1. Dinanzi alle ferite del passato
Margherita, nel Faust, si lascia ferire dal passato. Dinanzi alle ferite il mondo si schiude come possibilità. Il fascino dell'originario si getta nelle braccia misteriose dell'ignoto prossimo. Risalendo la corrente degli antichi tempi, si ritrova l'arco aperto del futuro più a portata del nostro abbraccio. Ma, intanto, l'origine è diventata una traccia di vita vissuta. Nella forma della traccia si tramanda. La vita vissuta è anche origine tramandata. L'origine si è messa in strada e ha camminato. Noi stessi ci modifichiamo e alteriamo le (nostre) origini.
Il dilemma è insolubile, se si fanno coincidere verità e origine. L'origine non è il vero. La verità si guasta. L'origine è l'alba che si riprecisa: si origina in perpetuo. Nel perpetuo di ogni origine rientra la freccia di tutti i tramonti. È dal tramonto che ricomincia la risalita della corrente del tempo.
Il tramonto salpa con te verso l'alba originaria: le ferite del passato si incontrano con la freccia del futuro. Nell'incontro, l’origine ritorna e tu ritorni all'origine. Il presente è il tempo degli incontri, per chi vuole incontrare. Risalire la corrente vuole pure dire poterla e doverla ridiscendere, dopo. Le acque che nella risalita hanno condotto verso la sorgente sono anche quelle che nella ridiscesa allontanano di nuovo dalla sorgente. Di nuovo, risospinti verso la foce, la rigenerazione più profonda del mare aperto.
Ma prima di risalire e ridiscendere si sta come in trincea. Al limite più avanzato della lotta, assediati dalla guerra e circondati dalla morte. Si può venire da lunghi anni di trincea, nei quali il tempo e il caso possono decretare la tua fine e tu impegni il tempo a decretare la fine degli altri. Puoi uccidere, perfino. E non semplicemente decretare, apporre la tua firma sotto il decreto. Dipende molto dal caso. Ma non è un caso che tu sia lì, in trincea: non più di quanto il caso incida e interferisca nei destini umani.
Negli anni della trincea tutti gli spazi e i sentimenti si assottigliano. L’estremo confine della vita è il filo sottilissimo in cui più esile si fa la vita. La lotta condotta allo stremo strema. La metafisica del Bene e del Male prevale. In trincea non si ha più il tempo di pensare a tutto ciò. Ma tutto questo è servito per arrivare nella trincea. Nella trincea: l’azione, il blocco e l'impedimento di ogni altra attività. Nella trincea: la guerra e come sopravvivere a essa, coabitandovi.
Si può intendere la trincea come il luogo della realizzazione personale e della salvezza del mondo, finalmente purificato dal male. Nel desiderio personale di trascendimento assoluto non ci si rende conto di essersi oggettivati compiutamente. Si regredisce ad uno stadio in cui gli errori del mondo e della vita fanno soltanto orrore. Vita e mondo sembrano, ormai, senza dignità e senza speranza.
L'orrore qualche volta paralizza e qualche altra alimenta un sacro furore. In trincea paralisi e furore convivono. Si è furenti nelle ansie personali di modifica del reale e paralizzati nella costruzione della propria realtà. La scissione è nel singolo e parte dal singolo. La trincea è solo la topologia combattiva di questa scissione originaria. È questa ferita originaria.
Più di Margherita occorre aprirsi alle ferite del passato.
Quando è cominciata la storia di questa scissione? Con i vagiti di neonato e con i calzoni corti? Oppure, ancora prima, nel grembo della madre? O addirittura anteriormente, nelle storie delle generazioni che hanno impastato i genitori e le loro realtà? Chissà. Certo è che verso queste sorgenti si deve ritornare. Altrimenti la trincea rimane: resta la paralisi e resta il furore. In trincea si cerca ora una rinascita. Si può e si deve rinascere dalla trincea.
Ora si è qui. Da qui urge ripartire. Tutti i mondi personali e i tempi sociali si concentrano qui. Trovare i propri tempi e le proprie possibilità e accedere ai propri mondi. Non c'è altra soluzione possibile. L'alternativa è la morte senza rinascita; la disperazione senza la felicità; l'odio incupito senza l’amore e i suoi tormenti.
Quando il passato è vicino, le ferite sono troppo sanguinanti. La memoria e l'esperienza si confondono a vicenda e confondono. Una confusione inquietante. Immagini senza contorni.
Quando si lasciano afferrare, i contorni, per vendetta, fanno svanire le immagini. Eppure, in questo caos qualcosa di luminoso e fertile si va celando. Non soltanto un cumulo di desideri senza volti. Ma quando mai i desideri hanno avuto un volto?
Ciò che ha volto smette di essere desiderato. Perciò, il desiderio è così insufficiente e ingannevole. In realtà, si desidera di possedere. Quando hai posseduto, ciò che prima ti attraeva perde di attrattiva. È il mistero la molla della seduzione. Perciò, la seduzione è così insufficiente e ingannevole.
In realtà, tu vuoi sedurre, più che lasciarti sedurre. Quando hai sedotto, non ti resta più da sedurre. Sei sedotto da altro, perché è altro quello che vuoi sedurre.
Tuttavia, si tratta pure di possedere e sedurre, essere posseduto e sedotto. Ma non più al riparo dei sentimenti e non confondendoli più con le passioni. Ecco: l'inquietudine nasce proprio nel momento in cui viene tolto questo riparo. Questa inquietudine ti rigenera. Non hai più pretese. Pretendi te da te. Sai che il tuo possesso di te non può essere mai assoluto.
Non saprai mai interamente tutto quello che c'è da sapere di te. I tuoi possessi e le tue verità sono in te. Sono anche il tuo modo di possedere il mondo, di sapere del mondo. Saltato il riparo dei sentimenti e delle passioni, salta il riparo tra te e il mondo. Sei semplicemente presente.
Non conosci verità. Cerchi verità. I significati e le verità del mondo sono anche in te. Ritrovarti è ritrovarli. Muoverti è muoverti con loro e verso di loro. Sfuggi al tuo nulla e al nulla del mondo, perché non ti svilisci a dato e non riduci il mondo a dato brutale. Sai, così, del nulla. Non lo rifiuti, ma vi cammini dentro. Con paura e tremore. Senza sapere mai prima, se riuscirai a guadagnarti la via d'uscita e cosa sia l'uscita. Ma sai che è possibile. Che è alla tua portata.
Lo scacco non è l'a priori di ogni tentativo umano, ma uno dei risultati possibili degli infiniti attraversamenti della vita. Ci atterra, quando ne facciamo esperienza. Non designa, però, una situazione definitiva. Diventa, anzi, la nuova situazione di partenza. Nemmeno lo scacco parte dal nulla. Lo stesso scacco è stato a lungo in bilico tra Bene e Male, tra sconfitta e vittoria, tra vita e morte. Si porta ora cristallizzato dentro di sé le loro dosi e il loro strenuo collidere.
Lo scacco non pregiudica la rinascita. Può esserne una tappa di avvicinamento del tutto particolare. La morte è presente nella vita e accanto alla vita. Perciò, è necessario e possibile rinascere. Nessuno più di Kierkegaard, Nietzsche e Paci ce l'ha insegnato. La rinascita non si limita ad aver ragione del Male. Lo riconosce come legittimo. Non arretra davanti a lui. Pur nel tremore, ingaggia una lotta vitale.
La rinascita non elimina il male. Lo accetta e lavora a un trascendimento della vita e della morte, dal profondo della vita e della morte. È nella rinascita che l'uomo sceglie veramente se stesso e veramente nasce. Come dice Paci, esaminando il nesso tra storia ed apocalisse: "L’uomo non esiste semplicemente perché è nato, ma perché ha scelto se stesso e si è posto come conseguenza della propria scelta; in questo momento nasce davvero, poiché la sua nascita è la seconda nascita".
Quando il passato è troppo vicino con le sue ferite, troppo vicino è il timore della morte; in pieno e confuso farsi è l'atto della rinascita. Si è nel pieno del timore che il nulla oggettivizzi tutto. Tutti i confini saltano e tutto o diventa interamente positivo o interamente negativo. Senza più residui e senza più margini o crepe. Ritenere di aver consumato tutta una vita è come ritenere di aver consumato tutta la morte. Il nulla è, appunto, assenza della vita e della morte: una condizione metafisica trasformatasi in angoscia esistenziale.
Ma l'assenza di tutto è proposta di tutto. Nemmeno il vuoto rarefatto dell'angoscia può cancellare questa ulteriore occasione. Il tentativo di dominio del mondo, di cui il nulla è il portatore eccellente, salta ancora una volta. Nell'assenza totale, estrema, tutto è presente di nuovo come possibilità, come accesso da guadagnare.
L'assolutismo dell'ego, di nuovo, deve arrendersi. Lo scacco è qui dell'ego. Non dell'Io o dell'Altro. Lo scacco dell'ego si consuma nel timore della morte. Ma, se l'Io e l'Altro non soccombono, si tratta di uno scacco virtuoso. L’imperialismo dell'ego si rintana e difende nel timore della morte. Non vuole morire. La morte è necessaria anche per chiudere parzialmente il conto con l'ego, ridurne e controllarne ambizioni sfrenate e progetti di potere. Nella morte sta anche l'emancipazione. La rinascita è possibile anche perché è possibile questo affrancamento. Per rinascere cento volte, bisogna morire almeno cento volte.
Ogni rinascita nasce a una confluenza nuova, al confine tra la vita e la morte. La rinascita è il confluire della vita e della morte. Più precisamente, il nulla è una minaccia, un limite intravisto, ma irraggiungibile e mai sperimentabile. Ciò non impedisce che si originino angosce esistenziali tragiche, vissute come sentimento del nulla. È l"'essere per la morte" che dall'Heidegger di "Essere e tempo"si prolunga fino al Sartre de "L'essere e il nulla".
2. In cammino
Allontanarsi dal timore della morte vuole dire portarlo lontano. Restargli troppo vicino è letale. Occorre camminare nel tempo con questo timore. Ma camminare vuole pure dire vivere e morire. Vivere col timore di vivere e morire col timore di morire. Si è alla ricerca di un nuovo punto di contatto. Oltre la vita vissuta e la morte temuta.
La ferita del passato si sana in questo passaggio. Da questo passaggio nuove lontananze: l'allontanarsi del presente, non più imprigionato nelle ferite del passato. In cammino: dalle ferite del passato alla freccia del futuro. Il presente è la freccia del tempo. Non somma e non sottrae. Non toglie lo spazio al passato. Non è anticipo del tempo futuro. È il groviglio dei nodi della libertà, dei limiti e delle scelte.
C'è creazione sempre. Nel passato e nel futuro. C'è sempre creazione del presente. Il mistero della nascita è alle spalle. Lo ritroviamo nuovamente davanti, come futuro. Lo viviamo e lo scontiamo duramente ora, nel presente della rinascita che tentiamo.
Ci fondiamo. Ma i fondamenti si sfaldano. Ci ancoriamo ai fondamenti del futuro, un tempo diverso che ci attrae. Che ci trascende e ci fa trascendere. Ma l'ancoraggio non trova un terreno solido sotto di sé, cercando di rifondarci continuamente nel qui e ora.
Ma proprio nel qui e ora restiamo senza fondamenti, nudi come alla nascita, ma carichi di risorse che facciamo ancora fatica a impegnare. Dobbiamo rinascere, appunto.
Il timore della morte ci serve per non morire. Per impedire che la morte sia la incarnazione dell'imperialismo sfrenato dell’ego. Ma per rinascere dobbiamo pur morire. Essere o non essere? Morire o vivere? Amleto finisce strangolato da questo dilemma.
Dobbiamo ridare realtà a noi stessi e al mondo. Riscoprirci nel mondo, in mezzo agli altri. La nostra realtà e di questo mondo attuale e di un altro mondo. Apparteniamo a questa vita e a questa morte, ma anche a un'altra vita e a un'altra morte. La nostra realtà di adesso è anche I'irrealtà da cui tentiamo di uscire. Il tempo ci sfugge. Ci capita di ritrovarlo e di fuggire dentro le sue pieghe. Cerchiamo noi stessi e qualcosa d'altro. I germi di un altro Io, qui e lì seminati.
È necessario camminare in tutto il nostro seminato. E riflettere, alla radice del nostro seminato. Percorrendo le pieghe del nostro seminato, organizziamo una nuova semina. Troviamo qualcosa di noi e qualcosa d'altro. Ma anche il tempo e la storia ci ritrovano. Cercando di scoprire tutto quello che siano stati, scopriamo che, al fondo, ancora non siamo: ancora troppo lontani dalle profondità in cui l'esistenza si agita tra la vita e la morte. Qualche cosa del genere vuole dire Kierkegaard, quando, in "Briciole filosofiche", afferma: "Richiedere a un uomo che egli scopra da solo che non aveva esistenza. Proprio questo è, si sa, il passaggio alla seconda nascita". Scoprire da soli la propria esistenza, è scoprire di non avere esistenza. Nella scoperta si torna a essere soli. Soltanto se si torna a essere soli, si ritorna a vivere. Ci si ricolloca in mezzo agli altri e nel mondo. Il non avere esistenza è il passaggio verso la rinascita. Si è soli in questo passaggio. Si deve essere soli. Da una grande solitudine sgorga la rinascita. Da una grande solitudine anche un grande amore.
