FETICISMO FINANZIARIO, DIRITTI E PRATICHE DI LIBERTĄ

1. Capitalismo e disumanizzazione dell'umano

L’esplosione della crisi finanziaria nel 2007-2008, con annesso l’attacco concentrico alla zona euro [1], ha costituito il fenomeno più rilevante dei processi che hanno trovato dispiegamento negli anni successivi. Le conseguenze sullo stato dei diritti sono state dirompenti. Il ridisegno della geopolitica del pianeta e dei conseguenti rapporti di forza si è accompagnato a una riscrittura demolitrice della mappa dei diritti. I diritti non sono stati semplicemente negati o cancellati; più esattamente, sono stati espiantati da un movimento oppressivo circolare che si è nutrito succhiando diritti: cioè, divorando esseri umani.

La speculazione finanziaria, aggirando tranquillamente le fasi della valorizzazione imperniata sui processi lavorativi, produttivi, informativi e comunicativi, si è retta su puri calcoli monetari, basati su grandezze virtuali sovrapposte alle economie reali e totalmente scisse dai destini dei singoli e delle collettività. Siamo stati trascinati oltre il feticismo delle merci; abbiamo fatto ingresso nell’epoca del feticismo dei prodotti finanziari. Non è una semplice crisi del capitalismo, ma la sua ennesima trasformazione [2]. Una crisi-mondo ci ha illustrato e narrato la nascita di un altro mondo: selvaggio, in quanto a degradazione dei diritti e della vita umana; evoluto, in quanto a tecniche e strategie di dominio, controllo, manipolazione e oppressione.

Più ancora del feticismo delle merci, il feticismo finanziario si è svelato come processo che nega l’assenza della vita, fino a spacciare se stesso come vita vera [3]. Per esso, hanno statuto di verità non la realtà e le persone in carne e ossa, ma l’andamento della borsa, le oscillazioni dei titoli, il differenziale dello spread Btp-Bund, il default e via discorrendo su questo piano. Diversamente da quello classico, il feticismo finanziario non combatte la paura, ma la suscita, eccitando il panico sociale [4]. Attraverso la prefigurazione concreta di apocalittiche catastrofi quotidiane, tenta di addomesticare in linea preventiva le coscienze e renderle inerti sotto l’attacco che viene sferrato ai diritti, alla vita e alla natura.

Il feticismo finanziario ha valicato definitivamente i confini che separano gli esseri umani dalle cose. La narrazione che mette in scena considera gli esseri umani al di sotto delle cose stesse: siamo ben oltre la reificazione dell’umano; viviamo in presenza della dissoluzione dell’umano. La furia distruttiva che si annida nel cuore del potere e nel DNA stesso dello “spirito del capitalismo” elude qui ogni forma di controllo, disarciona ogni pretesa di giustizia, espellendo come “altro da sé” ogni sistema di contrappesi. Lo “spirito del capitalismo” sposta il suo fulcro d’azione: votato originariamente alla costruzione della ricchezza delle nazioni, è ora afferrato dal demone della mondializzazione della povertà e dell’ingiustizia. Se il feticismo delle merci deprivava la condizione umana, il feticismo finanziario la dissolve compiutamente. A questo tornante storico, la globalizzazione ultraliberista inizia a scrivere e disegnare il racconto del capitalismo che disumanizza l’umanità.

Trascorrendo dal feticismo delle merci al feticismo finanziario, non è più l’obsolescenza del lavoratore a emergere in primo piano sulla scena; piuttosto, l’utile finanziario dichiara l’obsolescenza dell’umanità che, di per sé, non è ritenuta funzionale alle plusvalenze finanziarie. Banche di investimento, compagnie di assicurazione, fondi pensione e fondi speculativi controllano e regolano i cosiddetti mercati liberi: la loro specializzazione consta nella compravendita di valute, azioni, obbligazioni e prodotti derivati. Ebbene, è stato stimato che ogni anno l’economia reale crea nel mondo una ricchezza in PIL pari a 45 mila miliardi di euro; nella sfera finanziaria, invece, i “mercati” mobilitano un volume di capitali pari a 3,5 milioni di miliardi di euro: cioè, 75 volte quello che l’economia reale ha prodotto [5]. Tuttavia, è stata proprio l’economia reale, così come strutturata e finalizzata, ad aver generato il ruolo apicale svolto dalla finanza globale [6]. Si tratta di un megapotere, in grado di destrutturare, a piacimento, gli equilibri internazionali secondo i propri interessi. Basti dire che questi istituti privati hanno potuto indebitarsi con la Banca Centrale Europea (BCE) a un tasso dell’1,25% e prestare denaro agli Stati in difficoltà (Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia e Spagna) a tassi che possono superare il 7% [7]. Ma v’è dell’altro: dal punteggio di fiducia che le principali agenzie di rating (Fitch Ratings, Moody’s e Standard & Poors) attribuiscono a un paese dipende il tasso di interesse che esso pagherà, per ottenere crediti [8]. Non basta ancora: la concessione dei crediti è subordinata all’applicazione di politiche di taglio massiccio della spesa sociale e di cancellazione dei residui del Welfare che ancora sopravvivono. Tali agenzie hanno, dunque, non solo il potere di far indebitare uno Stato, avviandolo verso il default, ma anche la possibilità di pilotarne le politiche di desocializzazione che costituiscono la piattaforma patogena dell’implementazione dell’utile finanziario. A ciò va, infine, aggiunto il fatto che esse operano in una situazione di totale assenza di concorrenza [9]. È come se un problema generasse all’infinito se stesso, espandendosi.

Per in nuovi padroni del mondo, non importa se questo significa povertà, fame, disoccupazione, sofferenza e infelicità per l’umanità e la società. Al contrario, quanto più terribili si fanno le condizioni di esistenza dell’umanità, quanto più sradicati sono i diritti, tanto più la sovranità finanziaria globale incrementa i suoi poteri e i suoi profitti. Basta ricordare che è sufficiente, per un’azienda, l’annuncio pubblico di licenziamenti, per far lievitare i titoli in borsa. Si va affermando un rapporto di dissimmetria crescente tra diritti e quotazioni in borsa: il principale fertilizzante delle seconde sta nella dissoluzione dei primi. La comunità del denaro si fa comunità finanziaria e, per far questo, si disfa della comunità umana. Estirpando diritti, sottrae potere; sottraendo potere, confisca ricchezze; confiscando ricchezze, toglie ai poveri per dare ai ricchi. L’intervento sul debito pubblico diventa lo strumento privilegiato per canalizzare risorse verso oligarchie finanziarie sovranazionali, attraverso un vero e proprio sistema di tassazione incrementale delle fasce sociali già sottoposte a ingenti prelievi fiscali. È un processo con cui abbiamo imparato a fare i conti negli ultimi due decenni, ma solo da pochi anni è esploso in tutta la sua virulenza, proiettando verso il futuro le sue funeste ombre. Sono in funzione megamacchine finanziarie globali che hanno penetrato tutti i sottosistemi sociali, gli strati della società, gli ambiti della natura e le dimensioni della persona [10].

