È LECITO DOPARSI?
PROVOCAZIONI POCO SPORTIVE
di Sergio A. Dagradi


Il ne faut pas faire des barriques mais de barricades.
Bartolo Mascarello


Una delle pratiche che si è maggiormente diffusa nelle competizioni sportive, nell’era della loro spettacolarizzazione e globalizzazione, è indubbiamente quella del doping.

Leggendo un qualsiasi dizionario delle lingua italiana capiterà di trovare una definizione del fenomeno più o meno analoga a quella riscontrata in quello diretto da Tullio De Mauro: «somministrazione illecita ad atleti o animali, spec. cavalli o cani, di sostanze estranee all’organismo, di sostanze fisiologiche in quantità o per vie anomale, di stupefacenti o psicofarmaci, per migliorare le prestazioni durante gare sportive (1)».

Alcune considerazioni nascono subito da una lettura attenta di questa definizione, considerazioni che – al contempo – aprono alcuni problemi che cercheremo di dibattere nel presente capitolo, con riferimento anche alla storia dell’uso di sostanze dopanti e alla legge di Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping approvata in via definitiva dal Senato della Repubblica Italiana il 16 novembre 2000.

In primo luogo il fenomeno è subito connotato come illecito. Ci troviamo di fronte a una pratica che non è ritenuta accettabile, al punto che in molti paesi esiste una legislazione per la sua repressione e che ogni federazione sportiva internazionale deve attenersi a precise direttive del CIO (Comitato Olimpico Internazionale) in materia. Si dovrà chiarire, allora, da parte di chi non è ritenuta accettabile e soprattutto perché. In tal senso sarà utile allargare lo spettro semantico del termine e intenderlo a partire dalla sua origine anglosassone, to dope, ossia drogare. Intendere la liceità o meno della pratica significa inquadrare il problema in un orizzonte culturale più ampio di definizione di che cosa è droga e cosa non lo è, di chi definisce questa distinzione e le conseguenze che comporta l’assunzione di certe sostanze, nonché – in ultima battuta – le conseguenze giuridiche del loro uso.

In seconda istanza, recita la definizione, ad essere coinvolti sono gli atleti in generale (e quindi anche gli animali quando sono trattati alla stessa stregua, ovvero come competitori in una gara: ecco spiegabile il riferimento esplicito a cavalli e cani). Questi assumono sostanze dopanti per migliorare le prestazioni durante le gare sportive. Il problema qui è di correlare la non liceità, a cui si faceva riferimento in precedenza, a un alveo ben preciso: quello della competizione e delle sue regole. Qualcosa entra ad alterare evidentemente queste ultime, e dovremo domandarci se è questo che noi intendiamo quando parliamo del doping come di una pratica illecita: detto altrimenti, lo è perché lo fanno solo alcuni e quindi si pongono in una posizione di non equilibrio iniziale rispetto agli altri competitori? Oppure la non liceità del comportamento è definibile indipendentemente da un quadro agonistico e ascrivibile al comportamento etico del singolo? E questo ci rimanda ad una terza considerazione.

L’atleta, infatti, si somministra dei prodotti che vengono definiti estranei all’organismo: o sostanze assunte in eccesso rispetto alla produzione fisiologica, o psicoattive. La questione è, in questo caso, di cercare di capire le motivazioni di queste assunzioni, cosi massicce e aumentate a dismisura – anche tra atleti non professionisti – nella nostra società, e di valutare, come anticipavamo poc’anzi, la liceità o meno di queste assunzioni per l’individuo che non partecipasse ad alcuna gara sportiva. Detto di nuovo: occorrerà domandarsi se chi non è intenzionato a prendere parte a delle competizioni, nelle quali la sua condizione di dopato lo presenterebbe alla linea di partenza in una posizione - come enunciato - di artificiale vantaggio rispetto agli avversari, possa o meno assumere queste sostanze a suo rischio e pericolo. Posizione che potremmo anche sintetizzare così: l’atleta, come individuo, può liberamente disporre del proprio corpo e della propria vita se questo non comporta alcun danno a terzi?

Procederemo allora in questo modo: discuteremo le procedure di definizione di una sostanza come droga e sulla scorta di queste vedremo cosa intendiamo nella nostra società per doping e come altre epoche abbiano conosciuto fenomeni analoghi; porremo il problema della liceità del doping a livello di competizione sportiva e a livello individuale; infine, ci interrogheremo sui motivi della massiccia diffusione del doping nella nostra cultura.

Drogato!

