene né al dominio dell'arte né a quello della scienza, ma al dominio della vita sociale. È un conflitto di grandi interessi, che ha una soluzione sanguinosa, e solamente in questo differisce dagli altri. Si potrebbe piuttosto paragonarla al commercio che a qualsiasi altra arte, poiché il commercio è anch'esso un conflitto di interessi e attività: e alla guerra si accosta ancor più la politica, che può anch'essa, a sua volta, considerarsi come un commercio in grande scala[48].

Von Clausewitz sembra apparire in questo passo addirittura profetico, tanto nell'intendere le dinamiche profonde della società moderna (e post-moderna), quanto nell'indicarci il sentiero lungo il quale è possibile elaborare alcune riflessioni attorno alla guerra attuale. La subordinazione della politica ai dettami dei mercati finanziari ed alle esigenze dell'economia globale è un dato di fatto forse maggiormente evidente ai giorni nostri rispetto all'epoca di composizione del trattato di von Clausewitz. La politica è diventata - in modo esplicito - la continuazione dell'economia con altri mezzi  (ossia l'espressione degli interessi della classe al potere, secondo l'intuizione di Lenin): e l'economia, l'economia capitalista, è per sua natura conflitto, competizione. È già guerra.

Utilizzando - in un contesto senza dubbio differente da quello originario - alcune riflessioni di Severino attorno alla guerra[49], potremmo forse esprimerci anche così: l'origine di tutte le guerre è il senso che, nella nostra civiltà, viene attribuito all'essente. L'ontologia greca ha pensato la cosa come separata dal suo ambiente, secondo un'azione che scinde, che recide, un'azione intrisa di violenza. Non a caso l'etimo latino di uccidere rimanda ad ob-caedere, ovvero andare contro ciò che è colpito, e che viene percosso per essere separato. Ora il senso che, nella nostra civiltà tardo capitalista, viene attribuito all'essente, alla cosa, è l'espressione radicale di questa violenza. Pensare la cosa, l'ente, unicamente a partire dal suo valore di scambio, unicamente nella sua forma merce significa pensarlo nel modo concettualmente più astratto, ossia sciolto, separato da ogni orizzonte contestuale. Solamente se pensata in questa forma astratta e quantificabile la merce può essere disponibile per essere scambiata con qualsiasi altra merce, indipendentemente dai rispettivi valori d'uso, indipendentemente dalle rispettive qualità: il valore d'uso di un ente, che potrebbe rappresentare una sua forma estrema di rimando ad una relazione, ad un rapporto, non solo tra ente e soggetto, ma tramite questo ed i propri bisogni, tra ente e ambiente, esiste - nel modo capitalistico di produzione - solo sotto condizione, solo come riflesso del valore di scambio. È impossibile pensare ad un valore d'uso che non accada originariamente come merce, valore di scambio. Detto in altri termini: non esiste sfera dei bisogni che possa essere soddisfatta a prescindere dalla mediazione del mercato. Ovvero della conflittualità.

Se a questo quadro aggiungiamo le riflessioni di Gorz[50] su come si è configurata la risposta della società tardo capitalista alla crisi fordista di fine secolo, ovvero come una politica economica aggressiva e colonizzante rispetto a sfere sempre più immateriali ed immaginifiche della vita umana, al fine di ricavare nuovi utili dalla vendita di nuovi beni e servizi, appunto in questi nuovi settori, l'intero campo dell'esistenza umana si presenta come soggetto al dominio della forma merce dell'essere e quindi a dispiegarsi in forme di accadimento che non possono non essere pensate che come conflittuali. La guerra, nelle sue forme più sporche perché non dichiarate, è la condizione d'esistenza del mondo capitalistico, è guerra civile che supera ogni discernimento tra politica interna ed estera: e la governamentalità presente, la disciplinarizzazione dell'esistente contemporaneo è rappresentata dall'attuale discorso sulla guerra che l'accompagna nel suo essere e delinearsi come potere ordinativo, potere costituente appunto la nostra realtà sociale e politica[51].

Note

[1] S. DAGRADI, Chi gioco giochiamo. Corpo e soggetto nella teoria dei giochi di von Neumann e Morgenstern, «Dissensi», rivista telematica, n. 7-8, luglio-dicembre 2002, URL: www.dissensi.net/.

[2] A. GUTTMANN, Dal rituale al record, tr. it. Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1994. Ma si cfr. anche A. G. INGHAM - J. W. LOY, The Structure of Ludic Action, «International Review of Sport Sociology», 9 (1974), n. 1, pp. 23-60.

[3] J. HUIZINGA, Homo ludens, tr. it. Einaudi, Torino 1973; R. CAILLOIS, I giochi e gli uomini, tr. it. Bompiani, Milano 1981.

