RAPINA DEI DIRITTI ED ESTORIONE DELLA DEMOCRAZIA

1. La fine dell'età dei diritti

Partiamo da una delle evidenze principali della crisi globale esplosa nel 2007-2008: il capitale finanziario globale è risultato egemonico rispetto allo Stato, ma dello Stato ha risolutivamente dismesso le residue leve di pianificazione politico-economica e le sopravviventi prerogative di coesione sociale [1]. Su questo presupposto, ha creduto di edificare la sua eterna giovinezza, ritenendosi definitivamente svincolato da ogni obbligazione politica, etica, economica e civile. Le gerarchie di priorità dello Stato sociale e delle politiche di Welfare sono state rovesciate. Tanto al livello locale che a quello globale, lo Stato e la politica non rispondono più alla domanda sociale di cittadinanza; ma sono ora cittadinanza e diritti che devono uniformarsi ai comandi imperativi di istituzioni, élites, raggruppamenti e coalizioni sociali intorno cui si vanno amalgamando i detentori della sovranità globale. Possiamo lecitamente concludere che il divorzio tra capitalismo e democrazia è stato, così, portato a totale compimento, collocandosi ben oltre i già aspri confini del reaganismo e del thatcherismo.

La dichiarazione di Richard Nixon dell’agosto 1971 dell’inconvertibilità del dollaro in oro segnò la fine di quella che gli storici del capitalismo hanno chiamato “età dell’oro dello sviluppo”, iniziata con il Piano Marshall e le politiche keynesiane di intervento sul ciclo. Nel contempo, mise in crisi gli accordi di Bretton Woods, grazie cui erano stati creati meccanismi di compensazione tra i bilanci di pagamento dei singoli Stati aderenti. Iniziò allora un’epoca di stagnazione economica che ha prodotto guasti sul medio e lungo periodo [2]. Si trattò di una controffensiva con cui gli USA intesero principalmente rispondere alla crescita di peso dei capitalismi europei e con la quale prese inizio il processo, attraverso cui il capitale finanziario ha ridimensionato progressivamente il ruolo del capitale industriale [3]. Con la chiusura dell’”età dell’oro”, è nata l’epoca dell’egemonia americana [4]. Dobbiamo sempre tenere nel debito conto che egemonia americana e centralità del capitalismo finanziario sono le due facce dello stesso problema. Non a caso, le origini deflagranti della crisi globale si sono localizzate negli USA, con l’esplosione della bolla finanziaria dei mutui subprime avvenuta sul finire del 2006.

Ancora più decisivo, nei primi anni Ottanta, fu il crollo definitivo del sistema di Bretton Woods, sotto i colpi degli shock petroliferi del 1973-79 e delle politiche reaganiane e thatcheriane che conferirono al capitale la libertà assoluta di movimento [5]. Il sistema delle imprese e quello finanziario poterono esportare i loro capitali in ogni parte del globo, secondo le proprie esclusive convenienze e al di là di ogni vincolo statuale. Le politiche odierne di delocalizzazione selvaggia, uno dei perni dell’attacco ai diritti dei lavoratori e dei cittadini e del depauperamento delle risorse locali, costituiscono l’erede legittimo di queste scelte remote. Per effetto di tali politiche, la bilancia del potere si andò sempre più spostando a favore dei nuovi “interessi finanziari” e i contrappesi al loro predominio diventarono sempre più esili, fino a sfaldarsi del tutto. Come ha sostenuto Luciano Gallino, ha preso in questi anni origine la formazione del “complesso politico-finanziario” [6].

Le mutazioni a catena del capitalismo globale, attivatesi all’inizio degli anni Settanta e proseguite negli Ottanta, hanno progressivamente vulnerato la democrazia, ponendola inizialmente come variabile secondaria dello sviluppo economico, fino ad arrivare a osteggiarla, in quanto ritenuta un ostacolo al ridisegno e alla redistribuzione dei nuovi poteri globali. La regolazione autoritaria dei diritti di cittadinanza, partita con Ronald Reagan e Margaret Thatcher, affonda le sue radici in questo terreno melmoso.

Sul piano internazionale, si è andata affermando una nuova dialettica tra mercati dei beni reali e mercati dei beni finanziari, dagli esiti devastanti per tutto quello che ha riguardato la democrazia, con una ricaduta ancora più rovinosa sui diritti individuali e collettivi. La dialettica depressiva che ne è scaturita è stata assai ben sintetizzata da Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini: «Agli effetti compensativi nel mercato dei beni reali si affiancano gli effetti cumulativi dei mercati finanziari internazionali che possono esasperare gli eventi trasformando una situazione di difficoltà in una profonda depressione» [7].