Michel Onfray chiedeva provocatoriamente ai suoi studenti, nel suo Antimanuel de philosophie: «Pourquoi pouvez-vous acheter liberament du haschisch à Amsterdam et pas dans votre lycée (2)?» La domanda voleva aprire alla riflessione sulla labilità della frontiera che decide tra ciò che è giusto (e quindi bene, permesso, autorizzato) e ciò che è ingiusto (e quindi male, proibito, vietato). Ogni normazione nel campo delle droghe ricade nell’alveo di una deliberazione che individua alcuni criteri comportamentali che, lungi dall’essere universali e assoluti, dobbiamo riconoscere anzitutto come locali, soggettivi, limitati nel tempo e nello spazio. Come già Protagora ci indicava, l’uomo è misura di tutte le cose (80 B 1 DK): ogni comunità, in tal senso, misura diversamente i limiti del proprio comportamento e istituisce legislazioni differenti sulla base di specificità storico-culturali. La decostruzione operata dalla filosofia di ogni fondamento ultimo e indubitabile del sapere e dell’agire ci invita anzitutto a considerare la verità come puntuale, modificabile, rinnovabile, trasformabile: l’atteggiamento che ci addita è quello dell’accoglimento dell’altro, della molteplicità, della pluralità e diversità di posizioni. La ragione stessa, del resto, è emersa nella sua specificità umana e greca come dialogo: la ragione è intrinsecamente e storicamente dialettica.

Ragionare sulla droga significa, di conseguenza, dialogare sulla droga: dialettizzare la fossilità dell’idea di droga e renderci disponibili a pensare di nuovo il concetto.

E’ possibile notare, in tal caso, come l’assunzione di sostanze psicoattive è presente in culture e popoli diversissimi, fin dall’antichità, e che tale presenza si accompagnava a delimitazioni differenti di tale pratica. Detto altrimenti: un primo elemento a cui dobbiamo aprire il nostro dialogo è il riconoscimento della droga come presenza nella cultura di un numero importante di società: la droga non è immediatamente il male (e neppure – ovviamente – il bene).

Alcuni esempi di approcci culturali diversi all’uso delle droghe.

Come detto in precedenza, nella storia della cultura umana possiamo ritrovare esempi di approcci non preventivamente colpevolizzanti rispetto all’uso di sostanze psicotrope (3).

Un primo contesto da evocare potrebbe ad esempio essere quello della tradizione vedica. Nei riti vedici, come noto, il momento essenziale è rappresentato dalla preparazione, dallo spargimento sul fuoco e dalla successiva offerta a tutti i partecipanti di una sostanza inebriante ricavata dalla macerazione di alcune piante e mescolata con latte e miele: il soma. L’ebbrezza raggiunta mimava quella del dio Indra, la divinità guerriera dell’Induismo, «(…) capace di compiere le più smaglianti imprese, di vincere sempre (4)». E’ la ricerca, potremmo dire, di una vitalità cosmica, di una pienezza che ha a che vedere anche con una dimensione agonistica, con una ricerca del primato, del trionfo. E’ via all’immortalità come piena identificazione con le forze che governano il cosmo: il soma è del resto nutrimento delle stesse divinità.

Un secondo esempio potrebbe essere costituito dall’uso farmacologico della canapa nella medicina tradizionale cinese contro ad esempio malaria, influenza, svenimenti e gotta, ma anche come anestetico.

Ma l’uso della canapa è anche legato alla tradizione sciamanica che lega le arcaiche culture scite e medio-orientali ai riti dionisiaci: è noto come, presso questa tradizione, l’aspirazione del fumo provocato dalla combustione di grani e foglie di canapa in luoghi chiusi provocasse stati di estasi, quale ad esempio quello della Pizia, assisa su di un tripode sovrastante un falò di questo genere.

Un consumo diverso della canapa è testimoniato dalla setta musulmana degli Haschchachin (o Assassini), che si sviluppò tra l’XI e il XIII secolo in un area compresa tra il medio-oriente e l’Asia centrale. Il nome è dovuto alla pratica di somministrare ai suoi membri appunto della canapa – che gli Arabi chiamavano haschisch - con cui il Gran Maesto al-Hasan li legava a sé, rendendoli disponibili, grazie allo stato di ebbrezza nel quale cadevano, per ogni genere di impresa e di missione, spesso cruente, come testimonia il sedimentarsi successivo del termine assassino (5).

