BONIFICA DEI DIRITTI E INSORGENZE GLOBALI

1. Diritti e potere predatorio

Le maglie della crisi globale, intrecciandosi tra di loro, testimoniano una realtà sempre più inquietante, con riferimento sia alle aree povere del mondo che a quelle che fino a pochi anni fa erano considerate il “baluardo dello sviluppo”. I ragguagli forniti dal CENSIS e dall’OCSE, tanto per fare soltanto scarne esemplificazioni, sono quanto mai eloquenti.

Il rapporto del CENSIS del 2012 ha descritto un paese sottoposto a una difficile prova di sopravvivenza, alle prese con eventi estremi: spread, speculazione finanziaria internazionale, crisi dell’euro, riassetto degli equilibri geopolitici del pianeta, esautoramento delle sedi decisionali della sovranità, immiserimento sociale e culturale [1]. Questi fenomeni, integrandosi tra di loro, hanno approfondito la divaricazione tra istituzioni e soggetti sociali. A questi ultimi non è rimasto che azionare tattiche individuali, in un tentativo estremo e solitario di resistere e sopravvivere alla crisi. Le istituzioni si sono concentrate nella messa a punto di strategie di austerità economica e finanziaria, per il riallineamento dei conti pubblici che, già sul piano teorico, facevano coincidere la contrazione della spesa con la contrazione dei diritti.

La ricaduta rovinosa del taglio della spesa pubblica sulla tutela dei diritti è ben rappresentata da una serie di rapporti OCSE. Prendiamone emblematicamente in esame qualcuno.

Partiamo dalla contrazione della spesa sanitaria nei 34 paesi aderenti che, nel 2010, raggiunge punte elevate in Irlanda (-7.6%), Islanda (-7,5%) [2]. L’Italia è il paese che per la tutela della salute assorbe la minore spesa globale, sia procapite sia in rapporto al PIL: 1) spesa globale 9,1%, mentre gli USA sono al 17,6%; 2) spesa procapite in dollari 2.964, mentre gli USA sono a 8.222 [3]. Va aggiunto che le politiche di spending review del governo Monti (legge n. 135/2012) hanno tagliato a colpi di machete la spesa pubblica, attaccando al cuore i diritti dei cittadini e condannando moltitudini di lavoratori alla disoccupazione, all’inoccupazione e alla precarietà occupazionale.

Continuiamo con il rapporto OCSE sullo stato dell’educazione nel 2012: per effetto della crisi, il divario sociale tra i più istruiti e i meno istruiti è cresciuto, con ripercussioni dirette sul reddito [4]. Nei paesi OCSE, la disoccupazione media tra le persone con istruzione secondaria è aumentata dal 6,1% del 2002 al 7,6% del 2010 [5]. Lo stesso dicasi per le asimmetrie retributive: i lavoratori di 55-64 anni con laurea hanno guadagnato il 96% in più nei confronti dei lavoratori della stessa fascia di età in possesso di un diploma di istruzione secondaria superiore; mentre i giovani laureati fra 25 e 34 anni hanno guadagnato il 9% in più nei confronti dei lavoratori della stessa fascia con diploma di istruzione secondaria superiore [6].

A puro titolo indicativo, prendiamo in considerazione, poi, le prospettive della situazione occupazionale internazionale del 2012: la disoccupazione si è collocata appena al di sotto del picco raggiunto nel secondo dopoguerra: 8,5%; vale a dire, circa 48 milioni di persone senza lavoro [7]. Si sono registrati circa 14,5 milioni disoccupati in più rispetto al 2007 [8]. Questi scarni riferimenti descrivono a sufficienza il grado di pervasività e profondità con cui la crisi, dal 2007-2008, ha aggredito e destrutturato i sistemi vigenti di tutela ed erogazione dei diritti, a partire dai diritti umani e fondamentali.

Alla flessione dell’occupazione va immediatamente associato, infine, l’amplificazione delle disuguaglianze di reddito, fenomeno analizzato dal’OCSE in un altro importante rapporto [9]. Limitiamoci qui a riportare alcuni dati riassuntivi che riguardano l’Italia: 1) nel 1980, l’1% più ricco degli italiani ha visto aumentare il proprio redito del 7% sul reddito totale; 2) nel 2008, la percentuale ha raggiunto quasi il 10%; 3) nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero, equivalente a 4.877 euro [10].