Il nuovo equilibrio finanziario-politico globale si è posto come regolatore della crisi, pilotando immani processi di trasformazioni sociali, politiche ed economiche, fino a rinserrare la geopolitica del pianeta in logiche regressive e totalizzanti. La risultante coerente è stata  la disseminazione di anelli concentrici di deprivazione in tutte le sfere sociali, politiche ed economiche, destrutturando e destabilizzando la vita di milioni di esseri umani. Le metamorfosi azionate e regolate dalla crisi convergono e dipartono da una centralità assiale: la redistribuzione planetaria del reddito verso i vertici piramidali della scala sociale, con la creazione di classi e sottoclassi di emarginazione sociale e povertà come non si era ancora visto nella storia moderna e contemporanea. Le narrazioni del debito sovrano e delle crisi di bilancio sono state messe al servizio di questo obiettivo strategico: trarre dall’impoverimento ulteriore della povertà, della precarietà e dell’emarginazione sociale quelle risorse monetarie e finanziarie, altrimenti inattingibili, stante l’indisponibilità politica e culturale a una redistribuzione verso il basso. Per le élites sovranazionali, colpire ceti medi, lavoratori, pensionati, emarginati e poveri è stata l’unica strada percorribile, per la difesa e il consolidamento dei loro poteri politici, economici e finanziari.

Negli anni Settanta, l’esaurimento dell’”età dell’oro” ha celebrato il funerale delle retoriche dello sviluppo; con l’egemonia americana e il predominio del capitalismo finanziario, invece, hanno attecchito le retoriche della crescita. Nel primo caso, capitalismo, ricchezza sociale e democrazia, mantenevano una relazione di comunicazione, per quanto conflittuale; nel secondo, la relazione è stata definitivamente interrotta. I paradigmi della crescita hanno spazzato via la possibilità e la necessità della democrazia e della partecipazione; i diritti, per parte loro, sono stati considerati delle vere e proprie catene ingombranti. In Europa, ha progressivamente preso piede una marcata involuzione autoritaria che ha configurato, sia sul piano formale che su quello sostanziale, una sospensione della democrazia [8].

Non casualmente, nel 1972, il paradigma dello sviluppo ha ricevuto una recisa confutazione teorica da parte di un rapporto condotto da ricercatori del Massachusetts Institute Technology (MIT) che, sotto la guida da Dennis Meadows, pronosticarono per l’umanità scenari apocalittici, già nel medio periodo. Già il titolo del rapporto era estremamente eloquente: “I limiti dello sviluppo” [9].

Dagli anni Novanta in poi, altrettanto non casualmente, l’ultraliberismo ha imperniato la possibilità e la necessità della crescita sulla soppressione dei diritti, postulati, percepiti e patiti come intralcio alla creazione di ricchezza. Nell’universo a spazi e tempi intercomunicanti della globalizzazione, le costituzioni formali e materiali e le forme di governo sono state reingegnerizzate o sono in via di reingegnerizzazione intorno a questi assi di scorrimento. In tali sistemi di pensiero economico - che si sono fatti sistemi di governo politico del mondo - democrazia e diritti non costituiscono semplicemente un residuo da lasciarsi alle spalle; piuttosto, rappresentano l’avversario da sconfiggere definitivamente. Per le nuove élites del potere, ciò che ha valore è solo il profitto immediato, perseguito e massimizzato attraverso la minimizzazione inarrestabile della democrazia e dei diritti. L’utile massimo corrisponde qui al grado zero della democrazia e dei diritti. Alla rapina dei diritti deve, dunque, corrispondere l’estorsione della democrazia. L’età dei diritti può dirsi definitivamente morta.

Ma v’è dell’altro: alla rapina dei diritti si accompagna inevitabilmente l’ampliamento inarrestabile delle fasce di povertà assoluta e relativa; col che la povertà di massa funge sempre più come leva decisiva del finanziamento degli strati e dei ceti più ricchi. La razionalità funzionale delle politiche di austerità e del taglio indiscriminato delle spese sociali sta proprio qui: come in guerra, occorre “fare bottino” nella maniera massima possibile e nei tempi più rapidi possibili. A tutti gli effetti, il potere della ricchezza e la ricchezza del potere si alimentano, attraverso i meccanismi della rapina lampo che si esercita e duplica su scale spaziali e temporali infinite. Secondo queste logiche di rapina, chi sta peggio, è destinato a stare sempre peggio; chi, invece, è nell’opulenza, è destinato sempre di più a nuotare nell’oro. Possiamo dirlo: è nata l’epoca dell’oro dei poteri globali che si nutrono del sangue, della sofferenza, della miseria e della disperazione di sterminate masse umane.