L’arcano impulso distruttivo del potere, magistralmente indagato da Elias Canetti [11], viene sublimato e scavalcato; non la distruzione dell’umanità è la posta in gioco, ma la sua dissoluzione: la sua decomposizione pilotata verso una nuova forma di assoggettamento inerziale di massa alla potenza dei poteri imperanti. La ricerca del punto zero di una nuova civiltà incardinata su privatizzazioni generalizzate, deregolazioni assolute, estensioni illimitate delle zone dei non-diritti, tanto decantata dal monetarismo e dall’ultraliberismo, cerca di farsi alba di un nuovo mondo che dell’umanità pervicacemente conserva ed esalta soltanto la disumanità. La parabola del monetarismo, inaugurata negli anni Settanta da Milton Friedman nel Cile di Augusto Pinochet, si conclude [12]. E si compie, sfociando verso esiti ancora più feroci delle sue premesse. Se il monetarismo e il liberismo sfrenato concepivano la libertà nei termini della libertà assoluta del capitale, il feticismo finanziario restringe drasticamente questo campo: libertà è ora libertà illimitata delle oligarchie finanziarie sovranazionali e dei ceti politico-tecnocratici da esse espressi e a esse associati, maestri nella recisione dei diritti a colpi di machete. Oligarchie e ceti pervasi e guidati, inoltre, da una sorta di teologia finanziaria salvifica, in virtù di cui provano fastidio e intolleranza verso il minimo accenno di critica e dissenso.

2. Umanitą senza diritti e tirannia della finanza globale

Nello scenario che si è così andato disegnando, non assistiamo più al semplice impiego della retorica dei diritti umani in funzione della copertura delle guerre globali. I diritti umani sono apertamente divelti da poteri che si sono costruiti e si mostrano come nemici dell’umanità. Giustificano le loro scelte in nome del salvataggio dei bilanci (nazionali e sovranazionali), contrabbandato come salvezza delle nazioni. La finanziarizzazione globale mistifica se stessa come unica àncora di salvezza del mondo, quando ne è, invece, la rovina.

Il fatto relativamente nuovo è che i diritti umani e i diritti fondamentali non sono semplicemente negati o cancellati; ma dichiarati esplicitamente disutili: controfattuali rispetto alle dinamiche dell’accumulazione finanziaria. Addirittura, le plusvalenze finanziarie sono spacciate come strutture di benessere collettivo. Il benessere sociale e umano, insomma, non nascerebbe dai diritti di vecchia e nuova generazione, ma dalla valorizzazione delle posizioni finanziarie dominanti. Delle vere e proprie tirannie finanziarie governano l’espianto dei diritti umani e dei diritti fondamentali in tutto il pianeta.

Prima di questa metamorfosi, il mondo era governato dalla paura; ora dalla crudeltà. Prima, il mondo era impregnato di “passioni tristi” [13]; ora dall’angoscia e dalla inenarrabile e insopportabile fatica del vivere. Il diritto umano alla vita viene estinto, stritolato come è da ingranaggi disumani. Una umanità senza diritti è umiliata ogni giorno, in una sequenza infernale che pare non avere mai termine. Come pare non avere un termine la tirannia della finanza globale.

Quando la solvibilità e/o l’insolvenza vengono poste come pietre angolari del vivere associato e della convivenza civile, l’umanità perde totalmente di significanza e rilevanza: una pura curva econometrica, assoggettata a inedite forme di oppressione. La neobarbarie non si limita più a bussare alle nostre porte; è entrata nelle case di noi tutti, rendendole per tutti inabitabili. Non v’è ambito del vivere associato che i processi di finanziarizzazione risparmiano; non v’è spazio dell’esistenza dei singoli e delle relazioni umane che non sia posto sotto assedio, scarnificato ed espropriato di senso vivo. L’aspetto più inquietante della complessità di questi fenomeni è dato dalla creazione di relazioni umane e sociali tanto afasiche quanto intossicate, in uno spazio/tempo che stringe d’assedio i diritti, cercando di spingerli verso il grado zero. Il messaggio più subdolo che questa messa in scena fa circolare è così rappresentabile: i diritti umani e fondamentali sono disutili, perché totalmente impotenti.

A essere tossici, però, non sono riduttivamente i prodotti finanziari; bensì le megamacchine economiche, politiche e finanziarie che li hanno prodotti [14]. La tossicità dei prodotti finanziari, da un lato, costituisce il coronamento di un processo di lunga durata che parte dagli anni Ottanta e accompagna l’ascesa e il trionfo delle politiche monetariste e ultraliberiste; dall’altro, segna l’inizio di una nuova epoca economica, sociale e politica: quella del feticismo finanziario. Nel presente (e nel futuro prossimo), la potenza dell’utile finanziario fronteggia e pone in cattività l’impotenza di ciò che da essa è dichiarato disutile, a cominciare dai diritti. In questo vortice di pura follia tirannica, supremamente disutili diventano gli esseri umani. Questa è l’ideologia profonda che plasma, anima e governa l’epoca del feticismo finanziario, nel più incondizionato disprezzo del vivente umano e non umano. Stanno già qui delineati i nuclei attivi di un conflitto globale di nuova formazione che agita le viscere del pianeta e di cui abbiamo finora intravisto timide avvisaglie: dalle primavere arabe alle mobilitazioni mondiali degli Indignados e Occupy, con tutti i limiti e le oscillazioni che le hanno accompagnate. Un conflitto che, a pieno titolo, rientra come elemento caratterizzante della metamorfosi in corso.

Alla potenza in espansione dei prodotti finanziari corrisponde, in misura crescente, il loro abisso di vuoto, colmato esclusivamente da un potere galvanizzato attraverso eccitazioni monetarie e finanziarie. Un abisso che è qualcosa di più e di diverso dall’amoralismo, dal cinismo e dall’indifferenza. La tirannia del feticismo finanziario produce una sorta di anti-etica che al suo centro non mette la vita, le persone e i diritti, ma la sua smodata sete di denaro e di potere. Fatta precipitare in questo gorgo, l’umanità vivente è dissolta come umanità sensibile, pensante e ragionevole. L’intento delle megamacchine del potere è quello di irretirla in copioni relazionali che la riducano a una moltitudine di soggetti docili e conformisti: l’obbedienza acritica deve qui scattare come un automatismo comportamentale che è beffardamente classificato come normalità virtuosa. Il vuoto relazionale deve diventare pieno routinario, governato dall’alto da sofisticati meccanismi di controllo ed eterodirezione. Lo scopo essenziale delle megamacchine finanziarie è quello di far scattare la fede superstiziosa nei loro confronti, quali uniche strutture di benessere collettivo esistenti. Per questo motivo, la tirannia finanziaria deve condurre permanenti e sempre nuove campagne di desensibilizzazione umana, sociale e culturale. Ghermiti dal vortice della desensibilizzazione, i diritti scompaiono dagli universi vitali e sono rimossi dalle aspettative di esperienza. L’atrofia etica delle megamacchine finanziarie comporta la salita sulle luci della ribalta dei non-sentimenti e delle non-emozioni: la crudeltà si mette qui in scena e narra le sue atrocità con assoluta noncuranza.

