ETICA, CULTURA E COMUNICAZIONE
di Antonio Chiocchi


1. Questioni di etica e problemi culturali

In genere, gli analisti del mercato del lavoro sono soliti circoscrivere ai salari e ai livelli occupazionali gli effetti di maggiore ricaduta negativa delle crisi economiche e finanziarie. Ma le cose non stanno propriamente in questi termini. Che la realtà sia molto più sfaccettata e complessa lo dimostra proprio la crisi globale in corso, le cui risultanze sono gravose soprattutto per i diritti di chi lavora e di chi non lavora e per la sicurezza sui luoghi di lavoro. Più l’offerta di lavoro si restringe, meno il lavoro è dignitoso. Meno il lavoro è dignitoso, più diventa pericoloso. L’abbattimento dei salari e dei posti di lavoro è soltanto la faccia in luce di uno strisciante processo di erosione dei diritti che si risolve in dilatazione della precarietà sociale e crescita dell’insicurezza sui luoghi di lavoro. Più le persone non sono sicure di lavorare, più la sicurezza sul lavoro abbassa la sua soglia, più la vita delle persone è precaria fuori e dentro il lavoro. È un tremendo circolo vizioso che è è cominciato a diventare definitivamente chiaro nel 2010 e nel 2011. Del resto, sicurezza sociale e sicurezza sul lavoro non possono essere che indissolubilmente collegate, nel bene come nel male [1].

In un contesto che vede accrescersi la precarietà sociale e lavorativa, impostare discorsi e pratiche congruenti sulla sicurezza sul lavoro diventa sempre più problematico. Trovare un solido punto di intesa culturale tra tutti gli attori del sistema sicurezza sembra essere un tema assai spinoso. Il più delle volte, soprattutto da parte del mondo delle imprese e delle aree culturali a esso più contigue, la sicurezza sul lavoro viene abbassata al rango del puro e semplice comportamentismo. È chiaro che una impostazione di questo genere tende a far salire i lavoratori sul banco degli imputati, per comportamenti inopportuni o inappropriati, rendendoli i responsabili principali, se non unici, degli infortuni sul lavoro.

Tutte le ricerche e i sondaggi condotti all’interno del mondo imprenditoriale testimoniano questo convincimento, dal quale consegue, in piena coerenza, la richiesta di un più puntuale sanzionamento dei lavoratori [2]. La campagna del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali sulla sicurezza sul lavoro, lanciata ad agosto 2010 e la cui conclusione è stata messa in cantiere per maggio 2011, ha sposato integralmente questo approccio, per trasformarlo in una strategia dell’attenzione che impegna esclusivamente i lavoratori e deresponsabilizza le imprese [3]. Se l’analisi comportamentale rimane l’unico elemento azionato in funzione della sicurezza, è chiaro che l’intervento correttivo sulle determinanti sistemiche della sicurezza del lavoro entra nel novero dell’impensato e dell’impensabile.

La campagna realizza un significativo spostamento di baricentro: dai meccanismi e dispostivi dell’attività produttiva, trasmigra verso l’universo affettivo della vita dei lavoratori. I luoghi di lavoro, nella loro strutturazione materiale e codificazione concettuale, svaniscono dall’orizzonte. Proprio facendoli svanire, la campagna attribuisce loro, in linea piuttosto esplicita, un compiuto grado di adeguatezza. Inidonei non sono mai il sistema dell’organizzazione del lavoro e i processi di prevenzione e gestione della sicurezza del lavoro, di cui la campagna tace. Per le aziende, il problema della sicurezza sul lavoro viene ridotto alla esclusiva formazione e informazione dei lavoratori. Sui lavoratori, invece, viene fatto gravare l’obbligo di non incorrere in comportamenti inappropriati e pericolosi, ritenuti la causale principale degli infortuni sul lavoro.

Secondo la campagna, è sui comportamenti dei lavoratori che è necessario intervenire. Per farlo, essa cerca di attivarli e mobilitarli, facendo leva su incentivi emozionali e affettivi: l’amore per le persone care dovrebbe indurli a porre in essere comportamenti adeguati. Alla beffa si aggiunge l’offesa: se i lavoratori si infortunano - sostiene, di fatto, la campagna - è perché non amano a sufficienza i loro cari. La campagna rivolge ai lavoratori un monito che così possiamo esemplificare: amate di più le aziende e i vostri cari, per infortunarvi di meno. Non ci sarebbe assolutamente bisogno, pertanto, di tirare in ballo diritti, tutele e garanzie. Con tutta chiarezza, siamo in presenza di una sorta di paternage istituzionale e imprenditoriale che detta le regole nella vita produttiva e in quella affettiva. I lavoratori sono ridotti a un bene totalmente rientrante nelle disponibilità aziendali.

Ora, declassare i lavoratori a bene di possesso dell’azienda equivale a ridurli a soggetti portatori di funzioni produttive, spogliandoli del tutto della titolarità dei loro diritti. Diventa qui evidente che il deficit di carattere culturale che avevamo prima individuato ne incrocia un altro di tipo etico che fende le culture istituzionali, imprenditoriali e manageriali: la razionalità contabile che governa i fenomeni sociali, le relazioni umane e la vita nel suo insieme. Secondo questa logica, ha valore solo ciò che è produttivo; ed è produttivo solo ciò che genera sempre più profitto. Dipartono da questo sostrato le ragioni di una profonda crisi culturale ed etica che la globalizzazione ha esasperato sino all’estremo grado: la prevalenza delle necessità del profitto sui bisogni della vita degli esseri umani [4]. La verità viene ora racchiusa nel calcolo e nei benefici da esso arrecati; non più nella giustizia, nei diritti e nell’equità. Ma il calcolo è vantaggioso per pochi e svantaggioso per molti. Nel penalizzare i più, il calcolo erode e abroga diritti e implementa poteri oligarchici.

Il privilegiamento costante delle scienze del calcolo e della contabilità ha impoverito la cultura nella sua accezione più elevata, mutilandola dei suoi contenuti più pregnanti di conoscenza e trasformazione. Le scienze del calcolo, rimanendo sorde e cieche nella prigione dei loro gelidi specialismi, hanno definitivamente smarrito gli strumenti di conoscenza di una realtà che si è andata sempre più facendo complessa, interdipendente e variegata [5]. Il profitto non solo non è criticato adeguatamente, ma stabilisce con energia crescente il suo imperio, diventando cultura esso stesso. La cultura del calcolo risponde solo al profitto e solo di profitto sa ragionare. Sintomatica è la posizione espressa da Giulio Tremonti, ministro dell’Economia del governo Berlusconi, che, nel corso di una Festa della Lega ad Alzano Lombardo (Bg) nell’agosto del 2010, ebbe a dire: «Dobbiamo rinunciare a una quantità di regole inutili, siamo in un mondo in cui tutto è vietato tranne quello che è concesso dallo Stato, dobbiamo cambiare. Robe come la 626 sono un lusso che non possiamo permetterci. Sono l’Unione europea e l’Italia che si devono adeguare al mondo» [6].

Non fa meraviglia che in questo humus culturale sia andato sedimentandosi un atteggiamento che ha cortocircuitato l’etica della responsabilità: 1) a un polo, ha strutturato l’irresponsabilità delle imprese rispetto alla sicurezza e alla vita dei lavoratori; 2) all’altro, ha disseminato la responsabilità dei lavoratori sia rispetto alle risultanze della sicurezza che a quelle del profitto. A suo modo, la campagna del ministero ha rappresentato il livello di massima cristallizzazione su cui queste tendenze si sono finora attestate in Italia.

2. Sicurezza sul lavoro e comunicazione

Proviamo ora a esaminare il rapporto che sussiste tra comunicazione e sicurezza sul lavoro. Due le dimensioni del problema che intendiamo isolare. La prima riguarda la qualità comunicativa del sistema sicurezza sul lavoro. La seconda, invece, le strategie comunicative della sicurezza sul lavoro.

1) La qualità comunicativa del sistema sicurezza della sul lavoro

I vari attori del sistema della sicurezza sul lavoro adottano ognuno delle strategie comunicative al loro interno e con l’esterno. Prendono, così, forma dei sottosistemi relazionali che hanno per oggetto principale la comunicazione come variabile strategica della sicurezza. Non sempre i sottosistemi comunicativi, così creati, entrano in interazione partecipata. Per lo più, anzi, essi fanno attrito tra di loro, quando, addirittura, non si ignorano. Inevitabile che i sottosistemi più deboli finiscano col soccombere sotto la pressione di quelli più forti.

La comunicazione, tanto sul piano interpersonale che su quello organizzativo, è un’arma decisiva, per ottenere risultati di eccellenza nella prevenzione e nella sicurezza sul lavoro [7]. Possiamo sicuramente dire che è una componente assolutamente centrale nell’agire istituzionale, nell’agire di impresa e nell’agire sociale in genere. Il primo elemento negativo che dobbiamo rilevare è che nei paradigmi della comunicazione istituzionale e della comunicazione di impresa, soprattutto a fronte della tipologia dell’azione di governo di questi ultimi anni, il ruolo assegnato alla comunicazione della sicurezza sul lavoro ha una valenza di rassicurazione, più che di interazione critica. La campagna ministeriale che, per sommi capi, abbiamo illustrato nel paragrafo precedente ne è un eloquente esempio.

Il ponte comunicativo gettato verso l’esterno tende a convincere della bontà dei servizi offerti nel campo della sicurezza sul lavoro, più che stimolare attenzioni e sensibilità nuove, per la ricerca di soluzioni operative più avanzate ed efficaci, in un clima sociale e politico di partecipazione e consenso. Imprese ed istituzioni tendono a creare un campo comunicativo marginale nella forma di uno spazio distributivo che non ammette interazioni, dissonanze e refutazioni.

La comunicazione sulla sicurezza sul lavoro persegue, così, l’obiettivo principale di assicurarsi la fidelizzazione dei cittadini intorno all’architettura del sistema così come è. Omette, in radice, di interrogarsi e farsi interrogare sulle carenze, sui limiti e sui vizi strutturali del sistema. I modelli congegnati dall’alto, attraverso interventi sequenziali e trasformazioni inerziali, rimangono indiscussi: nel messaggio comunicativo non si fa menzione dei piloni di sostegno del sistema della sicurezza sul lavoro. L’attività politica, economica e organizzativa delle istituzioni e delle imprese crea qui uno scambio unidirezionale: il flusso comunicativo procede sempre dall’alto in basso e non si lascia mai reindirizzare dal basso in alto, nella prospettiva esclusiva del perseguimento dell’utile degli attori di sistema più forti.