A questo stadio, lo sviluppo è definitivamente convertito in sviluppo della miseria, della sofferenza e dell’illibertà crescenti; la crescita si è rivelata puramente e semplicemente crescita dei poteri e delle megamacchine che hanno instaurato la dittatura del capitalismo finanziario [10]. Poiché incardinata sulle capacità di spesa delle famiglie e non già sui volumi di produzione delle imprese, la tanto decantata “stagione della crescita” 1983-2007 non ha stabilizzato effetti virtuosi [11]. Piuttosto, è da considerarsi come incubazione della fase dell’insolvenza di massa, venuta impietosamente alla luce con l’espandersi tumultuoso del debito e l’altrettanto tumultuosa contrazione della domanda aggregata, allorché è stato chiaro che il reddito delle famiglie non era più in grado di far fronte al pagamento dei mutui contratti. Il collasso dei subprime è nato in questi universi finanziari deregolati e fraudolenti. È, dunque, legittimo concludere che il ciclo di crescita 1983-2007 abbia arato il terreno entro cui la crisi globale è andata a piantare i suoi frutti velenosi. La crisi del debito sovrano nell’area dell’euro ne è stata un’eloquente illustrazione [12]. Beni e mercati finanziari sono stati trasformati, da agenti principali della crisi globale, nel volano ideologico di una crescita evocata taumaturgicamente e scaramanticamente, ma che sempre più ha stentato a trovare efficaci e generalizzati punti di applicazione.

Crisi finanziaria, crisi economica, crisi sociale e crisi ecologico-ambientale sono, così, diventate un tutt’uno tanto complesso quanto imponente [13]. Austerità, contrazione della domanda e recessione sono agite come strumento privilegiato per lo smantellamento degli esistenti e/o sopravviventi sistemi dei diritti. Le politiche recessive e il taglio indiscriminato della spesa sociale si sono convertiti, con effetto immediato, in vettori di esaltazione ed esasperazione delle disuguaglianze e ingiustizie sociali [14]. I processi di desertificazione dei diritti hanno subito un’ulteriore accelerazione e a meno diritti non ha potuto far altro che corrispondere meno democrazia. È congruo affermare che la dittatura del capitalismo finanziario e delle élites che ne esprimono e coagulano gli interessi sovranazionali ha edificato nuove forme predatorie di potere globale, mosse dall’ossessione politica di azzerare la democrazia e, con essa, i diritti. La tendenza che si sta descrivendo segna il passaggio a una forma di capitalismo, all’interno del quale la massimizzazione dei profitti è direttamente subordinata: a) al contenimento dei diritti in una camicia di forza; b) alla trasformazione della democrazia in un potente e capillare apparato sanzionatorio della domanda sociale di equità, uguaglianza e libertà.

A questo snodo, il capitalismo reale si accinge a tradire definitivamente la democrazia e la democrazia reale si dispone a voltare definitivamente le spalle ai diritti, con il rischio di dar luogo a scosse telluriche nei sistemi di relazione sociale interni e internazionali. Nell’eurozona, finora le politiche di revisione strategica dell’austerità hanno trovato una flebile voce e non sono fuoriuscite da un ambito di mera testimonianza, mancando del tutto di scardinare l’oltranzismo finanziario dell’Unione Europea. Ai protagonisti della politica europea mancano quella lucidità e quella consapevolezza che non fa loro avvertire che si sta pericolosamente danzando sull’orlo di un precipizio e che si va profilando la minaccia possibile di una via di uscita violenta dalla crisi, con una esaltazione inimmaginabile dell’esperienza catastrofica dei due conflitti mondiali del Novecento.

È estremamente chiaro che la linea di deflagrazione dell’eurozona non fa che aumentare il potere dei settori più oltranzisti del capitalismo finanziario internazionale che sfuggono al controllo della stessa amministrazione Obama, la quale si va dibattendo e contorcendo tra crisi di bilancio interne, perduranti e logoranti conflitti armati esterni, pressioni economiche delle potenze emergenti (prima fra tutte la Cina) e riallocazioni rivisitate della “guerra fredda”. Rimane il fatto, tuttavia, che i destini dell’euro e degli USA sono stretti nello stesso nodo scorsoio e l’amministrazione Obama ne è ben consapevole.