3. Il cuore della rivolta per i diritti

Ma è proprio dalle crepe disseminate dalla desensibilizzazione che prende lena e rinasce la rivolta dei diritti, con un movimento di aggiramento che sorprende le strutture e le strategie dei poteri finanziari globali. Dal territorio etico dei sentimenti, delle emozioni e delle passioni, prima ancora che dagli universi politici e culturali, erompe l’impeto della rivolta in nome dei diritti. Quanto più si tenta di sospingerli verso il grado zero, tanto più i diritti esplodono contro tutte le forme di tirannia, percepite come espressione di crudeltà e oppressione umana, prima ancora che politica e sociale. È stato così nelle primavere arabe, così nelle rivolte dei migranti, così nelle mobilitazioni degli Indignados e di Occupy in tutti i paesi avanzati.

In questo inizio di sollevazione, tanto a Occidente che a Oriente, ben alto e corposo è stato il ruolo giocato dalla rivendicazione di politiche sociali autenticamente democratiche, poste definitivamente al di là dei canoni ingessati delle democrazie liberali: è la legittimazione stessa della democrazia rappresentativa a essere stata presa di mira, per il suo elevato carico di esclusione sociale e politica [15]. Ma il cuore intorno cui ha pulsato la mobilitazione è stata la rivolta contro poteri onnipervasivi che opprimevano gli esseri umani, prima ancora che i cittadini. La cifra etica della mobilitazione ha permeato di sé le stesse istanze politiche e culturali aperte nella sfera pubblica mondiale. In campo è scesa una umanità in rivolta, sì, contro le strutture della democrazia rappresentativa e l’assolutismo dei regimi autocratici, ma, ancora prima e di più, contro un sistema mondiale di spoliazione delle coscienze, della vita privata e della vita pubblica, ormai non più scomponibili o separabili tra di loro.

Si è trattato e si tratta della resistenza contro un potere che si universalizza, covando l’ambizione devastante di annullare l’umanità, i cui dispositivi arcani, come prima ricordato, sono stati genialmente indagati da Canetti [16]. La miccia che ha acceso il fuoco delle catastrofi umanitarie contemporanee sta in questo meccanismo terribile, nemico dell’umanità e disseminatore di virus letali che disgregano e sgretolano le particelle elementari della vita. Secondo questo disegno, l’umanità dev’essere l’impotente spettatrice della sua disfatta, fino a convincersi che l’estrema virtù è data proprio dalla partecipazione attiva all’opera di annientamento che le è scagliata quotidianamente contro.

Basta non partecipare a quest’opera, per mettere in crisi il progetto di dissoluzione, decostruzione e ricomposizione dell’umano che le megamacchine di potere globale stanno cercando di portare avanti. Alla vertigine della morte la mobilitazione contro i poteri globali ha opposto la metamorfosi dell’umanità e i diritti umani e fondamentali, nella forma di diritti globali, si sono visti attribuire una nuova lingua. Da qui la loro centralità, oggi più che mai, nella lotta per la libertà e contro la discriminazione, l’emarginazione, l’esclusione e la segregazione dell’Altro.

Si è originata una mobilitazione-mondo che non si è limitata a opporsi alle pulsioni di morte dei poteri globali e non si è fermata alle soglie della sopravvivenza, poiché si è sottratta alle logiche della guerra e della eliminazione dell’Altro. In tutto il mondo, la cifra della mobilitazione è stata la non-violenza; violenti e aggressivi, ancora una volta, sono stati i poteri: da piazza Tahrir a Zuccotti Park. Diversamente dai poteri nemici dell’umanità, la mobilitazione-mondo non ha attentato e nemmeno posto a repentaglio la vita degli Altri: nel difendere la propria vita e la propria libertà, ha difeso la vita e la libertà di tutti, in tutti gli angoli del mondo. Ha sfidato il pericolo, stanandolo e affrontandolo; al contrario, i poteri globali si sono congedati dal pericolo e, per farlo, hanno azionato dinamiche aggressive di soppressione dell’Altro: la morte dell’Altro è stata da loro impiegata come evitamento della metamorfosi umana e differimento infinito del loro crollo.

Di nuovo, siamo di fronte a una scena che ha impronte arcane e che, ancora una volta, è stata analizzata con perizia da Canetti [17]. Ma il paesaggio che si para innanzi al nostro sguardo ha una cifra che si colloca ben oltre questi pur decisivi elementi arcani. Qui è disinnescata la logica letale che si dipana tra potere e sopravvivenza: la mobilitazione-mondo, per sopravvivere, non pratica l’uccisione dell’Altro patito come nemico; bensì lega la propria esistenza allo sviluppo di una umanità di dialogo e di un dialogo interumano, posti a fondamento della libertà del mondo. La cifra del conflitto di cui essa è depositaria è tremenda, ma è scandalosamente pacifica: un conflitto tanto intenso quanto non-violento. È il crollo del consenso al potere che la mobilitazione-mondo mette in scena. Con la caduta del consenso, crolla l’appeal seduttivo del potere e la mobilitazione si espande a macchia d’olio in tutto il mondo. Per usare la plastica espressione di Occupy, è il potere concentrato nelle mani dell’1% che viene attaccato e messo alla berlina dal 99% della popolazione mondiale. La mobilitazione entra in azione non per la sopravvivenza, ma per l’esistenza piena e lo fa in maniera tanto conflittuale quanto ironica e gioiosa. In questione viene apertamente messa la pulsione di predazione connaturata al potere. Come ben si vede, siamo ben più in là e ben prima della crisi di legittimità e di legittimazione del potere politico, a tutte le latitudini della geopolitica mondiale.

V’è un punto specifico che merita di essere sottolineato: la mobilitazione-mondo ha fatto saltare il governo della paura su cui, in quest’ultimo ventennio e con diverse modalità di espressione, si sono retti tutti i regimi politici, da quelli democratici a quelli autocratici. Si è dipanato, su scala mondiale, un movimento di presa di parola contro il potere e per la libertà che ha trasfigurato i contenuti delle mobilitazioni degli anni Sessanta e Settanta, pur innestandosi nel loro solco. Una presa di parola che ha assunto la forma classica del coraggio della verità [18], prolungato in lingua e prassi della libertà. È un “nuovo inizio” che ha poco in comune con tutti gli “inizi” che l’hanno preceduto. Si tratta ancora di un timido embrione e niente ancora garantisce della sua tenuta e della sua continuità; anzi, consistenti sono stati alcuni passi indietro, con riferimento particolare alle “primavere arabe”. Ma non può passare sotto silenzio che la  presa di parola è sfociata in pratica della libertà, non limitandosi a introdurre una mera differenza e presa di distanza dal potere. Dai recessi imputriditi dell’illibertà e dell’ingiustizia, è stato mandato in cortocircuito il tradizionale rapporto di validazione reciproca tra potere e verità della critica: ora, i due termini della relazione si smentiscono recisamente in un campo di mobilitazione conflittuale. Il conflitto inaugura qui, su scala planetaria, un nuovo spazio di responsabilità e discussione dialogante: sono concretamente esperite le possibilità di limitare e trasformare radicalmente le forme e le pretese totalizzanti del potere, senza ricorrere agli strumenti della guerra e della violenza.