Il messaggio comunicativo è qui specificato dall’allargamento dello spazio di deresponsabilizzazione delle istituzioni e delle imprese che si ritorce in danno ulteriore a carico del sistema della sicurezza sul lavoro e dei lavoratori. Gli attori del sistema sicurezza - soprattutto quelli deboli - sono impossibilitati a scambiare informazioni cogenti, poiché la dimensione comunicativa vera e propria viene aggirata, se non vanificata. Quello conferito al sistema della sicurezza non è un valore comunicativo; bensì performativo. La precarietà informativa e comunicativa aumenta a dismisura l’esposizione dei lavoratori ai rischi. Dove non tutti gli attori partecipano alla creazione dei contenuti comunicativi e alla loro gestione, là si crea una zona di crisi della partecipazione democratica e un’elevata soglia di controfattualità delle performances. Anche per questo, il fenomeno di morti, infortuni sul lavoro e malattie professionali rimane così consistente e persistente.

V’è un ulteriore e non meno rilevante elemento negativo delle strategie comunicative unilaterali che abbiamo appena descritto: la mancata volontà di motivare. Se il flusso del messaggio viene confezionato come un dispositivo che distribuisce gerarchie comunicative non discutibili, i lavoratori non sono chiamati a partecipare attivamente alla costruzione del sistema sicurezza. L’ambiente di lavoro, conseguentemente, grava su di loro sempre più come minaccia e rischio. La carenza di partecipazione, risolvendosi in crescita della minaccia e del rischio, veicola incentivi demotivanti che estraneano sempre più i lavoratori nel e dal processo produttivo, sempre più lontano e fuori dal loro controllo.

La demotivazione dei lavoratori appare, così, funzionale all’assunzione piena del comando, da parte delle imprese e delle istituzioni, sul ciclo lavorativo e sulle sue politiche di organizzazione e gestione. Salvo, poi, far pagare i costi di un comando istituzionale e produttivo fortemente gerarchizzato: 1) ai lavoratori, in termini di morti, infortuni e malattie; 2) alla società, in termini di spese e oneri sociali crescenti. Ed è a questo livello che il circuito della deresponsabilizzazione delle imprese e delle istituzioni si chiude con una suprema perfezione.

Il circolo virtuoso tra competenza comunicativa ed etica della responsabilità viene disattivato [8]. La competenza comunicativa viene trasformata nel saper convincere gli altri della giustezza delle proprie proposte, sottraendola alla verifica partecipata della discussione e dell’esperienza. L’agire comunicativo qui non è più un agire responsabile, connotato come è unicamente dall’etica dell’impresa tendente alla massimizzazione del profitto. Il fenomeno ha un effetto di retroazione che presenta una elevata soglia controfattuale: un sistema comunicativo che non possiede i requisiti di eticità e responsabilità perde progressivamente di credibilità: cessa di essere un valore condiviso, veicolandosi come un dispositivo di comando a cui obbedire. Ciò alimenta continue tensioni sotterranee, incomunicabilità e conflitti che rendono l’ambiente di lavoro sempre meno vivibile e, quindi, sempre più rischioso.

2) Le strategie comunicative della sicurezza sul lavoro

Proviamo a esaminare, in generale, le strategie con cui viene comunicata la sicurezza sul lavoro. Quasi sempre, sono narrate storie tragiche e responsabilità individuali, di qualche singolo datore di lavoro o qualche singolo lavoratore; quasi mai, ci viene detto che il lavoro, così come è stato organizzato, è diventato un sistema che uccide: un vero e proprio killer sociale.

Una situazione così scoraggiante non è unicamente imputabile alla responsabilità dei media. Va riconosciuto che gli stessi operatori dell’informazione e della comunicazione sono avvolti in un velo di ignoranza: essi sono all’oscuro dello stato reale delle condizioni del lavoro, dei processi che scandiscono il tempo del lavoro, delle strategie che conformano gli spazi lavorativi [9]. Sono osservatori esterni disinformati che, però, vengono assegnati alla comunicazione. Sembrerebbe un paradosso; ma così non è. È un effetto di assoluta coerenza del carattere performativo attribuito alla competenza comunicativa, in base al quale le verità vere sono rimpiazzate dalle verità utili.

Per la circolazione enfatica delle logiche del profitto è utile che l’organizzazione degli ambienti lavorativi rimanga un universo chiuso, non regolabile e controllabile dalla partecipazione democratica. Il libero accesso alla conoscenza trasformativa dei fattori di rischio viene precluso. Gli imprenditori, in genere, ignorano la portata degli agenti di rischio che vanno a connotare l’organizzazione contemporanea del lavoro. Ma anche questo tremendo limite di fondo ha una sua motivazione utilitaristica: ignorare, velare o minimizzare le condizioni di rischio dell’organizzazione del lavoro è la premessa indispensabile, per non ritenere necessario alcun intervento correttivo. Lo stesso sindacato non è più particolarmente presente sul tema dell’organizzazione del lavoro [10]. E, pertanto, non ha il polso della nuova composizione sociale del lavoro, dei nuovi modi del produrre e delle nuove tecnologie produttive.

Occorrerebbe una presa di consapevolezza generale che riveda, da capo a fondo, le strategie comunicative che riguardano la sicurezza sul lavoro; e non solo. Per far ciò, si dovrebbe ritornare alla realtà vera delle condizioni di lavoro, per analizzarle, descriverle e comunicarle, rispettando i canoni etici della responsabilità. E, quindi, aprire e sostenere un conflitto dentro e fuori il processo lavorativo, dentro e fuori il sistema dei media, in opposizione alle logiche comunicative prevalenti e ricorrenti. Non si profila altra strada all’orizzonte, se si vuole - come si deve - contribuire a costruire e allargare una sfera pubblica di discussione democratica sulla sicurezza sul lavoro.

Siamo di fronte a un problema generale di cultura e responsabilità etica. Gli attori sociali deboli sono come esternalizzati, pur rimanendo ben dentro la società: i loro poteri di controllo democratico sono progressivamente ridotti. Il fenomeno ha variabili strategiche di prima grandezza, poiché si accompagna a un processo di deprivazione relativa che sottrae dalla sfera pubblica risorse materiali e culturali di rilievo. Così, le zone dell’arbitrio risultano ampliate e, al contrario, ristrette quelle dei diritti. E, come sempre, all’arbitrio fa eco l’impoverimento culturale della società e l’immiserimento dei suoi codici etici.

Il comportamento umano, nei contesti lavorativi come in tutti gli altri, non è determinato e determinabile unicamente da variabili strutturali [11]. È esso stesso: 1) il costrutto di molteplici azioni, reazioni e retroazioni sociali; 2) il precipitato di una serie distribuita di rappresentazioni sociali e codificazioni simboliche. Un comportamento inappropriato, di per sé, non è la causa scatenante dell’evento infortunistico. È esso medesimo il prodotto finale della complessità dei processi e delle decisioni che, a monte, disegnano l’ordito e le logiche entro cui i lavoratori e gli operatori sono chiamati ad agire. Non possiamo prescindere da un’evidenza primaria: il comportamento è una relazione comunicativa. Se è errato, disvela una catena di errori comunicativi, di cui i responsabili principali sono i decisori e gli organizzatori, non già gli esecutori. Comunicare sicurezza sul lavoro attraverso la virtuosità dei comportamenti si rivela, pertanto, una grande ingenuità e, insieme, una grossa mistificazione.

In uno scenario di questo tipo, i media non mettono - e non possono mettere - al centro del loro interesse i contesti lavorativi. E, dunque, non può stupire che essi comunichino, per non comunicare; rimuovano gli ambiti lavorativi, anziché rivelarli. Più che di sicurezza sul lavoro, essi mettono in scena la narrazione dell’infortunistica: l’evento infortunistico viene narrato, dissociandolo dal suo ambiente e drammatizzandolo fuori dal sistema della sicurezza sul lavoro cui compete. Nel teatro della comunicazione sociale viene lasciato posto soltanto al lutto e alla sua celebrazione; le azioni e contro-azioni per la costruzione di un sano e sicuro ambiente di lavoro non vengono prese in considerazione e, laddove si esprimono, sono tacitate impietosamente.

La comunicazione sulla sicurezza sul lavoro revoca il messaggio principale che pure dovrebbe fornire: gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali non sono eventi fatali o accidentali; piuttosto, l’esito coerente determinato da sistemi lavorativi e di controllo pensati male e peggio architettati. L’interazione di tali sistemi con decisori e operatori rivela sistematicamente una bassa competenza in termini di sicurezza. I modi del produrre e le strategie organizzative assemblano ambienti che non mettono al centro del loro essere e agire la sicurezza sul lavoro, variabile assente tanto a livello di progettazione che di comunicazione. Quando e se avviene, l’intervento sulla sicurezza sul lavoro si sviluppa sempre a cose fatte: dopo l’evento infortunistico e senza alcun effetto sulle cause che l’hanno scatenato.

La comunicazione sulla sicurezza sul lavoro naturalizza la proliferazione dell’evento infortunistico come ricorrenza inevitabile e inestirpabile. Dentro e fuori il contesto lavorativo, tutte le interfacce comunicative diffondono il messaggio secondo il quale il lavoro è naturalmente insicuro e, quindi, non sono da ricercarsi a monte responsabilità politiche, etiche e organizzative, per progettare e costruire in controtendenza ambienti di lavoro sani e sicuri. La morte sul lavoro viene normalizzata: per una cultura ed etica di questo tipo, è normale che lavorando si muoia.

3. La campagna dell’Agenzia europea sulla manutenzione e sicurezza sul lavoro

Il 28 aprile 2010, in occasione della Giornata mondiale della sicurezza sul lavoro, è stata lanciata a Bruxelles la nuova settimana europea promossa dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro che, per il biennio 2010/2011, è stata focalizzata sulla manutenzione sicura [12]. Secondo le ricerche dell’Agenzia, nell’UE la percentuale degli infortuni mortali sul lavoro imputabili alla carenza di manutenzione è stimabile intorno al 10-15%; mentre il 15-20% del totale degli infortuni è collegabile a un deficit di manutenzione [13].

L’obiettivo principale della campagna è quello di rendere gli ambienti di lavoro più sani e più sicuri, attraverso un approccio integrato alla manutenzione. Ma non bisogna dimenticare che la manutenzione stessa è un’attività lavorativa ad alto rischio; in Italia, per esempio, l’11-12% degli infortuni avviene in fase di manutenzione [14].

I rischi a cui sono sottoposti i lavoratori che operano nel settore della manutenzione sono:

Rischi fisici

  1. scivolate, cadute all’alto, incidenti connessi all’uso di attrezzature varie;
  2. rumori;
  3. vibrazioni;
  4. caldo e freddo eccessivi;
  5. radiazioni;
  6. carichi di lavoro pesanti;
  7. movimenti gravosi;
  8. lavorazioni in posizioni innaturali.

Rischi chimici

  1. esposizione alle fibre (amianto, fibre di vetro ecc.);
  2. incendi ed esplosioni;
  3. contatto con sostanze pericolose.

Rischi biologici

  1.  batteri;
  2.  muffe e funghi.

Rischi psicosociali

  1. ritmi di lavoro incalzanti;
  2. organizzazione di lavoro inadeguata;
  3. orari di lavoro penalizzanti dal punto di vista sociale.

