ESTREMI
FRAMMENTI INTORNO ALLE POSSIBILITÀ DEL VIVERE
di
Antonio Chiocchi
1.
L’uomo
occidentale, soprattutto nell’atto e nell’immaginario del presente storico,
raramente ha cognizione compiuta di ciò che veramente vuole. Tanto più, nelle
situazioni critiche e di impasse, si impone la ricerca di un nuovo “punto di
vista” e la “messa in parentesi” sia del “senso comune” che delle
“verità scientifiche” consolidate. Aveva, allora, ragione Freud nel dire
che, proprio per questo, i nostri desideri sono inconsci? O, piuttosto, i nostri
desideri si giocano in una zona mediana nascosta, tra il conscio e l’inconscio
medesimo? Una zona mediana in continuo rifacimento, tanto sfuggente e ribollente
quanto elemento centrale di fabbricazione e ridislocazione della nostra vita
intima e sociale.
2.
La
pulsione di morte e l’attentato sistematico alla vita che impregnano di sé
l’Occidente civilizzato non discendono in linea conseguenziale dalla non
conoscenza e non conoscibilità dei nostri desideri; né dal loro tradimento.
Piuttosto, da un “principio di vita” e da un “principio di realtà”
allocati e argomentati secondo una ragione calcolante che asserve il
“principio di vita” al “principio del potere”. In altri termini: il
“principio del potere” modella il “principio di vita” che, per questa
via, irretisce il medesimo “principio di realtà”. Così: reale è non tanto
e non solo tutto ciò che è razionale; quanto, più precisamente, tutto ciò
che è potente o perlomeno tale appare immaginificamente.
3.
Non
è in ballo, come ancora in Freud, l’incapacità degli umani della
civilizzazione occidentale di soddisfare i desideri e le pulsioni vitali. In
questione è qui la loro totale mancanza di volontà strumentale
nell’esprimere e realizzare l’io desiderante vitale. Del che si avvantaggia
l’io desiderante del potere.
4.
L’io
desiderante del potere è un io mortuario. La ricerca del potere è espressione
e realizzazione di una condizione funeraria. Il carattere funerario del potere
è ciò che è stato scambiato per la sua sacralità. Il potere è “sacralità”
della morte che uccide la vita. Solo l’io desiderante della passione ha la
volontà di abbandonarsi alla vita, di tuffarsi nel mulinello delle sue forme,
fino a perdersi del tutto, senza nessun residuo e alcuna contropartita.
5.
Non
si tratta di venire a patti con gli strumenti di sterminio in mano all’io
desiderante del potere, addomesticandoli o raffreddandoli. Il problema sta
nell’estirparli dall’habitat culturale e mentale dell’uomo occidentale e
dal mondo occidentalizzato dell’attualità. Impresa, forse, disperata. Stiamo
qui parlando dell’estinzione di una specie: la specie umana così come
l’abbiamo finora conosciuta. Stiamo qui ipotizzando la formazione di una
“specie aliena” che dell’umano conosciuto e conoscibile conservi le sole
poche tracce e i soli pochi tratti indispensabili.
6.
Non
di evoluzione genetica e biologica o sociale, secondo i pigri dettami
linearistici delle scienze umane e delle scienze sociali,
è qui questione. È necessario che, da ora e da qui, l’uomo
occidentale e l’umanità occidentalizzata diano inizio ad un cammino a salti,
in una vera e propria secessione dalla ragione calcolante e dalle corrispettive
macchine e maschere di potere. Continuare a pensare di rivoluzione continua ad
avere senso solo in questa prospettiva. Continuare ad alimentare la speranza può
avere prospettiva solo in questo senso. Ogni timido passo sul selciato deve
contribuire a portare in giro e mettere in scena questo orizzonte vitale, nelle
svariate forme del possibile e nelle infinite mediazioni necessarie.
7.
Il
compito tremendo che ci sta di fronte non è: resistere; e nemmeno: evadere.
Bensì: liberarsi della ragione calcolante e sganciarsi definitivamente
dall’io desiderante del potere. Cioè: essere, pensare, agire e comunicare,
esprimendo e dando forme all’io desiderante vitale. Non più la semplice lotta
della vita contro la morte, dunque. La vita qui accoglie nel suo seno la morte e
la trasfigura: la riconosce apertamente come sua componente ineliminabile. Qui
la morte stessa accoglie nel suo seno la vita e la trasfigura. Qui riacquistano
senso nuovo “rinascita” e “resurrezione”. Qui i termini “difendersi”
e “attaccare” fanno irrimediabilmente parte di un lessico mummificato che
rivela la sua caducità presuntuosa e la sua insensatezza crudele.