Uno dei risultati più importanti di questo processo è la rimozione attiva del carico polemogeno trincerato nei rapporti interumani, sociali e politici che, tra l’altro, ha giocato un ruolo fondamentale nel coinvolgimento crescente delle popolazioni civili nelle guerre fra Stati e nelle cosiddette guerre umanitarie. La mobilitazione-mondo ha smentito le pretese dei poteri globali, smontandone i meccanismi base, a partire dalla presunzione insana e totalizzante di trasformare la storia in un permanente e totale campo di combattimento. Rimanendo attivi questi dispositivi, non si è mai in pace, perché anche la pace è condizionata dalla guerra; anzi, sparge i semi della guerra. Diventa necessario decontaminare il sostrato polemogeno della pace e contraddire quel diritto e quell’ordinamento che si prestano alla copertura ideologica e fattuale della guerra. L’espianto dei diritti umani e dei diritti fondamentali, oltre che confermare la natura polemologica della pace, esalta il ruolo purificatore e la potenza della guerra. Correlandosi ai diritti umani e ai diritti fondamentali, la mobilitazione-mondo smette di parlare linguaggi belligeranti e rompe il circuito velenoso che porta la guerra nel campo della pace e fa della pace la premessa della guerra: essa qui rifiuta di farsi imbarcare nella stessa spirale entro cui pace e guerra copulano alacremente e fruttuosamente [19].

4. Diritti, pace, guerra e povertą

Quando la democrazia è nelle mani dei potenti, rimane difficile e improprio parlare ancora di democrazia. Ancora più problematico risulta parlare di diritti umani e diritti fondamentali. Con la globalizzazione ultraliberista, questo processo di corrosione crescente dei diritti è arrivato al capolinea, negando esplicitamente e radicalmente il diritto alla vita [20]. Gli avvenimenti della storia ci hanno continuamente messo sotto gli occhi una risultanza incontrovertibile: il potere di minoranze sempre più esigue attenta sempre più l’esercizio dei diritti umani, dei diritti fondamentali e della libertà. Cozziamo qui contro un’evidenza storica che, se si vuole, ha un profilo assai corrosivo: la democrazia è predestinata a finire in mano ai potenti, proprio per i suoi limiti e dilemmi costitutivi. Nell’epoca della globalizzazione, la democrazia dei potenti era predestinata a essere usata come una clava contro maggioranze planetarie. La storia dell’interventismo bellico portato avanti dalle democrazie occidentali (dall’intervento Nato del 1995 in Bosnia e dalla prima guerra del Golfo del 1990-91 fino alla “guerra umanitaria” in Libia del 2011 e alle tante “guerre locali” disseminate nel mondo) ha intessuto la trama di questo racconto.

Lo slittamento progressivo della democrazia rappresentativa verso la democrazia dei potenti oggi avviene in un processo di mondializzazione, all’interno del quale, in realtà, i rappresentati sono sempre più controllati, se non dominati, da poteri globali complessi, flessibili, ramificati e totalizzanti. Le stesse primavere arabe sono state fatalmente esposte a questo rischio, con la ridefinizione del controllo del Mediterraneo da parte delle potenze democratiche occidentali [21]. Sempre più scopriamo che le democrazie di pace sono anche democrazie di guerra e che la guerra erompe dal seno stesso della pace. In pace come in guerra, i diritti umani e i diritti fondamentali sono sotto attacco. Da un lato, la guerra si posiziona come arma della pace; dall’altro, la pace funge da matrice della guerra. Tra pace e guerra non esiste una contrarietà e nemmeno una relazione di prosecuzione reciproca: ognuna è causa e, insieme, effetto dell’altra. Ognuna è sempre dentro l’altra; non più semplicemente la continuazione dell’altra. Possiamo lecitamente concludere: non siamo più in pace, perché dentro la pace riposa e vive la guerra. Pace e guerra non attengono più all’ordine esterno, ma delimitano l’ordine interno globale. La pace contiene in sé la guerra, anticipandola e preparandola.

Per meglio disvelare questo processo, oscurato con coperture mass mediatiche manipolatorie e ideologie politiche di varia estrazione, prendiamo in esame in sequenza alcuni dei fenomeni basici della crisi globale in corso.

Partiamo dal coma sempre più profondo verso cui sono stati fatti precipitare i beni pubblici in tutto il pianeta [22]. Quando argomentiamo di beni pubblici, parliamo di scuole, università, sanità, strade, trasporti, territorio, acqua ecc. La globalizzazione ha pilotato un singolare processo di rovesciamento storico e semantico, invertendo le gerarchie di valore tra bene pubblico e bene privato. Fa osservare Robert Reich, già ministro del Lavoro sotto l’amministrazione Clinton: «Molto di ciò che viene definito pubblico è sempre più un bene privato pagato da chi lo utilizza» [23].  Il privato prospera e il pubblico agonizza e, così, peggiora progressivamente la qualità della vita di sempre più ingenti maggioranze di cittadini (il 99%, di cui parla Occupy), impoverite economicamente e non assistite dalle istituzioni pubbliche. Il diritto alla salute, il diritto all’istruzione, il diritto ai trasporti e altri diritti fondamentali vengono, di fatto, conculcati: le persone non vengono curate. Processi di privatizzazione selvaggia hanno messo fortemente a rischio la loro vita, con una lievitazione enorme dei costi dei servizi pubblici, accompagnata da un’impressionante scadimento della loro qualità. L’agonia dei beni pubblici è un attentato alla vita delle persone e dei cittadini, una lesione formale e sostanziale dei loro diritti umani e dei loro diritti fondamentali: una vera e propria dichiarazione di guerra nei loro confronti. Questo processo di guerra mimetica e mimetizzata, ma non per questo ineffettuale, si è spinto talmente avanti da avere raggiunto un punto limite impressionante: «Stiamo perdendo i beni pubblici a disposizione di tutti, sostenuti con le tasse pagate da noi. Al posto dei beni pubblici abbiamo beni privati disponibili per i più ricchi, ma che sono stati pagati da noi. Anche Lady Thatcher sarebbe rimasta sconvolta» [24].

Prendiamo, ora, un secondo fenomeno: con la concentrazione progressiva della ricchezza in mano a sempre più ristrette oligarchie sovranazionali, la dichiarazione di guerra ai diritti e all’umanità si amplia ulteriormente. Questi ultimi trent’anni e, in particolare, gli ultimi sette hanno veicolato un colossale dirottamento di ricchezza dai più poveri ai più ricchi, finendo con l’impoverire sempre di più anche strati significativi di ceto medio. Un Rapporto OCSE, che spazia dagli anni Ottanta al 2008 e certamente non è sospettabile di “sovversivismo”, ha ricostruito la genesi di questo processo e ben ricostruisce le premesse delle rovine causate dalla crisi globale scattata nel 2007-2008 e deflagrata nel 2011 [25]. Ed ecco qui i due dati del Rapporto che fotografano meglio la situazione: 1) nei paesi dell’area OCSE, il reddito medio del 10% più ricco della popolazione è circa nove volte superiore rispetto a quello del 10% più povero; 2) nel 2008, il divario di reddito tra ricchi e poveri è risultato pari a un rapporto di 25 a 1 in Messico e Cile, 14 a 1 in Israele, Turchia e Stati Uniti, 10 a 1 in Giappone, Regno Unito e Italia. Il Rapporto, inoltre, registra che: «A partire dagli anni Ottanta le disuguaglianze di reddito nelle economie avanzate si sono ampliate anno dopo anno anche durante fasi di crescita sostenute. Si tratta di un aumento che ha riguardato la maggioranza dei paesi, compresi alcuni tradizionalmente egualitari come la Germania, la Danimarca e la Svezia, dove sono cresciute a volte più sensibilmente,  pur rimanendo, in termini assolute, tra le meno accentuate». Sulla scorta di questa disamina, il Rapporto conclude che proprio la continua espansione della disuguaglianza è da porre tra le cause primarie della crisi in corso.