4. Manutenzione sicura per lavoro sicuro

I più frequenti infortuni correlati a una carente manutenzione dipendono da: 1) impianti elettrici difettosi; 2) apparecchiature di sollevamento non sottoposte a ispezioni e manutenzioni; 3) superfici irregolari, inclinate, scivolose o con buche; 4) condotte di ventilazione difettose e conseguente accumulo di polvere [15].

L’Agenzia europea ha dettato le cinque regole principali della manutenzione sicura che passiamo a sintetizzare [16].

1) Pianificazione

I datori di lavoro devono iniziare con una accurata valutazione dei rischi delle attività di manutenzione che si debbono eseguire, coinvolgendo attivamente i lavoratori. I principali elementi della pianificazione vertono su:

  1. ambito del compito: cosa occorre decidere fare e come farlo;
  2. riflessi del compito: tenere conto che le decisioni e azioni di manutenzione si riverberano sugli altri lavoratori e sulle altre attività lavorative;
  3. caratteristiche della valutazione del rischio: individuare i rischi potenziali e approntare le misure necessarie per eliminarli o ridurli al minimo;
  4. elementi indispensabili dell’attività: individuare con cognizione di causa chi sarà coinvolto, quali saranno i ruoli e le responsabilità di ciascuno, quali strumenti si utilizzeranno, quali attrezzature di protezione individuale si potranno rendere necessarie;
  5. quantificare preventivamente il tempo e le risorse necessari all’attività di manutenzione;
  6. approntare un piano di comunicazione tra il personale addetto alla manutenzione, quello addetto alla produzione e tutte le altre parti interessate.

2) Rendere sicura la zona di lavoro

  1. mettere in sicurezza la zona di lavoro: impedire l’acceso a essa alle persone non autorizzate con barriere o segnali;
  2. chiudere a chiave i punti di accesso all’energia elettrica, instaurare un sistema di ventilazione provvisorio e tracciare dei percorsi sicuri di accesso e uscita dall’area di lavoro;
  3. possibilmente, le operazioni di manutenzione devono avvenire senza rimuovere dai macchinari gli apparati di protezione;
  4. i lavoratori della manutenzione devono aver ricevuto una formazione che li metta in condizione di poter decidere se, quando e come rimuovere gli apparati di protezione.

3) Usare attrezzature adatte

  1. i lavoratori che partecipano all’attività di manutenzione devono essere dotati dell’attrezzatura adatta, diversa da quella usata consuetamente; /li>
  2. poiché dovranno operare in spazi non concepiti per ospitare persone al lavoro, devono anche essere muniti di un’adeguata attrezzatura di protezione individuale.

4) Lavorare secondo la pianificazione effettuata

  1. olitamente la manutenzione viene svolta sotto l’incalzare di tempi stretti: è necessario rispettare la pianificazione, anche quando il tempo incalza;
  2. e si verificano fatti imprevisti, occorre segnalarli ai supervisori, oppure consultare altri specialisti;
  3. non oltrepassare mai i compiti definiti dal piano di lavoro e che vanno oltre le proprie competenze.

5) Effettuare controlli finali

  1. vi deve essere, in ogni caso, un controllo finale che garantisca il completamento del lavoro, le condizioni di sicurezza dell’ambiente e/o dell’oggetto sottoposto a manutenzione, lo smaltimento di tutto il materiale di scarto prodotto;
  2. fatti tutti i debiti controlli, si può dichiarare conclusa la manutenzione;
  3. bisogna, quindi, stendere la relazione finale che descriva il lavoro svolto e illustri le difficoltà incontrate e proponga suggerimenti e raccomandazioni per il futuro.

Esistono due fondamentali tipologie di manutenzione: la manutenzione correttiva e la manutenzione preventiva.

La manutenzione correttiva avviene, allorché sono richieste operazioni di riparazione di un sistema o di un oggetto, per renderlo nuovamente perfettamente funzionale; questo tipo di manutenzione è anche noto come manutenzione reattiva.

La manutenzione preventiva si ha, quando interventi di controllo e manutenzione vengono effettuati a intervalli regolari, predeterminati o secondi criteri prestabiliti, allo scopo di ridurre le probabilità di guasto o degrado del funzionamento di un sistema o di un elemento [17].

Vi sono, infine, quattro sottoclassi di operazioni di manutenzione:

  1. configurazione, preparazione, installazione, montaggio, smontaggio, smantellamento;
  2. manutenzione, riparazione, messa a punto, regolazione;
  3. pulizia meccanica o manuale di zone di lavoro e macchinari;
  4. monitoraggio, ispezione di procedure di fabbricazione, aree di lavoro, mezzi di trasporto, attrezzature con o senza apparecchi di monitoraggio [18].

Ma perché, si chiede l’Agenzia, è necessario effettuare una corretta manutenzione?

In primo luogo, perché essa tutela in sommo grado la salute e la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini. È indiscutibile che una manutenzione sicura sia una forte base di sostegno per la sicurezza e la salute sui luoghi di lavoro.

In secondo luogo, perché: «Una manutenzione sicura è nell’interesse anche degli stessi imprenditori. La valida gestione della sicurezza e della salute sul lavoro (SSL) è un bene per l’azienda e caratterizza le organizzazioni efficienti. Per quanto riguarda la manutenzione inoltre, esiste un nesso tra la valida gestione di SSL e le procedure di garanzia della qualità: ad un macchinario sottoposto ad una corretta manutenzione corrisponderà probabilmente un prodotto altrettanto valido» [19].

5. La filosofia della manutenzione

Il punto dolente è che anche in materia di manutenzione l’intervento, per lo più, avviene post-fatto: dopo che il guasto e l’incidente sono avvenuti e i danni sono stati già consumati.

Vi è la credenza diffusa che un sistema, un macchinario o una qualunque altra struttura rimangano sempre perfettamente funzionanti, senza che si debba intervenire con adeguate azioni di manutenzione [20]. Ed è una credenza che fa parte non solo del corredo genetico delle culture istituzionali e imprenditoriali, ma ha impregnato di sé le coscienze comuni e l’immaginario collettivo. La reperiamo non solo in tutti i luoghi di lavoro, ma anche in tutti gli spazi della vita pubblica e privata, coinvolgendo e involgendo tutti quanti noi.

Ora, il punto essenziale è proprio questo: la manutenzione è di fondamentale importanza per lavorare e vivere meglio e sicuri in fabbrica, negli uffici, nelle case e nelle città [21].

Deve scattare qui un radicale cambiamento di cultura, una revisione integrale della mentalità di approccio al problema, fino a far diventare la manutenzione una filosofia di vita. Se continuiamo a ridurla a tecnica di intervento riparatorio, la continueremo ad applicare poco e male (e a cose fatte) negli ambienti di lavoro, nell’arredo urbano, nelle infrastrutture materiali e immateriali e così via. Dobbiamo cominciare a concepirla come spazio di vita da cui dipende la qualità della nostra vita e del nostro lavoro.

Manutenere significa lavorare meglio e vivere meglio, avere rispetto della propria e altrui vita, assumendosene la piena responsabilità. Manutenere, dunque, significa avere cura, in tutti i significati e le coniugazioni possibili. I presupposti su cui regge l’aver cura sono due e possiamo così sintetizzarli: 1) la terra è la nostra casa; 2) noi siamo suoi ospiti e non già despoti. Nel rispetto verso la terra collochiamo il rispetto verso gli altri e noi stessi.

La manutenzione degli ambienti di lavoro non è altro che una articolazione della responsabilità più generale che ci impegna eticamente, per il rispetto della salute del mondo, dell’integrità della vita degli altri, della ricchezza degli ambienti di vita.

Solo se riusciamo a operare questo difficile passaggio, la manutenzione può diventare una filosofia di vita che ispira tutte le nostre condotte e i nostri comportamenti, scardinando le logiche dell’utile che governano l’organizzazione del lavoro e i ritmi della vita sociale e privata.

6. Il ciclo infortunistico a livello internazionale

I dati forniti dall’ILO nel 2010 e 2011 ci mostrano un quadro internazionale preoccupante, dal quale emerge un pianeta tagliato in due: 1) i Nord del mondo che fronteggiano i rischi emergenti collegati alle nuove tecnologie e ai nuovi ambienti di lavoro; 2) nei Sud del mondo aumenta la disoccupazione e, di conseguenza, si estende la piaga del lavoro precario e insicuro.

Secondo le stime dell’ILO:

  1. ogni giorno nel mondo 6.300 lavoratori perdono la vita:
  2. ogni anno nel mondo gli infortuni mortali sono 358mila;
  3. ogni anno nel mondo gli infortuni che provocano più quattro giorni di assenza dal lavoro sono 337 milioni;
  4. il costo economico degli infortuni sul lavoro è pari a circa il 4% del PIL mondiale;
  5. in Europa e negli altri paesi industrializzati, lo stress è all’origine del 50-60% delle giornate lavorative perdute e rappresenta, per frequenza, il secondo fattore di rischio dei disturbi collegati all’attività lavorativa;
  6. nei paesi in via di sviluppo, oltre l’80% della popolazione attiva fruisce di bassi salari e ha protezioni sociali carenti che si risolvono in livelli di sicurezza sul lavoro assolutamente deficitari;
  7. l’economia informale obbliga i lavoratori dei Sud del mondo ad accettare condizioni di lavoro insicure e insalubri che colpiscono soprattutto i fanciulli e le donne [22].

La perdita di vite umane sul lavoro continua a procedere a ritmi intollerabili; come non tollerabili sono le dinamiche infortunistiche. Non preoccupano soltanto gli effetti negativi dei tradizionali e, ormai, consolidati fattori di rischio. Si affacciano rischi di nuova generazione ancora più insidiosi a partire dallo stress, il quale si sta già allargando a macchia d’olio, soprattutto nei paesi più avanzati.

Nell’odierno mondo globale, dove le integrazioni di processo e le trasmissioni dei fenomeni avvengono a ritmo accelerato, se non in tempo reale, la sinergia e l’osmosi tra rischi storici e rischi nuovi ed emergenti può fungere da propellente devastante. Compromesse possono risultare non solo la sicurezza e salute sul lavoro, ma la stabilità stessa dei sistemi sociali. Se queste tendenze non saranno arginate e invertite di segno, saremo trasportati verso società sempre più vulnerabili, all’interno di cui le fasce sociali deboli - nei Sud come nei Nord del mondo - saranno destinate a pagare un prezzo sempre più esorbitante.

Si tratta di interrompere la catena di quello che possiamo definire ciclo infortunistico che ripete, con scoraggiante puntualità, le sue evoluzioni, rispettando sistematicamente le leggi e le gerarchie di priorità che lo governano. Anche involontariamente, celebriamo l’inattaccabilità del ciclo infortunistico, visto che sembra essere sempre più connaturato al nostro vivere e agire sociale, al punto che finiamo col dubitare che possa essere un giorno scardinato dai nostri sistemi associati. Ciclo infortunistico e ciclo produttivo e lavorativo sono, ormai, componenti interne di un unitario processo di accumulazione che fa perno sul profitto, a scapito delle persone e, in genere, della vita degli esseri umani e del pianeta.

