Il particolare. Ciò che ha caratteristiche proprie, non comuni ad altre cose o persone, che si distingue e si differenzia dagli altri. Questo irriducibile è il protagonista del volume di Jacques Derrida, dal titolo Dello spirito. Heidegger e la questione (traduzione di Gino Zaccaria, SE, 2010). E lo è per un motivo preciso: perché lo «spirito» (ovvero, quello che Derrida indaga - attraverso questo libro - in Heidegger) è prima di tutto «fiamma».
Ma andiamo con ordine. Il filosofo franco-algerino ripercorre la riflessione del suo collega tedesco a partire da Essere e tempo, passando per la controversa prolusione del 1933, dal titolo L’autoaffermazione dell’università tedesca e varcando le soglie di interessanti letture heideggeriane di Hölderlin, Schelling e Nietzsche per giungere al testo dedicato alla poesia di Trakl. Nel complesso di questo cammino, Derrida non individua un «punto centrale» su cui soffermarsi nell’esegesi, ma piuttosto qualche «ipotesi» da cui partire. Sempre fermo restando che questo cammino, il pensatore di El Biar lo affronta «guidato da una certezza negativa e da una supposizione: la certezza di non poter comprendere davvero bene ciò che regola l’idioma spirituale di Heidegger e la supposizione che una maggiore chiarezza (forse la chiarezza ambigua della fiamma) ci permetterà di avvicinarci al nodo di qualche impensato, all’intreccio di quei quattro fili». Ecco apparire subito il tema della «fiamma» che diventerà veramente esplicito solo in riferimento all’analisi della poesia di Trakl.
Vale la pena ascoltare ancora Derrida dire qualcosa a proposito dell’intero senso del suo lavoro: «il seguire la traccia dello spirituale heideggeriano certo non porta a un punto centrale di quel nodo, ciò appare evidente; perciò, forse si riesce a saggiare la resistenza del nodo stesso nella sua torsione più economica … La so per vera in anticipo, quest’ipotesi. Una sua verifica mi sembrerebbe tanto paradossale quanto fatale … per Heidegger (e lo proveremo), Geist è un altro modo di nominare l’Uno e la Versammlung, cioè la raccolta e la riunione». Appaiono qui due temi che noi abbiamo qui già introdotto: quello della mancanza di un «punto centrale» e quello della formulazione di una «ipotesi» da cui prendere le mosse. Questa «ipotesi» è dunque incentrata su una considerazione dello spirito come raccolta, riunione, in qualche misura come localizzazione. Localizzazione che cade sempre all’interno di un particolare.
E siamo giunti al concetto dal quale eravamo partiti. Ma perché questo particolare è irriducibile? Che cosa lo rende tale? Di che cosa è fatto questo particolare? E poi, irriducibile a cosa? Dobbiamo evidentemente andare ancora avanti. Apprendiamo subito, fin dalle prime pagine del libro, che la «possibilità non indagata del domandare è designata da Heidegger, al di là di ogni altra denominazione, forse proprio con la parola Geist». E, un poco più avanti, che «ogni domanda risponde già all’appello dell’essere; la promessa ha già avuto luogo nell’evento stesso del linguaggio. Prima di ogni domanda, e nel domandare stesso, il linguaggio diventa sempre di nuovo promessa. Promessa che sarebbe anche dello spirito». Esiste dunque, «prima» di ogni interrogazione, un «luogo» spirituale che si configura come «promessa». È interessante notare questo accenno fatto al «prima»: ritornerà, come vedremo, nelle ultime pagine del volume. Il documento del 1933, dal titolo L’autoaffermazione dell’università tedesca, induce a qualche riflessione complementare. Osserva Derrida: «l’autoaffermazione dell’università tedesca sarà possibile solo grazie a coloro che conducono e dirigono in quanto condotti e diretti, essi stessi, dall’affermazione di una missione spirituale». Col 1933, cioè, in Heidegger: «lo spirito … non può far altro che auto-affermarsi».
Entra prepotentemente in scena quello stesso spirito che, abbiamo visto, essere stato focalizzato in un dettaglio. Ma c’è un altro passaggio da fare. «Ora, non dimentichiamo che la parola “spirito” si libera, per così dire, delle virgolette, e si propone come capace di condurre al di là dell’epoca della soggettità cartesiano-hegeliana, esattamente in connessione con l’analisi del mondo, e in quanto predicato essenziale di quest’ultimo». Ovvero: «Geist fa parte allora della serie delle non-cose, di ciò che in generale si intende opporre alla cosa. Si tratta insomma di ciò che non si lascia in alcun modo cosificare». Abbiamo a questo punto tutti gli elementi. Lo spirito – questo oggetto peculiare - che alla fine del volume di Derrida viene esplicitamente apparentato alla «fiamma» (dopo il 1933 «l’affermazione dello spirito si infiamma», «e allora cos’è? Cos’è il Geist? Con l’intento di rispondere in modo positivo a questa domanda, e sempre nell’ascolto di Trakl, Heidegger invoca la fiamma», «è a partire dal fatto che il Geist è fiamma che vi può esser qualcosa come pnêuma e spiritus») abbiamo anche scoperto essere un «predicato essenziale» del «mondo» e qualcosa che sfugge alla metafisica «cartesiano-hegeliana».