[4] G. BATESON, The message «This is a play», in B. SCHAFFNER (ed.), Group processes, Josiah Mary Foundation, New York 1956, pp. 145-151.

[5] L'uso del termine sostanziale è parzialmente affine all'uso che del termine materiale fa Paul Veyne nella prima parte del suo La storia concettualizzante, in J. LE GOFF - P. NORA, Fare storia. Temi e metodi della nuova storiografia, tr. it. Einaudi, Torino 1981, pp. 25-57. Da un punto di vista epistemologico il richiamo primo è evidentemente all'ontologia di Aristotele, per la quale solamente i singoli fenomeni sono propriamente esistenti: la predicabilità degli attributi non dovrebbe mai prescindere da questo piano appunto sostanziale di realtà per poter ambire ad un qualche grado di verità.

[6] ARISTOTELE, Poetica, 21, 1457 b 7.

[7] Sinteticamente potremmo anche porre la questione in questi termini: da un punto di vista della sua concreta realizzazione possiamo avere un gioco caratterizzantesi come play e non come game (ovvero, mancante anzitutto del requisito dell'autoregolamentazione), ma non si può dare gioco che manchi della sua dimensione di play, della sua aura ludica, di divertimento. Quelle attività competitive e autoregolamentate che ne mancano ricadono al di fuori del comportamento ludico.

[8] Su questi aspetti rimandiamo alle pagine iniziali di A. SORMANO, Giochi socio-linguistici. Weber e Wittgenstein, «Rassegna Italiana di Sociologia», a. 34 (1998), n. 1, pp. 75-104.

[9] Non essendo un sinologo ed a causa della diversità di interpretazioni non soltanto di singole parole, ma anche di interi passi, alle quali i classici cinesi si prestano - per una serie di ragioni che esulano dallo specifico di questo lavoro - l'analisi dell'opera di Sun Tzu, recante nell'originale il titolo di Ping-fa, è stata condotta sulla base di differenti traduzioni: quelle italiane apparse presso Ubaldini Editore (Roma 1990, basata sull'edizione del testo a cura di Thomas Cleary) e Rizzoli (Milano 20017, che segue invece l'edizione a cura di Chi T'ien-pao, Sun Hsing-yen e Wu Jen-chi), nonché le versioni inglesi disponibili in rete agli URL: http://www.chinapage.com/sunzi-e.html (traduzione di Lionel Giles) e http://uweb.superlink.net/~fsu/index.html#suntzu.

[10] Ad es. nel capitolo I la pianificazione della strategia deve procedere attraverso l'esame dei cinque elementi concreti (shin), ovvero il Tao (la Via), la stagione, il terreno, il comandante e la tattica. A partire dall'individuazione di questi cinque elementi portanti, il testo procede per ramificazioni successive nel tentativo di offrire lo spettro completo della rete di situazioni entro cui un comandante può essere chiamato a condurre le proprie operazioni.

[11] A. SORMANO, Giochi socio-linguistici. Weber e Wittgenstein, op. cit., p. 76.

[12] Ivi, p. 77.

[13] T. W. ADORNO, Interpretazione dell'Odissea, tr. it. Manifestolibri, Roma 2000, p. 60.

[14] SUN-TZU, L'arte della guerra, Ubaldini Editore, Roma 1990, p. 41. Corsivi nostri.

[15] SUN-TZU, L'arte della guerra, Rizzoli, Milano 2001, p. 33.

[16] ARISTOTELE, Etica nicomachea, A 1094 b 11-28.

[17] Rimandiamo ai capitoli XXII, LXVIII, LXXXI del Tao-te ching.

[18] Cit. in SUN-TZU, L'arte della guerra, Ubaldini Editore, Roma 1990, p. 83. Riscontro anche una possibile analogia con la tematica - presente nel pensiero di Machiavelli - della virtù personale che il principe deve possedere per garantirsi il potere, facendo fronte alle situazioni che la fortuna gli para dinnanzi. Esula tuttavia dalle finalità del presente lavoro analizzare questa possibilità.

[19] Analogamente per Aristotele la buona deliberazione non è il prodotto di un sapere teoretico, quanto l'espressione di un modo di condurre se stessi che nasce dall'esperienza, sotto la guida di uomini virtuosi: si diventa virtuosi, praticando la virtù.

[20] SUN-TZU, L'arte della guerra, Ubaldini Editore, Roma 1990, p. 126.