Altri esempi attuali di uso culturalmente accettato di sostanze psicotrope sono, infine, quelli relativi ai Fang del Gabon e alle tribù amazzoniche. I primi, nel quadro dei loro riti di iniziazione, consumano consistenti quantità di radice di iboga, pianta nota per le sue proprietà allucinogene e che induce in questo caso a prolungati stati di coma, durante i quali l’iniziato può viaggiare fino alle fonti della vita, presso il dio Nzamé. Tra le tribù amazzoniche è invece diffuso, per scopi terapeutici, magici e religiosi l’assunzione della cosiddetta liana del morto, l’ayahuasca, una bevanda visionaria che, nel loro contesto culturale, permetterebbe di ascendere alla sfera celeste.

Questi pochi e succinti esempi ci permettono di comprendere come la rielaborazione culturale delle sostanze psicotrope non è sempre stata di carattere repressivo e di criminalizzazione e marginalizzazione sociale per chi ne faceva uso: anzi, in diversi contesti, l’utilizzo di determinate sostanze ha trovato spazi di istituzionalizzazione e di valorizzazione, anche come fonte di stabilizzazione sociale. Viceversa, proprio la sua esclusione sociale e la sua rimozione culturale costituiscono il problema delle nostre comunità: laddove, infatti, l’uso di sostanze psicoattive è stato accettato e istituzionalizzato, questo ha significato un’educazione all’uso di queste sostanze che preveniva il soggetto dai pericoli che un loro uso indiscriminato, selvaggio e scriteriato comporta. Nelle nostre società la componente potenzialmente autodistruttiva delle droghe viene viceversa veicolata e amplificata – sapientemente si potrebbe anche dire – proprio con il circondarne l’uso con l’ignoranza e l’ignominia. Ghettizzarne culturalmente l’uso significa garantirsi la ghettizzazione e l’esclusione sociale di chi le usa e di chi potrà farne uso in futuro: significa abbandonarli preventivamente al loro destino autodistruttivo (6).

Fisiologico vs patologico.

Un ulteriore aspetto che rende difficile la concettualizzazione di che cosa è droga – e quindi di chi è drogato – è l’impossiblità di stabilire criteri quantitativi univoci tali da poter definire dei comportamenti umani come fisiologici o patologici. Le sostanze stupefacenti andrebbero infatti ad incidere, ad alterare il normale comportamento fisiologico del corpo umano. Ma seguendo le indicazioni offerte da Wulff, Pedersen e Rosenberg (7) viene ad essere invalidato proprio il fondamento di questo approccio, ossia la possibilità di stabilire qual è il comportamento normale di un individuo. Detto altrimenti: lo stato di normalità è definito dalla medicina sulla scorta di alcune medie statistiche e ponderate, le quali tuttavia non escludono affatto che singoli soggetti possano vivere tranquillamente pur avendo dei valori fisiologici che si discostano da questa media statistica. I valori della normalità sono una costruzione astratta, una formalizzazione del modo di operare del corpo umano che non rimandano a nessun ente reale: ciascun corpo umano può quindi concretamente presentare dei valori differenti da questi e non mostrare alcuna irregolarità patogena nel suo funzionamento. E’ quindi presente – sempre e costantemente – una forte componente soggettiva nel determinare la condizione di salute di un individuo.

Conseguentemente, anche la condizione patologica risulta essere una costruzione astratta, o per meglio dire sociale: sono le stesse procedure logiche operate da soggetti che vengono socialmente individuati e riconosciuti come agenti autorizzati a compierle, che presiedono all’individuazione dello stato sociale di salute o di malattia dei membri di quella collettività. Detto di nuovo. Certi individui vengono ritenuti portatori di un sapere – socialmente riconosciuto e certificato – che consente loro di esercitare un potere discriminatorio rispetto alla popolazione, in base al quale determinate condotte sono lette come normali, ovvero sane, ed altre come a-normali, ossia patologiche, devianti (8).

È del resto questo stesso sapere che viene messo in campo quando si definisce socialmente l’insieme delle sostanza ritenute droghe e quello delle sostanze non ritenute tali. Come spiegare, infatti, la presenza nel primo insieme dell’oppio e nel secondo dell’alcool, del tabacco o di una serie di psicofarmaci sintetici che producono – da un punto di vista clinico – forme analoghe di dipendenza e alterazioni delle condizioni psicofisiche precedenti la loro assunzione? È sulla scorta di dispositivi analoghi che viene ad essere definito, in campo sportivo, quali sostanze sono da considerarsi dopanti e quindi chi è dopato.

il doping sportivo

Il doping sportivo, del resto, ha una storia parallela e antica quanto quella delle droghe in senso lato: l’orizzonte agonistico a cui rimandava l’assunzione del soma presso le popolazioni arie ne è un chiaro esempio.