Questo stato di cose impone di svincolare l’analisi dalla mera descrizione dei diritti negati, per disporla a passare al setaccio i nuovi modelli di governo sociale, politico e culturale messi in auge dalla crisi globale. Siamo nel pieno di una “controrivoluzione globale” che fa impallidire quella reaganiana degli anni Ottanta e che sta ridisegnando da cima a fondo gli ordini sociali, dai livelli locali a quelli globali. La teoria politica classica e quella postclassica stentano a decifrare le metamorfosi in corso, poiché adoperano categorie in ritardo sui tempi. Sono saltati i centri di gravitazione concettuali e materiali intorno cui esse interpretavano, rappresentavano e mettevano in codice normativo la realtà [11]. Col risultato esiziale che i princìpi e i criteri politici e storici di libertà, uguaglianza, democrazia ed equità girano a vuoto. Per fronteggiare la crisi, non possiamo limitarci a richiamarli, quando proprio la crisi li sta sfaldando senza pietà. Occorre ripartire dai frenetici movimenti del reale e da essi ricavare nuovi criteri e princìpi, non tanto per capire la crisi, quanto per elaborare, comunicare e socializzare modelli culturali, etici e politici alternativi al sistema policentrico che proprio la crisi va diffondendo a scala globale.

Sul piano degli enunciati formali, le democrazie liberali classiche si sono rette sul diritto fondamentale alla vita, sulla libertà individuale e collettiva, sull’obbligo all’inclusione sociale e alla partecipazione democratica. Questi imperativi categorici sono stati sovente lesi e altrettanto sovente si sono risolti in retoriche normative e comunicative; ma, almeno, avevano fissato un orizzonte liberale e democratico di riferimento. Nelle società postliberali, invece, i diritti hanno cominciato seriamente a vacillare e, con essi, la democrazia è stata messa in questione. Le disavventure dei diritti e della democrazia hanno preso inizio negli anni Ottanta e Novanta, quando la controffensiva ultraliberista ha preso il sopravvento: la democrazia è stata posta sotto pressione da poteri decisionali autoritari e i diritti sono stati confinati in un campo di azione reso sempre più angusto e sterile.

La crisi esplosa nel 2007-2008 non si è limitata a negare e dissolvere diritti, ma ha iniziato a disegnare e designare una società e un ordine mondiale dentro cui lo spazio dei non-diritti ha subito una dilatazione esponenziale, in ogni area del mondo globale. E ciò ha rappresentato un punto di svolta in confronto allo stesso ultraliberismo. Per i diritti umani e i diritti fondamentali, la problematica che si è aperta è scottante, attraversando essi tutti i sistemi e i sottosistemi aggrediti dalla crisi. L’aggressione ai diritti appare come una dichiarazione di guerra all’umanità e alla società: la crisi è impegnata a costruire e imporre, già da ora, un futuro distopico e dispotico che si regge sulla pianificazione globale dell’illibertà, dell’ingiustizia, della disuguaglianza, della discriminazione, del razzismo e della violenza istituzionale.

La costruzione e la rappresentazione sociale delle distopie passano dall’ordine narrativo all’ordine storico e politico: perdono i loro tratti di inquietudine simbolica e la loro impronta psicotica e allucinata, per proporsi e sperimentarsi come realtà quotidiana che generalizza e riproduce se stessa. Libertà e diritti, attraverso il dosaggio sapiente di complesse macchine simboliche, ideologiche, giuridiche, politiche e militari, risultano brutalmente schiacciati. Ecco perché non siamo di fronte a una generica ed ennesima “crisi sociale”, allo stesso modo con cui non possiamo imperniare l’alternativa alla crisi sulla semplice ricollocazione della “questione sociale” nell’agenda politica.

Il ritorno alle “ricette politiche” del passato è vanificato dall’inedita complessità dei temi e dei problemi sul tappeto. Se ci soffermiamo sui diritti umani, viene subito da domandarsi: come è possibile risolvere in termini di pura e semplice agenda politica la complessità transnazionale dei diritti umani, quando milioni di donne e uomini non hanno accesso all’acqua, soffrono la fame, non godono di un lavoro dignitoso, non sono integrati in nessun sistema educativo e formativo? Ogni giorno e in ogni parte del mondo migliaia di donne e uomini sono maltrattati, sfruttati, torturati e uccisi, ben al riparo di istituzioni interessate, compiacenti o (nel migliore dei casi) distratte. Nelle impostazioni progressiste tradizionali, l’agenda politica ha tentato di frapporre dei contrappesi agli sconfinamenti del potere, erigendo delle barriere protettive, grazie alla disseminazione dei diritti personali e collettivi. Nella situazione attuale, il potere plasma l’agenda politica che ora si regge sulla proliferazione delle aree dei non-diritti: l’ingiustizia, l’illibertà e la disuguaglianza sono le anime tentacolari di forme di sovranità globali oppressive.

