DERRIDA INTERPRETA LÉVINAS
di Gianfranco Cordì



La geometria è un ramo della matematica chi si occupa delle figure di uno spazio. Una considerazione geometrica delle cose rappresenta, dunque, una considerazione che delimita, demarca, costituisce un ambito all’interno del quale i vari elementi agiscono e si muovono ognuno nella propria direzione. Questo ambito è proprio quello spazio da cui la definizione geometrica traeva la propria particolarità e caratteristica. Questo ambito è, appunto quello che Emmanuel Lévinas, secondo la lettura di Jacques Derrida (El Biar, 15 luglio 1930 - Parigi, 9 ottobre 2004), circoscrive nelle sue opere a partire dalla connotazione esatta dell’etica.

Il volume Addio a Emmanuel Lévinas (a cura di Silvano Petrosino, Jaca Book, 2007) racchiude appunto il senso di tale percorso speculativo che – sempre a giudizio di Derrida - ha condotto Lévinas ad una considerazione geometrica dell’etica. Il filosofo di Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità, infatti, pone già in avvio del proprio filosofare un duplice punto (o indirizzo) di partenza. Da una parte egli propone una filosofia, sin dal principio, orientata in un certo modo, con una direzione esatta, con una strada ben tracciata davanti a sé. E dall’altra parte, nello stesso esordio di questa meditazione, fissa un bordo, un orlo, un contorno, un lembo, un'estremità, un confine. Questo bordo è dato dalla seguente affermazione: «l’accoglienza assoluta, assolutamente originaria, anzi pre-originaria, l’accoglienza per eccellenza è femminile, ha luogo in un luogo non appropriabile, in un’“interiorità” aperta il cui maestro o proprietario riceve ospitalità che in seguito vorrebbe dare». E quindi «questo pensiero dell’accoglienza, in apertura dell’etica, vuole essere segnato dalla differenza sessuale».

Ma cos’è l’accoglienza? Dice Derrida: «Capovolgimento: Lévinas propone di pensare l’apertura in generale a partire dall’ospitalità o dall’accoglienza – e non il contrario». E per quanto riguarda l’ospitalità? «L’ospitalità diventa il nome stesso di ciò che si apre al volto, di ciò che, più precisamente, l’”accoglie”». L’accoglienza è dunque più originaria dell’apertura e l’ospitalità  «è l’eticità stessa, il tutto ed il principio dell’etica». L’etica, dunque, geometricamente, segna una balza rispetto al proprio territorio: e questa frappa è costituita dal femminile. «L’accoglienza … pre-originaria … è femminile». L’accoglienza «è … il tutto ed il principio dell’etica». Ciò che manifesta «accoglienza» nei confronti del volto, è l’ospitalità. In altro luogo afferma ancora Derrida «in altre parole, non c’è intenzionalità prima e senza quell’accoglienza del volto che si chiama ospitalità».

La coscienza umana nasce dall’ospitalità. E, continua Derrida: «l’ospitalità presuppone la “separazione radicale” come esperienza dell’alterità dell’altro, come relazione all’altro». Il rapporto principale dell’etica (Io-Altro) è quindi contrassegnato dall’ospitalità. Che è «ciò che … accoglie» il volto. L’etica si inaugura quindi con un gesto di favore, con un benvenuto, con una ricezione, con l’accettazione e il ricevimento di qualcosa. Ciò attribuisce alla stessa filosofia morale una direzione precisa (e questo è il primo punto di partenza di cui si diceva). Tale direzione orienta la riflessione in un certo modo piuttosto che in un altro. L’etica non è affatto del tutto neutrale rispetto alle cose: essa prende posizione. E lo fa attraverso la valutazione di un fatto positivo: l’accoglienza di un volto. Questo ricevere, ospitare, alloggiare, ricoverare e sistemare rende la riflessione filosofica già, di per se stessa, quasi ideologica. Infatti si tratta, appunto, di un’etica della cordialità, dell’urbanità, della cortesia e del garbo.

Accogliere vuole dire essere indulgente, accondiscendente, benigno e amorevole. Il primo punto di partenza della considerazione che Jacques Derrida restituisce dell’opera di Emmanuel Lévinas è dunque fondato da questa etica della bonomia che - sempre a giudizio di Derrida - sarebbe propria del filosofo francese di origini lituane (che nel 1974 pubblicò «Altrimenti che essere o al di là dell’essenza»). Una volta fissata questa peculiarità, Derrida ci informa di quella via intrapresa da Lévinas per costruire la propria filosofia. Se è vero che il punto di partenza è sempre questa speculazione della cordialità, è altresì altrettanto pacifico (e siamo al secondo punto di partenza) che questa etica ha nel femminile la propria «accoglienza … pre-originaria». Siamo su un ciglio segnato dalla differenza sessuale intesa come differenza fra i generi (ovvero come divario afferente all’insieme dei caratteri che in individui della stessa specie separa soggetti diversamente predisposti alla funzione riproduttiva). Due ubicazioni all’origine del discorso filosofico di Lévinas (l’etica del caritatevole ed il centro ancorato sulla femminilità) che producono, alla fine, una considerazione liminare delle cose.

Quella di Lévinas (nella lettura che ne dà Derrida) è perciò un'etica liminare che opera già dentro uno spazio circoscritto, che fissa un ambito, che demarca il proprio territorio (e lo fa per ben due volte). In questo senso l’esatta intelligenza di questa speculazione è affine alla geometria: come nella geometria delle figure si muovono dentro uno spazio, così nell’etica di Lévinas, cose e persone agiscono, si incontrano e si cagionano all’interno dei confini di uno spazio esattamente delimitato e ristretto. Lo spazio, in questo caso, è quello racchiuso dai due punti di partenza che Derrida attribuisce a Lévinas. L’etica fissa un ambito e proprio come l’architettura si occupa di organizzare lo spazio nel quale vive l’essere umano. O come la topologia studia i luoghi. Lévinas è perciò il protagonista di questa etica liminare che è nello stesso tempo «un’esperienza dell’ospitalità in quanto essa si apre, per accogliere, all’irruzione dell’idea di infinito nel finito». L’idea che è portata con sé dalla valutazione della presenza dell’altro.

L’accoglienza, che caratterizza in Lévinas anche la ragione («la ragione stessa è accoglienza in quanto accoglimento dell’idea di infinito – e l’accoglienza è razionale») è, secondo Derrida: «il primo movimento, un movimento apparentemente passivo, ma buono. L’accoglienza, così come il volto, non è qualcosa di derivato, e non c’è volto senza accoglienza. È come se l’accoglienza … fosse un linguaggio primo, un insieme formato da parole quasi-primitive e quasi-trascendentali». E inoltre «l’accoglienza presuppone il raccoglimento, cioè l’intimità dell’a-casa-propria e la figura della donna, l’alterità femminile». L’accoglienza è dunque quasi la radice di ogni cosa. E l’opera di Lévinas testimonia questa  grande apertura verso gli altri, questo gesto di grande benevolenza. Derrida in questo Addio non fa che ricordare il senso più preciso dell’insegnamento di Lévinas. «Bisogna accogliere l’altro nella sua alterità, senza attendere, e quindi è necessario non fermarsi a riconoscere i suoi predicati reali» afferma Derrida. L’altro e il modo di accoglierlo: due dei problemi che più costituirono il cuore della riflessione di Lévinas. Due dei problemi che anche questo Addio ha cercato di risolvere e di sollevare comunque dal tracciato del pensiero.      


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