Per quello che riguarda più da vicino il nostro paese, il Rapporto fa rilevare che: 1) nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco è stato più di 10 volte superiore al reddito medio del 10% più povero (49.300 euro contro 4.877 euro), superiore alla media dell’area OCSE; 2) la proporzione dei redditi più elevati è aumentata più di un terzo: dal 7% del 1980 a quasi il 10% del 2008; 3) le aliquote marginali di imposta sui redditi più elevati sono diminuite dal 72% del 1981 al 43% del 2010; 3) una quantità crescente di persone si è sposata con persone che avevano un reddito da lavoro simile, contribuendo di un terzo all’aumento della disuguaglianza di reddito tra le famiglie; 4) la redistribuzione attraverso i servizi pubblici è diminuita; 5) la capacità del sistema di stabilizzare la disuguaglianza è conseguentemente cresciuta.

Non più confortanti sono stati i dati forniti dall’ISTAT nel primo biennio della crisi, nel suo “Rapporto sulla situazione del paese nel 2010”: 1) il 43,3% delle famiglie ha peggiorato la sua situazione economica rispetto all’anno precedente; 2) il 16,2% delle famiglie è costretta a contrarre debiti o fare ricorso al proprio patrimonio, contro il 15,1% dell’anno precedente; 3) il 19,1% ha risparmiato di meno dell’anno precedente; 4) in Europa, l’Italia è risultata penultima nella spesa pubblica per le famiglie (4,7% contro 8,3%; 5) una persona su quattro è a rischio povertà o esclusione sociale, un valore ben superiore alla media europea (24,7% contro 23,1%); 6) il Mezzogiorno è la zona dove sono concentrati i tassi più elevati di povertà o esclusione: in esso vive il 57% delle persone a rischio povertà o esclusione [26].

Sempre con riguardo all’Italia, rilevanti anche i dati forniti dal Rapporto della Caritas italiana e della Fondazione Zancan, interamente centrato sul nesso esistente tra la povertà e la perdita dei diritti [27]. La povertà è il terminale di profondi processi di esclusione sociale che, a loro volta, strappano la titolarità dei diritti fondamentali. I poveri sono persone e cittadini senza diritti: pensati esclusivamente, per essere dimenticati e cancellati. Per “pesare” l’enormità e la stratificazione di questi processi, è sufficiente qui ricordare due dati del Rapporto: 1) nel 2010, risultavano povere il 13,8% delle persone, contro il 13,1% del 2009; 2) le famiglie più colpite sono composte da cinque o più persone, 29,9% del totale, contro il 24,9% dell’anno precedente.

Esistono, dunque, meccanismi sociali, politici ed economici che producono povertà e che accrescono la disuguaglianza. Ma produrre povertà significa attentare alla vita delle persone, non semplicemente complicargliela. È una guerra che oltre a essere dichiarata, per quanto mimetizzata, è implacabilmente condotta. L’esclusione dal circuito del reddito e l’emarginazione nelle sacche di povertà relativa e assoluta rende invivibile la vita e attacca tutto l’albero genealogico dei diritti globali, a partire dal diritto fondamentale alla vita degna e giusta. La guerra globale contro i diritti globali comincia proprio con la guerra che in regime di pace produce sterminate masse di poveri.

Proprio su questo crinale delicato, il 2011 ha segnato un salto di qualità. Nell’eurozona, i casi macroscopici sono stati rappresentati dalla Grecia, dall’Italia e dalla Spagna: qui più che altrove, in nome della lotta al disavanzo di bilancio e al rischio di default, sono state varate politiche di prelievo che hanno tolto ai più poveri, per dare ai più ricchi (il sistema finanziario-bancario in testa a tutti).

Negli anni successivi, con particolare riguardo all’Italia, la situazione è ulteriormente peggiorata. Nel suo ultimo rapporto sulla povertà, l’Istat ha messo in luce che nel 2013 in Italia: 1) il 12,6% delle famiglie era in condizione di povertà relativa, per un totale di 3 milioni e 230mila; 2) era in condizione di povertà assoluta il 7,9% delle famiglie, per un totale di 2 milioni 28mila; 3) le persone in povertà relativa erano il 16,6% della popolazione, pari a 10 milioni 48mila persone; 4) le persone in povertà assoluta erano il 9,9% della popolazione, pari a 6 milioni 20mila [28]. Come si vede, si tratta di cifre drammatiche che non richiedono commenti.

Siamo a cavallo di una fase di passaggio, all’interno della quale le strategie “vecchie” della “guerra umanitaria” convivono con quelle relativamente “nuove” della spoliazione di massa, attraverso sofisticati e impietosi sistemi di tassazione e dissoluzione del circuito dei beni pubblici. Forse non casualmente, il 5 gennaio del 2011, Barack Obama ha annunciato la riduzione delle spese militari americane e delineato una strategia selettiva di interventi militari che prevede la presenza degli USA su un fronte di guerra alla volta e non più su teatri simultanei [29].

Il nesso comunicativo tra crisi finanziaria globale e guerra ai diritti globali è relativamente netto. Non altrettanto può dirsi per quello tra crisi finanziaria globale e guerra ai poveri. Nondimeno, proprio le politiche economiche di contenimento dei disavanzi pubblici si convertono in tagli esponenziali della spesa sociale che costituiscono i fattori strutturali che veicolano la moltiplicazione all’infinito della povertà attraverso la povertà  [30]. L’anti-etica delle megamacchine finanziarie globali funge da piattaforma della produzione di massa della povertà e della conseguente guerra contro i poveri. Nell’arena dell’ordine globale interno, la guerra contro i diritti umani e i diritti fondamentali va incardinandosi intorno a un’assorbente molteplicità di centri gravitazionali, alcuni dei quali ruotano intorno alla guerra umanitaria e alla guerra ai poveri. Dovunque si trovino e di qualunque tipo siano, i diritti sono attaccati con assai differenziate, ma convergenti e concludenti strategie di guerra.

5. La guerra contro la vita dell'umanitą

Abbiamo sotto gli occhi la dilatazione smisurata del grado di infelicità e di angoscia dell’esistenza umana, a causa dalle nuove forme di regolazione dei rapporti sociali e interumani affermate dalla globalizzazione ultraliberista, quanto più esse hanno elevato le prestazioni economiche, finanziarie e monetarie a dominus dell’ordine socio-umano. L’esposizione alla morte simbolica, sociale ed esistenziale si è moltiplicata in maniera inverosimile. Crisi sociale e sofferenza esistenziale si sono intrecciate con una intimità e una saldezza mai sperimentate in passato. L’intensificazione della crisi ha dato luogo a nuovi motivi e nuove forme di sofferenza che, a loro volta, hanno catapultato la crisi dentro regioni e connessioni della vita umana rimaste ancora relativamente integre. Con la crisi del 2007-2008 e le sublimazioni e intensificazioni degli anni successivi, la civiltà neoliberista delle “cattive maniere” si è lanciata e ha lanciato con euforia l’umanità dentro questo gorgo.