Possiamo sicuramente interpretare la crisi in corso come dispositivo di un nuovo ordine mondiale [12] che non si pone affatto l’obiettivo programmatico di un bilanciamento tra democrazia e mercato, alla fine dei conti rivelatosi un sogno inghiottito dalle sabbie mobili del potere. Il nuovo ordine, piuttosto, si regge sullo smodato desiderio di spazzare via perfino i residui dei regimi democratici, attraverso la monumentalizzazione di logiche di potere eslusiviste. Più che all’estinzione dello Stato, sotto lo sconfinamento invasivo del mercato, abbiamo assistito all’estinzione dei diritti, sotto la pressione congiunta di Stato e mercato che, piuttosto che riallinearsi e riequilibrarsi, hanno definitivamente strappato la sovranità della rappresentanza al popolo e/o ai cittadini e/o ai soggetti sociali [13]. Il potere e i poteri, nel rappresentarsi, sovraimprimono la circolazione della loro autoreferenzialità politica e simbolica, attraverso cui occupano tutti i tempi e gli spazi della vita sociale e personale.

L’estinzione progressiva dei diritti doveva essere necessariamente accompagnata e coadiuvata dalla metamorfosi del diritto, ormai, ridotto a una macchina di potere. Il divorzio tra diritto e diritti non poteva essere più inequivocabile: il diritto costruisce qui zone franche dai diritti che, per i poteri globali, presentano anche l’indubbio e non secondario vantaggio di attrarre investitori e investimenti, secondo le linee di una vera e propria antropofagia sociale. Il diritto qui si compie come macchina complessa che crea e contemporaneamente attrae ingiustizia: a misura in cui divora diritti ed espande ingiustizia, il diritto si cannibalizza, dilatando oltre misura il carattere predatorio del potere. La predazione esercitata dal potere si esprime in un movimento duplice, ma convergente: 1) la deresponsabilizzazione del popolo, dei cittadini e dei soggetti sociali, a cui è tolta la sovranità della scelta; 2) l’irresponsabilità dei decisori che non intendono essere chiamati a rispondere delle loro scelte e delle loro azioni. In un certo qual modo, il diritto veicola la socialità predatoria del potere che, a sua volta, si legalizza proprio attraverso forme di predazione istituzionalizzata e socializzata.

 

2. Diritti e potere bulimico

Il ciclo ultraliberista iniziato negli anni Ottanta si è prolungato fino ai primi anni 2000 [14]. Con la detonazione della crisi globale del 2007-2008 e, ancora di più, con l’esplosione del debito sovrano del 2011-2012, le forme della crisi e le integrazioni sistemiche tra le varie sfere dei poteri globali hanno descritto una parabola che, in minima parte, possiamo ancora designare col nome di crisi e, in gran parte, dobbiamo iniziare a qualificare come incubazione di un nuovo ordine mondiale. Diversamente da quanto narrato da esperti e opinion maker, le variabili principali della metamorfosi in corso non sono esclusivamente riconducibili a dinamiche di tipo finanziario e monetario, pur riconoscendo loro tutta la rilevanza che meritano. Occorre far risalire in superficie ciò che si nasconde sullo sfondo ed è ricacciato nei sotterranei del potere. In particolare, ciò che va disvelata adeguatamente è l’intreccio che si sta intessendo tra diritto, diritti e poteri. Le trasformazioni del diritto a cui abbiamo fatto innanzi cenno non sono rimaste senza influenza sulla scrittura e riscrittura delle mappe dei diritti. È stata generata e, quindi, messa in funzione una macchina di potere spietata che si nutre inghiottendo diritti.

È necessario indagare criticamente e in permanenza il conflitto ineliminabile tra la costituzionalizzazione mummificante dei diritti e il divenire trasformativo dei loro menu [15]. E, certamente, il cuore del conflitto risiede nel superamento dell’anima proprietaria che corrode il discorso sui diritti [16]. Il punto di svolta che, in questo senso, occorre approssimare con urgenza è svincolarsi dalla mera rivendicazione di diritti inoltrata al potere, affinché li riconosca; i diritti, invece, vanno sempre più affermati e riaffermati con pratiche globali di trasformazione dei tessuti sociali e delle architetture istituzionali. Essi vanno imposti dal basso, attraverso mobilitazioni trasversali e transnazionali, fuori da ogni logica di potere che sterilizza i temi, i valori, le risorse e le vite di cui sono portatori. Esempi di tal genere ne abbiamo sotto gli occhi: in tempi recenti, depongono in tal senso le rivolte e le mobilitazioni del 2011; in tempi più remoti, testimonianza di questa tendenza è stata, nel 2001-2002, la mobilitazione collettiva in Argentina contro le politiche di austerità del FMI.

