Il mio interesse per il tema del soggetto, per i processi di soggettivazione, coerentemente a quanto invitava a fare Luisa Muraro, diremo allora che si è progressivamente formato attorno a puntuali situazioni di disagio. Disagio nel senso letterale di «mancanza di ciò che è necessario (2)», e quindi, estensivamente, come malessere, impaccio, fastidio. Disagio provato in situazioni definite, precise, e di natura diversa: lutti, motivi economici, di studio, formativi, affettivi, sentimentali, di lavoro, politici, culturali. Disagio che si è manifestato in momenti temporali e condizioni diverse; esperienze frammentate, disperse. Ma disagio che, tuttavia, è stato progressivamente assunto, rielaborato, vissuto consapevolmente: che si è fatto motivo di studio e di ricerca attorno alle sue cause, alle sue ragioni. Un disagio che ha assunto, progressivamente al procedere della mia riflessione, i contorni di una inadeguatezza rispetto al presente ed alle istanze dominanti, alle richieste, alle incitazioni che attraversano il flusso vitale della società nella quale mi trovo a vivere. Una inadeguatezza esistenziale nel senso precipuo del termine: il mio ex-sistere confinato nella negazione di spazi di eccedenza rispetto alle condizioni reificate di esperienza alle quali si viene progressivamente indotti, educati, costretti. Un non bastare, un non bastarsi. I modelli ed i dispositivi di questo processo di reificazione dell’essere umano si sono pertanto definiti quale orizzonte di insistenza del mio percorso di approfondimento, di indagine (3).
Il tema del soggetto, quindi, come approdo del disagio esistenziale ed esperienziale di un individuo del XX secolo nella società capitalista avanzata, nella società del capitalismo cognitivo e del precariato dell’Europa occidentale; e di un individuo che cerca, attraverso questa sua tematizzazione, strumenti terapeutici a questo stesso disagio. Proiettandolo nel XXI secolo.
L’allargamento della prospettiva soggettiva, individuale, la generalizzazione che ne è conseguita e tuttora ne consegue, lo spingersi dell’analisi ad un livello più astratto, nato, necessariamente, sempre a partire da un effettivo vissuto esperienziale, personale – razionale, emotivo, emozionale, sentimentale, irrazionale, lineare o caotico – tenta di raccogliere, soppesare, valutare, distorcere se è il caso, gli strumenti che incontra, crearne di nuovi, e di questi si dota sotto l’istanza della comprensione-elaborazione-risoluzione dell’inadeguatezza del proprio presente alle possibilità storicamente offerte, che si manifesta appunto nella situazione di disagio: perché come Foucault ci ha ricordato, interpretare la realtà «[…] è impadronirsi, attraverso violenza o surrezione, di un sistema di regole che non ha un significato essenziale in sé, ed imporgli una direzione, piegarlo ad una volontà nuova, farlo entrare in un altro gioco e sottometterlo ad altre regole […] (4)».
Un costante movimento interpretativo che si muove inoltre dal particolare al generale, dal locale al globale e viceversa e sempre dalla teoria alla pratica e viceversa. Dinamica forse incerta, contraddittoria e perciò aperta, anche e sempre (è bene ricordarcelo spesso) alla possibilità di un suo fallimento; oppure alla poliedricità, alla complessità e quindi alla ricchezza d’analisi e di sintesi che essa consente. Perché la contraddizione è anche un elemento inevitabile in ogni processo di cambiamento, in quanto processo che determina anche il disordine simbolico del determinato. La contraddizione, il fallimento e quindi il limite sono pertanto concetti primi a partire dai quali approfondire le dinamiche di costruzione-decostruzione della propria soggettività.
Il concetto di limite. Un racconto sul suo incontro.
Tutto iniziò molti anni fa, frequentavo ancora la terza media. Passando accanto a un segnale stradale di divieto di sosta in una via della mia città, un segnale che c’è ancora e accanto al quale sono passato un numero infinito di altre volte, mi dissi: "Passato quel cartello la mia vita sarà perfetta". Che voleva dire: inizierò una nuova vita, una nuova vita nella quale l’errore, le cattive azioni, il male, tutto quello che potesse ai miei occhi assumere un valore negativo fosse per sempre bandito. Altre volte ho cercato di ripetere quel gesto. Altre volte mi sono illuso che tutto fosse così semplice.