Si deve anche scoprire da soli che l'amore che ha appena subito lo scacco non era ancora amore. Proprio qui l'amore rinasce. Un altro amore è veramente possibile, solo se rinasce dalle proprie macerie e sboccia oltre e fuori i fiori già colti. Se non perde niente di sé e non si perde all'infinito nei respiri che ha già respirato.
È nella solitudine che si sceglie nuovamente se stessi e si sceglie di nuovo la vita e l'amore. Nella scelta v’è, di nuovo, il rischio di fallire. Il rischio del fallimento si incunea ben dentro la possibilità e la necessità del riafferramento della vita e dell'amore. Nella scelta di essere, si rischia il nulla. Nella solitudine si attraversa la morte, per cercare la vita; si attraversa il non-amore, per cercare l'amore. Ci si inoltra nelle tenebre. Si percorrono le vie accidentate del dolore. Si insegue faticosamente un tenue filo di salvezza. La speranza la si pone da parte, messa in un cantuccio. Si sta cercando e basta. Cercando il bene nel male, l'amore nell'odio, la vita nella morte.
In ognuno bene e male si ricongiungono. Si ricongiungono amore e odio, vita e morte. Ognuno è la terra di nessuno di se stesso. Si debbono strappare tutti i fili delle ricongiunzioni immediate, per spostarsi più in là di esse e più in profondità dentro se stessi. Non si può, però, perdere il contatto perenne di bene e male, amore e odio, vita e morte. Non si deve perdere la ragnatela della loro presenza simultanea. Ciò che si deve perdere è la simmetria ordinata che su essa è stata costruita.
La trappola in cui non si deve cadere è inseguire il sogno che vuole ricondurre questo caos a una armonia superiore mai realizzata. Nella solitudine non regna necessariamente l’isolamento. V’è anche il cuore della ricerca. Si resta, invece, isolati in mezzo agli altri e separato da sé, se non si cerca la propria solitudine. Se non la scegliamo continuamente, rinnovando continuamente in essa la scelta di sé e del mondo. La scelta della vita, attraverso la morte. La scelta dell’amore, attraverso il non-amore.
Questa scelta rinnovata è tormento e crisi. Ma anche felicità. La felicità esige il coraggio della scelta. Il coraggio maggiore è quello richiesto per essere felice: ciò che la felicita chiede nell'infelicità più cupa. Ma il coraggio da solo non basta. Ci vuole anche onestà. Del resto, non si può essere veramente coraggiosi, se non si è pure onesti. Quell'onestà che si deve innanzitutto a se stessi, alla propria vita e alla propria morte, all'amore che abbiamo espanso e ci ha occupato, al non-amore che ci ha desertificato.
Ognuno misura con sé la sua onestà col mondo e con la vita, con gli altri e l'amore. Agli altri regaliamo onestà e coraggio, la nostra vita e il nostro amore.
Ognuno è a se stesso che è, prima di tutto, necessario. E non è necessario a sé per il solo motivo di essere reale. Kierkegaard infligge un colpo mortale al razionalismo hegeliano: "nulla esiste perché è necessario", per il semplice fatto che il "reale non è più necessario del possibile".
Ognuno è possibile. È la realtà delle sue possibilità che deve afferrare e riafferrare. La possibilità è la sua vera necessità. C'è in lui qualcosa di assolutamente non necessario che, nondimeno, resta suo, lo vizia e lo fa deperire. Deve venir fuori dal suo deperimento vizioso. Avendo ben presente che se lo ritrova di fronte incessantemente sotto sembianze diverse. La sua possibilità è continuamente e interamente da ricostruire. Deve continuamente e interamente rinascere. La rinascita è la sua possibilità autentica.
3. Le malattie d’amore
La malattia dell'amore segna occhi e corpo, la mente e le passioni. Da questa malattia si deve ricominciare a vedere il mondo con occhi, corpo, mente e passioni. Nella malattia si deve ricercare il germe della guarigione.
La malattia d'amore è anche malattia del vivere. Amore e vita si infrangono dentro l’esistenza. Si scontrano ed erodono a vicenda. È come avere la lebbra. La carne si stacca a pezzi dallo scheletro, in una lunga agonia. Si vede il mondo e se stessi con gli occhi del lazzaretto. Mai come da un sanatorio il mondo appare malato. Mai come dal manicomio il mondo appare impazzito. Tutti appaiono malati e sembrano pazzi. Tutto questo sembra così normale che quasi malattia e pazzia paiono non essere mai esistite. Questo è il culmine della malattia e della pazzia: cancellare la malattia con la malattia, la pazzia con la pazzia. Tutto è realistica normalità.
È la vita: si dice. C'est la vie. Sì, ma offesa e ingessata. Se si trasforma la vita in una prigione, di quella prigione ognuno diviene la chiave falsa. Prigioniero di sé non si può più uscir fuori. Si diventa la chiave falsa che chiude a doppia mandata la serratura della porta tra sé e sé, tra sé e il mondo. Una chiave falsa che chiude sempre e solo e non apre mai, o illude di far aprire.
Prigionieri di falsi movimenti, si decifra un codice illusorio con una chiave falsa. Qui rimane chiuso il Sartre di "L’essere e il nulla", ponendo come insuperabile questo orizzonte. Effettivamente è un'insuperabilità quella che affiora. Ma l'orizzonte qui, ancor prima che insuperabile, è falso. È dell'insuperabilità di una falsità che si finisce di parlare. La vita non è soltanto una prigione. Se lo fosse, non rimarrebbero alternative al di fuori della guerra tra prigionieri e guardiani. Il prigioniero stesso assumerebbe i panni del guardiano: il guardiano imprigionato. È un circolo fatale. Un destino tragico. Una dissolutezza dissolvente. Un punto in cui tutto si infrange.
Ma nei luoghi interiori in cui l'amore e la vita si infrangono ci intratteniamo. Dapprima cercando la fuga o quantomeno linee tangenti. È difficilmente sopportabile la vista di sé e del mondo dall'alto del lebbrosario. L'orrore e la repulsione sono forti. Non si vorrebbe scender più giù. Ci si sente talmente sporchi da non voler più sporcarsi.
La malattia, se si stabilizza, lenisce il dolore. Addormenta. Non esiste analgesico o narcotico più potente. Si diventa inerti e inermi. Non ci si intrattiene più. Non si dialoga. Non si parla. Non si vede. Non si sente. Si agisce e si viene consumati. Inarrestabilmente. Si patisce e si viene consumati. Inarrestabilmente. La vita divora e la si divora. Furia e fame insaziabile. Sete inappagabile di sicurezze.
Ogni volta, ci vuole un tempo eterno, per ricordarsi che niente è mai sicuro. Che una rinascita, tra le cose insicure, è la cosa più insicura, più problematica e incerta. Si richiede, per questo, un intrattenimento. Dai luoghi della malattia, del dolore, della disgregazione della vita e del dissolversi dell'amore, guardare il mondo ancora con gli occhi della vita e dell'amore.
4. Ora o mai più?
Bisogna decidere e decidersi, quando scocca e passa l'attimo supremo, supremo richiamo alla vita? Dopo, tutto sarebbe irrimediabilmente perduto? Nella scelta di sé come conseguenza di sé avviene questo? Questa l'irripetibilità che sfuma? O, forse, tutto questo non è che il prolungamento estremo e la ripetizione all'infinito della malattia del vivere e dell'amare?
Nell'istantaneità che non sa conoscere altro all'infuori dell'istante magico si annida l’incapacità di vivere e amare. Nel tormento e nell'incanto dell'istante si coagula e prolunga il tempo in cui non si sa vivere e amare; il tempo in cui si viveva e si amava, ma la vita e l’amore ancora mancavano, accartocciati com'erano nell'istante fuggitivo. Quante volte si canta il ritornello: "una sola volta e questa"; "Ora o mai più". Una sola volta: se si vive, non si può più morire; se si muore, non si può più rinascere. Una sola volta. Si vive e si muore una sola volta.
Che auto-inganno tremendo. Nemmeno nell'amore è così. Non si ama mai una sola volta, anche quando l'amore non muore mai. E quando muore, è ancora l'amore che è possibile. L'amore possibile è più-che-amore. Non è certo e nemmeno necessario. Ma possibile. Non una sola volta. Ma di volta in volta. L’amore muore anche perché è insoddisfatto degli amanti. Esige da loro di più. Muore, perché parla di un altro amore. Di un'altra possibilità. L’amore di un'altra volta: il prossimo amore. L'amore al quale ci si deve approssimare. È il più-che-amore l'amore che ognuno deve farsi mancare sempre di meno.
Approssimarsi al più-amore è il cammino che si deve compiere, avvicinandosi di più all'amore. Lo si vede non più dalle lontananze di ieri. Lo si racchiude di meno in un'incantata sfera di cristallo: l'istante irripetibile. Si impara a vivere meglio e ad amare di più. Non ci si può limitare all'esaltazione dell'amore. L'esaltazione fa restare lontano dalle cose e allontana da sé: è una corazza con cui si ricopre e riveste se stessi e l'amore. Se qui capita di esercitare il diritto all'amore, è il diritto a quest’esaltazione che si sta esercitando. L'istante esaltante, così, rende sicuri. Recupera di colpo tutte le incertezze e le debolezze del sé. Lo fa sentire stranamente e imperiosamente forte. Padrone del mondo. Sicuro di poterlo dominare. Convinto di portarlo dove meglio gli aggrada e dove gli pare più giusto. Ha la certezza di padroneggiare l'amore. Il possesso dell'istante gli dà il falso convincimento di poter affermare i suoi diritti sui diritti dell'amore e della vita. Subordina amore e vita alla sua vita.
Il diritto di costruirsi una vita, la vita che da sempre si agogna e sogna, non fa guardare in faccia a nessuno e non fa andare tanto per il sottile. Se ognuno non si accorge di aver fatto della sua vita una chiusura e dell'amore il culto visionario della sua persona, è perduto, condannato al più atroce degli isolamenti. Nel culto dell'istante si rischia di smarrire la giovinezza e di non accedere mai alla soglia della maturità. Il diritto e la forza di costruirsi una vita non stanno soltanto in sé. Partono da sé, ma debbono cercare un'intesa con i diritti e le forze della vita.
L'estasi dell'amore non dipende soltanto dalla forza innamorata di sé. Il diritto all'amore non è ancora l'amore e non può sostituirlo. Si deve rinunciare a tiranneggiare la vita e l'amore. È su un territorio libero che amore e vita possono costruire un nuovo mondo, sollevando gli essere umani verso le montagne.
Non si può avere fede nella vita, in sé e nell'amore. Questo errore ha fatto spezzare la storia di tante vite. La fede è una proiezione del Bene. Come l'orrore è una proiezione del Male. La fede combatte contro l'orrore, così come il Bene combatte contro il Male. Se si è invasati dalla fede, in sé sta il bene; fuori, il male. Non si può avere fede nella vita, perché la vita è bene e male. Nessuna armonia o regno dei cieli sono in grado di far affermare il bene sul male. Che la politica si perda in questa assurda straneazione è il peggiore dei mali. Lo sa bene Enzo Paci, nei diari in cui registra i suoi "colloqui con Banfi": "La fede nella vita, la vita come verità, come valore assoluto: ecco il momento negativo. E in realtà è questa la posizione di chi è innamorato della vita, un innamorato a cui la vita sfugge. Non è la posizione di chi la vita la vive e ne sperimenta ad ogni istante la limitatezza e l’inestricabile groviglio di positività e negatività. La donna che ci dà tutto, che è il riflesso più profondo di noi stessi, non fa che offrirci la dimostrazione concreta della limitatezza dell'amore, dell'unità dell'uomo e della donna. Chi vive questo sa che l'unità più profonda che la vita può darci si spezza se è raggiunta e ci propone un nuovo orizzonte. È vero, bisogna viverla questa dialettica. Ma bisogna viverla per sperimentarne il limite".