Quasi sicuramente, si è ancora impreparati ad accogliere e analizzare compiutamente questo fenomeno radicalmente nuovo. E tuttavia, corre obbligo spingere l’analisi almeno fino al livello di una sua iniziale e più compiuta comprensione. Il potere ha rimodellato le sue forme di espressione e assunto il profilo di nemico del genere umano e, in quanto tale, si percepisce e si dispone in guerra contro la vita dell’umanità. Dissoluzione dell’umano significa precisamente dissoluzione della vita umana, ridotta a variabile dipendente di meccanismi economico-finanziari, amministrati da egotiche tecnocrazie economico-politiche sovranazionali. Una inedita e terribile pulsione di potenza si è fatta potere della dismisura desiderante  [31]. E il potere della dismisura si regge sulla sottomissione annientante e regolata di tutto ciò che lo circonda e che, in una qualche misura, gli è altero o che è da lui patito come fastidiosa zavorra.

I nuovi poteri globali si spogliano della vita e la spogliano, diventando implacabili megamacchine di guerra, nella presunzione di poter autodeterminare l’esaltazione della loro potenza e la valorizzazione dei loro profitti. Ciò che essi vogliono imporre a sterminate masse non è la rinuncia volontaria alla libertà, ma la collaborazione volontaria alla costruzione dell’illibertà. In altre parole, il loro chiaro intendimento è monetizzare la morte dell’umanità. Non siamo qui al tramonto della civiltà umana; bensì a una nuova e terribile alba del suo corso: la civiltà che disumanizza l’umanità. Si affermano le “cattive maniere” della disumanità, così come le precedenti erano state la “buone maniere” della convenzione civile. Nel passaggio dalle prime alle seconde, come resta in azione la costante dell’onnipotenza del potere, così agiscono le clausole della sottomissione e dell’esclusione dell’Altro. Costante e clausole che ora vengono generalizzate, sublimate, intensificate e regolate con i codici della guerra alla vita.

Cerchiamo di far emergere questo cambiamento di segno del presente e del futuro, facendo riferimento al legame strettissimo tra crisi in corso e vita umana, assumendo come indicatore privilegiato la salute. Col divampare della crisi di questi ultimi anni, abbiamo assistito a una accelerazione dei fenomeni di sfaldamento progressivo della salute dei cittadini. Ne evidenziamo qui i riscontri più preoccupanti.

La crisi ha provocato, in tutta Europa, l’aumento dei suicidi, della depressione e dei ricoveri in ospedale. La European Public Health Association (EUPHA), nel 2011, ha raccolto dati probanti, che Walter Ricciardi, presidente dell’EUPHA, a margine del convegno “Italian Health Policy Brief”, tenuto a Roma il 23 novembre 2011, ha fornito in sintesi: 1) in Grecia, fra il 2007 e il 2009, c’è stato un incremento del 15% di persone che non hanno mai fatto ricorso al medico, nonostante ne avessero bisogno, a causa di problemi economici; 2) sempre in Grecia, nell’ultimo anno, i suicidi sono aumentati del 40%; 3) in Spagna la depressione è cresciuta del 20%; 4) anche in Italia si è registrato un forte aumento della depressione  [32]. Dati non dissimili erano già stati forniti, con particolare riferimento alla Grecia, dal “Wall Street Journal” e dalla rivista “The Lancet” [33].

Commentando questo fenomeno, lo psicoterapeuta Alberto Caputo, direttore del Centro SkinDeep (www.skindeep.it) e di Deep Counsulting (www.deepcounsulting.it), ha osservato: «La minore disponibilità economica colpisce la possibilità di fare ricorso alle cure mediche nelle fasi iniziali delle malattie, fasi in cui la mancata prevenzione si rivela in molti casi fatale» [34]

Nella stessa direzione era approdata un’indagine condotta dall’Università di Cambridge, dalla London School of  Hygiene e dalla Università della California a San Francisco sull’influenza della crisi finanziaria sui modelli di mortalità nell’Unione Europea (UE), pubblicata sulla rivista “The Lancet”. I dati hanno mostrato: 1) un aumento dei tassi di suicidio tra il 2007 e il 2009; 2) l’inversione della tendenza alla diminuzione dei tassi di suicidio, in opera fino al 2007; 3) un incremento dei suicidi pari all’1% negli Stati UE post-2004 e di quasi il 7% in quelli pre-2004; 4) una corrispondenza tra l’aumento della disoccupazione (oltre il 3%) e l’incremento dei suicidi nelle classi di età al di sotto dei 65 anni [35]

Per quanto riguarda l’Italia, la situazione non è apparsa più tranquillizzante. Secondo i dati forniti il 19 maggio 2011 dall’EURES: 1) nel 2009 i suicidi sono aumentati del 5,6% rispetto al 2008 (2.986 contro 2.828); 2) l’incremento ha interessato sia la popolazione femminile (+1,6%) che quella maschile (+5,6%); 3) nel 2009 rispetto all’anno precedente, l’incidenza della componente maschile ha raggiunto il valore più elevato degli ultimi decenni: 78,5% contro il 21,5% di quella femminile; 4) nel 2009, i suicidi compiuti da disoccupati sono stati 357 (in pratica, uno al giorno!), con una crescita del 37,3% rispetto al 2008; 5) la perdita del lavoro ha costituito un discrimine del fenomeno suicidiario:  nel 2009, si sono registrati ben 18,4 suicidi ogni 100 mila disoccupati; 5) egualmente in aumento il numero dei suicidi per ragioni economiche: 198 casi nel 2009, con una crescita del 32% rispetto al 2008; 6) il suicidio per motivi economici ha rappresentato un fenomeno quasi interamente maschile: 95% dei casi nel 2009 [36].

L’esplosione della crisi ha comportato la deflagrazione dei processi di sofferenza, lungo le linee che abbiamo rapidamente illustrato, attaccando il cuore della vita: la salute e gli equilibri psicologici, mentali ed emotivi delle persone. Forme di potere globale sempre più autoritarie hanno sempre più messo in discussione il principio di autorità e responsabilità della vita, fino a sgretolarlo progressivamente. In un contesto di sofferenza globale così architettato, le persone finiscono col mutare sensibilmente il loro modo di pensarsi e collocarsi nel mondo. Anche laddove non riconoscono l’autorità dei poteri globali che disgregano la loro vita, fanno fatica a sottrarsi al loro titanismo molecolare: dove non sono sedotte e soggiogate, sono semplicemente e crudamente obbligate all’obbedienza o rese inerti da processi capillari di disinformazione, manipolazione e prostrazione psicologica.

I diritti umani e i diritti fondamentali, patiti come lusso non consentito e non concedibile, sono ora raccontati dal potere come dispositivi sociali dannosi. Le retoriche umanitarie si dissolvono come neve al sole: diventa estremamente chiaro che i diritti umani sono avversati, in quanto negazione concreta della civiltà della crudeltà che accompagna la globalizzazione ultraliberista. Negare la vita umana e sferrarle contro una guerra spietata significa, prima di tutto, espiantare i dritti umani e i diritti fondamentali. Il progetto del potere è qui chiaro: sradicare già nel presente il futuro e la speranza nel futuro. La speranza stessa viene declinata come potenza concentrata interamente nelle mani del potere. La crisi in corso, tra le altre cose, va dicendo la verità più atroce della globalizzazione ultraliberista: la speranza è una facoltà concessa solo al potere, perché sperare deve, sempre più, essere pura emanazione del comandare. Secondo questi progetti e queste pratiche, con la perdita dei diritti umani e dei diritti fondamentali, i dominati e gli oppressi devono perdere la speranza nella vita. Da qui, con un effetto domino, si inanellano e proliferano i processi della sofferenza psichica, della depressione e dell’infelicità, creando dei regimi di vera e propria segregazione morale.