Il primo caso accertato di doping nello sport moderno risale tuttavia al 1896, quando durante la gara ciclistica Parigi-Bourdeaux Arthur Linton fu stroncato da una crisi cardiaca per overdose di stimolanti. Tuttavia si dovrà attendere il 1960 perché un gruppo di 20 nazioni europee si dichiari contrario all’uso di sostanza dopanti nello sport: questo provvedimento fu preso a seguito dello sconcertante episodio accaduto durante la gara dei 100 km a squadre nell’Olimpiadi di Roma, nella quale il ciclista danese Kurt Jensen fu stroncato da un collasso dovuto all’eccessiva somministrazione di anfetamina, mentre due altri suoi compagni di squadra furono ricoverati in fin di vita. Nello stesso anno il Governo francese promulgò una legge che rese la pratica del doping illegale su tutto il territorio nazionale. Nel 1965 il Parlamento belga emanerà una legge analoga. A partire da questo momento il tentativo di combattere le pratiche dopanti nello sport si accompagnerà, da un lato, al tentativo di darne una sempre più chiara e incontrovertibile definizione, dall’altro, ai paralleli tentativi di trovare nuove sostanze o nuovi metodi per aggirare i divieti.

In Italia, ad esempio, la legge più recente che regolamenta la materia è la legge n. 376 del 14 dicembre 2000, Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping, entrata in vigore il 2 gennaio dell’anno successivo. Il comma 2 dell’articolo 1 di questa legge definisce doping «(…) la somministrazione o l’assunzione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti». Questa norma fu emanata alla luce della ratifica ai sensi della legge 29 novembre 1995, n. 522, dei principi etici e dei valori educativi della Convenzione contro il doping, firmata a Strasburgo il 16 novembre 1989 e che coniuga il rispetto e la tutela dell’integrità psicofisica degli atleti con la salvaguardia della regolarità delle gare.

L’orizzonte problematico è quindi venuto a delinearsi in modo chiaro: da un lato la lotta al doping è condotta in nome della salute degli atleti, sebbene il concetto di fisiologico e quello di patologico non siano sempre immediatamente definibili, e rimandino a parametrizzazioni e scelte metodologiche non sempre univoche; dall’altro è condotta per cercare di rendere le gare regolari, ossia svolte tra atleti le cui possibilità di aggiudicarsi la vittoria non siano funzioni variabili della presenza di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive nel loro organismo, sebbene anche il cibo possa essere inteso come un elemento biologicamente attivo nell’organismo e persino l’aria, tant’è vero che il comma 3 dell’articolo 2 della stessa legge, prevede la necessità di una revisione e di un aggiornamento costante delle classi delle sostanze dopanti stante l’impossibilità di una loro definizione ultima e definitiva (anche, come detto, per l’invenzione di pratiche e di prodotti sempre nuovi).

Si consideri inoltre, relativamente a questo secondo aspetto, come una vasta classe di farmaci diventino doping solamente se ne fa uso un’atleta che partecipa ad una competizione sportiva: se questi venissero assunti da un altro soggetto, non competitore per intenderci, cesserebbe l’attribuzione al farmaco di ogni carattere dopante. Il carattere dopante di una serie di sostanze è quindi subordinata alla qualifica del soggetto che ne usufruisce e al contesto – agonistico o no – della loro assunzione, e non ad un qualche pericolo per la salute della persona derivante dalla natura della sostanza: colui che ne fa uso, al contrario, ne trae un paradossale beneficio, essendo tali sostanze classificate legalmente come farmaci, ossia rimedi a uno stato patologico (9).

Più doping per tutti?