A un innamorato la vita sfugge, se non è disposto a stare sul limite dell'amore. Dove l'amore si frantuma e deve ricominciare. Un innamorato sterile sceglie una volta per tutte. Al massimo, è disposto a rinnovare la scelta già fatta, perché anche in questo caso si ritira dal limite. L'amore e la vita rinascono dove sperimentano l'intensità delle alture e la profondità degli abissi. Dove debbono di nuovo essere scelti, perché è nell'estasi e nell'apoteosi che l'unità raggiunta mostra il suo limite e si frantuma. Amore e vita debbono essere ricostruiti. Occorre scegliere ancora e sempre. Nel culmine dell'abbandono reciproco e dell'unità si scopre il limite dell'amore. All'orgasmo segue la pausa. Nella pausa si deve di nuovo scegliere. Scegliere l'amata. Ricostruirsi come amato. Ritornare a essere amanti. Nel profondo della fusione, l'amore si spezza. Spezzandosi, rinasce. Chi non è disposto a sperimentare questo limite, a camminare e a vivere su questa lama di rasoio, si rinchiude in un sarcofago. Si fa sfuggire vita e amore, anziché fuggire con loro nell'arcobaleno di un nuovo orizzonte. Niente come l’amore sperimenta, rifonda e riapre il limite. Perciò, l'amore è anche dolore. Ma i limiti dell'amore non stanno nell'amore; bensì negli amanti. Stando sul limite, gli amanti lo vivono. Non possono cancellarlo. Ne scoprono i tranelli e i passaggi segreti: quan-do possono e ci riescono; quando vogliono. Oltre il limite, è impossibile andare. Al di qua di esso tutto è acerbo e immaturo, selvaggio e rozzo. Sul limite si ritrova pure una selvaggia rozzezza e l'immaturità più acerba. Sul limite occorre imparare a stare senza limiti e senza condizioni.
In nessuna esperienza come nell'amore il limite è sperimentato con lacerazione e trasporto. Al punto che gli amanti stessi se ne sgomentano e indietreggiano. Spesso, si fermano prima. Più frequentemente, lo scavalcano e si beano in armonie artefatte. Ma il limite è sempre lì, in agguato. Aspetta anche chi non lo cerca e chi lo rimuove. E si prende la rivincita, come pura negatività, corteccia protettiva e preclusiva senza polpa. Suo contraltare, drammaticamente scisso, è la positività assoluta e realistica che in un meridiano remoto stanno vivendo gli amanti; e non solo loro. Dice ancora Enzo Paci: "Chi non crede nella vita come nell'assoluto non perderà la sua vita e la sua anima. E potrà davvero costruire nei limiti precisi imposti dalle leggi della costruzione. Se la storia è l'assoluto non si può agire nella storia che divinizzandola. Se l'uomo limita nei confini della storia il suo destino, non potrà più costruire la storia. E perderà la sua anima. Perché la sua anima non è nella storia, anche se deve costruirla ... la vita si migliora soltanto se non si pretende di migliorarla". Un assoluto cancella il limite: positivo o negativo. Positivo o negativo, drasticamente separati, divengono i limiti e le condizioni dell'amore, della vita e della storia. Non porre dei limiti significa accettare amore, vita e storia. Ma accettarne e viverne il limite. Il destino della vita, dell'amore e della storia è fuori dai loro limiti. I quali non sono migliorabili. Vanno distanziati con un percorso che non avanza pretese nei loro confronti, ma semplicemente li invecchia. È un percorso al limite. Trascende l'intreccio di positivo e negativo, bene e male. Ed è trascendibile al limite dell'amore, della storia e della vita. Il destino di ogni umano è simultaneamente nell'amore, nella vita e nella storia. Al limite, l'incastro di bene e male, positivo e negativo non è più tolto. Permane, cambia forme, arretra e avanza, si apre un orizzonte dopo un altro. Ogni cosa rimane aperta e si predispone alle aperture più grandi. Non si avanzano pretese di cambiamento e miglioramento. Si cambia e si migliora. Semplicemente. In ogni scelta, si sceglie di nuovo la propria anima. La si riacquista. E la si ritrova, così come è divenuta: migliore e peggiore.
Soltanto al limite sta la libertà. Si è liberi perfino rispetto a se stesso. Soprattutto, al limite non si cessa di interrogarsi, di mettersi in discussione, di riafferrarsi e ricostruirsi. Soltanto al limite, il limite non scompare ed è possibile salvarsi dalla sciagura e dalla rovina, dal disastro e dalla distruzione, senza effettuare alcuna opera di rimozione. Ecco cosa scrive, il 21 novembre 1945, nel suo "Diario"Enzo Paci: "Sono tre mesi e mezzo, ormai, dal mio ritorno. Sempre più sento che la vita non può riprendermi e non deve riprendermi. In quei due anni di ascesi di fronte all'assoluto e alla morte ho toccato una regione che si è radicata in me, in ciò che di me è più vero, più lontano dall’abitudine. Ora devo difenderla. Conservarla e nutrirla. Ma è molto difficile qui — vivere tra cose che si muovono e conservare in sé la libertà, l'indipendenza, ciò che mi fa libero dalla storia. Vivere nell'immanenza portando in sé il senso della trascendenza. Amare, forse, la vita, portando in sé un amore più alto e una tristezza più profonda delle vicende tristi del mondo. Queste parole mi sfuggono ed io non so ancora tenerle, farle veramente mie. Comincio a sentire lo stile come fedeltà ... Eppure non sono queste le mie parole, le mie vere parole, perché non so ancora vivere e rinunciare mentre vivo, non so ancora sentire le cose senza tradire la verità che mi matura, prima delle cose, al di là di esse. Devo saper soffrire. Non ho ancora imparato! E maturare come una pianta, maturare nel senso di Rilke ... Rilke mi aiuta a non diminuirmi, a non cadere, a non perdermi".
Che cosa è il limite, se non il luogo più lontano dall'abitudine? La regione in noi più vera? Il luogo in cui la libertà appena conquistata più si deve imparare a difendere, conservare e sviluppare? Non c'è migliore definizione possibile del limite: "Vivere nell'immanenza portando in sé il senso della trascendenza".
5. Il gioco del Sé
Ci sono regioni della vita e dell'amore che hanno radici in noi, ma che non siamo capaci di far radicare pienamente.
Non siamo mai sufficientemente radicati nella vita. Dobbiamo ricominciare costantemente a radicarci. Tolti alcuni argini, le onde dei sentimenti e le contrazioni del dolore e delle resistenze si riversano giù con uno slancio più naturale. Non si può a lungo rinunciare alle parti più vitali di sé.
Non si può a lungo tradire il proprio Sé vitale. Occorre decidere. Si tratta di prendere una decisione che da tempo ci aspetta e spetta. Spesso capita di ritrovarsi soli nel tempo della decisione. Ci sono appuntamenti nella vita in cui ci si scopre soli. Si resta soli. Sono gli appuntamenti più importanti. Quelli con se stessi. Per questo gli altri, quelli che sono accanto ad ognuno, possono perderli, decidendo di mancarli. Per questo ognuno non può mancarli. Se li perde, lasciandosi polverizzare dal vortice della vita, è perduto. Si perde.
Si deve evitare di lasciarsi afferrare dalla morsa stritolante della vita. Occorre conservare le proprie regioni più intime e ribelli. Nutrire le proprie radici più arcane. Difendere e sviluppare tra la libertà delle cose e degli altri la propria libertà. Diversamente vivere sarà sempre un crollo e uno shock rovinoso. Non rinunciare a sé e vivere. Solo così la vita può essere rispettata. Vissuta per quello che è e non come assoluto.
Difendersi dalla vita è anche un difenderla, accoglierne i fiumi sotterranei, i dardi avvelenati che ci scaglia contro. Ma non farsi più catturare e imprigionare da essa. In questa lotta contro e per la vita si impara a soffrire. Si impara a vivere e ad amare. Si matura. Appunto. Come dice Paci: "non cadere, non diminuirmi, non perdermi".
Ci si può anche diminuire e perdere per troppa fame e sete d'amore e di vita. Chi è troppo affamato e assetato rischia ogni istante di cessare di essere nutrimento per sé e non nutre più l'amore e la vita. Qualche volta si spinge ben al di là di questo rischio. Taglia alla radice tutti i suoi nutrimenti possibili. Si lascia nutrire. È impotente: un contenitore inerte, dentro cui si accumula e confonde tutto. Portato a spasso dalla vita. Come un'ombra: tagliente e vaga nella nebbia; tiepida e squadrata sotto il sole di mezzogiorno. Chi si lascia spossessare dalla vita, prima o poi è dalla vita, senza esitazioni, tagliato e spazzato via.
È il rinsecchimento di sé che più si oppone alla crescita della propria maturità. Ne è il suo contrario. Si installa con precisione certosina negli stessi passaggi della maturità. Ad ognuno la scelta di non rinsecchirsi, con tutte le costruzioni e le fratture che la scelta comporta. Si è costantemente in bilico tra rinsecchimento e maturità. Ma si può maturare come una pianta. Rilke, appunto. Si rinsecchisce come un ramo. Anche quando si matura come pianta, non si smette di avere rami secchi.
Ognuno è la pianta di sé; non più la vita. Ognuno di noi deve potare i suoi rami secchi, difendendosi da sé e dalla vita, dalle sue esitazioni o ricadute, dal tormento o dal gioire falso della vita. Si sta a confronto con sé e con la vita. Non bisogna lasciarsi dominare. Non si deve volere il dominio. Per non perdersi, si resta aperti a sé. Non bisogna chiudersi e farsi rinchiudere. Per vivere, bisogna restare aperti alla vita.
Quanto più impotenti si è rispetto alla vita, tanto più si è sovrani di sé e tanto più non si conosce la propria identità e occorre ricostruirla. Più si è sovrani nella propria vita e più si gioca la scommessa dell'avventura sul tavolo della vita. Il risultato del gioco è sconosciuto. Non è possibile prefissarlo e non lo si può pretendere.
Il risultato del gioco è in gioco. È il gioco. Il risultato appartiene a tutto quello che è in gioco. Quello che sempre più va appartenendo a sé e alla vita: il proprio gioco, tra sé e sé. Nel gioco tra sé e altro, tra sé e altri ci sono l'Altro e gli Altri. In esso si impegna il Sé. Si investono le proprie ragioni e le proprie energie. Si abbraccia un'altra vita e il mondo. Come sarà questo gioco e cosa ne conseguirà non si potrà mai sapere o imporre. Ma, se si è disponibili a non perdersi e a non diminuirsi, si sarà disponibili anche a questo gioco dagli esiti imprevedibili e dalle conseguenze non ipotecabili. Da questo gioco, per buona parte, dipende lo stesso rapporto tra sé e sé, il proprio modo di appartenersi e di appartenere al mondo.
Non è più possibile esorcizzare l'amore, la vita, il bene e il male. Si è sempre malattia e guarigione. La vita di ognuno e per ognuno è la propria malattia. Da essa non si può guarire. Radicati nella vita, si sta radicati nella malattia e nella guarigione della vita. È questo radicamento il più incoercibile degli stupori. Dalla vita non si guarisce mai definitivamente. Così come dal male non si esce mai definitivamente. Non si può sostituire all'orrore per le atrocità e i limiti della vita la mancanza di orrore. Sostituire, così, alla malattia la guarigione. È impossibile. Si eleverebbe, ancora una volta, il male come problema di fondo dell'esistenza, diventata un nodo irrisolto che scappa via.
Tra la malattia e la guarigione c'è la scoperta di sé. È una scoperta che si può fare anche con l'analista, se scopre con te e si scopre con te. Scoprire la malattia, guarirne, non è isolarla. Non ci si può immunizzare in perpetuo nei suoi confronti. Ma non le si deve consentire di stringerci in un buco nero senza uscite.
6. Nel groviglio delle passioni
Il gioco tra sé e sé punta alla vita degli affetti. È una delle sue puntate preferite. In questa puntata, subentrano l’immaginazione e il ricordo. Ma si sfidano anche i cerchi incantati e picchettati della memoria, minacciando la sua sovranità incontrastata, quella che vuole esercitare sul passato. Il passato, proprio perché è già accaduto, è fuori dalla memoria.
In realtà, nessuno sa come sono andate veramente le cose. Nei confronti del passato ci ritroviamo a provare lo stesso sentimento di stupore e smarrimento che proviamo rispetto al futuro. Se rispetto al passato non sappiamo più cosa è accaduto; rispetto al futuro non sappiamo ancora cosa accadrà. Nemmeno al presente sappiamo cosa veramente (ci) sta accadendo.
In questa zona oscura — e nell'oscurità del tempo — nascono e si radicano gli affetti. Fuori della memoria e dell'immaginazione, dunque. Eppure, immaginiamo e memorizziamo sullo stesso piano affettivo. Ma il piano è, per l'appunto, l'affettività; non già la memoria e l'immaginazione. Nel ricondurci a questo piano non neutralizziamo la nostra esistenzialità. Come ancora capita alle funzioni della memoria e dell'immaginazione che, regredendo o avanzando verso un altro tempo dell’essere, mettono pericolosamente in mora la nostra esistenzialità, non semplicemente il presente.