7. Il ciclo infortunistico secondo i dati dell’INAIL

Diversamente dagli anni precedenti, nel 2011 l’INAIL non ha elaborato un rapporto analitico organico e ben strutturato. Ha, invece, fornito una serie di dati, scorporati dai suoi archivi a intervalli più o meno regolari. L’unico contributo che presenta un grado di sistematicità analitica e argomentativa è quello apparso sul n. 2/2010 della “Rivista degli infortuni e delle malattie professionali” che, pur essendo molto apprezzabile, non presenta il grado di organicità e compiutezza dei precedenti rapporti annuali dell’INAIL.

Tracceremo la “mappa” dei dati forniti in sequenza dall’INAIL, con riferimento sia ai dati certi del 2009 che a quelli previsionali del 2010. Assumeremo, ovviamente, come fonte esclusiva le basi di dati rese disponibili dall’INAIL

1) I dati relativi al 2009

In una prima presentazione a Roma del 20 luglio 2010, il presidente dell’Istituto Marco Sartori ha fornito le seguenti cifre relative agli infortuni sul lavoro e alle malattie professionali del 2009, alla data di rilevazione ufficiale del 30 aprile 2010 [23].

Vediamoli in rapida sintesi.

Flessione degli infortuni e delle morti sul lavoro

Nel 2009, sono avvenuti 790mila infortuni, con un calo di 85mila (-9,7%) rispetto al 2008. I casi mortali sono stati 1.050, con 70 decessi in meno (-6,3%) rispetto al 2008.

Contrazione del tempo di esposizione al rischio

Lo stesso Istituto rileva che, per effetto della crisi produttiva e occupazionale, il 2009 è stato un anno caratterizzato da una contrazione delle giornate di lavoro e, dunque, dell’esposizione al rischio. L’Istituto valuta la riduzione del tempo di esposizione nell’ordine circa del 3%.

Dinamica per aree produttive

La flessione degli infortuni è stata più sostenuta nell’Industria (-18,8%) che nei Servizi (-3,4%) e nell’Agricoltura (-1,4%). Il decremento più significativo è stato registrato nel comparto manifatturiero (-24,1%) e nelle costruzioni (-16,2%). Per quello che concerne i Servizi, il calo più apprezzabile si è verificato nei trasporti (-12,5%) e nel commercio (-9,1%).

Per gli infortuni mortali, il 2009 ha segnato una significativa contrazione nell’Industria (-7,9%) e nei Servizi (-6%%); mentre l’Agricoltura ha fatto registrare una sostanziale stabilità

Dinamica territoriale

La riduzione degli infortuni ha riguardato tutte le grandi aree geografiche, con un andamento più accentuato nel Nord-Est (-12,8%) e nel Nord-Ovest (-9,3%). Decrementi meno sensibili sono stati registrati al Centro (-8,2%) e nel Mezzogiorno (-6,8%).

La flessione dei casi mortali si è concentrata nel Nord-Est (-21,9%). Nel Nord-Ovest il calo è stato minore (-6,2%); ancora più contenuto quello nel Mezzogiorno (-1,7%). In controtendenza il Centro che ha fatto registrare un aumento degli infortuni mortali (+7,9%).

Lavoratori stranieri

Per la prima volta, l’INAIL ha registrato un decremento degli infortuni occorsi ai lavoratori stranieri, passati dagli oltre 143mila del 2008 ai 119mila del 2009 (-17%). La flessione ha interessato prevalentemente il genere maschile (-20,3%) rispetto a quello femminile (-4,9%).

Sono parimenti diminuiti i casi di infortuni mortali, scendendo dai 189 del 2008 ai 150 del 2009.

Rumeni, marocchini e albanesi sono stati, nell’ordine, gli stranieri che hanno denunciato il maggior numero di infortuni, totalizzzandone il 40%; se consideriamo gli infortuni mortali, la percentuale si impenna ulteriormente, superando il 50%.

Malattie professionali

Il 2009 è stato l’anno record nella denuncia delle malattie professionali: 34.646, che costituisce il valore più alto degli ultimi 15 anni, per un aumento del 15,7% rispetto ai circa 30mila casi del 2008 e del 30% rispetto ai circa 27mila del 2005.

L’Agricoltura è il settore produttivo maggiormente interessato da questo aumento. In un solo anno, le denunce sono più che raddoppiate: dalle 1.834 del 2008 si è passati alle 3.914 del 2009 (+113,4%).

Passando alla tipologia delle denunce, bisogna rilevare il sensibile aumento delle malattie dell’apparato muscolo-scheletrico (tendiniti, affezioni dei dischi intervertebrali, sindrome del tunnel carpale), imputabile al sovraccarico biomeccanico. Nel 2009, sono stati denunciati quasi 18mila casi, con un aumento del 36% rispetto al 2008; nel 2005, i casi denunciati erano stati quasi 9.000.

Comparazione con l’UE

Con riferimento al 2007, ultimo anno per il quale sono disponibili i dati organici forniti da Eurostat, l’Istituto ha fatto rilevare che l’Italia ha realizzato risultati migliori.

Nel 2007, l’Italia ha fatto registrare un indice infortunistico pari a 2.674 infortuni per 100mila occupati; indice più favorevole a quello medio riscontrato nelle due aree UE: 3.279 area euro; 2.859 area UE a 15. Secondo la graduatoria risultante, l’Italia è collocata meglio dei maggiori paesi del vecchio continente: Spagna indice infortunistico pari a 4.691, Francia 3.975 e Germania 3.125.

Per quello che concerne i casi di infortunio mortale, fa osservare l’Istituto, l’Italia mantiene indici più alti di quelli della media europea: 2,5 decessi per 100mila occupati contro 2,1.

In un’intervista ospitata, per l’occasione, sul sito dell’INAIL, Sartori ha tracciato un valutazione estremamente positiva dell’andamento infortunistico del 2009. A suo parere, «I dati confermano che il sistema lavoro ha investito in sicurezza ... e che stanno cambiando la cultura e l’approccio delle imprese a queste tematiche: Segno anche di una forte e capillare presenza dell’INAIL, che è riuscita a fare penetrare un concetto basilare: la sicurezza prima di tutto» [24]. Interrogato sulla circostanza che meno lavoro (per effetto della crisi) comportasse meno infortuni, Sartori ha precisato: «Sì, è vero, ma per quanto riguarda gli infortuni solo meno del 30% del miglioramento è dovuto alla crisi economica. Il che vuol dire che il 70% è da attribuirsi ad altri fattori. Su tutti: una maggiore attenzione al tema della prevenzione e un vero cambiamento nell’approccio alle tematiche della sicurezza nel suo complesso» [25].

2) Anticipazione dei dati del 2010

Intervenendo il nove febbraio 2011 a Roma al convegno SIS - Sviluppo Imprese in Sicurezza, organizzato dall’INAIL e dalla Confindustria, il direttore generale dell’INAIL, Giuseppe Lucibello, ha anticipato i dati degli archivi gestionali aggiornati al 31 dicembre 2010. Secondo le stime INAIL, nel 2010 i casi mortali potrebbero essere meno di 1.000 [26]. Ma Lucibello ha avvertito che bisognava considerare il dato con la dovuta cautela statistica, in quanto occorreva ancora attendere qualche mese, per avere l’ufficializzazione precisa e definitiva.

In ogni caso, pur richiamando alla necessaria prudenza, Lucibello ha affermato: «I dati dei nostri archivi gestionali aggiornati al 31 dicembre scorso registrano, infatti, un -2% circa di infortuni, mentre per la prima volta dal dopoguerra a oggi sono scesi sotto i 1.000 gli incidenti mortali. Non c’è ragione alcuna per esaltarsi - ogni morto sul lavoro rappresenta un evento inaccettabile - ma vi sono certo i presupposti per proseguire con forza e convinzione il percorso intrapreso, declinando, al meglio, migliorandole e diffondendole, le politiche di prevenzione» [27].

3) Prime stime preliminari dei dati 2010

Il cinque marzo 2011, l’INAIL ha reso disponibili le prime stime preliminari riguardanti l’andamento infortunistico del 2010, non mancando di segnalare il loro carattere di ufficiosità, essendo state ottenute secondo criteri statistici previsionali [28].

Vediamole in sintesi.

Morti sul lavoro

In tutta Italia, i morti sul lavoro sono stati 980, con una flessione del 6,9% rispetto al 2009; per la prima volta, dal 1993, i casi mortali scendono sotto la soglia dei 1.000..

Infortuni sul lavoro

Meno pronunciata la flessione degli infortuni sul lavoro: 775mila, 15mila in meno rispetto al 2009 (-1,9%).

Dinamiche per aree produttive

Il calo degli infortuni è stato più consistente nell’Industria (-6,1%) che ha registrato un ulteriore calo di occupati rispetto al 2009 (-2,9%). In Agricoltura, il decremento è stato più contenuto (-4,9%). Nel comparto dell’edilizia si è registrata la flessione più grande (-7,3%), a fronte di una occupazione sostanzialmente stabile (-0,1%). Nei servizi, a fronte di un leggero incremento occupazionale (+0,4%), si è verificato un aumento degli infortuni (+1,3%).

Per ciò che riguarda i casi di infortuni mortali, invece, l’Industria è passata da 487 decessi nel 2009 a 445 del 2010 (-8,6%). Le Costruzioni hanno fatto segnare un miglioramento ancora più sensibile, passando da 229 a 205 morti (-10,5%). Appena di poco inferiore la performance registrata in Agricoltura, passata da 128 a 115 morti (-10,2%). Nei Servizi si è verificata la flessione più lieve, con 18 morti in meno (-4,1%).

Dal punto di vista geografico, il calo del numero degli infortuni appare generalizzato. L’andamento più confortante è stato registrato nel Mezzogiorno (-3,2%), seguito dal Centro (-1,8%) e dal Nord (-1,5%). Va considerato, però, che il Mezzogiorno è stato particolarmente penalizzato dalla crisi occupazionale: -1,6% contro il -0,4% nel Nord e un lieve miglioramento al Centro.

Per gli infortuni mortali, infine, risalta la flessione dell’11,8% verificatasi nel Centro che, però, nel 2009 era stata interessata da una forte recrudescenza. Il Nord è stato interessato da una flessione più contenuta: -5,7%; il Mezzogiorno è, sostanzialmente allineato sulle posizioni del Nord: -5,5%.

La diffusione dei dati ufficiali dell’INAL avverrà attraverso la banca dati statistica, con un primo aggiornamento al 30 aprile 2011 e un secondo aggiornamento definitivo al 31 ottobre 2011.