Una delle questioni cruciali è data dal fatto che l’economia, la finanza e la politica dominanti sono preda di una dissonanza cognitiva che le ha avviate e avvitate su un percorso che conduce al precipizio della crescita zero. La dissonanza riposa sul fatto innegabile che la redistribuzione perpetua delle risorse dal basso verso l’alto, sul medio e lungo periodo, vanifica le possibilità della stessa crescita che rimane priva di base sociale e dei canali di alimentazione monetaria. Ed è, in questo senso, vero che le nuove élites sovranazionali sono affette da cecità assoluta: le loro azioni e le loro decisioni mettono in crisi il futuro del pianeta e le condizioni di riproduzione del loro stesso potere [15]. Disuguaglianza distributiva e recessione si alimentano vicendevolmente e generano la spirale dell’emergenza finanziaria infinita che mortifica, sul nascere, le stesse ipotesi della crescita, riducendole a poco più di una narrazione. Le strategie di imposizione fiscale regressiva (meno tasse sui ricchi e più tasse sui poveri) hanno fatto il resto, sovralimentando nel tempo questa spirale e contribuendo a restringere sempre di più gli spazi della domanda aggregata. Ingiustizia redistributiva e iniquità fiscale sono inseparabili, come due gemelli siamesi.

V’è un’ulteriore aggravante: il regime infinito dell’emergenza politico-finanziaria svuota del tutto la democrazia e fa da gestante a conflitti sociali profondi ed estesi, controllabili soltanto con strumenti violenti, palesi o mascherati che siano. È un perfetto caso di circolo chiuso. Ma intanto le contraddizioni sociali si vanno sempre più accumulando e, qui e là, deflagrano. Il fatto è che il governo di questo circolo chiuso si regge unicamente sugli illegalismi a cui fanno ricorso le élites globali, attraverso la rapina dei diritti e l’estorsione della democrazia. Una situazione di questo tipo è esplosiva e può dar luogo a immani catastrofi sociali, associate a inedite forme di oligarchia planetaria [16].

La violenza istituzionale e statuale si accompagna a strategie comunicative quanto mai raffinate e rarefatte che tendono ad asservire l’opinione pubblica mondiale, attraverso l’uso di tecniche e metodiche manipolative e subliminali di alta complessità. Su queste ultime fanno perno le nuove politiche di ricerca, cattura e organizzazione del consenso che cercano di conferire all’obbedienza di massa una tonalità catartica e un’autorità carismatica, proteggendo e nascondendo in involucri sfavillanti lo stadio brutale e generalizzato raggiunto dall’oppressione sociale. Non è detto che questo progetto di dominio totale della realtà e delle coscienze vada in porto; ma non è nemmeno detto che fallisca miseramente, avvolgendosi su se stesso. Quello che è certo è che è cambiata totalmente la scena della lotta inestinguibile tra oppressi e oppressori.

2. La fine dell'età della democrazia

Esiste un rapporto di implicazione diretta tra le condizioni di vita materiali, sociali ed economiche e lo stato di salute dei diritti fondamentali. Nel senso assai preciso che le prime determinano il secondo che, a sua volta, può contribuire a migliorare o peggiorare le prime. La situazione di crisi che abbiamo descritto accelera i processi di impoverimento sociale, di emarginazione ed esclusione, con una lesione dei sistemi di tutela posti a sostegno dei diritti fondamentali e dei diritti umani.  La crisi globale si converte immediatamente in crisi dei diritti globali. Anzi, procede attraverso l’espianto dei diritti globali. L’implementazione delle sfere della disuguaglianza sociale su scala mondiale ne è la riprova più evidente.

Le politiche di welfare hanno pesantemente contratto il loro spazio di intervento e di influenza, fino a diventare l’ombra fantasmatica dello Stato sociale. I diritti degli strati sociali più vulnerabili sono finiti sotto attacco su scala planetaria, sbriciolandosi ed eclissandosi [17]. Nella crisi globale, le istituzioni economiche e politiche hanno definitivamente smarrito il loro carattere di equità redistributiva: non assegnano e distribuiscono giustizia, ma trasferiscono agli ordinamenti giuridico-istituzionali il compito di assettare e assestare i privilegi e gli interessi della classi alte. In queste condizioni, soprattutto nel caso in cui dovesse effettivamente realizzarsi, la crescita redistribuisce ingiustizia sociale, diventando il volano dell’azzeramento progressivo dei diritti. Essa si basa sull’evacuazione dei diritti: la rapina planetaria dei diritti globali non è che il vettore sotterraneo operoso della disuguaglianza sociale. La destrutturazione dei modi di produrre ed estrarre valore, a sua volta, ha profondamente destabilizzato il sistema di riconoscimento e assegnazione dei diritti e, con ciò, l’intera organizzazione sociale dello spazio e del tempo dentro cui viviamo. Le società globali sono diventate le società della perfetta disuguaglianza e della metodica rapina dei diritti. Le regole del gioco della crescita sono le regole del vantaggio competitivo delle minoranze dominanti che, diversamente da quanto raccontano le ideologie ricorrenti, hanno una mano ben pesante. Sono le regole che hanno trasformato la democrazia in un sistema oligarchico internazionale che estende il suo governo del mondo, a misura in cui lubrifica e rinvigorisce i meccanismi globali di depredazione dei diritti.