Non rimane che partire dalla consapevolezza che il costituzionalismo moderno è entrato in crisi irreversibile, proprio perché fisiologicamente incapace di proteggere e valorizzare il carattere proteiforme e transnazionale che i diritti hanno oggi acquisito [17]. In una’arena globale come quella entro cui siamo gettati nel presente, il costituzionalismo nazionale non può avere vita e storia: è morto con il declino dello Stato nazione [18]. I diritti non riescono più a limitare i poteri, poiché questi, ormai, si muovono fuori dalle costituzioni, dribblandone tempi e spazi. I confini della polis antica e della modernità sono stati fatti saltare proprio dalla mondializzazione dei percorsi e processi di autodeterminazione dei poteri, i quali oggi candidamente confessano che le costituzioni non sono più necessarie per il governo della società. Anzi, sarebbero diventate delle controfattualità pratiche e teoriche, ai fini del “buon governo”. I poteri transnazionali ci dicono che la società, per essere governata, va bonificata dai diritti e, quindi, liberata dal peso ingombrante delle costituzioni. Essi celebrano, così, un nuovo mito di fondazione che destituisce i valori collettivi sedimentati nella memoria democratica e nell’immaginario sociale, per istituire la dominanza extracostituzionale ed extraistituzionale di interessi globali specialistici che elaborano e impongono alle istituzioni un diritto contro che ha per suoi specifici bersagli società e soggetti sociali.

I diritti umani, i diritti fondamentali e il diritto internazionale sono le vittime eccellenti di questo processo di specializzazione che sradica diritti, regole e procedure eque e trasparenti. Il potere si purifica e autoassolve: celebra la sua propria innocenza e, nel contempo, la colpa della società, partorendo un nuovo e terribile mito di fondazione. Si tratta di un immane processo di decodificazione e ricodificazione che fa della deregolazione la procedura che norma, assetta e riassetta l’universo mondo. In questo nuovo ordine di discorso, la certezza del diritto diventa sinonimo della certezza della potenza del potere. Il diritto non attiene più ai cittadini e/o ai popoli, ma esclusivamente al potere: il diritto è stato fagocitato dal potere. In un processo di questa valenza imponente e tragica è, almeno, ravvisabile un vantaggio: il crollo delle finzioni giuridiche postulanti la certezza del diritto che, in realtà, generavano un ingranaggio di proliferazione infinita di autovalidazioni. A questo stadio, tutto il complesso e gigantesco sistema dell’interpretazione giuridica si incrina definitivamente [19].

Le cartografie dei diritti, allora, devono schizzare definitivamente fuori dalle mappe dei poteri, costituendone e costruendone l’alternativa: non possono più accontentarsi di limitarle; ma devono loro strappare spazi, tempi e luoghi, generando universi di dialogo liberi quanto conflittuali. Il diritto ad avere diritti si profila come emanazione delle pratiche di comunione delle differenze e delle battaglie che le accompagnano, prima ancora che come riconoscimento conferito da istituzioni e poteri costituzionalizzati. Tra pratiche sociali di esercizio dei diritti e costituzioni, a prescindere dal grado della loro sospensione, esiste un ineliminabile rapporto di conflittualità [20]. Ciò è vero soprattutto oggi, epoca in cui i poteri transnazionali fanno dell’estinzione degli spazi costituzionali dei diritti la loro strategia ricorsiva per eccellenza. Possiamo catalogare questa strategia come tecnica macchinica della bulimia del potere. I diritti e i soggetti multipli che li incarnano si trovano gettati nella dimensione spaziale e temporale del naufragio, di cui il potere ambisce a essere lo spettatore estasiato e galvanizzato. Naufragio con spettatore, ma senza attore: questi i fotogrammi che all’infinito il potere tenta e spera di imprimere nell’inconscio sociale e nella memoria collettiva. Ed è qui che il mito di fondazione dei poteri transnazionali, prigionieri della loro bulimia, si converte nella mitologia del futuro dell’eterna potenza. Il punto di discrimine è che i naufraghi dei diritti, uscendo dalle loro prigioni, si rovesciano contro quei poteri che aspirano a spettacolizzare ed eternizzare il naufragio. L’assalto delle azioni libere priva il potere delle sue riserve bulimiche.