8.
Non
è più possibile riconciliarsi col “senso comune”. Ormai, il “senso
comune” ha il volto e i linguaggi del potere. Ogni patto col “senso
comune” è una mutilazione dell’io desiderante vitale, un tradimento delle
sue insopprimibili esigenze di libertà. Al “senso comune” occorre strappare
la maschera: avremo, così, di fronte uno dei tanti e infiniti volti del dolore.
Da qui il colloquio riprende.
9.
La
conoscenza dell’uomo da parte dell’uomo è la pretesa più aleatoria e
fallimentare che mai sia stata avanzata dall’uomo civilizzato. Il detto
socratico: “so di non sapere”, può tranquillamente e socraticamente essere
prolungato nell’altro: “so di non potere nulla sapere su me stesso”.
Dentro questa luce, l’imperativo socratico: “conosci te stesso”, altro non
esprime che la necessità inestinguibile e indifferibile di ricondursi alla
propria costitutiva indigenza, alla propria povertà e provvisorietà di senso.
L’io desiderante vitale, per questo, non cerca surroghe nella brama del
potere: non ha frustrazioni a cui dar sfogo né rimozioni da sublimare.
10.
Cultura
e storia sono state l’una il virus e l’altra il linguaggio della crudeltà
umana. La cultura è stata utilizzata dalla storia per la giustificazione dei
crimini più orrendi; la storia è stata agitata dalla cultura come una clava
implacabile. Non finirà mai di sorprendere la selettività con cui cultura e
storia hanno proceduto ad infliggere i loro colpi letali; ancora più
sorprendente è rilevare come questi colpi mirati abbiano realizzato stermini di
massa e genocidi ricorrenti. Il binomio cultura/storia ha fin qui operato come
giustificatore e legittimatore dell’io desiderante del potere: cioè, della
morte. L’io desiderante vitale deve inventare un’altra cultura e
ricollocarsi nella storia.
11.
Non
occorre costruire un’”altra storia”. Non occorre e non è possibile. Ciò
che, invece, si può e si deve è: depurare la storia dai linguaggi di dominio
che l’hanno infettata. L’opera di svelenimento della cultura parte da qui.
Il binomio cultura/storia ha da essere matrice di libertà e percorso di
liberazione. Qui non c’è più una storia che domina la cultura; non c’è più
una cultura che deve liberare l’umanità. Storia e cultura non hanno più
alcuna missione salvifica da compiere. Possono finalmente affrancarsi dai
crimini agghiaccianti che in loro nome si sono perpetrati. Le impronunciabili
parole della libertà e gli indicibili atti della liberazione diventano qui
possibili.
12.
Finora
la capacità degli umani di svilupparsi culturalmente e di sviluppare cultura ha
dato luogo a delle vere e proprie malattie. Per Nietzsche, l’uomo è una delle
malattie della terra. Per Freud, l’uomo è “essere civile” in quanto
“animale culturale”; ed è “animale culturale” in quanto “animale
nevrotico”. Questo percorsi, con Auschwitz, Hiroshima e il Gulag, sono giunti
al capolinea. Tuttavia, ormai da più di mezzo secolo, se ne ripetono
millimetricamente i passi e gli atti. Il carattere nevrotico dell’esistenza
umana esplode in un uno col carattere maculato della storia. Eventi, personaggi
e processi della storia vanno sempre più scadendo al rango di ossessioni. Il
flusso telemediatico che li cattura e avvolge rende vieppiù glaciali e
spettrali le loro movenze.
13.
Cultura,
storia e politica non sono riuscite ancora ad affrancarsi dalla catastrofe di
Auschwitz, Hiroshima e del Gulag, della cui sindrome di onnipotenza rimangono
prigioniere e, ad un tempo, custodi, continuando a produrre orribili creature.
Dopo Auschwitz, sì, il silenzio (la maledizione adorniana incombe su di noi);
ma un silenzio che ha demolito tutte le ragioni della speranza, insediando il
deserto al posto della vita. L’azione dell’io desiderante del potere è,
dopo Auschwitz, una devastazione sistematica silente. Anche nel senso che la
prossimità e la profondità del male ci hanno anestetizzati, rendendoci inermi
e indifferenti.
14.
Non
lo Stato — come voleva Nieztsche —, ma il 'politico' della catastrofe è ora
il "mostro gelido". Le culture politiche delle sinistre non hanno
saputo elaborare alternative; anzi, sono finite risucchiate nel medesimo gorgo.
