Afferma Igor Pelgreffi nella sua «Introduzione» (dal titolo «Il testo-intervista Nietzsche e la macchina») al volume di Jacques Derrida, Nietzsche e la macchina. Intervista con Richard Beardsworth (a cura di Igor Pelgreffi, Mimesis, Milano-Udine, 2010): «generalmente nella riflessione di Derrida il termine macchina, con i suoi derivati, indica il programma o il sistema: “nel momento in cui vi è un calcolo, una calcolabilità ed una ripetizione, in quel momento vi è una macchina”. Per estensione macchina sta per logos o per razionalità discorsiva: “la macchina esiste dappertutto, e in particolare all’interno del linguaggio”. Macchina è anche tutto ciò che la filosofia occidentale, nella lettura che ne ha dato Derrida, ha desiderato diventare, pur essendone già infestata sin dall’inizio». Macchina è dunque qualcosa di molto particolare. Ed in questa interpretazione di Nietzsche ad opera di Derrida, la macchina ha un posto specifico nel contesto delle risposte alle 13 domande poste da Beardsworth al filosofo franco-algerino. La versione originale dell’esito di questo colloquio (avvenuto nell’autunno del 1993), col titolo «Nietzsche and the Machine», fu pubblicata nella primavera del 1994 sul numero 7 del «Journal of Nietzsche Studies» (pp. 7-66). Già le date stesse della comparsa di questo testo rappresentano un mondo post-Guerra fredda, travagliato da conflitti e guerre (quella dell’ex Jugoslavia ad esempio) ed ormai quasi completamente globalizzato. Come si inserisce Nietzsche, dunque, nel suddetto contesto? Dice Derrida: «qualcosa forse stava accadendo all’umanità nell’attraversamento dal diciannovesimo al ventesimo secolo circa l’affermare, circa un’affermazione del futuro o di un’apertura verso il futuro, evidenziata all’interno di un discorso di apparente distruzione o lutto: pensiamo al problema della messianicità in Benjamin, alla questione del futuro in Nietzsche, al privilegio dell’estasi dell’avvenire in Heidegger. Questi pensatori sono tutti pensatori del futuro». Ma di quale futuro si fa promotore Nietsche con la propria speculazione? Continua Derrida: «la demolizione di Nietzsche, il suo rovesciamento di tutti i valori, la sua critica e genealogia avvengono sempre nel nome di un futuro che è promesso». Esiste, quindi,un atto che riguarda qualcosa. Un atto che riguarda un oggetto rispetto al quale ci si impegna a comportarsi e ad operare in un certo determinato modo. C’è un impegno formale, una parola data, un patto, un assicurazione, un giuramento, un voto, un pegno, un arra, un vincolo e una cauzione che riguardano il «futuro» in Nietzsche. In questo senso, con la sua filosofia, siamo in presenza di una riflessione del prossimo, del venturo, dell’a venire, del successivo e del domani. E’ comunque essa rimane (in ogni caso) una meditazione che riguarda il tempo. Quale è questa promessa che Nietzsche ingaggia con il periodo «posteriore»? Derrida dichiara: «ciò che si diceva prima a proposito della chiamata e della promessa, dischiude una nozione di democrazia che, pur avendo qualcosa in comune con ciò che intendiamo con democrazia oggi, specialmente in Occidente, non è riducibile né alla realtà contemporanea della “democrazia” né all’ideale di democrazia che informa questa realtà o fatto». In sostanza «esistono allo stesso tempo in Nietzsche, motivi critici e genealogici che fanno appello ad una democrazia avvenire». Tale è dunque il «futuro» preconizzato dal filosofo della Volontà di potenza. Ma, chiediamoci ancora: quali sono gli elementi caratteristici di questa «democrazia a venire»? Derrida osserva: «”la democrazia a venire” è una democrazia i cui legami non sono più quelli desumibili dal concetto di democrazia, per come tale concetto è nato e si è sviluppato nella storia dell’Occidente»: Dunque «in tutto il mondo vi è oggi un’ispirazione ad un legame fra singolarità». Ovvero: «ciò che ad essi mi lega… è una protesta contro la cittadinanza, una protesta contro l’esser membri di una configurazione politica in quanto tale». Ma non solamente di questi elementi è composta e combinata la «democrazia a venire». Infatti Derrida sostiene «dal momento che non resta alcuna località, se la democrazia deve avere un futuro, oggi deve essere pensata in modo globale». Per tirare le fila di tutto questo lungo discorso basta, perciò, far notare che «chi si sforzi di giustificare la propria scelta politica, o persegua una linea politica senza pensiero- nel senso di un pensiero che ecceda scienza, filosofia e tecnica – senza pensare che cosa, all’interno di questa macchina, fa appello al pensiero, costui non è, ai miei occhi, politicamente responsabile». Perché oggi «si ha bisogno del pensiero, si ha bisogno di pensare più che mai». La promessa