Un primo rimedio che tolga a determinate sostanze la qualifica di doping potrebbe essere, in conseguenza a quanto fin qui esaminato, quella di consentire a tutti gli atleti partecipanti ad una competizione di assumere qualsiasi genere di prodotto farmacologicamente o biologicamente attivo. Se, infatti, il problema è lo squilibrio iniziale che il doping verrebbe a creare tra chi lo assume e chi no, le condizioni iniziali di equilibrio del gioco, presupposto fondamentale per ogni competizione, potrebbero essere provocatoriamente garantite dalla sua liberalizzazione totale. Se la finalità della competizione è la vittoria, questa è perseguita con ogni mezzo a disposizione dell’atleta: l’allenamento certo, sicuramente il perfezionamento tecnico, ma – da sempre – anche il ricorso a prodotti che possono supportare questi sforzi. Ecco allora il ricorso ad una giusta ed equilibrata alimentazione, ma per quegli atleti che provengono da zone del pianeta afflitte da carestie, ad esempio, la possibilità di presentarsi in condizioni adeguate a una competizione sportiva verrebbe in tal senso inficiata; agli integratori energetici o a farmaci per il recupero dell’affaticamento, anche se si sa che per alcuni di questi, quali la creatina, non esiste univocità su quali dosi siano salubri e quali provochino nel lungo periodo danni all’atleta; a sostanze biologicamente o farmacologicamente attive che aiutino il miglioramento, appunto, delle prestazioni. Affinché si realizzi una competizione che abbia delle condizioni iniziali di equilibrio assoluto a ciascun atleta dovrebbe essere garantito un eguale accesso alla fruizione di ciascuno di questi mezzi (non scordando che – di per sé – le stesse caratteristiche anatomo-fisiologiche di un atleta lo dispongono in una condizione di partenza differente rispetto a tutti gli altri, con opportunità maggiori o minori di successo). In alcuni sport la condizione iniqua iniziale è resa addirittura palese dalla presenza di handicap diversi che cercano di riequilibrare la situazione, come ad esempio nel golf.

Liberalizzare l’uso delle sostanze dopanti verrebbe quindi ad eliminare uno dei fattori di disparità iniziale tra gli atleti; squilibrio reso ancor più vessatorio dal fatto di essere prodotto in modo occulto, stante la non liceità della pratica. Detto altrimenti, poiché il doping non è lecito si è sempre cercato di aggirare la normativa vigente o attraverso la ricerca di nuove sostanze attive, oppure attraverso la somministrazione nascosta di sostanze preesistenti, abilmente coperte con stratagemmi meccanici (fino ai finti peni con piccola sacchetta porta urina, da indossare durante i controlli) o altri farmaci (che impediscono il ritrovamento nelle stesse urine o nel sangue delle tracce residue delle sostanze considerate doping): il risultato è sempre e comunque quello di falsare le condizioni dell’evento in modo appunto occulto.

La resistenza a questa provocazione potrebbe derivare dal considerare le sostanze dopanti illecite non solamente per gli effetti che determinano sul normale svolgimento della competizione, ma anzitutto per gli effetti negativi che provocherebbero sulla salute degli atleti. Qui, ovviamente il discorso si fa più complesso e sottile.

Doping e self-ownership.

L’assunzione volontaria di sostanze dopanti da parte di soggetti che non intendono partecipare a competizioni sportive implica motivi etici diversi. Sempre accogliendo la parametrizzazione medica degli stati fisiologici e di quelli patologici, alcune sostanze vengono ritenute dannose in generale per l’organismo umano, nel breve o nel lungo periodo. Il divieto all’assunzione di queste sostanze risiede allora nella necessità di tutelare il soggetto umano. Tutelare significa letteralmente porlo sotto tutela: ossia ritenere che su una questione il soggetto debba essere spogliato della sua capacità deliberativa riguardo a se stesso, a ciò che è bene o male per lui, per essere paternalisticamente guidato. La decisione è posta nelle mani – o meglio nella mente – di qualcun altro.

Occorre allora chiedersi se un soggetto che sia dichiarato capace di intendere e di volere, ossia nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali e quindi della propria capacità deliberativa, e che sia stato posto nelle condizioni di avere un’informazione completa e chiara sugli effetti che l’assunzione di certe sostanze verrebbe a produrre sul proprio organismo, possa essere spogliato di queste facoltà nel caso in cui sembrerebbe orientato a scegliere un comportamento che lo danneggi. Detto altrimenti: il soggetto umano è libero di scegliere per se stesso anche il proprio male? È libero di disporre di sé come vuole? Io, in sostanza, di chi sono?

Questo tema, come noto, lambisce quell’ambito di riflessione che è emerso in relazione ai crescenti problemi bioetici posti in essere dal progresso scientifico e rimanda, in prima istanza, al dibattito sviluppatosi a partire dagli anni ottanta attorno alla proprietà di sé (10).