[21] K. VON CLAUSEWITZ, Della guerra, tr. it. Mondatori, Milano 1970. Per inciso. Questa edizione, come ricorda senza alcuno scandalo la Presentazione curata dal generale dell'esercito della Repubblica Italiana Domenico Corcione, è la riproduzione della prima traduzione integrale curata dallo Stato Maggiore dell'Esercito nel 1942. Peccato che, per quella triste consuetudine  di continuità che ha caratterizzato molti, per non dire troppi, settori della vita pubblica e privata italiana, si tace che lo Stato Maggiore in questione fosse quello dell'esercito fascista. Nessuno scandalo, quindi, nessun dubbio morale attorno alla validità di riproporre, in una continuità che in alcune sfumature della traduzione mi pare anche di valori, una siffatta edizione. Nei secoli fedeli: a chiunque!

[22] In particolare cfr. ivi, p. 14.

[23] Ivi, pp. 34-35.

[24] Ivi, p. 35. Sull'importanza esiziale delle forze morali in guerra e la loro intraducibilità in cifre o categorie si cfr. pp. 184-186 e 258-263.

[25] Ivi, p. 35.

[26] Ivi, p. 36.

[27] S. DAGRADI, Chi gioco giochiamo. Corpo e soggetto nella teoria dei giochi di von Neumann e Morgenstern, op. cit.

[28] Sulla sostanziale inutilità dei combattimenti simulati rimandiamo alla breve considerazione fatta da von Clausewitz a p. 271 (K. VON CLAUSEWITZ, Della guerra, op. cit.).

[29] Ivi, p. 34. Anzi, uno degli obiettivi strategici da perseguire durante un conflitto, secondo von Clausewitz, è proprio quello di ridurre la sua durata il più possibile: più la guerra si allunga nel tempo, maggiori diventano i pericoli di una sconfitta, proprio a causa della crescente possibilità dell'insorgenza di nuovi fattori, del mutare delle condizioni etc. Sui problemi tattico-strategici relativi alla concentrazione nel tempo delle forze militari e sui pericoli della fatica e delle privazioni valgano anche le paradigmatiche considerazioni nel capitolo XII del libro terzo, pp. 217-224. Sulla durata del combattimento si cfr. anche le annotazioni del capitolo VI del libro quarto, pp. 268-269, nonché, sulla durata dell'intervallo intercorrente tra la prima radunata delle forze e la maturazione della decisione risolutiva del conflitto, p. 354. Di contro, sulla necessità per le avanguardie di operare un'efficace azione di rallentamento dell'avanzata delle truppe avversarie si cfr. il capitolo VIII del libro quinto, pp. 371-376.

[30] Si cfr. ivi, pp. 248-250. Ribadisce von Clausewitz poco oltre: «[...] la battaglia, nel suo sviluppo, è un lento logoramento reciproco delle forze, che deve mostrare quale dei due combattenti giungerà per primo ad esaurire quelle dell'avversario» (ivi, p. 283).

[31] Ivi, p. 254.

[32] Ivi, p. 270. Si rifletta anche sul motivo fondamentale che - secondo von Clausewitz - rende l'atteggiamento difensivo superiore a quello offensivo. Dice a riguardo il nostro: «Qual è lo scopo della difensiva? Conservare. Ora, poiché è più facile conservare che guadagnare, ne consegue che a parità di mezzi la difensiva è più facile dell'attacco. Ma su che cosa si basa la maggior facilità della conservazione? Sul fatto che tutto il tempo non utilizzato dall'attaccante va a profitto del difensore [...]» (ivi, p. 444; cfr. anche p. 709). Sulla perdita di tempo come peccato originale e germe di morte dell'attacco si leggano anche le pp. 697-698. La questione del tempo, della sua durata e del suo utilizzo fattuale risultano quindi centrali nella riflessione complessiva di von Clausewitz sul modo di condurre una guerra (cfr. anche p. 460).

[33] Ivi, p. 36. Nella sua Introduzione al testo, Carlo Jean propone un'ulteriore considerazione sulla difficoltà a sovrapporre la teoria dei giochi di Morgenstern e von Neumann al concetto di guerra quale von Clausewitz viene a fissare: «I "giochi" fra i due contendenti non sono "a somma zero", poiché il vantaggio dell'uno non equivale di solito al danno dell'altro; il risultato, quindi, non è misurabile né quantitativamente e neppure secondo parametri solo materiali» (p. XXII).

[34] Si cfr. ivi pp. 21-28. Ribadisce poco oltre: «Poiché la guerra non è un atto di passione cieca, anzi, lo scopo politico è in essa predominante, è il valore di questo scopo che deve servire di misura alla grandezza dei sacrifici cui siamo disposti ad assoggettarci» (p. 45). Corsivo nostro.

[35] Ivi, p. 39. Si cfr. anche il capitolo VI del libro ottavo, pp. 808-819.