riguardante il «futuro» realizzata da Nietzsche (con la sua dottrina), concerne dunque il senso di una nuova riflessione che sarà, per forza, di cose essa stessa lungimirante. Nietzsche infatti si fa portavoce di una filosofia che si impegna per il «dopo», per una filosofia del «post», per una considerazione delle cose che guarda «oltre». Ma, abbiamo visto, a questo punto dell’analisi relativa alla «democrazia a venire» (che costituisce il «futuro» dell’elaborazione teorica di Nietzsche) ricomparire di colpo la nostra «macchina». Nel corso dell’esposizione di una sua domanda a Derrida, Richard Beardsworth rileva «la vi è la questione di “una potente macchina programmatrice” che riguarda, prima di qualsiasi intenzione umana o volontà, le due forze contrarie di rigenerazione e degenerazione nel giovanile Sull’avvenire delle nostre scuole, e che determina in anticipo, prima di ogni centralità storica, che ciascuna di queste due forze si rifletta, e trapassi nell’altra». In Nietzsche è (a questo punto) presente una «macchina» biunivoca, un meccanismo del «se e solo se», una «complicazione tra l’inizio e la fine» Per un simile congegno vale quanto afferma Igor Pelgreffi e cioè che «non esiste un al di là della macchina: vi si è sempre dentro, anche quando non lo si sa. Non resta che farla lavorare». La «macchina» è dunque il luogo della ripetizione e del conteggio; è un luogo assoluto, dentro al quale, sostiene Derrida «quando faccio lavorare una macchina, non c’è decisione; la macchina lavora, la relazione è di causa ed effetto». Ecco perché ritorna prepotentemente la necessità del «pensiero» ai fini di una decodifica della «democrazia a venire». A causa del fatto che «anche se uno sa tutto, la decisione, se ce n’è una, deve avanzare verso un futuro che non è noto, che non può essere anticipato». Solo la decisione del pensiero ci congiunge alla promessa del futuro. In definitiva, dice ancora Pelgreffi «Nietzsche consuma la macchina: simmetricamente la “mette in folle” (e dunque ne dissolve il meccanismo) e la sovraccarica, portandola così al guasto meccanico, ossia al blocco aporetico. In ogni caso facendola lavorare». Per dirla tutta, insomma, Friedrich Nietzsche ha portato pertanto a compimento la macchina metafisica. E ora? Derrida è perentorio: «oggi più che mai si deve pensare questa macchina, al fine di predisporre una decisione politica, se ce n’è una, entro tale spazio di contaminazione». Questo rinnovato invito al pensiero del «più in là» costituisce il senso peculiare di questa lettura di Nietzsche da parte di Derrida. La macchina, in questa direzione, è solo uno spazio sintomatico. In essa ha solamente sede un processo di duplice inferenza tra il passato e il futuro attraverso un presente che rimane, in ogni caso, sempre da travalicare. Ed essa si presenta in qualità di «sintomo» perché lo stesso Nietzsche (ma anche Benjamin ed Heidegger) «sono sintomi, portavoce di qualcosa che sta avendo luogo nel mondo». La «macchina» è il segnale di quella promessa del futuro che è legata alla democrazia a venire e quindi al concetto di «responsabilità». Derrida ci informa infatti che «anche se impiego degli anni per maturare la decisione, o se accumulo tutta la possibile conoscenza che riguarda il campo scientifico, politico e storico in cui deve essere presa la decisione, il momento della decisione deve essere eterogeneo a questo campo, se la decisione non deve esser l’applicazione di una regola. Altrimenti non c’è responsabilità». In sostanza «se vi è qualcosa come giustizia o responsabilità, deve esserci una decisione». Ma se c’è una qualche responsabilità siamo già entrati certamente nel campo dell’etica. O meglio la Genealogia della morale di Nietzsche realizza questa distruzione della moralità ascrivendo la totalità delle idee etiche ad una forza reattiva ostile alla vita: ciò che è sempre stato concepito come moralità o risulta immorale, o utilizza mezzi immorali per arrivare al suo proprio fine». Questo vuol dire che «In quanto “genealogia”, il gesto di Nietzsche non può mancare di ri-affermare o promettere qualcosa che potremmo chiamare archi-etico o ultra-etico». Siamo quindi giunti in prossimità dell’origine stessa del pensiero morale. Ci troviamo là dove ogni concreta determinazione deontologica ha già avuto la possibilità di potersi esprimere. Da questo territorio germoglia quella promessa che invita a trascendere «il presente oltre se stesso». Sempre «più in avanti», Nietzsche fu dunque il pensatore di quello che «non c’è ancora», del conseguente, dell’appresso, del «poi». Ed in questo senso (nel senso, cioè, della possibilità di un susseguente) egli fu «il pensatore del “forse” (Vielleicht), come dice in Al di là del bene e del male».