La regressione o l’avanzamento del piano dell'essere ricreano l'oggetto del desiderio e riversano l'affetto verso un nuovo oggetto, posto dalla memoria o dall’immaginazione. Non è che non si possano e non si debbano provare nuovi desideri e nuovi affetti, facendo ricorso a memoria e immaginazione. Ma non si può desiderare e amare unicamente partendo dalla memoria e dall'immaginazione. Unicamente restando nei loro "spazi lisci", in cui le contraddizioni o sono rimosse, oppure vengono scolpite col taglio della scure. Nel fascino esercitato dalla memoria e dall'immaginazione si sviluppa una seduzione perversa: la caduta della frattura e della coesistenza lacerante tra bene e male, felicità e infelicità, essere e non essere.
Il positivo felice viene unilateralmente privilegiato, staccato da tutto il resto e vissuto come assoluto appagante. Anche memoria e immaginazione motivano un affetto. Ma ogni affetto si colloca nella nostra realtà esistenziale. Mira alla nostra esistenzialità. È la nostra esistenzialità che è motivata e provocata dai nostri affetti. La nostra esistenzialità è la smentita di ogni forma e di ogni culto dell’assoluto, se è a essa che il Sé risale; se è essa che il Sé non perde. Se da essa il Sé comincia a riporsi tutte le domande.
Come il desiderio e l'affettività sono più ricchi dell'oggetto del desiderio e dell'affetto, l’esistenzialità è più ricca della memoria e della immaginazione. Retrocedendo dalla memoria e dalla immaginazione verso l’esistenzialità, si ritrova la dimensione essenziale della percezione, il fluido indecifrabile e vitale per l’affettività.
Il protendere dell'affettività verso qualcosa è pure il rimanere in attesa di qualcosa. Nell'attesa si forma l'aspettativa. La percezione fonda l'aspettativa sulla base del giudizio di quello che è già accaduto. Si vaglia il percepito. Ma il percepito è ciò che si rattiene o riconsidera di un complesso avvenimentale già verificatosi. La percezione riempie l'attesa, costruendo l'aspettativa. Ma la cosa aspettata può pure non venire; oppure risultare totalmente diversa da come ce l’aspettavamo. Nella percezione si addensano anche il timore, la delusione e l'imprevisto.
La percezione degli affetti non è meno oscillante degli affetti. Forse, ancora più imprevedibile e sfumata di essi. Provare affetti è insolito. Rompe il circuito delle abitudini. Ma gli affetti stessi possono divenire abitudini. Diversamente dall’affettività, la percezione non penetra le zone più calde del dolore e dell’amore. L’affettività, assai più della percezione, soffre nel labirinto delle abitudini. Patisce una violenza estrema, quando è ridotta o si lascia ridurre ad abitudine, a pura e semplice ripetizione. Ma nell'abitudine: in che misura un affetto è vero o falso? Nella stessa sincerità: in che misura un affetto è verso o falso?
Entra in gioco il ruolo della simulazione e della finzione. Non soltanto rispetto agli altri, ma anche rispetto a se stessi. Finzione e simulazione parlano di un segreto, proprio col loro tentativo di velarlo. Un segreto desiderio viene represso e riportato in superficie, simulandone un altro. Il desiderio simulato esprime la contrarietà evidente tra la simulazione dell'espressione e l'intimità celata. Insorge una doppia difficoltà: l'intimità non riesce e non vuole trovare un'appropriata espressività; l'espressività affettiva si disperde nella finzione. Intimità ed espressività si trovano entrambe a mal partito e ognuna peggiora il "quadro clinico" dell'altra. Nella contrarietà v'è tra di loro intercorrente questo nesso di conseguenzialità estrema. Ciò ci dice che un'autenticità vera e sorgiva non esiste nemmeno nelle zone dell'intimità più riposta. Anzi. Per molti versi, è proprio questa zona che in noi è meno di tutte le altre una terra vergine. Autenticità, verginità e sincerità sono una conquista e non un dato originario. Allo stesso modo con cui, come già sapeva Le Corbusier, giovani non si resta, ma si diventa. E si tratta di una conquista che non avviene al chiuso dell’intimità celata, ma raccordando e sviluppando l’intimo arcano con l’espressività affettiva. Un affetto che è dentro, vive anche fuori. È anche il ponte tra il dentro e il fuori personale e quello degli altri, in mezzo ai quali siamo collocati. Siamo sempre collocati esistenzialmente e storicamente. Come la comunicazione espressiva (analizzata da Freud), anche l'espressività affettiva ha forme capovolte: la negazione afferma con maggior forza l'affetto e il desiderio negati. Negazione e simulazione si innestano su un desiderio. Danno luogo a un testo emotivo ed espressivo che tenta progressivamente di distaccarsi dal testo del desiderio così come lo sentiamo, leggiamo e registriamo al primo impatto. Il testo della simulazione risulta, così, essere una forma particolare di auto-apprendimento. Anche nel celarsi a se stessi e agli altri non si può fare a meno di sapere e di far sapere cose sul proprio conto. Non si può evitare di produrre mutamenti. La simulazione medesima è una selezione di possibilità, una scelta tra alternative possibili. Ricolloca il Sé nei suoi mondi affettivi e gli affetti nel mondo.
C'è sempre qualcosa e qualcuno con cui, nella simulazione stessa, non stiamo simulando. Attraverso il moto della simulazione, stiamo ridefinendo la struttura emotiva e caratteriale: l’identità e l'immagine che il Sé ha di sé. Anche quando bara, è soprattutto con sé che il Sé è sincero. Soprattutto, se riesce a reggere il gioco del barare e questo gioco non scuote le radici simulatorie che si annidano e serpeggiano nel suo profondo; come in quello degli altri. La simulazione può essere l'incidente dei percorsi del Sé, oppure una sua difesa. Ma può tramutarsi anche in una tattica difensiva, oppure in una strategia offensiva.
Nel caso della difesa, aiuta a ricuperare e ricostruire la sincerità, transitando per i luoghi inaccessibili dove si costruiscono e sfornano menzogne. Nell'ipotesi della strategia offensiva, aiuta a capire che si è un baro e che a questa evidenza occorre arrendersi, se si vuole eventualmente invertirla di senso e segno. Il camuffamento degli affetti non ha sempre e soltanto una valenza negativa. Ciò è particolarmente evidente nei sogni (come ha mostrato Freud). Affetti e desideri sono inestricabilmente legati alle loro forme espressive, pur nei passaggi e negli scarti che si danno tra i primi e le seconde. L'espressività non contestualizza il polo positivo o negativo, quello conscio o inconscio degli affetti e dei desideri. Ci parla sempre di questo groviglio caotico e inafferrabile.
7. L’Altro
Affetti, passioni e sentimenti rientrano più di ogni altra umana cosa nel regno dell'indeterminazione. Indagare cosa effettivamente siano è estremamente difficile, dal punto di vista analitico, li si consideri o meno il sottosuolo dell’umano agire, patire e compatire. Il cammino che occorre compiere è quello che va dai sentimenti come atti e disposizioni ai sentimenti come nozioni, così come ci sono state tramandate. Ripercorrendo questo tragitto, ci si accorge che i sentimenti sono stati, per lo più, posti come il dietro delle scelte e degli atteggiamenti umani, come la loro causa primaria. È così che sono stati posizionati come il contrario della razionalità Sicché Aristotele (La retorica) e Spinoza (L’etica) hanno potuto definire il lavorio intellettuale come la passione più nobile, potentemente umana e creatrice.
La riflessione intellettuale concepita come passione somma porta al deduttivismo razionale, per cui resta solo e sempre il pensiero a parlare delle passioni, che vanno perdendo i loro linguaggi. Dice Aristotele: "L'affetto assomiglia a una creatività" (L'Etica Nicomachea, XI, 1, 1168a, 5-20) . Col che egli coglie una relazione analogica tra affetto e poiesi. In virtù di questa relazione: "Ciò che più di tutti è piacevole e che soprattutto si ama è ciò che riguarda l'attività in atto". Qui "è in certo modo per la sua attività che chi compie un'opera esiste; egli quindi ama la sua opera perché ama la sua stessa esistenza". Significativo il fatto che il testo aristotelico citato sia specificamente organizzato attorno alla figura dei benefattori e alla virtù della beneficenza. Più che amare il beneficiato, il benefattore ama la sua opera. Vale a dire: "sceglie e ama l'essere e il nostro essere consiste nell'attività, cioè nel vivere e nell'agire". Il benefattore, amando il vivere e l'agire delle proprie opere, ama le proiezioni dell'amore che ha per il proprio essere.
L'essere del soggetto cancella l'essere dell'altro soggetto. Il soggetto riduce a oggetto la soggettività che non è la sua. Contro questa ontologia e questa metafisica si scaglia particolarmente Levinas, dagli scritti giovanili fino a "Altrimenti che essere".
Tornando ad Aristotele. Nella riduzione a oggetto della soggettività dell’altro, viene a mancare e cade l'intersoggettività. Opportunamente G. Morpurgo-Tagliabue: "Essere: esistere-agire=operare. È l'equazione ontologica che corre sotto le passioni. Un contro-soggetto non esiste, è un oggetto". Secondo questa ontologia, io sono un uomo sociale perché opero, ma non godo di intersoggettività, poiché non conosco l'Altro, ma solo l'essere. Il mondo intero è mondo sociale, ma non intersoggettivo. È in Aristotele che va ricercata la rimozione originaria dell’intersoggettività. Nel senso che è in lui che troviamo la rimozione esemplarmente e sistematicamente formulata. L'uomo è messo al centro di relazioni e condizionamenti sociali, ma è solo. Occorre precisare, però, che l'ontologia affettiva aristotelica si muove su questo piano con esclusivo riferimento all'"etica e al vivere pubblico". Esplicitamente, Aristotele qualifica "L’etica Nicomachea"come un "trattato di politica". Ma il problema dell'intersoggettività è, in primo luogo, il problema dell'amicizia. Nel secondo libro della "Retorica", Aristotele afferma: "Amico è colui che gode dei nostri beni e soffre con noi dei nostri dolori non per un altro motivo ma proprio per noi ... sono nostri amici coloro ai quali sono buone o cattive le stesse cose che sono buone o cattive per noi: necessariamente essi desiderano per noi le stesse cose che desideriamo noi" (Retorica, II, 1881a, 1-10). Ed ecco come, sempre nel secondo libro della "Retorica", viene definita la pietà (o compassione): "la pietà, un dolore causato da un male distruttivo o doloroso che appare capitare a una persona che non lo merita e che ci si può attendere di soffrire noi stessi o uno dei nostri" (Retorica, II, 1385b, 10-20).
In queste affermazioni, l'Altro compare sempre come il riflesso che costruisco sui miei sentimenti e le mie riflessioni. Effettivamente, amico è colui che gode dei miei beni e soffre con me dei miei dolori, non per un altro motivo, ma per me. Ma questa asserzione, per quanto perfetta, manca del momento della reciprocità amicale. L'amicizia qui è ancora un flusso affettivo che da me si sposta all'altro (e viceversa), in cui io pongo e subisco l'Altro come mia copia esistenziale e altrettanto fa lui con me. Diventa estremamente difficile che io possa riconoscerlo per quello che veramente ha ed è di diverso da me, se il suo godere e il suo soffrire sono in funzione del mio godere e del mio soffrire.
Certo, io posso godere e soffrire per lui, essere suo amico per lui e non per altro. Ma con questo il problema si ripropone; mutato è soltanto il flusso direzionale; prima da me a lui; ora da lui a me. Senza l'incontro tra diversi che si aiutano e si legano affettivamente, l'amicizia diventa un eccesso affettivo entro cui il Sé subordina al suo mondo i mondi dell'Altro. L'eccesso di affetto che si orienta verso il Sé è, nel contempo, deficit di affetto per l'Altro, che rimane privo di un'adeguata attenzione affettiva. Come dire: l'Altro si spoglia ed è spogliato a vuoto della sua affettività. Non perché il suo affetto rimanga privo di contropartita; bensì per il fatto che, nel suo avvicinamento ad un’identità altera, si allontana troppo rovinosamente dai suoi mondi, imprigionati e compressi in una solidarietà amicale ancora troppo viziosa e indigente.
Non sempre le cose buone o cattive per me sono buone o cattive per l'Altro. Il più delle volte, anzi, è esattamente il contrario. Il mio desiderio non è il suo desiderio e lui non può desiderare per me, come io non posso desiderare per lui. Ciò non mi impedisce di impegnare la mia vita per lui e, persino, di rischiarla. Ma, ora, se lo faccio, è proprio perché ho imparato a riconoscere il suo desiderio diverso e voglio aiutarlo nella ricerca della sua diversa felicità. L'aiuto che come amico posso dare eccede i confini della mia vita e non invade quella altrui. Io decido di aiutare. Lui decide, se accettare o meno il mio aiuto. Se non lo accetta, io non scompaio dalla sua scena. Resto nel cono d'ombra della sua esistenza e continuo a chiamare amicizia. Il mio posto continua ad essere dentro l'amicizia. Qui chiamo. Qui debbo essere chiamato. Qui sono aiutato a chiamare. Qui sono incoraggiato o scoraggiato a chiamare.