3. Insorgenze globali e buon vivere

Le forme di resistenza collettiva al potere e le mobilitazioni degli oppressi sono pressoché infinite e variano nel tempo come nello spazio. Sovente, resistenza e mobilitazione travalicano i loro confini, sino a farsi azione di libertà e liberazione. È possibile, così, individuare e attraversare territori in resistenza [21], rintracciando e memorizzando un conflitto che, in un certo modo, è allo stato puro: la sfida incrociata tra l’oppressione del potere e la ribellione degli oppressi. Ognuno degli agenti della relazione comunicativa conflittuale accetta la sfida lanciata dall’altro. Per cogliere la ricchezza e la complessità di questa sfida, però, abbiamo bisogno di linguaggi nuovi, capaci di esondare dalle sponde saccenti delle strutture lineari della cultura maschile [22]; ma è necessario anche decentrare lo sguardo [23]. Bisogna, cioè, munirsi di un pensiero e di un linguaggio nuovi, attingendoli dalle esperienze di trasformazione disseminate per il mondo, operando una sovversione culturale e antropologica che viene alla luce come rivoluzione delle differenze. Se, dopo L. Wittgenstein e Ingeborg Bachmann,  è definitivamente acclarato che non può darsi un nuovo mondo senza un nuovo linguaggio, è ancora più vero che non si dà un nuovo linguaggio fuori dalla costruzione del mondo delle differenze.

Ma è anche necessario essere ben consci che i territori in resistenza sono anche territori di resistenza, nel senso che la resistenza è attiva, anche quando è latente. La resistenza al dominio, del resto, ha un doppio registro: 1) quello opaco della dissimulazione; 2) quello trasparente della comunicazione pubblica [24]. Il potere ha timore della resistenza silenziosa, poiché non fa impiego di codici comunicativi pubblici: ne avverte, con ossessione, la minacciosa presenza e ne teme l’improvvisa e tumultuosa eruzione. Il silenzio è, forse, la minaccia più temuta dal potere, poiché gli impedisce di portare a segno puntuali strategie di asservimento e di clonare coscienze asservite. Tanto più diventano necessarie, per il potere, azioni di intromissione e controllo pervasivo della privacy, mediante l’uso sapiente delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; come ha ben mostrato lo “scandalo” del datagate esploso nell’estate del 2013.

Un pluralistico orizzonte oppressivo e, insieme, ribelle squarcia e abbraccia il mondo globale, senza che vi siano più differenze incolmabili tra centro e periferia. Anzi, per molti versi, le periferie condividono con le metropoli il primato di punta avanzata delle insorgenze globali [25]. Raul Zibechi, a proposito delle rivolte delle periferie urbane dell’America Latina (Cile, Perù, Argentina, Ecuador, Bolivia e Uruguay), parla di contropoteri popolari creati dal basso: i luoghi della spoliazione quasi assoluta diventano, contestualmente, i territori della speranza che si fa liberazione e della liberazione che si fa azione [26]. Gunther Teubner, in merito al conflitto tra diritti transnazionali e poteri globali, per parte sua, parla di costituzioni civili locali e di autocostituzionalizzazione di ordinamenti globali senza Stato [27]. Sia quel che sia, è presto per poter comprendere e rappresentare adeguatamente i multiformi rivoli di questo fiume carsico che viene prepotentemente in superficie. Rimane già sufficientemente chiaro, però, che sono qui radicalmente poste in questione le forme della democrazia rappresentativa e delle sue corrispondenze costituzionali. Le insorgenze globali sbocciate in tutto il pianeta sono da assumere come forme embrionali di autocostituzionalizzazione che si oppongono al pensiero forte dello Stato e della rivoluzione dall’alto e, contestualmente, non si lasciano risucchiare nel pensiero debole della frantumazione dispersiva. Possiamo fare qui nostri i versi di Paul Klee: «Non lasciare che la scintilla / venga del tutto spenta dalla legge».

Le insorgenze globali hanno, ormai, assunto la forma planetaria della disobbedienza mutante che reagisce costruttivamente sia alla crisi della soggettività che alla crisi della rappresentanza. Esse innescano processi di auotorappresentazione e socializzazione fuori dall’arena politica, economica, comunicativa, culturale e simbolica data [28]. Si innesta qui un legame con una nobile e articolata tradizione di lungo corso che principia con Henry D. Thoreau e, passando per Gandhi e Hannah Arendt, si prolunga fino a Martin Luther King, Aldo Capitini e don Lorenzo Milani, tanto per menzionare soltanto i transiti essenziali. Ma grandemente cambiati sono i testi e i contesti storici e politici, gli immaginari culturali e le poste in gioco della “disobbedienza civile”. Il diritto ad avere diritti è, oggi più che mai, diritto/dovere di lottare per i diritti, sciogliendo quotidianamente tutti i nodi delle servitù e degli asservimenti. La disobbedienza non rimane circoscritta alle sfere della rivendicazione dei diritti, poiché sa bene che il diritto statuale - e ancora di più quello internazionale - non è più in grado e più non vuole riconoscere e legittimare diritti.