8. Critica della razionalità statistica dei dati INAIL

Le prime domande che dobbiamo porci sono: per la rilevazione del grado di sicurezza/insicurezza dei luoghi di lavoro, possiamo affidarci ai meri dati quantitativi? O non è, forse, scientificamente più corretto riferirsi a più indicatori di omogeneità/disomogeneità, soprattutto per le comparazioni in campo europeo e internazionale?

1) La logica delle rilevazioni dell’INAIL

Che i rilevamenti dell’INAIL privilegino i dati quantitativi appare fin troppo chiaro. Come altrettanto chiaro pare il loro ancoraggio su monoindicatori di omogeneità che insistono sulla onnipervasività dichiarativa delle fonti ufficiali. A questo tipo di fonti fa difetto, per natura, la conoscenza: 1) di ciò che si sottrae o è sottratto alla ufficialità; 2) di ciò che attraversa diverse scale di indicizzazione qualitativa e che, per questo, non viene nemmeno intravisto, se si procede classificando per dati compatti.

Gli indici di omogeneità sono necessari proprio per comparare ambiti differenti: senza di essi, i numeri, di per sé, occultano, anziché chiarire i significati. La comparazione per numeri, la pura e semplice razionalità statistica, perviene a false conclusioni e sovralimenta false certezze.

Abbiamo visto che i dati forniti dall’INAIL, a partire dal 2009, danno per avvenuta la tendenza all’abbassamento della ricorrenza degli infortuni in generale e degli infortuni mortali in particolare. Pur correlando correttamente il fenomeno alla contrazione dei livelli occupazionali, dell’attività produttiva e del numero di ore effettivamente lavorate, le rilevazioni statistiche dell’INAIL concludono che la decrescita degli infortuni e delle morti sul lavoro sia stata proporzionatamente maggiore della flessione occupazionale e produttiva cagionata dalla crisi globale in corso. La giustificazione del ragionamento riposa su operazioni che hanno un taglio statistico-numerico.

Nel discorso di supporto dell’INAIL [29], manca una correlazione scientifica delle ore e dei numeri di infortuni e morti sul lavoro con le varie grandezze omogenee in gioco sul piano temporale e che, nell’ordine, riguardano due ordini di problematiche tra loro intimamente compenetrate:

1. Sfera produttiva e accumulativa di pertinenza dell’ISTAT e altri soggetti (Camere di Commercio, Casse edili, Istituti di ricerca ecc.)

  1. volumi di produzione per settori e comparti produttivi;
  2. indici di produttività per settori e comparti produttivi;
  3. livelli occupazionali e ore effettivamente lavorate per settori e comparti produttive;
  4. incidenza della cassa integrazione straordinaria e ordinaria per settori e comparti produttivi;
  5. dinamica di ingrossamento/sfoltimento delle liste di mobilità;
  6. uso delle ferie, dei permessi retribuiti e non retribuiti per settori e comparti produttivi.

2. Sfera assicurativa di pertinenza dell’INAIL

  1. dichiarazioni di dimissioni o licenziamenti attraverso la Denuncia Nominativa Assicurati (DNA);
  2. verifica dell’apertura/rinnovo/cessazione dei rapporti a termine;
  3. verifica della trasformazione dei rapporti a termine in contratti a tempo indeterminato;
  4. verifica dell’apertura/chiusura dei contratti di collaborazione continuativa e dei contratti di collaborazione a progetto;
  5. verifica dell’apertura/chiusura dei contratti di apprendistato;
  6. verifica dell’apertura/chiusura dei rapporti di tirocinio e formazione.

Come si vede, la rete delle grandezze omogenee da intrecciare e comparare è estremamente vasta e un lavoro del genere non è stato ancora organicamente fatto. Fa eccezione la FILLEA-CGIL che ha cominciato a riempire questo spazio vuoto; come vedremo subito dopo. Un lavoro di questo tipo non solo non è stato avviato, ma nemmeno pensato dall’INAIL, le cui conclusioni destano non poche perplessità: sembrano supportare un interessato convincimento ideologico più che discendere dall’analisi comparata dei fenomeni reali; come ben esemplificato dalle dichiarazioni di Sartori e Lucibello che abbiamo innanzi riportato.

2) La critica della FILLEA

Con stretto riferimento al settore delle Costruzioni, la FILLEA-CGIL ha indirizzato ai dati INAIL del 2009 obiezioni che, in un certo senso, si sono mosse nel solco delle considerazioni che abbiamo appena svolto [30].

Significativamente, le osservazioni critiche della FILLEA sono aperte da una citazione di Albert Einstein: «Quando le leggi della matematica si riferiscono alla realtà, non sono certe; e quando sono certe, non si riferiscono alla realtà». Passando alle obiezioni, la FILLEA ha fatto rilevare che nelle Costruzioni l’INAIL ha segnalato per il 2009 un calo degli infortuni del -16,2% e degli infortuni mortali del -1,4%.

Ora, la FILLEA ha elaborato una molteplicità di scale di omogeneità, pervenendo a una diversa indicizzazione qualitativa. Vediamone meglio schema.

Come prima e seconda scala di omogeneità, la FILLEA ha mantenuto i dati statistici dell’INAIL degli anni 2008 e 2009, relativi agli infortuni e ai morti sul lavoro.

Poi, ha introdotto altre scale di omogeneità, derivandole tutte dai dati della Commissione Nazionale Paritetica per le Casse Edili: le ore di infortunio, le ore di malattia, le ore di non lavoro ad altro titolo e il numero degli addetti, con riferimento sia al 2008 che al 2009.

Ne è venuto fuori un quadro che disconferma le flessioni statistiche segnalate dall’INAIL, testimoniando, piuttosto, una recrudescenza sia degli infortuni che dei casi mortali:

  1. nel 2008: si è verificato un infortunio ogni 7.496 ore e un infortunio mortale ogni 3.172.774 ore;
  2. nel 2009: si è verificato un infortunio ogni 7.614 ore e un infortunio mortale ogni 2.739.329 ore [31].

Il tutto a tacere del numero di infortuni che i lavoratori non denunciano all’INAIL, per ricatto, pressioni o perché irretiti nelle spirali del lavoro irregolare.

3) Una critica sistemica

Ma, oltre a quella della FILLEA, v’è una critica di carattere sistemico, avverso la razionalità che guida le statistiche dell’INAIL ed è stata avanzata da Antonio Frenda, ricercatore dell’ISTAT [32].

Nel suo studio critico, Frenda parte da una semplice considerazione: i tassi infortunistici rilevati dall’INAIL sono più bassi della media europea, anche se il tasso effettivo, con tutta probabilità, è più elevato. Per quale motivo registriamo questo fenomeno? La risposta di Frenda è altrettanto semplice: perché nelle rilevazioni INAIL non viene (e non può essere) conteggiato il lavoro sommerso e il ruolo sociale giocato dalle economie criminali, soprattutto nel Sud del paese.

Ma la critica di Frenda è ancora più profonda e tocca il cuore della logica statistica dell’INAIL che, da qualche anno, ha accettato integralmente la metodologia ESAW (European Statistcs on Accident at Work), utilizzata da Eurostat. Secondo questa metodologia, come è noto, rivestono rilievo due indicatori statistici: il numero degli infortuni e la loro frequenza. La frequenza è data dal rapporto tra il numero degli infortuni e la popolazione degli occupati, in Italia calcolata dalle indagini campionarie periodiche effettuate dall’ISTAT.

Come fa osservare Frenda, siamo qui in presenza di un rapporto che vede al numeratore i dati di una fonte amministrativa (l’INAIL) e al denominatore i dati di una fonte statistica (l’ISTAT). Le due fonti si rifanno, quindi, a scale omogenee assai diverse: esse vanno interpretate al loro interno e analizzate nella relazione comunicativa che si istituisce tra di loro.

V’è un ulteriore differenza: mentre l’ISTAT può stimare statisticamente le forze di lavoro del sommerso, l’INAIL (e l’INPS) non può certificare, in base alle denunce amministrative, il numero degli infortuni avvenuti nell’economia illegale. Si può stimare la percentuale degli infortuni indennizzabili, ma non denunciati avvenuti nel lavoro irregolare, in base a calcoli che li approssimano ai tassi di quelli regolarmente denunciati; ed è un’ipotesi per difetto che li “eguaglia” a quelli regolari.

Lavorando a questa ipotesi e riferendosi ai dati INAIL del 2008, Frenda conclude che: «Nel complesso, in Italia, si valuta che siano circa 210mila gli infortuni concernenti lavoratori irregolari, ovvero circa un quarto del totale degli infortuni rilevati nel 2008 dall’INAIL. Si tratta di stime basate su ipotesi, che utilizzano variabili talvolta misurate con metodi diversi o relative a periodi diversi (ma prossimi), e quindi i dati vanno considerati solo tendenzialmente, come misura approssimata del fenomeno» [33]. Pur nell’approssimazione e su una scala minimalista, si tratta di un elemento aggiuntivo al quadro statistico fornito dall’INAIL.

9. La proliferazione dei rischi: tra rischi nuovi e rischi emergenti

La giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro del 28 aprile 2010 è andata ruotando intorno al tema: “Rischi emergenti e nuove forme di prevenzione in un mondo del lavoro che cambia”. Nell’occasione, l’ILO ha prodotto un’importante indagine [34] che, per quello che riguardava specificamente la situazione europea, si è rifatta a un altro studio di rilievo, condotto dall’Osservatorio europeo del rischio [35]. A risultati sostanzialmente simili è pervenuta la ponderosa indagine Esener sulle imprese europee [36].

Secondo il convincimento dell’ILO, supportato dalle indagini dell’Osservatorio europeo del rischio e dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, nei paesi avanzati le nuove modalità lavorative e le nuove tecnologie del lavoro stanno facendo emergere nuove categorie di rischi, ben più insidiose di quelle finora conosciute [37].

Alla base dei rischi nuovi ed emergenti vi sono innovazioni tecniche, mutamenti sociali o aziendali, nuovi processi produttivi e nuove tecnologie (nanoparticelle e biotecnologie, prima di tutte), nuove condizioni lavorative comportanti carichi di lavoro più intensi; ma un ruolo è giocato anche dall’allargamento delle sfere dell’economia informale e dall’estensione del lavoro flessibile, attraverso i contratti a termine e l’esternalizzazione [38].

L’elemento di preoccupazione maggiore è dato dal fatto che le nuove tecnologie vengono applicate ai processi produttivi prima che si abbia una perfetta cognizione dei loro effetti sulla salute e sicurezza dei lavoratori: su di esse viene dato un giudizio di affidabilità tecnica e non, invece, di congruenza in termini di salute e sicurezza sul lavoro.

Pensiamo, per esempio, alle nanotecnologie: esse influenzano le proprietà meccaniche dei materiali (rigidità ed elasticità), facendo sì che elementi minuscoli (le nanoparticelle) acquisiscano le proprietà e il comportamento di unità-massa. Le nanotecnologie alterano concretamente le proprietà originarie delle sostanze, inducendone altre i cui effetti sulla salute non sono ancora ben chiari.