Dopo molti anni da allora forse sto ripetendo davanti a questo computer portatile la stessa ritualità. Nuovamente per l’ennesima volta sto cercando di mettere ordine, di dare forma e quindi senso alla mia vita. Nient’altro che questo è ciò che sto cercando di fare da tutti questi anni, periodicamente e soprattutto dopo momenti di crisi, dopo eventi che hanno posto un freno alla mia azione, dopo eventi che mi hanno ferito, dopo eventi limite.
Quello che sto cercando di fare è ricomporre una ferita che si era prodotta proprio in quegli anni. Questa ferità ha un nome e una causa.
Il nome di questa ferita si chiama perdita di innocenza. Una ferita che ha portato il disagio: l’uscita dall’innocenza. L’adolescenza è stata per me questa uscita dall’innocenza, una innocenza nella quale tutto appariva già dotato di senso. Ogni cosa era disposta come doveva essere ed ogni azione era compiuta perché così si doveva. Tutto era al suo posto – o così allora mi appariva – e quindi tutto non poteva che compiersi in quel modo in cui lo facevo, ed aveva un significato, aveva un valore, aveva, già prima di essere compiuto, un senso. La realtà aveva un suo ordine, un ordine che mi precedeva, che era dato e nel quale ero inserito, venivo educato e indirizzato. Fino a quando non è intervenuto un domandare e un domandare il senso delle cose, di quello che si faceva e si diceva questa innocenza è durata e perdurata: mi ha circondato, avvolto e protetto. Ma in un momento tutto questo sembrò non bastare più: ciò che era tacito e palese non lo era più, ciò che era evidente divenne problematico. Il senso si dissolse con l’ordine e l’innocenza. Male e bene divennero parole dense di un nuovo significato e di un nuovo spessore. Lacerante. Anche, spesso, lacerante.
Anche la causa di questa ferita può essere nominata. L’innocenza si è rotta con la maturazione sessuale, a partire dall’esperienza della masturbazione e delle prime forme caotiche, confuse di rapporto con l’altro sesso. Ma la crisi si è concretizzata soprattutto attorno alla masturbazione: così si è manifestata la cogente impronta di una cultura in cui ero immerso e che inopinatamente condannava la masturbazione. La masturbazione, e più in generale la sessualità, il desiderio erotico nel suo erompere caotico, ruppe l’innocenza per il senso di colpa che attorno ad essa la cultura nella quale ero immerso – consapevolmente o inconsapevolmente – aveva saputo dispiegare e trasmettermi. La rottura dell’innocenza significò quindi anche l’assumermi un confronto con tutto quanto mi precedeva, con tutto ciò in cui sono stato immerso, con tutto quello che mi ha formato e fatto diventare ciò che ero.
Credo che tutto quello che ho scritto non sia stato altro che una autobiografia intellettuale: il tentativo di ragionare e comprendere quanto ha agito su di me: decidere e decidermi. Prendere in carico le mie scelte, decider-mi in modo sempre più consapevole, nella tensione a plasmare un senso possibile alla mia esistenza.
E di fronte ad ogni insuccesso, di fronte alla sperimentazione dei miei limiti tutto questo si riapriva e si riapre ancora. Oggi. E si riaprirà forse sempre, in questo tentativo umano, troppo umano di dare senso ad ogni attimo. A partire da questo.
Mi accorgo anche che le situazioni limite ci invitano a riflettere. Il limite è l’occasione per farsi carico della riflessione su cosa siamo o non siamo, su cosa siamo diventati e cosa possiamo essere. Il limite – come estremo – porta a riflettere, ma non vi è forse un limite in ogni quotidianità; non vi è forse un limite in ogni attimo, in ogni scelta che accompagna ogni attimo? Non c’è allora in ogni attimo un invito alla riflessione, un invito a farsi carico di noi stessi, di decider-si?
Il nietzscheiano ritorno dell’uguale, espressione della nostra volontà di potenza ritorna forse in ciascuno di noi in ogni situazione nella quale – al di là di ogni apparente banalità, misura della nostra supina accettazione del presente e del reale come dato – siamo chiamati a decidere e quindi a volerci sempre di nuovo, appunto a decider-ci?