Le stesse politiche di Welfare, pur benemerite, recano nascoste nelle loro più
intime fibre il virus funesto del disconoscimento dell'"alterità
conflittuale" e della pura e semplice "diversità".
15.
'Politico'
e Stato, della modernità e della contemporaneità, s'impigliano nel silenzio di
Auschwitz. Con questo non si vuole tracciare un percorso di conseguenzialità
lineare tra modernità e Auschwitz. Al contrario, già l'archeologia originaria
del "moderno" presenta al suo interno non secondari filoni,
irriducibili ai codici universalizzanti e onnicomprensivi della politica e/o
dello Stato. Si intende, piuttosto, affermare che le espressioni del pensiero
politico della modernità finiscono con il dissolversi nell'abisso dei campi di
sterminio: le une per aver deciso Auschwitz; le altre per non aver saputo
scongiurare e/o adeguatamente fronteggiare il bilico della disumanizzazione
dell'umanità.
16.
Con
Auschwitz le pulsioni tiranniche e universalizzanti del pensiero politico
moderno si compiono. Un vero pensiero politico della contemporaneità non
si è ancora dato. La contemporaneità nasce ed è tuttora orfana: ad
essa non corrispondono un conforme pensiero (anche della politica) e congrue
forme di espressione (anche dello Stato). Possiamo lecitamente sintetizzare: il
"moderno" invade il "contemporaneo" e lo aggioga ai suoi
ceppi, costringendolo a procedere con le spalle al futuro. Sta qui, già
a livello di enunciato formale, la drammatica friabilità dei paradigmi del post-moderno:
qui il post è inesorabilmente avvinto al suo ante che, come
una maledizione biblica, non lo abbandona mai.
17.
Non
aver saputo rispondere alle sfide della modernità con un scatto di valicamento,
ha consegnato le culture politiche delle sinistre all'ammutolimento tombale del
lager e dell'atomica. Ritrovare parole e linguaggi, a sinistra come altrove,
oggi deve significare, prima di ogni altra cosa, uscire dal silenzio di
Auschwitz. Cioè: divincolarsi dai tentacoli della modernità. Non c'è
altro spazio vitale oggi per nessuno. Fuori di ciò si recita soltanto la
pantomima del già detto e del già visto e si subiscono i cascami purulenti del
già patito.
18.
Il
silenzio delle sinistre oggi ci parla ancora del silenzio di Auschwitz e
dell'atomica. Parlare, oggi a sinistra, può solo significare infrangere quel
silenzio. Infrangere quel silenzio significa aprire percorsi di attraversamento
e di esperienza che sappiano lasciarsi alle spalle i totem e i tabù
delle forme politiche e dei modelli culturali della modernità. Separarsi dai
totem e dai tabù della modernità significa fare i conti, senza residui, con i
risvolti oscuri e terribili dei processi di civilizzazione e occidentalizzazione
del pianeta.
19.
Serve
lavorare ad una messa in discussione della cultura occidentale e dei suoi
processi di secolarizzazione, complessificazione, differenziazione e
globalizzazione. Non per far fronte, dal lato opposto, al presunto
"tramonto dell'Occidente" che, al contrario, conserva ben vivi
e ben vegeti i suoi dispositivi di potere e le sue "macchine di
guerra". Ma per uscire, una volta per tutte, dalle secche del titanismo e
del prometeismo occidentali, lavorando ad un'idea e ad una realtà di Occidente
ben differenti.
20.
Quello
a cui resta da guardare e che rimane da pensare
non è (più) l'Occidente del dispotismo e della colonizzazione; bensì
l'Occidente dell'ascolto e del dialogo, del contatto e della contaminazione, al
di fuori di ogni progetto di potere e di potenza. È l'accesso a queste
dimensioni che consente il recupero e la rielaborazione delle più alte, nobili
e vitali culture a cui l'Occidente stesso ha dato forma.
21.
Occorre
demistificare non solo l’astuzia dell’io desiderante del potere, ma anche
stanare quella dell’io desiderante vitale di crogiolarsi in una beatitudine
naturalistica o di rannicchiarsi in uno stato di indifferenza nei confronti
della storia che lo circonda e lo marchia. Nel tempo della miseria assoluta,
niente può esserci estraneo, tutto ci riguarda, tutto parla di noi e ci
interroga. Il tempo della miseria assoluta esige le nostre risposte; le nostre
risposte prendono inizio con l’inoltrargli domande estreme.
22.