Già oggi le nanotecnologie trovano applicazione in innumerevoli settori: sanità, biotecnologie, produzione di energia pulita, informazione e comunicazione, chimica, industria elettronica e militare, agricoltura ed edilizia. Secondo stime attendibili, entro il 2020, il 20% di tutti i prodotti fabbricati nel mondo impiegheranno quote di nanotecnologie [39]. Mentre, invece, entro il 2014 dieci milioni di lavoratori saranno coinvolti in produzioni che incorporano nanotecnologie; in Italia, il numero di lavoratori potenzialmente esposto nel settore industriale supererà i 900mila [40]. L’orizzonte dell’oggi e, ancora di più, quello del domani è gravido di preoccupazioni.

Ai rischi nanotecnologici vanno associati i rischi biologici [41]. I progressi delle biotecnologie sono stati enormi e non interamente valutati in termini di conseguenze sulla salute umana. Questo è vero particolarmente per il settore della sanità, i cui lavoratori sono esposti a rischi crescenti e nuovi. A tutto ciò deve aggiungersi la diffusione di nuove malattie infettive, come la SARS, l’influenza H1N1 e il persistere dell’epidemia HIV/AIDS. Il rischio per i lavoratori della sanità (più di 35 milioni in tutto il mondo) va pericolosamente aumentando; come va accrescendosi per tutta la società.

Un discorso dello stesso tipo va fatto per i lavoratori dell’agricoltura, esposti ad agenti biologici assai pericolosi, soprattutto nei paesi in via di sviluppo [42]. Nel lavoro agricolo si è sovente esposti a organismi resistenti agli antimicrobici e agli escrementi animali. Malaria e TBC, inoltre, sono presenti nell’agricoltura dei paesi in via di sviluppo. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, metà della popolazione mondiale rischia di essere infettata dalla malaria, una delle prime cause di mortalità nei paesi a basso reddito: 243 milioni di casi hanno portato a 863mila decessi nel 2008; l’Africa è stato il continente più colpito, con l’89% dei casi [43].

Va considerato che le biotecnologie sono presenti in agricoltura (e, quindi, nel ciclo socio-alimentare) anche attraverso la diffusione degli organismi geneticamente modificati, la cui produzione può essere esternalizzata in tutto il mondo, anche in paesi in cui i controlli legislativi e sanitari sono blandi. Il rischio finisce, così, col centuplicarsi con conseguenze esiziali [44].

Gli agenti chimici restano un fattore di rischio assai elevato: «Nonostante i significativi progressi fatti nella regolazione e gestione degli agenti chimici a livello internazionale e nazionale, quello chimico rimane comunque un settore a rischio per la salute dei lavoratori. L’uso di sostanze allergene, sensibilizzanti, cancerogene e mutagene e di sostanze tossiche è causa di crescente preoccupazione. Molti pesticidi possono provocare il cancro, mettere a repentaglio la capacità riproduttiva e influire negativamente sul sistema nervoso, immunitario od ormonale» [45].

Vi è, poi, da registrare il definitivo assestamento di nuove modalità lavorative e nuove forme contrattuali incardinate sul lavoro precario, sulla riduzione del personale e sull’esternalizzazione. Con la loro affermazione, è stato alterato il rapporto di equilibrio tra tempo di lavoro e tempo di vita, stressandolo [46]. Da qui la genesi di una nuova tipologia di rischi: i rischi psicosociali. In una situazione di crisi globale, come quella che stiamo attraversando, lo stress da lavoro e i correlati disturbi psicologici non potranno che aumentare; come vedremo meglio in un prossimo paragrafo.

Di fronte a un quadro dei rischi che presenta un’evoluzione così preoccupante, così complessa e così multifattoriale, le politiche e le strategie della prevenzione debbono necessariamente potenziarsi e rinnovarsi.

La prima esigenza da soddisfare è la condivisione delle informazioni e delle analisi sui rischi emergenti, sul piano interno come su quello internazionale: «Lo studio dei nanomateriali, ad esempio, ci dice quanto è importante la condivisione delle conoscenze nello sviluppo e nella applicazione di nuove tecnologie, poiché la identificazione e la valutazione dei vari rischi e pericoli deve essere valutata e diffusa prima dell’applicazione generale di tali tecnologie nell’industria» [47].

Rimonta da qui la seconda necessità, non meno urgente, di promuovere sinergie e partnership tra istituzioni internazionali e nazionali competenti e le reti di sapere già esistenti in questo campo: «Serve un approccio generalizzato da parte di medici, accademici e ricercatori, oltre che da parte di governi e rappresentanze sindacali e datoriali, per rispondere alle sfide dei rischi emergenti e sviluppare nuove forme di prevenzione» [48].

La terza - e non meno pressante - esigenza è quella di integrare gli strumenti classici della valutazione e gestione del rischio con strumenti e strategie pensati e sperimentati specificamente per i rischi nuovi ed emergenti. I sistemi della SSL debbono arricchirsi e, insieme, ampliare di molto il loro ambito di intervento. Inoltre, la prospettiva va allargata al campo internazionale e vanno coinvolte le imprese transnazionali e tutti gli stakeholder collegati, per assicurare il più completo ed efficace interscambio delle informazioni e la più rapida generalizzazione delle buone prassi [49].

L’approccio alla salute, alla sicurezza e alla prevenzione suggerito dall’ILO è globale e, nel tempo stesso, multidisciplinare e multifattoriale. Si specifica anche per il suo carattere dinamico, integrando nel suo spazio di osservazione e intervento le trasformazioni che continuamente avvengono nel lavoro che cambia in un mondo in trasformazione costante.

10. La catena dello stress: il caso italiano

I nuovi modi del produrre, a differenza del fordismo, non si sono limitati a creare delle catene di montaggio materiali; si sono spinti oltre, mettendo in funzione delle catene di montaggio immateriali, entro le quali lavoro e azione lavorativa sono stati sottoposti a continui traumi di identità. Nella nuova situazione, la ricomposizione del lavoro e dell’attività lavorativa deposita una specie di umanità aliena che sempre più perde la cognizione dei tempi di vita, trasformati in accessori dell’attività produttiva. Il tempo di lavoro succhia tutta la vitalità umana, lasciando campo aperto alla proliferazione dello stress e dei rischi psicosociali.

Ma la diffusione di scala di fenomenologie stressanti nei luoghi di lavoro non dipende solo dalle tecnologie e dai sistemi di lavoro; essa è anche la conseguenza diretta di modelli organizzativi di tipo piramidale, fortemente autoritari e, del tutto, privi di spazi di partecipazione e mediazione attiva. Siamo posti in faccia a modelli di organizzazione non a misura umana che, al contrario, tendono a trasformare l’attività lavorativa in un fenomeno di usurpazione delle risorse mentali dei soggetti al lavoro.

Non è un caso che i paesi che hanno in dotazione i più avanzati modelli lavorativi e fanno uso di tecnologie del lavoro di avanguardia siano quelli in cui lo stress e i rischi psicosociali sono diventati tra i primari fattori di rischio [50]. Gli imprenditori europei mostrano un grado iniziale di coscienza del problema, anche se i comportamenti pratici differiscono da paese a paese e, qua e là, si registrano ancora pericolose sottovalutazioni. In Europa meridionale, per esempio, fatta eccezione per la Spagna, emerge una totale carenza di tensione nella gestione dei rischi psicosociali [51].

Nonostante i piccoli passi in avanti fatti, c’è un elemento negativo che omogeneizza la situazione europea: meno della metà degli imprenditori europei fornisce ai lavoratori una informazione puntuale sui rischi psicosociali e sui loro effetti sulla salute e sulla sicurezza [52]. La circostanza evidenzia una inappropriata percezione della problematica che si risolve in un ancora più inadeguato reperimento delle risorse umane, organizzative, tecniche ed economiche per la sua risoluzione. Dall’indagine Esener risulta che meno di un terzo delle imprese UE-27 ha riferito: 1) di essere dotata delle procedure in grado di affrontare i rischi psicosociali (stress, violenza, molestie, bullismo ecc.); 2) di aver adottato misure per controllare i rischi psicosociali [53].

Nell’ordinamento italiano, il riconoscimento dello stress come fattore di rischio correlato al lavoro ha avuto una storia non facile. Contemplato nell’originario D.Lgs. n. 81/2008 licenziato dal governo Prodi, il rischio stress lavoro-correlato è stato, in vario modo, relegato in secondo piano dal subentrante governo Berlusconi, a partire dal cd. “decreto correttivo” (D.Lgs. n. 106/2009) e facendo ricorso a una collaudata tecnica del rinvio [54].

Il 18 novembre 2010, il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha diramato, con una lettera circolare, le indicazioni riguardanti la valutazione del rischio stress lavoro-correlato, a cui i datori di lavoro dovevano attenersi nella formulazione del documento di valutazione del rischio [55]. La circolare ha recepito, come prescritto dal D.Lgs. n. 81/2008, le indicazioni della Commissione consultiva per la valutazione dello stress lavoro-correlato. Così, dopo due proroghe consecutive, finalmente, per le imprese è diventato obbligatorio valutare il rischio dello stress lavoro-correlato [56].

Va subito osservato che la Commissione consultiva - a composizione tripartita - ha elaborato indicazioni e metodologie, per tutti i datori di lavoro pubblici e privati, al livello minimo di attuazione dell’obbligo di valutazione del rischio stress lavoro-correlato. Vediamo come questo “livello minimo” si è articolato nella già citata circolare:

  1. «non tutte le manifestazioni di stress sul lavoro possono essere considerate come stress lavoro-correlato»;
  2. «lo stress lavoro-correlato è quello causato da vari fattori propri del contesto e del contenuto del lavoro»;
  3. «la valutazione prende in esame non singoli ma gruppi omogenei di lavoratori ... che risultino esposti a rischi dello stesso tipo secondo una individuazione che ogni datore di lavoro può autonomamente effettuare in ragione della effettiva organizzazione aziendale» [57].

Chiarito questo, la circolare passa a illustrare la metodologia della valutazione, articolata in tre fasi: 1) la valutazione preliminare, di cui viene stabilita la necessità assoluta; 2) la valutazione eventuale da effettuarsi, nel caso in cui quella preliminare abbia rivelato rischi da stress lavoro-correlato non eliminati o non ridotti nella fase preliminare; 3) la valutazione approfondita, nel caso in cui gli interventi correttivi della fase precedente si siano rivelati inefficaci [58]. Il dato significativo è che solo al livello probabilistico della valutazione approfondita è espressamente prevista la valutazione della percezione soggettiva dei lavoratori, attraverso strumenti svariati: questionari, focus group, interviste semistrutturate [59].