Sono sempre io a decidere e sempre a partire da me. Ma decido sempre in rapporto ad un affetto, ad un'esistenza che sono altro da me. Qui non sono richiesti e non sono ammessi il sacrificio e la sopraffazione, forme rovesciate e speculari di un atteggiamento che svilisce l'amore di sé a una struttura comportamentale profondamente egotica. Chi si sacrifica cerca proprio nel sacrificio la sua felicità e la sua valorizzazione. Il sacrificio è una delle tante varianti dell'egotismo. Anche nel suo caso valgono le massime aristoteliche: "Si ha da amare soprattutto se stessi ... bisogna che chi è buono sia egoista" (L’Etica Nicomachea, IX, I, 1168b, 10; 1169a, 11-12). Commenta opportunamente Morpurgo-Tagliabue: "Così l'uomo aristotelico è riuscito tanto bene ad essere uomo societario da escludere dalla sua considerazione ogni efficace senso intersoggettivo. Una socialità — sembra un paradosso — non intersoggettiva. L’intersoggettività emotiva sarà una scoperta dell'uomo moderno, che non la cercherà più nella società ma nella natura ... il greco non considerava le passioni naturali se non in quanto riflesse ... Quando non sono passioni sociali le passioni del greco sono passioni dipinte". Particolare riguardo, in proposito, merita l'intersoggettività in Husserl.
Così Levinas: "La relazione con Altri mi pone in questione, mi spossessa e non finisce di spossessarmi, scoprendomi in tal modo delle risorse sempre nuove. Non sapevo di essere così ricco, ma non ho più il diritto di conservare niente".
Nel mio rapporto con Altri, la mia ricchezza mi spossessa. Spossessandomi, mi arricchisce all'eccesso. In questo eccesso non ho più il diritto di conservare niente. Il medesimo va appassendo. La luce di Altri si fa abbagliante. Tenta di catturarmi. Nello spossessamento di me rischio di perdere me. Afferrata la traccia dell'Altro, ancora di più debbo strettamente riafferrare la mia traccia. Sì, non farmi confinare nel medesimo; ma neanche farmi catturare per intero dall'Altro.
In un certo senso, il percorso di Levinas è l'inversione perfetta della direzionalità della struttura egotica aristotelica. Tra me e Altri esiste uno scarto. Ma come non posso scartare Altri, così non posso scartare me. L'operazione autoriflessiva che si picca di scartare me è un'illusione. Le strutture risolte e i nodi irrisolti della mia identità li porto sempre con me, sia quando mi relaziono ad Altri che quando mi spossesso e pongo in discussione me stesso. Nel donarmi ad Altri la rinuncia a me si rivela impossibile.
Colmo lo scarto tra me e Altri; e lo scarto tra me e me acquisisce nuove determinazioni e colorazioni. Colmo lo scarto tra me e me; e lo scarto tra me e Altri si ridetermina. Nessuno scarto posso mai colmare. Né quando sto con me, né quando sto con Altri. Non riesco mai a essere veramente e interamente solo; mai interamente e veramente con Altri. È soprattutto nel donarmi ad altri che non posso rinunciare a me. E quando sono solo soltanto parzialmente non sto con Altro e Altri.
Il donarmi ad Altri è incostituibile, senza l'anteriorità del donarmi a me stesso. La più grande delle inquietudini e lo sconvolgimento più straziante nascono e stanno proprio nel donarmi a me stesso. È prima di tutto in me che accedo a un'altra dimensione. L’Altro è in me, allora? Sì, ma nel senso che l'Altro che c'è in me è il più-che-me. Io che cresco e maturo e che divento più precisamente e più riccamente io. Mi spossesso di molta zavorra. Mi arricchisco di nuove energie. Maturando, la mia natura originaria trova conferme e smentite. Si precisa, riprecisa e affina. Io divento sempre più rigorosamente me stesso; più apertamente e più aperturisticamente.
In questo senso, non ho il diritto di conservare niente di mio. Il mio io lo ritrovo non come semplice conservazione o accumulazione. Lo ritrovo come sorgente che ha dato luogo a nuovi rivoli. Che sono andati scorrendo verso nuovi corsi d’acqua. Che sono andati a partorire nuove fiumane. Che hanno riempito di acqua nuova il mio vecchio oceano.
Nel mio essere c'è anche Altri. Ma Altri non è il mio essere, allo stesso modo con cui Altri non costituisce il non-essere. Non è, perciò, possibile privilegiare la traccia dell'Altro di contro all'ombra dell'essere. Se al medesimo e al noto vengono preferiti lo straniero e lo sconosciuto, soltanto nel desiderio di Altri non mi manco mai. Il che fa sì che io scarti me stesso, per scegliere la tensione inappagante verso Altri. Fino a che questo desiderio inappagabile non mi viene a mancare, io non mancherei a me stesso. Esisto solo in funzione di un desiderio che, cercando Altri, non è mai mancante di niente.
Ma nel mio faccia a faccia con Altri qui la mia faccia dove è? In che mi riconosco, se mi scarto? Come mi si riconoscerà? Come mi riconoscerò, se nei confronti di me stesso sono rimasto senza diritti? Come potrò veramente riconoscere il diritto altrui? Se decostruisco me stesso fino alle soglie estreme dell'autodissolvimento, ben difficilmente posso costruire, riconoscere, amare, vivere, soffrire umanamente la disumanità. Diversamente da quanto ritenuto da Maurice Blanchot, ne "L’infinito intrattenimento", la questione dell'Altro non rappresenta "la domanda più profonda". Una terra straniera è anche in me. Quanto più mi approssimo e mi raccolgo in me, tanto più mi addentro nell'ignoto e nell'indescrivibile. Prima ancora di Altri, sono io la mia prossimità e interiorità più straniera. È dai più riposti meandri della mia esistenzialità che parto verso la traccia dell'Altro. Recandomi verso Altri, sono portatore di questo dono. Verso di lui si muovono le mie più riposte terre straniere. L’incontro avviene soltanto se v'è una donazione vicendevole. Se continenti stranieri si incrociano, si riconoscono e accoppiano, dando vita a un pianeta affettivo ed esistenziale originario che, prima e fuori dell’incon-tro, non esisteva ancora e non poteva esistere. Ma che, non appena esiste, io e Altri riconosciamo come il più propriamente nostro e dal quale non riusciamo più a fare a meno.
L'essere, non solo Altri, appare come enigma. Altri non reintroduce il "terzo escluso". Io stesso devo includermi in me stesso. E questo è un enigma ancora più carico di tormento. Un enigma senza fine, nel quale comincio ad afferrare l'infinito che mi sfugge. Non mi limito a rincorrerlo. So che è inafferrabile. Lo respiro. Il suo respiro mi squarta e mi brucia la pelle. Non brucio me stesso e Altri in una corsa infernale che devasta i luoghi su cui mettiamo piede o che non ha occhi per i luoghi per i quali transitiamo.
Eppure, è bruciante l’esperienza che il Sé e la relazione con Altri fanno dell'infinito. Dell'infinito del Sé; dell'Infinito dell’Altro; dell’infinito nella storia, nella vita e nell'amore. Esperienza dell'istante e della durata, del permanere e del mutare si incrociano. Risospingono fino al fondo delle onde della vita e della storia, da cui sono schizzati fuori tutti gli istanti che, durando, hanno prolungato e variato la geologia delle stratificazioni originarie.
Dalla notte dei tempi, si è sempre eguale a se stessi: la medesima irripetibilità ripetuta e variata. Si ritorna e si parte da sé. Il ritorno stesso è partenza. La partenza stessa è ritorno. Il male del ritorno di Ulisse non è Itaca, ma Ulisse stesso. Ancora meglio: è in Ulisse che sta la sua Itaca originaria inesplorata. Nel restare lontano da Itaca Ulisse si avvicina all'ltaca originaria che è in lui. Le sue avventure costituiscono anche l'esplorazione tremante e ardente della sua Itaca originaria. Il ritorno non è alla sua isola natale, ma alla sua natalità. È dalla propria natalità che occorre di ora in ora ripartire.
Nel ritorno e nella partenza dalla natalità non c'è il disconoscimento di Altri. All'alba del mondo e ai suoi tramonti ricerco me e Altri. La mia odissea non si conclude e non parte da un'unità. Nel recupero dei miei natali si insinua una lacerazione bruciante: mi stacco dalle mie nascite artificiali, immature e artificiali. Risalgo a quanto di me è più autentico e che meno di tutto il resto è stato mai mio e mai lo sarà. La prima nostalgia che ho è nostalgia di me: delle mie rinascite e del mio perenne rinascere. La mia odissea viaggia nel mare del male.
La salvezza non sta nel punto di arrivo. Viaggia con me, fin dall'inizio. Non devo trovarla. Cresce con me, se cresco e maturo, se mi ritrovo dentro di me e in mezzo agli Altri, nella storia. Nel mare del male c'è anche l'acqua del bene.
Distanziarsi equamente tra bene e male non è dato. Un itinerario puro in una innocente zona mediana è il parto di un impazzimento della fantasia. Si è sempre calati fino al collo nel bene e nel male. Al di là del bene e del male ci sono un altro bene e un altro male. Bene e male tentano in contemporaneità e sovente usano gli stessi argomenti. Non si sa mai prima cosa verrà dopo e quello che si vuole fino in fondo. Non si sa a cosa si va incontro. Ma si va sempre incontro.
Non soltanto si sfida quello che viene incontro. Si sfida anche Sé, per andare incontro. Nessuno ci può riscattare: è vero. Ma perché non siamo un ostaggio. Ognuno si riscatta: nel senso che si espone, andando incontro. È terribile lasciare la propria patria. Ma ancora più terribile è non volervi fare ritorno; più terribile di ogni altra cosa è vietare che anche Altri vi facciano ritorno (Abramo). È terribile dilapidare le proprie origini, altrettanto quanto rimanervi ancorati in ostaggio, come il più asservito dei prigionieri.
8. Tra Sé e l’Altro
Nello "Spazio letterario", Blanchot osserva:"Ogni uomo vivo è, in fondo, ancora privo di somiglianza. Ogni uomo, nei rari momenti in cui mostra una similitudine con se stesso, ci sembra soltanto più lontano, vicino a una pericolosa regione neutra, smarrito in sé".
Come trovare una somiglianza completa fuori di me, se mi sto facendo in continuazione? Vivo, poiché sono senza somiglianze. Né Altri, né le mie pulsioni mi catturano in un'immagine. Neppure costruisco per intero razionalmente immagini di me. Ho immagini di me. Gli altri si fanno nella loro testa immagini di me e a esse riconducono la mia vita. Le immagini servono a me come auto-apprendimento e come comunicazione. Servono agli Altri per parlare di me e con me. Nemmeno nella morte mi compio e posso avere un'immagine compiuta di me, non potendola mai sapere e conoscere. Il contrasto vita/morte si oppone a questa identificazione. Sarebbe come dire che il senso della vita e la sua ultima meta sono la morte. E il vivere un lento perire. La morte sarebbe posta come il rovescio della vita, il suo complemento finale e necessario.
Ma la morte è qualche cosa d'altro rispetto alla vita. Dunque, vi coabita incessantemente. Ha una vita sua. Così come hanno una loro vita propria le immagini di me che ritrovo e produco. Dall'inizio alla fine, ho una vita e una morte mie. Non posso mai scoprirmi simile a me stesso. Dovrei coincidere o con la mia vita o con la mia morte. Impossibile.
A sue spese, sa bene tutto ciò Narciso. Per ritrovare la propria somiglianza con se stesso in un’immagine, si dissolve. Più che smarrirsi e perdersi, si neutralizza. Si ammira nell'immagine. Non sa più ritrovare la propria bellezza in sé. Si stacca da sé e si scinde, scindendo il suo bene dal suo male. Non vuole che bene e bellezza. Per cercare la sua somiglianza ha perduto la sua verosimiglianza. Non sa più essere un uomo con immagini e mondi immaginari. Nonostante l'ammonimento, si specchia nell'acqua. Deve specchiarsi. Solo nello specchio d'acqua, nell'immagine, può ora ri-vedersi e ri-trovare la sua bellezza. Dalla sua vita slitta alla sua immagine: nella seconda perde la prima. Narciso diventa un fiore. Lo subisce e lo sceglie, al tempo stesso. Si è perduto fuori, dove intendeva ritrovarsi. Si era già perduto dentro di sé. Ha cessato di cercarsi in sé. Ha continuato a cercarsi e a cercare solo fuori di sé: nell'immagine. Nell'immagine, però, non sta solo la morte della vita; ma anche il ritorno alla vita e a una vita più ricca. Nel mito di Narciso questo giro di boa manca. Nella vita no. Il giro di boa è profondamente conficcato nel perire e nel vivere di ognuno. Il dissolvimento stesso e la perdita sono tracce di sé. Indicatrici non soltanto delle assenze, ma pure delle presenze, del nostro particolare modo di essere presenti. Di sentirsi e non sentirsi a casa propria. Di cercare, nello spasimo, la propria casa.