La crisi globale ha proceduto oltre il passaggio dalle cosiddette società del benessere alle cosiddette società del rischio [18]. Non è il rischioche la crisi globale ha redistribuito; ma certezze asimmetriche: più poteri e privilegi alle classi superiori; zero poteri e diritti fantasma alle classi inferiori. Le certezze asimmetriche si fondano sulla distruzione sistematica di regole e vincoli, in conseguenza di cui i diritti sono messi sotto assedio e la democrazia finisce con l’implodere/esplodere per linee interne [19]. Entrambi i fenomeni sono rappresentati come processi naturali, se non naturalistici; quando, invece, sono pilotati e governati da ben individuabili oligarchie transnazionali. La risultanza più appariscente delle certezze asimmetriche sta nella privatizzazione elitaria degli utili e nella socializzazione diffusa delle perdite: i profitti sono a beneficio delle minoranze dominanti; le perdite a carico delle maggioranze dominate. Queste ultime sono depauperate di reddito e diritti, con il ricorso a sofisticati meccanismi di spoliazione economica, politica e giuridica, corroborati dalle narrazioni ingannevoli delle megamacchine ideologiche e comunicative a disposizione dei poteri globali.

Oggi i poteri globali irrompono sulla scena, trascinandosi con sé una pretesa di infinito: non solo intendono essere e imporsi come poteri imperanti; ma affermano la loro durata come infinito del tempo e dello spazio.  Una tale pretesa non è semplicemente equiparabile a un discorso incapace di dialogo; piuttosto, è l’espressione dell’autotutela di tutte le visioni di potere che hanno l’interesse vitale a sopprimere il dialogo e le differenze. È, questa, la strada lungo la quale il discorso democratico e i diritti sono stati progressivamente fatti a brandelli. Il potere globale qui risplende esattamente sulla povertà globale della democrazia e dei diritti. Non sono interessi senza visione che qui trionfano; qui si esercitano interessi con visioni totalizzanti di potere globale. Gli spazi di umanità e di socialità sono invasi e saccheggiati da un cattivo infinito che è, in realtà, una gigantesca totalità chiusa. Il saccheggio dell’umanità sociale e della socialità umana avvelena e dissecca le fonti della democrazia e dei diritti.

Ancora più essiccato appare il campo comunicativo e politico all’interno del quale si stabilisce una relazione conflittuale tra la stessa democrazia e i diritti. I diritti sono un contrappeso, perfino, dei poteri democratici e della democrazia in quanto regime politico. La società democratica non è la società esente da censure, ma costruisce il suo profilo giuridico-comunicativo proprio facendo emergere e rendendo pubblici i suoi limiti e le sue contraddizioni interne. Il discorso democratico si valorizza proprio come emersione del differente e del pensiero divergente che mettono in questione la democrazia e ne sottolineano le aporie e i dilemmi irresolubili. Esso ha valore, quindi, poiché apertura dell’orizzonte del superamento, del mutamento e del discontinuo. In quanto tale, è orizzonte che valica gli orizzonti. Le metamorfosi autoritarie e involutive della democrazia, perciò, sono la riduzione dell’infinità delle possibilità del divergente alla totalità chiusa del potere, a partire dal potere democratico.

Quanto più le possibilità del divergente sono sradicate, tanto più il potere conosce chiusure che vanno ben oltre le angustie della democrazia. I poteri globali sono un’estorsione della democrazia proprio per il fatto che, saturando i limiti e le distorsioni dei poteri democratici, estinguono il discorso democratico: vale a dire, vanificano l’emersione del divergente e la comunicazione tra differenti. La riduzione di complessità fatta subire al discorso democratico va oltre l’attacco alla democrazia in sé e rappresenta il vero e più pericoloso autoritarismo dei poteri globali. Da questa nuova postazione autoritaria, risulta più agevole per loro dare corso alla rapina dei diritti. Con l’occlusione del loro spazio comunicativo pubblico, i diritti e la discussione sui diritti sono avviati verso la metastasi, sotto l’azione permanente di virus letali.