Il concetto di proprietà di sé rimanda a quanto affermato da Locke nel paragrafo 27 del secondo dei Two Treatises of Government: «(…) every man has a “property” in his own “person”. This nobody has any right to but himself (11)». Ogni uomo dispone della proprietà di sé e nessuno ha il diritto di privarlo del suo uso in maniera non aggressiva – ovvero fino a che tale uso non rechi danno a un  altra persona. Sosteneva alcuni paragrafi prima, infatti, che «the natural liberty of man is to be free from any superior power on earth, and not to be under the will of the legislative authority of man, but to have only the law of Nature for his rule (12)». Solamente le leggi naturali costituiscono il vincolo originario al libero agire dell’individuo. Da questa premessa la tesi della proprietà di sé, nella formulazione fattane da Cohen, ribadisce fermamente come «ciascuno è da un punto di vista morale il legittimo proprietario di se stesso. Ciascuno (…) ha titolo, moralmente parlando, a disporre di se stesso (…) (13)». E poiché, come interpreta Del Bò, l’unica proprietà di cui ciascuno ha propriamente il diritto di disporre è il corpo – poiché giuridicamente parlando si può possedere solamente un corpo e le sue parti, ma non le sue capacità, ossia le sue qualità costitutive -, questa proprietà di sé deve essere intesa come proprietà a disporre autonomamente del proprio corpo senza alcun vincolo morale.

Sulla scorta della proprietà di sé, pertanto, risulta moralmente lecito l’uso di sostanze dopanti: la disponibilità di sé e del proprio corpo è infatti totale, senza limitazione alcuna e senza preclusione per alcuna delle finalità che ciascun individuo decide di deliberare (sempre che questo uso, ovviamente, non comporti conseguenze per altre persone, perché evidentemente in questo caso il quadro muterebbe radicalmente).

Questa risposta alla domanda che ci eravamo posti all’inizio non sarebbe certamente condivisa dai sostenitori di etiche di orientamento diverso, di ispirazione, diciamo in modo un po’ schematico, kantiane. Per Kant, infatti, il problema andrebbe affrontato a partire dalle tre formulazioni dell’imperativo categorico che dovrebbero essere poste a fondamento di ogni scelta che voglia dirsi morale.

Nella prima parte della Grundlegung zur Metaphysik der Sitten (1785), Kant infatti individua l’essere razionale in generale come quell’essere che unico può agire secondo la rappresentazione della legge (Vorstellung des Gesetzes). Anche l’uomo, di conseguenza, può dare una legge al proprio agire esclusivamente come conseguenza del suo essere razionale, e dell’assumere questa razionalità come principio di ogni deliberazione. Agire in quest’ordine di rappresentazione del reale significa agire secondo dovere (Pflicht), poiché la legge (Gesetz) è l’aspetto formale del dovere di un’azione. Come tale è anche l’aspetto universale, diverso dallo scopo ‘materiale’, dal suo oggetto, vale a dire l’aspetto puntuale e individuato di ciascun comportamento: il dovere, detto altrimenti, è per Kant la necessità di un’azione per rispetto della legge in quanto tale, dove il dovere è inoltre quell’aspetto della mia deliberazione che la rende universale, in quanto frutto di una processo razionale, e quindi condivisibile da tutti gli esseri razionalmente deliberanti. Il rispetto della legge formale, come tale, mi impone come conseguenza il costante rispetto dell’umanità in me stesso come negli altri, poiché il soggetto conforma la propria azione al dovere della legge morale, coincidente con la volontà buona, solamente deliberando come soggetto universale, quel soggetto appunto sintetizzato dalla nota terza formulazione dell’imperativo categorico (14). Solamente se il singolo accetta di pensarsi come essere razionale, ovvero di pensarsi in quell’ordine dell’universalità che abbiamo configurato, è garantita la tenuta del pensiero morale kantiano: detto altrimenti, esclusivamente a patto di accettare di pensare la sua esistenza non come esistenza propria, in quanto singolo, bensì come testimonianza universale del concetto stesso di Umanità, ossia come persona, l’etica kantiana mantiene senso e coerenza. L’idea di persona come coincidente con quella di essere razionale non è allora da considerare come un dato di fatto, di natura, bensì come fine tendenziale da perseguire, dover essere dell’essere uomo. In tal senso, considerando la pratica del doping quale pratica che può arrecare un danno al mio organismo, che può intaccarlo, e che non può pertanto essere condivisa e deliberata dall’Umanità, non risponde ai requisiti dell’azione morale. Il doping è, nella prospettiva della morale kantiana, immorale.

Ora, come già sostenuto altrove (15), il concetto giuridico di persona funziona come una classe di equivalenza, per la quale la relazione appunto di equivalenza, che essa instaura tra i soggetti in essa compresi, comporta l'espressione di un qualche predicato di uguaglianza che, astraendo i singoli individui dalla loro particolarità, ne esprime allo stesso tempo il valore di scambio, ovvero l'aspetto per il quale essi divengono inscrivibili all'interno di una determinata classe ed in essa interscambiabili appunto come equivalenti; viceversa, è soltanto assumendo quei predicati che definiscono quella classe di equivalenza che il singolo individuo può essere inscritto nella medesima classe. Detto di nuovo: la distinzione tra genere umano e umanità (Menschheit) è la distinzione che definisce la condizione di iscrizione dei membri della prima classe alla seconda, secondo il criterio dell’assunzione del proprio essere come essere razionale, ossia dover essere. Il concetto di Umanità funziona quindi come ideale tendenziale, utopia a venire, impegno etico-universale a cui ogni singolo deve conformare la specificità del proprio essere per rendere morale la propria condotta.