Il meccanismo tripolare che integra diritto/Stato/legittimità non è più un referente credibile e affidabile: le nuove insorgenze globali, anzi, lo hanno individuato come responsabile e artefice della disuguaglianza, dell’ingiustizia e dell’esclusione sociale. Lo sguardo e l’azione delle disobbedienze in corso lacerano il velo di ipocrisia con cui i poteri amano ricoprirsi: sulla scena ritornano i conflitti reali e le poste in gioco vere. La circostanza implica la messa in discussione dello spazio politico democratico della rappresentanza [29], riconosciuto ora come generatore di discriminazioni e violazioni dei diritti fondamentali. E, ancora, conferma un’importante intuizione di Hannah Arendt: il cambiamento è sempre radicato in un’azione extragiuridica. Dobbiamo soltanto precisare che l’extragiuridicità delle insorgenze globali è costruttiva di nuovi quadri di legittimità che contestano il potere legale oppressivo e, perciò, costitutivamente carente di legittimità. La frattura tra potere legale oppressivo e legittimità viene aggirata attraverso l’esplosione dei territori e dei soggetti insorgenti che praticano, organizzano e costituzionalizzano dal basso le reti dei diritti globali. Si autogenerano, così, istituzioni della libertà capaci di ripercorrere di continuo il conflitto multidimensionale che si sviluppa tra sfere della durata e della stabilità (diritto) e sfere della trasformazione (azione libera). Il trascendimento operativo e operoso dell’universalità chiusa dello Stato, delle sovranità globali e del diritto non poteva essere più netto.

I fenomeni che abbiamo sommariamente descritto avvengono in un universo mondo che va sempre più gravitando intorno al policentrismo delle città metropoli, con effetti di ricaduta sia sui conflitti agrari nel mondo (soprattutto in America Latina) che sui movimenti indigeni [30]. La città, forma dominante dell’abitare, del vivere, del socializzare, del comunicare e del produrre, si interpone tra potere e politica, complicando le sinergie della loro relazione [31]. Sinergie che i conflitti urbani transnazionali frantumano in maniera puntiforme. Le insorgenze globali di questi ultimi anni ci hanno detto anche questo. Nel mondo che si fa forma urbana e nelle città che si fanno mondo, la resistenza al dominio e le rivolte contro l’oppressione sono qualcosa di più di una strategia di sopravvivenza; diventano frammenti locali che, secondo l’asse periferia/centro, comunicano processi convergenti di liberazione. Diventano diritti globali che si autocostruiscono e diffondono, stratificando organizzazioni sociali e umane aperte che compongono con tenacia ordinamenti partecipativi che declinano la libertà dei diritti con i diritti della libertà e, perciò, sono in perenne rifacimento e affinamento.

V’è uno snodo estremamente importante e stimolante nelle ribellioni che attraversano centro e periferia del mondo, potenziando e ridistribuendo ininterrottamente la loro tensione verso il cambiamento: la convergenza culturale, politica, etica e sociale intorno al tema del buen vivir degli indios andini. Ricordiamolo, anche se solo di passaggio: i movimenti indigeni ecuadoregni, nella seconda metà del decennio scorso, sono riusciti a introdurre nella costituzione formale del loro paese il diritto al buen vivir [32]. Il buen vivir, recepito anche dalle più avvertite filosofie occidentali, per un verso, collega strettamente il benessere delle popolazioni ai diritti della terra e della natura e, per l’altro, l’economia e la politica all’etica e all’ecologia [33]. I punti di svolta di questo incrocio di paradigmi sono due: 1)  non esclusivamente l’uomo è titolare di diritti, ma anche le donne, la natura, gli animali e l’ambiente; 2) le relazioni e le prassi della trasformazione hanno ineliminabili e inossidabili caratteri plurali. La svolta, esattamente, sta nel superamento della sfera antropocentrica, economicista, politicista, differenzialista e sessista del pensiero dominante. Si può, così, affermare un sistema di atti e finalità, secondo cui tutte le dimensioni dell’essere e del vivere, tutti gli esseri viventi hanno una sacralità etica e una magnificenza estetica che non possono essere dirottate verso le fauci del possesso, della proprietà e del dominio.