Ma c’è anche di più: «il Gedicht di Trakl… non è ne metafisico ne cristiano». Dunque lo spirito da particolare che era si fa adesso fiamma, incendio, baleno, lampo, folgore, luce accecante, bagliore lingua di fuoco, scintilla. Lo spirito diventa quella fiamma che illumina un posto che è spento, estinto. La dove tutto è lo «stesso» lo spirito si presenta come il differente, il diverso, il difforme (proprio in virtù del suo essere rogo all’interno di un sito senza saetta). Derrida ha, adesso, tutte le carte in regola per poter avanzare l’idea di due «cammini» di pensiero che si possono intraprendere nella lettura del concetto di spirito in Heidegger. Egli infatti dice: «uno dei cammini, di cui si può seguire la traccia nella lettura di Trakl, condurrebbe alla spiritualità di una promessa, che sarebbe estranea al cristianesimo, pur non essendogli contraria». Si tratta ovviamente di quella «promessa» (propria dell’interrogare) che avevamo visto situarsi «prima» dell’esplicitazione della richiesta. E appunto a questo medesimo «prima» fa riferimento, poi, il secondo «cammino di pensiero» caldeggiato da Derrida. Fingendo di far parlare lo stesso Heidegger nel tentativo di difendersi dall’accusa (formulata da «alcuni teologi cristiani») di aver trasformato lo spirito in qualcosa di assolutamente mondano, il filosofo tedesco risponderebbe: «affermando che il Gedicht di Trakl – e tutto quello che io dico con lui – non è né metafisico né cristiano, non mi oppongo a nulla, soprattutto non al cristianesimo, né a tutti i discorsi della caduta, della maledizione, della promessa, del saluto, della resurrezione, ne ai discorsi su pnêuma e spiritus o, quasi me ne dimenticavo, sulla rûach. Io tento solamente, modestamente, discretamente di pensare quell’a partire dal quale tutto ciò è possibile. Quello (tale “a partire da”) in quanto da sempre velato, non è ancora ciò che esso stesso rende possibile … Un cerchio conduce la Frühe dall’antivigilia fino a quel mattino che non è ancora venuto, e questo cerchio non è … il cerchio dei metafisici europei … Non ho detto che la fiamma fosse altro dal soffio pneumatologico o spirituale – ho solo detto che è a partire dalla fiamma che si pensa pnêuma e spiritus, o, dal momento che insistete rûach ecc.».
Ma che cos’è questo «a partire dal»? Esso sembrerebbe fare riferimento proprio al «prima» di cui sopra. Senonché Derrida stesso specifica: «il pensiero di questa Früle … va, in realtà verso ciò che è totalmente altro». Ovvero: «apre e introduce a ciò che rimane eterogeneo all’origine». Questo «a partire dal» che si trova «prima» dell’origine ha a che fare con l’«altro»: il vario, il dissimile, quello che non è riducibile allo stesso. Proprio in relazione a questa dialettica tra lo stesso e l’altro (cioè tra il riducibile e l’irriducibile ad una identica connotazione) si sviluppa quella fiamma che (nella raccolta, riunione e assortimento) rende luminosa la zona dove tutto è spento. Questo rischiaramento (dell’altro nei confronti dello stesso) si conduce in un punto. Si localizza in un particolare. Che è quello del «prima». Tale «prima» costituisce appunto il «particolare». E l’intero mondo che cosa significa dunque? «Che cosa significa “mondo”? Che cos’è il mondo, se esso può oscurarsi in tal modo? Risposta: “Il mondo è sempre mondo spirituale». O ancora: «spiritualità: ecco il nome (Heidegger insiste) di ciò senza cui non c’è mondo». Questo spirito, che abbiamo visto all’opera in un particolare, è dunque tutto il nostro mondo. Restando sempre fermo il fatto che esiste tutta una località nella quale il fuoco non arde. Tale assenza-di-mondo è il regno dell’identico, dello stesso, dell’iterabile. Al di là di esso, troneggia quella fiamma che, per sua natura, è «ciò che è totalmente altro».