Il 24 luglio 1995 si tenne nell’Università Cattolica di Louvain una conferenza di Jacques Derrida che portava come titolo Fiction et témoignage in quanto inaugurazione di un colloquio organizzato da Michel Lisse. In quell’occasione il filosofo francese presentò quella che sarebbe diventata la prima versione del saggio Dimora Maurice Blanchot edito oggi per la cura editoriale di Francesco Garritano nella collana «Dia-loghi» (diretta da Francesco Fistetti e Romano Madera) della casa editrice «Palomar Edizioni di Alternative» (Bari, 2001). In quest’opera, dunque, si discute di Maurice Blanchot e, più in particolare, di un suo racconto del 1994 dal titolo L’instant de ma mort. E di «istanti» è intessuta tutta l’analisi proposta da Derrida nella sua considerazione dell’opera di Maurice Blanchot. Di «istanti» che conducono ad uno stato che è nello stesso tempo «relativo», «parziale» e «rivelativo». Cerchiamo di seguire bene il ragionamento di Derrida. All’inizio è all’ordine del giorno il rapporto tra verità e finzione. Dice il filosofo francese: «il testimone “giura di dire la verità”, promette l’autenticità. Ma persino laddove non cede allo spergiuro, l’attestazione non può non intrattenere una torbida complicità, almeno, della finzione». È qui dunque in questione la relazione tra «testimonianza» e «finzione» - quella che forniva appunto il titolo alla conferenza che ha costituito «un titolo provvisorio ed improvvisato, una sorta di anticipo. Oggi ne devo rispondere, dal momento che, a torto o a ragione, preferisco serbarlo quasi intatto».
Il rapporto è quello tra la dichiarazione, l’attestazione, la prova che rende atto di qualcosa e la bugia. Questi due oggetti, apprendiamo ora, si conducono fra loro in una «torbida complicità». Non c’è testimonianza che non sia impregnata di falsità, non c’è bugia che non costituisca anche dimostrazione di qualcosa. Ma quale è il «fatto» che sta alla base di questa testimonianza? Dal momento che ognuno dei «presenti» all’evento di cui si sta parlando «inventa»: non è possibile alcun accertamento della «verità» di tale fatto. Che rimane inconoscibile. L’atteggiamento di Derrida nei confronti della verità è quello di un profondo scetticismo. La vita è dominata dal dubbio, dall’incredulità, dal disincanto, dall’indifferenza, dall’agnosticismo. Ma (non dimentichiamocelo) qui stiamo parlando dell’opera di Blanchot. All’interno della quale non è, perciò, possibile né pensabile alcun accertamento della verità.
Che cos’è, adesso, quella «dimora» che compare nel titolo del volume derridaiano in relazione al nome e cognome di Maurice Blanchot? Ascoltiamo lo stesso Derrida: «parola di ceppo latino che attraverso il provenzale, lo spagnolo (demorar) o l’italiano (demorari) riconduce al latino demorari, de a morari, che significa attendere e tardare. C’è sempre un’idea di attesa, di controtempo, di ritardo, di proroga o rinvio nella dimora come nella moratoria». La «dimora» è allora sempre un concetto «relativo» ad un altro concetto. Un evento che dipende da un altro evento. Ma non solo. Essa è sempre «parziale». Derrida afferma che Blanchot scatta una foto della realtà. Riprende un solo «istante» da tutto il complesso svolgersi delle cose. Si ferma solo su un immagine. Traccia un segmento. Con riferimento al racconto L’instant de ma mort infatti egli dice: «ciò che dimora nella demourance, e di cui il sentimento di leggerezza è un sintomo o una verità, non è la morte stessa, l’essere o l’essenza o il proprio della morte, l’evento stesso , il se—stesso o il Selbst della morte propriamente detta. Non è morte propriamente detta. Non c’è “morte stessa”, la morte stessa è propriamente interdetta». E, poco più sotto: «c’è soltanto … l’imminenza dell’istante della mia morte». O ancora: «a partire da questo punto stigmatico, da questa stigmé di un giudizio che l’ha condannato a morte senza che morte ne seguisse, ci sarà per lui, per il giovane, per il suo testimone e per l’autore, una morte senza la morte e dunque una vita senza vita». Ovvero: «la vita si è liberata dalla vita, come dire essa n’è alleggerita».