Se, in una prospettiva di libertà, leggiamo le insorgenze globali che solcano e riassemblano il presente del mondo, possiamo più facilmente far nostra la tensione costruttiva che oggi anima il rapporto conflittuale tra diritti globali e poteri globali. Siamo collocati sulla soglia di una frontiera nuova dei diritti: quella in cui essi non si limitano a far sentire al potere la loro voce dissonante; ma, invece, ne sgretolano il tempo e lo spazio, con sistemi di azioni plurali. Dall’abisso dentro cui erano stati fatti precipitare dal potere, i diritti si risollevano, ripopolando un mondo trasformato in deserto. Avere ed esercitare diritti significa rendere giustizia; rendere giustizia significa onorare la molteplicità della ricchezza del mondo; onorare la ricchezza del mondo significa inaugurare, difendere e sviluppare gli stati plurali della felicità. Mai come nella nostra epoca, è stato chiaro che la giustizia sociale attiene all’eticità globale della dignità umana e che, quindi, i diritti sono espressione di una mutevole e varia manifestazione di bisogni [34]. Gli individui, le persone e i soggetti socializzati non perdono mai l’eticità e l’esistenzialità della loro dignità globale, ma la riconquistano e la elevano, lottando e interiorizzando nuovi bisogni e nuovi diritti. L’indelebile bisogno di diritti fa uscire dalla latenza un immarcescibile bisogno di vita buona e felice, attraverso la costruzione e la descrizione delle battaglie necessarie allo scopo. Di nuovo, emerge con forza il tema del buen vivir che ha definitivamente varcato la soglia dei concetti teorici e filosofici: è ora carne e sangue di un mondo che non si rassegna alla sofferenza e all’infelicità. La trama che si è venuta, così, dipanando ci fa concludere: i diritti globali sono le cosmogonie svelate del tempo ritrovato, del tempo rinato e del tempo ribelle della generosità.

Insorge proprio qui, tra gli altri segni dei nuovi tempi, la problematica ardua, ma felice dei diritti globali. Il punto di partenza è la capacità di aspirare al futuro e di riversarlo nel concreto del quotidiano, descritta con acume da Arjun Appadurai [35]. Le aspirazioni sono veramente tali soltanto se praticate: se imprimono tracce significative di trasformazione sociale, culturale e politica [36]. Da questo punto di vista, sostiene Appadurai, la povertà è la nemica principale delle aspirazioni al cambiamento, poiché ne inibisce alla base le possibilità culturali e materiali di coltivazione e realizzazione [37].

Ora, la problematica dei diritti globali non richiede di contrastare quell’accelerazione del tempo globale che mira ad affiggere e affliggere il presente sulle bacheche del passato; bensì aspira a dischiudere le porte del futuro, togliendo il chiavistello a quelle del presente. I diritti globali hanno aspirazioni, in un certo senso, opposte a quelle dominanti. Essi intendono sottrarre l’accelerazione del tempo alla signoria assoluta del potere, per fare irrompere la costruzione del futuro nelle topografie del presente, garantendo che il senso della liberta non perda la memoria del suo movimento ciclico e contraddittorio, ma durevole. Essi si propongono di riconquistare pezzi scottanti del futuro perduto e del futuro da inventare; ma sono consapevoli che ciò è possibile soltanto se la ritessitura del tempo ricomincia dallo spazio del presente in lotta. A stretto contatto con la povertà e la sofferenza degli esseri umani, ne celebrano l’elogio, portandone alla luce la ricchezza nascosta e indomita.

(13 agosto 2014)
Note

[1] CENSIS, Rapporto 2012 sulla situazione del paese, in www.censis.it, 2012.

[2] OCSE, Health Data 2012, in www.oecd.org, 2012.

[3] Ibidem.

[4] OCSE, Education at a glance 2012, in www.oecd.org, 2012.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] OCSE, Employment Outlook 2012, in www.oecd.org, 2012.

[8] Ibidem.

[9] OCSE, Divided we stand: why inequality keeps rising, in www.oecd.org, 2011.

[10] Ibidem.

[11] Una prima interpretazione della crisi delle categorie classiche e postclassiche del pensiero politico occidentale, secondo l’orizzonte analitico qui semplicemente alluso, si trova in A. Chiocchi, Dilemmi del ‘politico’. Selezione di temi, 3 voll., Avellino, Associazione culturale Relazioni, 3a edizione, 2010.

[12] Luciana Cadahia, El dispositivo de la crisis come Nuevo Orden Mundial, in Luciana Cadahia e G. Velasco (a cura di), Normalidad de la crisis/crisis de la normalidad, Buenos Aires, Katz Editores, 2012.

[13] M. Lazzarato, Dopo la fine della rappresentanza. Disobbedienza e processi di soggettivizzazione, “alfabeta2”, n. 25/ 2012.