Si incappa in tragici errori. Dai quali non sempre è dato di poter fare ritorno immediatamente. Rispetto ai quali sempre è possibile andare avanti, mutando la rotta. Se il giro di boa non si offre ancora, vuole dire che resta ancora da andare avanti. Tutto è stato momentaneamente tolto, tranne questo andare avanti. Quando pare che non si ha più niente, si ha questo andare avanti che è quello che, in quel frangente, si può ancora avere. Tutto è finito, perché tutto deve ricominciare. Continuare è ritrovare la strada di casa, per un'altra casa. Alle proprie spalle non tutto si è prosciugato. Dietro le spalle tutta la vita sta ancora patendo. Sballottata tra affetti, speranze, ricordi, ripensamenti, inconclusioni, rovesci e smacchi, incanti e campi di fiori. E sta codarda e crudele, anelante e tremante.
La si sente prosciugarsi nel deserto, quando la si abbandona e non si è capaci di sopportarne il peso e le responsabilità; quando si è incapaci di sostenerne l'intrico felice. Spesso, cerchiamo di liberarci della vita, per trovare la libertà. Ma non possiamo mai disfarci della nostra vita. Dentro di lei e con lei siamo e diventiamo liberi. E diventiamo liberi col mondo e con Altri.
Nessuno può liberarsi di sé. Sono libero in me e con me. Sono libero in mezzo agli Altri. Errabondi come nomadi del deserto, andiamo piantando palme nel deserto della nostra propria vita. Nelle oasi per cui transitiamo incrociamo altri viandanti. Beviamo con loro alla stessa acqua. Facciamo scorta della stessa acqua. Assieme a loro ci riempiamo gli occhi del verde e del vento delicato dell'oasi. Ogni oasi è un incontro. Non sempre dall'oasi si riparte da soli. Sovente, ci accompagna un compagno di viaggio, con cui condividere un pezzo di strada, nella marcia di attraversamento del deserto. Forse, fino alla prossima oasi, oppure oltre. Forse, soltanto per qualche giornata di marcia. Forse, per un'intera vita.
Così è per l'amore. Ogni amore ha il suo "per sempre": può durare un attimo, un giorno, un anno, una vita. Quante sono le case che ci attendono nel corso del viaggio?. E quanti gli ospiti che attendevano sulla soglia della loro casa aperta? Ma non tutte sono le nostre case e non tutti sono i nostri ospiti. Sta ad ognuno fare le scelte giuste. Una vita intera non è mai sufficiente a far trovare tutte le nostre case e tutti i nostri ospiti. Il più delle volte, si sbaglia. Ma non si è mai anonimi in questi luoghi.
I luoghi di ognuno sono il suo ogni-dove. Ed è partendo dai suoi luoghi che ognuno va scorrazzando in ogni-dove. Non si ha mai bisogno di sapere dove ci si trova, se si sa che si è il proprio ogni-luogo. In nessun luogo si resta eguali. In tutti i luoghi si è uno straniero. Ma in ogni-dove si resta sempre se stessi e si deve, di nuovo, scoprire e ricostruire daccapo la propria identità.
In nessun luogo si può dire: finalmente qui nasco ed esisto; oppure: qui sto irreparabilmente morendo. Nessun istante è separato dagli altri istanti e dall'eternità. Tantomeno, un istante è l'eternità. Si vive, muore e rinasce dall'alba del proprio tempo. Lì comincia lo sviluppo della vita personale e il suo tramonto. Anche il nulla dentro e intorno a noi. Ma anche quando non resta nulla da capire, ben poco è quello che si comprende. Moriremo; perché abbiamo vissuto. Ma la vita e la morte non sono l'una la risposta dell'altra. Nemmeno sotto le sembianze sfuggenti dell'impersonalità. Il mostro dell'anonimato è un po’ come l'oste che fa tornare sempre tutti i conti, pure quelli più astrusi e complicati: deve chiudere la taverna e portare i soldi a casa. I conti, invece, non si chiudono mai. Restano sempre aperti.
L’impersonalità — il neutro — per quanto crudelmente in opera come il maglio, non è che un mantello. La caverna dell'uniformità vuole uniformare il silenzio, le ragioni del cuore, della carne e della mente. Nomina tutto per nominare niente: tutti i nomi sono senza nome; ognuno non ha più nome: o inganno o auto-inganno. Come l'Innominabile di Samuel Beckett. È lui che non vuole fermare la sua voce. Esattamente perché: "Mi assorda, urla contro i miei muri, non è la mia, non posso fermarla, non posso impedirle di straziarmi, di scuotermi, di assediarmi".
Pensare = parlare. Parlare = essere posseduto e straziato da una voce estranea. La voce deIl'Innominabile, che non è più la sua voce, è la voce che anche lui ha scelto, voluto. Soltanto una voce che non fosse più sua, una voce estranea, può essere una voce che non nomina più, rispetto alla quale lui è innominabile. Dalla sua innominabilità costruisce l'innominabilità del mondo, della vita. Ha ridotto il suo stesso pensare a voce estranea: "Per quel che riguarda il pensare, lo faccio quanto basta per non tacere, questo non lo si può chiamare pensare". In questa voce tutto quello che avviene è il non-avvenire. Tutto slitta, senza lasciare traccia e senza trovare un appiglio: evaporazione in trasparenza di cumuli di inutilità straniere: "Sono vestito? Mi sono spesso rivolto questa domanda". Domanda che non ammette mai una risposta. Che si ripropone sempre e ossessivamente negli stessi termini. Che svela che alle sue spalle è prevista ed è già avvenuta una risposta assoluta: l'essere vestiti e l'essere nudi si equivalgono. L'Innominabile è, in realtà, l'Indifferente. Deve cancellare le differenze. Ritrova così l'ordine assoluto: nell'inspiegabilità delle cose la loro spiegabilità. In ciò la sua geometrica e razionale collocazione nel mondo. Il prezzo che paga è alto: divenire il persecutore spietato di se stesso. Ecco perché tra sé e sé e tra sé e il mondo interviene la mediazione persecutoria della voce. La voce non sua che lui ha sapientemente concorso a cesellare. È questa voce che suggerisce come possibilità di vestiario: "... per il momento non vedo che delle fasce per le gambe, con qualche straccio qua e là". È quella voce il vestito. Quella è la voce che spoglia, denuda e veste. La voce che non si estingue e celebra la spoliazione di ogni cosa. Si appropria persino del dolore e lo svapora in fuochi fatui. La sofferenza si strazia e si evira. Quella voce è tutto il corpo, ogni angolo di cervello e ogni meandro di sentimento. Quando quella voce tace, a tacere è il tutto. Quella voce ci parla per farci dimentichi di noi stessi.
Le sue pause sono fulminee. Rapido e ancora più fulmineo riparte il gorgoglio di quella voce. Quella voce: il nostro io più fragile che si è organizzato tutto un apparato di potere per non soccombere. Nella sua fragilità, ha bisogno di dimostrarsi forte, come un monarca assoluto. Soccombente nei confronti della vita, passa ad allestire lo scacco di tutte le nostre parti in faccia alla vita. Quella voce è la voce di tutte le nostre fragilità, le nostre debolezze e le nostre crudeltà che non sono disposte ad accettarsi e a riconoscersi come tali. Indisponibili, vogliono prendere il sopravvento. Se raggiungono una posizione di potere, nessuno oserà e potrà richiedere la loro messa in discussione. Quella voce ha già pronta la risposta da mettere in bocca all'lnnominabile: " ... quelle orbite grondanti, le asciugherò, le chiuderò, ecco, è cosa già fatta, non scorre più, io sono una gran de boccia parlante". Quella voce partorisce lacrime che rinsecchiscono e cavano gli occhi. L'Innominabile raggiunge lo stadio della perfezione: un’enorme boccia parlante, vuoto e logorroico precipitato di perdita astuta e tragica. Eppure, quella voce non è soltanto il prodotto astuto dell'Innominabile: anche quando pare essere soltanto questo, ha altri canali di alimentazione. L'Innominabile si perde nella drammatica scelta di trasferire fuori le "voci di dentro", rese asettiche trappole, concentrate in un'impersonale ed estranea voce. Una voce che parla da fuori e che parla dentro da fuori. Ma fino a che punto questa è la condizione dell'Innominabile e da che punto in poi è uno dei cancri della condizione umana, qui e ora? Ognuno di noi — come l'Innominabile e come tutti — è parlato dalle voci di fuori. Ognuno è costantemente sul limite di perdere le voci di dentro; sballottato al confine in cui rischia di non sentire più nulla. Sta là il rischio di perdere tutto e di perdersi. Il rischio è mortale e lo scacco è l'atrocità del rischio che fallisce.
Se si cessa o non si riesce più a essere la linfa dei propri alberi, su di essi non matura più alcun frutto gentile. Quando questo accade, siamo tutti condannati ad agonizzare sotto i nostri propri alberi. Circondati dai frutti che sono inutilmente maturati e che adesso sono ai nostri piedi. Completamente marci, ci accerchiano. Si depositano su un tappeto di erbacce e foglie disseccate. La terra desolata è la terra che abbandoniamo. Più desolata di tutte è la propria terra, se la si abbandona.
9. Interiorità ed esteriorità
In "Thomas l’obscur", Blanchot ci offre una magistrale descrizione della passività dell’esistenza:" ... davanti, dietro, sopra, dovunque allungasse le mani urtava duramente contro una parete solida come un muro massiccio, da ogni parte la via gli era sbarrata, dappertutto un muro impenetrabile, ma questo muro non era l'ostacolo maggiore perché doveva vedersela con la propria volontà che era accanitamente decisa a la sciarlo dormire lì, in una passività simile alla morte. Una situazione folle: in questa in certezza, cercando a tentoni le estremità del cunicolo, abbandonò interamente il suo corpo contro quella parete e attese. Lo dominava la sensazione di essere spinto avanti dal suo stesso rifiuto di procedere, al punto di non stupirsi neppure — tanto la sua ansia gli mostrava distintamente il futuro — quando un po’ più tardi si vede spostato più in là di qualche passo. Qualche passo? Di sicuro il suo avanzare era più apparente che reale: infatti il nuovo posto non si distingueva da quello precedente, presentava le stesse difficoltà e in qualche modo era lo stesso luogo da cui si allontanava per il terrore di allontanarsene". Tommaso è il muro di Tommaso. Così come ognuno è il primo muro che ha da affrontare. Se non si abbatte il proprio muro, non si esce all'aperto. Non si vede e non si fronteggia; si scavalcano, si superano, si abbattono gli altri muri, quelli della vita. Al di qua del proprio muro si resta all'oscuro.
Per quanti spostamenti faccia, Tommaso non risale mai al suo primo muro, a se stesso. Con sé porta in giro il suo muro. La sua volontà passiva è l’impedimento originario: la volontà di non andare mai al di là del suo muro. Volontà di restare, di dormire, di rinviare l'infinito all'infinito. La sua volontà di passività si incarna in un attivismo rovesciato, pur di allontanarsi dalle strettoie dove le decisioni maturano. Questa la decisione fatale. Allontanarsi e tremare nell’allontanamento produce all’infinito l'allontanarsi da dove il tempo incombe e la vita chiama. Il muro si allunga sempre di più: un'interminabile muraglia cinese fascia e rinserra il proprio vivere e perire. La sofferenza è inenarrabile e l'io si scopre scisso, in un senso drammatico ed esistenziale come pura e passiva negatività. L'io che effettua le sue esperienze nel mondo Husserl lo chiama io "interessato al mondo". L'interessamento è spontaneo. Però: " ... al di sopra dell'io spontaneamente interessato si stabilisce l'io fenomenologico come spettatore disinteressato".
La vera scissione dell’io non è quella drammatico-esistenziale; bensì tra interesse e disinteresse. Scissione che, a sua volta, nella riflessione diviene interesse disinteressato. L'io interessato è l'io ingenuo che vive nel mondo, precipitato in esso e in esso confuso coi suoi propri atti e le sue proprie disposizioni. Ecco. Tommaso l'oscuro si scinde in questa ingenuità. Non trasforma il suo interesse per il mondo in disinteresse per il mondo; l'interesse per se stesso in riflessione matura su se stesso. Non perviene alla maturità della riflessione. In mancanza di questo passaggio, resta incatenato a una passività che non è passiva nel senso più pieno del termine. Ingenuamente interessato al mondo, si confonde ingenuamente col mondo, dentro cui non riesce più a riconoscersi. Riflette sulla sua ingenuità da dentro la sua ingenuità. Ferreamente incatenato a essa: iperattivo nei confini ferrei di essa. Al di sopra dell'interesse spontaneo sta il recupero di sé, la maturità e la riflessione matura.