Stabilita la gerarchia e la relazione intercorrente tra le tre fasi, la circolare passa a illustrare la struttura causale e motivazionale della fase preliminare, la quale consiste nella individuazione di indicatori oggettivi e verificabili, appartenenti a tre distinte famiglie:

  1. eventi sentinella: indici infortunistici, assenze per malattia, turnover, procedimenti e sanzioni, segnalazioni del medico competente, lamentele espresse formalmente dai lavoratori:
  2. fattori di contenuto del lavoro: ambiente di lavoro e attrezzature, carichi e ritmi di lavoro, orario di lavoro e turni, corrispondenza tra le competenze e i requisiti professionali richiesti;
  3. fattori di contesto del lavoro: ruolo nell’ambito dell’organizzazione, autonomia decisionale e controllo, conflitti interpersonali sul lavoro, evoluzione e sviluppo di carriera, grado di efficacia/inefficacia della comunicazione [60].

Per valutare i fattori di contesto e contenuto del lavoro, la circolare prevede che «siano sentiti i lavoratori e/o il RLS/RLST»; nel caso di aziende di grandi dimensioni, «è possibile sentire un campione rappresentativo di lavoratori»[61]. Comunque, «la scelta delle modalità tramite cui sentire i lavoratori è rimessa al datore di lavoro, anche in relazione alla metodologia di valutazione adottata» [62].

Qual è il dato che più preoccupa? La minimizzazione e semplificazione della valutazione del rischio stress lavoro-correlato, scomposta formalmente in tre fasi, ma che potrebbe fattualmente esaurirsi in una sola, risolvendosi, così, per intero e genericamente nella fase preliminare. Che, non casualmente, non prevede alcun livello di coinvolgimento attivo dei lavoratori, tantomeno rilevazioni sulle componenti soggettive del rischio. I lavoratori sono come inseriti in un dispositivo binario stimolo/risposta che non fa recitare loro un ruolo significativo in quanto a partecipazione e proposizione. Nella stessa seconda fase, coerentemente denominata eventuale, le modalità di coinvolgimento dei lavoratori sono stabilite di autorità dai datori di lavoro.

Non siamo in presenza di un modello assai partecipativo e democratico; anzi. La sensazione è che la circolare sia, da un lato, bene attenta a non fare entrare i lavoratori dentro la gestione del rischio stress lavoro-correlato; dall’altro, a non impegnare eccessive risorse e tempi per la sua misurazione. Ne è una riprova la mancata previsione di una formazione ad hoc dei lavoratori nella fase preliminare. Se, come è molto probabile, nella maggioranza dei casi mancherà lo sviluppo dalla prima alla seconda e alla terza fase, la grande massa dei lavoratori non sarà mai formata su questo specifico rischio. Il che rende estremamente problematica la rilevazione scientifica dei contesti e dei contenuti dello stress lavoro-correlato, anche sul piano della condivisione delle informazioni e della comunicazione delle azioni e delle prassi [63]. Chi più dei lavoratori deve essere formato al rischio? Chi più dei lavoratori può dirci di questo rischio in particolare? Su quali basi di scientificità ed empiricità potranno fondarsi misurazioni dello stress lavoro-correlato, senza il coinvolgimento critico e la partecipazione attiva dei lavoratori?

La questione chiave, come in altri campi, è quella di tradurre in prassi operative coerenti un miglioramento che, pure, nell’ordinamento è subentrato. E, per questo, occorrerà scontrarsi anche con quelle procedure amministrative e metodologie valutative che recepiscono la forma del diritto, ma poi la svuotano della sostanza operativa. Ed è questo il nodo critico creato dalla trasformazione in eventuale di una valutazione del rischio che dovrebbe essere approfondita, secondo linee di certezza preliminari [64].

11. La filosofia imprenditoriale e governativa della valutazione dello stress lavoro-correlato

Intorno allo stress correlato al lavoro, essendo da poco stato introdotto, manca il necessario accumulo di esperienze, azioni, prassi, metodologie ecc.. Ora, però, proprio questo carattere, per così dire, propedeutico avrebbe dovuto consigliare la Commissione consultiva e il ministero a fornire delle “linee guida” più articolate e cogenti di quelle tratteggiate.

Partiamo dalla filosofia che ispira le indicazioni della Commissione fatte proprie dal ministero. Se l’esistenza del rischio stress lavoro-correlato viene dichiarata, spingendosi sino a riconoscere i suoi effetti sempre più dannosi per la salute e la sicurezza dei lavoratori, la sua valutazione non può essere fatta rientrare nel calcolo delle probabilità. In ulteriore determinazione, non può essere, di fatto, lasciata al datore dei lavoro la decisione di passare o meno dalla fase preliminare a quella eventuale e successivamente, se necessario, a quella approfondita. Ciò soprattutto in considerazione del fatto che gli imprenditori italiani sono tra quelli che più minimizzano la portata dello stress da lavoro [65]. Per essi, più che altro, lo stress dei lavoratori sarebbe un derivato dei tratti della loro personalità e avrebbe, quindi, motivazioni extralavorative.

Non casualmente, la circolare ministeriale, già in premessa, fa riferimento alla necessità di individuare con precisione la natura lavorativa dello stress, istituendo una distinzione fondamentale tra stress sul lavoro e stress lavoro-correlato. Ma chi opera la distinzione e in base a quali criteri? Entrambi i fattori rimangono di stretta ed esclusiva competenza del datore di lavoro e, per di più, circoscritti alla fase preliminare che, più che individuarlo in maniera selettiva, sembra deputata a ridimensionare l’esistenza dello stress lavoro-correlato nei contesti e contenuti lavorativi. Dal piano metodologico e scientifico a quello politico, etico e operativo viene qui fornita una risposta di retroguardia a un problema in dirompente emersione.

Indubbiamente, esiste una difficoltà metodologica, valutativa ed empirica nel distinguere le varie forme di stress e, quindi, sussiste un problema effettivo di delimitazione congruente del campo di azione dello stress lavoro-correlato [66]. Ma proprio per questo, diversamente da quanto previsto dalla Commissione consultiva e dal ministero, si richiedevano metodologie e criteri valutativi più assorbenti e complessi. Soprattutto, era indispensabile che fosse data voce e azione ai lavoratori, fin dal primo inizio della valutazione del rischio: è dalla loro esperienza e dal loro vissuto che possono essere desunte indicazioni perspicue sul fenomeno dello stress lavoro-correlato. E, poi, esisteva ed esiste nei loro confronti anche un obbligo di natura etica: essi sono i primi a dover essere informati e formati in tema di stress lavoro-correlato, dell’esistenza del quale non possono essere tenuti all’oscuro.

Muoversi in una direzione così caratterizzata non significava partire da zero. Al contrario, già dall’inizio degli anni Duemila, è disponibile una consistente base conoscitiva che parte dalle indagini della Agenzia europea per la sicurezza e salute sul lavoro e della Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro e passa per l’Accordo quadro europeo sullo stress lavoro-correlato del 2004 [67]. Sul piano strettamente metodologico, poi, si va dalle indicazioni del 2000 dell’Agenzia europea per la sicurezza e salute sul lavoro fino a quelle elaborate nel 2010 dall’ISPESL, proprio con espresso riferimento al D.Lgs. n. 81/2008 [68].

Fondamentale appare, soprattutto, la pluriarticolazione e flessibilità delle metodologie di valutazione e misurazione. Grazie alla recente indagine condotta dalla Fondazione europea di Dublino, si è potuto meglio accertare che il fenomeno dello stress lavoro-correlato varia da un sistema lavorativo all’altro e che, all’interno di ognuno, ha un andamento diverso, a seconda delle mansioni e delle professioni [69]. Altro dato che l’indagine ha consolidato è la differenza dell’esposizione tra uomini e donne al rischio stress lavoro-correlato, con le donne maggiormente penalizzate [70].

L’indagine della Fondazione di Dublino ha confermato che i fattori che maggiormente accumulano stress sono correlati alla quantità e qualità delle mansioni da svolgere, al carico di lavoro, all’intensità della mansione eseguita, al ritmo e ai tempi di lavoro; ma incidono, parimenti, i fattori emozionali e cognitivi che entrano in gioco nell’organizzazione ed esecuzione della prestazione lavorativa [71]. Un altro fattore correlato di accumulo di stress è dato dalla posizione di autonomia o subordinazione occupata all’interno del ciclo lavorativo: più si occupa un ruolo subordinato e marginale, in termini di decisionali e organizzativi, più sul lavoro si è esposti allo stress [72].

12. L’illegittimità delle procedure di riduzione dello stress

L’alleggerimento della struttura genetica dello stress lavoro-correlato, così come è venuto determinandosi in Italia, oltre ai vizi innanzi esaminati, ha ingenerato problematiche di legittimità formale. Ci limitiamo qui agli aspetti essenziali, rinviando per il resto al ben argomentato intervento di Rolando Dubini [73].

Il punto in questione è che le indicazioni della Commissione consultiva, recepite integralmente dalla lettera circolare del ministero, sono palesemente in contraddizione con l’Accordo quadro europeo sullo stress del 2004, recepito nell’ordinamento italiano dall’art. 28 del D.Lgs. n. 81/2008, laddove limitano la valutazione ai fattori oggettivi dello stress, escludendo quelli soggettivi [74]. L’accordo europeo, difatti, prescrive l’inderogabilità della valutazione dei fattori soggettivi: cioè, delle «pressioni emotive e sociali, sensazione di non poter far fronte alla situazione, percezione di una mancanza di aiuto, ecc.» [75]. Ora, come abbiamo visto, le indicazioni della Commissione consultiva, nella fase preliminare, circoscrivono la valutazione alla rilevazione degli indicatori oggettivi. Con tutta evidenza, ciò limita fortemente la valutazione del rischio stress lavoro-correlato ed è in patente contraddizione con l’Accordo quadro europeo che, in quanto recepito nell’ordinamento italiano, costituisce un primario e ineludibile livello di riferimento [76]. Le indicazioni della Commissione violano il dettato del D.Lgs. n. 81/2008 che, pure, sarebbero state obbligate a rispettare, dovendone essere l’emanazione. Per ripristinare il principio violato, non rimane che una possibilità: introdurre la valutazione dei fattori soggettivi già nella fase preliminare [77].

Come è del tutto chiaro, l’esclusione dei fattori soggettivi dall’ambito della valutazione preliminare non integra soltanto questioni di legittimità formale, ma struttura un percorso materiale di rilevazione che vanifica un approfondito esame di merito. La dimensione semantica dello stress correlato al lavoro dimagrisce, fino a raggiungere una leggerezza insostenibile che la conduce al dissolvimento. E, difatti, privata dell’analisi dei fattori soggettivi, la fase preliminare della valutazione del rischio è ampiamente deficitaria: fortemente esposta al limite di rimanere bloccata su se stessa, con scarse probabilità di proiettarsi nelle fasi successive previste dalla Commissione che restano, più che altro, sulla carta.