E nel decidere imponiamo un senso, nell’accezione prima proprio del dare un senso di marcia alla nostra condotta e quindi a noi stessi: decidiamo dove andiamo e perciò ciò che diventiamo e siamo. Decidiamo e quindi siamo noi stessi: solamente nel deciderci siamo, e siamo in quanto siamo noi stessi, decidendoci così e non altrimenti. Nel dare una direzione, nel decidere una direzione io do’ anche un senso al mio cammino e quindi al mio vivere e quindi alla mia esistenza. La mia è una ex-sistenza nella misura in cui determino il mio cammino, do’ una direzione al mio cammino e quindi un senso, che si costruisce attraverso ogni singola scelta, e quindi in ogni singolo attimo, in ogni singolo momento.
Ma la costruzione di questo senso è possibile solamente dall’accogliere l’intimo sradicamento da ogni fondamento ultimo e definitivo nel quale sono gettato: la mia destinazione è data a partire dal riconoscere, dall’accogliere e dal far mia la crisi di ogni fondamento ultimo e definitivo come prodotto del moderno e come lascito alla contemporaneità. Noi viviamo nello sradicamento, nell’intima infondatezza della nostra esistenza come di tutte le esistenze: dall’assenza – propria del nichilismo, di un nichilismo maturo e consapevole del suo esito storico – di ogni senso ultimo e dato al mondo, alla realtà e quindi ad ogni ente presente e operante in questa realtà. Non una risposta ultima, definitiva, acquietante: non una risposta che dia il senso, in quanto capace di donare alla realtà ordine – l’ordine proprio di una causa prima o ultima, di un principio che tutto governa e tutto muove, che tutto determina, ordina e comanda —, viene accolta e riconosciuta al fondo dell’esistenza. Bensì la messa in crisi di questa e il riconoscimento dell’infondatezza che vi è subentrata. Se non vi è causa prima, non vi è necessità, non vi è ordine e pertanto ogni esistenza è gettata nello sconforto, nel terrore panico della possibilità. L’essere non è dato come necessità, ma come possibilità: e nella possibilità non un senso è dato ma nessun senso. Ogni senso deve essere prodotto, creato, scelto.
Io allora scelgo ciò che sono: devo sceglierlo. Anche la non scelta mi vincolerà ad un senso, un senso che tuttavia non avrò scelto, non mi rappresenta, nel senso che non dà forma alla mia esistenza, ma mi pervade dall’esterno. La lotta è rispetto a ciò che mi precede e mi pervade dall’esterno e verso il quale nessun mio assenso è stato dato, fornito, espresso. Riconoscere quegli elementi che mi determinano, riconoscerli per rendermi libero, sempre più libero: per aprirmi sempre di più al mondo del possibile, liberandomi dal dato, e quindi per aprirmi alla possibilità, ovvero alla scelta e quindi al senso. Al mio senso, alla mia scelta, alla mia possibilità.
Quello che ho cercato di fare – in tutti gli scritti precedenti – è questo: questo è il loro senso, ed il senso globale della mia ricerca e forse del mio vivere, la forma forse del mio modo di impegnarmi, del mio impegno chiamiamolo così politico. La mia ricerca e la mia vita come tentativo di testimonianza politica di una lotta di chiarificazione delle nostre sovradeterminazioni, di una loro presa in carico per aprire ulteriori spazi di libertà, ossia di scelta e quindi di possibilità, di esistenza: di senso.
Note
(1) S. A. DAGRADI, Esperienza e racconto di sé: una via d’accesso al tema dei processi di soggettivazione, "Società e conflitto", nn. 29/32, gennaio 2004-dicembre 2005.
(2) T. DE MAURO, Il dizionario della lingua italiana, Paravia, s.i.l. 2000, p. 723.
(3) Ci ricorda del resto - quasi a suffragio di questo magma di sensazioni, impressioni, pensieri – Duccio Demetrio come: «È da questo disagio, dalla tensione che tali morbi inusuali generano, che occorre avviare ogni iniziatico peregrinare della coscienza di sé» (D. DEMETRIO, Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranea, Raffaello Cortina Editore, Milano 2005, p. 65).
(4) M. FOUCAULT, Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1977, p. 41.