L'io che è divenuto spettatore disinteressato ha messo in parentesi la sua fede nel mondo e nella vita. Questo è il lato più proprio e più alto della passività. È questa la passività che Tommaso non conosce. La scissione più profonda dell'io è quella tra spettatore e attore. Tommaso l'oscuro — come anche l'Innominabile — è troppo preso dal suo essere attore che, anche quando riflette su di sé, si vede sempre nei panni dell'attore. Soltanto da dentro questi panni riesce a pensare e ad avere un rapporto con sé e col mondo. Ma tale rapporto gli si rivela sempre e costantemente nei termini della più atroce delle negatività. Vita e mondo sono per lui unicamente un calco negativo. Proprio questo esito straziante del cammino di Tommaso rivela l'interesse estremo che Tommaso ha avuto e ha per il mondo e la vita.
Solo una fede incrollabile nel mondo e nella vita può partorire un'angoscia così estrema di fronte alla vita e al mondo. Una fede che si schianta davanti al male e al negativo. Non li sopporta, ma li vive intensamente. Non ne sa uscire, ma vi scava dentro voracemente. Tommaso ha proprio questo di oscuro. È il "suo desiderio di non camminare che lo faceva andare avanti". Il fatto è che "c'era nel suo modo di essere un'indecisione che lasciava un dubbio su quel che sta va facendo. Così, per quanto tenesse gli occhi chiusi non sembrava che avesse rinunciato a vedere nelle tenebre, al contrario". Ma il margine di dubbio su quello che Tommaso sta facendo non resta a Tommaso. Bensì a chi riflette su Tommaso. Ed è possibile riflettere su Tommaso soltanto se si è disposti a riflettere su se stessi. Tommaso l'oscuro è solo dell'oscurità. Questa l'indecisione vera di Tommaso e che fa di lui un neutro.
Il dubbio su Tommaso rimane a chi dubita di sé. Revoca in dubbio la stessa neutralità che lo circonda e risucchia. Cammina per camminare. Rimane sempre nel suo cammino ed è il suo cammino che lo trascende. I suoi passi spostano il suo confine. Lo valicano. Lo posizionano più avanti e lo fanno retrocedere. Occorre cercare sempre un nuovo confine.
Ognuno è il confine di sé. Ma il confine serra pure in una camicia di forza. Occorre strapparsela di dosso. Dentro questo ammasso di passi, decisioni, indecisioni, spesso lo spazio e l'aria mancano, la presa e il contatto si fanno sempre più difficili. L'universo esterno, come una galassia vuota, incombente e pressante, magnetizza e spaventa.
Le terre vergini di ognuno tardano a venire a galla. Si ritraggono in un interstizio di piccolezza infinitesimale, preso dentro una massa d'urto spaventosa. Tra interiorità ed esteriorità, ognuno rischia di impazzire, delirando intorno alla perdita di sé, fino alla fine dei propri giorni. Preso tra la propria interiorità e la propria esteriorità, il Sé non è mai un neutro. E non è il neutro il proprio tormento. Non ne è neppure la salvezza.
L'oggettiva soggettività (o la soggettiva oggettività?) del neutro fa traballare la terra sotto i piedi e fa curvare gli orizzonti sulla testa. Come se il cielo precipitasse addosso e schiacciasse; come se la terra facesse sprofondare. Sotto, tra le macerie, il delirio e l'angoscia continuano la loro opera di stritolamento. Occorre separarsi da questi compagni di strada, correndo per le loro strade. Attenti che non invadano le strade dove il loro cammino finisce. Non bisogna loro consentire di prolungare i loro passi lungo tutte le strade del mondo e del proprio mondo. Sono molto sapienti in ciò e vi riescono con molta maestria.
Bisogna passare tra di loro. Affiancarli e confrontarsi con loro. Chiudere loro le proprie porte, dopo ogni passo condiviso con loro. Non è nelle facoltà di nessuno eliminarli. E nessuno può spingere la propria follia fino a voler eliminarli con un atto di imperio. Lacrime e felicità passano pure attraverso le loro lande. Come vi passa la crescita e la maturità di ognuno, il suo coraggio e la sua onestà.
Non si può volerli soggiogare. Ma non ci si può far opprimere da loro. Nell'ingenuità del primo contatto immediato col mondo, nessuno sa difendersi dal mondo. Non sa difendersi nemmeno da se stesso. La propria ingenua confusione col mondo non è ancora ingenuità: confonde e omologa al mondo. Staccandosi dalla presa spoliatrice del mondo, si accede alla vera ingenuità. Si risale al suo fondo. Non solo scelti dal mondo, ma scegliendo il mondo.
Si parte dal mondo, per sottrarsi al mondo e ritornare a sé. Si parte da sé, per ritornare al mondo. In mezzo agli altri siamo e restiamo un io. Non semplicemente un io che racconta e descrive: un io in crisi. Ma anche un io che chiede e cerca: un io che non rimane congelato nella sua crisi. Negli orizzonti di ognuno si insinua l'arcobaleno del dopo bufera, che prolunga e anticipa i suoi colori persino tra i calcinacci della crisi.
Le case che eleggiamo come dimora ci crollano addosso e tentano di seppellirci, soprattutto quando, nel costruirle, il mondo ha prevalso su di noi. Il mondo ha costruito case prima di quelle che ognuno inizia a costruire. Troviamo case bell'e fatte. Le prime che costruiamo sono le più fragili e le prime a crollare. La mia prima casa sono io. Sino a quando non sarò per me una casa sufficientemente sicura e solida, tutte le case che costruirò avranno fondamenta di argilla. Le mie case mi cadono addosso, per dirmi che ancora troppo flebilmente sono la casa di me stesso. Non sarò mai per me una casa a prova di sisma, incrollabile e fissa come un monumento eterno. Tutt'al più, posso ancorarmi a fondamenta relativamente solide che, qui e là, non mancano di scricchiolare
Le crepe più o meno grandi le sfalderanno a intervalli regolari. Spesso a mia insaputa. Soprattutto quando ne sono il maggiore responsabile. Dovrò colmare i vuoti, impastando e immettendo nuova calce. Quando non vi riuscirò, la casa mi crollerà addosso, tentando di trasformarsi nella mia tomba. Ma anche se vi riesco, resta la necessità di andare a costruire altrove altre case. Più divento la casa di me stesso e più case costruisco nel mondo. Più costruisco case assieme ad altri. Case d'amore e di amicizia. Le mie case sono le case della luce e dell'ombra, della notte e del giorno, del racconto e della ricerca. Esse sono ingresso e diaframma, accesso e preclusione. Sono le case dell'erranza e della stabilità.
Al loro interno non si è mai un io forte o debole, trasparente e scintillante, oppure opaco e inerte. Non si diventa mai colmi, né in un senso e né in un altro. Tra bagliori e ombre, si va diventando una strana tonalità di ritmo e di colore. Si resta permanentemente alla ricerca del proprio ritmo e del proprio colore.
Se mi so abbastanza, posso bastevolmente vedere gli Altri nella loro alterità. Non distruggo o uccido per puntiglio. Non prendo o arraffo per capriccio, se mi vedo abbastanza, fino a scendere giù, allo strato intimo in cui mi riconosco esule e straniero in me stesso. Erro dentro di me, dentro la mia stabilità apparente.
V'è in ognuno un'interiorità errante, rispetto cui si è il primo esule. Si deve continuamente riconquistare la propria patria. La propria patria non può mai coincidere con la patria degli altri. Chi si sradica vuole sradicare tutto e tutti; per manifestare così il suo potere. La furia dei senza-patria si rovescia nella devastazione furiosa della patria altrui, delle case altrui, delle radici altrui.
Ma la patria è anche la terra dove sono nato e sono nate le generazioni che mi hanno preceduto. Patria è anche ritorno e ancoraggio alla terra, alla terra che mi ha scelto. Ora debbo sceglierla anch'io: rientrare dalla condizione di esule nella mia terra.
In confronto a un'altra terra rimango esule, anche quando ci scegliamo simultaneamente. Non può mai essere la mia terra originaria. Resterò sempre un esule per lei. Posso diventare un esule amico. Esattamente come un altro mi diventa amico, senza smettere di essere uno straniero per me.
La mia terra è pure la terra dove metto radici. Molte possono essere le terre in cui metto radici. Ma non posso mettere radici in nessuna terra, se non ritorno alle radici della mia terra e le porto con me, quando visito altre terre e mi sospingo nella terra di nessuno. Posso mettere radici in un Altro, come un Altro può mettere radici in me.
10. I carichi del tempo
Il carico dell'oggi appare lieve a confronto di quello che si profila all'orizzonte, come domani. Un domani che, da dietro il muro dell'angoscia, compare quale ripetizione infinita dell'oggi. Da dietro il muro, il domani appare senza promesse. Quando la promessa finalmente sopraggiunge, essendo delusa, viene a mancare. È come estirpata. Con essa pare definitivamente andarsene via la possibilità della salvezza: impossibile nell'oggi e svanita nel domani.
Il domani appare come l'oggi. Col sovraccarico terribile dell'inane passare del tempo. Tra l'oggi e il domani: l'inanità del tempo. Ma è nella promessa estirpata che sta la possibilità della salvezza. Promettente diventa lo scorrere del tempo, coi suoi pesi e le sue fioriture, pur dentro la piatta uniformità dell'oggi che tenta di regolarizzare in anticipo il domani.
Nella ripetizione tragica della vita non si cessa di essere un transito. Sono io stesso un tempo di passaggio. Ho un'età multipla. Vi sono in me parti più vecchie di Matusalemme e parti che stanno appena nascendo. Una serie innumerabile di muscoli, nervi, sentimenti, emozioni è atrofizzata. Ho la vecchiaia più gravosa e trita in me: come cumuli di detriti e polvere che si ammonticchiano e si stratificano. Parti morte che non vogliono morire e parti vive sclerotizzate.
Il fanciullo che ognuno è stato si è smarrito dentro labirinti e distese di smog. Le parti giovani sono oppresse e pressate, cinte d'assedio. Stentano a germogliare. Il travaglio della rinascita impegna energie crescenti. Difficile concentrare in un solo punto tutto se stessi. Distrazioni, impegni e stimoli si accavallano dall'interno all'esterno. La fatica e i disturbi sono tanti che, a volte, la tenerezza e la luminosità della rinascita sono divorate da una lavagna nera.
Mille età si scontrano dentro l’età di ognuno: mille età coi loro mille tempi. Sotto il manto dell'uniformità le mille età sonnecchiano, fanno banchetti, duellano. L’uniformità del mantello è un incastro quieto e fisso. Un incastro che si monta e disfa sotto il primo soffio di buriana.
Il fanciullo che ognuno deve essere stenta a nascere. Il vecchio che ognuno è stenta a crescere. La zavorra che si ha sulle spalle si stenta ad alleggerirla. Il fanciullo che siamo stati stentiamo a recuperarlo e a districarlo da lacci, trappole e vincoli oppressivi. Le mille età che ognuno si porta dentro e fuori sono questo ammasso ribollente.
Se si potesse avere una sola età, o al massimo due-tre, si sarebbe un fantasma. Ma nel coacervo di tutte le età si rischia invariabilmente di perdere il senno e i sensi: dimenticare, senza più ricordare. Nel vulcano delle mille età si deve trovare la pace con se stessi, il riposo e il rilassamento incarnati nella creazione.
Il riposo si può trasformare in una nicchia e la creazione in una furia divoratrice. Si è il peso e la bilancia di se stessi. Ma un bilanciamento equilibrato si deve trovare pure fuori. Si è uomo e donna, come possono esserlo un uomo e una donna. Marito e padre. Figlio e amante. Amico e amante. E ancora. Ancora. Si è tutto l'insieme e una cosa alla volta. Si hanno mille età e mille facce. Mille spiriti e mille corpi.
Se non avesse mai paura di tutto questo, nessuno sarebbe mai fuggito e non si sarebbe mai duplicato in mille io, divenendo il migliore chirurgo di se stesso.
Condanniamo al silenzio, per anni, parti vitali di noi stessi. Altre le tranciamo brutalmente. Altre ancora le uccidiamo con astuzia. Altre le avveleniamo con un talento paziente. Chi non ha mai fatto questo? Ma quello che è in ballo, in faccia a me, sono io. A questo ballo debbo danzare. Chissà, che non si debba essere il pellegrino e l'ospite delle proprie mille età: transito nelle proprie rovine e nella propria fioritura. Essere radice e terra. Cima e orizzonte. Non uomini e donne perfetti. Uomini e donne che patiscono, anelano, gioiscono e desiderano dal fondo chiuso delle proprie costrizioni perfette, cercando un'uscita.