Dall’homo
faber del Rinascimento siamo passati all’homo creator della seconda
metà del XX secolo; transitando per l’uomo discrezionale e decisionale dei
secoli XVI e XVII. Se l’homo faber dirotta in direzione della terra il
viaggio verso il cielo inaugurato dalla profezia giudaico-cristiana, l’homo
creator cerca di curvare il cielo stesso verso terra. Ora la specie produce
e muta in vitro i geni della vita; dissemina in itinere i bacilli
della morte. Forme della vita e forme della morte si sovrappongono e tutti le
portiamo addosso e dentro. Dobbiamo cambiare abiti e cuore.
23.
La
specie si è fatta homo creator, per vincere e scacciare lo smarrimento
che attanaglia ogni particella vivente e pensante che vaga nel cosmo.
L’irrequietudine della creatura al cospetto dell’intero creato e
dell’ignoto è stata progressivamente rimossa e sublimata. Oggi, lasciata alle
spalle quell’angoscia, la “volontà di potenza” della specie si picca di
generare l’intera materia vivente che la circonda. L’homo creator non
sovrintende semplicemente ai cicli della vita e della morte. Bensì decide cosa,
chi e come deve vivere e deve morire; decide cosa, chi
e come deve nascere.
24.
L’attività
creativa si degrada e viene messa al servizio dello sfrenamento della “volontà
di potenza”. Dove la vita e la morte possono essere riprodotte, differite e
rielaborate in laboratorio, per l’io desiderante vitale non esiste più un
ambito privato e nemmeno un’oasi naturale. Desiderare la propria integrità:
ecco il nuovo punto di partenza. Con la differenza, veramente epocale, che ora
la conquista della propria integrità non è ripiegamento introspettivo e
nemmeno cupo corpo a corpo con ciò che è irrimediabilmente altero. Nessuno può
più ignorare che persino il più sperduto angolo di coscienza e di inconscio è
stato già ampiamente attaccato o sta per esserlo dalle macchine di sapere
dell’homo creator.
25.
L’integrità
sta ora nell’aprire il dentro al fuori. Viaggiare tra macerie e timidi raggi
di sole. Disinnestare con pazienza infinita tutte le trappole e gli inganni del
dentro e del fuori. Quando tutto può morire da un momento all’altro e già
muore poco alla volta; quando non c’è più fibra dell’esistente che non sia
aggredita, riattivata, pervertita o cloroformizzata, l’interiorità non ha più
scampo e l’integrità non ha zone franche, né vie di fuga. Abitare il mondo,
rendendo riabitabile la vita: fuori di ciò non c’è salvezza per l’integrità.
Fuori di questa prospettiva gli infiniti io desideranti della specie, nella
migliore delle ipotesi, sono maschera e trucco. Fuori di questa prospettiva i
generi e il vivente non umano hanno davanti a sé un destino di fuoco e
ghiaccio.
26.
Eppure,
proprio in questo orizzonte di tempo la speranza e il desiderio di felicità e
giustizia giocano, per intero e mai come prima, tutta la loro partita. La posta
in gioco non era mai stata così alta. L’asservimento del corpo e dell’anima
non è mai stato così intenso. Proprio qui ritornano l’attualità e la
possibilità della svolta decisiva. Niente è più salvabile, se non salvando
tutto. Nessuna complessità è redimibile, se non salvando le sue interne e
inconciliabili differenze. Nessun organo e organismo e alcun vivente è
salvabile, se non trasformandosi e trasformando profondamente. Qui a dominare la
scena non è la logica dell’esclusione: “o tutti o nessuno”; bensì quella
della partecipazione conflittuale: ognuno è parte conflittuale della salvezza
dell’altro e tutti della salvezza del mondo.
27.
Ogni
tempo e spazio di impegno civile e responsabilità personale vedono impegnati e
rendono responsabili i tempi e gli spazi della storia, della società e delle
istituzioni. Ogni piccola battaglia, persino quelle apparentemente più
insignificanti e dispersive, chiama in gioco e impegna il destino e la
responsabilità di tutti. Tutto ci involge e coinvolge. Occorre apprendere nuovi
linguaggi e farsi una nuova sensibilità cerebrale, tattile, visiva, uditiva,
olfattiva ed emotiva, per non lasciarsi sorprendere e sopraffare dagli
incantesimi e dagli incanti, dalle ombre e dalle luci del difficile tempo che
viviamo.
28.
L’io
desiderante vitale deve scoprire — e imparare a non dimenticare — che non è
padrone nemmeno a casa propria. Che anche casa sua è casa d’altri. Che anche
la casa d’altri è casa di tutti. L’integrità e l’identità personale
sono ora il punto di incrocio e di biforcazione di questi transiti e di queste
dimore. Non potrò più dire di essere a casa mia, se non ho soggiornato in casa
d’altri e ad altri non mantengo aperta la porta di casa. Mai come in questo
tempo, la casa si colloca nel mondo. Non potrò mai dire di avere casa, se non
partecipando dei dolori, dei mali e dei problemi che fanno da dimora al mondo.