Ma, in tal senso, il concetto di Umanità si dispone come corpo sociale, come superficie improduttiva - per utilizzare in senso traslato il linguaggio di Deleuze e Guattari - come presupposto obiettivo - o se si vuole naturale - dell'emergenza del singolo (e delle forze e degli agenti della produzione desiderante) che, in quanto tale, ha la possibilità a configurarsi come uomo solo producendosi e desiderandosi come emanazione dell'Umanità stessa. Il concetto di Umanità assume come dato ontologico una certa costituzione dell'individuo e la fa funzionare come tale, la veicola e la riproduce in quanto essere dell'Uomo: il diverso non è tollerato dal principio dello scambio come eguaglianza reciproca. Detto con Ricoeur: «Introdotta come termine mediatore fra la diversità delle persone, la nozione di umanità ha come effetto di attenuare, fino al punto di estrometterla, l’alterità che sta alla radice di questa diversità (...) (16)». Ciò che va perduto in questa morale è proprio la specificità dell’individuo: per dirla con Hegel, la possibilità della felicità. Da un punto di vista libertario, pertanto, è una morale anti-individualista, che non terrà mai conto delle specificità che sono costitutive proprio della persona umana in quanto esistenza, eccedenza.

Se quindi il problema dell’assunzione si sostanze dopanti deve essere affrontato da un punto di vista morale, della scelta individuale, riteniamo che il primo dei due approcci sia quello maggiormente corretto, in funzione del rispetto originario che ripone nell’incommensurabilità strutturale del singolo come tale: ogni essere vivente, in altri termini, si presenta come dotato di caratteri e proprietà peculiari – sulle quali peraltro non è proprietario, nel senso che, ad esempio, non può decidere se essere alto o basso di statura – che sono costitutivi del suo modo di essere e di operare nella realtà, e che vengono rispettati solamente assumendoli nel loro essere radice anche della irriducibilità dell’essere individuale che si presenta come entità deliberante autonoma. Solamente nella prospettiva della self-ownership è quindi garantito a ciascun individuo di poter disporre liberamente di sé e quindi anche dell’eventuale assunzione di sostanza dopanti (ribadiamolo, fin tanto che questa assunzione non determini comportamenti che ricadano nella sfera protetta dalla deliberazione altrui).

La diffusione odierna del doping come espressione del modello sociale attuale.

Il problema, semmai,  è quello dell’interrogarsi sulla diffusione odierna del doping. Detto altrimenti, la questione non è se sia lecito o meno doparsi: da un punto di vista della morale individuale, infatti, ciascuno potrebbe disporre di sé come ritiene più opportuno, anche deliberando di procurarsi degli svantaggi (sempre finché questo non abbia ricadute che limitino in qualche modo l’originaria capacità di delibera di qualcun altro). Il problema è interrogarsi come mai, di fronte a comportamenti moralmente equipollenti, sempre più gli sportivi scelgano di doparsi, di fare uso di sostanze di un certo tipo.

Come Yehya ha mostrato in uno dei suoi ultimi saggi, questo ricorso esasperato alla pratica dopante, tale da trasformare le competizioni più che in gare tra atleti in gare tra ditte farmaceutiche, è il prodotto di una società – quella dell’emisfero boreale, occidentale e a industrializzazione avanzata – che non accetta più il limite del proprio corpo, che non accetta più le deficienze del proprio essere, e che cerca di oltrepassare con ogni mezzo i limiti naturali nel nome di un pressante culto della performance e della vittoria ad ogni costo (17). Vi è, detto nuovamente, una crescente insoddisfazione rispetto al corpo naturale e a alle sue caratteristiche originarie e costitutive, alle quali facevamo riferimento anche nel paragrafo precedente: il corpo umano, dinnanzi alle istanze poste in essere dalle nuove tecnologie ed alle esigenze che queste ultime pongono anche a livello di rapporti economico-produttivi e dunque sociali, appare obsoleto e si è pertanto portati, spesso in maniera inconsapevole, a «(…) sostituirlo con qualcosa di meglio (18)». Tutta la cultura popolare degli ultimi decenni, ma anche l’evoluzione contemporanea delle biotecnologie sono state caratterizzate dalla tendenza di fondo del rifiuto del corpo: al pari delle macchine, che nel momento in cui appaiono danneggiate o inefficaci debbono essere rimpiazzate con modelli più recenti ed efficienti, va sviluppandosi un analogo atteggiamento anche nei confronti del corpo umano. «L’odio per il corpo costituisce una reazione prevedibile da parte di una società ossessionata sia dal consumo sia dalla perfezione fisica, una società che soffre perennemente di bulimia, anoressia e obesità (19)». Sono – detto altrimenti – alcune istanze di fondo del modello di sviluppo dell’attuale società che rendono l’uomo obsoleto.