L’orizzonte semantico ed esistenziale dei diritti non è inglobabile nell’orizzonte procedurale e metodologico della democrazia. I diritti colloquiano col discorso democratico, ma sono in difficoltà con il regime democratico, anche per l’evidente circostanza che la democrazia come procedura decisionale non instaura relazioni idilliache con i diritti. I diritti sono in continuo divenire e trasformazione; la democrazia, in quanto regime, pretende di uniformarli al suo campo normativo, bloccandone la generazione e il mutamento. La decomposizione autoritaria della democrazia tende a cancellare i diritti che il regime democratico aveva riconosciuto e da qui fa muro contro le rivendicazioni di nuovi diritti. E, così, con i diritti sono polverizzati i loro titolari e agenti sociali, a cui viene negata legittimità e la cui cittadinanza non è riconosciuta.

La democrazia stessa è potere che limita i diritti; da qui la necessità vitale che i diritti limitino soprattutto i poteri democratici: ne va della loro esistenza e del loro sviluppo. Quanto più la democrazia involve verso forme autoritarie e quanto più cancella oppure ostacola l’emersione del divergente, tanto più non riconosce o riduce a orpelli nominalistici i diritti fondamentali, i diritti umani, i diritti di cittadinanza e gli stessi diritti politici. Non si tratta più di argomentare intorno alla domanda, se la democrazia abbia o meno un futuro, quanto di prendere atto che il futuro della democrazia è già iniziato e non è dei più confortanti. Altrettanto poco confortante è il futuro dei diritti che si sta prospettando. Se non possiamo passare sotto silenzio le relazioni conflittuali che si stabiliscono tra democrazia e diritti, ancora meno possiamo trascurare i conflitti che si istituiscono tra diritti concorrenti.

Lo scenario antropologico e giuridico che si sta prospettando sotto i nostri occhi sta velocemente slittando dal mondo dei non-diritti a quello dei diritti fantasma. Ed è un processo che non esclude le società democratiche; anzi, per molti versi, è in esse che trova le forme di espressione più sofisticate e invasive. È un orizzonte estremo che non evoca apocalissi venture; bensì illustra quotidianamente la presa di potere della sovranità globale e il carattere multiverso della violenza oggi esercitata dalla legge e dal diritto. Forza della legge e legge della forza si sono dotati di apparati simbolici, comunicativi e materiali molto incisivi, che perseguono lo scopo non solo di assoggettare al comando cittadini, classi sociali e popoli; ma di interiorizzare in essi lo spirito dell’obbedienza e della fedeltà al potere. Si tratta di un programma con ambizioni imperiali, destinato a scontrarsi con resistenze e rivolte in ogni angolo del globo; ma che non farà mai alcuna marcia indietro, sino a quando e se sarà sconfitto.

L’epoca dei poteri globali costruisce un mondo che fa a meno dell’autonomia sociale, etica ed esistenziale degli esseri umani e sociali, così come i processi di estrazione del valore fanno a meno dell’autonomia del lavoro vivo. L’umanità sociale viene, così, espulsa dal mondo dei valori; reciprocamente, il mondo dei valori fa sempre più fatica a rientrare nell’esperienza dell’umanità. I mondi della deprivazione dei diritti nascono e proliferano in queste regioni che sono anche le ragioni costitutive del potere, quanto più si globalizza. Un’umanità senza diritti è un’umanità costretta a vivere sotto il peso di una libertà incatenata. La depredazione dei diritti è il passo in là del potere che conduce al regno dell’illibertà, dove tutto è amministrato non solo in alto, ma anche in basso e ai lati della vita sociale, politica e quotidiana. Più la metafisica dei poteri globali si fa microfisica diffusa e la microfisica si fa governo dei mondi umani e sociali, più la libertà e i diritti  sono posti sotto assedio. Dalla depredazione dei diritti non può che nascere la deportazione della libertà: dove l’essere nel mondo è contestuale all’essere privi di mondo, là libertà è aggiogata ai ceppi del potere.

L’età dei diritti è alle nostre spalle; ma non i diritti. Anzi, è proprio dal futuro dei diritti che nasce il futuro della libertà e della democrazia [20]. Siamo in un’epoca che tranquillamente sradica i diritti e deporta la libertà. Nasce qui l’esigenza non di abbandonare la cultura dei diritti, ma di renderla all’altezza delle culture del potere che l’hanno sfidata e, fin qui, sconfitta. Con la consapevolezza che anche nell’età dei diritti si sono realizzati, a getto continuo, violazioni, abusi, soprusi e violenze da parte delle istituzioni. Ma questa è una ragione ulteriore per rafforzare le culture dei diritti: in parte, ereditandole senza residui; in parte, ripensandole e reinventandole, sia  sul fronte interno che su quello internazionale. I poteri globali cercano di sfuggire al controllo sistemico esercitato dai diritti. Tentano, cioè, di eludere il controllo di verifica del carattere aperto e democratico dei loro ordinamenti decisionali e fattuali, per avere mano libera nell’opera di costruzione di un ordine globale chiuso che va specializzandosi nella negazione sistemica della democrazia interna e internazionale. 