Ognuno è un groviglio intricato di semplicità complicate. Più si risale nel tempo verso le origini, più ci si allontana dalle condizioni dell'elementarità. In zone più ristrette sono contenute le stesse quantità e qualità. Anzi. In uno spazio concentrato emergono per la prima volta quantità e qualità nuove. Si è costretti a vedersi meglio. In campo largo, connessioni e legami mettono in ombra la specificità e l’originalità di ognuna delle parti che ci compone. Primeggia il quadro d'insieme, fondato sulla selezione e sullo scarto.
Rimane la necessità di muoversi in un quadro di insieme. Ma i particolari del quadro richiedono una pari attenzione. Ognuno di essi ha contribuito a scrivere la storia della nostra propria vita. Niente è elementare in loro. In ognuno è concentrata la complicatezza e la varietà della propria vita personale. In un atomo di me sta racchiusa tutta la mia vita. Ma in ogni atomo si racchiude un carattere compiuto e definito.
Io sono sempre il singolare risultato di divisioni e connessioni, aggregazioni e scomposizioni. Intero nelle mie divisioni; diviso nella mia interezza. Mi barcameno a fatica per questi flutti agitati. Mi riposo e mi adagio sulle increspature dei cerchi d'acqua della mia storia, quando le onde si placano e la mia vita diventa un balsamo per me. Il dolore lenito è quello che ho retto sulle mie ossa e ho fatto circolare per le mie vene, i miei liquidi e le mie masse semisolide. La felicità che mi cambia e ringiovanisce, facendomi maturare, è quella che mi mantiene aperti gli occhi sul mio dolore e sui dolori del mondo.
Il sole e il sale increspano la pelle: la seccano. Il gelo la illividisce e indurisce. Il sole può disseccare. Il gelo, rendere freddi e insensibili. Si oscilla tra l'arsura e il gelo polare.
Dove sta la vita? In mezzo, tra l'arsura e il gelo? Ma quando mai la vita è medietà, sintesi calmieratrice degli eccessi?
Dove la mia unità trova tutte le sue differenze? Dove le mie differenze fanno la mia unità ? Eppure sono sempre unito e differenziato. Ho sempre alle spalle i processi di unità e differenziazione che mi hanno generato e plasmato così come sono. Questi processi li trovo sempre dietro di me. È in essi che devo penetrare e mutare.
La mia unità sta nella trasformazione della mia unità, in cui perfettamente distinguibili siano i tratti antichi e appropriatamente alloggiati quelli nuovi. L'unità e la differenza stanno sullo stesso atomo di pelle, nello stesso angolo di mondo.
11. Sofferenza e dono
Cos’è la sofferenza? Il non-potere della sopportazione (Scheler, Blanchot)? Oppure il non riuscire più a percepire l'avverso che, perciò, viene sofferto (Pascal)? Nel secondo caso, soffrire equivale a non sentire più.
Il soffrire è il non sentire, abdicazione di fronte a ciò che è causa di sofferenza. Paradossalmente: la sofferenza respinge la sofferenza; la patisce, ma non la percepisce. Un umano non accoglie la sofferenza, non la integra in un ordine. La sofferenza ha già ecceduto ogni ordine.
La mia sofferenza non vuole integrarsi nel mio ordine, nel mio mondo. All'opposto, me ne vuole tirare fuori. Ma io difficilmente sono disposto a seguirla. Fuori dal mio ordine mi sentirei perso. Eppure, proprio perché soffro, non mi sento più integrato nel mio ordine.
Non voglio integrare la sofferenza e la sofferenza è rottura dell'integrazione. Sto male nell'ordine del mio mondo. Che, però, rimane il mio ordine. Ora è squilibrato. Sono in cammino verso un nuovo equilibrio. La sofferenza mi appare anche come la mia nemica mortale. Squaderna i miei calcoli e infrange le mie armonie. La mia salvezza, però, sta anche nel fluido non integrabile della sofferenza.
Imparare a soffrire, forse, vuole dire imparare a non integrarla. Imparare a patirla, individuandola e percependola. Il soffrire rimane una delle zone calde del non-potere soggettivo. In queste zone si è senza maschere, responsabili della propria nudità e delle proprie armature, delle proprie fioriture e dei propri appassimenti.
Si sta in una situazione di privazione. In essa non c'è soltanto il non-poter-fare, ma anche il non-poter-fare danno ad Altri. Allorché soffro, soffro anche della mancanza di questo potere: depauperato del potere di fare del male, proprio io e proprio quando la ruota del male mi stritola. Ma se questo potere in me cessa, cessa anche la mia identificazione immediata col male. Così, come nel tempo radioso della felicità, cesso di identificarmi immediatamente col bene. È nelle situazioni di non-potere che più al fondo e intimamente si deve imparare a essere felici e imparare a soffrire. La sofferenza, più ancora della felicità, svela la impotenza e precipita in una situazione in cui difficile è una scelta di amicizia e di amore.
Nella passività della sofferenza c'è il ritrarsi in sé. Ritraendosi, avviene la ribellione; ma non si sa ancora bene cosa sia questa rivolta. Ci si raccoglie e concentra in sé anche nella felicità: tutti i frantumi paiono miracolosamente ricomposti e sono operanti al di là del proprio potere e del proprio volere.
Il raccoglimento della felicità è quello che fa abbracciare il mondo: il mio ordine e l'ordine del mondo paiono fondersi come in un'estasi. Raccolto in me, sono come rapito da questa estasi. La sofferenza, invece, mi spezza e spezza il mio ordine. È vento che apre tutte le porte del mio ordine e le lascia aperte. La stessa felicità era mutazione del mio ordine; ma mutazione nel mio proiettarmi nel mondo. Nella sofferenza la mutazione compare come separazione dal mondo. Per uscire dall'ordine del mondo, prima di tutto, debbo aprire un varco nel mio ordine. Soffro, perché non sempre vi riesco e soffro anche quando vi riesco. Soffro, quando è la sofferenza ad aprire per me il varco. Esco dal mio ordine, per tornare più indietro rispetto al mondo, più indietro rispetto al mio dolore. Più indietro, per andare più avanti.
Si ritorna in un tempo mai stato e che, pure, c'è sempre. La sofferenza, più che toglierlo, ci restituisce tutto il tempo, tutto il suo atto e tutta la sua virtualità. In questo tempo esiste tutto, anche tutto l'impossibile. Ed esiste anche quando resta impossibile. Il mio non-potere restituisce presenza all'impossibile. Le mie stesse assenze ritornano ad essere presenti. Il mio è un ordine sempre più doloroso e introduce nel mio mondo i dolori del mondo. Sono sempre solo col mio dolore. Resto solo di fronte ai dolori del mondo. Ora posso amare ed essere solidale. Avere compassione per un altro che soffre. Dare e ricevere conforto. Talmente privo di potere, da sottomettermi all'amore e all'amicizia senza la reciprocità del ricevere. Ricevo, senza la reciprocità del dare. Nelle regioni dell'amore e dell'amicizia io non investo, ma mi comprometto. Tutte le mie età concorrono a formare il mio ordine, ma è il mio compromettermi difforme che scompagina l'ordine dentro cui vorrei restare ben custodito e protetto, inavvicinabile e inattaccabile. Quando getto la spugna e mi rassegno a soffrire, tutto ciò che in me ha già compiuto il suo ciclo vitale o che vuole stabilire l'imperio del suo comando si ribella forsennatamente.
Un io che vuole uscire dal suo ordine è anche un io che blocca tutte le porte di uscita dell’ordine. Trovare un accordo in sé, dentro questa sorda e implacabile lotta è la cosa che più logora. Si deve imparare a lasciarsi vivere dai contrari: restare e andare; ritornare e prolungare. Ogni parte del Sé e dell’Altro ha differenti momenti di sosta e di cammino. Occorre assecondare i loro tempi, senza forzarli, ma indovinandoli. Lasciare andare le parti che debbono andare e far rimaner ferme le parti che debbono sostare. Quanto tutto ciò sia difficile e ai limiti dell'impossibile ognuno lo scopre in ogni istante sulla propria pelle, pagando di tasca sua. Ma gli errori rientrano nel gioco e senza errori il gioco non potrebbe proseguire. La sofferenza più intensa è quella che mi si rovescia addosso per effetto delle mie scelte errate. Il suo urto mi annichilisce e mi sgomenta, perché più al fondo debbo portare il coraggio della rimessa in questione di me stesso. Fino a quando si rimane indisponibili a questo coraggio, un ottuso e crudele spaesamento c’incatena. Catene sono quelle che diamo. Catene ci sembra di ricevere.
Una terribile dolcezza è a portata di mano. Ma senza il coraggio, resta solo il terribile. La dolcezza finisce dispersa. Non ci nutre più. Senza di lei, tutto il nutrimento si scolora e inquina. Adulterazioni fanno perdere il sorriso della vita e del mondo. Anche in presenza dell'orrore rimane da imparare a vivere: tirarsi indietro e transitarlo. Dopo la virata, il cammino si ripercorre all'incontrario. In questo nuotare sono sempre presenti i punti estremi. Il nuotatore non si ferma mai a uno di essi e alla fine del percorso esce dalla vasca. Vi si rituffa. Ma riesce.
Tutte le nostre età sono i nostri nutrimenti indispensabili. Solo quando hanno smesso loro di nutrirci, possiamo separarcene. Non prima. L’arbitrio soggettivo non può decidere alcunché, se non accanto alle decisioni che erompono dalle nostre mille età. Loro muoiono e noi le seppelliamo e onoriamo. Loro nascono e noi le accogliamo e accudiamo. Se infrangiamo questo patto di vita, è perché non vogliamo essere grati alle nostre mille età e non vogliamo essere debitori nei confronti di nessuno.
Unico creditore e più alto creatore vuole essere l’Ego: queste le ossessioni che torturano, se si infrange il patto. Bisogna riconoscere i propri debiti alla vita e al dono di sé che ogni volta un Altro ci ha fatto. Bisogna riconoscere anche il proprio diritto e rimanergli fedele, senza mai volerlo imporre o elevarlo a norma per altri o trasformarlo in comando. Il creatore sommo è sommamente solo. Dio è fatto per stare solo con Sé ed è dalla sua solitudine estrema che gli uomini sentono che si prende cura di loro. Gli uomini sono fatti per stare con gli uomini: sulla Terra e tra Terra e Cielo. Dalla sua solitudine, un umano può incontrare un altro umano: amarlo o ucciderlo. Un uomo è sempre un uomo. Un uomo è un uomo, come ben sapeva già Brecht. Ed è sempre l'uomo che occorre sormontare e ricostruire.
Il dono appare qui ancora più prezioso. Si dona all'altro ciò che lui non ha e non può possedere mai, al di fuori del dono che riceve. Il dono sposta e modifica tutti gli equilibri esistenti: spiazza proprio nel suo non reclamare mai niente. Sospende ogni convenienza scambista. Il respiro di una vita si offre a un'altra vita e chiama un altro respiro. Due vite si cercano, senza obblighi e si vincolano in libertà.
Il mio dono resta dono anche quando non viene accettato e quando non realizzo alcun ritorno. Il dono degli Altri resta dono anche quando non lo accetto. Un dono è un dono e parla per l'eternità della generosità della vita. Di quella generosità che non ha nessun corrispettivo: nemmeno la generosità di un altro, nemmeno la generosità della vita.
La mia generosità è la generosità che viene da me e che mai può obbligare la generosità che viene dagli altri. Sono generoso, se mi dichiaro senza diritti rispetto agli altri, ancor prima di sapere se essi mi amano o no. Riesco a essere generoso, se ancor prima che gli altri mi conoscano so dei loro tormenti e delle loro gioie di umani e non mi faccio ingannare dalla carta moschicida delle apparenze. Io stesso sono irretito in questa carta. La generosità non è un'eredità che si può strappare al generoso, allo scopo di godersela cinicamente con il cinico, al quale niente può essere carpito, poiché niente ha da donare.
Il dono precede il consumo e il consumo lo devia verso mari inquinati. Ma si può donare persino in mari inquinati.
Note
(*) Si presenta un testo del 1986, pubblicato per la prima volta nel 1994 in un volume edito dall'Associazione culturale Relazioni.Riferimenti bibliografici
S. Beckett, L’Innominabile, Milano, Sugar, 1965.
M. Blanchot, Lo spazio letterario, Torino, Einaudi, 1967.
Id., L’infinito intrattenimento, Torino, Einaudi, 1977.
E. Husserl, Meditazioni cartesiane, Milano, Bompiani, 1960.
S. Kierkegaard, Briciole filosofiche e postilla non scientifica, Bologna, Zanichelli, 1962.
E. Lévinas, La traccia dell’altro, Napoli, Libreria Tullio Pironti, 1979.
G. Morpurgo-Tagliabue, Classici e non delle passioni, "aut aut", n. 213, 1986.
E. Paci, Storia ed apocalisse, in Relazioni e significati, Milano, Lampugnani Nigri, 1965.
Id., Colloqui con Banfi, "aut aut", n. 214-215, 1986.