Questa «morte senza la morte» è a questo punto «una conferma della finitudine». L’aspetto «rivelativo» della disamina compiuta da Derrida nei confronti di Blanchot non porta ad alcunché di religioso. Tale rivelazione è una «conferma della finitudine». Di ciò che è limitato, circoscritto; della caducità delle cose umane. La lettura de L’instant de ma mort conduce Derrida sul sentiero della caratteristica principale dell’uomo e delle cose che si trovano ad esistere sulla Terra. Dei tre aspetti che abbiamo messo in evidenza all’inizio («relativo», «parziale» e «rivelativo») rimane da stabilire quello che concerne, appunto, la parzialità. Perché quella che scatta Derrida è solo una polaroid dell’intero percorso narrativo di Blanchot e, più in generale, dell’intera esistenza umana? Diventa a questo punto centrale, per poter rispondere a questa domanda, la nozione stessa di «istante».
Afferma Derrida: «quando mi impegno a dire la verità, mi impegno a ripetere la stessa cosa, un istante dopo, due istanti dopo, l’indomani e per l’eternità, in una certa maniera. Ora questa ripetizione porta l’istante fuori da se stesso. Di conseguenza, l’istante è istantaneamente, nell’istante stesso, diviso, distrutto da ciò che rende tuttavia possibile la testimonianza». Quella stessa «testimonianza» - che era connessa, attraverso una «torbida complicità», con la finzione - è legata in questo momento all’istante. «La testimonianza, in quanto impegna la responsabilità di dire il vero, è sempre così una questione d’istante o d’istanza o d’“instance” esemplare».
Ma perché ci stiamo occupando della «testimonianza» (e quindi anche della «finzione») in abbinamento a Maurice Blanchot? Ciò è dovuto allo stesso incipit del racconto che Derrida sta analizzando. Dichiara infatti egli ancora: «immediatamente, dunque, L’instant de ma mort ci promette un racconto o una testimonianza – firmata da qualcuno che ci dice su tutti i toni e secondo tutti i possibili tempi: sono morto, o tra un istante sarò morto, un istante fa stavo per essere morto». Ci troviamo dunque in presenza di una «testimonianza» che non solo non è mai veritiera ma è legata anche indissolubilmente all’istante. «Quanto Blanchot racconta … è che alla fine della guerra … l’autore stesso fu arrestato dai Tedeschi. È stato messo davanti al plotone d’esecuzione. Stava per essere fucilato e la morte era già arrivata, decisa, definita, imminente ed ineluttabile per un certo verso … In quell’istante sfugge all’esecuzione. Si salva lentamente, senza fuggire, in condizioni quasi incredibili». In quell’«istante» (di cui l’autore rende testimonianza) «non posso testimoniare, nel senso stretto del termine, se non nell’istante in cui ciò di cui testimonio non può essere testimoniato da un’altra persona, che si sostituisce a me. Ciò di cui testimonio è, innanzitutto, nell’istante, il mio segreto: resta per me riservato. Devo poter custodire segreto ciò intorno a cui testimonio; è la condizione della testimonianza in senso stretto ed è per tale motivo che non si potrà mai dimostrare, nel senso della prova teorica e del giudizio determinante, che uno spergiuro o una menzogna hanno effettivamente avuto luogo».
Strettamente intrecciata al «segreto», la testimonianza (avvenuta nell’«istante») «laddove essa condivide la sua condizione con la finzione letteraria, appartiene a priori all’ordine del miracoloso» Ovvero: «il miracolo è l’intermediario essenziale fra la testimonianza e la finzione». Ecco il «momento unico» di cui si diceva, la «frazione di tempo» che costituisce l’aspetto «parziale» dell’interpretazione derridaiana di Blanchot. Appartenendo all’ordine del «miracoloso», la testimonianza recata da Blanchot col suo racconto, non soltanto non è per nulla veritiera, non soltanto è legata al segreto ed all’istante (che è poi l’istante della mia morte) ma è anche sconnessa rispetto al normale andamento delle cose. È un attimo «eccezionale»: quello che Maurice Blanchot descrive e che Jacques Derrida fotografa. (Essendo «attimo eccezionale» esso è uno stato, un grado, una posizione, una condizione, all’interno dell’ordinario corso delle cose che continua altrimenti in altre circostanze, congiunture, situazioni). Ecco dunque che i tre «istanti» che avevamo tracciato («relativo», «parziale», «rivelativo») rispetto allo studio dell’opera di Blanchot da parte di Derrida, hanno assunto finalmente la loro piena connotazione. Ma perché la parola «dimora», seguita dal nome e dal cognome di Maurice Blanchot, dà il titolo all’intero volume? Lasciamo la parola a Francesco Garritano il quale (nel saggio «L’indicibile e la sua legge» che apre il libro di Derrida) afferma: «ciò che alla fine dimora è la parola, la sua capacità di combinarsi secondo modalità differenti per affermare lo stesso, dunque la sua attitudine a connettere l’unico con il molteplice, con il differente e di rimando a consegnare l’unicità dell’istante all’istante».