[36] «La macchina militare, cioè l'esercito e tutto ciò che lo riguarda, è, in fondo, semplicissima e sembra appunto a causa di ciò facile a maneggiare. Ma non si deve dimenticare che nessuna delle sue parti forma un solo pezzo, che esse sono invece composte di singoli ingranaggi di cui ciascuno ha un attrito proprio in ogni senso. [...] Questo enorme attrito, che è impossibile concentrare come in meccanica su pochi punti, è perciò dovunque in contatto col caso, e produce fenomeni che sfuggono ad ogni previsione, appunto perché derivanti per la maggior parte da cause accidentali» (Ivi, p. 87. Sulla metafora dell'attrito proprio della macchina bellica, anche come elemento di imprevedibilità e di sconvolgimento rispetto ad ogni piano o progetto, si cfr. anche p. 208). In modo ancor più esplicito: «Ma in guerra, come generalmente nel mondo, tutto ciò che appartiene all'insieme si lega e si incatena: ne risulta che ogni causa, per quanto piccola, propaga i suoi effetti fino al termine dell'atto di guerra ed ha influenza, per quanto scarsa essa possa essere, sul risultato finale» (p. 143). Si legga anche l'avvio del capitolo XXVII del libro sesto, p. 638. Su von Clausewitz ed il pensiero della complessità A. D. BEYERCHEN, Clausewitz, Nonlinearity and the Unpredicability of War, «International Security», a. 17 (1992), n. 3, pp. 59-90.

[37] Su questo aspetto, in particolare sulla critica ai limiti di quegli approcci strategici derivati dalla teoria dei giochi e dalla system analysis, rimandiamo a C. JEAN (ed.), Il pensiero strategico, Franco Angeli, Milano 1985.

[38] K. VON CLAUSEWITZ, Della guerra, op. cit., p. 112. Si cfr. anche la definizione di guerra all'inizio del trattato: «La guerra è [...] un atto di forza cha ha per iscopo di costringere l'avversario a sottomettersi alla nostra volontà» (p. 19).

[39] Ivi, p. 12. Si cfr. anche pp. 109-127. In questa prospettiva la stessa audacia (pp. 194-198), giudicata da von Clausewitz come quella forza di carattere che non può mancare ad ogni grande condottiero, deve sempre accompagnarsi ad un giudizio ponderato: il manifestarsi delle passioni, detto altrimenti, deve essere posto sotto la tutela della retta delibera al fine di divenire funzionale, efficace, rispetto agli scopi da perseguire. Sulla capacità del colpo d'occhio del comandante a tener sotto controllo quella moltitudine di elementi decisivi al buon esito del combattimento, e che sembrano sfuggire ad ogni tentativo di sistematizzazione razionale operato dalla teoria, si cfr. anche pp. 772-773.

[40] Ivi, p. 132.

[41] Ivi, p. 60. Corsivi nostri.

[42] Esemplare il seguente passaggio relativo alla grande battaglia come azione risolutiva del conflitto: «La grande battaglia - dice von Clausewitz - è la via più sanguinosa verso la soluzione. È vero che essa non è semplicemente una reciproca strage, e che mira a distruggere le virtù militari del nemico, più che le sue truppe [...]: ma il sangue ne è sempre il prezzo e la strage ne è il carattere ed altresì il nome; e l'uomo si riaffaccia, nel condottiero, quando questo pensiero lo spaventa» (ivi, p. 298).

[43] Ivi, p. 83 e pp. 86-87.

[44] Ivi, p. 109.

[45] Ivi, p. 775.

[46] Ivi, p. 777.

[47] Parafrasando von Clausewitz, si potrebbe anche dire che «[...] si pensava di nobilitare la guerra rendendola più scientifica [...]» (Ivi, p. 232).

[48] Ivi, p. 130.

[49] E. SEVERINO, Lezioni sulla politica. I Greci e la tendenza fondamentale del nostro tempo, Christian Marinotti Edizioni, Milano 2002.

[50] In particolare A. GORZ, Misères du présent. Richesse du possible, Editions Galilée, Paris 1997. Si cfr. Anche B. BABCOCK (ed.), The Reversibile World, Cornell University Press, Ithaca (N. Y.) 1978.

[51] Su questi aspetti rimandiamo all'editoriale La guerra dopo l'11 settembre, «Posse», maggio 2002, pp. 6-13, nonché a M. BASCETTA, Variazioni sul tema della "Guerra civile", ivi, pp. 39-47 e J. REVEL, L'altra faccia della guerra: Clastes - Deleuze - Foucault, ivi, pp. 48-62, oltre ovviamente a M. FOUCAULT, "Bisogna difendere la società", tr. it. Feltrinelli, Milano 1998. Sulla guerra come elemento accentratore della mobilitazione totale di ogni settore della vita sociale moderna già aveva parlato Roger Caillois: si legga a riguardo R. CAILLOIS, La vertigine della guerra, tr. it. Città Aperta Edizioni, Troina 2002 (in part. pp.61-65 e 86-91).



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