6. Per un altro sguardo: dalla sofferenza alla felicitą

Ma basta cambiare la prospettiva dello sguardo, per accorgersi immediatamente che la scena che si dipana sotto i nostri occhi non è affatto riducibile alle straniate ed egotiche rappresentazioni fornite dal potere. Se si scruta l’orizzonte con l’occhio del disincanto e lo sguardo della speranza nella salvezza, ben individuiamo il rovescio della medaglia. Innanzitutto, siamo ancora più resi edotti che il potere, quanto più si dispiega con intensità e globalità di effetti, tanto più presuppone e affronta soggetti liberi. Esso si contrappone sempre alla libertà, di cui è negazione permanente, succhiandole permanentemente la potenza: se fosse possibile concepire soggetti non liberi, non ci sarebbe bisogno di alcun potere  [37]. La libertà è sempre anteriore al potere e, quindi, ne è costantemente la smentita; il comando del potere, a sua volta, deve sradicare proprio la libertà costitutiva degli esseri umani e degli ordini sociali. Non v’è abisso entro il quale la potenza del potere possa ultimativamente avere ragione della potenza della libertà degli esseri umani e della società. In questi ultimi anni, ne abbiamo avuto una prova con la lotta e la resistenza delle primavere arabe, dei movimenti degli Indignados, di Occupy e dei migranti, a prescindere dagli esiti contraddittori e dai riflussi dopo registrati. Possiamo continuare a vederlo, perfino (o, forse, soprattutto), nei più intensi processi di sofferenza esistenziale scatenati dalla crisi.

Le fenomenologie depressive e quelle a esse correlate segnalano la ribellione della sensibilità umana alla normalità coatta che si abbatte sulla vita e l’apertura di  passaggi che conducono verso la solidarietà, la cura, la gentilezza e la responsabilità [38]. Dalle più inquietanti pieghe del presente, la depressione e la rinuncia volontaria alla vita lanciano un messaggio che, se raccolto, può rivoluzionare l’esistenza quotidiana, aprendola a una ricchezza di senso altrimenti in via di cancellazione progressiva. Sono uno dei prodotti tipici della vita normale e, nello contempo, una reazione contro di essa, poiché ne vogliono cambiare il corso, il segno e il senso. Recano in sé un patrimonio di passioni solidali ed emozioni di gaiezza che nella vita normale sono state frustrate e frustate.

L’arcipelago delle passioni entro il quale possono sospingerci ci fa incamminare oltre la solitudine e l’angoscia del vivere. Allora, la fragilità psichica non è pura e semplice indicazione di debolezza, ma anche segno premonitore di forza ed energia solidale [39]. Riconoscerla è indice di maturità e individuazione della differenza che ci fa uscire dall’indifferenza e inaugurare una nuova prospettiva di marcia: Noi verso l’Altro e l’Altro verso Noi. Un cammino di questo genere ci fa attraversare la scala e le dimensioni dell’indifferenza che qui schematizziamo: 1) il rifiuto della relazione d’aiuto; 2) il rifugio nel conformismo emotivo e nei meccanismi psicologici e ideologici dell’autotutela; 3) l’espressione di potere nelle relazioni sociali asimmetriche (gerarchie nei luoghi di lavoro, nei rapporti generazionali e nelle relazioni di genere).

Eugenio Borgna designa l’uscita dall’indifferenza come il riconoscimento di appartenere a una comunità di destino: cioè, la comunità visibile agli occhi del cuore e che ci fa capaci di vivere il destino di dolore, di angoscia, di sofferenza, di disperazione, di gioia e di speranza dell’Altro come nostro proprio destino [40]. Il dolore e il silenzio, a volte, nascondono le energie più potenti e le tensioni verso i più radicali mutamenti: occorre mettersi alla ricerca delle loro parole e delle loro emozioni. E questo è possibile soltanto se nella sofferenza altrui e nostra sappiamo cogliere la profonda cifra dell’umano, fuoriuscendo dalla linea di dissoluzione dentro cui l’umanità è ingabbiata, aprendo il nostro sguardo e il nostro cammino a orizzonti di libertà.

Quello della sofferenza è un vero e proprio labirinto, entro cui spinte al cannibalismo convivono con slanci di umanità eroica [41]. Ancora più insondabili sono gli universi della solitudine di fronte al dolore; e lo sono, in particolare, quelli della solitudine dell’anima, vero centro motore della sofferenza e della felicità [42]. La vita insanguinata dal dolore e dall’angoscia batte il tempo e suona la sveglia del cambiamento: occorre “solo” imparare ad ascoltare e leggere le sue parole, lasciando ridestare gli occhi del cuore. Inerpicandosi per questi sentieri tortuosi, è possibile fare accesso alla solitudine creatrice e sognatrice che si dischiude alla relazione con l’Altro; che si dispone al superamento dell’Ego e dell’egocrazia esercitata dalle megamacchine che governano il mondo. Anche per queste risolutive motivazioni diventano decisive le pratiche di verità e di libertà che si oppongono tenacemente al potere, per sfuggire alla presa stritolante di tutti i suoi ingranaggi.

(11 agosto 2014)
Note

[1] AA.VV., Alla guerra dell’euro, “Limes – Rivista italiana di geopolitica”, n. 6/2011.

[2] AA.VV., Krisis. Passaggio d’epoca e nuovi paradigmi (a cura di  M. Dotti), monografico di “Communitas”, n. 55/2011.

[3] Sul feticismo delle merci, il rinvio d’obbligo è al classico K. Marx, Il Capitale, Libro I, cap. 1: “La merce”, § 4: “Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano”. Per interessanti critiche e correzioni alla teoria marxiana del feticismo, cfr. J. Baudrillard, Per la critica dell’economia politica del segno, Milano, Mazzotta, 1974; Id., Il sogno della merce, Milano, Lupetti & Co., 1987; Il delitto perfetto, Milano, Cortina, 1995. Una accurata analisi del marxiano feticismo della merce nella “società dello spettacolo” è svolta da G. Debord, La società dello spettacolo, Milano, Baldini e Castoldi, 2008, §§ 35-53, pp. 67-74. Il discorso marxiano, come è noto, è portato avanti ed approfondito da G. Lukacs con la costruzione della categoria della reificazione: Storia e coscienza di classe, Milano, Sugar, 1967.

[4] M. Horx, Das Panik-Prinzip, “Berliner Zeitung“, 30 novembre 2011. Per una disamina ravvicinata del rapporto tra crisi globale e panico, cfr. A. Orlèan, Dall’euforia al panico. Pensare la crisi finanziaria e altri saggi, Verona, ombre corte, 2010.

[5] L. Gallino, Il finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Torino, Einaudi, 2011; Id., Finanzcapitalismo. Ultima chiamata (Intervista a cura di M. Rovelli), in www.nazioneindiana.com, 2 maggio 2011; I. Ramonet, La grande regressione, in www.democraziakmzero.org, 14 dicembre 2011.