Le culture dei diritti, così come quelle della democrazia, sono a un bivio. Non è semplice, per loro, uscirne e operare le scelte coerenti e conseguenti, dopo essere state pesantemente tramortite dai poteri globali. Devono rianimarsi e possono farlo soltanto rianimando i loro linguaggi, operando una svolta non soltanto linguistica. Hanno l’obbligo di scendere in strada, partecipare al fervore e al dolore che muove all’azione e/o all’inazione milioni di esseri umani. Certo, si avverte il bisogno di rimettere a punto anche la genealogia dei diritti umani [21]. Ma, andando più al fondo, le codificazioni concettuali e normative tipiche delle culture dei diritti debbono respirare l’aperto della vita. Solo là, fuori all’aperto, possono diventare parte della vita che si ribella al potere e che lotta per la libertà. Non possono più limitarsi a essere un mero apparato concettuale che incardina sistemi di lettura di ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà, per riprodurre all’infinito macchine di interpretazione della realtà. Invece, i discorsi e le pratiche di verità dei diritti debbono partire dalla realtà. Sembra una questione accademica; invece, è una questione estremamente concreta ed estremamente serie. Come osserva Amartya Sen: «Possiamo capire la gravità della crisi globale in corso solo se esaminiamo quel che sta accadendo alla vita reale degli esseri umani» [22].

I diritti - a partire dai diritti umani - hanno a che fare con la vita, la sofferenza, la felicità e l’infelicità degli esseri umani. Vanno ben al di là delle tecniche e delle procedure giuridiche: inoltrano interrogazioni cruciali al potere e, quindi, debbono avere la voce di chi è oppresso dal potere. Non v’è denuncia risolutiva dell’intollerabilità del potere, se la voce dei diritti non è plasmata dalla dignità e dalla passione dei linguaggi degli oppressi, dovunque essi si trovino. Le culture dei diritti non hanno altra scelta, se non immergersi nel fluido di questa dignità passionale; altrimenti sono condannate a rimanere al di qua del bivio che le ha immobilizzate. È qui che ri-creano il loro senso; è qui che sono ri-create come liberatrici del senso della libertà. Ciò è possibile soltanto se la grammatica generativa dei diritti forgia i linguaggi dell’Uno come intersezione dei linguaggi dell’Altro.

L’universalità dei diritti umani e dei diritti fondamentali si interfaccia con la specificità dei “diritti concorrenti”: si compie in essi; piuttosto che separarsi da essi. Le sfere della giustizia,  dell’uguaglianza e della differenza sono, nel contempo, universali e particolari. Le forme di vita umane e sociali dipendono, in maniera rilevante, dalla qualità dei diritti: la vita come forma è, anzi, l’orizzonte dei diritti umani e dei diritti fondamentali. Difenderla e arricchirla è il principio responsabilità che impegna tutti i diritti e li pone tutti in colloquio tra di loro, in quanto come forme di vita affratellate, per quanto conflittuali possano e debbano essere. La ri-apertura del senso di tutti i diritti - che, perciò, sono da considerare diritti globali - è esattamente la ri-apertura del mondo, per renderlo abitabile con la ricerca della felicità e della libertà. Per esistere così come è e decide di essere, il mondo non ha bisogno dei diritti umani e dei diritti umani, e fondamentali; per esistere ed essere così come non sono, ma possono e potranno essere, hanno bisogno di ri-aprire il mondo dall’interno. Devono inseguire quell’impulso vitale che li conduce nel farsi mondo da parte del mondo.

Il mondo globale che abitiamo è anche e resta spazio/tempo dell’umano che si è socializzato e del sociale che si è umanizzato. E, quindi, l’autoreferenzialità della globalizzazione non è il limite intrascendibile della storia; ma un limite impugnabile e superabile. Il mondo è, sì, assoggettato dalla globalizzazione ultraliberista; ma non è ancora stato da essa interamente oggettivizzato. Nella misura in cui i diritti globali diventano forme di vita della mobilitazione umana e sociale, è possibile presupporre la libertà come stella polare dell’umanità che cerca la sua unità più profonda. L’inseminazione dei diritti può, così, diventare una probabilità coltivabile, un esito possibile di giustizia incondizionata. Col che giustificazione e legittimazione dei diritti non si pongono semplicemente come reazione all’orrore, ma si impiantano costruttivamente sull’etica e l’estetica del giusto, del buono e del bello che restano dimensioni essenziali dell’umano e del sociale.