Non è questione di sciogliersi nel mondo, ma di spendersi in esso e rendere più
matura e sensibile la propria integrità.
29.
È
questione di dare avvio ad uno stadio superiore dell’evoluzione umana e
sociale. Si tratta di andare oltre la ciclicità dei “corsi” e dei
“ricorsi”, perché la “gran selva”, di cui ci parlava il grande Vico,
dimora accanto e dentro di noi: è questo spazio/tempo che non riesce a
divincolarsi dalle cerchie della sua funeraria onnipotenza. Altra alternativa
non v’è alla crudeltà, alla miseria e all’insensibilità del dato.
Quest’appuntamento già oggi chiama a scelte di radicale responsabilità. E,
invece, la specie umana arretra e oscilla, ripercorre e rende più crude
esperienze antiche già fin troppo crudeli. E quand’anche essa si presentasse
con le carte in regola all’appuntamento, impegnerà secoli o millenni, prima
di dare un senso completamente nuovo alla propria e altrui nascita, vita e
morte; prima di imparare a respirare l’infinito che la circonda.
30.
Oltre
l’umano e il disumano conosciuto: ecco la bussola con cui da oggi riorientare
ogni nostro più piccolo passo. Niente è stato finora veramente troppo umano;
molto è stato troppo disumano. La disumanità che conosciamo è il gemello
siamese della umanità dolorante con cui conviviamo. Ritrarsi dal disumano,
perciò, non è possibile. È questa umanità ad essere stata ed è così
disumana. Il troppo umano è stata la matrice del troppo disumano. La troppo
disumanità è stata la mossa con cui l’umanità ha condannato se stessa. E
sono proprio questa umanità disumana e questa disumanità umana che hanno
incatenato il tempo e lo spazio. Uscire dall’umano e dal troppo umano: sta qui
il primo passo, per ritrarsi dal disumano. Non resta che viaggiare verso una
umanità e una disumanità sconosciute, lasciandosi inseminare dall’ignoto.
Solo il superamento dell’arcana paura dell’ignoto potrà aprire una nuova
scala dell’ evoluzione socio-umana.
31.
Bisogna
iniziare nel punto preciso in cui Faust rimane immobile e si consegna nelle mani
di Mefistofele. Dalla insoddisfazione eterna non si esce con un discorso di
potere. E non è, certo, un discorso di potere che può afferrare l’immortalità
dell’anima. La cifra vera dell’immortalità sta esattamente nella negazione
dei discorsi e delle strategie del potere. Che immortalità sarebbe mai quella
che si coniuga come potere? Parlare di potere dell’immortalità e di
immortalità del potere delinea immediatamente una “contraddizione in
termini”. Eppure, proprio questa contraddizione costituisce il filo a piombo
lungo cui si è costituita nei millenni la civiltà.
32.
La
sete faustiana di assoluto e di perfezione non è che l’altra faccia dell’homo
creator. Nel suo sfrenato impulso di creazione, Faust non riesce ad
inverare forme di vita conciliate ed, allora, arretra e si affida alle
mediazioni della figura diabolica. Precisamente in questo risvolto la maschera
faustiana diviene involontaria figura di verità: il bisogno di potenza assoluta
è causa di perdizione tragica. Faust, nel sopravvenire della soccombenza, si fa
consapevole della sua perdizione; al contrario, l’homo creator si bea
del suo perdersi, senza avvertirne mai le ferite.
33.
Più
saggi e accorti erano i filosofi e tragici greci, per i quali l’hybris
era la fonte dello schiantarsi dell’esistenza umana e la sorgente dello scacco
dell’eroe mitico. Qui non è la figura diabolica a mediare il potere assoluto;
bensì quella degli Dei giusti. L’associazione del potere assoluto è ora con
le idee di bene e le pratiche temperatrici della virtù. Di nuovo, siamo posti
in faccia ad un’inconfessabile e involontaria verità: l’immortalità è
sempre coniugata in termini di potere assoluto che ora, anziché dalla suprema
figura del male, è mediata dalle supreme figure del bene. Qui i legami
ancestrali fra tradizione ellenistica e tradizione giudaico-cristiana, con tutte
le differenze di cultura, di opzione e di percorso che tra di loro sono pure
reperibili.
(settembre 1997)
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