[14] E. Toussaint, Da dove viene la crisi? L’ideologia neoliberista dalle origini a oggi, Roma, Edizioni dell’Asino, 2013; C. Crouch, Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo, Bari-Roma, Laterza, 2012; G. Ferrara, 99%. Per uscire dalle crisi generate dal sistema neoliberista. Riprendiamoci il futuro ripartendo dal basso, Lucca, Dissensi, 2012; M. Lazzarato, La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sula condizione neoliberista, Roma, DeriveAprodi, 2012; S. Cingolani, Bolle, balle e sfere di cristallo. L’economia dell’inganno, Milano, Bompiani, 2011.

[15] S. Rodotà, Il diritto di avere diritti, Roma-Bari, 2012.

[16] Ibidem.

[17] G. Teubner, Nuovi conflitti istituzionali, Milano, Bruno Mondadori, 2012.

[18] Ibidem.

[19] V. Villa, Una teoria pragmaticamente orientata dell’interpretazione giuridica, Torino, Giappichelli, 2912.

[20] S. Rodotà, op. cit.

[21] R. Zibechi, Territori in resistenza. Periferie urbane in America Latina, Roma, Nuova Delphi, 2012.

[22] Ibidem.

[23] S. Chignola e S. Mezzadra, Fuori dalla pura politica. Laboratori globali della soggettività, “Filosofia politica”, n. 1/2012.

[24] J. Scott, Il dominio e l’arte della resistenza. I “verbali segreti” dietro la storia ufficiale, Roma, Elèuthera, 2012.

[25] R. Zibechi, Terrori in resistenza, cit.; D. Harwey, Rebel Cities. From the right to the city to urban revolution, New York, Verso, 2012; A. Bertho, Les temps des émeutes, Paris, Bayard Centurion, 2009.

[26] R. Zibechi, Brasile. Fine della riforma agraria, in www.comune-info.net, 16 gennaio 2013; Id., Territori in resistenza, cit.

[27] G. Teubner, op. cit.

[28] M. Lazzarato, Dopo la fine della rappresentanza, cit; G. Rauting, n-l, fare molteplicità, “alfabeta2”, n.25/2012; M. Scotini, Un immaginario nuovo, “alfabeta2”, n.25/2012; P. Virno, Lo stato d’eccezione proclamato dal basso (intervista di M. Scotini), “alfabeta2”, n.25/2012.

[29] M. Lazzarato, Dopo la fine della rappresentanza, cit; Id., La fabbrica dell’uomo indebitato, cit.

[30] R. Zibechi, Brasile. Fine della riforma agraria, cit.

[31] E. Scandurra, I conflitti urbani all’epoca della globalizzazione, “Riflessioni Sistemiche”, n. 4/2011.

[32] P. Benacalzar Alarcon, Il buen vivir – sumak kawsay. La costruzione di un paradigma per una diversa umanità, in Rita Martufi e L. Vasapollo, Futuro indigeno. La sfida delle Americhe, Milano, Jaka Book, 2009.

[33] G. Esteva e Irene Ragazzini, Dalla precarietà alla convivialità, in www.comune-info.net, 4 gennaio 2013; V. Brugiatelli, Potere e riconoscimento in Paul Ricoeur. Per un’etica del superamento dei conflitti, Trento, Tangram Edizioni Scientifiche, 2012 ; G. Esteva, L’insurrezione in corso, Trieste, Asterios, 2012; E. Irrera, Sulla bellezza della vita buona. Fini e criteri dell’agire umano in Aristotele, Lanciano (Ch), Carabba, 2013; Vandana Shiva, Fare pace con la terra (edizione digitale), Milano, Feltrinelli, 2012; Alessandra Vischi (a cura di), Sviluppo umano e ambiente. Educazione, ricerca, vuta buona, Milano, EDUCatt, 2012; G. De Marzo, Buen vivir. Per una democrazia della terra, Roma, Ediesse, 2011; C. Sini, Del viver bene, Milano, Jaka Book, 2011; I. Wallerstein, America Latina e popoli nativi, contraddizioni di sinistra, “il manifesto”, 7 settembre 2010; P. Benalcalzar, Buen vivir, cit.

[34] Martha Nussbaum, Giustizia sociale e dignità umana. Da individui a persone, Bologna, Il Mulino, 2013.

[35] A. Appadurai, Le aspirazioni nutrono la democrazia, Milano, et al, 2011; Ota De Leonardis e M. Deriu, Il futuro nel quotidiano. Studi sociologici sulla capacità di aspirare, Milano, Egea, 2012.

[36] Ota De Leonardis e M. Deriu, op. cit.

[37] Si rinvia alle opere di Appadurai, De Leonardis e Deriu citate alla nota n. 35.