Il doping è quindi metafora di una società intera e del suo modello di sviluppo: l’incremento costante e tendenzialmente infinito della produzione, mediante l’ottimizzazione dei suoi standard, nonché quello dei consumi, a sostegno del processo di circolazione delle merci (e quindi dello stesso ciclo produttivo) necessitano di un corpo diversamente efficiente. Necessitano di doping. E’ questo, quindi, il vero problema morale della diffusione della pratica del doping nella società prima ancora che nello sport: il fatto che i membri di questa società, di questo modello di sviluppo – proprio per continuare a farne parte – sembrano non potervi rinunciare, sembrano non poter scegliere diversamente. In tal senso proprio la mia capacità di autodeliberazione, che costituiva il fondamento della proprietà di me stesso, è qualcosa di cui sono stato già spogliato, è qualcosa che mi è stato già sottratto. Io sono già di qualcun altro.

Note

(1) T. DE MAURO, Il dizionario della lingua italiana, op.cit., p. 773.

(2) M. ONFRAY, Antimanuel de philosophie, Bréal, Rosny 2001, p. 294.

(3) Importante riferimento per la stesura del paragrafo è stato U. LEONZIO, Il volo magico. Storia generale delle droghe, Sugar Editore, Milano 1979.

(4) Ivi, p. 27.

(5) Sull’origine di questa setta e per una sua breve storia si cf. ivi, pp. 59-64.

(6) Per un’analisi lucida e spietata di queste dinamiche: T. S. SZASZ, Il mito della droga. La persecuzione rituale delle droghe dei drogati e degli spacciatori, (1974), tr. it. Feltrinelli, Milano 1977.

(7) H. R. WULFF – S. A. PEDERSEN – R. ROSENBERG, Filosofia della medicina, (1986), tr. it. Raffaello Cortina Editore, Milano 1995.

(8) Sul processo di emergenza di questo sapere sociale e dei soggetti autorizzati a servirsene si cf. M. FOUCAULT, La nascita della clinica (1963), tr. it. Einaudi, Torino 1969.

(9) Si prenda visione, in tal senso, del contenuto dell’articolo 7 della legge presa in esame, contenete appunto indicazioni sui «farmaci contenenti sostanze dopanti».

(10) Per una rassegna di questo dibattito rimandiamo a C. DEL BÒ, La tesi della proprietà di sé: linee generali del dibattito in corso, «Filosofia e Questioni Pubbliche», 7 (2002), n. 3, pp. 127-134.

(11) J. LOCKE, Two Treatises of Government, Dent & Sons, London-Melbourne-Toronto 1978, p. 130.

(12) Ivi, § 22, p. 127.

(13) G. A. COHEN, Self-Ownership, Freedom and Equality, Cambridge University Press, Cambridge 1995, p. 109 (cit. in C. DEL BÒ, La tesi della proprietà di sé: linee generali del dibattito in corso, op. cit., p. 127).

(14) Questo terzo principio pratico della volontà - come Kant lo definisce - è rappresentato dall’idea «(...) des Willens jedes vernünftigen Wesens als eines allgemein gesetzgebenden Willens» (I. KANT, Fondazione della metafisica dei costumi, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 94).

(15) S. DAGRADI, Ragioni dell’Eros. Tre diverse scritture filosofiche in Diderot Morelly Kant, «Giornale di Metafisica», n. s., 24 (2002), nn. 1-2, pp. 101-130 (ora in ID., Il Vuoto e la Carne: il pensiero filosofico e la problematizzazione della sessualità, Bonomi Editore, Pavia 2002, pp. 103-123).

(16)P. RICOEUR, Sé come un altro, (1990), tr. it. Jaca Book, Milano 1993, p. 324.

(17) N. YEHYA, Homo cyborg. Il corpo postumano tra realtà e fantascienza, Elèuthera, Milano 2004.

(18) Ivi, p. 14.

(19) Ivi, p. 72.


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