[6] E. Lohoff e N. Trenkle, Terremoto nel mercato mondiale. Sulle cause profonde dell’attuale crisi finanziaria, Milano, Mimesis, 2014.

[7] I. Ramonet, op. cit.

[8] Si rinvia ai testi di Gallino e Ramonet citati alla nota n. 5.

[9] S. Bragantini, Prefazione a G. La Torre, La comoda menzogna. Il dibattito sulla crisi globale, Bari, Dedalo, 2011; L. Gallino, Il finanzcapitalismo, cit.;  G. La Torre, La comoda menzogna. Il dibattito sulla crisi globale, cit. Per una lettura comparata della genealogia delle crisi finanziarie, con riferimento a quella in corso, si rinvia a Carmen M. Reinhart e K. S. Rogoff, Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria, Milano, Il Saggiatore, 2010. 

[10] Cfr. le opere di Gallino citate alla nota n. 5.

[11] Di Elias Canetti vanno qui ricordati perlomeno: Massa e potere, Milano, Adelphi, 1981; Potere e sopravvivenza, Milano, Adelphi, 1974; La coscienza delle parole, Milano, Adelphi, 1984. Per un primo approccio a questa problematica canettiana, si rimanda a L. Alfieri e A. De Simone, Leggere Canetti. «Massa e potere» cinquant’anni dopo, Perugia, Morlacchi, 2011; A. De Simone e D. D’Alessandro, Conflitti invisibili. Come orientarsi nel «pensier del presente», Perugia, Morlacchi, 2011; Enza Licciardi, Maschere dell’io. Gli scritti autobiografici di Elias Canetti, Roma-Acireale, Bonanno, 2010; G. Marramao, Contro il potere. Filosofia e scrittura, Milano, 2011.

[12] D. Harwey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Milano, Feltrinelli, 2011.

[13] Il riferimento è, chiaramente, a M. Benasayag e G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Milano, Feltrinelli, 2004.

[14] M. Bertorello e D. Corradi, Capitalismo tossico. Crisi della competizione e modelli alternativi, Edizioni Alegre, Roma, 2011; P. Bevilacqua, Il nodo scorsoio del debito, “il manifesto”, 2 agosto 2011; L. Gallino, Il finanzcapitalismo, cit.; M. Zerbino, Tutti i nodi di una crisi strutturale, “MicroMega on line”, in http://temi.repubblica.it/micromega-online, 2 novembre 2011.

[15] Donatella Della Porta, Democrazie, Bologna, Il Mulino, 2011; Id., Cercando la politica: protesta e democrazia, in www.sbilanciamoci.info, 29 dicembre 2011.

[16] Si rinvia ai testi citati alla nota n. 11.

[17] Si rimanda, ancora, ai testi richiamati alla nota n. 11. Segnatamente, i lavori di Canetti, Alfieri/De Simone e Marramao.

[18] M. Foucault, Il coraggio della verità. il governo del sé e degli altri, Milano, Feltrinelli,  2011.

[19] Una più compiuta analisi del tema, secondo le linee di indagine qui abbozzate, è stata condotta in A. Chiocchi, Dilemmi del ‘politico’, vol. II, Libertà e poteri in transizione, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 2010; in part., ha rilievo l’intero cap. XIII “Esplosioni globali”, con particolare riferimento al § 4 “La pace: ovvero l’anticipazione/continuazione della guerra”.  

[20] D. Zolo, I diritti umani, la democrazia e la pace nell’era della globalizzazione, “Jura Gentium”, n. 1/2011.

[21] D. Zolo, Quale democrazia nell’Africa Mediterranea, “Iride”, n. 2/2011.

[22] R. Reich, The Decline of the Public Good, in http://robertreich.org, 4 gennaio 2012; E. Galantini, Robert Reich: il bene pubblico è in agonia, in www.rassegna.it; 5 gennaio 2012.

[23] R. Reich, op. cit.

[24] Ibidem.

[25] OCSE, Divided We Stand: Why Inequality Keep Rising, in www.oecd.org, dicembre 2011.

[26] ISTAT, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2010, in www.istat.it, maggio 2011.

[27] Caritas e Fondazione Zancan, Poveri di diritti. XI Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia, Bologna, Il Mulino, 2011.

[28] ISTAT, La povertà in Italia. Anno 2013, in www.istat.it, 14 luglio 2014.

[29] M. Valsania, Obama: tagli al Pentagono, “Il Sole-24 Ore”, 6 gennaio 2012.

[30] Frances Fox Piven, Occupy Wall Street an the Politics of Financial Morality, in www.zcommunications.org, 7 novembre 2011. Il saggio è apparso in versione italiana (traduzione di G. Volpe): Occupy Wall Street e la politica della moralità finanziaria, in www.infoaut.org, 29 dicembre 2011. La Fox Piven è uno dei più illustri studiosi della povertà, a partire dal classico Regulating the Poor. The Functions of Welfare State (New York, Vintage Books, 1971), di cui è coautrice assieme a R. A. Cloward. Con Cloward ha scritto un altro classico degli studi sulla povertà,  I movimenti dei poveri: i loro successi, i loro fallimenti, Milano, Feltrinelli, 1980.

[31] L’iniziale analisi sulla dismisura dei poteri globali, secondo questa prospettiva di indagine, è stata condotta in A. Chiocchi, Dismisure. Poteri, conflitto, globalizzazione, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 2002.

[32] Redazione Rassegna.it, In Italia si suicida un disoccupato al giorno, in www.rassegna.it,  3 gennaio 2012; Id., Crisi: aumentano suicidi e depressioni, in www.rassegna.it, 23 dicembre 2011; S. Natoli, La crisi fa paura a tutti: più pazienti sul lettino, “Il Sole-24 Ore”, 16 dicembre 2011.

[33] Anna Simone (a cura di), I suicidi. Studio della condizione umana nella crisi, Milano, Mimesis, 2014; AA.VV., Health effects of financial crisis: omens of a Greek tragedy, “The Lancet”, in www.thelancet.com , vol. 378, 22 ottobre 2011; Id., Increased suicidality amid economic crisis in Greece, “The Lancet”, in www.thelancet.com , vol. 378, 22 ottobre 2011; EURES, L’ultimo grido dei senza voce. Il suicidio in Italia al tempo della crisi, in www.eures.it, 19 maggio 2011; M. Walker, Greek Crisis Exacts the Cruelest Toll, “The Wall Street Journal”, in http://online.wsj.com, 20 settembre 2011.    

[34] Citato da S. Natoli, op. cit.

[35] AA.VV., Effects of the 2008 recession on health: a first look at European data, “The Lancet”, in www.thelancet.com , vol. 378, 9 luglio 2011.  

[36] Si rinvia all’opera di EURES citata alla nota n. 33 e a quella di Rassegna.it del 2012 citata alla nota n. 32.

[37] G. Marramao, Contro il potere, cit.

[38] A. Bonomi e E. Borgna, Elogio della depressione, Torino, Einaudi, 2011.

[39] Ibidem.

[40] E. Borgna, Di armonia risuona e di follia, Milano, Feltrinelli, 2012.

[41] V. Lusetti, Il circuito della sofferenza. Uno studio evoluzionistico sulla follia, Roma, Armando Editore, 2011.

[42] E. Borgna, La solitudine dell’anima, Milano, Feltrinelli, 2011.


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