Come già indicato dalla Fondazione di Dublino, invece, va tenuto conto che le componenti emozionali, relazionali e cognitive di ordine soggettivo esercitano un ruolo crescente di accumulatori di stress, soprattutto a fronte dell’evidenza che i modi di produzione postfordisti sono incardinati su flussi relazionali di tipo cognitivo, informativo e comunicativo. La dimensione organizzativa di questi processi acquisisce, quindi, un ruolo di potenziale destrutturazione degli equilibri relazionali interni al ciclo lavorativo e degli stessi equilibri psico-fisici dei singoli lavoratori. La comunicazione verso i lavoratori e dai lavoratori acquisisce, per questa ulteriore ragione, una potenziale valenza antistress di assoluto rilievo: dove essa è carente, i fattori di stress correlati al lavoro si intensificano, restando misconosciuti e, quindi, non contrastati.

Non si tratta tanto di rassicurare i lavoratori di fronte ai cambiamenti organizzativi che intervengono nel processo lavorativo, quanto di avere rispetto della loro dignità personale e porli nella condizione di esercitare il loro diritto alla informazione e alla comunicazione che costituisce il preliminare al diritto alla salute e sicurezza sul lavoro. Che è, altresì, il preliminare di ambienti di lavoro sani e sicuri, nell’interesse non soltanto dei lavoratori, ma anche dei datori di lavoro. Un’impresa sana e sicura gode di un benessere organizzativo interno più elevato che si risolve in una migliore qualità dei prodotti e una superiore produttività, con un potenziamento delle capacità di competizione sul mercato globale e un abbattimento dei costi di gestione. La compresenza di questi fattori, inoltre, assicura alle aziende una più marcata capacità di innovazione, rendendo loro possibile di calibrare il senso e il significato della produzione sulla qualità dei processi e dei prodotti, non già sulla compressione dei diritti e sulla disarticolazione del rapporto tra tempi di lavoro e tempi di vita.

Ma esistono anche ricadute socio-sanitarie dello stress correlato al lavoro che attentano alla salute della società nel suo insieme. L’indagine della Fondazione di Dublino ha messo in rilievo come lo stress correlato al lavoro sia causa crescente di disturbi cardiovascolari, disordini muscoloscheletrici, depressione, ansia, problemi digestivi; sul lungo termine è, addirittura, causa di problemi di salute mentale [78]. È del tutto chiaro che la progressiva espansione di questi fenomeni interferirà con la salute dei singoli e delle comunità, inducendo gravi elementi di disordine organizzativo e diseconomie crescenti all’interno sia dei sottosistemi sanitari che di quelli aziendali e inter-aziendali che, a loro volta, ingenereranno sempre più gravi strozzature decisionali e comunicative entro l’ambito che regola le politiche sociali.


(rielaborato a febbraio 2015)
Note

[1] ILO, Global employment Trends 2011, in www.ilo.org, 2011; Id., Word Social Security Report, in www.ilo.org, 2010; Id.,Emerging risks and new patterns of prevention in a changing world of work, in www.ilo.org, 2010; Id., World Day for Safety and Health at Work - 28 April 2010. Message by Juan Somavia, in www.ilo.org, 2010.

[2] Cineas, Sicurezza sul lavoro: utopia o realtà?, Sant’Arcangelo di Romagna (Rn), Maggioli Editore, 2009.

[3] Marco Bazzoni, Sicurezza sul lavoro, ritirate quello spot, in www.rassegna.it, 29 settembre 2010; Federica Fantozzi,La sicurezza sul lavoro diventa uno spot «vergogna», “l’Unità”, 12 ottobre 2010; Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali,Campagna Salute e Sicurezza sui luoghi di lavoro, in www.lavoro.governo.it, 2010; Paolo Repetto, Governo e morti sul lavoro: dallo spot alla kermesse, in www.inviatospeciale.com, 28 ottobre 2010.

[4] Martha Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Bologna, Il Mulino, 2011.

[5] Ibidem .

[6] Luigi Matteo Meroni, Tremonti: “Robe come la 626 sono un lusso che non possiamo permetterci”, “Punto Sicuro”, in www.punto-sicuro.it, 30 agosto 2010.

[7] Maurizio Maliori, Etica e consapevolezza per una comunicazione efficace, “2087”, n. 7, luglio 2010.

[8] Ibidem.

[9] Raffaele Siniscalchi, Quando l’incidente sul lavoro, bene che va, è una disgraziata fatalità, “2087”, n. 7, luglio 2010.

[10] Ugo Balzametti, Dobbiamo riappropriarci dell’organizzazione del lavoro, “2087”, n. 1/2, gennaio-febbraio 2011; Siniscalchi, op. cit.

[11] Sabrina Bagnato, La comunicazione, la gestione della sicurezza e il comportamento organizzativo, “2087”, n. 7, luglio 2010.

[12] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, Safety Maintenaince 2010-2011, in www.it.osha.europa.eu, 2010; Francesca Grosso, La campagna europea per la sicurezza sul lavoro, “2087”, n. 5, maggio 2010.

[13] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, op. cit.; Grosso, op. cit.

[14] Grosso, op. cit.

[15] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, op. cit.

[16] Ibidem.

[17] Factsheet, Manutenzione e SSL - Un quadro statistico, n. 90, in www.it.osha.europa.ue, 2010.

[18] Ibidem.

[19] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, op. cit.

[20] Serena Liccardi, Riparare a guasto avvenuto, vecchia filosofia che non paga, “2087”, n. 5, maggio 2010.

[21] Ibidem.

[22] ILO, Global employment Trends 2011, cit; Id., Word Social Security Report, cit.; Id., Emerging risks and new patterns of prevention in a changing world of work, cit.; Id., World Day for Safety and Health at Work, cit.

[23] Comunicato stampa INAIL, Infortuni sul lavoro e malattie professionali 2009, in www.inail.it, 20 luglio 2010; INAIL, Il punto sull’andamento infortunistico 2009, “Rivista degli infortuni e delle malattie professionali”, in www.inail.it, n. 2/2010.

[24] Marco Sartori, Un andamento positivo che testimonia gli sforzi del sistema lavoro (intervista), in www.inail.it, 20 luglio 2010.

[25] Ibidem.

[26] Comunicato stampa INAIL, Nel 2010 sono 980 i morti sul lavoro: la flessione è del 6,9%, in www.inail.it, 5 marzo 2011.

[27] Comunicato stampa INAIL, Stime Inail: nel 2010 i casi mortali potrebbero essere meno di mille, in www.inail.it, 9 febbraio 2011.

[28] Comunicato stampa INAIL, Nel 2010 sono 980 i morti sul lavoro: la flessione è del 6,9%, cit.

[29] Cfr. i Comunicati stampa INAIL, citati alle note n. 26 e n. 27; INAIL, 2010; Sartori, op. cit.

[30] FILLEA CGIL, Andamento degli infortuni sul lavoro nel 2008 e 2009, in www.filleacgil.it, 2010.

[31] Ibidem.

[32] Antonio Frenda, Infortuni sul lavoro tra povertà e sommerso, in www.lavoce.info, 29 dicembre 2010.

[33] Ibidem.

[34] ILO, Emerging risks and new patterns of prevention in a changing world of work, in www.ilo.org, 2010.

[35] Osservatorio europeo del rischio, New and emerging risks in occupational safety and health, in http://riskobservatory.osha.europa.eu, 2009.

[36] Esener, European Survey of Enterprises on New and Emerging Risks, in www.oshaeuropa.eu, 2010.

[37] Esener, op. cit.; ILO, Emerging risks and new patterns of prevention in a changing world of work, cit.; Osservatorio europeo del rischio, op. cit.

[38] Cfr. le opere citate ala nota precedente.

[39] ILO, Emerging risks and new patterns of prevention in a changing world of work, cit.

[40] Sergio Iavicoli, Marco Mirabile e Fabio Bocconi, La ricerca. Sviluppo responsabile e sostenibile nel nostro paese, “2087”, n. 3, marzo 2010.

[41] ILO, Emerging risks and new patterns of prevention in a changing world of work, cit.

[42] Ibidem.

[43] ILO, op. ult. cit.; WHO, World Malaria Report 2009, in www.onuitalia.it, 2009.

[44] ILO, op. ult. cit.

[45] Ibidem.

[46] Esener, op. cit.; ILO, op. ult. cit.

[47] ILO, op. ult. cit.

[48] Ibidem.

[49] Ibidem.

[50] Esener, op. cit.; European Foundation for the Improvement of Living and Working, Work-related stress, in www.eurofound.europa.eu, 2010; ILO, op. ult. cit.; ISPESL, La valutazione e gestione dello stress lavoro-correlato, in www.ispesl.it, maggio 2010; Id., La valutazione dello stress lavoro-correlato. Proposta metodologica, in www.ispesl.it, marzo 2010; Osservatorio europeo del rischio, op. cit.

[51] Esener, op. cit.

[52] Ibidem.

[53] Esener, 2010

[54] Si rinvia ai capitoli precedenti.

[55] Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Indicazioni necessarie alla valutazione del rischio da stress lavoro-correlato, in www.lavoro.governo.it, 2010.

[56] Diego Alhaique, Niente più proroghe, “2087”, n. 1/2 gennaio-febbraio 2011; Luisa Benedettini, Adesso la voce torna a Rls e lavoratori, “2087”, n. 1/2 gennaio-febbraio 2011.

[57] Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Indicazioni necessarie alla valutazione del rischio da stress lavoro-correlato, in www.lavoro.governo.it, 2010.

[58] Ibidem.

[59] Ibidem.

[60] Ibidem.

[61] Ibidem.

[62] Ibidem.

[63] Daniela Ranieri, Le indicazioni della Commissione? La base di partenza non il traguardo, “2087”, n. 1/2, gennaio-febbraio 2011.

[64] Gabriella Galli, Ma la metodologia presenta forti criticità, “2087”, n. 1/2, gennaio-febbraio 2011.

[65] Esener, op. cit.

[66] European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, op. cit.; ISPESL, ISPESL,La valutazione e gestione dello stress lavoro-correlato, cit.; Id., La valutazione dello stress lavoro-correlato. Proposta metodologica, cit.

[67] Gabriele Corbizzi Fattori e Franco Simonini (a cura di), Stress lavoro-correlato: valutazione e gestione pratica, Milano, Wolters Kluver Italia, 2010; Cinzia Frascheri, Il lento consolidamento del “giusto” concetto di stress lavoro-correlato in ottica di organizzazione del lavoro, in www.punto-sicuro.it, 2010.

[68] Ecoconsult, Protocollo “minimo” di valutazione dei rischi da Stress Lavoro-Correlato, in www.ecoconsultsrl.com, 2010; ISPESL, opp. cit.

[69] European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, op. cit.

[70] Ibidem.

[71] Ibidem.

[72] Ibidem.

[73] Dubini, 2010

[74] Rolando Dubini, Valutazione dello stress: va completata entro il 31 dicembre 2010, in www.punto-sicuro.it, 26 novembre 2010.

[75] Ibidem.

[76] Ibidem.

[77] Ibidem.

[78] European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, op. cit.