(14 agosto 2014)
Note

[1] V. Giacché, Titanic Europa (Intervista di Helena Janeczek), in www.sinistrainrete.info, 25 aprile 2912; Id., Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato, Reggio Emilia, Aliberti, 2012; P. Leon, Il capitalismo e lo Stato. Crisi e trasformazione delle strutture economiche, Roma, Castelvecchi, 2014; M. Postone, Prospettive della crisi globale, Trieste, Asterios, 2013; G. Ruffolo e S. Sylos Labini, Il film della crisi. La mutazione del capitalismo, Torino, Einaudi, 2012.

[2] L. Gallino, Contro la mistica dell’austerità, (intervista di R. Ciccarelli),“il manifesto”, 30 dicembre 2013; Id., Il colpo di Stato di banche e governi, Torino, Einaudi, 2013.

[3] L. Gallino, ult. op. cit.

[4] G. Ruffolo e S. Sylos Labini, op. cit.

[5] G. Di Gaspari, Teoria e critica della globalizzazione finanziaria, Padova, Cedam, 2011.

[6] L. Gallino, ult. op. cit.

[7] G. Ruffolo e S. Sylos Labini, op. cit., p. 8.

[8] L. Gallino, L’involuzione autoritaria europea (intervista di M. Ciampicacigli), “Sbilanciamoci!”, in www.sbilanciamoci.info, 7 marzo 2014; Id., Il colpo di Stato di banche e governi, cit.

[9] Donatella Meadows e altri, I limiti dello sviluppo, Milano, Edizioni Tecniche e Scientifiche Mondadori, 1072. Per una efficace sintesi del dibattito italiano del tempo intorno al tema, cfr. L. Piccioni e G. Nebbia, I Limiti dello sviluppo in Italia. Cronache di un dibattito 1971-1974, “I Quaderni di Altro Novecento”, Brescia, Fondazione Luigi Micheletti, n. 1/2011.

[10] Cfr. le opere di L. Gallino, G. Ruffolo e S. Sylos Labini richiamate nelle note precedenti.

[11] P. Leon, op. cit.; M. Pianta, Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa, Roma-Bari, Laterza, 2012; G. Ruffolo e S. Sylos Labini, op. cit.

[12] AA.VV., La crisi del debito sovrano degli Stati dell’area euro, cit.; C. Cedrone, Dove va l’€uro?, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2014; Anna Florio, M. Lossani e G. Nardozzi, Dalla crisi finanziaria globale a nuove regole monetarie,  Soveria Mannelli (Cz), Rubbettino, 2013; C. Marazzi, Dalla crisi dei Brics all’esplosione dell’euro: problemi e prospettive (intervista a cura di “Commonware”, in www.commonware.org, 23 agosto 2013; R. Sanna (a cura di), Crisi europea: cambiare strada per sconfiggere la recessione, Roma, Ediesse, 2013.

[13] D. Fruscio, Dalla crisi finanziaria alla crisi totale, Sant’Arcangelo di Romagna (Rn), Maggioli Editore, 2012.

[14] Caritas Europa, The European crisis and its human cots. A call for fair alternatives and Solution, in www.caritas.eu, 2014; Id., The impact of european crisis, in www.caritas.eu, 2013; Nicoletta Dentico, L’austerità che uccide, “Sbilanciamoci!”, in www.sbilanciomoci.info, 4 aprile2014.

[15] Si rinvia alle opere di Gallino, Leon e Ruffolo Sylos Labini citate nelle note precedenti.

[16] Per una analisi dei meccanismi di formazione delle nuove oligarchie mondiali, non convergente con il discorso che stiamo enucleando, si rinvia a G. Berta, Oligarchie, Il mondo nelle mani di pochi, Bologna, Il Mulino, 2014.

[17] Si rinvia alle opere della Caritas Europa citate alla nota n. 14.

[18] Come è noto, il paradigma della società del rischio è stato elaborato da U. Beck, di cui ricordiamo qui le opere principali: La società del rischio. Verso una seconda modernità, Roma, Carocci, 2000; La società globale del rischio, Trieste, Asterios, 2001.

[19] Una ricostruzione di queste dinamiche, con stretto riferimento al diritto del lavoro e ai diritti dei lavoratori, sta in A. Chiocchi, Il lungo assedio. Lavoro e diritti dalla Costituzione alla “riforma Fornero”, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 2014.

[20] N. Bobbio, L’età dei diritti. Dodici saggi sul tema dei diritti dell’uomo, Torino, Einaudi ET Saggi, 2014; Id., Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi ET Saggi, 2013.

[21] H. Joas, La sacralità della persona. Una nuova genealogia dei diritti umani, Milano, Franco Angeli, 2014.

[22] A. Sen, Sull’ingiustizia, Trento, Erickson , 2013.


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